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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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30 gennaio 2016

Anita Garibaldi: Eroina dei Due Mondi

Anita Garibaldi (1821 - 1849) è un'eroina dimenticata.

Forse perché donna, forse perché straniera, forse perché la fama di suo marito Giuseppe, del quale fu sempre innamorata ed al quale diede quattro figli, ne oscurò la fama. Forse perché la sua vita fu breve e durò solo 28 anni.

Ana Maria de Jesus Ribeiro de Silva, questo il suo vero nome. Aninha per i suoi affetti più cari. Anita per la Storia che la consacrò a Eroina dei Due Mondi, per aver combattuto, a fianco al marito, sia in Brasile, contro l'oppressione imperiale, che in Italia, contro l'oppressione pontificia e clericale.

Ragazza ribelle sin da bambina e amazzone senza pari, mal sopportò il matrimonio che la famiglia le impose con il calzolaio Miguel Duarte, che lei mai amò e che morirà pochi anni dopo, combattendo nell'esercito imperiale contro i rivoluzionari.

Si innamorerà subito di Giuseppe Garibaldi, il rivoluzionario, il democratico, il repubblicano venuto dall'Italia, amante della causa degli oppressi, che sposerà e con lui intraprenderà la lotta per l'indipendenza del Rio Grande dall'Impero del Brasile e, successivamente, dopo aver dato alla luce Menotti, Rosita (che morirà di scarlattina a soli 2 anni), Teresita e Ricciotti, si trasferisce a Genova dalla madre di Garibaldi ed il marito la raggiungerà qualche mese dopo, assieme ad Andrea Aguyar, ex schiavo di colore, originario dell'Angola ed ormai divenuto fedelissimo Tenente del Generale in camicia rossa, sino alla morte avvenuta nel corso della battaglia in difesa della Repubblica Romana del 1849, contro le truppe franco-pontificie.

Anche in Italia, Anita, seguirà le imprese del marito, sino alla morte prematura causata dalla malaria e che la colpirà proprio allorquando la Repubblica Romana sarà ormai perduta., con Garibaldi in fuga e lei che viene trasportata dal marito e dai compagni su un vecchio materasso, nei pressi di Mandriole di Ravenna.

Una grande perdita per un grande uomo. Una grande perdita per l'Italia che, da tempo, l'ha dimenticata e da tempo tende a voler dimenticare Garibaldi o a sminuirne l'opera di eroe senza macchia e che, a sprezzo del pericolo – cosa che oggi pressoché nessuno avrebbe il coraggo di fare - combattè, armi in pugno, per un'Italia libera e sovrana, oltre che per un'Europa di nazioni sorelle e unite dall'ideale repubblicano e socialista umanitario. Pochi infatti sanno o ricordano che, Garibaldi, assieme a Mazzini, a Bakunin, a Marx e ad Engels, fu fra i fondatori della Prima Internazionale dei Lavoratori, nel 1864.

Oggi l'Italia, schiava dei tecnocati di Bruxelles e l'Europa, schiava del Grande Mercato Transatlantico e del Fondo Monetario Internazionale, necessiterebbero di una nuova Anita e di un nuovo Giuseppe Garibaldi in grado di liberare ancora una volta i popoli dai nuovi oppressori: politici, imprenditoriali e finanziari.

Oggi, l'Italia e l'Europa, necessiterebbero di un nuovo moto d'orgoglio e di riscatto nazionale e morale, sull'esempio seguito dall'America Latina degli ultimi quindici anni, con particolare riferimento all'Uruguay dell'ex Presidente José “Pepe” Mujica, garibaldino dei giorni nostri.

Studiamo e diffondiamo la Storia, per quel che ci riguarda e compete. Evitando soprattutto di scadere in sciocchi e stupidi revisionismi neoborbonici e neoclericali, che certo non onorano la memoria dei combattenti di ogni epoca, ideale e Paese d'origine.


Luca Bagatin




18 settembre 2015

XX Settembre: ricorrenza tradita dai liberal-giolittiani ed affossata prima dai fascisti e poi dalla partitocrazia

Con il 20 Settembre 1870, l'entrata dei bersaglieri a Porta Pia e la conseguente caduta del potere temporale del Papa dei cattolici, si compie l'Unità d'Italia.

Data storica che, prima dell'avvento dei fascismo - sceso a patti con la Chiesa cattolica – era anche considerata festa nazionale.

Festa nazionale ormai cancellata e la data pressoché dimenticata da tutti, salvo da noi anticlericali, repubblicani, mazziniani e massoni.

Non va dimenticato che il 20 Settembre vide per la prima vola uniti repubblicani mazziniani, socialisti e persino liberali che, con Cavour, dichiararono “Libera Chiesa in libero Stato”. Salvo tradire lo stesso Cavour, nel 1913, con il patto Gentiloni voluto da quello che Gaetano Salvemini definì il “Ministro della malavita”, Giovanni Giolitti.

Il patto, infatti, previde un accordo fra liberali e cattolici dell'Unione Elettorale Cattolica Italiana, che prevedeva una nutrita quantità di seggi cattolici in seno al partito liberale. E ciò per contrastare l'avanzare dei repubblicani e dei socialisti. Un patto che permise ai liberal-cattolici di ottenere il 51% dei voti. Ovviamente le elezioni erano a suffragio universale ristretto !

Ecco che lo spirito del 20 Settembre fu tradito dai liberal-giolittiani prima e affossato dal fascismo mussoliniano nel 1929 e dalla sedicente Repubblica italiana del 1948, la quale, fondata sul tacito accordo fra cattolici e comunisti, rimarrà in mano alla partitocrazia ed agli umori del Papa dei cattolici, non più Re, ma pur sempre condizionante l'attività del Parlamento, salvo essere contrastato dallo spirito libertario dei radicali, repubblicani, socialisti e liberali del dopoguerra, i quali riusciranno quantomeno ad ottenere la legge sul divorzio e sull'aborto, confermate dal voto popolare referendario.

Di questo oggi rimane ben poco. La Repubblica italiana rimane una non-Repubblica delle banane, ovvero un'oligarchia di politicanti senza arte né parte. La stessa legge sulle unioni civili che dovrebbe essere approvata è imposta da Bruxelles e sarà sicuramente all'acqua di rose. I diritti delle persone, come sempre da noi, calpestati in nome della stupidità dogmatico-religiosa, che di spirituale e di umanitario non ha mai avuto nulla.

A parte queste facili e desolanti constatazioni, desideriamo segnalare un interessante saggio, appena uscito per le ezioni Ibiskos, realizzato da Renato Traquandi, repubblicano mazziniano della prima ora, che con “Le strategie vaticane” racconta proprio le alterne vicende e rapporti fra il nascente Stato unitario e la Chiesa cattolica. Una lettura storica e politica interessante, che andrebbe suggerita anche al Papa dei cattolici Francesco o Sig, Bergoglio che dir si voglia, che ci appare piuttosto l'ennesimo burattino nelle mani di un potere che rappresenta tutto salvo che gli insegnamenti di fratellanza, povertà e uguaglianza dettati dal Cristo.


Luca Bagatin



6 settembre 2014

Scontro di civiltà o di barbarie ?

Scontro di Civiltà, o, piuttosto, scontro di Barbarie ?

Barbarie dei barbari che non conoscono Dio, ma che si nascondono dietro le Religioni Monoteiste Istituzionalizzate al fine di farsi la guerra e lucrare sul proprio prossimo, al fine di imporre la propria visione e controllarne mente, corpo e azioni.

Barbarie dei barbari che invadono Paesi sovrani, imponendo la loro visione pseudo-democratica di un Occidente che è arrivato alla fine dei suoi giorni, attanagliato da una crisi economica causata dalle Banche Centrali, dai Governi, dal sistema del signoraggio bancario, del Fondo Monetario Internazionale che seguita ad impoverire chi è già povero e ad arricchire chi è già ricco.

Barbarie di coloro i quali hanno una visione della donna schiava, della donna sottoposta: da una parte alle volontà dei patriarchi, dei mariti, del loro “Dio” che non conoscono (perché Dio è Amore, in tutte le lingue del mondo e questo cattolici, ebrei ed islamici, evidentemente, non lo sanno ancora) e dall'altra è schiava della pubblicità commerciale, della prostituzione del suo corpo e della sua mente. Prostituzione televisiva, commerciale, legata al profitto.

In realtà non esiste un Occidente democratico e civile ed un Islam antidemocratico ed incivile. O viceversa. Esistono due realtà contrapposte solo in apparenza, ovvero schiave del Potere. Schiave dei Governi (poco importa se eletti “democraticamente”), dei dittatori, degli oligarchi. Schiave di un sistema monetario internazionale e di un'economia che non contempla l'Amore, ma che ha ucciso l'Umanità per aprire le porte al profitto, al guadagno, ovvero allo sfruttamento dei popoli, degli individui, delle menti, dei corpi, delle donne.

Non vi può essere vera cultura dei diritti se, nel mondo, vi sono ancora bambini che soffrono, che muoiono, che hanno fame. E la stessa cosa vale per donne e uomini, trattati come carne da macello e schiavi della dittatura del Potere, del Danaro, della Religione.

Quando, poco più di un anno fa, fondai “Amore e Libertà”, un movimento-non-movimento, un partito-non partito (un Partito Unico, per molti versi, alternativo ai “partiti” pseudo-democratici di oggi), un pensatorio (anti)politico e (contro)culturale (anti “questa” politica del profitto, contro “questa” cultura dell'odio), parlavo anche e proprio di questo, ovvero del costruire la Civiltà dell'Amore dalle macerie dell'inciviltà dell'odio, dell'inciviltà del piacere effimero tipico della società capitalistico-borghese, della religione utilizzata come strumento di controllo dei corpi e delle menti.

Ciò che sta accadendo in Medioriente è inaccettabile: da una parte e dall'altra. Ciò che sta accadendo in Ucraina è inaccettabile: da una parte e dall'altra. Nella fattispecie andrebbe fatta una riflessione, ovvero da dove deriva tale crisi ? Deriva dallo sfruttamento. La caduta del Muro di Berlino, nella fattispecie, anziché liberare i popoli dal giogo sovietico, li ha costretti ad una nuova schiavitù. Pensiamo ad esempio alle tante donne e ragazze dell'Est, costrette a prostituirsi nell'Occidente pseudo-democratico. Sfruttate, malmenate da papponi senza scrupoli e mai tutelate dagli Stati, dai Governi che, intanto, a Bruxelles, si spartivano la torta imponendo una moneta unica che, di fatto, ci ha impoveriti tutti quanti e resi schiavi della Banca Centrale Europea (come nel 1913 furono resi schiavi del sistema monetario e del conseguente signoraggio bancario gli statunitensi, attraverso la creazione della Federal Reserve).

Questa non è civiltà, ma barbarie. Lo scontro vero non è fra due civiltà, bensì fra due barbarie. Fu così durante la Guerra Fredda, che vide contrapposti due grandi imperialismi a tutto svantaggio del Terzo Mondo e dei popoli di tutti il pieneta ed è così oggi, ove agli imperialismi si sono sostituiti i Governi, il sistema monetario internazionele, il “libero commercio” (spesso di armi), la pubblicità commerciale, la religione come mezzo di offesa e non di evoluzione spirituale, il moralismo senza morale, il razzismo e così via.

Occorre essere consapevoli di ciò e riconoscere che occorre riunire ciò che è sparso. Smetterla con le contrapposizioni sterili e comprendere che l'unica contrapposizione vera è fra Civiltà dell'Amore da una parte ed inciviltà dell'odio, del piacere effimero e del dolore dall'altra.

L'Amore fra i popoli potrebbe essere l'unica ideologia possibile da contrapporre al Potere ed allo sfruttamento. L'unica alternativa al sistema capitalistico ed a quello delle Religioni e delle Ideologie istituzionalizzate che, di fatto, ci stanno costringendo, ogni giorno, a pagare un prezzo altissimo in termini economici, umani ed intellettuali.

L'obiettivo di “Amore e Libertà”, in questo senso, è di un ripristino dell''Agorà dell'Antica Grecia, ovvero un sistema che permetta a chiunque di autogestirsi, di auto-governarsi. E' la nascita dell'Internazionale dell'Amore, che, recuperando gli ideali della Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864, vada a sanare le divisioni ideologiche fra mazziniani, anarchici e socialisti e vada a recuperare il meglio del pensiero mazziniano, anarchico e socialista. Per un'alternativa libertaria, umanitaria e sentimentale. L'obiettivo di “Amore e Libertà” è la socializzazione dell'economia, ovvero l'autogestione delle aziende da parte dei singoli cittadini, affinché siano loro stessi a trarne vantaggio, con amore e libertà. Perché l'avvenire o può seguitare a mostrarci un mondo fatto di violenza e sfruttamento, oppure può essere radioso e gestito o, meglio autogestito, da tutti i cittadini uniti, come fratelli.

Questo è peraltro anche il messaggio del Cristo e di tutti i Grandi Iniziati che mai vollero fondare religioni o sostenere governi, ma predicarono l'eguaglianza, l'amore e la libertà fra le genti.


Luca Bagatin
Presidente e fondatore di “Amore e Libertà”
www.amoreeliberta.altervista.org
www.amoreeliberta.blogspot.it
www.lucabagatin.ilcannocchiale.it



25 agosto 2014

Il "Manuale del Rivoluzionario" di Gabriele D'Annunzio

La fantasia al potere, attraverso una critica del potere stesso, la porterà certamente Gabriele D'Annunzio (e non certo i figli di papà del '68 italiano), il Vate della letteratura italiana per eccellenza, il poeta armato, l'eroe dell'impresa di Fiume e che fece della città di Fiume – occupata con soli 1500 uomini e senza sparare un colpo – una città libera, liberata e libertaria.

Gabriele D'Annunzio fu, secondo le parole di Lenin, l'unico rivoluzionario dell'Italia dei suoi tempi e da molti fu considerato un novello Giuseppe Garibaldi, per il suo ardimento e per la sua portata socialisteggiante, dagli echi mazziniani e garibaldini.

Ce ne ha parlato a lungo lo storico Giordano Bruno Guerri, ma ce ne parla diffusamente – proprio attraverso gli scritti ed i discorsi di D'Annunzo stesso – il “suo” “Manuale del Rivoluzionario”, a cura di Emiliano Cannone ed edito dalla Tre Editori (www.treditori.com). Un bellissimo saggio che abbiamo scoperto e che desideriamo far conoscere e diffondere.

Un Manuale che, non a caso, reca in copertina un D'Annunzio nei panni di Lenin, contornato da bandiere rosse nell'atto di prendere d'assalto il Palazzo d'Inverno.

Il Palazzo d'Inverno di D'Annunzio fu il potere, la casta politica, il governo di Nitti, di Vittorio Emanuele Orlando e di Giolitti, ovvero dei parrucconi della sua epoca. Ma il Palazzo d'Inverno di D'Annunzio fu anche l'avanzante fascismo e quel Mussolini che cercò, in tutti i modi ma senza riuscirvi, di zittire il Vate della Nuova Italia.

Nel Manuale è rappresentata tutta l'anima anarchica, socialisteggiante, libertaria, antiparlamentare ed internazionalista del Nostro. Un D'Annunzio che, non a caso, dichiara che egli aspira ad un “comunismo senza dittatura” e che – ben prima e meglio di altri – lancerà invettive contro la “casta politica”, dichiarando, fra le altre cose: “La casta politica che insudicia l'Italia da cinquant'anni, non è capace se non di amministrare la sua propria immondizia, pronta a tutte le turpitudini, pur che sia lasciata fingere di godersi il suo potere impotente”.

D'Annunzio, in questo senso fu un eroe (anti)politico e, dunque, un eroe della vera democrazia, contro i soprusi e le ruberie del potere ed in questo senso non mancherà mai in D'Annunzio il suo appello all'Antica Grecia, al mito greco, all'arte ed alla bellezza in tutte le sue forme, quale valori fondanti per l'emancipazione umana. In questo senso – lo si evince dal Manuale stesso – egli scorgerà la natura della crisi dei suoi tempi, che poi è anche la natura della crisi economica e sociale dei nostri, ravvisando l'origine del problema nell'espansionismo capitalistico e nell'imperialismo anglosassone e statunitense, ovvero di coloro i quali egli definisce i “divoratori di carne cruda”. In questo senso D'Annunzio scrive: “La lotta mercantile, la lotta per la ricchezza, porta il pericolo delle più terribili conflagrazioni marziali”. Ora sappiamo che fu profetico e nelle sue parole non possiamo non scorgere quanto avvenne nella Seconda Guerra Mondiale, durante la Guerra Fredda e, oggi, nel Medioriente martoriato ed ove non vi sono eroi, bensì criminali che uccidono, in ogni dove, vittime innocenti.

Ricchezza e potere all'origine della morte dell'umanità stessa, dunque.

Con l'impresa di Fiume possiamo dire che il D'Annunzio concretizzerà i suoi ideali ed i suoi principi. Nel 1919, infatti, in opposizione al Trattato di Versailles che negava la città di Fiume all'Italia, D'Annunzio - alla testa di un drappello di legionari - la occupò e ne fece una città libera in tutti i sensi, al punto che a Fiume erano tollerate e praticate le libertà sessuali, nonché era tollerata l'omosessualità e, grazie al contributo dell'aviatore Guido Keller e dello scrittore Giovanni Comisso, fu fondato il gruppo Yoga – avente per simbolo la svastica di origine vedica (che nulla aveva a che spartire con il nazismo, anzi !) ed una rosa a cinque petali - e che proponeva una visione esoterica e spirituale della realtà.

Non solo, in collaborazione con il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris, D'Annunzio redasse la famosa Costitituzione di Fiume o Carta del Carnaro, la quale fu un documento avanzatissimo per l'epoca, prevedendo: libertà di associazione, libertà di divorziare, libertà religiosa e di coscienza al punto che furono proibiti i discriminatori crocifissi nei luogi pubblici, assistenza ai disoccupati ed ai non abbienti, promozione di referendum, promozione della scuola pubblica, risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario, inviolabilità del domicilio e altro ancora che, peraltro, non fu mai garantito nemmeno dalla Costituzione della Repubblica italiana partitocratica, fondata nel 1948 e nella quale viviamo tutt'oggi. Una Costituzione tanto decantata, ma assai poco approfondita e che poco aveva a che spartire con la vera democrazia della Repubblica Romana del 1849 e con la Carta del Carnaro, fondata da spiriti rivoluzionari e non già da canuti uomini politici, servi dei partiti e delle ideologie e che il potere ha reso schiavi.

Un'impresa unica nella Storia, dunque, quella di Fiume, purtroppo soffocata dall'imperialismo internazionale e dal governo italiano di Giovanni Giolitti (tutt'altro che un liberale, bensì un famoso Ministro della malavita come lo soprannominò Gaetano Salvemini !) che, nel 1920, inviò le truppe italiane a sgomberare a cannonate i legionari.

Da non dimenticare frasi come queste, contenute nel “Manuale del Rivoluzionario”, che D'Annunzio lancia quali invettive ai governanti dell'Europa e del mondo di ieri, non dissimili da quelli di oggi. Frasi oggi attualissime, se osserviamo la geopolitica mondiale, europea, oltre che i flussi di migranti che approdano giornalmente sulle nostre coste, costretti ad emigrare a causa di una crisi voluta dai Governi e dal sistema economico-monetario: “In tutta Europa, in tutto il mondo, il potere politico è al servizio dell'alta banca meticcia, è sottomesso alle impostazioni ignobili dei rubatori e dei frodatori costituiti in consorzi legali. Neppure nel peggior tempo dei barbareschi e dei negrieri le genti furono mercanteggiate con così fredda crudeltà. Le nazioni sono cose da mercato. La vita pubblica non è se non un baratto immondo esercitato nel cerchio delle istituzioni e delle leggi esauste. Fino a quando ?”.

Il “Manuale del Rivoluzionario”, che raccoglie gli scritti anarco-libertari, socialisti, internazionalisti ed umanitari di D'Annunzio è certamente una fortunata opera editoriale ed il merito va certamente all'ottimo Emiliano Cannone, giovane dottore di ricerca in italianistica, per averlo curato con, peraltro, un'ottima nota introduttiva e precise note a piè di pagina.

La veste editoriale del saggio, poi, curata dalla Tre Editori, è elegantissima, anche a dispetto dell'economico prezzo di copertina. Da notare che, la fine di ogni capitolo del Manuale, reca il simbolo della bandiera della Reggenza del Carnaro: un uroboro – ovvero un serpente che si morde la coda – antico simbolo esoterico e gnostico a rappresentare la natura ciclica delle cose, ovvero simbolo di immortalità (si rammenti che Gabriele D'Annunzio fu peraltro iniziato alla Massoneria della Serenissima Gran Loggia d'Italia, oggi Gran Loggia d'Italia degli ALAM e non ne fece mai mistero), con al centro le sette stelle dell'Orsa Maggiore.

Ulteriori spunti su cui riflettere ed approfondire attorno ad un personaggio poliedrico quale fu Gabriele D'Annunzio, troppo frettolosamente relegato fra i “poeti del nostro Paese”, senza rammentarne (o preferendo piuttosto oscurarne) la portata rivoluzionaria, libertaria ed eminentemente (anti)politica e (contro)culturale.


Luca Bagatin



24 marzo 2014

Cari liberali, o abbracciate la linea extraparlamentare oppure siete destinati all'oblìo. "Amore e Libertà" ve ne offrirebbe la possibilità...

  VERSUS

Non conoscevo questo Guy Verhofstadt, così come non conoscevo questo Tsipras di cui pur i media si occupano, in vista dello spettacolo pornocratico delle elezioni europee previste per fine maggio.

Uno spettacolo pornocratico, dicevamo, utile unicamente a spartire le poltrone di un Parlamento europeo senza alcun potere se non quello di determinare la...lunghezza delle zucchine o giù di lì (se non è pornocrazia questa !).

Uno spettacolo inutile se non fosse che 751 politicanti eletti a Bruxelles si spartiranno altrettanti stipendi loro lautamente pagati dai contribuenti europei ai quali, della lunghezza zucchine e del resto, francamente, interessa poco o nulla.

Ma torniamo a Guy Verhofstadt che, un po' come Tsipras per i comunisti italiani, sta diventando un'icona liberaldemocratica da utilizzare a mo' di feticcio di un'accozzaglia partitocratica utile solo a raccattare qualche voto e tentare di superare la fatidica soglia del 4%. Impresa, lo abbiamo sempre sostenuto, peraltro, impossibile.

Ora, qui non ci interessa tanto parlare di Guy Verhofstadt, sicuramente degnissimo politico liberale belga (che però di partiti italiani temiamo conosca poco o nulla), ma dell'alleanza-accozzaglia che vogliono mettere in piedi il Centro Democratico di Tabacci (che nel Parlamento italiano sta con i cattocomunisti) e quel che resta di Fare per Fermare il Declino di Michele Boldrin. Un'alleanza-accozzagli che vuole richiamarsi all'Alde - ovvero all'Alleanza Liberaldemocratica Europea - e dovrebbe chiamarsi “Scelta Europea con Guy Verhofstadt”.

Apprendiamo che anche ciò che resta del Partito Nucariano...ehm, del Partito Repubblicano Italiano (ben diverso dal partito che fu di Ugo La Malfa e Randolfo Pacciardi, intendiamoci) ha aderito a quest'alleanza e che sarebbero corteggiati anche il neo-partito di Giannino ALI; quel che resta del PLI del sempreverde De Luca e forse anche ciò che resta di Scelta Civica (partito peraltro inutile all'indomani dell'uscita del suo leader Mario Monti).

Ora, ci si chiede a chi giovi tutto ciò in casa liberale, ovvero quale programma comune di ispirazione liberale e magari libertaria possa scaturire da una tale accozzaglia che vede uniti democristian-cattocomunisti e pseudoliberali in salsa ammuffita.

