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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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19 agosto 2014

L'(anti)politica fondata sull'emancipazione dei popoli ha vinto sulla realpolitik fondata sull'economia e sul potere dei governi. Gli esempi di Bolivar, Garibaldi, D'Annunzio, Peron e Chavez

In un articolo di luglio focalizzammo l'attenzione sulla questione latinoamericana, contrapponendola a quella europea. Scrivemmo, in particolare: “Vogliamo porre l'attenzione sull'America Latina, che necessita di una nuova liberazione sull'onda non già dei vari dittatori sanguinari che ha conosciuto e che talvolta - se non spesso - sono stati finanziati dalla CIA, bensì sulla base dell'esempio e dell'insegnamento di San Martin, di Bolivar, di Garibaldi”. E, a proposito dell'Europa scrivevamo: E” vogliamo porre l'attenzione sulla nostra Europa che non è l'Europa dei Popoli e delle Repubbliche sorelle che sognavano Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini; non è l'Europa degli Stati Uniti d'Europa che sognavano Ernesto Rossi, Eugenio Colorni ed Altiero Spinelli. E' l'Europa della Merkel e di Van Rompuy. E' l'Europa degli Schulz e dei Matteo Renzi. E' un'Europa senz'anima e senza fratellanza, che se ne frega dei suoi stessi cittadini i quali sono considerati solo merci di scambio, meri individui utili solo a pagare le imposte ed a reggere un sistema bancario senza via d'uscita, visto che alimentato dal sistema del signoraggio, ovvero dello stampare moneta a più non posso – senza alcun collegamento con l'economia reale, ovvero senza tenere conto dei beni e servizi effettivamente prodotti - e del conseguente debito pubblico impagabile”.

In questo senso, volendo parlare dell'epopea di Bolivar e Garibaldi, ci rendiamo conto che questi eroi erano eroi (anti)politici. Non dimentichiamo mai che Giuseppe Garibaldi, prima di abbandonare per sempre il suo seggio al Parlamento italiano, per tornarsene nella sua Caprera a fare il contadino, schifato dalla politica post-risorgimentale dell'epoca, dichiarò: “Quando i posteri esamineranno gli atti del Governo e del Parlamento italiano durante il Risorgimento vi troveranno cose da cloaca”. Così come (anti)politici – ma ingiustamente definiti in senso spregiativo “populisti” - furono il Generale Juan Domingo Peron ed il Comandante Hugo Chavez.

Figure del nostro recente passato, Peron e Chavez offrirono tanto al popolo argentino quanto al popolo venezuelano, una prospettiva “terzista”, alternativa rispetto al Potere statunitense e sovietico, alternativa alla destra ed alla sinistra, attraverso una chiave terzomondista ed umanitaria. Peron e Chavez, in sostanza, stavano, almeno idealmente, dalla parte dei poveri e dei diseredati sfruttati dalla corruzione e dalla politica-partitica e pseudo-democratica che, allontanatasi dall'Agorà greca, ha costituito una nuova oligarchia.

L'oligarchia dei Roosvelt che fecero uscire gli USA dal sistema aureo, ovvero vietarono la conversione del dollaro in oro, costringendoci all'attuale signoraggio bancario (consideriamo che il valore nominale di ogni singola moneta o cartamoneta non corrisponde affatto alle riserve auree possedute da ciascuno Stato e ciò a tutto vantaggio delle Banche Centrali e dei Governi); l'oligarchia dei Truman e dei Kennedy, noti guerrafondai ed imperialisti, colonizzatori di Stati indipendenti; l'oligarchia dei Clinton e dei Bush, altrettanto guerradondai, come i loro precessori, che contraddissero l'esempio libertario e umanitario dei Padri Fondatori degli USA quali George Washington e Thomas Jefferson, i quali affermavano che la nazione americana avrebbe dovuto basarsi sul non interventismo, secondo il motto di Jefferson: “Pace, commercio e amicizia tra tutte le nazioni, nessun vincolo d'alleanze”.

In questo senso, il XX ed il XXIesimo secolo hanno visto il consolidarsi negli USA - che di fatto condizionano l'economia e la politica europea e mondiale - di un'alleanza fra liberal e neocon. Fra Partito Democratico in salsa roosveltian-fascio-kennedyana e destra neofascista in salsa famiglia Bush. Un'alleanza anti-libertaria smascherata solamente da personalità quali Barry Goldwater e Ron Paul e dagli antimperialisti quali Peron prima e Chavez, Lula, Morales e Kirchner negli ultimi anni. Per non parlare del Vate italiano Gabriele d'Annunzio nei primi anni del '900, il quale non solo non lesinò critiche alla casta politica (“Veramente sembra che l'Italia non possa assistere allo spettacolo che dà la casta politica se non con le narici turate, come quei cavalieri dei suoi vecchi affreschi fermi davanti ai cadaveri verminosi nelle bare senca coperchio”), ma lanciò invettive anche contro l'economia come mera fonte di accumulazione della ricchezza: “Dovunque la lotta mercantile, la lotta per la ricchezza, porta il pericolo delle più terribili conflagrazioni marziali”.

Il libertarismo e l'(anti)politica, dunque, smascherano la realpolitik e la costringono ad un confronto mediatico, per quanto i media tendano ad oscurare ed a mascherare l'(anti)politica, il libertarismo classico, il socialismo libertario, le posizioni terziste, oltre la destra e la sinistra, le posizioni che, di volta in volta, saranno bollate come “populiste”, “fasciste”, “comuniste”, “golpiste” o “reazionarie”.

Juan Peron era un Giustizialista. Hugo Chavez un Bolivariano.

Il limite dei due fu, semmai, un certo attaccamento al potere. Perché il potere è seduttivo e finisce per fagocitare gli uomini di contro-potere. Quando si scende nell'arena politica, nella competizione elettorale, si finisce spesso per perdere per strada gran parte delle buone intenzioni originarie.

Purtuttavia, ciò che ci interessa qui analizzare, sono le prospettive. Le prospettive di un Chavez che, nel 1992, si ribella alla corruzione che dilaga nel suo Paese, il Venezuela. Alla corruzione dei partiti e della politica e progetta un golpe, non già autoritario, bensì basato su prospettive bolivariane. La figura e gli ideai di Simon Bolivar – il Garibaldi latinoamericano – sono il cardine del progetto anti-autoritario di Chavez e del Movimento Bolivariano Rivoluzionario. Un golpe che fallirà, ma che consacrerà Chavez quale nuovo eroe (anti)politico e libertario dell'America Latina.

Allorquanto Hugo Chavez lancia, fra il 1994 ed il 1995, la sua campagna astensionista contro la corruzione della classe politica venezuelana, compie un atto eminentemente politico e di rottura con il sistema. Ma sarà nel 1998 che Chavez, con il Movimento Quinta Republica, diventerà Presidente del Venezuela con il 56% dei voti.

E ciò gli permetterà di redigere una nuova Costituzione, sempre secondo gli insegnamenti di Bolivar, ponendo attenzione ai diritti umani e via via introducendo norme per la lotta alla povertà ed all'analfabetismo, uscendo poi dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, promuovendo leggi sulle unioni civili e contro l'omofobia, ottendendo spesso risultati soddisfacenti al punto che, anche dopo la sua morte - avvenuta lo scorso anno - il Partito Socialista Unito del Venezuela, guidato oggi dal Presidente Nicolas Maduro - evoluzione del Movimento Quinta Republica – ha nuovamente la maggioranza dei seggi, pur con risultati non sempre soddisfacenti.

Il potere, ad ogni modo, è un brutto cancro e Maduro dovrebbe ricordarselo, così come tutti noi dovremmo sempre aver presente l'esempio di Bolivar, Garibaldi e del D'Annunzio dell'impresa di Fiume. Eroi con risultati alterni, grandi condottieri, ma animati unicamente dalla ricerca dell'amore per la libertà e della libertà come visione d'amore per l'umanità.

In questo senso l'(anti)politica fondata sull'emancipazione dei popoli ha vinto sulla politica, sulla realpolitik fondata sull'economia, sul mercimonio, sul potere dei governi e delle banche centrali, ovvero su un debito pubblico che, ogni economista serio sa bene, è impagabile ed è fonte unicamente di sfruttamento dell'individuo.

Il lungo ragionamento che abbiamo fatto potrebbe riassumersi in un'unica frase che, forse, potrebbe essere un piccolo incentivo all'uscita dalla crisi (che prima di tutto è umama, di valori, di mancanza d'amore fra gli individui): i popoli, anziché continuare ad eleggere e/o a seguire pedissequamente i propri rappresentanti, dovrebbero raggiungere un livello di evoluzione umana tale da imparare ad autogestirsi e ad auto-governarsi.

Questa è l'essenza dell'insegnamento dei nostri Padri storici e degli Eroi di un passato che è lì, pronto per essere riscoperto.


Luca Bagatin




19 marzo 2014

Barry Goldwater: un vero conservatore libertario

Recentemente, in um mercatino delle pulci, ho trovato un vecchio libro scritto da Barry Goldwater dal titolo “Il vero Conservatore” (titolo originario: “La coscienza di un Conservatore”), pubblicato negli Anni '60 - in Italia - dalle edizioni de Il Borghese.

Ora, chissà quanti si ricorderanno di Goldwater e del fatto che, nel 1964, fu il candidato Repubblicano alle presidenziali degli Stati Uniti d'America, ma fu sconfitto dal Democratico Lyndon Johnson.

Goldwater, pur forse dimenticato dai più, fu un Libertario sino alla fine, oltre che fiero Repubblicano e Conservatore e, in questo senso, fu figura emblematica del panorama politico dell'Occidente.

Libertario in fatto di diritti civili e libertà economiche, ovvero favorevole ad aborto, diritti degli omosessuali e legalizzazione della cannabis, nonché favorevole allo Stato minimo.

Ne “Il vero Conservatore”, infatti, Goldwater illustra la sua prospettiva anti-statalista, ovvero per il rispetto della Costituzione degli USA, la quale non contempla affatto l'esistenza di un Governo dinamico, bensì l'esistenza di un Governo che garantisca le libertà e dunque la presenza di uno Stato non invasivo nella vita e nelle tasche dei cittadini.

In questo senso, lo spirito libertario di Goldwater – che è il medesimo del Repubblicano Ron Paul di oggi – era dunque conservatore, ovvero atto a conservare i principi dei Padri Fondatori degli USA iscritti nella Costituzione.

In questo senso Goldwater critica l'obbligo per i lavoratori di iscriversi al sindacato, il quale non tutela altri che i propri dirigenti e la politica di questi a favore di questo o quel candidato alle elezioni. Egli critica altresì l'invasività del Governo in fatto di agricoltura, stato sociale ed istruzione. Barry Goldwater crede unicamente nella riduzione della spesa pubblica, che grava tutta sulle spalle degli onesti lavoratori americani. E, dunque, crede in una tassazione minima, per nulla progressiva, ma atta a pretendere una uguale percentuale della ricchezza di ciascuno, e non di più.

Lo spirito di Goldwater - oggi incarnato, come dicavamo, da Ron Paul - rappresenta purtroppo una minoranza libertaria all'interno del Partito Repubblicano USA, ma è l'unico che è stato ed è in grado di arginare le spinte social-burocratiche, assistenzialistiche, parassitarie, invasive ed autoritarie dello Stato e dei Governi (che sono state tipiche - negli USA - dei Roosvelt, dei Kennedy ed oggi di Obama).

Una bellissima frase scritta da Goldwater ne “Il vero Conservatore” e che racchiude il suo testamento politico, non a caso, è la seguente: Il momento verrà in cui affideremo la condotta delle nostre faccende a uomini in grado di comprendere che il loro primo dovere come funzionari pubblici è di spogliarsi del potere che è stato dato loro. Verrà quando gli americani (…) decideranno di eleggere l'uomo che avrà promesso di applicare la Costituzione e di restaurare la Repubblica.

Un pensiero profondo, contro il Potere politico invasivo ed autoritario. Un pensiero di un vero amante della legge fondamentale del suo Paese, l'unica in grado di preservare le libertà dei cittadini dalle spinte burocratiche dei malgoverni di sempre.


Luca Bagatin



29 novembre 2012

Barry Goldwater: valori americani e lotta allo statalismo

Per decenni la vulgata "politically correct" diffusa fra i media e l'incultura dominante, ci hanno fatto credere al mito del New Deal ed alle dottrine di Keynes, quasi fossero la panacea di tutti i mali.
Posto che in economia non esiste e non può esistere un sistema perfetto, possiamo notare che le teorie keynesiane, applicate per decenni negli Stati Uniti d'America a partire da Wilson sino ad Obama (e coinvolgendo anche Eisenhower ed i Bush) - salvo la felice parentesi Reagan - hanno prodotto unicamente: più tasse; più invasività dello Stato nell'economia e nella vita dei cittadini; più militarismo; minore propensione al consumo privato; maggiore indebitamento delle famiglie; speculazione finanziaria favorita anche dalla FED, ovvero dalla Banca Centrale USA, voluta ed imposta dal Presidente democratico Wilson a tutto vantaggio di burocrati, politicanti e delle oligarchie finanziarie.
A contrapporsi a tali teorie stataliste i liberali duri e puri, ovvero i cosiddetti "libertarian" o libertari, di cui ci parla un ottimo ed agile volume di Antonio Donno, professore di Storia delle Relazioni Internazionali, edito da "Le Lettere" e dal titolo "Barry Goldwater - valori americani e lotta al comunismo".
Un libro dedicato al candidato alla presidenza USA Goldwater, nel 1964, ma, più in generale al fronte "conservative" del Grand Old Party (GOP). Un fronte "conservatore", ma nel senso spiccatamente liberale del termine, ovvero che fonda le sue radici ed i suoi principi nella conservazione della Costituzione e dei valori dei Padri Fondatori degli Stati Uniti, a cominciare dalla preminenza dell'individuo di fronte allo Stato ed alla politica, ovvero la preminenza della libertà individuale, sia essa economica che civile.
In questo senso il libro di Donno parte dalla critica della cosiddetta "Old Right" nei confronti del New Deal di Roosvelt, fatto di aiuti indiscriminati ai Paesi esteri; di interventi anche militari all'estero e dunque di aumento delle spese militari; di aumento delle imposte dirette e di simpatia più o meno mascherata, in un primo tempo per il fascismo di Mussolini (ciò è ricordato anche nel libro di Amedeo La Mattina dedicato ad Angelica Balabanoff) ed in un secondo tempo di ammiccamenti allo stalinismo sovietico, che si può anche denotare dalle concessioni a Yalta, nel '45, nei confronti del blocco sovietico.
Fu così che si delineeranno le prime posizioni "isolazioniste" ed antimilitariste del GOP e dell'area liberale e libertaria, contrapposta a quella cosiddetta "liberal" dei Democratici, i quali, come spiegato dal prof. Donno, si autoproclamarono tali, pur non essendolo.
E va qui ricordato anche un bel libro di Alberto Pasolini Zanelli degli anni '80, il quale ricordò le simpatie di importanti settori della "beat generation" per i libertari del GOP, al punto che lo stesso scrittore Jack Kerouac ne fu, in gioventù, un convinto militante.
In questo senso Barry Goldwater incarnò, negli anni '60 del Novecento, il miglior rappresentante della cultura liberale, liberista e libertaria del nuovo Partito Repubblicano USA: antistatalista, antikeynesiano, attento al rispetto dei valori della Costituzione ed ai diritti individuali al punto che, sino alla sua morte, avvenuta nel 1998, sosterrà la legalizzazione della marjiuana, il diritto all'aborto ed i diritti degli omosessuali, opponendosi persino all'ala religiosa e fanatica del suo stesso partito.
Di particolare rilevanza anche l'anticomunismo viscerale di Goldwater, in questo senso discostandosi dall'ala isolazionista del GOP. Goldwater sosteneva infatti che, la lotta al comunismo, doveva essere senza quartiere perché altrimenti ne sarebbe andata di mezzo la stessa libertà dei cittadini statunitensi.
Goldwater, nel 1964, purtroppo, fu sconfitto da Lyndon Johnson, ma, con le sue ricette liberali in economia, anticipò la campagna elettorale - questa volta vincente - di Ronald Reagan, nel 1981, di cui fu importante sostenitore ed amico.
Che cosa ci rimane oggi di Goldwater ? La sua eredità, per molti versi, è riscontrabile in Ron Paul, già candidato nel 1988 del Libertarian Party e da parecchi anni candidato libertario alle primarie del GOP e, in questo senso, sta, di primaria in primaria, raccogliendo sempre più consensi.
I maggiori sostenitori dei libertari negli USA sono soprattutto giovani delusi dall'invasività della politica inconcludente; da una FED che vorrebbero abolita; da antimilitaristi stanchi del fatto che gli USA siano i "poliziotti del mondo" e che vorrebbero un ritorno ai principi dei Padri Fondatori: una federazione di Stati ove a primeggiare sia il libero commercio, la libera iniziativa ed i diritti individuali dei cittadini, senza intromissioni statali.

Luca Bagatin



29 dicembre 2007

Libertà, responsabilità e diritto: i capisaldi del liberalismo riformatore al di là e contro destra e sinistra conservatrici, stataliste e burocratiche


Debbo dire che la mia indole caratteriale è squisitamente individualista e libertaria.
Sin da ragazzino ho sempre mal sopportato ogni tipo di autorità e/o imposizione dall'alto, specie se da me non intimamente compresa.
Trovo che l'autoritarismo, la negazione della libertà e le regole imposte siano la peggiore aberrazione che ciascuno di noi può incontrare nella sua vita terrena.
Fra l'"eguaglianza" e la "libertà" ho sempre personalmente privilegiato e preferito la seconda.
Anche perché si consideri che gli individui, le persone insomma, non sono né saranno mai eguali nel senso più stretto del termine e ciò è un bene, in quanto la diversità è una ricchezza alla quale è difficile rinunciare pena non solo la noia, ma anche l'inaridimento dei rapporti umani ed interpersonali e la stessa schiavitù del genere umano.
La diversità, come la libertà, è valore che va profondamente tutelato e riconosciuto: diversità di genere, razza, colore, orientamento sessuale, di credo o confessione religiosa ecc...
E la diversità è tutelabile solo in una condizione di piena libertà individuale e quindi sociale.
Individuale prima ancora che sociale, nel senso che il sociale è l'esatta conseguenza di ciò che avviene a livello individuale.
In un articolo di circa un anno fa che realizzai per il quotidiano di Società Aperta "Terzarepubblica.it" diretto da Enrico Cisnetto, oltre che per il mio blog, affermavo che "la libertà va conquistata" e che la "libertà può essere conquistata solo se prima d'ogni cosa essa è interiorizzata da ciascuno".
Ovvero se ciascuno, individualmente, prende coscienza dei propri doveri nei confronti di sé stesso e quindi di chi gli sta intorno e quindi, allargando il cerchio, della società intera.
Tali doveri presuppongono, prima d'ogni cosa delle responsabilità individuali e solo poi, una volta compresi codesti doveri e responsabilità, si prenderà coscienza dei propri diritti naturali e quindi civili.
Queste, in sintesi, sono le basi del pensiero liberale che, come potete ben notare, fotografano pressoché esattamente le dinamiche della realtà quotidiana sociale, politica, personale e culturale.
Due grandi del pensiero liberale e libertario delle origini sono, a parer mio, l'italiano Giuseppe Mazzini ed il filosofo statunitense Henry David Thoreau .
Il primo, teorico del repubblicanesimo e dell'unità italiana, scrisse nel 1860 i "Doveri dell'uomo", saggio politico e filosofico attualissimo proprio su quanto abbiamo sopra scritto; il secondo nel suo "Disobbedienza civile" del 1849 espresse la sua estrema fiducia nell'individuo e nei suoi diritti, nonché
la convinzione che ogni persona dovesse rispettare prima i dettami della sua coscienza piuttosto che le leggi di un determinato governo.
Come potete ben notare qui siamo agli antipodi di ogni possibile freddo pensiero dogmatico. Siamo forse ai limiti dell'utopia. Un utopia tuttavia lucida e concreta visto che oggi, grazie al pensiero liberale e libertario anche di questi due grandi, viviamo in un Occidente democratico e civile.
In questi giorni mi è capitato fra le mani un agile ed interessante libello di Alberto Pasolini Zanelli pubblicato negli anni '80 dal titolo "La rivolta blu - Contro i miti dello stato sociale".  E' una sorta di compendio di liberalismo che racconta e spiega la rivoluzione individualista, liberale, libertaria e libertista degli anni '80 contro il potere dello Stato e la sua burocrazia e che portò al governo personalità come Ronald Reagan o la Thatcher e mise in crisi la socialburocrazia, in primis quella scandinava.
E' davvero appassionante notare come liberalismo e libertarismo si fondano all'insegna delle libertà individuali in economia come nel privato.
Ed ecco come in questo compendio si parli di un personaggio apparentemente pittoresco, ma in realtà grande riformatore: il consulente fiscale danese Mogens Glistrup, il quale fondò negli anni '70 il Partito del Progresso (FRDP) che riuscì a conquistare quasi il 16 % alle elezioni nazionali danesi sulla base di un programma che prevedeva l'abolizione dell'imposta sul reddito ritenuta d'impaccio allo sviluppo economico di un'economia avanzata come quella della Danimarca e contemporaneamente richiedeva un miglioramento dei servizi sociali erogati.
Snobbato e boicottato in tutti i modi tanto da destra quanto da sinistra, Gilstrup ebbe vita non facile come del resto è ben facile immaginare.
Ne "La rivolta blu" si racconta ed elogia il Presidente statunitense e leader Repubblicano Barry Goldwater, libertario fin nel midollo per quanto concerne i diritti civili degli omosessuali e per l'aborto arrivando a contrastare fortemente la destra religiosa nel suo partito (una sorta di Rudy Giuliani ante litteram) e profondamente liberale in economia, il che attirò le simpatie della cosiddetta Nuova Sinistra libertaria e sessantottina americana i cui leader Gene McCartney e Eldridge Cleaver, leader delle Pantere Nere, fecero campagna elettorale a suo favore (lo stesso padre della "beat generation", Jack Kerouac, nel poco tempo che trovò da dedicare alla politica fu attivista repubblicano). Si pensi anche che Goldwater inserì nel suo programma il tema dell'ecologia, ovvero la preminenza della qualità della vita sui miti del consumismo di massa.
E così, proseguendo nella lettura si incrocieranno gli anarcocapitalisti, i libertarians ed individualisti vari sino ad un giudizio positivo e lusinghiero del liberalsocialismo (vera critica al "socialismo reale" d'Occidente, ovvero alla socialburocrazia tipica dei Paesi Sandinavi) abbracciato negli anni '80 dal Psoe di Felipe Gonzalez e dal Psi di Bettino Craxi i quali aborrirono il marxismo e "liberalizzarono", per così dire, i loro partiti (in Italia anche grazie al Partito Radicale di Marco Pannella che contribuì alla libertarizzazione del Psi).
Critica feroce invece per la socialdemocrazia con la sua eccessiva burocraticizzazione, centralità dello Stato sugli individui e disaffezione alla responsabilità individuale degli stessi.
A lettura conclusa se ne rimane completamente estasiati e ninnovati nel prorpio individualismo libertario. E si riflette sulla situazione europea e soprattutto italiana ove pesa ancora quell'astrusa divisione (spesso mentale) che passa sotto il nome di "destra e sinistra".
Ed invece si noti come la vera divisione-contrapposizione sia fra Riformatori consapevoli della propria individualità, responsabilità e dei propri diritti e Conservatori amanti dello Stato balia-mamma, autoritario, clericale, socialfascista e socialburocrate.
Si uscirà mai dal pantano politico-culturale-ideale magari riuscendo anche ad uscire dal declino che attanaglia il nostro medievale Paese ?
Se la svolta sarà liberale e libertaria, magari.....

(....due partiti laici italiani che gradirei vedere uniti al di là di destra e sinistra per rinnovate battaglie laiche, liberali e libertarie)


Luca Bagatin


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini