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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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30 gennaio 2015

Hugo Chavez ed il Socialismo del Ventunesimo Secolo. Una prospettiva umanitaria e libertaria per uscire dalla crisi

Hugo Chavez, ex Presidente del Venezuela di cui abbiamo diverse volte già parlato, ha ridato, dal 1999 al 2013, digità al suo popolo.

Un popolo sfruttato prima dal colonialismo spagnolo e successivamente dalle multinazionali statunitensi ed europee e da governi locali corrotti e corruttori.

Di Chavez, qui da noi, si sa sempre molto poco, come molto poco si conosce la Storia dell'America Latina degli ultimi decenni e di quel “Socialismo del Ventunesimo Secolo” ideato dal sociologo ed intellettuale Heinz Dieterich che, lungi dall'essere uno spauracchio del nuovo comunismo o della sinistra mondiale (Chavez non è mai stato comunista, bensì socialista libertario e bolivariano), è ed è stata una prospettiva anti-ideologica, oltre la destra e la sinistra. Una prospettiva nazional-internazionalista, anti-capitalista ed anti-imperialista.

Con l'avvento di Chavez al governo di questo fiero Paese latinoamericano – alla fine del 1998 - le cose, in tutto il Continente, sono via via mutate ed i leader socialisti nazionali, libertari ed umanisti hanno ben presto trionfato in pressoché tutti i Paesi dell'America del Sud: da Lagos e Bachelet in Cile; da Lula alla Roussef in Brasile; da Evo Morales in Bolivia, ai Kirchner in Argentina, a Mujica e Tabaré Vazquez in Uruguay sino a Rafael Correa in Equador.

Chavez che, nel 1992 tentò un colpo di Stato contro l'oligarchia corrotta al potere, diverrà Presidente democraticamente eletto pochi anni dopo e rimarrà in carica sino alla morte...ed anche oltre, se pensiamo che il suo successore Nicolas Maduro è ancora oggi al governo, pur fra luci ed ombre.

Ombre figlie di quel potere che lo stesso Chavez tentò di combattere, di quella corruzione anche interna al suo partito - prima il Movimento Quinta Repubblica e successivamente il Partito Socialista Unito del Venezuela - che pur egli tentò con ogni mezzo di allontanare.

Purtuttavia l'esempio di Chavez è ancora lì, come un faro nella notte di una globalizzazione che ingloba. Di un Sud America ferito nei secoli e di un Occidente “liberal” che, messo a confronto, sembra assai meno democratico ed assai meno pluralista. Un Occidente ove prevale un'austerità senza sentimento. Un Occidente prostituito all'economia ed alla finanza, che imbroglia ed imbriglia i suoi stessi cittadini, prede inconsapevoli del marketing e del consumismo, ovvero di un “piacere” effimero destinato ad annientarci.

Hugo Chavez ha ispirato la sua azione di governo a Simon Bolivar, “El Libertador” che sconfisse l'Impero di Spagna nei primi anni dell'800 e che divenne Presidente delle Repubbliche di Venezuela, Colombia, Bolivia, Ecuador, Panama e Perù.

Hugo Chavez che, lungi dall'avere un'ideologia preconfezionata (come non aveva un'ideologia preconfezionata lo stesso Bolivar, né il nostro Giuseppe Garibaldi che, negli anni, pur si ispirerà al socialismo umanitario e sansimoniano), aprirà le porte ad una vera Terza Via (alla faccia di quella “liberal” dei Clinton e dei Veltroni), ovvero a quel Socialismo del XXIesimo secolo che farà rifiorire il meglio di quella che nell'800 – in Europa – fu l'idea di emancipazione sociale della Prima Internazionale dei Lavoratori, alla quale aderirono socialisti, mazziniani, repubblicani, garibaldini ed anarchici.

Il governo di Chavez, lungi dall'essere rivoluzionario in senso stretto – visto che non riuscirà a superare il capitalismo e dunque l'economia di mercato – purtuttavia offrirà importanti prospettive al popolo venezuelano. E ciò attraverso la nazionalizzazione dell'industria petrolifera ed attraverso la fondazione di Missioni Sociali finanziate anche grazie ai proventi derivanti dal petrolio. Pensiamo alla Mision Barrio Adentro (letteralmente “dentro il quartiere”), dedicata all'assistenza sanitaria gratuita specie nei quartieri popolari, ove sono stati istituiti consultori medici famigliari, centri diagnostici integrati e centri ospedalieri specializzati. Il tutto grazie anche alla consulenza ed all'intervento di medici cubani (e non dimentichiamo che, a dispetto di quanto si tende a credere da noi, Cuba ha uno dei migliori sistemi sanitari al mondo, sia in termini di efficienza che di risultati, con tassi di mortalità infantile fra i più bassi al mondo ed un ottimo sviluppo delle biotecnologie).

Pensiamo poi alla Mision Robinson, dedicata all'alfabetizzazione, che ha portato ad imparare a leggere e a scrivere un milione e mezzo di persone; alla Mision Ribas, dedicata a completamento degli studi secondari superiori; alla Mision Sucre dedicata al sostegno degli studenti di livello universitario.

Vi sono poi altre missioni sociali istituite dal Governo Chavez, quali la Mision Negra Hipolita, dedicata al recupero delle persone emarginate e la Mision Sonrisa, che mira a dotare di protesi dentaria le persone che non se le possono permettere economicamente.

Quale altro governo al mondo avrebbe fatto questo ? In quale altro continente se non nell'America Latina sfruttata, repressa, ma ove l'amore e la spiritualità – pur fra molta violenza e diffusissima criminalità – hanno sempre trovato un posto nel cuore di quei popoli ?

Si dirà che tali missioni sono state accompagnate anche a fenomeni di clientelismo e di corruzione ed è vero. Purtuttavia non a causa del Presidente Chavez che, quando ha potuto, ha rimosso i responsabili e lo ha fatto anche e soprattutto su pressione del popolo, coinvolto direttamente nel sistema delle Missioni, a livello volontaristico, sociale, politico, mutualistico, umano.

Un vero e proprio sistema di autogestione sociale, pur con tutte le sue possibili imperfezioni, certo.

E la medesima cosa è avvenuta per quanto concerne l'edilizia popolare, con la costruzione di moduli abitativi moderni e poco costosi.

E, aspetto importante da sottolineare, è che nelle Missioni sociali l'80% delle persone che vi lavorano e che le dirigono sono donne le quali, smessi i panni di mogli madri e di famiglia, danno ed hanno dato un profondo contributo alla cosiddetta “rivoluzione bolivariana” avviata dallo chavismo.

E proprio le donne – già in passato guerrigliere – hanno lottato in Venezuela anche per avere una congrua rappresentanza politica del 50% nei partiti e per la depenalizzazione dell'aborto.

Si pensi, a tal proposito, che la Costituzione Bolivariana promossa da Chavez nel 1999, prevede il diritto alla salute sessuale e riproduttiva delle donne, il riconoscimento del lavoro domestico e dunque la sicurezza sociale per le casalinghe, ovvero tutte cose che non erano riconosciute dalla legislazione precedente.

Questi, in sostanza, i risultati di quel “Socialismo del XXIesimo Secolo” che è declinato non come marxismo o come “dittatura del proletariato”, bensì come “socialismo ecologico”, come “socialismo libertario”, ovvero un processo che vede al centro l'individuo e non lo Stato, ove la proprietà privata è rispettata tanto quanto lo sono l'ambiente e gli animali.

Ed è proprio questo che lo pone in un'ottica che va oltre le ideologie sinistra-destra, al punto da far amare o aver fatto amare nel corso della Storia, personalità politiche quali Chavez, ma anche Che Guevara, Castro, Peron, Garibaldi, tanto a persone di destra che di sinistra, pur sapendo che proprio questi eroi combattenti erano oltre le ideologie, su un altro piano che li poneva al centro di una prospettiva politico-sociale umanitaria.

E forse è proprio questo che ha fatto paura, durante la Guerra Fredda, all'Urss ed agli USA, ed ancora oggi fa paura ad un'Occidente ove l'essere umano è messo in disparte e sostituito da parole quali “crescita”, “sviluppo”, “crisi economica”, “produttività”, in luogo di “decrescita”, “sviluppo del potenziale umano e sociale”, “crescita interiore” e così via.

E questa non è mera retorica “no-global”, anche perché chi scrive non ha mai militato nelle file noglobaliste, ma pura osservazione di fatti storico-sociali.

Interessante poi l'organizzazione della rappresentanza politica di base nel Venezuela chavista, ove si è giunti ad un pressoché superamento della democrazia rappresentativa, attraverso l'istituzione di Consigli Comunali aperti a tutta la cittadinanza locale. E si pensi che proprio in America Latina, a Porto Alegre in Brasile nel 1989, si è avuto il primo esempio di Bilancio Comunale Partecipativo, ovvero alla cui formazione partecipò la cittadinanza attiva stessa.

Altro che Movimento Cinque Stelle ! Altro che boutade grillesche tanto per accaparrarsi qualche voto e qualche sedia da scaldare in Parlamento pagata dai contribuenti !

Anche l'economia chavista è fondata su principi di equità, ovvero se un'azienda privata è inattiva e non è venduta dal proprietario oppure il proprietario non vuole riattivarla attraverso il contribito dello Stato, questa può essere espropriata e dichiarata di interesse nazionale e, spesso, è data in autogestione ai lavoratori medesimi.

Hugo Chavez ha potuto fare tutto questo, così come ha posto le basi per una possibile fondazione degli Stati Uniti dell'America Latina, attraverso continui dialoghi con Morales, con Lula, con i Kirchner, con Mujica, che fu suo grande amico e che oggi è considerato il miglior leader politico mondiale al punto che l'Italia gli ha dedicato il recente saggio “Le felicità al potere” (EIR edizioni), che sarà nostra cura recensire prossimamente.

E Chavez ha potuto fare questo grazie all'ampio consenso elettorale conquistato in oltre dieci anni di governo ed oltre a ciò di cui abbiamo parlato, ha varato anche leggi sulle unioni civili e contro l'omofobia. Leggi impensabili persino nella nostra “democratica” Italia.

Ma di questo in Occidente si parla poco. O se ne parla male. Si preferisce denigrare e/o oscurare.

Addirittura la trasmissione televisiva “Alo Presidente”, da noi, viene presentata come una “macchietta propagandistica”. Ed invece fu l'occasione per mostrare al popolo venezuelano un leader nella sua umanità, nella sua quotidianità. Fatta di battute istrioniche, di balli, di canti della tradizione caraibica, ma anche allo scopo di dar voce alla periferia ed alle periferie (dalle quali lo stesso Chavez proveniva) che da noi sono e rimangono emarginate e senza una voce, senza una rappresentanza, chiuse nel loro degrado urbanistico.

E si pensi che il sistema televisivo venezuelano è ben più pluralista del nostro, fondato sul duopolio/monopolio Rai-Mediaset, con programmi tutti uguali e senza alcun autentico scopo sociale e culturale.

Ed i numeri parlano chiaro: dal 1998 al 2008 in Venezuela la disoccupazione è stata ridotta dal 16% al 6%, la mortalità infantile è stata ridotta, l'analfabetismo è pressoché scomparso. Certo, il tasso di criminalità rimane ancora alto, l'inflazione è altissima, il calo del prezzo del petrolio sta creando molti problemi. Ma al popolo è stata offerta una prospettiva nazionale. Con delle basi culturali e sociali: bolivarismo e socialismo umanitario. Prospettive che andrebbero importate, specie se pensiamo che noi abbiamo avuto Garibaldi e Mazzini quali eroi nazionali, ma che abbiamo saputo vilipendere i loro ideali di un'Europa unita per prostituirla alle banche - Banca Centrale Europea in primis - ed al Fondo Monetario Internazionale, oltre che alle multinazionali ed ad un'immigrazionismo senza regole, foriero solamente di ulteriore sfruttamento dell'uomo sull'uomo e di povertà e degrado generalizzato.

L'America Latina dal 1998 ad oggi sta rinascendo: con Chavez prima e con Mujica oggi. La vera Primavera del mondo è tutta lì. La vera ricetta per uscire dalla crisi globale è tutta lì: amore per il popolo, potere al popolo, socialismo del ventunesimo secolo, nazionalismo, fine dell'austerità, fine del sistema politico ed economico fondato sulla prevaricazione e sul profitto, ovvero sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e delle risorse (sempre più scarse, peraltro). Riscoperta della natura e di un'autentica dimensione sociale (e non “social”, ovvero fondata sull'onanismo del web imposto da Facebook e da Twitter).


Luca Bagatin




22 gennaio 2015

Antonio Martino: un candidato Presidente che "Amore e Libertà" (ferma restando l'utopistica ma seria proposta di candidare José Mujica, ex Presidente dell'Uruguay), potrebbe vedere favorevolmente

Sappiamo che è, sarà e rimarrà un'illusione, purtuttavia una candidatura al Quirinale di Antonio Martino, noto liberale e libertario, potrebbe essere auspicabile.
Martino, fra le altre cose, in tempi non sospetti e parlandone diffusamente nel suo saggio "Semplicemente liberale", da noi recensito, propose un sistema elettorale auspicato anche dal nostro movimento-pensatoio "Amore e Libertà", ovvero  l'introduzione di un sistema elettorale a sorteggio, fra tutti gli elettori italiani, in modo da avere un Parlamento di cittadini, senza più partiti e candidati che spendono e spandono risorse pubbliche al fine di garantirsi un posto in Parlamento.
Un sistema che, in sostanza, vada a ricalcare l'Agorà dell'Antica Grecia, culla della vera Democrazia.
Per queste ragioni Antonio Martino ci appare un candidato sufficientemente credibile, pur all'interno di un sistema istituzional-prostutizionale assolutamente lontano dalla civiltà, dalla democrazia e dalla libertà.



17 aprile 2012

"Semplicemente liberale" di Antonio Martino: un libro per uscire dalla crisi

Antonio Martino - figlio dell'illustre Ministro liberale Gaetano - nonchè egli stesso liberale e già deputato di Forza Italia e del Popolo delle Libertà, nonchè già a sua volta Ministro degli Affari Esteri nel '94 e successivamente, nel 2001, della Difesa, è certamente uno dei rari politici italiani che si caratterizzano per chiarezza, onestà intellettuale e morale.
Economista specializzatosi presso la University of Chicago, ha insegnato presso le Università "La Sapienza" e "Luiss" di Roma, oltre che nelle Università di Messina, Napoli e Bari ed ha pubblicato un ottimo ed esaustivo libro edito da Liberilibri (www.liberilibri.it) dal titolo "Semplicemente liberale".
Un ottimo compendio di economia e politica liberale, adatto in particolare ai tempi che stiamo vivendo, ove, come illustra lo stesso Martino, hanno completamente fallito tutte le politiche stataliste e keynesiane proposte in questi anni da burocrati e politicanti.
Il vero liberale, infatti, non difende la libertà di mercato solo per mere ragioni economiche, bensì perché esse sono conseguenza diretta delle libertà politiche e civili.
Martino, innanzitutto, illustra il fallimento delle politiche stataliste, costruttiviste e socialiste, le quali, anche se animate da "buoni propositi", in realtà hanno ottenuto risultati deludenti che, nei fatti, hanno impoverito i cittadini-contribuenti a causa dell'esosità dell'imposizione fiscale e della presunzione di poter controllare ogni settore dell'attività economica.
Antonio Martino pone come esempio la disoccupazione, la quale dovrebbe essere risolta a livello microeconomico e, ad oggi, colpisce in particolare i giovani, ovvero coloro i quali fanno più fatica ad inserirsi in un mercato del lavoro spesso frenato dallo Stato.
Pensiamo, infatti, a quella che Martino definisce ottimamente "penale" che il datore di lavoro deve pagare allo Stato italiano per ogni individuo che assume, ovvero i vari oneri sociali, fiscali e para-fiscali, che spesso incidono doppiamente rispetto alla retribuzione del lavoratore stesso ! E che, in questo senso, scoraggiano le assunzioni. Senza contare poi una legislazione che rende difficilissimo il licenziamento e spesso obbliga gli imprenditori ai cosiddetti "reintegri", in luogo di una ben più congrua e meno umiliante montetizzazione in favore del lavoratore.
Inoltre, Antonio Martino, spiega come il mercato e la libera concorrenza siano anche l'unico antidoto al formarsi di monopoli e fa l'esempio dell'Ibm, la quale, da monopolio del computer negli anni '80, oggi non è più un colosso e deve competere con aziende dei personal computer molto più potenti e creative.
La stessa cosa è accaduta anche con la televisione e qui, Martino, spiega come siano coercitive e dannose eventuali norme antitrust, le quali sarebbero persino antidemocratiche, in presenza di un libero mercato ove ciascun telespettatore-consumatore, può scegliere il canale che più gli aggrada di vedere e tale "gradimento" sia misurato dal famoso share.
Purtroppo, afferma Martino, è vero che il XX secolo è stato il secolo dello statalismo, così come profetizzato ed auspicato da Mussolini, il quale parlava di un secolo autoritario, di destra, fascista e statalista.
Infatti, il XX secolo è stato il secolo dei Mussolini, Hitler, Stalin, Pol Pot, Keynes e Roosvelt, con l'estensione dell'assistenzialismo di Stato di tipo bismarkiano, delle illusioni programmatorie e della politicizzazione e burocraticizzazione della società e della vita dei cittadini...resi sudditi.
E' il momento, spiega Antonio Martino, di un nuovo umanesimo liberale, il quale dipende unicamente dall'individuo.
L'Autore è illuminante persino allorquando spiega come non sia assolutamente vero che i Paesi con maggiori risorse naturali e giacimenti, oppure Paesi ex potenze coloniali, siano necessariamente i più ricchi. Anzi. Vediamo infatti come la Svizzera ed il Giappone, assolutamente privi di risorse, siano enormemente più ricchi di Paesi come Brasile o Argentina.
E ciò è dovuto essenzialmente al fatto che questi Paesi sono diventati ricchi grazie al loro sviluppo economico, ad una bassa tassazione ed all'investimento di capitali e di risorse umane al fine di produrre ricchezza ed innovazione.
E qui Martino spiega anche come siano totalmente improduttivi ed inutili, oltre che potenzialmente dannosi, gli stanziamenti economici in favore deiPaesi cosiddetti poveri, i cui fondi spesso andranno a beneficio dei governi, spesso tirannici, o comunque senza alcuna volontà di sviluppo.
La ricchezza, dunque, è un prodotto dell'ingegno umano e non di fantimatiche politiche interventiste, come invece riteneva l'economista Keynes.
In questo senso possiamo anche notare come i Paesi più sviluppati siano anche quelli in cui, oltre alla bassa tassazione, è ridotta anche la spesa pubblica e, dunque, gli interventi assistenziali. Questi ultimi pressochè sempre a vantaggio di burocrazia, propaganda politica e classe politica corrotta.
Non a caso, lo stesso Antonio Martino, ricorda che la massima cara agli economisti liberali è sempre stata "il commercio unisce, la politica divide" ed è per questo che i commerci sono sempre stati un ottimo strumento, sia in termini di sviluppo economico, che in termini di diplomazia internazionale. Gli scambi commerciali, infatti, non conoscono nè frontiere nè razze, nè differenze religiose, sessuali oppure di idee politiche. In particolare, poi, se pensiamo che ogni singolo prodotto che acquistiamo, esso è costituito da componenti provenienti dai più disparati Paesi del globo terrestre !
Il liberalismo, secondo Martino, dunque, non sarà garanzia sufficiente per il mantenimento della pace, ma certamente - come affermava Bastiat - ove passano le merci non passano gli eserciti. E si noti come sia stato da sempre il protezionismo e mai il liberalismo, a causare conflitti armati.
E, forse non è un caso se i peggiori regimi dittatoriali del Mondo, a destra a sinistra, siano e siano stati regimi statalisi, marxisti, fascisti o comunque burocratici ed autarchici.
Antonio Martino affronta poi il tema del cosiddetto Welfare State, che andrebbe completamente smantellato o, comunque, riformato in modo da garantire solamente chi ne ha realmente necessità.
Egli dimostra infatti - dati alla mano - come l'assistenzialismo universale abbia in realtà aumentato il numero di poveri anzichè ridurlo. Ed ha totalmente lasciato scoperti settori ormai completamente ridotti all'indigenza.
E ciò in quanto si sono spese risorse pubbliche a totale beneficio della burocrazia e di programmi inefficienti e causa primaria di spreco.
Ne è un esempio lampante il Welfare State italiano ed il sistema pensionistico "a ripartizione", ormai al collasso, che andrebbe - secondo Martino - sostituito con un sistema a capitalizzazione, permettendo ai lavoratori di optare per fondi pensionistici privati, con un rendimento maggiore.
L'ottimo Antonio Martino torna poi sull'argomento occupazione e disoccupazione e spiega come "essere occupati" non significhi "percepire un reddito", bensì produrlo. In questo senso dimostra come i tanti cosiddetti lavori socialmente (in)utili non siano altro che escamotage ideati dalla classe politica parassitaria al fine di garantire un reddito sicuro a determinati settori sociali a scopo propagandistico e...a spese del contribuente !
E' l'ennesimo esempio di come l'aumento della spesa pubblica improduttiva sia conseguenza della distruzione di posti di lavoro produttivi e dunque dell'impoverimento dell'intera società, costretta a doversi sobbarcare interamente tale spesa che, nei fatti, avvantaggia solamente burocrati e classe politica.
Un intero capitolo, atto anche a rafforzare quanto già scritto, Antonio Martino lo dedica alle critiche all'economia keynesiana ed alle cosiddette politiche di "deficit spending", le quali prevedono buchi di bilancio statale al fine di coprire l'aumento della spesa pubblica.
Tali politiche, pur fornendo immediati benefici, sono totalmente dannose nel lungo periodo poiché le generazioni future saranno costrette a pagare per i debiti contratti da quelle precedenti...ovvero, più precisamente, dallo Stato assistenziale e burocratico.
Ultimamente, in Italia, si parla molto di inserire il pareggio di bilancio nella Costituzione della Repubblica. Antonio Martino spiega come questo proposito fosse già stato avanzato, anni or sono, dal politico liberale Luigi Einaudi,
Il pareggio di bilancio, infatti, sarebbe l'unico strumento in grado di obbligare la classe politica a limitare le spese pubbliche e, conseguentemente, ad abbassare le imposte, in modo tale da aumentare la base imponibile e garantire maggiore benessere e sviluppo economico. In questo senso, Martino, ritiene prioritario giungere ad un vero federalismo fiscale, sull'esempio della Svizzera e degli USA, abolendo dunque gli enti politici intermedi, Province in primis ed accorpando i piccoli Comuni, e, dunque, snellendo il livello di burocrazia locale e premettendo così alle singole realtà territoriali di gestire, responsabilmente, il pubblico danaro.
Il sesto capitolo di "Semplicemente liberale" è particolarmente gustoso e di scottante attualità, in quanto parla delle spese della "casta" ed avanza delle pragmatiche proposte.
Antonio Martino, infatti, spiega come, al fine di evitare l'assenteismo parlamentare, i regolamenti prevedano che, ogni assenza del parlamentare dalle sedute di Camera o Senato, nonchè ogni astensione dalle votazioni, gli sia decurtata dallo stipendio. Ciò produce un eccesso di votazioni (ed il pessimo costume dei cosiddetti "pianisti") tali da aver reso l'Italia il Paese dalle oltre 200.000 leggi.
Pertanto Martino propone un sistema esattamente opposto, ovvero il pagamento di un "tot" per ogni votazione del parlamentare, in modo da far sì che lo stesso si rechi alle votazioni unicamente di effettivo interesse per il Paese.
Altra proposta, a tratti paradossale, è l'introduzione di elezioni a sorteggio, fra tutti gli elettori italiani, in modo da avere un Parlamento di cittadini, senza più partiti e candidati che spendono e spandono risorse pubbliche al fine di garantirsi un posto in Parlamento !
Proposta paradossale, forse, ma sicuramente democratica se è vero che la democrazia è rappresentanza del popolo.
I capitoli finali sono dedicati alla lotta al proibizionismo ed al paternalismo di Stato, ovvero in favore della legalizzazione delle droghe, unico strumento per combattere la criminalità organizzata ed il mercato illegale di sostanze stupefacenti, oggi, "grazie" al proibizionismo di Stato, totalmente fuori controllo e contro quel paternalismo statale che, persino negli USA, vorrebbe imporre ai cittadini una vita più sana, persino con speciali diete per combattere l'obesità !
Misure coercitive ed assolutamente illiberali, secondo Martino, in totale contrasto con i principi democratici e costituzionali dei Paesi civili.
L'ultimo capitolo è dedicato all'immigrazione, ove Antonio Martino, spiega come essa è fenomeno necessario e da incoraggiare, tutt'altro che dannoso. Fenomeno utile allo sviluppo economico, in particolare in settori produttivi abbandonati da persone con alta qualificazione scolastica e professionale.
Il razzismo e la xenofobia, assieme alla criminalità dunque, sono i veri nemici da combattere in uno Stato liberale.
"Semplicemente liberale" è, come dicevo all'inizio dell'articolo, un ottimo libro che affronta i problemi dell'oggi e fornisce quelle chiavi di lettura laiche e sensa pregiudizi, in grado di uscire dall'attuale crisi nazionale e mondiale.

Luca Bagatin



26 ottobre 2011

Italia: "Repubblica" incostituzionale



Stiamo da lungo tempo assistendo al totale tracollo del nostro Paese, senza che la classe politica italica, peraltro, se ne stia rendendo conto.
Si vivacchia, come sempre, con manovre che pesano sul cittadino, sul consumatore, sul povero diavolo di turno che, poiché giustamente rispetta le leggi in vigore, non può fare altro che pagare e subire.
Il governo in carica è riuscito a fare la medesima figura barbina del suo omologo precedente di matrice cattocomunista: più tasse, più burocrazia, più Stato, meno individuo, meno mercato, meno diritti.
L'opposizione, capitanata dal caravanserraglio dei post-comunisti e dei post democristiani, alleati al populismo dipietrista, non è, peraltro, in grado di assucurare alcuna stabilità e futuro al nostro Paese, nemmeno qualora riuscisse a vincere le elezioni. Cosa che, probabilmente, comunque, difficilmente accadrà.
Il cosiddetto Terzo Polo potrebbe anche essere un'alternativa possibile, ma che cosa rappresenta ? Quale linea politica hanno elaborato Casini, Fini e Rutelli ? Non si sa.
L'Italia è ormai il Paese degli Scilipoti che, uscito dall'Italia dei Valori (come il suo precedente omologo Sergio de Gregorio), si inventa un movimento, ci appioppa un simbolo della tradizione orientale che con l'Italia c'entra come la cioccolata sulla pastasciutta, e se ne va a reggere il moccolo del governo.
Governo che, obbligato dall'Europa, ad innalzare l'età pensionabile (riforma liberale giustissima, ma che avremmo dovuto attuare almeno cinque o sei anni fa), si trova di fronte il veto della Lega Nord, novello Partito Comunista d'Italia.
Abbiamo un sistema elettorale incostituzionale dal '93 ad oggi, visto che la Costituzione prevede un sistema elettorale proporzionale puro, con governi che si formano in Parlamento.
Siamo l'unico Paese al mondo che ha visto spazzare via un'intera classe politica democratica, per sostituirla con una peggiore ed antidemocratica.
Abbiamo una Repubblica che dovrebbe essere riformata dalle fondamenta, diventare presidenziale, senza condizionamenti partitocratici e con minori costi per il Parlamento e per la politica.
Un Parlamento che dovrebbe occuparsi unicamente di fare le leggi, possibilmente il più laiche e liberali possibili ed invece così non è.
La Cancelliera tedesca Angela Merkel ed il Presidente francese Sarkozy, intanto, ridono di noi. Possiamo mai biasimarli ?

Luca Bagatin



25 agosto 2011

I cittadini-elettori sono il nuovo Terzo Stato



Si torna dalle ferie con una balla mazzata che ricorda il vecchio Governo Prodi con Visco all'Economia e Bertinotti come spina nel fianco.
Chi l'avrebbe mai detto che, tempo dopo, Prodi si sarebbe trasformato in Berlusconi, Visco in Tremonti e Bertinotti in Bossi e Calderoli !
Beh, in effetti, chi scrive sono anni che sostiene che nei fatti esista un unico grande partito: conservatore e illiberale, capace di unificare l'estrema sinistra e l'estrema destra in nome dello statalismo e del "più tasse per tutti".
Fra le forze politiche di oggi, invero, sembra proprio non salvarsi nessuno.
Il PdL, tanto per cominciare, si è rimangiato tutte le promesse fatte negli anni: nessuna riduzione a tre aliquote fiscali, nessuna abolizione delle Province, nessuna riforma della giustizia in senso liberale, nessuna sburocraticizzazione della macchina amministrativa. Anzi, è avvenuto l'esatto opposto. Ovvero quanto ha sempre portato avanti il Pd e l'armata brancaleone della sinistra cattocomunista.
Berlusconi uguale Prodi, Tremonti uguale Visco, infatti.
Non si salva sicuramente la Lega Nord, che è il principale partito responsabile del "più tasse per tutti" in quanto non vuole alcuna riforma delle pensioni, nè vuole abolire le Province e ridurre il numero dei Comuni.
Non si salva nemmeno Casini con la sua Udc che ha proposto l'aumento dell'IVA, tassa che comprime i già compressi consumi e che andrebbe ulteriormente a penalizzare i cittadini
Come se non bastasse è arrivata persino l'"accozzaglia delle forze sinistre" (da IdV a SeL passando per Segni) con l'aggiunta, con nostro rammarico, del PLI, che sta lanciando la raccolta di firme per un referendum che, pur volendo abolire il "porcellum", vuole il ripristino del "mattarellum": altro grande porcellum elettorale in quanto obbligherebbe alleanze con chiunque pur di accaparrarsi i collegi uninominali e favorisce unicamente le forze estremiste.
Un ritorno dalle ferie che, in sostanza, penalizzerà i cittadini-consumatori-elettori che - oggi finalmente possiamo dirlo con certezza - formano un nuovo Terzo Stato contrapposto alla classe dei Nobili (i politici) ed al Clero (la Chiesa cattolica che è esente dal pagamento dell'Ici per le attività commerciali).
Un Terzo Stato che ci sentiamo da sempre di sostenere con misure, appunto, sostenibili e liberali.
Basterebbe far pagare le imposte anche alla Chiesa cattolica per le attività commerciali; abolire il sistema dell'8 per mille; abolire le Province quali enti politici; accorpare i Comuni con meno di 15.000 abitanti; abolire le municipalizzate (lasciando che i servizi siano svolti dal privato); abolire il Senato; ridurre del 40 % gli stipendi di Parlamentari e Consiglieri regionali; privatizzare la Rai; allungare l'età pensionabile. Forse, a quel punto, le imposte potremmo persino arrivare a ridurle, magari introducendo la flat tax al 20 % per tutti e non facendo pagare un solo euro a chi ha un reddito inferiore ai 15.000 euro annui.
Per quanto riguarda, poi, la riforma della legge elettorale, la Costituzione stabilisce - a dispetto di quanto avvenuto dal '93 ad oggi - un sistema di elezione proporzionale puro. Altre strade sarebbero auspicabili, ma unicamente attraverso un'Assemblea Costituente, come nel 1946.
Personalmente auspicherei una riforma che prevedesse l'elezione diretta del Presidente della Repubblica, con funzioni di governo, slegato dai partiti ed a turno unico. Per quanto concerne l'elezione del Parlamento, a Camera unica, ritengo potrebbe benissimo essere eletto su base proporzionale pura, senza alcuno sbarramento, e mantenere unicamente funzioni legislative.
Sarebbe un bel salto di qualità in direzione di un Paese che guarderebbe al liberalismo anglosassone piuttosto che ad uno statalismo che, come diceva Ernesto Rossi, "privatizza i profitti e socializza le perdite".

Luca Bagatin



17 giugno 2011

Una manciata di riformette liberali e libertarie utili per ridurre i costi della pubblica amministrazione, le imposte, riformare radicalmente la giustizia e garantire le libertà civili ed individuali



RIFORMA DELLA MACCHINA AMMINISTRATIVA

Introduzione dell'aliquota fiscale unica per tutti al 20 %.
Esenzione dal pagamento delle imposte per chi ha un reddito annuo inferiore ai 20.000 euro.

Abolizione delle Province, dei Consorzi e delle Comunità montane


Accorpamento dei Comuni con un numero di abitanti inferiore a 15.000


Privatizzazione del carrozzone radiotelevisivo Rai


SISTEMA ELETTORALE E RIFORMA ISTITUZIONALE

Sistema elettorale con due schede.
La prima che preveda l'elezione diretta del Presidente della Repubblica con funzioni di Governo e con potere di nomina e revoca dei Ministri
La seconda, su base proporzionale pura, senza sbarramenti, per l'elezione del Parlamento, con funzioni legislative e di controllo


RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

Separazione delle carriere dei magistrati: i PM fanno i PM, i giudici i giudici e seguono entrambi carriere separate

Elezione diretta dei componenti del CSM che devono rispondere non al potere politico, ma unicamente agli elettori

Introduzione della responsabilità civile dei magistrati: il magistrato che sbaglia paga di tasca sua


DIRITTI CIVILI E LIBERTA' INDIVIDUALI

Introduzione delle unioni civili per le coppie etero ed omosessuali

Legalizzazione della cannabis in appositi locali pubblici sul modello olandese

Somministrazione controllata di eroina sul modello svizzero

Legalizzazione della prostituzione




30 maggio 2011

Nei ballottaggi vince l'astensionismo. Occorre un nuovo Centro per una nuova Repubblica



L'unico dato certo, anche ai ballottaggi delle amministrative 2011, è il dato dell'affluenza in calo.
Vice, dunque, ancora una volta, l'astensione.
Il centrosinistra non può dunque cantare vittoria piena, mentre il centrodestra arretra a causa delle continue sciocchezze e gaffes del Presidente Berlusconi.
Berlusconi non può e non deve continuare ad impostare campagne elettorali gridate, fatte di slogan e di nessuna proposta concreta. Oltre che continuare a farsi appoggiare da una Lega Nord becera, razzista, populista e statalista.
Ma dov'è finito lo spirito liberale del 1994 ? E' davvero scomparso definitivamente assieme agli Antonio Martino, Alfredo Biondi, Giuliano Urbani e gli altri ?
E questa sinistra dove vuole andare ? Vuole continuare a raschiare in fondo del barile appoggiandosi ai nuovi comunisti ed ai giustizialisti di ieri, oggi e domani ?
L'italiano medio si astiene e fa bene.
Di fronte alla mancanza di spazi di discussione, sempre più repressi da sistemi elettorali con sbarramenti, maggioritari, doppiturni; di fronte alla mancanza di proposte credibili, tanto da una parte che dall'altra; di fronte ad un'eversione di destra e sinistra sempre più strisciante, sdoganata dalla politica dei "due forni": quello rosso e quello blu...che fare ?
Andare al mare, astenersi, lasciare la politica sola per un po'.
Occorrerebbe un terremoto che spazzasse via questa classe dirigente, di gran lunga peggiore di quella della Prima Repubblica.
Occorrerebbe ricominciare da zero, riscrivere la Costituzione in senso liberaldemocratico, abrogandone gli articoli cattocomunisti (come il 41 ed il 42 e modificando l'articolo 1); occorrerebbe una nuova repubblica, una Terza Repubblica, come da tempo va sostenendo l'editorialista Enrico Cisnetto.
Occorrerebbe un nuovo Centro: nè a destra, nè a sinistra, ma semplicemente un nuovo Centro come ai tempi di De Gasperi, Einaudi, Sforza, Saragat, La Malfa. Un polo capace di raccogliere le forze migliori del Paese, laiche, liberali, cattolico liberali, moderate, riformatrici.
Occorre mandare a casa i tatticismi dei D'Alema e dei Bersani; gli estremismi dei Vendola e dei De Magistris; i pasticci dei Berlusconi e dei Bossi.
Per ora, accontentiamoci dell'astensione, ma in un domani non troppo lontano occorrerà ricostruire un Paese fra le macerie, come dopo il fascismo.

Luca Bagatin



30 novembre 2009

Berlusconi scelga: o con i Riformatori o con gli Statalisti


Ma sì, Brunetta è un economista di stampo liberale, mentre Tremonti uno statalista d'antan.
Niente di diverso da quel che sapevamo sin da quando questi due signori iniziarono a gravitare attorno ai movimenti costruiti da Silvio Berlusconi dal 1994 a questa parte.
E così, riteniamo che il Premier debba – una volta per tutte - scegliere la linea da seguire: o quella riformatrice o quelle conservatrice.
Oppure rassegnarsi ad una spaccatura imminente del PdL già annunciata dai continui strappi di Gianfranco Fini e da molti suoi fedelissimi.
Perché stupirsi ? Se questo governo sta facendo poco o nulla rispetto a quanto annunciato in campagna elettorale è più che giusto che qualuno faccia la voce grossa.
Dov'è finita la drastica riduzione delle imposte ? Dov'è finita l'abolizione delle Province e degli enti inutili ? Dov'è finita la riduzione della spesa pubblica improduttiva ? Dove sono finiti gli investimenti alla ricerca ?
Quanto chiede il Ministro Renato Brunetta non è altro che quanto chiede il Paese e quanto annunciato anche dal Governo Berlusconi IV dal suo insediamento.
Tremonti e la Lega Nord hanno fatto di tutto per remare contro ed allora.....eccoci qui ancora una volta senza riforme.
Berlusconi, quindi, scelga da che parte stare.
Abbia anche il coraggio di sostituire Tremonti alla guida del Ministero dell'Economia con politici liberali seri: con lo stesso Brunetta oppure con l'ottimo Antonio Martino, ingiustamente ed immeritatamente messo in soffitta da tempo dal Cavaliere di Arcore.
Si modifichino quindi anche le alleanze: si defenestri la Lega Nord e si imbarchi l'Udc ed i suoi nuovi alleati centristi.
Se così non sarà non si vede quali prospettive di rinnovamento possa aspettarsi il Paese.
E personalmente intravedo all'orizzonte un nuovo possibile cambio di rotta anche per il dopo-Berlusconi: un'aggregazione riformatrice che abbia come leader proprio Gianfranco Fini e Renato Brunetta, alleata a tutti i laici, liberali, repubblicani, radicali ed ai centristi di Casini. Capace di contrapporsi allo statalismo social-Burocratico del Pd, della sinistra e della destra estreme, di Tremonti, della Lega Nord ed al giustizialismo di Di Pietro.
Finalmente l'Italia vivrebbe così una vera contrapposizione: Liberali e Riformatori contro Statalisti e Conservatori. Con ai secondi un'opposizione assicurata per i prossimi decenni.

Luca Bagatin



12 novembre 2009

"Alleanza" per che cosa (esattamente) ?



"Alleanza ics l'Italia".
Che roba sia, ancora non sappiamo, anche se l'aspetto - già di primo acchito - sa un tantinello di vecchio e di stantio a parte quella "goliardica" ics o per che dir si voglia - un po' verde e un po' rossa - posta fra le parole "Alleanza" e "l'Italia".
Sarà che chi ha fondato questo nuovo raggruppamento è in primis Francesco Rutelli, noto per la sua incoerentissima storia politica: dall'antimilitarismo radicale, laico ed ambientalista al clericalismo cattocomunista sino al centrismo filo-casiniano. Con questi cambi di casacca, in quest'Italia ove ormai l'indistinzione e la mancanza di identità, storia e cultura politica la fanno da padrone, è riuscito anche a farsi eleggere Sindaco di Roma per due mandati e pure a farsi candidare a premier dell'Ulivo nel 2001.
Ad ogni modo e comunque, l'unica cosa che sappiamo di questa "Alleanza", promossa anche dall'ex Udc Bruno Tabacci ed alla quale hanno aderito anche Paolo Guzzanti e Giorgio La Malfa, è proprio il rapporto privilegiato che avrà con l'Udc di Pierferdinando Casini. Per il resto di programmi e di temi centrali ancora non se ne parla. Almeno sino all'assemblea nazionale del movimento, che si terrà a Parma l'11 ed il 12 decembre prossimi.
Anticipazioni pare non ve ne siano a parte il contestare questo bipolarismo basato su una "destra" populista imperniata sull'asse Berlusconi-Lega e su una "sinistra" giustizialista ed illiberale.
Sì, va bene, siamo d'accordo e lo siamo da anni però.....però non vediamo come quest'alleanza indistinta, non dissimile dai minestroni Pd e PdL, possa rappresentare qualche cosa di alternativo.
A me, personalmente, ricorda moltissimo l'UdR fondata e poi subito dopo distrutta dall'ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga nel 1999. Un partito nel quale confluirono anche sparutissimi esponenti laici, che si dissolse subito - appunto - per volontà stessa del suo fondatore e che soprattutto era completamente priva di una base programmatica (dall'UdR nacque unicamente l'Udeur di Mastella, a dirla tutta).
Un progetto già visto, dunque.
Ma un progetto senza uno straccio di programma riformatore non può stare in piedi e soprattutto senza una classe dirigente rinnovata ed identitaria.
Il dialogo fra laici e cattolici può anche star bene e giovare al Paese, così come avvenne negli anni '50 e '60 della Prima Repubblica, ma su pochi e condivisi punti di riforma che prevedano quantomeno: una drastica riduzione della spesa pubblica improduttiva; abolizione delle Province e comunità montane; separazione delle carriere dei magistrati e spoliticizzazione del CSM; riduzione progressiva delle imposte; introduzione di ammortizzatori sociali dignitosi a chi ne ha realmente bisogno; innalzamento dell'età pensionabile; privatizzazione della Rai.
Pochi punti sui quali i cittadini possano essere d'accordo all'80 e/o 90 %, evitando finalmente di dare ascolto alle lobby burocratiche del nostro Paese che mai ci permetteranno di uscire dalla crisi che - invero - viviamo da decenni.
Non sono certo gli incentivi statali all'automobile, alle banche o alla grande industria che ci possono rendere un Paese finalmente responsabile, bensì una vera e propria rivoluzione liberale che parta dalla razionalizzazione della spesa pubblica.
Quest'Alleanza per l'Italia vorrà farsi carico di un programma come questo, che al momento stanno auspicando solamente certi settori dell'attuale maggioranza di governo (Francesco Nucara, Antonio Martino, Renato Brunetta, solo per citarne alcuni) ?
Ne dubitiamo, ma se ad ogni modo ci stiamo sbagliando: ben venga !

Luca Bagatin



30 marzo 2009

Perché non costituire un soggetto politico unitario di ispirazione Liberaldemocratico-Repubblicana ?


Fa piacere che vi sia un franco ed ampio dibattito all'interno di un partito storico come il Partito Repubblicano Italiano che, finalmente, sta per concludere la sua “diaspora” con il ritorno nelle sue file di Luciana Sbarbati e del MRE.
E' segnale che il PRI è un partito ancora vivo e vegeto.
Il Consiglio Nazionale dell'Edera ha già deciso che il PRI non si scioglierà e/o confluirà nel nascente PdL, ma, ad ogni modo, in questi giorni su“La Voce Repubblicana” si sta dibattendo sul futuro del partito.
Per ora la maggioranza degli interventi sono favorevoli alle decisioni prese dal CN, per quanto le posizioni di coloro i quali sostengono una possibile necessità di trasformare il PRI in una Fondazione e di confluire nel PdL non vadano del tutto sottovalutate.
Personalmente sono fra coloro i quali preferirebbero non svendere la storia e la cultura repubblicana in un calderone che ha deciso di collocarsi nel Popolarismo europeo.
La collocazione di un partito nazionale nell'ambito dello scacchiere europeo ed internazionale non è infatti secondaria.
Il PdL ha pertanto scelto di essere e diventare un partito centrista e neodemocristiano.
Decisione legittima e che personalmente plaudo: ha abbandonato la sua collocazione a tratti destrorsa ed ha evitato i confusionismi del suo antagonista PD.
Purtuttavia è chiaro a tutti che il neonato PdL non è un partito liberale né potrà esserlo.
Il Partito Repubblicano - liberaldemocratico e laico da sempre - non può dunque accettare di confluire in un partito che non rappresenta non solo i suoi ideali, ma nemmeno la sua storia e la sua cultura.
Purtuttavia c'è da chiedersi se il PRI può pensare di mantenersi in vita con le sue sole forze.....e qui cominciano i dubbi.
La sua storia è quella di un partito d'opinione, di grandi idee ed ideali concreti (molti dei quali recepiti da questa maggioranza di governo come il ritorno al nucleare, la lotta agli sprechi nella Pubblica Amministrazione, la collocazione occidentale e a fianco di Israele e la proposta di abolizione delle Province....nonostante la contrarietà della statalista e antistorica Lega Nord).
Purtuttavia siamo un po' scarsi in risorse e voti da sempre, tanto più oggi che sono in auge i “calderoni senza idee” ovvero i “partiti senza storia”.
Ed allora non troverei disonorevole il pensare di andare oltre il PRI e dunque ad un suo scioglimento, che però rispetti la sua storia, cultura e tradizione.
Uno scioglimento che veda protagonista non il solo PRI, ma anche il PLI di De Luca e Guzzanti ed i Liberal-Democratici di Daniela Melchiorre (che peraltro hanno costituito già a suo tempo, in Parlamento, con il PRI, il gruppo Liberaldemocratici-Repubblicani).
Uno scioglimento che dia vita ad un soggetto politico unitario che potrebbe chiamarsi Alleanza Liberale o Unione Liberaldemocratica: che contenga nel suo simbolo sia l'Edera repubblicana che il Tricolore liberale.
Dare vita ad un nuovo soggetto politico unitario, capace di essere al contempo alleato, ma anche concorrente del PdL, quantomeno nel medio periodo e portatore di istanze di libertà individuale, di rigore nei conti pubblici, di rinnovato europeismo.
Tale soggetto non dovrà però essere una sorta di Rosa nel Pugno, ovvero non dovrà essere una mera alleanza elettorale o una federazione di partiti, bensì prevedere un proprio tesseramento e l'unità delle sedi e delle sezioni. Condizione minima per essere, ovvero ambire a diventare un grande partito unitario.
Il nostro obiettivo minimo dovrà essere il 4% e dunque la possibilità di essere gli unici autentici  rappresentanti dell'Eldr in Italia.
E' una proposta forse un po' ambiziosa, che purtuttavia sommessamente lancio a tutti i consociati del PRI, ai Consiglieri Nazionali, al Segretario Nucara, agli stessi organi dirigenti del PLI e dei Liberal-Democratici.
Forse ce la potremmo fare, magari anche a partire delle imminenti Elezioni Europee.

Luca Bagatin


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini