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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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28 dicembre 2014

Il Socialismo non è né di destra né di sinistra ed il perché la sinistra USA ed europea hanno abbracciato le politiche neo-capitalistiche e "liberal". Un articolo di Alain De Benoist

Desideriamo pubblicare qui di seguito il pur lungo ma interessante articolo dell'intellettuale francese Alain De Benoist apparso oggi sulla rivista socialista "Critica Sociale".
Articolo che reputiamo interessante per due ragioni fondamentali: la prima è lo sfatare il falso mito che vorrebbe il Socialismo un'ideale di sinistra, allorquando esso - sia sotto il profilo storico, culturale e politico - trascende tanto la destra quanto la sinistra. In secondo luogo l'articolo di De Benoist pone l'accento sull'ideologia "progressista" e "liberal", dimostrando come essa abbia sostituito al socialismo classico l''individualismo radical chic" ed all'internazionalismo il "cosmopolitismo" e l'"immigrazionismo", ovvero tutti quei fattori che hanno alimentato il profitto, lo sradicamento e lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo in nome di presunti "diritti umani".
In ultima analisi il saggio di De Benoist dimostra il perché la sinistra "liberal" statuintense e quella europea abbiano, in sostanza, abbracciato con grande eutusiasmo le politiche neo-capitalistiche ed imperialiste della Federal Reserve, del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Centrale Europea.

L.B.




LA CRISI DEL SOCIALISMO E' L'IDEOLOGIA PROGRESSISTA
UN SAGGIO DI ALAIN DE BENOIST SUL LIBRO DI MICHEA'
(tratto da: http://www.criticasociale.net/index.php?vftid=10ec336200e53a9f6266b5f985e1ad97&vfuh=ef9a398277f9a6e306b7bb7983a8d7bf&&function=editoriale_page&id=0000403)


Sposando l'ideologia "progressista-illuministica", il socialismo si è subordinato al pensiero liberista e moralmete ha perso la sua radice umanistico-cristiana, né di destra, né di sinistra ma universale.

Data: 2014-12-28

Alain De Benoist

Il gennaio 1905, il «regolamento» della Sezione francese dell’Internazionale operaia (SFIO) – il partito socialista dell’epoca – indicava ancora quest’ultima come un «partito della classe operaia che si prefigge di socializzare i mezzi di produzione e scambio, ossia di trasformare la società capitalistica in società collettivista o comunista, attraverso l’organizzazione economica e politica del proletariato». Beninteso, nessun partito «socialista» oserebbe oggi dire una cosa del genere, essendo i socialisti diventati socialdemocratici o social-liberali. 

Che oggi la «sinistra», nella sua quasi totalità, sia divenuta riformista, che abbia aderito all’economia di mercato, che si sia progressivamente separata dai lavoratori e dalle classi popolari, non è certo una rivelazione. Lo spettacolo della vita politica ne è una ininterrotta dimostrazione. Per questo, ad esempio, le grida della sinistra sono così deboli nella grande tormenta finanziaria mondiale attuale: semplicemente, essa non è disposta più della destra a prendere le misure che permetterebbero di intraprendere una vera guerra contro l’influenza planetaria della Forma-Capitale. Come osserva Serge Salimi, «la sinistra riformista si distingue dai conservatori per il tempo di una campagna elettorale grazie a un effetto ottico. Poi, quando le è data l’occasione, si adopera a governare come i suoi avversari, a non disturbare l’ordine economico, a proteggere l’argenteria della gente del castello» . 

