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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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3 dicembre 2010

I capisaldi del liberalismo riformatore: oltre la destra e la sinistra conservatrici, stataliste e burocratiche



Debbo dire che la mia indole caratteriale è squisitamente libertaria.
Sin da ragazzino ho sempre mal sopportato ogni tipo di autorità e/o imposizione dall'alto, specie se da me non intimamente compresa.
Trovo che l'autoritarismo, la negazione della libertà e le regole imposte siano la peggiore aberrazione che ciascuno di noi possa incontrare nella propria vita terrena.
Fra l'"eguaglianza" e la "libertà" ho sempre personalmente privilegiato e preferito la seconda.
Anche perché si consideri che gli individui, le persone insomma, non sono né saranno mai eguali nel senso più stretto del termine e ciò è un bene, in quanto la diversità è una ricchezza alla quale è difficile rinunciare pena non solo la noia, ma anche l'inaridimento dei rapporti umani ed interpersonali e la stessa schiavitù del genere umano.
La diversità, come la libertà, è valore che va profondamente tutelato e riconosciuto: diversità di genere, razza, colore, orientamento sessuale, di credo o confessione religiosa ecc...
E la diversità è tutelabile solo in una condizione di piena libertà individuale e quindi sociale.
Individuale prima ancora che sociale, nel senso che il sociale è l'esatta conseguenza di ciò che avviene a livello individuale.
In un articolo di qualche anno fa, che realizzai per il quotidiano di Società Aperta "Terzarepubblica.it" diretto da Enrico Cisnetto, oltre che per il mio blog, affermavo che "la libertà va conquistata" e che la "libertà può essere conquistata solo se prima d'ogni cosa essa è interiorizzata da ciascuno".
Ovvero se ciascuno, individualmente, prende coscienza dei propri doveri nei confronti di sé stesso e quindi di chi gli sta intorno e quindi, allargando il cerchio, della società intera.
Tali doveri presuppongono, prima d'ogni cosa delle responsabilità individuali e solo poi, una volta compresi codesti doveri e responsabilità, si prenderà coscienza dei propri diritti naturali e quindi civili.
Queste, in sintesi, sono le basi del pensiero liberale che, come potete ben notare, fotografano pressoché esattamente le dinamiche della realtà quotidiana sociale, politica, personale e culturale.
Due grandi del pensiero liberale e libertario delle origini sono, a parer mio, l'italiano Giuseppe Mazzini ed il filosofo statunitense Henry David Thoreau .
Il primo, teorico del repubblicanesimo e dell'unità italiana, scrisse nel 1860 i "Doveri dell'uomo", saggio politico e filosofico attualissimo proprio su quanto abbiamo sopra scritto; il secondo nel suo "Disobbedienza civile" del 1849 espresse la sua estrema fiducia nell'individuo e nei suoi diritti, nonché
la convinzione che ogni persona dovesse rispettare prima i dettami della sua coscienza piuttosto che le leggi di un determinato governo.
Come potete ben notare qui siamo agli antipodi di ogni possibile freddo pensiero dogmatico. Siamo forse ai limiti dell'utopia. Un utopia tuttavia lucida e concreta visto che oggi, grazie al pensiero liberale e libertario anche di questi due grandi, viviamo in un Occidente democratico e civile.
Alcuni anni fa mi è capitato fra le mani un agile ed interessante libello di Alberto Pasolini Zanelli pubblicato negli anni '80 dal titolo "La rivolta blu - Contro i miti dello stato sociale".  E' una sorta di compendio di liberalismo che racconta e spiega la rivoluzione liberale, libertaria e libertista degli anni '80 contro il potere dello Stato e la sua burocrazia e che portò al governo personalità come Ronald Reagan o la Thatcher e mise in crisi la socialburocrazia, in primis quella scandinava.
E' davvero appassionante notare come liberalismo e libertarismo si fondano all'insegna delle libertà individuali in economia come nel privato.
Ed ecco come in questo compendio si parli di un personaggio apparentemente pittoresco, ma in realtà grande riformatore: il consulente fiscale danese Mogens Glistrup, il quale fondò negli anni '70 il Partito del Progresso (FRDP) che riuscì a conquistare quasi il 16 % alle elezioni nazionali danesi sulla base di un programma che prevedeva l'abolizione dell'imposta sul reddito ritenuta d'impaccio allo sviluppo economico di un'economia avanzata come quella della Danimarca e contemporaneamente richiedeva un miglioramento dei servizi sociali erogati.
Snobbato e boicottato in tutti i modi tanto da destra quanto da sinistra, Gilstrup ebbe vita non facile come del resto è ben facile immaginare.
Ne "La rivolta blu" si racconta ed elogia il Presidente statunitense e leader Repubblicano Barry Goldwater, libertario fin nel midollo per quanto concerne i diritti civili degli omosessuali e per l'aborto arrivando a contrastare fortemente la destra religiosa nel suo partito (una sorta di Rudy Giuliani ante litteram) e profondamente liberale in economia, il che attirò le simpatie persino della cosiddetta Nuova Sinistra libertaria e sessantottina (lo stesso padre della "beat generation", Jack Kerouac, nel poco tempo che trovò da dedicare alla politica fu attivista repubblicano). Si pensi anche che Goldwater inserì nel suo programma il tema dell'ecologia, ovvero la preminenza della qualità della vita sui miti del consumismo di massa.
E così, proseguendo nella lettura del volume di Pasolini Zanelli, si incrocieranno gli anarcocapitalisti, i libertarians ed individualisti vari sino ad un giudizio positivo e lusinghiero del liberalsocialismo (vera critica al "socialismo reale" d'Occidente, ovvero alla socialburocrazia tipica dei Paesi Sandinavi) abbracciato negli anni '80 dal Psoe di Felipe Gonzalez e dal Psi di Bettino Craxi i quali aborrirono il marxismo e "liberalizzarono", per così dire, i loro partiti (in Italia anche grazie al Partito Radicale di Marco Pannella che contribuì alla libertarizzazione del Psi).
Critica feroce invece per la socialdemocrazia con la sua eccessiva burocraticizzazione, centralità dello Stato sugli individui e disaffezione alla responsabilità individuale degli stessi.
A lettura conclusa se ne rimane completamente estasiati e rinnovati nel prorpio libertarismo. E si riflette sulla situazione europea e soprattutto italiana ove pesa ancora quell'astrusa divisione (spesso mentale) che passa sotto il nome di "destra e sinistra".
Ed invece si noti come la vera divisione-contrapposizione sia fra Riformatori consapevoli della propria individualità, responsabilità e dei propri diritti e Conservatori amanti dello Stato balia-mamma, autoritario, clericale, socialfascista e socialburocrate.
Si uscirà mai dal pantano politico-culturale-ideale magari riuscendo anche ad uscire dal declino che attanaglia il nostro medievale Paese ?
Se la svolta sarà liberale e libertaria, magari.....

Luca Bagatin



6 luglio 2009

La Teoria Liberale della Lotta di Classe del prof. Luigi De Marchi


La copertina dell'ultimo libro del prof. Luigi De Marchi e, a destra, il prof. De Marchi ad un convegno alla fine degli anni '60

Il prof. Luigi De Marchi, psicologo, politologo, già editorialista di Radio Radicale, del quotidiano L'Opinione delle Libertà ed autore di numerose opere in Europa ed America, protagonista di numerose battaglie per i diritti civili, ha sempre la capacità di illuminare.
La sua Teoria Liberale della Lotta di Classe è assolutamente perfetta e capace di fotografare l'attuale realtà italiana e, per molti versi, anche internazionale.
Egli parte unicamente da concetti psicologici applicati alla politica e così ha fatto per l'elaborazione della sua Psicologia Politica Liberale o Psicopolitica (mi ricorda assai la Neuropolitica, elaborata in un testo da un altro psicologo, Timothy Leary, ispiratore del movimento hippye statunitense negli anni '70), che è l'essenza degli studi che egli ha compiuto dagli anni '60 - con i suoi primi testi sulla sessualità - sino ad oggi.
La Psicopolitica di De Marchi, in sostanza, ci spiega come "le ideologie sono maschere, le economie sono macchine, mentre ciò che veramente conta, nella realtà sociale e politica, è la struttura psicologica, insomma la mentalità, degli individui e dei gruppi che stanno dietro alle maschere e sopra alle macchine".
Ecco che egli dunque individua negli opposti estremismi di Destra e Sinistra (e dunque nei relativi totalitarismi da essi prodootti) le personalità autoritarie, represse sessualmente, foriere di dogmi e tabù.
Nonché individua come uno dei drammi della nostra epoca sia la crescita esplosiva della popolazione mondiale nell'ultimo secolo, con tutte le sue vittime per fame, malnutrizione, epidemie, fenomeni immigratori incontrollobili e forieri unicamente di povertà.
Nel suo ultimo saggio "Svolta a Destra ? Ovvero non è conservatore chi combatte parassiti, fannulloni e sfruttatori", il prof. De Marchi, oltre a rimarcare questi concetti, elabora e chiarisce nella fattispecie la sua Teoria Liberale della Lotta di Classe, scaturita proprio dalla sua Psicologia Politica Liberale.
Egli infatti spiega come sia arcaica ed errata la vecchia concezione marxista di lotta di classe: padroni contro operai (che nell'800 non a caso - lo diciamo per inciso - fu fortemente contestata da Giuseppe Mazzini finanche in sede di fondazione della Prima Internazionale, alla quale egli partecipò attivamente).
Oggi, la nuova lotta di classe, si sostanzia nella contrapposizione fra il Popolo dei Produttori (dipendenti del privato, commercianti, artigiani, lavoratori parasubordinati) e quello dei Burocrati (pubblici dipendenti, classe politica, sindacatocrazia).
Il prof. De Marchi, come già espose nel testo "La rivolta blu, contro i miti dello Stato sociale" Alberto Pasolini Zanelli negli anni '80 (testo che recensii alcuni anni fa), dimostra come la cosiddetta "svolta a destra" che negli anni '80 portò al governo degli Stati Uniti il repubblicano Reagan ed in Gran Bretagna la conservatrice Tatcher, fu una svolta liberale e per molti versi libertaria, che mise in crisi la socialburocrazia europea basata fondamentalmente sull'intervento statale in economia e sul ricorso, spesso incontrollato, al prelievo fiscale.
Oggi, in tutta Europa, sta avvenendo la stessa cosa con la leadership affidata in Francia a Sarkozy, con l'attuale maggioranza affidata in Italia a Berlusconi, con l'arretramento dei laburisti di Gordon Brown (lontanissimo anni luce dalle riforme liberali di Balir), con quello dei socialisti in Spagna e nel resto del continente.
Parimenti, come affermato dal De Marchi sondaggi alla mano, ciò non significa che la popolazione stia diventando conservatrice nei diritti civili. Anzi ! Così come avvenne anche durante la presidenza Reagan, la popolazione si è pubblicamente espressa a maggioranza per maggiori riforme civili sulla procreazione assistita, la ricerca, una maggiore presa di distanza dal Vaticano (73,4% degli elettori di Centro-Destra in Italia lo affermano), per una legge a favore dell'eutanasia (69% degli elettori di Centro-Destra in Italia la vorrebbero) e per introdurre l'educazione sessuale nelle scuole.
Ecco dunque come la maggioranza del Popolo dei Produttori (che coincide con la maggioranza degli elettori), oggi affida il governo alle forze che maggiormente lo garantiscono per mezzo dello snellimento della burocrazia e del regime fiscale.
L'ultimo saggio di De Marchi spiega dunque come in Italia, dopo le elezioni politiche del 2008, il governo Berlusconi IV (con all'interno importanti figure della galassia liberalsocialista quali Renato Brunetta e Maurizio Sacconi) sia riuscito ad attuare una politica progressista, introducendo ammortizzatori sociali, bonus famigliari, riformando scuola e pubblica amministrazione.
Tutte cose che la compagine cattocomunista pareva sempre annunciare, salvo poi comportarsi diversamente.
De Marchi fa notare anche come in Italia la magistratura sia stranamente e pericolosamente da sempre politicizzata e vicina ad ambienti comunisti sin dalla fine degli anni '60 che, sostenuti dalla grande stampa e da certi Poteri Forti, non perdano occasione per tentare di delegittimare l'attuale maggioranza democraticamente eletta.
La parte a mio avviso più interessante del saggio è quella relativa alle indicazioni che De Marchi dà all'attuale maggioranza al fine di realizzare quella Rivoluzione Liberale di cui questo Paese ha urgente necessità.
Egli dà una tiratina d'orecchi al dirigismo statalista del Ministro Tremonti, invitandolo piuttosto a comprimere la spesa pubblica piuttosto che a dilatarla; invita ad un Fisco più snello per chi rischia il proprio capitale in attività economiche (piccoli imprenditori, artigiani, Partite IVA in genere), e ciò proprio perché non ha un guadagno sicuro; invita dunque ad uno snellimento della pubblica amministrazione giungendo finalmente a licenziare gli esuberi (proprio in quanto esuberi !); plaude dunque alle riforme del Ministro Brunetta improntate al merito, ovvero al premiare i meritevoli ed a cacciare gli incompetenti; invita a riformare la Scuola sviluppando nei govani la passione per la cultura e la ricerca, passando dunque dalla scuola dell'obbligo alla scuola dell'entusiasmo; invita a rivedere in senso restrittivo le leggi sull'immigrazione, senza essere né razzisti né buonisti, ricordando anche agli imprenditori che non è possibile continuare ad importare manovalanza non qualificata dall'estero solo perché a basso costo e senza alcuna vera garanzia per il futuro di queste popolazioni in sempre maggiore espansione demografica.
Espansione demografica purtroppo incoraggiata dalle Religioni Istituzionalizzate, fuor d'ogni logica umanitaria.
Il saggio è breve, condensato, ma ribadisco, assolutamente illuminante, come dicevo.
Si sofferma anche a parlare di una riforma della legge psichiatrica 180, in senso umanitario e che venga incontro alle esigenze delle famiglie (come previsto anche dalla Proposta di Legge dell'On. Paolo Guzzanti, citato peraltro nel testo).
Gli argomenti trattati, dunque, sono molti. E per la prima volta si fa anche in Italia una riflessione politica a partire dalla psicologia. Unico vero approccio credibile in ogni settore, sia esso pubblico che privato, lavorativo e/o informale.

Luca Bagatin (nella foto con Mirtillo)



29 dicembre 2007

Libertà, responsabilità e diritto: i capisaldi del liberalismo riformatore al di là e contro destra e sinistra conservatrici, stataliste e burocratiche


Debbo dire che la mia indole caratteriale è squisitamente individualista e libertaria.
Sin da ragazzino ho sempre mal sopportato ogni tipo di autorità e/o imposizione dall'alto, specie se da me non intimamente compresa.
Trovo che l'autoritarismo, la negazione della libertà e le regole imposte siano la peggiore aberrazione che ciascuno di noi può incontrare nella sua vita terrena.
Fra l'"eguaglianza" e la "libertà" ho sempre personalmente privilegiato e preferito la seconda.
Anche perché si consideri che gli individui, le persone insomma, non sono né saranno mai eguali nel senso più stretto del termine e ciò è un bene, in quanto la diversità è una ricchezza alla quale è difficile rinunciare pena non solo la noia, ma anche l'inaridimento dei rapporti umani ed interpersonali e la stessa schiavitù del genere umano.
La diversità, come la libertà, è valore che va profondamente tutelato e riconosciuto: diversità di genere, razza, colore, orientamento sessuale, di credo o confessione religiosa ecc...
E la diversità è tutelabile solo in una condizione di piena libertà individuale e quindi sociale.
Individuale prima ancora che sociale, nel senso che il sociale è l'esatta conseguenza di ciò che avviene a livello individuale.
In un articolo di circa un anno fa che realizzai per il quotidiano di Società Aperta "Terzarepubblica.it" diretto da Enrico Cisnetto, oltre che per il mio blog, affermavo che "la libertà va conquistata" e che la "libertà può essere conquistata solo se prima d'ogni cosa essa è interiorizzata da ciascuno".
Ovvero se ciascuno, individualmente, prende coscienza dei propri doveri nei confronti di sé stesso e quindi di chi gli sta intorno e quindi, allargando il cerchio, della società intera.
Tali doveri presuppongono, prima d'ogni cosa delle responsabilità individuali e solo poi, una volta compresi codesti doveri e responsabilità, si prenderà coscienza dei propri diritti naturali e quindi civili.
Queste, in sintesi, sono le basi del pensiero liberale che, come potete ben notare, fotografano pressoché esattamente le dinamiche della realtà quotidiana sociale, politica, personale e culturale.
Due grandi del pensiero liberale e libertario delle origini sono, a parer mio, l'italiano Giuseppe Mazzini ed il filosofo statunitense Henry David Thoreau .
Il primo, teorico del repubblicanesimo e dell'unità italiana, scrisse nel 1860 i "Doveri dell'uomo", saggio politico e filosofico attualissimo proprio su quanto abbiamo sopra scritto; il secondo nel suo "Disobbedienza civile" del 1849 espresse la sua estrema fiducia nell'individuo e nei suoi diritti, nonché
la convinzione che ogni persona dovesse rispettare prima i dettami della sua coscienza piuttosto che le leggi di un determinato governo.
Come potete ben notare qui siamo agli antipodi di ogni possibile freddo pensiero dogmatico. Siamo forse ai limiti dell'utopia. Un utopia tuttavia lucida e concreta visto che oggi, grazie al pensiero liberale e libertario anche di questi due grandi, viviamo in un Occidente democratico e civile.
In questi giorni mi è capitato fra le mani un agile ed interessante libello di Alberto Pasolini Zanelli pubblicato negli anni '80 dal titolo "La rivolta blu - Contro i miti dello stato sociale".  E' una sorta di compendio di liberalismo che racconta e spiega la rivoluzione individualista, liberale, libertaria e libertista degli anni '80 contro il potere dello Stato e la sua burocrazia e che portò al governo personalità come Ronald Reagan o la Thatcher e mise in crisi la socialburocrazia, in primis quella scandinava.
E' davvero appassionante notare come liberalismo e libertarismo si fondano all'insegna delle libertà individuali in economia come nel privato.
Ed ecco come in questo compendio si parli di un personaggio apparentemente pittoresco, ma in realtà grande riformatore: il consulente fiscale danese Mogens Glistrup, il quale fondò negli anni '70 il Partito del Progresso (FRDP) che riuscì a conquistare quasi il 16 % alle elezioni nazionali danesi sulla base di un programma che prevedeva l'abolizione dell'imposta sul reddito ritenuta d'impaccio allo sviluppo economico di un'economia avanzata come quella della Danimarca e contemporaneamente richiedeva un miglioramento dei servizi sociali erogati.
Snobbato e boicottato in tutti i modi tanto da destra quanto da sinistra, Gilstrup ebbe vita non facile come del resto è ben facile immaginare.
Ne "La rivolta blu" si racconta ed elogia il Presidente statunitense e leader Repubblicano Barry Goldwater, libertario fin nel midollo per quanto concerne i diritti civili degli omosessuali e per l'aborto arrivando a contrastare fortemente la destra religiosa nel suo partito (una sorta di Rudy Giuliani ante litteram) e profondamente liberale in economia, il che attirò le simpatie della cosiddetta Nuova Sinistra libertaria e sessantottina americana i cui leader Gene McCartney e Eldridge Cleaver, leader delle Pantere Nere, fecero campagna elettorale a suo favore (lo stesso padre della "beat generation", Jack Kerouac, nel poco tempo che trovò da dedicare alla politica fu attivista repubblicano). Si pensi anche che Goldwater inserì nel suo programma il tema dell'ecologia, ovvero la preminenza della qualità della vita sui miti del consumismo di massa.
E così, proseguendo nella lettura si incrocieranno gli anarcocapitalisti, i libertarians ed individualisti vari sino ad un giudizio positivo e lusinghiero del liberalsocialismo (vera critica al "socialismo reale" d'Occidente, ovvero alla socialburocrazia tipica dei Paesi Sandinavi) abbracciato negli anni '80 dal Psoe di Felipe Gonzalez e dal Psi di Bettino Craxi i quali aborrirono il marxismo e "liberalizzarono", per così dire, i loro partiti (in Italia anche grazie al Partito Radicale di Marco Pannella che contribuì alla libertarizzazione del Psi).
Critica feroce invece per la socialdemocrazia con la sua eccessiva burocraticizzazione, centralità dello Stato sugli individui e disaffezione alla responsabilità individuale degli stessi.
A lettura conclusa se ne rimane completamente estasiati e ninnovati nel prorpio individualismo libertario. E si riflette sulla situazione europea e soprattutto italiana ove pesa ancora quell'astrusa divisione (spesso mentale) che passa sotto il nome di "destra e sinistra".
Ed invece si noti come la vera divisione-contrapposizione sia fra Riformatori consapevoli della propria individualità, responsabilità e dei propri diritti e Conservatori amanti dello Stato balia-mamma, autoritario, clericale, socialfascista e socialburocrate.
Si uscirà mai dal pantano politico-culturale-ideale magari riuscendo anche ad uscire dal declino che attanaglia il nostro medievale Paese ?
Se la svolta sarà liberale e libertaria, magari.....

(....due partiti laici italiani che gradirei vedere uniti al di là di destra e sinistra per rinnovate battaglie laiche, liberali e libertarie)


Luca Bagatin


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
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 Giuseppe Mazzini