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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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30 ottobre 2012

L'INTERVENTO del prof. Aldo A. Mola

INDIMENTICABILE PASCOLI

di Aldo A. Mola


Furono il toscano Giosue Carducci e il romagnolo Giovanni Pascoli a scrivere i versi più memorabili sul Vecchio Piemonte, quello che “fece l’Italia” con i suoi re, i cospiratori e gli esuli, mazziniani e garibaldini, giovani e meno giovani dalla vita un po’ disordinata ma che, al momento giusto, accettarono le redini e le staffe della monarchia: il siciliano Francesco Crispi e gli emiliani e romagnoli Luigi Carlo Farini, Manfredo Fanti, Enrico Cialdini. Malgrado sorrisi ironici, l’ode Piemonte sopravvive al crepuscolo della scuola.

Ma chi è “Zvanì” Pascoli? Poeta sommo della Nuova Italia, forse tra i più sublimi del Novecento. Vittima, con tutta la sua famiglia, dell’assassinio di suo padre Ruggero, amministratore della tenuta dei principi Torlonia a San Mauro, il 10 agosto 1867. Venne ammazzato da chi voleva prenderne il posto e allo scopo usò due manutengoli, drappeggiati da repubblicani. Liberate dal giogo del Legato pontificio, le Romagne ne subivano un altro: la guerra sociale strisciante contro proprietari e uomini d’ordine. Quelle plaghe rimasero teatro di delitti e infamie. Profondo Nord. Non per caso, il primo maxiprocesso della storia d’Italia non fu celebrato in Sicilia ma a Bologna contro la “associazione di malfattori”, iceberg della “setta degli accoltellatori: un mondo che arrivava e sarebbe andato lontano drappeggiando come anticlericalismo l’ odio contro la borghesia e la ricerca di profitto personale a soddisfazione di istinti inferiori.

Giovanni Pascoli rimase schiacciato dall’assassinio del padre, che quasi portò Oltretomba sua moglie e molti dei dieci figli. Una tragedia. Sopravvissero lui, Ida, Maria (Mariù) e Raffaele (Falino), che ebbe vita disordinata. Nel collegio dei padri Scolopi a Savignano sul Rubicone e all’Università di Bologna, ove studiò lettere grazie alla meritata borsa di studio Giovanni bevve calici amari. Come ad Andrea Costa, internazionalista ma dal 1882 primo deputato “rivoluzionario”, fu folgorato dal socialismo, il “sol dell’avvenire”: insegna dieci anni prima ideata da Giuseppe Garibaldi. Socialismo per Pascoli significava libero pensiero, progresso civile, soccorso ai bisognosi e “dimenticati”, come egli si sentì’ per tutta la vita. Allievo a Bologna di Giosue Carducci, che in pochi anni ridestò l’Università e ne fece faro della Terza Italia, con altri giovani Pascoli cercò di spiegare le radici dell’attentato al re compiuto dal cuoco Giovanni Passannante con un innocuo coltellino. Arrestato, detenuto tre mesi e processato, Zvani fu assolto. Riprese gli studi e divenne…Pascoli. Dalle cattedre liceali di Matera, Massa e Livorno passò alle universitarie e nel 1905 ereditò a Bologna quella di Carducci, alla cui morte prese sulle spalle la “canzone dell’Italia”, altrimenti monopolio di Gabriele d’Annunzio. Lavorò ai Poemi del Risorgimento, un’opera dimenticata nel 150° dell’unificazione italiana, forse perché prova che il socialismo umanitario otto-novecentesco non è antinazionale ma capace di patriottismo, come già avevano insegnato Garibaldi e Carducci. Pascoli non ebbe nessuna tessera se non quella di Poeta, cioè la tessera dell’Universo, contemplato a Livorno, a Castelvecchio di Barga, nel breve ritorno a San Mauro, nella sua “Romagna solatia”. Anziché subire la tessera di partiti-chiese (cioè vincolanti), Pascoli cinse i fianchi con il grembiale di massone, nella loggia “Rizzoli” di Bologna. Venne iniziato con procedura speciale (settembre 1882, un anno prima dell’ingresso di Andrea Costa nella “Rienzi di Roma) perché in partenza pe Matera, da operaio della parola. Libero pensatore portò sempre con sé quel breve passaggio tra le colonne: da un luogo qualsiasi all’Universo, un “pavimento” bianco e nero e la volta stellata. Come ricorda Adele Cencetti in Giovanni Pascoli: una biografia critica (Le Lettere), tante volte Zvanì lasciò trapelare la conoscenza del cifrario massonico. Lo dicono i versi sull’incontro tra Garibaldi e Mazzini: “Tre colpi all’uscio. Era un fratello. Avanti…”.

Carducci scrisse che le “sette” erano state necessarie all’unificazione. Pascoli andò oltre. Celebrò Carlo Alberto di Savoia come“re dei Carbonari”. Cercò documenti. Colse bene la dimensione europea del liberalismo. E capì che esso doveva fondersi con il socialismo umanitario. Lo disse nel discorso sulla guerra per la sovranità dell’Italia su Libia e Cirenaica: “La grande proletaria si è mossa…”. Era il 1911, l’anno in cui scrisse in latino l’ Inno a Roma.

Pascoli solo “fanciullino”? In quale senso? Le sue grandiose visioni della storia, l’identificazione di Napoleone con Pan, la Natura, la Vita vanno molto oltre la piccola Belle Epoque che mescolò egoismi con esordio della finanza internazionale, la prima crisi borsistica con ricadute sulla produzione industriale, conflitti sociali esasperati, lo sciopero generale del 1904, la rivoluzione russa del 1905…. Esse additano mete, grondanti di sangue e di duri sacrifici, come era stata la sua vita. Malgrado lo sforzo linguistico talora affatichi l’efficacia poetica dei suoi componimenti “storici” (è il caso dei Poemi italini e canzoni di Re Enzio) Pascoli rimane voce vivida. Perciò è davvero singolare che, appena insediato al ministero dei Beni Culturali, Ornaghi, già rettore dell’università Cattolica, si sia affrettato ad azzerare il progettato Comitato nazionale per il centenario della morte di Pascoli, un omaggio che poteva essere a costo zero per un gigante che non ebbe il Nobel ma vinse tredici medaglie d’oro ai concorsi di poesia in latino banditi dall’Accademia di Amsterdam. Ne vendette alcune per acquistare la casetta nel verde di Castelvecchio per sé e la sorella Mariù, due passi dalla cappella ove i due infelici riposano: cattolicissima lei, libero pensatore lui, passato all’Oriente Eterno senza bisogno di speciale viatico. L’aveva avuto dalla vita.

Malgrado l’oblio del ministero (che poi vuol dire del governo, dello Stato!), non tutti dimenticano il grande poeta della memoria individuale e collettiva , dei popoli e dell’umanità. Chissà se vorrà ricordarsene il Vecchio Piemonte che gli ispirò Ciapin, commossa evocazione del maggiore monregalese Giuseppe Galliano, eroe di Macallè, morto ad Adua come i generali Giuseppe Arimondi, di Savigliano, e Giuseppe Ellena, saluzzese? (*)

Aldo A. Mola



9 ottobre 2010

"Mario Pannunzio da Longanesi al Mondo" presentato a Pordenone con il contributo del Partito Repubblicano Italiano alla presenza del prof. Pier Franco Quaglieni del Centro Pannunzio di Torino


A sinistra: il Sindaco di Pordenone Sergio Bolzonello
A destra: Luca Bagatin ed il prof. Pier Franco Quaglieni

Venerdì 8 ottobre scorso alle ore 19.00 - presso la saletta incontri dell'ex convento di San Francesco a Pordenone - il Partito Repubblicano della provincia di Pordenone ha organizzato la presentazione del saggio curato dal prof. Pier Franco Quaglieni: "Mario Pannunzio da Longanesi al Mondo" edito da Rubbettino.
La presentazione, curata da Luca Bagatin collaboratore de "La Voce Repubblicana", ha visto la partecipazione stessa del prof. Quaglieni, docente di Storia risorgimentale presso l'Università degli Studi di Torino e Presidente del Centro Pannunzio che fondò, nel 1968, assieme a Mario Soldati e ad Arrigo Olivetti.
L'evento ha ricevuto spontaneamente il Patrocinio da parte dell'Amministrazione Comunale di Pordenone ed è intervenuto, con un breve saluto introduttivo, lo stesso Sindaco Sergio Bolzonello.
Bolzonello - già in passato iscritto al Partito Liberale Italiano e quindi vicino all'ideale pannunziano - si è rammaricato di come oggi si senta la mancanza di una scuola di pensiero politico e di come il Paese sia totalmente allo sbando e ciò a causa tanto del "berlusconismo", che dalla mancanza di un "disegno organico" da parte del Pd al quale egli stresso appartiene.
Luca Bagatin ha dunque brevemente presentato la figura di Pannunzio, già sceneggiatore cinematografico, giornalista e poi politico liberale nato a Lucca nel 1910. Ha fatto un excursus della carriera dell'intellettuale lucchese dagli anni '30, passando per l'antifascismo liberale e democratico e per l'anticomunismo raccontato anche per mezzo del foglio clandestino legato al PLI "Risorgimento Liberale". E poi il dopoguerra, la fondazione de "Il Mondo": settimanale laico e liberaldemocratico che gettò le basi per una Terza Forza da contrapporsi alle "chiese" clericale e comunista. Terza Forza che sarà poi il Partito Radicale dei Liberali e dei Democratici che, in chiave progressista, si alleerà al Partito Repubblicano Italiano di La Malfa e Pacciardi.
Bagatin ha in particolare ricordato le battaglie politiche, civili ed economiche de "Il Mondo": contro i monopoli, la speculazione edilizia, l'influenza del dogma ecclesiastico nelle leggi dello Stato, i privilegi delle corporazioni e dei Poteri Forti.  Ed ha ricordato di come Pannunzio ed i suoi collaboratori volessero "superare a sinistra" persino i comunisti e dunque la celebre frase di Pannunzio:

“Essere liberali significa essere socialisti in modo assai più avveduto e attuale di quel che credono gli epigoni di Marx”.


Il prof. Pier Franco Quaglieni ha dunque presentato il saggio che vede avvicendarsi contributi, oltre che suoi, anche di Pierluigi Battista, Marcello Staglieno, Carla Sodini, Girolamo Cotroneo, Guglielmo Gallino, Mirella Serri, Angiolo Bandinelli ed uno scritto inedito di Mario Soldati.

Quaglieni ha quindi ricordato il Pannunzio inizialmente disinteressato alla politica, ma successivamente, nel corso degli anni '40, fervente antifascista ed antitotalitario. Collaboratore di Longanesi ad "Omnibus" prima ed allievo di Benedetto Croce e fondatore del crociano, appunto, "Il Mondo" poi.

Ed ha ricordato di come moltissime generazioni di giovani anche non provenienti dall'area liberaldemocratica, si formarono intellettualmente sulle pagine de "Il Mondo" che - ha affermato Quaglieni - era letto anche da giovani democristiani e comunisti, di nascosto dai loro "apparati" di partito.

Il prof. Quaglieni, ad ogni modo, è pessimista relativamente al fatto che oggi, un'esperienza esaltante culturalmente e politicamente come quella de "Il Mondo", possa rinascere. Le cause - ha detto - sono varie: l'imbarbarimento del linguaggio, dei media stessi e della politica: tutti presi piuttosto dal gossip che dalle problematiche contingenti. E poi la mancanza di una cultura liberale maggioritaria nel nostro Paese.

Il Centro Pannunzio, ad ogni modo e come ha affermato il prof. Quaglieni, è un punto di riferimento per tutti coloro i quali vogliono dare testimonianza di ciò che è stato il liberalismo di Pannunzio, che poi era quello del conte di Cavour e che successivamente giunse a confrontarsi con il repubblicanesimo mazziniano e con il socialismo autonomista, che sono poi le grandi culture laiche del nostro Paese.

Degno di nota, fra il pubblico, la presenza di ex militanti dell'area liberale e repubblicana che si formarono politicamente negli anni '80 e '90. Nessun reduce, molti quaranta-cinquantenni che, dopo la caduta del Muro di Berlino, credevano in una grande rivoluzione liberale e libertaria che avrebbe potuto giungere anche in Italia, sull'onda anche della parabola pannunziana. Così, purtroppo, non fu.

Giunse invece Tangentopoli e, come detto anche dal prof. Pier Franco Quagliani, fu una siagura per tutti a cominciare dai partiti che avevano fatto dell'Italia un Paese moderno e democratico.

Morì così, un grande sogno di libertà.

Luca Bagatin

I PREPARATIVI.....E LA CENA FINALE

Da sinistra: Valentino Bertoli, il prof. Pier Franco Quaglieni, il sottoscritto, Andrea Collesan Segretario provinciale del PRI




30 settembre 2010

Presentazione saggio su Mario Pannunzio a Pordenone venerdì 8 ottobre 2010 alle ore 19.00



Il Partito Repubblicano Italiano della provincia di Pordenone

in occasione del Centenario della nascita del grande giornalista liberale, laico, antifascista ed anticomunista

MARIO PANNUNZIO (1910 - 1968)

invita la S.V.

VENERDI' 8 OTTOBRE 2010 alle ore 19.00

alla presentazione del saggio

MARIO PANNUNZIO: da Longanesi al “Mondo””

Rubbettino editore

a cura del prof. Pier Franco Quaglieni


PRESSO LA SALETTA DELL'EX CONVENTO DI SAN FRANCESCO IN PIAZZA DELLA MOTTA A PORDENONE

L'incontro sarà presentato da

Luca Bagatin

collaboratore de “La Voce Repubblicana”

Relatore

Pier Franco Quaglieni

Presidente nazionale del “Centro Pannunzio” di Torino

L'evento è Patrocinato dal Comune di Pordenone ed è previsto un saluto introduttivo del

Sindaco di Pordenone Sergio Bolzonello



2 agosto 2010

Per il Centenario della nascita di Mario Pannunzio, un nuovo saggio a cura del prof. Pier Franco Quaglieni


Di questo 2010 saranno in pochi a ricordare il Centenario della nascita di Mario Pannunzio, grande giornalista liberale lucchese.
Saranno in pochi perché purtroppo - o per fortuna - Pannunzio è la figura più scomoda del panorama politico e culturale del '900 italiano.
Scomodo a destra perché antifascista della prima ora, sin da quando collaborava con il pur conservatore Leo Longanesi ad "Omnibus".
Scomodo a sinistra perché anticomunista sino ad essere il primo a denunciare, sulle colonne del suo "Risorgimento Liberale", il dramma delle foibe e poi i crimini dei gulag sovietici, nei quali finì anche suo padre, pur militante comunista.
Scomodo a quel centro clericale democristiano che fu, nei fatti, il continuatore di certa politica conservatrice e fascista.
Mario Pannunzio, fra i fondatori del Partito Liberale Italiano, se ne discostò allorquando il partito di Cavour, Benedetto Croce e Luigi Einaudi, preferì l'alleanza con qualunquisti e monarchici.
Fu allora che Pannunzio fondò, nel 1949, il settimanale "Il Mondo": espressione della cultura e della politica laica e liberaldemocratica italiana.
A "Il Mondo" collaborò la crème del giornalismo, della politica e della cultura del dopoguerra: da Ugo La Malfa a Giovanni Spadolini; da Ernesto Rossi a Gaetano Salvemini, a Luigi Einaudi, a Bendetto Croce, raccogliendo così gli ex azionisti non giacobini, i liberali, i repubblicani, i socialisti autonomisti e tutti coloro i quali ritenevano possibile uno spazio politico capace di contrapporsi alle due "Chiese" autoritarie: marxista e cattolica.
Sarà dunque "Il Mondo" ed il successivo Partito Radicale dei Liberali e dei Democratici, fondato dalla stesso Pannunzio e dalla "sinistra liberale", a lanciare le prime battaglie contro la speculazione edilizia, contro i monopoli, la devastazione del paesaggio, a favore del divorzio e dei diritti delle minoranze e a denunciare il dilagante malcostume politico che nacque all'indomani della fondazione della Repubblica italiana.
Tutto ciò e molto altro ancora è raccontato fra le bellissime pagine di rievocazione del saggio curato dal prof. Pier Franco Quaglieni: "Mario Pannunzio. Da Longanesi al Mondo", edito da Rubbettino.
Si alternerano, qui, interventi di Pierluigi Battista, Marcello Staglieno, Carla Sodini, Girolamo Cotroneo, Guglielmo Gallino, Mirella Serri, Angiolo Bandinelli, Mario Soldati e dello stesso Quaglieni, che è Presidente del Centro Pannunzio di Torino e che oggi è il depositario di quanto ci è rimasto di Mario Pannunzio e della sua opera.
Un saggio fra i pochi, purtroppo, assieme a quelli di Massimo Teodori e di Mirella Serri che sono stati pubblicati in questi ultimi anni.
Un saggio di rievocazione storica e giornalistica, di un giornalismo di denuncia e di proposta politica che non c'è più, ma del quale si sente assolutamente necessità in un'Italia per nulla moderna.
Un'Italia che, come scriveva lo stesso Pannunzio, ha purtroppo da sempre espresso il proprio voto per partiti "indigeni" e conservatori: fossero essi comunisti, cattolici e persino fascisti o monarchici.
"Su un elettorato di trenta milioni di individui" - scriveva Pannunzio nel 1966 - "ventitue milioni vanno a partiti diciamo così indigeni che, ad esempio, in Inghilterra e in America, in Scandinavia in pratica neppure esistono".
Gli Amici de il Mondo ed i pannunziani si sentivano invece rappresentati dai partiti della cosiddetta "Terza forza": liberali, repubblicani, radicali e socialisti, i quali in Occidente erano infatti il sale della democrazia e si contrapponevano all'oscurantismo clericale, marxista o conservatore in genere.
Partiti che, al governo dell'Italia, argineranno sino al 1992 il clericalismo ed il conservatorismo della Dc, ma che fondamentalmente non riusciranno mai a costruire un'alternativa di governo alla stessa a causa della loro esiguità e delle loro divisioni interne.
E' così che il sogno di Mario Pannunzio rimarrà incompiuto. Interrotto,  alla sua morte, dal sessantottismo, successivamente dal nascente comporomesso storico fra le "Chiese" Dc e Pci ed ucciso del tutto dalla falsa rivoluzione di Tangentopoli che, anziché moralizzare la vita pubblica, condannò a morte sicura i partiti democratici e consegnò l'Italia alle mezze calzette della politica d'oggi.

Luca Bagatin



2 giugno 2010

Radicali riforme per l'Italia nel solco del dialogo fra laici risorgimentali e cattolici liberali (a trovarne)

Alcide De Gasperi (DC); Luigi Einaudi (PLI); Carlo Sforza (PRI); Randolfo Pacciardi (PRI); Giuseppe Saragat (PSDI); Ugo La Malfa (PRI)

Non c'è più tempo per stare a guardare il lento declino di un Paese come il nostro, nel 64esimo anniversario della Repubblica italiana.
E' indispensabile rimboccarsi le maniche e darsi da fare, senza credere ai facili ottimismi di governanti che pensano che sia sufficiente tagliare la spesa pubblica un po' quà ed un po' là. Mantenendo inalterati il grosso dei privilegi.
Dall'altra parte poi, il carro cattocomunista, propone un vero e proprio ricatto di Stato nei confronti delle aziende: tasse zero per i primi due anni se assumerete a tempo indeterminato !
Figuriamoci se un'azienda in crisi può permettersi di sottostare a determinati diktat e assumere personale a vita e riceverne come "premio" tasse zero....ma solo per i primi due anni !
Diciamolo subito: i tagli che sta attuando il Ministro Tremonti alla spesa pubblica sono necessari. Il problema è, semmai, che sono pochi.
E’ ridicolo tagliare del solo 10 % lo stipendio di manager pubblici e politici. Andrebbero tagliati almeno del 30 % ed estesi a Presidenti, Assessori e Consiglieri regionali E poi c’è il discorso dell'abolizione delle Province, che come repubblicani proponiamo dagli anni ’70 e che a Pordenone rilanciammo con una lista civica "ad hoc" nel 2004.
Poi, ancora, c’è il discorso dei Comuni inferiori a 20.000 abitanti che costano ed andrebbero accorpati. Ed ancora: è possibile che vi siano regioni in Italia che spendono e spandono sulla sanità senza rendere conto a nessuno ? E dei “progettini comunali” socialmente inutili o, meglio, utili ai soliti noti, vogliamo parlarne ?
Una volta introdotti seri e drastici tagli alla spesa pubblica improduttiva allora si può pensare – non già a ricattare cattocomunisticamente le aziende – ma a ridurre il carico fiscale a due, massimo tre aliquote e ad innalzare la soglia della no tax area.
Riducendo così le imposte, l’hanno dimostrato gli anni di Reagan e della Thatcher e noti esperti economici come Oscar Giannino, si amplia ben presto la base imponibile. E l’evasione si riduce automaticamente (senza sguinzagliare costosi ispettori della guardia di finanza) per effetto della famosa “curva di Laffer”.
Sarebbe bene dunque che la classe politica odierna, pur nella sua mediocrità, prendesse spunto dai migliori governi che la Repubblica abbia mai avuto. Quelli dell'asse De Gasperi-Einaudi-Carlo Sforza-Pacciardi-Saragat-La Malfa.
Governi che seppero ricostruire l'Italia dopo la piaga fascista, collocarla all'interno del Patto Atlantico e quindi annovararla fra le Democrazie occidentali. Governi che portarono, in pochi anni, al boom economico degli anni '50. Governi intransigentemente anti-cattocomunisti, fondati su un franco dialogo fra laici risorgimentali e cattolici liberali.
Nel 64esimo anniversasio della Repubblica italiana dovremo non solo onorare la memoria di quei governi, ma finanche auspicare che qualche politico illuminato d'oggi ne recuperasse l'identità e le prospettive.

Luca Bagatin



11 aprile 2010

"Pannunzio, quella lapide negata nel centro storico di Roma": da Il Velino del 9 aprile 2010

 
Pannunzio, quella lapide negata nel centro storico di RomaPannunzio, quella lapide negata nel centro storico di Roma

Roma, 9 apr (Il Velino) - È considerato tra i più fini intellettuali del Novecento italiano. A Roma, dove visse per quasi mezzo secolo e dove rischiò di finire alle Fosse Ardeatine, fondò la sua “creatura” più illustre: il giornale “Il Mondo”. Oggi, a Mario Pannunzio, mentre si celebra il centenario della nascita, la Capitale non trova modo di dedicare una targa commemorativa. È la paradossale vicenda denunciata da Pier Franco Quaglieni, presidente del Centro Pannunzio da lui fondato a Torino assieme ad Arrigo Olivetti nel 1968. “Lo scorso anno proponemmo al sindaco di Roma l'apposizione di una lapide per ricordare Pannunzio nel centenario della nascita – racconta Quaglieni al VELINO -. La Sovrintendenza ai Beni culturali, con grande rapidità e spirito di collaborazione, accolse la proposta e definì un testo bipartisan che avesse un valore eminentemente storico, come è giusto che sia per una lapide da apporre su un edificio nel centro storico di Roma”. Come luogo si pensò alla facciata di via Campo Marzio 24, angolo via dei Prefetti, dove Pannunzio nel 1949 fondò “Il Mondo” e dove il settimanale ebbe la sua prima redazione. La Sovraintendenza richiese il necessario nulla osta all’amministrazione condominiale del palazzo. Ma il via libera, dopo parecchio tempo di attesa, non è arrivato. Lo scorso 22 marzo il Pio Sodalizio dei Piceni, proprietario dell’edificio in questione, ha espresso parere negativo all’affissione della lapide motivando che in nessuno dei suoi palazzi “sono state apposte targhe commemorative di eventi che possano essere ricollegati alle attività degli inquilini occupanti”.

È la considerazione di Pannunzio come un “inquilino” qualsiasi ad amareggiare profondamente Quaglieni. “Non è colpa assolutamente della Sovrintendenza e non è neanche colpa del Pio Sodalizio dei Piceni che è proprietario dell'edificio e quindi titolare di diritti indiscutibili – osserva il presidente del Centro torinese -. Ma il problema sorge nel momento in cui si considera Pannunzio uno dei tanti inquilini e ‘Il Mondo’ non viene considerato come la rivista storica italiana più importante del secolo scorso”. E pensare che solo un mese fa Poste italiane ha dedicato a Pannunzio un francobollo commemorativo per il centenario riconoscendone la “storicità” del personaggio. Un valore che i dirigenti del Pio Sodalizio non hanno ritenuto di considerare. “A Roma Pannunzio visse ed operò a partire dagli anni Venti fino alla morte – ricorda Quaglieni -. Nella Capitale fondò due giornali importanti, venne arrestato, rischiò di finire alle Fosse Ardeatine ed è ricordato come uno dei padri fondatori della democrazia repubblicana”. Il presidente del Centro Pannunzio si chiede: “Può considerarsi la facciata di un edificio nel centro storico di Roma proprietà esclusiva del padrone dell'edificio? Il centro capitolino è un bene culturale e storico di per sé che appartiene ai romani e a tutti coloro che vedono Roma come capitale d'Italia e come concentrato di una storia unica e importante per l’intera l'umanità”.

Che la Sovraintendenza ai Beni culturali del Comune di Roma abbia le mani legate sulla vicenda, dal momento che il parere dei proprietari dell’edificio è vincolante, lo ribadisce Umberto Broccoli. “La legge è questa e non si può modificare – spiega al VELINO il sovraintendente -. Di mezzo ci sono innanzitutto il Codice civile e poi quello penale che vieta le affissioni sugli edifici. Nel caso specifico del palazzo di via Campo Marzio, si tratta di un edificio privato, non di un luogo pubblico e di conseguenza non possiamo attaccare targhe e lapidi senza il consenso dei proprietari, cioè del Pio Sodalizio dei Piceni”. Aggiunge Broccoli: “Purtroppo la regola è questa. Dico purtroppo perché Pannunzio è uno dei capisaldi del Novecento italiano assieme a Longanesi e Flaiano. Ho fatto spesso trasmissioni radio-televisive con materiali di Pannunzio e in passato ho pure vinto il premio a lui intestato. Figurarsi se avrei potuto essere contrario all’iniziativa pensata da Quaglieni. Anzi, mi piace ricordare che quando in commissione discutemmo la proposta, questa passò all’unanimità”.

Riguardo le considerazioni di Quaglieni sulla peculiarità di alcuni edifici del centro di Roma che per la loro storia dovrebbero appartenere a tutti, Broccoli commenta: “Sono d’accordo che a Roma tutto è storico. Però c’è anche da considerare l’altra faccia della medaglia. Perché ad esempio il proprietario di una casa a Trastevere, che già ora è quotata a prezzi stratosferici, nel momento in cui questa venisse qualificata come bene storico potrebbe vendersela come un pezzo di Colosseo. Lo stesso potrebbe accadere anche nel caso l’affittasse. Insomma ci sono mille sfumature da tenere in considerazione. Capisco, quindi, l’amarezza di Quaglieni che è la stessa che provo io. Però bisogna fare attenzione perché di ogni situazione bisogna vedere anche l’altra metà del cielo”. Broccoli lascia comunque una porta aperta. “La questione non finisce qui e vorrei risolverla – dichiara il sovraintendente -. Sicuramente eserciterò almeno un minimo di moral suasion sul Pio Sodalizio. Già ho dato disposizione ai funzionari della Sovraintendenza in questo senso. L’augurio è che si possa trovare una soluzione bonaria”.

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