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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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30 ottobre 2012

L'INTERVENTO del prof. Aldo A. Mola

INDIMENTICABILE PASCOLI

di Aldo A. Mola


Furono il toscano Giosue Carducci e il romagnolo Giovanni Pascoli a scrivere i versi più memorabili sul Vecchio Piemonte, quello che “fece l’Italia” con i suoi re, i cospiratori e gli esuli, mazziniani e garibaldini, giovani e meno giovani dalla vita un po’ disordinata ma che, al momento giusto, accettarono le redini e le staffe della monarchia: il siciliano Francesco Crispi e gli emiliani e romagnoli Luigi Carlo Farini, Manfredo Fanti, Enrico Cialdini. Malgrado sorrisi ironici, l’ode Piemonte sopravvive al crepuscolo della scuola.

Ma chi è “Zvanì” Pascoli? Poeta sommo della Nuova Italia, forse tra i più sublimi del Novecento. Vittima, con tutta la sua famiglia, dell’assassinio di suo padre Ruggero, amministratore della tenuta dei principi Torlonia a San Mauro, il 10 agosto 1867. Venne ammazzato da chi voleva prenderne il posto e allo scopo usò due manutengoli, drappeggiati da repubblicani. Liberate dal giogo del Legato pontificio, le Romagne ne subivano un altro: la guerra sociale strisciante contro proprietari e uomini d’ordine. Quelle plaghe rimasero teatro di delitti e infamie. Profondo Nord. Non per caso, il primo maxiprocesso della storia d’Italia non fu celebrato in Sicilia ma a Bologna contro la “associazione di malfattori”, iceberg della “setta degli accoltellatori: un mondo che arrivava e sarebbe andato lontano drappeggiando come anticlericalismo l’ odio contro la borghesia e la ricerca di profitto personale a soddisfazione di istinti inferiori.

Giovanni Pascoli rimase schiacciato dall’assassinio del padre, che quasi portò Oltretomba sua moglie e molti dei dieci figli. Una tragedia. Sopravvissero lui, Ida, Maria (Mariù) e Raffaele (Falino), che ebbe vita disordinata. Nel collegio dei padri Scolopi a Savignano sul Rubicone e all’Università di Bologna, ove studiò lettere grazie alla meritata borsa di studio Giovanni bevve calici amari. Come ad Andrea Costa, internazionalista ma dal 1882 primo deputato “rivoluzionario”, fu folgorato dal socialismo, il “sol dell’avvenire”: insegna dieci anni prima ideata da Giuseppe Garibaldi. Socialismo per Pascoli significava libero pensiero, progresso civile, soccorso ai bisognosi e “dimenticati”, come egli si sentì’ per tutta la vita. Allievo a Bologna di Giosue Carducci, che in pochi anni ridestò l’Università e ne fece faro della Terza Italia, con altri giovani Pascoli cercò di spiegare le radici dell’attentato al re compiuto dal cuoco Giovanni Passannante con un innocuo coltellino. Arrestato, detenuto tre mesi e processato, Zvani fu assolto. Riprese gli studi e divenne…Pascoli. Dalle cattedre liceali di Matera, Massa e Livorno passò alle universitarie e nel 1905 ereditò a Bologna quella di Carducci, alla cui morte prese sulle spalle la “canzone dell’Italia”, altrimenti monopolio di Gabriele d’Annunzio. Lavorò ai Poemi del Risorgimento, un’opera dimenticata nel 150° dell’unificazione italiana, forse perché prova che il socialismo umanitario otto-novecentesco non è antinazionale ma capace di patriottismo, come già avevano insegnato Garibaldi e Carducci. Pascoli non ebbe nessuna tessera se non quella di Poeta, cioè la tessera dell’Universo, contemplato a Livorno, a Castelvecchio di Barga, nel breve ritorno a San Mauro, nella sua “Romagna solatia”. Anziché subire la tessera di partiti-chiese (cioè vincolanti), Pascoli cinse i fianchi con il grembiale di massone, nella loggia “Rizzoli” di Bologna. Venne iniziato con procedura speciale (settembre 1882, un anno prima dell’ingresso di Andrea Costa nella “Rienzi di Roma) perché in partenza pe Matera, da operaio della parola. Libero pensatore portò sempre con sé quel breve passaggio tra le colonne: da un luogo qualsiasi all’Universo, un “pavimento” bianco e nero e la volta stellata. Come ricorda Adele Cencetti in Giovanni Pascoli: una biografia critica (Le Lettere), tante volte Zvanì lasciò trapelare la conoscenza del cifrario massonico. Lo dicono i versi sull’incontro tra Garibaldi e Mazzini: “Tre colpi all’uscio. Era un fratello. Avanti…”.

Carducci scrisse che le “sette” erano state necessarie all’unificazione. Pascoli andò oltre. Celebrò Carlo Alberto di Savoia come“re dei Carbonari”. Cercò documenti. Colse bene la dimensione europea del liberalismo. E capì che esso doveva fondersi con il socialismo umanitario. Lo disse nel discorso sulla guerra per la sovranità dell’Italia su Libia e Cirenaica: “La grande proletaria si è mossa…”. Era il 1911, l’anno in cui scrisse in latino l’ Inno a Roma.

Pascoli solo “fanciullino”? In quale senso? Le sue grandiose visioni della storia, l’identificazione di Napoleone con Pan, la Natura, la Vita vanno molto oltre la piccola Belle Epoque che mescolò egoismi con esordio della finanza internazionale, la prima crisi borsistica con ricadute sulla produzione industriale, conflitti sociali esasperati, lo sciopero generale del 1904, la rivoluzione russa del 1905…. Esse additano mete, grondanti di sangue e di duri sacrifici, come era stata la sua vita. Malgrado lo sforzo linguistico talora affatichi l’efficacia poetica dei suoi componimenti “storici” (è il caso dei Poemi italini e canzoni di Re Enzio) Pascoli rimane voce vivida. Perciò è davvero singolare che, appena insediato al ministero dei Beni Culturali, Ornaghi, già rettore dell’università Cattolica, si sia affrettato ad azzerare il progettato Comitato nazionale per il centenario della morte di Pascoli, un omaggio che poteva essere a costo zero per un gigante che non ebbe il Nobel ma vinse tredici medaglie d’oro ai concorsi di poesia in latino banditi dall’Accademia di Amsterdam. Ne vendette alcune per acquistare la casetta nel verde di Castelvecchio per sé e la sorella Mariù, due passi dalla cappella ove i due infelici riposano: cattolicissima lei, libero pensatore lui, passato all’Oriente Eterno senza bisogno di speciale viatico. L’aveva avuto dalla vita.

Malgrado l’oblio del ministero (che poi vuol dire del governo, dello Stato!), non tutti dimenticano il grande poeta della memoria individuale e collettiva , dei popoli e dell’umanità. Chissà se vorrà ricordarsene il Vecchio Piemonte che gli ispirò Ciapin, commossa evocazione del maggiore monregalese Giuseppe Galliano, eroe di Macallè, morto ad Adua come i generali Giuseppe Arimondi, di Savigliano, e Giuseppe Ellena, saluzzese? (*)

Aldo A. Mola



23 giugno 2012

Luca Bagatin a Radio Radicale



Devo ringraziare l'amico Lanfranco Palazzolo, giornalista di Radio Radicale, per questo splendido servizio fotografico, interamente visibile (e scaricabile ahahahahah), al link:

http://lanfrancopalazzolo.blogspot.it/2012/06/luca-bagatin-radio-radicale.html




PERCHE' RADIO RADICALE E' L'UNICA SENZA MEDIAZIONI, SENZA FILTRI (come le Stop, ve le ricordate ???!!!), SENZA VELINE.
PERCHE' RADIO RADICALE E' DENTRO, MA FUORI DAL PALAZZO.

MICA CALZETTONI !!!!

(visibile, a Roma, anche sul digitale terrestre al canale 118)



1 giugno 2012

Seminario di rinascita del quotidiano l'"Avanti!" il 9 e 10 giugno: il mio saluto ed augurio



Sabato 9 e domenica 10 giugno, presso la Biblioteca Storica della rivista "Critica Sociale", al Teatro Borgo in Brera (MI) di Via Formentini 10, si terrà il seminario di rinascita del quotidiano di area socialista l'"Avanti!" (quello vero, senza "cammellate" lavitoliane).
Maggiori informazioni potete trovarle al sito www.criticasociale.net.
Ringrazio il direttore di Critica Sociale, Stefano Carluccio, per l'invito, ma, purtroppo, in quei giorni non mi sarà possible essere presente.
Ho pertanto inviato un breve testo di augurio, saluto ed auspicio che ho chiesto sia letto in mia vece al seminario e che riporto qui, in anteprima.

Saluto con grande simpatia la rinascita dell'Avanti che, mi auguro, possa essere anche la casa di chi, come me, non è né socialista né di sinistra, bensì repubblicano e liberale.
Penso che ad unirci sia una storia di comuni lotte per la libertà individuale e l'emancipazione, che fonda le sue radici nelle lotte risorgimentali contro l'oppressore straniero e clericale e, successivamente, la lotta al nazifascismo ed al comunismo, anche nella sua declinazione recente di cattocomunismo, vero, autentico responsabile della caduta della democrazia in Italia nel 1993.
Dal 1993, infatti, viviamo in una sorta di "dittatura mascherata", ove a farla da padrone sono presunti partiti o, meglio, "comitati d'affari" che si dicono "di destra" e/o "di sinistra", quando, nei fatti, sono entrambi uniti nella spartizione delle spoglie dello Stato, ai danni dei cittadini.
Personalmente non credo più ai partiti o alla necessità di costruirne di nuovi. Credo però alle radici culturali che accomunanoi nostri storici partiti laici e ritengo che tale storia debba "condizionare ed indirizzare" positivamente tanto coloro i quali si definiscono di destra, che coloro i quali si definiscono di sinistra.
Personalmente sono fra coloro i quali hanno creduto e credono che solo dalla parte opposta rispetto all'attuale "centrosinistra" possa nascere qualche cosa di autenticamente riformatore.
Credo in un nuovo, autentico, Movimento per le Libertà tutto da costruire. Libertà economiche, civili, sociali e sessuali. Oltre la destra e la sinistra. Che magari dialoghi anche con Beppe Grillo, perché no.
Ed auspico che l'Avanti possa essere la casa quotidiana di tutti i laici che lavorano per tali libertà. Senza "feticismi", senza "colori ideologici", bensì con contenuti avanzati.
Un caro saluto a tutti.

Luca Bagatin
scrittore e blogger



23 maggio 2012

Una tassa da far pagare a chi ci governa male (per un ritorno alla responsabilità individuale ed alla meritocrazia)


C'è una cosa che mi sono sempre chiesto, ovvero come mai, in Italia, nessuno - ai "piani alti" - sia mai responsabile di nulla.
Pensiamo ad esempio ai magistrati i quali, nonostante un referendum vinto a maggioranza, infatti, non sono responsabili del loro operato. Se un magistrato, nell'esercizio delle sue funzioni, ad esempio, sbaglia, condannando un innocente, non è affatto responsabile. A pagare, al massimo, è lo Stato, ovvero il cittadino.
Non è strano tutto ciò ?
Poi, c'è un'altra irresponsabilità endemica, che è quella del politico, nella fattispecie dell'amministratore pubblico, sia egli Sindaco, Presidente di Regione, di Provincia, Presidente del Consiglio o Ministro.
L'amministratore pubblico è sempre e comunque irresponsabile di fronte al cittadino che, peraltro, è chiamato ad eleggerlo.
Da qualche tempo sono persuaso che andrebbe introdotto un sistema atto ad ovviare ai seri danni economici e non solo, perpetrati nelle pubbliche amministrazioni.
Non è possibile, insomma, che a pagare ed a ripianare i bilanci pubblici, debbano essere sempre i cittadini italiani, per mezzo dei loro danari frutto di risparmi e onesto lavoro.
Le imposte sono un bene, ma solo se sono poche ed atte a finanziare precisi servizi pubblici essenziali. In Italia, purtroppo, non è mai stato così ed il bilancio dello Stato è sempre stato oggetto della peggiore demagogia e del peggior populismo di gran parte della classe politica, in particolare negli ultimi vent'anni.
Per ovviare a ciò, posto che è stato approvato il sacrosanto pareggio di bilancio (utile ad evitare che le successive generazioni continuino ad indebitarsi, alla faccia di burocrati e politicanti spendaccioni), sarebbe opportuno stabilire che, una volta eletto (e chi scrive auspica che sia eletto direttamente dai cittadini, a turno unico, meglio se slegato dai partiti e dal Parlamento, il quale dovrebbe solo avere funzioni di controllo e legislative), il governo in carica, esso, per mezzo del Presidente e dei suoi Ministri, stilasse un programma, con tanto di bilancio di previsione, con relative entrate e relative coperture finanziarie.
Una volta terminato il mandato, dopo cinque anni, se gli obiettivi stilati nel programma e nel bilancio saranno raggiunti, tale governo potrà anche ripresentarsi agli elettori, diversamente, se vi saranno buchi di bilancio o le aspettative programmatiche saranno disattese, il Presidente ed i suoi Ministri, avranno l'obbligo di pagare di tasca propria una "tassa di scopo", con il preciso "scopo" di ripianare il bilancio.
Tale proposta potrà sembrare provocatoria, ma, pensateci bene. Non sarebbe un modo per ovviare allo promesse a vanvera dei politicanti ? Non sarebbe un modo per evitare sprechi di danaro pubblico e finanze allegre, prive di coperture ? Non sarebbe un modo per rispondere direttamente agli elettori, rimettendoci, eventualmente, del proprio ?
Ricordiamo che la parola "Ministro" deriva da "servo", ovvero egli è o dovrebbe essere "servo del popolo", ed una proposta di questo tipo servirebbe, appunto, a ripristinare la funzione originaria dei Ministri, a cominciare dal Primo Ministro, anche a livello locale nella persona del Sindaco e dell'Amministratore Pubblico.
Chiunque avrà il coraggio di introdurre una norma di questo tipo, io credo, riceverà certamente il plauso da parte di un'opinione pubblica la cui fiducia nei confronti di "questa" politica è ormai, e giustamente, sotto le scarpe.

Luca Bagatin



24 gennaio 2012

L'AVANTI! C'E' (in edicola con Il Riformista)




1 gennaio 2012

Bentornato AVANTI!






14 gennaio 2009

Bettino Craxi: l'ultimo statista dell'Italia repubblicana



Sono passati nove anni dalla morte di Bettino Craxi, l'ultimo grande statista della Prima Repubblica.
Forse sarebbe meglio dire: l'ultimo grande statista dell'Italia repubblicana.
Dopo la sua dipartita fisica ed ancor prima politica, avvenuta questa nei primi anni '90, nessun politico è riuscito ad eguagliarlo per risultati conseguiti.
Ci duole ricordare che la fine politica di Craxi avvenne per mezzo di quella che egli stesso definì la “falsa rivoluzione” giudiziaria, che vide convergenti parte della magistratura, i Poteri Forti, la sinistra democristiana ed i post-comunisti: coalizzatisi tutti contro la ventata d'aria nuova portata dal garofano socialista craxiano.
I soliti moralisti e gli pseudo moralizzatori della politica, oggi autoproclamatisi “democratici”, hanno così creduto di sostituirsi agli unici partiti democratici che l'Italia abbia mai avuto dal dopoguerra: la Dc, il Psi, il Pri, il Psdi ed il Pli ed invece sono stati ripetutamente sconfitti dal Cavalier Berlusconi, che peraltro fu intimo amico dello stesso Bettino Craxi che, come è noto, nel governo oggi da lui stesso presieduto, ha dato grande rilievo alla componente socialista liberale.
Ho recentissimamente visto su Canale 5 il documentario girato da Paolo Pizzolante e scritto anche in collaborazione con lo storico Ugo Finetti su Bettino Craxi e dal titolo “La mia vita è stata una corsa”.
Tale documentario ha ripercorso le esperienze politiche più significative della vita di Craxi: dalla sua gavetta come allievo di Pietro Nenni, passando per il ricordo di Salvador Allende al cimitero di Vina del Mar in Cile nel quale lo stesso Craxi si trovò puntati contro i fucili del regime di Pinochet, passando ancora per il “contratto con gli italiani” lanciato da Craxi nel 1979 (ben 22 anni prima di quello proposto da Silvio Berlusconi) nel quale egli chiedeva un voto al Partito Socialista Italiano per garantire il rinnovamento del Paese.
Ed un rinnovamento Bettino Craxi lo impresse di certo: nominato nel 1983 Presidente del Consiglio di una rinnovata coalizione di pentapartito (Dc, Psi, Pri, Psdi, Pli), dichiarò da subito che il suo non sarebbe stato un governo conservatore. Esaltò i caratteri del socialismo liberale, del liberalismo repubblicano e quelli del cristianesimo sociale, che erano le radici fondanti dell'unico centro-sinistra che l'Italia ebbe ed ha mai potuto conoscere.
Attraverso la sua azione di governo si svilupparono via via le piccole e medie imprese: il cosiddetto “Made in Italy”; si ridusse l'inflazione grazie al taglio di alcuni punti della scala mobile (contro il volere dei comunisti e dell'onnipresente e conservatrice Cgil); si restituì prestigio all'Italia a livello internazionale garantendole pari dignità con gli altri Paesi europei e con gli Stati Uniti d'America; si sancì che la religione cattolica non era più religione di Stato (per quanto il Nuovo Concordato stipulato da Craxi con il Vaticano concesse a quest'ultimo immensi privilegi, fra cui il sistema dell'8 per mille ancora oggi in vigore) e, per finire, l'Italia divenne la quinta potenza mondiale per Prodotto Interno Lordo.
Bettino Craxi propose addirittura la cosiddetta Grande Riforma, la quale puntava ad un rafforzamento dei poteri del governo per garantire la governabilità e nel settore della giustizia puntava alla separazione delle carriere del magistrati e ad uno stop alla politicizzazione della magistratura.
Risultati e proposte inimmaginabili per quegli anni, ma oggi di strettissima attualità. Risultati che non piacquero certamente ai Poteri Forti, alla magistratura, alla sinistra democristiana di Ciriaco De Mita, né piacquero tantomeno al Partito Comunista che diverrà poi Partito Democratico della Sinistra con Occhetto, D'Alema e Veltroni alla guida, una volta caduto ad Est il Muro di Berlino.
E pensare che Bettino Craxi stesso aveva proposto negli anni '90 una convergenza con i post-comunisti, lanciando un progetto di Unità Socialista (Claudio Martelli - delfino di Craxi - aveva peraltro lanciato una costituente di sinistra che potesse comprendere Psi, Pds, Radicali, Pri e Psdi).
Sdoganò addirittura i post-comunisti facendoli entrare nell'Internazionale Socialista  !
Sbagliò ed ebbe modo di pentirsene.
I post-comunisti gli diedero addosso additandolo quale conservatore e ladro. La magistratura politicizzata gli diede contro e così la stampa legata ai Poteri Forti che tanto Craxi aveva combattuto.
Il resto è Storia che conosciamo e che vede un Bettino Craxi in esilio forzato ad Hammamet in Tunisia, un Partito Socialista fatto a pezzi, così come la Democrazia Cristiana, il Partito Repubblicano, quello Liberale e quello Socialdemocratico. Un'intera classe politica democratica falcidiata solo perché finanziava illegalmente i propri partiti.....come facevano tutti ! Compresi i comunisti ed i partiti minori di ogni colore politico !
Bettino Craxi lo dichiarò pubblicamente nei suoi ultimi discorsi in Parlamento. Fu l'unico ad avere il coraggio di ammettere che dal dopoguerra tutti i partiti violavano la legge sul finanziamento ai partiti.
Craxi la violò anche per finanziare cause e battaglie di liberazione dei popoli oppressi in tutto il mondo. Ma questo allora, ovviamente, non lo disse nessuno.
C'era una lotta politica che durava dal dopoguerra: da una parte i partiti democratici occidentali finanziati dagli Stati Uniti d'America e da privati vicini all'area di governo e dall'altra un Partito Comunista finanziato dalla dittatura sovietica e poi, via via, sostenuto dai Poteri Forti. Altro che superiorità morale dei comunisti !
Questo il sistema di finanziamento illegale dei partiti politici al quale, come sostenuto anche da Craxi, si poteva porre rimedio in Parlamento senza scomodare i magistrati e soprattutto senza falcidiare un'intera classe dirigente. Sostituita peraltro poi da un'altra meno colta, meno competente e non certamente più onesta.
Oggi le indagini giudiziarie stanno colpendo coloro i quali allora si contrapposero a Craxi ed alla sua azione riformatrice. Era forse ora che si indagasse anche lì, ma la questione è e rimane comunque politica.
E forse non è un caso che dal 1994 ad oggi gli eredi del socialismo liberale, del liberalismo repubblicano e del cristianesimo sociale, si ritrovino per la maggior parte nella coalizione guidata da Silvio Berlusconi.
Una coalizione che non è certo la panacea e che abbisognerebbe di una grande spinta laica e libertaria nel solco dei Turati, degli Einaudi, dei Pannunzio, dei La Malfa, dei Pacciardi e dello stesso Craxi, ma che in ogni caso oggi può garantire ciò che altri – pseudo democratici, moralisti e pseudo moralizzatori “de sinistra”– non hanno e non saprebbero comunque garantire. Né oggi né mai.

Luca Bagatin



19 gennaio 2008

BETTINO CRAXI: A OTTO ANNI DALLA MORTE


Otto anni fa moriva Bettino Craxi, uno fra i più grandi statisti che l'Italia abbia mai conosciuto. Moriva ad Hammamet, in Tunisia, in esilio forzato a causa della Falsa Rivoluzione giustizialista che aveva colpito in particolare lui: il nemico da abbattere, colui il quale era inviso ai Poteri Forti, alla sinistra democristiana, ai postcomunisti, ai "maitre à penser au caviar", ai postfascisti ed ai leghisti.
Bettino Craxi: protagonista dell'Italia degli anni '80, quella "cha cambia", tanto per citare lo slogan del Psi di quegli anni. Un'Italia che allora entrava fra i Grandi della Terra, famosa per il "Made in Italy", con un'inflazione ridotta ad una cifra. Un'Italia di Pentapartito (retta infatti da una coalizione comprendente Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli) con la voglia di nuova modernizzazione proprio grazia a Craxi che resse uno fra i governi più longevi della Repubblica (dal 4 agosto 1983 all'1 agosto 1986).
Politico dal pugno di ferro e dal piglio genuinamente autoritario, fu l'unico leader socialista capace di trasformare il Psi in un partito autenticamente europeo ed europiesta, innovativo ed interclassista, capace di coniugare i simboli della tradizione (con il Garofano, simbolo della Comune di Parigi) con quelli della modernità (si pensi alle sfarzose scenografie dei Congressi del Psi di quegli anni realizzate dall'architetto Filippo Panseca).
Vilipeso dai conservatori si ogni colore sin dalla sua affermazione in politica alla fine degli anni '70, Craxi riuscì a tenere testa sia ai Poteri Forti rappresentati dalla grande industira (Fiat in primis), dai grandi gruppi bancari ed editoriali; sia all'ingerenza degli Stati Uniti nel nostro Paese con l'"affaire Sigonella"; sia alla sinistra conservatrice rappresentata dal più forte Partito Comunista d'Occidente, quello del moralista Enrico Berlinguer; sia al terrorismo internazionale; sia alla logora e vetusta Rai Tv, arrivando a contrapporle le nascenti e frizzanti reti Fininvest di Silvio Berlusconi, agevolando la loro ascesa.
Senza Bettino Craxi, poi, il Partito Socialista Italiano sarebbe sicuramente morto alla metà degli anni '70, fagocitato dai comunisti ai quali i predecessori di Bettino strizzavano l'occhio da tempo. Ed invece, la nuova generazione autonomista dei quarantenni, i nenniani, quella che aveva conosciuto la Rivoluzione anticomunista ed antiautoritaria d'Ungheria del '56, riuscì a conquistare e a ricostruire il partito.
Dal '76 al '92, Bettino Craxi fu leader indiscusso del socialismo italiano, mediterraneo (quello più anticomunista ed antiautoritario dei Gonzales, dei Soares e dei Papandreu) ed internazionale.
Il resto, è storia recente: vilipeso dal conservatorismo e dall'autoritarismo italiano, nonostante avesse denunciato in Parlamento (fu l'unico a farlo, nel silenzio più totale dell'Aula) che il sistema di finanziamento ai partiti era illegale per TUTTI i partiti e che non riguardava solamente i partiti democratici di governo (anzi, i comunisti erano abbondantemente foraggiati, non solo da codesto sistema, ma addiritttura dalla dittatura sovietica), per evitare il linciaggio (alimentato dai mass media) ed il carcere quale unico capro espiatorio, decise di abbandonare l'Italia per raggiungere la Tunisia, Paese che lo aveva sempre amato ed accolto, ove possedeva una casa tutt'altro che faraonica (altro che villa, come spacciato dai mass media dell'epoca !).
Oggi Betttino Craxi è stato, per così dire, "riabilitato" e non c'è libreria che non ospiti sue biografie o volumi a lui dedicati.
Personalmente non penso che egli abbia mai avuto bisogno di fantomatiche "riabilitazioni". Il Nostro fu vero leader e seppe dimostrarlo sino alla fine.
Di fronte a lui fanno davvero sorridere i vari Veltroni, Prodi, Berlusconi, tutti i traditori dell'"Italia che cambia", dell'Italia craxiana della Prima Repubblica: quella dell'innovazione.
Oggi, non a caso, il nostro Paese è ad un punto morto: il lavoro è sempre più raro e precario; i prezzi e le imposte aumentano sempre di più e la presenza dello Stato nella vita privata dei cittadini è sempre più insostenibile. Diciamocela tutta: l'Italia sta diventando davvero un Paese di serie B.
Quanto al socialismo....oggi esistono sin troppi partitini che si richiamano al Psi di Craxi, ma nessuno può dirsene vero erede. Coloro i quali li hanno costituiti, o non sono ancora veri leader a causa della loro giovane età, oppure, nella maggior parte dei casi, sono vetusti arnesi che già ai tempi gloriosi del Garofano hanno avuto tutto dal partito (fama, danaro, potere), ma hanno abbandonato Bettino nel momento del bisogno....per poi ricomparire nella Seconda Repubblica quando i cattocomunisti o i clericofascisti, saliti al Potere, hanno avuto loro da dare qualche cadrega (sic !).
Gli unici socialisti che personalmente stimo moltissimo sono davvero pochi: Paolo Pillitteri, ex sindaco di Milano, che ho avuto modo di conoscere personalmente qualche anno fa nella redazione milanese del quotidiano l'Opinione e che da tempo si è ritirato dalla politica per dedicarsi al giornalismo, nonché recentissimamente ha pubblicato la biografia degli anni giovanili di Craxi: "Quando Benedetto divenne Bettino"; Carlo Tognoli, altro ex sindaco di Milano ed ottimo storico del Socialismo italiano e per finire Aldo Chiarle, mio amico personale, ex partigiano e fervente opinionista dell'Avanti dal 1945.
Tutte persone che furono sempre vicine a Craxi, sino all'ultimo.
Ciò che possiamo augurarci, proprio grazie al materiale che oggi abbiamo sulla storia del Psi di Craxi, è che le nuove generazioni abbiano la voglia e la pazienza di approfondire questa storia italiana. Mai come oggi c'è bisogno di spirito craxiano (ma anche lamalfiano, degasperiano, einaudiano, saragattiano), ovvero politicamente e genuinamente appassionato per ridare al nostro Paese la dignità che merita.

Luca Bagatin


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di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
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 Giuseppe Mazzini