La domanda che si pone è: perché? Quali sono le cause di questa deriva? La si può spiegare unicamente con l’opportunismo dei singoli, ex rivoluzionari divenuti notabili? Bisogna vedervi una lontana conseguenza dell’avvento del sistema fordista? Un effetto della congiuntura storica, cioè del crollo del blocco sovietico che ha annientato l’idea di una credibile alternativa al sistema di mercato? 
Ne Le complexe d’Orphée, il suo ultimo libro pubblicato, Jean-Claude Michéa dà una risposta più originale e anche più profonda: la sinistra si è separata dal popolo perché ha aderito molto presto all’ideologia del progresso, che contraddice nettamente tutti i valori popolari . 
Fondamentalmente orientata verso l’avvenire, la filosofia dei Lumi, come si sa, demonizza le nozioni di «tradizione», «consuetudine», «radicamento», vedendovi solo superstizioni superate e ostacoli alla trionfale marcia in avanti del progresso. Tendendo all’unificazione del genere umano e contemporaneamente all’avvento di un universo «liquido» (Zygmunt Bauman), la teoria del progresso implica il ripudio di ogni forma di appartenenza «arcaica», ossia anteriore, e la distruzione sistematica della base organica e simbolica delle solidarietà tradizionali (come fece in Inghilterra il celebre movimento delle enclosures, che costrinse all’esodo migliaia di contadini privati dei loro diritti consuetudinari, per convertirli in manodopera proletaria sradicata e dunque sfruttabile a volontà nelle manifatture e nelle fabbriche ). In un’ottica «progressista», ogni giudizio positivo sul mondo così com’era una volta rientra dunque necessariamente nell’ambito di un passatismo «nostalgico»: «Tutti coloro i quali – ontologicamente incapaci di ammettere che i tempi cambiano – manifesteranno, in qualunque campo, un qualsiasi attaccamento (o una qualsiasi nostalgia) per ciò che esisteva ancora ieri tradiranno così un inquietante “conservatorismo” o addirittura, per i più empi tra loro, una natura irrimediabilmente “reazionaria”» . Il mondo nuovo deve essere necessariamente edificato sulle rovine del mondo di prima. Poiché la liquidazione delle radici forma la base del programma, se ne deduce che «solo gli sradicati possono accedere alla libertà intellettuale e politica» (Christopher Lasch). 
Questa è la rappresentazione del mondo che, nel XVIII secolo, ha accompagnato l’ascesa sociale della borghesia e, con essa, la diffusione dei valori mercantili. Atteggiamento moderno corrispondente a un universalismo astratto nel quale Friedrich Engels vedeva, a giusta ragione, il «regno idealizzato della borghesia». (Anche Sorel, a suo tempo, aveva sottolineato il carattere profondamente borghese dell’ideologia del progresso). Ma anche antico comportamento monoteista che scaglia l’anatema contro le realtà particolari in nome dell’iconoclastia del concetto, vecchio atteggiamento platonico che discredita il mondo sensibile in nome delle idee pure . 
La teoria del progresso è direttamente associata all’ideologia liberale. Il progetto liberale nasce, nel XVII secolo, dal desiderio di farla finita con le guerre civili e di religione, rifiutando al contempo l’assolutismo, ritenuto incompatibile con la libertà individuale. Dopo le guerre di religione, i liberali hanno creduto che si potesse evitare la guerra civile solo smettendo di appellarsi a valori morali condivisi. Erano favorevoli a uno Stato che, per quanto riguardava la «vita buona», fosse neutro. 
Poiché la società non poteva più essere fondata sulla virtù, il buon senso o il bene comune, la morale doveva restare un affare privato (principio di neutralità assiologia). L’idea generale era che si poteva fondare la società civile solo sull’esclusione di principio di ogni riferimento a valori comuni – il che equivaleva, in compenso, a legittimare qualunque desiderio o capriccio che fosse oggetto di una scelta «privata». 
Il progetto liberale, spiega Jean-Claude Michéa, ha prodotto due cose: «Da un lato, lo Stato di diritto, ufficialmente neutro sul piano dei valori morali e “ideologici”, e la cui unica funzione è di badare che la libertà degli uni non nuoccia a quella degli altri (una Costituzione liberale ha la stessa struttura metafisica del codice della strada). Dall’altro, il mercato auto-regolatore, che si presume permetta a ciascuno di accordarsi pacificamente con i suoi simili sull’unica base dell’interesse ben compreso delle parti interessate» . 
Lo Stato di diritto «assiologicamente neutro» è in effetti una doppia illusione. In primo luogo, la sua neutralità è completamente relativa: nella vita reale, i liberali affermano i loro principi e i loro valori con altrettanta forza degli antiliberali. Inoltre, la neutralità in materia di valori (la teoria secondo la quale lo Stato non deve pronunciarsi sulla questione della «vita buona», perché ciò lo indurrebbe a discriminare tra i cittadini) sfocia in pratica in contraddizioni insolubili, come dimostra la teoria dei diritti dell’uomo, che proclama diritti contraddittori, dato che alcuni di essi possono essere applicati solo a condizione di ignorarne o violarne altri. Queste contraddizioni sono costantemente sottoposte a procedure giudiziarie, ma non possono essere risolte in maniera puramente tecnica o procedurale. 
La dicotomia destra-sinistra viene spesso fatta risalire alla Rivoluzione francese, dimenticando in tal modo che essa è davvero pienamente entrata nel discorso pubblico solo alla fine del XIX secolo. Alla vigilia della Rivoluzione, lo spartiacque principale non oppone la «destra» e la «sinistra», ma un’aristocrazia fondiaria dotata di potere politico e una borghesia mercantile acquisita alle idee liberali. Nessuno, in quell’epoca, difende veramente il popolo. Retrospettivamente, il libro di Michéa spiega d’altronde anche l’ambiguità della Rivoluzione francese: rivoluzione borghese, ma fatta in nome del «terzo stato» (e soprattutto della «nazione»), ispirata al contempo alle idee di Rousseau e del liberalismo dei Lumi, «progressista» con Condorcet, m affascinata dal’Antichità con Robespierre o Saint-Just. 
Durante tutta la prima parte del XIX secolo, sono appunto i liberali a formare il cuore della «sinistra» parlamentare dell’epoca (il che spiega il senso che ha conservato oggi negli Stati Uniti la parola liberal). I liberali riprendono quell’idea fondamentalmente moderna consistente nel vedere nello «sradicamento dalla natura e dalla tradizione il gesto emancipatore per eccellenza e l’unica via d’accesso a una società “universale” e “cosmopolita» . Benjamin Constant, per citare solo lui, è il primo a celebrare quella disposizione della «natura umana» che induce a «immolare il presente all’avvenire». 
Mentre la III Repubblica vede la borghesia assumere a poco a poco l’eredità della rivoluzione del 1789, il movimento socialista si struttura in associazioni e partiti. Ricordiamo che la parola «socialismo» appare solo verso il 1830, in particolare in Pierre Leroux e Robert Owen, nel momento in cui il capitalismo si afferma come forza dominante. Il diritto di sciopero è riconosciuto nel 1864, lo stesso anno della fondazione della I Internazionale. Orbene, i primi socialisti, la cui base sociale si torva soprattutto tra gli operai di mestiere, non si presentano affatto come uomini «di sinistra». Michéa ricorda, d’altronde, che «il socialismo non era, in origine, né di sinistra né di destra»  e che non sarebbe mai venuto in mente a Sorel o a Proudhon, a Marx o a Bakunin di definirsi come uomini «di sinistra». A parte i «radicali», la «sinistra», all’epoca, non designa niente. 
In origine, il movimento socialista si pone, in effetti, come forza indipendente, sia nei confronti della borghesia conservatrice e dei «reazionari» che dei «repubblicani» e di altre forze di «sinistra». Ovviamente, si oppone ai privilegi di caste legate alle gerarchie dell’Ancien Régime – privilegi conservati in altra forma dalla borghesia liberale – ma si oppone ugualmente all’individualismo dei Lumi, ereditato dall’economia politica inglese, con la sua apologia dei valori mercantili, già così ben criticati da Rousseau. Esso, dunque, non abbraccia le idee della sinistra «progressista» e comprende bene che i valori di «progresso» esaltati dalla sinistra sono anche quelli cui si richiama la borghesia liberale che sfrutta i lavoratori. In realtà, lotta, al contempo, contro la destra monarchica e clericale, contro il capitalismo borghese, sfruttatore del lavoro vivo, e contro la «sinistra» progressista erede dei Lumi. Si è così in un gioco a tre, molto differente dallo spartiacque destra-sinistra che si imporrà all’indomani della Prima Guerra mondiale. 
È, d’altronde, contro il riformismo e il parlamentarismo della «sinistra» che il socialismo proudhoniano o il sindacalismo rivoluzionario soreliano oppongono allora l’ideale del mutualismo o dell’autonomia dei sindacati e la volontà rivoluzionaria all’opera nell’«azione diretta» – ideale che si cristallizzerà nel 1906 nella celebre Carta di Amiens della CGT. 
I primi socialisti non erano nemmeno avversari del passato. Più esattamente, distinguevano molto bene ciò che, nell’Ancien Régime, rientrava nell’ambito del principio di dominazione gerarchica, da essi rifiutato, e ciò che dipendeva dal principio «comunitario» (la Gemeinwesen di Marx) e dai valori tradizionali, morali e culturali che lo sottendevano. «Per i primi socialisti, era chiaro che una società nella quale gli individui non avessero avuto più niente altro in comune che la loro attitudine razionale a concludere accordi interessati non poteva costituire una comunità degna di questo nome» . Proprio per questo, Pierre Leroux, uno dei primissimi teorici socialisti, affermava non soltanto che «la società non è il risultato di un contratto», ma che, «lungi dall’essere indipendente da ogni società e da ogni tradizione, l’uomo trae la sua vita dalla tradizione e dalla società». 
Per il popolo, il passato non era soltanto ciò che gli permetteva di inscriversi in una filiazione e in una continuità storiche particolari, ma ciò che gli permetteva di giudicare il valore delle innovazioni che gli venivano proposte. Da questo punto di vista, la «tradizione» era più una protezione che una costrizione. In passato, molte rivolte popolari avevano già trovato la loro origine in una volontà chiaramente manifestata di difendere le consuetudini e le tradizioni popolari contro la Chiesa, la borghesia o i principi. Il motivo di ciò è che sono le consuetudini, le tradizioni, le forme particolari della vita locale, ossia le comunità radicate, a permettere da sempre l’emersione di un mondo comune e a costituire, ugualmente da sempre, il quadro nel quale «possono dispiegarsi le strutture elementari della reciprocità e dunque, ugualmente, le condizioni antropologiche dei differenti processi etici e politici che permetteranno eventualmente di estenderne il principio fondamentale ad altri gruppi umani, se non addirittura all’intera umanità» . 
Questo sguardo sul passato non contraddiceva affatto l’internazionalismo o il senso dell’universale. I primi socialisti erano perfettamente coscienti che è «sempre a partire da una tradizione culturale particolare che appare possibile accedere a valori veramente universali»  e che «in pratica, l’universale non può mai essere costruito sulla rovina dei radicamenti particolari» . Per dirla con lo scrittore portoghese Miguel Torga, essi pensavano che «l’universale è il locale, meno le mura». «Dal momento che solo chi è effettivamente legato alla sua comunità d’origine – alla sua geografia, alla sua storia, alla sua cultura, ai suoi modi di vivere – è realmente in grado di comprendere coloro che provano un sentimento paragonabile nei confronti della propria comunità», scrive ancora Michéa, «possiamo concluderne che il vero sentimento nazionale (di cui l’amore della lingua è una componente essenziale) non soltanto non contraddice ma, al contrario, tende generalmente a favorire quello sviluppo dello spirito internazionalista che è sempre stato uno dei motori principali del progetto socialista» . 
Come il patriottismo non deve essere confuso con il nazionalismo (di destra»), così l’internazionalismo non deve essere confuso con il cosmopolitismo (di «sinistra»). Poiché l’abbandono o l’oblio della propria cultura rendono incapaci di comprendere l’attaccamento degli altri alla loro, il risultato dell’universalismo astratto non è il regno del Bene universale, ma la realizzazione di un «universo ipnotico, glaciale e uniformato» il cui soggetto è quell’essere narcisistico pre-edipico, immaturo e capriccioso che è il consumatore contemporaneo. 
In Francia, l’alleanza storica tra il socialismo (influenzato prima dalla socialdemocrazia tedesca e poi dal marxismo) e la «sinistra» progressista si instaura all’epoca dell’affare Dreyfus (1894). Svolta profondamente negativa. Nato dalla preoccupazione di una «difesa repubblicana» contro la destra monarchica, clericale o nazionalista, si delinea un compromesso che partorirà in primo luogo i cosiddetti «repubblicani progressisti». Si crea allora una confusione tra ciò che è emancipatore e ciò che è moderno, i due termini essendo a torto ritenuti sinonimi. 
È in questo momento, scrive Michéa, che il movimento socialista è stato «progressivamente indotto a sostituire alla lotta iniziale dei lavoratori contro il dominio borghese e capitalista quella che avrebbe presto opposto – in nome del “progresso” e della “modernità – un “popolo di sinistra” e un “popolo di destra” (e, in questa nuova ottica, era evidentemente scontato che un operaio di “sinistra” sarebbe stato sempre infinitamente più vicino a un banchiere di sinistra o a un dirigente di sinistra del FMI che a un operaio, a un contadino o a un impiegato che dava i suoi voti alla destra)» . Questo compromesso ha assunto due aspetti: «Da un lato, ha portato ad ancorare il liberalismo – motore principale della filosofia del Lumi – nel campo delle “forze di progresso” […] Dall’altro, ha contribuito a rendere in anticipo illeggibile l’originaria critica socialista, poiché quest’ultima sarebbe nata appunto da una rivolta contro la disumanità dell’industrializzazione liberale e l’ingiustizia del suo diritto astratto» . 
Allora – e soltanto allora – la causa del popolo ha cominciato a divenire sinonimo di quella di progresso, all’insegna di una «sinistra» che voleva essere anzitutto il «partito dell’avvenire» (contro il passato) e l’annunciatrice dei «domani che cantano», ossia della modernità in marcia. Soltanto allora si è reso necessario, quando ci si voleva situare «a sinistra», ostentare un «disprezzo di principio per tutto ciò che aveva ancora il marchio infamante di “ieri” (il mondo tenebroso del paese d’origine, delle tradizioni, dei “pregiudizi”, del “ripiegamento su se stessi” o degli attaccamenti “irrazionali” a esseri e luoghi)» . Il movimento socialista, e poi comunista, riprenderà dunque per proprio conto l’ideale «progressista» del produttivismo ad oltranza, di quel progetto industriale e iperurbano che ha completato lo sradicamento delle classi popolari, rendendole ancora più vulnerabili all’influenza della Forma-Capitale. (Il che spiega anche che quell’ideale abbia ricevuto una migliore accoglienza tra gli operai già sradicati che tra i contadini). 
D’ora innanzi, per difendere il socialismo, bisognava credere alla promessa di una marcia in avanti dell’umanità verso un universo radicalmente nuovo, governato soltanto dalle leggi universali della ragione. Per essere «di sinistra», bisognava classificarsi tra coloro che, per principio, rifiutano di guardare indietro, così come fu intimato a Orfeo. (Di qui il titolo del libro di Jean-Claude Michéa: disceso nel regno dei morti con la speranza di ritrovare Euridice e di riportarla nel mondo dei vivi, Orfeo si vede proibire da Ade di voltarsi indietro, altrimenti perderà per sempre la sua bella. Beninteso, egli violerà all’ultimo momento questa proibizione). A questa deriva, in cui vede a giusta ragione un’impostura, si oppone Michéa con una fermezza pari al suo talento. 
Separato dalle sue radici, il movimento operaio è stato nello stesso tempo privato delle condizioni e dei mezzi della sua autonomia. Come aveva ben visto George Orwell, la religione del progresso priva infatti l’uomo della sua autonomia nel momento stesso in cui pretende di garantirla emancipandolo dal passato. Orbene, sottolinea Michéa, «dal momento in cui un individuo (o una collettività) è stato spossessato dei mezzi della sua autonomia, non può più perseverare nel suo essere se non ricorrendo a protesi artificiali. Ed è appunto questa vita artificiale (o “alienata”) che il consumo, la moda e lo spettacolo hanno il compito di offrire a titolo di compensazione illusoria a tutti coloro la cui esistenza è stata così mutilata» . 
Poiché la sinistra si considera innovatrice, il capitalismo sarà nello stesso tempo denunciato come «conservatore». Altra deriva fatale, perché la Forma-Capitale è tutto tranne che conservatrice! Marx aveva già mostrato bene il carattere intrinsecamente «progressista» del capitalismo, cui riconosceva il merito di aver soppresso il feudalesimo e annegato tutti gli antichi valori nelle «gelide acque del calcolo egoistico». A questo tratto fondante se ne aggiunge un altro, tipico delle forme moderne di questo stesso capitalismo. «Una economia di mercato integrale», spiega Michéa, «può funzionare durevolmente solo se la maggior parte degli individui ha interiorizzato una cultura della moda, del consumo e della crescita illimitata, cultura necessariamente fondata sulla perpetua celebrazione della giovinezza, del capriccio individuale e del godimento immediato […] Dunque, è proprio il liberalismo culturale (e non il rigorismo morale o l’austerità religiosa) a costituire il complemento psicologico e morale più efficace di un capitalismo di consumo» . Ora, diventando «di sinistra», il socialismo ha fatto suoi anche i principi del liberalismo culturale. La sinistra «permissiva» è così divenuta il naturale humus di espansione della Forma-Capitale. È il capitalismo che permette meglio di «godere senza ostacoli»! 
Per decenni, sotto l’etichetta di «sinistra», si troveranno dunque associate, in una permanente ambiguità, due cose totalmente differenti: da una parte, la giusta protesta morale della classe operaia contro la borghesia capitalista, e, dall’altra, la credenza liberale borghese in una teoria del progresso la quale afferma, in linea di massima, che «prima» non ha potuto che essere peggiore e che «domani» sarà necessariamente migliore. In effetti, il movimento socialista è veramente degenerato dal momento in cui è divenuto «progressista», ossia a partire dal momento in cui ha aderito alla teoria (o alla religione) del progresso – cioè alla metafisica dell’illimitato – che costituisce il cuore della filosofia dei Lumi, e dunque della filosofia liberale. Essendo la teoria del progresso intrinsecamente legata al liberalismo, la «sinistra», diventando «progressista», si condannava a confluire un giorno o l’altro nel campo liberale. Il verme era nel frutto. Il liberalismo culturale annunciava già il capovolgimento nel liberalismo economico. L’ultimo bastione a cedere è stato il partito comunista, che ha progressivamente smesso di svolgere il ruolo che in passato ne aveva decretato il successo: fornire «alla classe operaia e alle altre categorie popolari un linguaggio politico che permettesse loro di vivere la loro condizione con una certa fierezza e di dare un senso al mondo che avevano sotto gli occhi» . 
Ciò che Michéa dice della sinistra potrebbe, beninteso, essere detto della destra, con una dimostrazione inversa: la sinistra ha aderito al liberalismo economico perché era già acquisita all’idea di progresso e al liberalismo «societale», mentre la destra ha aderito al liberalismo dei costumi perché ha prima adottato il liberalismo economico. È, infatti, completamente illusorio credere che si possa essere durevolmente liberali sul piano politico o «societale» senza finire col diventarlo anche sul piano economico (come crede la maggioranza delle persone di sinistra) o che si possa essere durevolmente liberali sul piano economico senza finire col diventarlo anche sul piano politico o «societale» (come crede la maggioranza delle persone di destra). In altri termini, c’è un’unità profonda del liberalismo. Il liberalismo forma un tutto. Alla stupidità delle persone di sinistra che ritengono possibile combattere il capitalismo in nome del «progresso», corrisponde l’imbecillità delle persone di destra che ritengono possibile difendere al contempo i «valori tradizionali» e un’economia di mercato che non smette di distruggerli: «Il liberalismo economico integrale (ufficialmente difeso dalla destra) reca in sé la rivoluzione permanente dei costumi (ufficialmente difesa dalla sinistra), proprio come quest’ultima esige, a sua volta, la liberazione totale del mercato» . Ciò spiega che destra e sinistra confluiscano oggi nell’ideologia dei diritti dell’uomo, il culto della crescita infinita, la venerazione dello scambio mercantile e il desiderio sfrenato di profitti. Il che ha almeno il merito di chiarire le cose. 
La sinistra si è molto presto convinta che la globalizzazione del capitale rappresentava una evoluzione ineluttabile e un avvenire insuperabile, con la politica che, nello stesso tempo, si adattava alla globalizzazione economica e finanziaria. Il grande divorzio tra il popolo e la sinistra ne è stata la conseguenza più clamorosa. 
Il Club Jean Moulin aveva aperto la strada negli anni sessanta. La «seconda sinistra» rocardiana negli anni settanta, la Fondazione Saint-Simon negli anni ottanta hanno approfondito la breccia attraverso la quale la sinistra ha cominciato a puntare sulla «società civile» contro lo Stato e a confluire nel modello del mercato. Nella stessa epoca, il liberalismo culturale trionfa, il che si traduce in uno spostamento dei dibattiti politici verso le poste in gioco della società e verso nuovi gruppi sociali in via di autonomizzazione (donne, immigrati, omosessuali, ecc.). Infine, il denaro si impone come equivalente universale nell’ambito dei valori. «Il vincitore», ha osservato Jacques Julliard, «fu Alain Minc […] il quale aveva compreso che, assumendo le idee della seconda sinistra, si poteva fare un buonissimo deal con il neocapitalismo che si stava imponendo» . 
È emersa così una sinistra «i cui dogmi sono l’antirazzismo, l’odio dei limiti, il disprezzo del popolo e l’elogio obbligatorio dello sradicamento» . È così che l’immaginario della «sinistra moderna» – simboleggiata in Francia da Le Monde, Libération, Les Inrockuptibles e altri insigni rappresentanti del «circolo della ragione» ideologicamente dominante – è arrivato a confondersi con quelli dei padroni della BCE e del Fondo monetario internazionale. Ed è altresì per questo che «dietro la convinzione un tempo emancipatrice che non si arresta il progresso, [è diventato] sempre più difficile ascoltare qualcosa di diverso dall’idea, attualmente dominante, secondo la quale non si arrestano il capitalismo e la globalizzazione» . Ormai, la sinistra celebra la crescita, ossia la produzione di merci all’infinito, negli stessi termini dei liberali. Là dove gli uni parlano di «deterritorializzazione» (alla maniera di Deleuze-Guattari o di Antonio Negri), gli altri parlano di «delocalizzazioni». Per quanto concerne l’immigrazione, esercito di riserva del capitale, la sinistra «moderna» usa lo stesso linguaggio di Laurence Parisot («meticciato» e «nomadismo» trasformati in norme). Influenzata da coloro che hanno «distrutto il socialismo convertendolo nell’individualismo dei diritti universali e del liberalismo integrale» (Hervé Juvin), il nemico non è più il capitalismo che sfrutta il lavoro vivo degli uomini, ma il «reazionario» che ha il torto di rimpiangere il passato. 
«È dunque normale», prosegue Michéa, «che la sinistra “civica” (quella che ha rotto con ogni sensibilità popolare e socialista) appaia oggi come il luogo politico privilegiato dove sono elaborate tutte le trasformazioni giuridiche e di civiltà richieste dal mercato mondiale. Insomma, essa non è altro che il pesce-pilota del capitalismo senza frontiere o, se si preferisce, l’avanguardia culturale militante della destra liberale» . 
I «valori» della sinistra non sono più valori socialisti, ma valori «progressisti»: immigrazionismo, apertura o soppressione delle frontiere, difesa del matrimonio omosessuale, depenalizzazione di certe droghe, ecc., tutte opzioni con le quali la classe operaia è in completo disaccordo o di cui si disinteressa totalmente. Per la sinistra «moderna», che realizza l’alleanza dei funzionari, delle classi borghesi superiori, degli immigrati e dei radical chic, «rifiutare l’oscura eredità del passato (che, a priori, non può non richiamare atteggiamenti di “pentimento”), combattere tutti i sintomi della febbre “identitaria” (ossia, in altri termini, tutti i segni di una vita collettiva radicata in una cultura particolare) e celebrare all’infinito la trasgressione di tutti i limiti morali e culturali tramandati dalle precedenti generazioni (il regno compiuto dell’universale liberale-paolino dovendo coincidere, per definizione, con quello dell’indifferenziazione e dell’illimitatezza assolute) è tutt’uno» . Non si parla più del capitalismo o della lotta di classe, e ovviamente di quella anticaglia della rivoluzione. Persino il partito comunista ha quasi soppresso la parola «socialismo» dal suo vocabolario. Avendo perduto la sua identità ideologica, non è più in grado di influenzare la corrente socialdemocratica da cui dipende elettoralmente . 
Poiché l’obiettivo non è più lottare contro il capitalismo, ma combattere tutte le forme di preoccupazione identitaria, regolarmente descritte come il risorgere di una mentalità reazionaria e arretrata, «ciò spiega», constata Jean-Claude Michéa, «che il “migrante” sia progressivamente divenuto la figura redentrice centrale di tutte le costruzioni ideologiche della nuova sinistra liberale, sostituendo l’arcaico proletario, sempre sospetto di non essere abbastanza indifferente alla sua comunità originaria o, a più forte ragione, il contadino, che il suo legame costitutivo con la terra destinava a diventare la figura più disprezzata – e più derisa – della cultura capitalistica» . La sinistra cerca dunque un «popolo di ricambio». La fondazione Terra Nova, fondata nel 2008 da persone vicine a Dominique Strauss-Kahn e presieduta dal socialista Olivier Ferrand, si è resa celebre pubblicando, nel maggio 2011, un rapporto che suggerisce al partito socialista di rifondare la sua base elettorale su un’alleanza tra le classi agiate e le «minoranze» delle periferie, abbandonando operai e impiegati ai loro «valori di destra» (critica dell’immigrazione, protezionismo economico e sociale, promozione di norme forti e di valori morali, lotta contro l’assistenzialismo, ecc.). Il testo del rapporto è molto chiaro: «Contrariamente all’elettorato storico della sinistra, coalizzato dalle poste in gioco socio-economiche, questa Francia di domani è unificata anzitutto dai suoi valori culturali progressisti». «Tra i due perdenti della globalizzazione – gli immigrati ghettizzati e i modesti salariati minacciati – la sinistra in stile Terra Nova sostiene ormai i primi a scapito dei secondi» . 
Non è quindi sorprendente che il popolo si distolga da una sinistra affascinata più dal people e dalla «plebaglia» che dai lavoratori, che si dichiara per la globalizzazione, sebbene quest’ultima sia anzitutto quella del capitale, si interessa più alle iniziative «civiche» che alle trasformazioni strutturali, alla società protettiva del care più che alla giustizia sociale, alla vita associativa più che alla politica, allo spettacolo mediatico più che alla sovranità del popolo, al consenso sociale più che alla lotta di classe – e, come i liberali, concepisce l’interesse generale solo come semplice somma degli interessi particolari. Il popolo non si riconosce più in una sinistra che ha sostituito l’anticapitalismo con un simulacro di «antifascismo», il socialismo con l’individualismo radical chic e l’internazionalismo con il cosmopolitismo o l’«immigrazionismo», prova solo disprezzo per i valori autenticamente popolari, cade nel ridicolo celebrando al contempo il «meticciato» e la «diversità» , si sfinisce in pratiche «civiche» e in lotte «contro tutte le discriminazioni» (con la notevole eccezione, beninteso, delle discriminazioni di classe) a solo vantaggio delle banche, del Lumpenproletariat e di tutta una serie di marginali. 
Non è sorprendente nemmeno che il popolo, così deluso, si volga frequentemente verso movimenti descritti con disprezzo come «populisti» (uso peggiorativo che manifesta un evidente odio di classe). Citiamo ancora Michéa: «Tra la rappresentazione colpevolizzante della società ormai imposta dalla sociologia ufficiale (una minoranza di esclusi, relegati nei “ghetti etnici”, sottomessi a tutte le persecuzioni possibili e accerchiati da una Francia “di villette” che si presume appartenere alle classi medie) e l’oscura realtà vissuta da queste categorie popolari, al contempo maggioritarie e dimenticate, la distanza è divenuta assolutamente surreale. Il risultato è che le principali vittime degli aspetti nocivi della globalizzazione non trovano più nel linguaggio politicamente corretto della sinistra moderna la minima possibilità di tradurre la loro esperienza vissuta» . «Minando alla base ogni possibilità di legittimare un qualunque giudizio morale (e, di conseguenza, rifiutando simultaneamente di comprendere l’uso popolare delle nozioni di merito e responsabilità individuale), la sinistra progressista si condanna inesorabilmente a consegnare ai suoi nemici di destra interi pezzi di quelle classi popolari che, a modo loro, non domandano altro che di vivere onestamente in una società decente […] In realtà, è proprio la stessa sinistra ad aver scelto, verso la fine degli anni settanta, di abbandonare al loro destino le categorie sociali più modeste e sfruttate, volendo ormai essere “realista” e “moderna”, ossia rinunciando in anticipo a ogni critica radicale del movimento storico che, da oltre trent’anni, seppellisce l’umanità sotto un “immenso accumulo di merci” (Marx) e trasforma la natura in deserto di cemento e acciaio» . 
Georges Sorel diceva che «il sublime è morto nella borghesia, che è dunque condannata a non avere più una morale». Anche Michéa parla di morale. Ma qui non si tratta del «sublime», bensì della decenza comune (common decency) tanto spesso celebrata da Orwell. 
«È morale», diceva Emile Durkheim, «tutto ciò che è fonte di solidarietà, tutto ciò che costringe l’uomo a tenere conto dell’altro, a regolare i propri movimenti su qualcosa di diverso dagli impulsi del proprio egoismo». «Ciò spiega», aggiunge Michéa, «che la rivolta dei primi socialisti contro un mondo fondato sul solo calcolo egoistico sia stata così spesso sostenuta da una esperienza morale» . Si pensi alla «virtù» celebrata da Jaurès, alla «morale sociale» di cui parlava Benoît Malon. La «decenza comune», che è mille miglia lontana da ogni forma di ordine morale o di puritanesimo moralizzatore, è infatti uno dei tratti principali della «gente normale» ed è nel popolo che la si trova più comunemente diffusa. Essa implica la generosità, il senso dell’onore, la solidarietà ed è all’opera nella triplice obbligazione di «dare, ricevere e restituire» che per Marcel Mauss era il fondamento del dono e del controdono. A partire da essa, si è espressa in passato la protesta contro l’ingiustizia sociale, perché permetteva di percepire l’immoralità di un mondo fondato esclusivamente sul calcolo interessato e la trasgressione permanente di tutti i limiti. Ma è altresì essa che, oggi, protesta con tutta la sua forza contro quella sinistra «moderna» di cui un Dominique Strass-Kahn è il simbolo e nella quale non si riconosce più. «Da questo punto di vista», scrive Michéa, «il progetto socialista (o, se si preferisce l’altro termine utilizzato da Orwell, quello di una società decente) appare proprio come una continuazione della morale con altri mezzi» . 
Come si è capito, Michéa non critica la sinistra da un punto di vista di destra – e ce ne rallegriamo – bensì in nome dei valori fondanti del socialismo delle origini e del movimento operaio. Tutta la sua opera si presenta, d’altronde, come uno sforzo per ritrovare lo spirito di questo socialismo delle origini e porre le basi del suo rinnovamento nel mondo di oggi. Assumendo la difesa della «gente normale», egli rifiuta anzitutto che si screditino valori di radicamento e strutture organiche che, in passato, sono stati spesso l’unica protezione di cui disponevano i più poveri e i più sfruttati. 
Non è un punto di vista isolato. Il percorso di Jean-Claude Michéa si inscrive piuttosto in una vasta galassia, dove troviamo, in primo luogo, ovviamente, il grande George Orwell, al quale Michéa ha dedicato un libro notevole (Orwell, anarchiste tory), come pure Christopher Lasch, teorico di un «populismo» socialista e comunitario, grande avversario dell’ideologia del progresso , di cui ha contribuito più di chiunque altro a far conoscere il pensiero in Francia. Vi troviamo anche, per citare solo pochi nomi, il giovane Marx critico dei «diritti dell’uomo», i primi socialisti francesi, William Morris, Charles Péguy e Chesterton, l’Antonio Gramsci che sottolinea l’importanza delle culture popolari, il Pasolini degli Scritti corsari (colui che diceva: «Ciò che ci spinge a tornare indietro è umano e necessario tanto quanto ciò che ci spinge ad andare avanti»), Clouscard e la sua critica dei liberali-libertari, Jean Baudrillard e la sua denuncia della «sinistra divina», i films di Ken Loach e di Guédiguian, la canzoni di Brassens, senza dimenticare Walter Benjamin, Cornelius Castoriadis, Jaime Semprun, Anselm Jappe, Serge Latouche , ecc. 
Michéa paragona il liberalismo a un nastro di Möbius, che presenta una «faccia destra» e una «faccia sinistra», ma senza alcuna soluzione di continuità. Ciò significa che tra borghesia di destra e borghesia di sinistra, entrambe eredi della filosofia liberale dei Lumi, ci saranno sempre più affinità oggettive che tra ciascuna di queste borghesie e gli antiborghesi del loro campo. E viceversa, che esiste una complementarità altrettanto naturale tra coloro che difendono il popolo contro la borghesia sfruttatrice, si situino essi ancora a sinistra o provengano da destra. È ciò che constata Michéa quando scrive: «Poco importa, in verità, sapere da quale tradizione storica ciascuno ha tratto le particolari ragioni che lo inducono a rispettare i principi della decenza comune e a indignarsi per la loro permanente violazione ad opera del sistema capitalistico» . In un’epoca in cui la sinistra intende più che mai raccogliere le «forze di progresso», egli non esita a ad aggiungere che è «la patetica incapacità di assumere [la] dimensione conservatrice della critica anticapitalistica a spiegare, in larga parte, il profondo smarrimento ideologico (per non dire il coma intellettuale irreversibile) nel quale l’insieme della sinistra moderna è oggi immersa» . 
Non avete ancora letto Michéa? Soprattutto, non dite che un giorno lo leggerete. Leggetelo subito. Immediatamente! 

(traduzione di Giuseppe Giaccio)       



6 dicembre 2014

La Roma degli onesti di Mario Pannunzio e Moana Pozzi, contro la Roma corrotta dei politicanti d'oggi e di sempre


A sinistra: Mario Pannunzio ed Ernesto Rossi
A destra: simbolo del Partito dell'Amore, con il volto di Moana Pozzi

C'è chi, ancora oggi, si stupisce della corruzione presente nella Capitale, delle infiltrazioni mafiose, della commistione malavitosa fra vip, imprenditori e politici di destra e sinistra.

C'è chi, purtuttavia, in tempi non sospetti, quel malaffare lo denunciava già. Parliamo degli “Amici de Il Mondo”, ovvero dei radicali di Mario Pannunzio – Ernesto Rossi in primis - che, sin dagli Anni '60, denunciavano la speculazione edilizia e la commistione fra politica, criminalità ed imprenditoria.

La stessa cosa fece Moana Pozzi alla guida del Partito dell'Amore – unico partito totalmente autofinanziato - allorquando nel 1993 si candidò a Sindaco di Roma. Ancora oggi, su youtube, su Radio Radicale e sul sito www.partitodellamore.it è possibile ritrovare i filmati ed i documenti relativi alle conferenze stampa di quel periodo (una fra queste moderata dal direttore de L'Opinione Arturo Diaconale), ove Moana denunciava e proponeva una sistematica lotta al malaffare, alla corruzione politica ed alla criminalità organizzata infiltrata nella città, oltre che proponeva un progetto per rilanciare le attività culturali romane; proponeva – già vent'anni fa – di chiudere al traffico il centro storico ed iniziative su come rilanciare l'occupazione giovanile e risolvere il problema dei parcheggi.

Moana la pragmatica, ma anche l'inascoltata che, all'epoca, prese solamente lo 0,52% dei consensi e che morì l'anno successivo, pur indimenticata dalle persone che l'hanno seguita ed amata.

Il Partito dell'Amore - che non smetteremo mai di dire che non era il partito delle pornostar, bensì il partito delle persone comuni, al punto che l'unica persona popolare in lista era Moana, mentre tutti gli altri candidati erano persone provenienti dalla cosiddetta società civile, fra cui un'insegnante di lettere ed un postino – fu la prima lista civica italiana. Una lista civica che, non avendo rendite di posizione né posti di potere da garantire e/o da auto-garantirsi, andava al cuore dei problemi.

E candidava Moana – simbolo-icona del Partito stesso - che, abbandonata definitivamente la carriera di pornodiva, pur senza rinnegarla, accettava di entrare seriamente in politica, con determinazione e lanciando lo slogan “Governare con più Amore”, ovvero stare più vicino ai problemi della gente comune, come lei stessa ricordava in una video-intervista dell'epoca.

La Roma di Moana e del Partito dell'Amore, così come quella degli intellettuali del settimanale “Il Mondo” e del primo Partito Radicale guidato da Mario Pannunzio ed Ernesto Rossi, sarebbe stata certamente molto diversa.

Per uscire dal pantano occorre ripartire da lì.


Luca Bagatin (nella foto con Debdeashakti, alla presentazione romana del saggio "Ritratti di Donna", dedicato anche alla memoria di Moana Pozzi)






Quando, con Ilona Staller, denunciai gli inciuci partitocratici a Roma, poco prima dell'elezione di Marino:

ROMA CAPITALE (fonte "Le Città")

Comunali, Bagatin e Staller contro gli inciuci destra-sinistra

«Dobbiamo impedire a Marino ed Alemanno - ovvero i riferimenti romani dell'inciucio nazionale - di vincere queste elezioni comunali - dichiarano lo scrittore e giornalista Luca Bagatin e l'ex parlamentare Ilona Staller, candidati indipendenti del Partito Liberale Italiano alle elezioni comunali di Roma del 26 e 27 maggio -. E vogliamo farlo come candidati indipendenti nel Partito Liberale Italiano. Marino e Alemanno rappresentano - rispettivamente - quel Pd e quel PdL che, da almeno vent'anni, si spartiscono il potere in Italia. Nella fattispecie rappresentano l'alleanza fra sinistra e destra che oggi governano il Paese senza essere stati democraticamente eletti da nessuno, bensì nominati da una legge elettorale per nulla democratica, come quelle vigenti negli ultimi vent'anni. All'antipolitica dell'inciucio destra-sinistra, contrapponiamo le politiche in favore di disabili, degli anziani, dei bambini, degli omosessuali, delle prostitute, delle donne sole, dei senzatetto e degli animali. All'antipolitica dell'inciucio, contrapponiamo gli ultimi, i più bisognosi, che necessitano di strutture socialmente utili, parchi, asili nido sempre più insufficienti, reddito di cittadinanza, trasporti efficienti e meno costosi. Tutte cose che potrebbero essere attuate abbattendo del 50% gli stipendi di Sindaco, Assessori, consulenti e funzionari pubblici. Oltre a ciò occorre introdurre una vera trasparenza nella politica Capitolina,introducendo l'Anagrafe pubblica degli eletti. Il nostro modello ideale e politico è la rigorosa e onesta Amministrazione romana di Ernesto Nathan, indimenticato Sindaco di Roma di fine Ottocento di ispirazione Repubblicana, Liberalsocialista e Radicale».


Quando, subito dopo la vittoria di Ignazio Marino alle elezioni amministrative di Roma, denunciai la vittoria dell'inciucio partitocratico:

ROMA CAPITALE (fonte "Le Città)

"Ha vinto l'inciucio partitocratico"

"Ha vinto l'inciucio partitocratico e il risultato elettorale del PLI alle elezioni comunali di Roma è stato purtroppo al di sotto delle nostre aspettative - commenta Luca Bagatin, presidente-ideatore di "Amore e Libertà", già candidato indipendente del Partito Liberale Italiano alle elezioni comunali di Roma -.Molto probabilmente, se Ilona Staller fosse stata candidata a Sindaco - come personalmente avevo proposto - le cose sarebbero andate diversamente e forse gran parte delle persone che si sono astenute avrebbe votato per noi, che avevamo un progetto di alternativa antipartitocratica al duopolio Pd-PdL. Oggi, ad ogni modo, occorre ripensare ad un nuovo modo di fare politica. Alternativo, dinamico, al di fuori dai "partiti", che oramai hanno fatto il loro tempo. Un progetto al di fuori delle ideologie stantìe del Novecento. Infondo, si può essere liberali anche e meglio, senza avere un partito alle spalle. E' per questo che ho deciso di proporre un movimento politico e culturale chiamato "Amore e Libertà", che ha per simbolo-icona Anita Garibaldi, moglie del primo Repubblicano e Socialista senza tessera di partito della Storia. Un movimento che vuole rilanciare le tematiche con cui mi sono battuto, anche con Ilona Staller, in questa campagna elettorale: istituzione dei Parchi dell'Amore, legalizzazione della prostituzione, antiproibizionismo sulle droghe, diritti dei disabili, degli anziani e delle donne, legalizzazione dell'eutanasia e del suicidio assistito, abolizione degli enti inutili quali Province e comunità montane, introduzione nelle scuole dell'ora di educazione sessuale e dell'ora di Storia delle religioni, in luogo dell'ora di religione. "Amore e Libertà" vuole essere un progetto/pensatoio aperto, non ideologico ed alternativo ai partiti.
Per informazioni ed adesioni è possibile contattarci direttamente al sito www.lucabagatin.ilcannocchiale.it oppure al sito www.amoreeliberta.blogspot.it, ove scaricare anche il Manifesto d'intenti".



29 dicembre 2013

Femen ed il recupero del libertarismo beatnik-hippie-cyberpunk contro una società massificata e mercificata. Ovvero Femen come Ilona e Moana

Femen, noto gruppo di attiviste anti-discriminazioni sessuali e contro le ingiustizie sociali sorto in Ucraina nel 2008, viene, spesso a torto a parer mio, visto come un fenomeno di mero “esibizionismo” femminile. Sarà perché Femen sono solite manifestare a seno nudo, inneggiando al “SeXtremismo”. Sarà perché Femen, anche di recente, hanno manifestato all'interno di luoghi di culto con scritte precise sul petto, ovvero “I am God” (Io sono Dio).

Sarà che la società post-marxista (che non ha mai compreso nulla di Marx, oppure, volutamente, ne ha distorto il pensiero), ovvero post-neo-comunista dell'Est, non è abituata a certe manifestazioni tipicamente libertarie, beatnik, hippie e cyberpunk.

Sarà che Femen ricordano una donna che proprio dall'Est comunista proveniva, ovvero Cicciolina-Ilona Staller, che delle manifestazioni contro le ingiustizie, per i diritti civili e umani si è sempre battuta: a seno nudo e con una coroncina di fiori sulla testa.

Sarà che è più facile, in ogni dove, ad Est come ad Ovest (e Ilona, negli Anni '80 brucerà, in segno di protesta contro la Guerra Fredda, le bandiere di USA ed URSS), dimenticarsi di icone libertarie come Timothy Leary (che il Presidente Nixon bollò come “l'uomo più pericoloso d'America”) oppure dimenticarsi dell'esperienza di Diva Futura di Riccardo Schicchi e della stessa Staller e dell'esperienza del Partito dell'Amore di Moana Pozzi. Esperienze uniche e trasgressive che, attraverso la “società dello spettacolo”, in realtà, ne mettevano a nudo le contraddizioni e le perversioni.

Oggi, purtroppo, sembra più facile digerire fenomeni “pop”, ovvero commerciali, figli della società di massa e dei consumi, della globalizzazione, delle Banche Centrali, dell'arte e della musica rese appannaggio di tutti in quanto banalizzate. Fatte in serie, per cervelli amebizzati o da amebizzare.

In questo senso hanno prevalso i fenomeni mediatici e mediocri alla Lady Gaga, che non a caso ultimamente collabora con Jeff Koons, artista “neo-pop”, avendo realizzato con lui un album intitolato proprio “Artpop”. Hanno prevalso pseundo-icone quali Belen Rodriguez e Jorge Mario Bergoglio, ovvero un certo divismo/buonismo mediatico-televisivo da Mulino Bianco-Cinepanettone.

Il Pop, in sostanza e in questo senso, è la massima manifestazione della massificazione mediatico-pubblicitaria. Koons e Lady Gaga assieme, in sostanza, fanno marketing (visto che è il loro ambito lavorativo, peraltro), non incrementano alcuna cultura, non fanno alcuna liberAzione politica. Tutt'altro. Fanno cassa e grancassa.

Il Pop in questo senso, massifica l'arte e la musica, rendendole sì accessibili a tutti ma nel senso più scadente del termine (in quanto facili da produrre/riprodurre). Commercialmente il Pop è un business che vale miliardi di dollari ed è anche di basso costo/fruizione. Ma ha amebizzato milioni di cervelli e volutamente fatto cadere nell'oblìo culture millenarie.

Parlando in termini di icone culturali/controculturali/erotico-politiche, possiamo dire che l'icona libertaria-hippie Cicciolina (con alle spalle Riccardo Schicchi, uno che, lo ricordiamo, nel 1979 ideò il primo partito verde-ambientalista d'Italia e che riuscì a combattere quello che era definito “comune senso del pudore”) e quella post-hippie, ovvero cyberpunk Moana Pozzi – icona e leader del Partito dell'Amore di Schicchi e Mauro Biuzzi - sono state sostituite dal caravanserraglio commerciale "pop" Lady Gaga-Koons-Belen Rodriguez-Jorge Mario Bergoglio. Nell'ambito di questa involuzione spirituale e dei costumi, di evolutivo - nel mondo ingiustamente globalizzato - possiamo osservare solamente il fenomeno Femen.

Fenomeno che, non a caso, nasce in un Paese dell'Est, ovvero un Paese prima reso schiavo dal Regime sovietico-comunista ed oggi reso schiavo dalla società globalizzata dei consumi e dei nuovi ricchi, dediti anche al turismo sessuale e, dunque, ad un nuovo sfruttamento dei corpi e delle menti.

Le attiviste di Femen, in questo senso, sono esempio della controcultura di oggi (che attinge alle controculture di ieri, libertarie, beatnik, hippie e cyberpunk), ancora purtroppo minoritaria e ancora una volta volutamente censurata e/o sottovalutata. Una controcultura che si batte, da sempre, per una società libera dalla politica dei Governi e del Danaro, ovvero libera dai Media e dallo sfruttamento commerciale/sessuale delle menti e dei corpi.


Luca Bagatin (nella foto fra Ilona Staller e Ursula Davis)



14 novembre 2013

Baby prostitute: la conseguenza di una società consumista e ipocrita, priva di passioni, onestà ed erotismo

Il fenomeno delle “baby prostitute” è un vero problema.

Un vero problema perché banalizza il corpo delle ragazzine che si vendono per il vil danaro di una società consumistica ove la vera crisi è di creatività e di civiltà.

Un vero problema perché mette a nudo intere generazioni di maschi frustrati sessualmente, ricchi, ipocritamente sposati e – più o meno consapevolmente – mentalmente deviati.

Un problema che fotografa l'”altro volto dell'Italia”. Un volto che è sempre esistito almeno sin da quando hanno chiuso i casini. Un volto che si è diffuso a macchia d'olio grazie ai mezzi di comunicazione di massa che sbattono in prima pagina non già l'erotismo, bensì la morbosità e la violenza. Il voyeurismo, che è l'estrema conseguenza della repressione, della mancanza di qualsiasi educazione sentimentale e sessuale.

La nostra è una società ove le donne, emancipate solo in parte, ma per molti versi e purtroppo “mascolinizzate”, si sono stancate di uomini rammolliti e privi di creatività.

La nostra è diventata, con l'incedere degli anni, una società ove niente si può ottenere attraverso il buonsenso, l'amore e la comprensione, bensì tutto si può ottenere con il vil danaro, il commercio, la prostituzione che è prima di tutto mentale.

I sentimenti e l'eros sono stati sostiuiti dal voyeurismo, dall'ipocrisia matrimoniale, dal figliare senza alcuna consapevolezza ed educazione per i figli medesimi, dall'idolatria per il danaro, meglio se facile ed ottenuto senza fatica.

Il corpo è diventato non già esaltazione della bellezza e della verità come nell'arte classica, bensì merce, strumento mediatico di un piacere passeggero ed effimero, esaltato dalle palestre e dai centri benessere profumatamente foraggiati da consumatori/lobotimizzati inconsapevoli.

E così ci stupiamo che ci siano ragazzine (o ragazzini, si veda il caso Paolini) che si prostituiscono a 14 o 16 anni.

Ci stupiamo, ma non ci chiediamo quale ne sia la vera causa, che non è morale o moralista, bensì va ricercata nell'assenza di passioni, pulsioni, emozioni vere. Il danaro, la pubblicità commerciale, i media, lo stesso web intriso di messaggi commerciali ed effimeri, ovvero di bisogni indotti, ha privato la nostra società e dunque i nostri giovani di qualsiasi vero amore per ciò che li/ci circonda.

Non è un caso che gli Anni '60 fossero gli anni della trasgressione-rivoluzione culturale, ideale, sessuale, mentre gli Anni '2000 siano stati gli anni della regressione umana e culturale, dell'indottrinamento mediatico, del soldo facile, della mancanza di comunicazione verbale e gestuale e della mercificazione dei corpi e, dunque, delle menti. Ovvero tutto ciò che ha originato l'attuale crisi mondiale.

Ciò che mi chiedo davvero è, purtuttavia: quanti ne sono davvero consapevoli ?

Quanti si rendono conto che, sin tanto che non ci ribelleremo a questi modelli imposti dall'alto (dall'economia alla politica, passando per i media ed i “cattivi maestri” della pubblicità, dell'incultura e della pseudo-comunicazione) non ne usciremo mai ?

Riapertura delle case chiuse subito !

Educazione sessuale e sentimentale nelle scuole subito !

Invito ai giovani alla lettura, all'approfondimento ed all'uso consapevole, ovvero intelligente, dei mezzi di comunicazione di massa. Invitandoli magari anche al loro boicottaggio intelligente e di controinformazione, sull'onda di quanto avvenne negli USA egli Anni '60 e '70.

Rifiuto della pubblicità commerciale, dei bisogni indotti, del consumismo.

Ritorno a scelte di vita legate alla natura, all'ambiente, all'amore, ovvero basate su stili di comunicazione verbale, gestuale, istintuale verso il proprio prossimo.

Riscoperta di forme di spiritualità antiche come la Donna e l'Uomo, rispetto a quelle imposte dai media, dal soubrettismo religioso dei Bergoglio e delle Belen, che servono unicamente a foraggiare un sistema di Potere prostituito.

Ecco, forse, gli antidoti al disfacimento odierno ed attuale.

Occorre dunque tornare a trasgredire di fronte ad un Sistema corrotto e corruttore.

Diversamente avranno vinto loro: i fanatici della frustrazione mentale, del consumismo, della politica piegata all'economia e dell'economia piegata alla politica, del voyeurismo, della distruzione del patrimonio ambientale, della corruzione dei corpi e delle menti.

Non lasciamoci ma più imbrogliare ed imbrigliare, dunque !


Luca Bagatin



4 novembre 2013

La mia scelta laica eretica-erotica

Confesso, che poi non è nemmeno una confessione per chi mi conosce bene, di essere sempre stato un eretico.

Eretico in politica, nella vita privata ed in ambito culturale.

Ho fatto parte, sin da quando avevo sedici anni, di molti partiti politici ad esempio. Ne sono stato iscritto e talvolta ho ricoperto anche diverse cariche pubbliche, per così dire. Purtuttavia ho sempre e solo pensato con la mia testa e sono sempre rifuggito dalle ideologie e dai feticismi-fanatismi di partito.

Per me concetti quali “centralismo democratico”, oppure “disciplina di partito” sono sempre stati estranei ed astrusi.

Ho sempre avuto di fronte e per scelta personale, invece, poche ma chiare idee: libertà individuale spasmodica, laicità, onestà intellettuale e morale, arte e bellezza.

Allorquando queste prospettive collimavano con il tal partito, solo allora mi inscrivevo e iniziavo a lavorare...per portare avanti questi e solo ed unicamente questi princìpi.

Entrai così nei Verdi (salvo un rapidissimo passaggio nei giovani comunisti di Rifondazione, ma solo perché a sedici anni avevo letto quasi tutto Marx e ne rimasi affascinato...pur per un brevissimo lasso di tempo), successivamente bazzicai fra i Radicali, poi mi iscrissi ai partiti della galassia liberalsocialista ed infine approdai al Partito Repubblicano Italiano e, più recentemente, prima dando una mano al movimento di Oscar Giannino e poi riproponendo Ilona Staller in politica - ideandone la candidatura - mi candidai con lei nel Partito Liberale Italiano alle Amministrative romane, sperendo così di “erotizzare” gli “sclerotizzati” laico-liberali (che, fu subito evidente, preferirono rimanere "sclerotizzati").

Frequentai così, e per bene, le varie anime della sinistra, almeno quella autentica, libertaria e laica. Pur discostandomi sempre dalla ideologia e dalle visioni ideologiche, feticistiche e voyeuristiche del partitismo.

Invero, alla fine della fiera, nell'ambito di tali partiti non riuscii a soddisfare appieno i miei princìpi e così, in quasi vent'anni di militanza, me ne discostai totalmente, preferendo non avere più tessere di partito.

Del resto nell'ambito dei medesimi partiti feci sempre di testa mia: prima teorizzando (anticipando i tempi su quella che sarebbe diventata la Rosa nel Pugno) un'unificazione fra Verdi-Radicali e Socialisti e, successivamente, puntando ad un polo laico che si battesse per le libertà civili, sessuali, sociali ed economiche, contro il Potere Pd-PdL (anticipando per molti versi le denunce del Movimento Cinque Stelle). Ciò non avvenne né, credo ormai, in ambito politico-partitico, potrà mai avvenire.

I partiti ragionano secondo regole fisse, alchimie stantìe e di Potere, senza alcuna onestà morale ed intellettuale, mentre il sottoscritto crede nell'eresia, nell'erotismo e dunque anche nell'erezione, che è aspetto condannato e combattuto dalla “cultura” dominante del Potere-Prepotente-Impotente (PPI).

I Radicali, almeno per ciò che attiene al periodo dei mitici Anni '60 e '70 (e per certi versi '80), furono gli unici a comprendere la necessità di un linguaggio diverso. Un approccio nuovo alla politica-partitica-sclerotica. Introdussero l'arte, l'erotismo, la goliardia nelle loro battaglie di libera-Azione, ovvero di liberazione. Il Partito Radicale fu, per decenni, il partito delle donne, degli ecologisti, degli omosessuali, dei transessuali, delle prostitute, dei libertari, liberisti, libertini, anarcosocialisti, degli spiritualisti e delle pornostar.

Fu il partito del sincretismo fra Sacro e Profano. Dell'intelligenza controculturale che, negli USA, affondava le sue radici nella cultura beatnik, mai approdata davvero (nonostante i contributi di Nanda Pivano) nelle coste della buonista, bigotta, conformista, clericofascista e cattocomunista Italia.

Purtroppo anche i Radicali, con gli anni, si sono mutati e globalizzati. Ovvero inglobalizzati in un sistema conformista-consumista e di Potere al punto che – e non è un caso – oggi Emma Bonino siede al governo della Famiglia Letta-Berlusconi.

Quanto ai verdi, socialisti, liberali e repubblicani, si sono divisi equamente le poltrone elargite loro dal Potere dei Prodi, dei D'Alema e dei Berlusconi, dimenticando totalmente le loro antiche battaglie e oggi rimanendo addirittura con il cerino in mano, visto che non esistono più né verdi, né socialisti, né liberali, né tantomeno repubblicani-mazziniani.

E' anche per questo che ho smesso di andare a votare e farmi prendere per il deretano. La libertà, l'eresia non hanno prezzo.

Mai rinunciare al pensare con la propria testa, attraverso un constante studio ed approfondimento della realtà.

Mai rinunciare a ciò per il Potere, ovvero per quella che chiamano “politica” che, nei fatti, ne è la sua più becera espressione e che da secoli danneggia l'intelligenza umana.


Luca Bagatin



18 ottobre 2013

Al Governo Letta contrapponiamo Amore e Libertà

Al Governo Letta contrapponiamo il nongoverno letto !
Una scelta di campo...rella !




www.amoeeliberta.altervista.org
www.amoreeliberta.blogspot.it







17 ottobre 2013

"Papa Francesco, Scalfari e Pannella". Articolo di Giacomo Properzj

Pubblichiamo qui un bellissimo articolo dell'amico Giacomo Properzj scritto per www.linkiesta.it, che mette in luce tutto il soubrettismo neo-post-radicale (o, meglio, antiradicale storico) di Eugenio Scalfari e di Marco Pannella i quali plaudono alla neo-soubrette mediatica Jorga Mario Bergoglio, autoproclamatasi Papa Francesco.

Le due corna, se così posso esprimermi con tutto il rispetto, dell'esile movimento radicale in Italia, sono rappresentate da Eugenio Scalfari, giornalista, fondatore di Repubblica, da sempre autorevole espressione della sinistra e da Marco Pannella, promotore di un'infinità di referendum, non sempre fortunati e protagonista di eventi di ogni genere, come si sa, finalizzati ad iniziative politiche. Talvolta elettoralmente legato anche a Berlusconi.
Stranamente, Papa Francesco ha trovato consenso in questa sottile area politica sia stabilendo rapporti epistolari con Scalfari che si tradurranno nel giro di pochi giorni in un libro strenna per Natale sia ottenendo, senza peraltro incontrarlo, un grande e rumoroso consenso da parte di Pannella che lo definisce “quest'amore de Papa” e ha presentato per le prossime elezioni regionali in Lucania una lista dedicata anche ai credenti.
Scalfari, che ha sempre avuto di se stesso una considerazione superiore a quella che il mondo in genere gli concedeva, trova oggi in questa corrispondenza pontificia, sugli altissimi problemi della vita e della coscienza, un appagamento che non ha mai avuto e forse il rischio è che faccia come la rana di Esopo e cioè scoppi dal piacere. Quanto a Pannella non è ancora riuscito a penetrare nelle stanze vaticane e si esprime da qualche tempo come un predicatore cristiano americano quelli, per intendersi dei tea-party tanto che se non si prende la linea giusta in certi orari si confonde facilmente Radio Radicale con la contigua Radio Maria. Preso questo mood, come si è detto, Pannella si è recato in Lucania a presentare questa lista radico-cristiana la quale, per ora, non ha ancora scelto con quale presidente stare visto che, come accade, il Pd presenterà un suo presidente e gli altri uno dei loro però nelle ultime ore sembrano orientati sul candidato di destra. Non pare questo un fatto importante per il gruppo degli strettissimi collaboratori pannelliani i quali inoltre hanno presentato la lista senza dire nulla all'associazione dei radicali italiani che per i comuni mortali sembrerebbe essere il partito o il movimento dei radicali. Non è vero, è stato spiegato che “i radicali italiani” sono una delle sette organizzazioni che compongo il movimento radicale in Italia (delle altre sei si hanno informazioni saltuarie e non sono in grado di farne l'elenco), inoltre il movimento radicale fa parte del partito radicale transnazionale, disperso un po' in tutto il mondo ma di cui spesso non si hanno notizie, come del suo segretario che è un avvocato del Mali ma di cui mancano informazioni da diverso tempo.
Naturalmente le due corna, con tutto il rispetto, del movimento radicale si odiano tra di loro e si detestano ma questo rapporto con il mondo vaticano sembra trovare una sua analoga linea concettuale seppur susseguosa per quanto riguarda Scalfari e stracciaculo, sempre con tutto il rispetto, per quanto riguarda Pannella. Il risultato sarà identico perché Papa Francesco è un gesuita e sa dove mettere le mani per ridicolizzare gli ultimi rari laici italiani.

Giacomo Properzj
www.linkiesta.it



29 settembre 2013

ALL'OMBRA DEGLI A-SOCIALNETWORK: La soubrette apostolica benedice la soubrette trash del momento. Per la serie "Dont'cry for me Argentina"



Benedizione, peraltro, concessa a pagamento...sic !




13 luglio 2013

L'imbarbarimento televisivo (e non solo) degli ultimi vent'anni



Leggevo un articolo di Giuseppe Di Piazza pubblicato sul settimanale "Sette", del 12 luglio scorso, suggerito dal sito dell'amico Cesare Lanza www.lamescolanza.com, a proposito della tv degli ultimi trent'anni.

Sotto accusa - si fa per dire - la "tv commerciale", la "tv del Drive In".

Mi è venuta in mente una riflessione, che non ho potuto non postare - in poche righe - su Facebook.

Non penso, infatti, che l'imbarbatimento della società italica degli ultimi vent'anni sia tanto causa della tv. Piccolo inciso: parlo degli ultimi vent'anni più che degli ultimi trenta, nel senso che ritengo che il vero imbarbarimento culturale, politico e sociale, abbia investito la Penisola negli Anni '90, giundendo all'apoteosi negli Anni - forse non a caso definibili - '00.

Dagli Anni '90 ad oggi, semmai, abbiamo assistito ad un imbarbarimento della tv, del costume e della politica.

La colpa non è certo dei simpatici ed innovativi programmi del genio Antonio Ricci, ideatore di trasmissioni sensuali, surreali, irriverenti e comiche quali "Matrjoska" (che mostrò per la prima volta in tv il nudo integrale di Moana Pozzi, oltre che irrise "Comunione e Librazione" e per questo fu chiusa dopo un'unica puntata), "L'Araba Fenice", del tanto nominato e “vilipeso” "Drive In" o della dirompente “Striscia la Notizia”, unico vero tg d'informazione del Paese.

La colpa, semmai, è di programmini un po' insulsi, vuoti, senza ironia né costrutto. Ove a farla da padrone è il litigio, spesso costruito, l'insulto greve e gratuito e la mancanza di argomentazioni. Programmi ove si cimentano giovani fintamente bellocci, senza arte né parte o quasi.

Programmi ove il voyerismo e la violenza verbale e talvolta fisica sono di gran moda. Forse il Marchese De Sade, nel XVIII secolo, con "Le 120 giornate di Sodoma", anticipò i tempi. Peccato che, per quei tempi, lui sì fosse trasgressivo per davvero ! E Pier Paolo Pasolini, cantore degli ultimi, fotografò - già nel 1975 - con "Salò e le 120 giornate", ciò che sarebbe diventato il nostro Paese.

Programmini televisivi - quelli dell'ultimo Ventennio - confezionati in Italia, ma spesso importati da un Paese che ha perduto persino le sue origini rivoluzionarie, ovvero gli USA.
Ironia, sensualità, simpatia, empatia, irriverenza e contenuti, sono gli ingredinti che mancano alla tv degli ultimi vent'anni, oltre che alla politica ed alla società di casa nostra nel suo complesso.
L'Italia ha perduto la sua memoria storica e non è in grado di darsi uno "scossone". I giovani sembrano più conservatori, annoiati e disillusi dei loro padri e persino dei loro nonni. L'inconsapevolezza e l'inconsistenza regna sovrana e lo Stato riceve continue tirate d'orecchi dall'Unione Europea per mancato rispetto di questa o quella normativa.
O ci si dà una svegliata, ragazzi, oppure dalla crisi - quella nera e vera delle idee e delle progettualità - non ne usciremo mai.
E diamo uno stop, finalmente, a questo finto moralismo e finto perbenismo, che tende a dare la colpa a fenomeni, persone o personaggi che colpe non ne hanno e che, forse, hanno contribuito davvero a rendere il Paese un po' meno medievale, corrotto e triste.


Luca Bagatin (nella foto con Ursula Davis Hula Hop)



27 luglio 2009

Un viaggio felliniano nel Pianeta Donna


Ammetto che è il mio film onirico preferito.
Adoro il Fellini grottesco e a tratti clownesco. Con “La città delle donne”, il regista romagnolo, è riuscito addirittura ad essere politico - nel periodo post-femminista - muovendo non tanto una critica al femminismo in sé, quanto piuttosto raccontando con sarcasmo una sorta di follia collettiva. Una follia che fu violenta nei gesti e negli slogan.
La follia di certe femministe scalmanate dell'epoca, fortemente sessiste, e l'ipocrisia di certi uomini fallocratici e sessualmente allupati, ma quasi sempre fondamentalmente impotenti. Anche nel senso lato del termine.
Ed ecco che, per mezzo di Snaporaz-Mastroianni, ovvero del protagonista incontrastato di questo affresco felliniano, riusciamo ad esplorare - con divertimento e giocosità - l'universo-pianeta donna in tutte le sue sfaccettature.
Dalla donna-moglie alla donna-amante; dalla donna-femminista alla donna-materna; dalla donna-castrante alla donna-lesbo-autosufficiente e così via in un crescendo di surrealismo e comicità.
Rivedendo questo ottimo film, ho potuto anche riscontrare una certa similitudine con quanto proposto televisivamente da Gianni Boncompagni fra la fine degli anni '80 ed i primi anni '90. Si pensi alla scena dell'inno “La donna senza uomo è.....”, cantato in coro dalle donne-femminist-felliniane sedute per terra, che ricordano moltissimo le ragazze di "Non è la Rai" o dei primi “Domenica In” di Boncompagni, appunto.
Le donne-giocose-soubrette senza ammiccamenti, magari piene di contraddizioni (come quella magistralmente interpretata da Donatella Damiani), divertenti, che prendono in giro e sanno prendersi in giro. Giocando allegramente fra loro (penso anche alla scena delle pattinatrici scalmanate che si tengono per mano e circondano Snaporaz-Mastroianni tenuto per mano dalla Damiani), con una complicità raramente immaginabile in anni in cui la competizione femminile pare aver superato di molto quella fra maschi per la conquista-del-territorio.
Le soubrette, per così dire, precedenti alle Veline di oggi, ma che in realtà fanno parte del loro stesso back-ground (e sbaglia in pieno chi considera le Veline una categoria assimilabile alle vallette vuote degli anni che furono).
Donne forse idealizzate dall'immaginario collettivo maschile ? Forse, ma anche no. Anzi, decisamente direi di no.
Perché talvolta l'universo maschile non va oltre il modello tette-culo driveiniano o tintobrassiano, rilanciato oggi dal modello trash Belen Rodriguez per intenderci, che, artisticamente, diciamolo pure, non rappresenta nulla se non il nulla della televisione d'oggi.
Perché non si capisce perché una donna bella, magari sensuale, ma anche una ragazza acqua e sapone particolarmente accattivante e simpatica, non possa anche avere la capacità di far sorridere oltremodo, anziché mostrare il culo. Appunto.
Attenzione però miei cari maschietti ! “La città delle donne” è un vero e proprio viaggio onirico di un uomo incerto (ed anche maturo), che si lascia attrarre con facilità dal bel sesso giungendo finanche a trascurare o tradire la moglie, anche se solo idealmente. E tutto sommato non facendoci nemmeno una gran bella figura.
Finzione ? Realtà ? Gioco ?
Tutto si mischia nel film di Federico Fellini, che ci regala come sempre nuovi spunti di ricerca interiore ed esteriore.
In questo caso nell'ambito dell'immarcescibile lotta-scontro-gioco fra i sessi. All'inizio degli edonisti anni '80, così come anche oggi, nei confusi e a tratti fumosi anni '00.

Luca Bagatin


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