Tanto più ci chiediamo a che cosa serva una lista liberale (ma anche una socialista, popolare o comunista o grillina o neofascista) in Europa, visto che l'Unione Europea è di fatto governata dalla Banca Centrale Europea e, per decidere della lunghezza delle zucchine, ripetiamo, non servono liberali, socialisti o popolari !

Diverso sarebbe se i liberali, quelli duri e puri però, contaminati da un sano liberlsocialismo e da un sano repubblicanesimo mazziniano e garibaldino, che conoscono le battaglie di Ernesto Rossi, Mario Pannunzio, Ernesto Nathan e ancor prima quelle di Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini per un'Europa affratellata, ove il Popolo governa sull'economia e sulle ruberie politico-bancarie, iniziassero una sana battaglia extraparlamentare.

E' ciò che da lungo tempo ho proposto loro, così come lo propongo a tutti i cittadini pensanti (magari anche ai dissidenti ex grillini, se non rimanessero sordi all'appello del loro stesso elettorato) allorquando ideai “Amore e Libertà” (www.amoreeliberta.altervista.orgwww.amoreeliberta.blogspot.it), che non è un partito elettoralistico, bensì è un Partito d'azione. D'azione extraparlamentare in primis, per la Civiltà dell'Amore, per un'Europa affratellata, per i diritti sociali e politici che possono essere ottenuti fornendo ai cittadini una sovranità che non è mai stata fornita loro. Attraverso l'autogestione e la libertà di scelta: del proprio corpo, delle attività economiche, della circolazione delle idee (attraverso lo sviluppo del copyleft e l'abolizione del copyright), dell'autogestione dei capitali attraverso l'unione fra capitale e lavoro di mazziniana memoria.

Tutto ciò è utipistico, forse. Ma è utile ed ha senso. Per uscire da una crisi che è prima di tutto umana. Da una crisi imposta dall'economia per mezzo della politica. Imposta da una cattiva politica fatta da persone che ritengono sia più utile il proprio posto assicurato nelle istituzioni-prostituzioni - pagato dal cittadino-contribuente - rispetto all'interesse del cittadino.

Temiamo di rimanere, purtuttavia, una volta di più inascoltati dai partiti tradizionali. Ma, ad ogni modo, ci auguriamo di non esserlo dalla gran parte degli elettori (o, meglio, degli ex elettori) che, a maggio, si rifiuteranno di partecipare allo spettacolo pornocratico delle elezioni europee. E preferiranno dare una chances all'amore ed alla libertà di crescere in un'Europa e in un mondo senza violenze e soprusi politico-economico-sociali.


Luca Bagatin



21 settembre 2013

Il crollo del comunismo e dell'Occidente nei romanzi di Aleksei Nikitin e Arturo Perez Reverte


C'è forse un sottile filo rosso che lega “Istemi” di Aleksej Nikitin, celebre romanziere ucraino e Arturo Perez Reverte, autore spagnolo dell'ultimo “Il tango della vecchia guardia”. Li abbiamo incontrati entrambi, in questi giorni, a Pordenonelegge, la fiera del libro che ogni anno si tiene in settembre nella città di Pordenone.

Entrambi – Nikitin e Reverte - autori di romanzi di successo che fotografano la realtà attuale, partendo dal passato.

Il primo presenta la storia di una generazione di amici, passati dal comunismo al capitalismo, ovvero dall'Impero Sovietico all'attuale realtà dell'Ucraina. Un'Ucraina che, come tutti i Paesi dell'Est, fa fatica ad abituarsi al cambiamento ed affronta problematiche del tutto nuove: dallo Stato autoritario-paternalista che provvedeva ai bisogni collettivi, ad una libertà economica e sociale che disorienta coloro i quali si trovano ad affrontare la nuova realtà, ovvero la ricerca di nuove opportunità economiche che loro si presentano.

Il secondo, ovvero il Perez Reverte de “Il tango della vecchia guardia”, racconta la fine di un mondo, dell'Europa, dell'Occidente, attraverso la storia di un uomo semplice che cerca di farsi strada nel mondo e che ricerca in particolare una cosa: l'approvazione della sua donna, incarnazione della Donna per antonomasia, eterna giudice di un uomo che voglia definirsi tale.

Una storia d'amore, quella di Reverte, ma dai risvolti sociologici e politici, se vogliamo. Dal glamour della Nizza Anni Venti alla mondanità degli Anni Sessanta, si avvicendano le avventure dell'ennesimo Eroe Stanco dei romanzi classici di Reverte. Eroe che ha perduto tutto, nel suo incedere dalla giovinezza sino alla maturità, tutto tranne la dignità personale che si riscatta attraverso il giudizio e lo sguardo amorevole della sua donna.

Reverte, come Nikitin, racconta della fine di un tempo. Nikitin racconta il finire del'epoca comunista ad Est, mentre Reverte racconta la fine dell'Occidente per come la sua generazione e quelle precedenti lo hanno conosciuto. Un Occidente ed un'Europa di grandi statisti, propugnatori dei diritti e delle libertà come Churchill e De Gaulle. Un'Europa culla di cultura millenaria, depositaria del sapere di Aristotele, Platone e Voltaire e di uno stile con le sue regole di comportamento, ove l'intellettuale era realmente riconosciuto per ciò che era.

Oggi – afferma Reverte, grande appassionato e lettore di Storia – tutto è mutato. Assistiamo all'avvento di nuovi barbari, ove più che lo stile conta il danaro dei “nuovi ricchi” siano essi russi o di altra nazionalità. Assistiamo ad un'Europa ove i grandi ideali sono scomparsi ed ove a farla da padrone sono degli “analfabeti privi di morale” che siedono a Bruxelles, a politici incapaci di leggere la Storia ed i suoi continui cicli.

La vecchia Europa, secondo Reverte, dunque, non potrà mai più risorgere. Egli stesso si sente come quell'antico romano del IV Secolo che sta alla finestra, ad osservare i barbari che saccheggiano Roma, avendo profetizzato il loro avvento. Egli ritiene, ad ogni modo, che la salvezza sociale e politica sia possibile solo individualmente. Non crede alle rivoluzioni o agli sconvolgimenti collettivi. Purtroppo, oggi, aggiunge Reverte, ai giovani europei non sono stati dati gli strumenti per affrontare questo nuovo ciclo che l'Occidente, oltre che l'Europa, stanno vivendo, in quanto oggi i giovani si trovano privi di quel “rifugio intellettuale” che hanno avuto le generazioni precedenti. E tutti noi, purtroppo, chiosa Arturo Perez Reverte, ne siamo colpevoli.

E' questa, in sostanza, la realtà storica che ci troviamo a vivere, ad Ovest come ad Est, ove la globalizzazione ha mutato tutto quanto, sia nel bene – con nuove opportunità tecnologiche e sociali – che nel male, livellando un po' tutto e aprendo le porte alla mera ricerca della ricchezza materiale, fine a sé stessa.

Ancora una volta Reverte (che ha annunciato anche l'uscita del suo prossimo libro, in Spagna, il mese prossimo, dal titolo "Il cecchino paziente", che racconta l'arte dei murales e dei graffiti) ci ha piacevolmente colpiti quando ha affermato, come a voler dare una chiave di lettura risolutiva dei problemi che ha evidenziato, che egli è privo di qualsiasi tipo di ideologia, ma possiede un'ampia biblioteca. E' questo, forse, ciò che manca alla gran parte dei Popoli, ormai del tutto inconsapevoli del loro stesso incedere. La riscoperta della cultura del sapere.


Luca Bagatin



18 aprile 2011

"Mi chiamavano onorevolino": l'autobiografia di Stefano de Luca


"Mi chiamavano onorevolino" è la recente autobiografia edita da Rubbettino e scritta da Stefano de Luca - Segretario nazionale del Partito Liberale Italiano - con l'emblematico sottotitolo "Profilo di un liberale sicialiano".
Stefano de Luca, classe 1942, siciliano doc, è uno dei pochi capitani coraggiosi che, dal 1997 ad oggi, sta portando ancora avanti la bandiera politica che fu di Benedetto Croce e Luigi Einaudi.
In questa autobiografia è percepibile quell'entusiasmo tipicamente siculo che pervade il Nostro.
Cresciuto in un ambiente famigliare tutto sommato benestante, discendente da una famiglia aristocratica di Palermo di tradizione liberaldemocracia e risorgimentale, Stefano de Luca bambino respira già in casa il clima politico che lo porterà, molti anni dopo, a sedere in Parlamento. Lo chiamavano, infatti, "onorevolino", per questa sua passione nel giocare - con le sue cugine ed i suoi compagni di gioco - ad inscenare improbabili comizi del Partito Liberale, con tanto di bandiera tricolore esposta.
Sarà così che, studente universitario, inizierà a frequentare i circoli della Gioventù Liberale Italiana ed a distribure il loro piccolo giornale dal significativo titolo "Controcorrente".
"Mi chiamavano onorevolino" non è, ad ogni modo, la classica e noiosa autobiografia di quei politici consumati e grigi che ci si potrebbe abitualmente attendere. Diversamente, è un concentrato di aneddoti ed un succedersi di avventure galanti che hanno visto protagonista il nostro Stefano de Luca, che si racconta senza risparmiarci alcun avvenimento della sua vita privata più intima.
Uno spaccato dell'Italia dagli anni '50 agli anni '70, dei luoghi di ritrovo della mondanità di allora e delle passioni che hanno sempre accompagnato il de Luca: i cavalli e la barca a vela in primis. Oltre che le belle donne.
Non manca la politica, certo, che però non è la protagonista principale del volume.
Stafano de Luca racconta il PLI ed i suoi protagonisti: da Malagodi a Renato Altissimo di cui fu stretto collaboratore. La sua esperienza di governo come Sottosegretario al Ministero delle Finanze e la caduta rovinosa dei partiti democratici e di governo a causa della falsa rivoluzione giustizialista di Tangentopoli, che distrusse un'intera classe dirigente.
Lo scioglimento, dunque, di quel Partito Liberale Italiano che aveva faticosamente costruito il filosofo Benedetto Croce nel 1943.
Stefano de Luca ne uscirà, ad ogni modo, senza macchia e nessun addebito giudiziario a suo carico.
Si avvicinerà, come ci racconta, prima a Sivlio Berlusconi, visto che sarà - nel 1994 - l'unico politico a proporre la Rivoluzione Liberale e quindi un partito liberale di massa. De Luca sarà dunque eletto europarlamentare nelle file dell'Unione di Centro, esperienza che definirà deludente anche a causa dell'eccessiva burocrazia di Bruxelles e dell'astrusità dei riti che si consumano tutt'ora in seno ad un Parlamento Europeo praticamente inutile.
Stefano de Luca ci racconta poi la delusione nei confronti della politica populista ed inconcludente di Berlusconi, che mai attuerà quella tanto osannata Rivoluzione Liberale.
Sarà così che, nel 1997, deciderà di rifondare il PLI in posizione autonoma ed anticonservatrice al punto che, nel 2008, si candiderà a premer con liste autonome (e, per inciso, otterrà anche il mio voto).
Stefano de Luca è e rimarrà un "onorevolino", come ci ricorda anch'egli. Orgoglioso del suo aver vissuto appieno la vita, senza rimpianti e con il coraggio di chi ha da sempre la coscienza a posto. A differenza della classe politica di oggi, cresciuta nel nulla, mediocre ed improvvisata. Destinata certamente ad un lento, inesorabile oblìo.

Luca Bagatin



27 agosto 2008

Laicità e Religiosità per un nuovo 20 settembre italiano ed europeo


Marco Pannella scrive: "Credo che sia giunta di gran tempo l’ora di sottolineare che il 20 settembre 1870 (data della Breccia di Porta Pia e della liberazione di Roma dal potere pontificio) ha avuto un significato e un valore grande nella storia europea ed internazionale, sul piano istituzionale, politico, laico e religioso" - ed aggiunge - "che da tempo le tradizionali celebrazioni del XX Settembre, a Porta Pia mi sembrano troppo poco europee come dovrebbero essere".
E così, il leader storico dei Radicali lancia il primo Convegno di studio sulla laicità in ambito europeo con l'intento finale di celebrare l'anniversario del 20 settembre di quest'anno a Londra, una delle più grandi metropoli occidentali ed europee che, peraltro, fu la patria d'esilio di Giuseppe Mazzini: Apostolo e propugnatore dell'Unità Italiana, della Repubblica e della Laicità dello Stato.
E così, dal 27 al 29 agosto, presso la sede del Parlamento Europeo di Bruxelles, il Partito Radicale Transnazionale assieme all'Alleanza dei Liberaldemocratici Europei (Alde), ha indetto un Convegno dal titolo:  “Religiosità e laicità di fronte alla violenza fondamentalista”.
Come ci ricorda Pannella, esso può essere occasione per parlare anche "del 20 Settembre italiano e della fine degli Stati Pontifici”; “Ernesto Nathan londinese e romano: radici culturali e politiche familiari e britanniche, vicenda storica italiana”; “Lord Acton e gli eventi religiosi e politici degli anni ‘860 e ‘870 pontifici e italiani”; “Cause e conseguenze in Europa, nel mondo politico, in quello religioso (in particolare cattolico, evangelico, anglicano), in quello massonico e laico”; “Cause e conseguenze francesi del 20 settembre 1870, dell’Unità italiana e della Terza Repubblica”…
Dal Risorgimento liberale italiano, insomma, a quello Europeo. Ovvero a quel grande movimento borghese e popolare, liberale e repubblicano, laico e massonico, che ha portato via via alla caduta dell'Assolutismo monarchico ovvero al suo ridimensionamento e contemporaneamente all'affermazione di una nuova religiosità laica al servizio dell'individuo e dell'Umanità. Una religiosità al di là dei dogmi e al di là delle differenze di classe sociale, propugnata dal Mazzini sin dai tempi clandestini in cui scriveva sulla stampa inglese e che giunse ad influenzare positivamente gli Stati Uniti d'America in favore delle lotte risorgimentali italiane.
Questa volta Marco Pannella ci ha proprio preso. Piuttosto di organizzare la solita ed ennesima manifestazione radicale a Porta Pia, apre all'Europa ed a tutta la cultura laica e risirgimentale. Ma anche alle verie Chiese e forme spirituali che saranno peraltro presenti al Convegno con rispettivi relatori: cristiani, ebrei, muslulmani e buddhisti.
Un momento di confronto spirituale ed umano.....sotto i Lumi di Porta Pia !




Luca Bagatin


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini