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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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11 dicembre 2014

L'inutilità dei partitini comunisti italiani e la necessità di una profonda svolta sociale in Italia e in Europa. Sull'esempio dell'America Latina

Pare che ritorni il vecchio PCI, anzi no, il vecchio Pcd'I.

Il comitato centrale del Pdci (Partito dei Comunisti Italiani) ha deciso in questi giorni di cambiare nome e di tornare alla denominazione del 1921, ovvero Partito Comunista d'Italia e ciò – si legge nel documento approvato dal comitato – per rilanciare una soggettività comunista più grande.

Che cosa ciò significi non è dato di saperlo, visto che, in Italia, esistono già innumerevoli sigle comuniste. Comuniste almeno a parole e tutte pressoché piccole e/o piccolissime.

I Comunisti Italiani, ad ogni modo, saranno ricordati come i servitori dei Governi Prodi, D'Alema e Amato, ovvero quelli che ruppero con la Rifondazione di Fauso Bertinotti che, tutto sommato, era un socialista libertario.

Cossutta, Diliberto, Bertinotti, ad ogni modo, sono oggi tutti pressoché scomparsi, così come i loro partitini. Persino Gennaro Migliore si è convertito al renzismo e quanto a Niki Vendola, al capitale si è venduto da quel dì.

Poveri Marx ed Engels che, oltretutto mai avrebbero voluto fondare un partito politico elettoralistico ma, con il loro Manifesto auspicavano un grande movimento di massa per l'emancipazione del proletariato. E si tenga conto, oltretutto, che Engels manteneva un fitto dialogo epistolare con Filippo Tutrati, che fu il padre del Socialismo italiano e che sarà vilipeso da generazioni di “comunisti” (a parole, come dicevamo prima, visto che lo stesso Palmiro Togliatti non disdegnò di votare l'introduzione dei fascisti Patti Lateranensi in Costituzione, assieme ai democristiani ed Enrico Berlinguer con i democristiani andava a nozze sin dai tempi di Moro) !

Il proletariato o, meglio, il nuovo proletariato italiano (parliamo dei molti precari, disoccupati, pensionati sociali ecc...) è stato prima martoriato da Prodi, D'Alema e Amato e successivamente dai vari governi Berlusconi, Monti ed infine Renzi. Attraverso politiche restrittive e di austertità mai davvero contestate da un serio movimento di massa organizzato. La stessa CGIL mai ha davvero garantito i non garantiti, i disoccupati, i precari, eccetera !

Più che di partiti o partitini comunisti, di starlette della “gauche au caviar”, oggi occorrerebbe una profondissima svolta sociale.

Come avranno osservato diversi miei lettori, da diverso tempo sono un osservatore attento dell'evoluzione sociale, politica, culturale ed umana dell'America Latina. Lì leader socialisti autentici quali Hugo Chavez, Evo Morales, José Mujica ed i coniugi Kirchner, hanno saputo davvero ridurre le diseguaglianze sociali, abbattere l'analfabetismo, ridurre la disoccupazione ed aumentare il prodotto interno lordo.

Lì il socialismo autentico ha trionfato. Qui da noi ed in tutta Europa, diversamente, il cosiddetto "socialismo" sembra essere una grande burletta al soldo delle élite. Renzi socialista ? Hollande socialista ? Schulz socialista ? Ma non fateci ridere !

E quanto ai “nuovi comunisti”, ci chiediamo davvero a chi ed a che cosa possano essere utili se non alla vanagloria di qualche vecchio o nuovo esponente in cerca di notorietà politico-mediatica.

Il futuro è altro, ovvero il Socialismo del XXIesimo secolo made in Latinoamerica, senza dimenticare la proposte libertarie di Ron Paul negli USA, che vanno dall'abolizione della Federal Reserve (l'equivalente della nostra Banca Centrale Europea) sino al ritorno della sovranità monetaria ed alla promozione dei diritti civili !


Luca Bagatin



13 novembre 2014

In difesa della figura umana, politica e storica di Juan Domingo Peron (oltre che di Evita): una risposta ad un articolo del direttore de "L'Opinione" Arturo Diaconale

Mi permetto di dissentire dal direttore del quotidiano nazionale “L'Opinione delle Libertà”, Arturo Diaconale, con il quale peraltro collaboro, relativamente all'articolo pubblicato il 13 novembre scorso, dal titolo “La legge elettorale, il peronismo fiorentino”.

Ne dissento non tanto nel merito della questione, nel senso che le critiche di Diaconale relativamente all'autoritaria legge elettorale – denominata Italicum - che vuole imporre Matteo Renzi peraltro sostenuto da Silvio Berlusconi, sono legittime. Il solito sbarramento per i partiti cosiddetti più piccoli, oltre che un premio di maggioranza spropositato, di certo non è in linea con la Costituzione della Repubblica italiana.

Purtuttavia mi sento di dissentire con forza relativamente all'azzardato paragone fatto da Diaconale fra un grande leader internazionale quale fu Juan Domingo Peron, Presidente dell'Argentina dal 1946 al 1955, democraticamente eletto dal suo popolo ed indimenticato dallo stesso proprio per i suoi interventi in favore delle classi più disagiate, al punto che fu defenestrato dalle dittature militari che cercarono di offuscarne la memoria almeno sino agli Anni '80.

Della figura umana e politica Juan Domingo Peron ho scritto peraltro più e più volte negli ultimi mesi, proprio sulle pagine dell'Opinione e così della moglie Evita Duarte, la quale si occupò per tutta la sua pur breve vita di diritti delle donne e degli anziani.

Assolutamente fuori luogo, pertanto, anche il paragone del direttore Diaconale fra Evita e Maria Elena Boschi, figura pur interessante, ma certo – come ho scritto più volte in numerosi miei articoli – per nulla emancipata dalla figura del “patriarca Renzi” ed ancora lontanissima dall'ideale di eroina che incarnò Evita (ma anche Anita Garibaldi e quella Moana Pozzi che, con il Partito dell'Amore, offrirà all'elettorato un'alternativa antipartitocratica e libertaria, fondata su principi e valori garibaldini). Evita Peron, una pasionaria innamorata del popolo e di suo marito, ma capace di avere una sua visione politica personale, al punto da influenzare le scelte di Peron stesso - in sostanza - non può essere paragonata ad una giovane ed inesperta ministra quale è Maria Elena Boschi, ancora priva di una sua personale linea politica ed al traino di Renzi.

In conclusione, mentre Matteo Renzi è un leader mai eletto al governo da nessuno, che sta attuando politiche autoritarie ed antisociali contro lavoratori, disoccupati ed imprenditori, oltre ad essere un sostenitore della politica fondata sull'imperialismo e sulle banche centrali; Juan Domingo Peron fu leader eletto democraticamente (al punto che ancora oggi al Governo dell'Argentina vi sono leader che si rifanno al peronismo), fu un autentico socialista nazionale, laico e di ispirazione cristiana ma anticlericale (che con il fascismo nulla aveva a che spartire se non per l'ammirazione che Peron aveva per le riforme sociali attuate in un primo tempo da Mussolini), fu il primo a denunciare - come scrissi il 5 settembre scorso proprio in un mio articolo sull'Opinione dal titolo “Peron, giustizialismo e socialismo nazionale” - il pericolo dell'imperialismo yankee, ovvero statunitense, e l'avanzare dell'imperialismo sovietico e comunista. Inoltre, fu forse il primo a denunciare le manovre speculative dei governi USA relative al dollaro, fra cui il fenomeno dei signoraggio, e del Fondo Monetario Internazionale che, peraltro, sono tutt'oggi all'origine della crisi economica che stiamo subendo e fu il primo che, durante il suo mandato di governo, propose l'unificazione dell'America Latina, ovvero la fondazione degli Stati Uniti Latino-Americani.

In questo senso Juan Domingo Peron ricorda piuttosto Bettino Craxi che Matteo Renzi, peraltro figlio, quest'ultimo, del cattocomunismo dei Berlinguer e dei De Mita.

Da una parte un leader del socialismo libertario e nazionale, erede di Bolivar, Garibaldi e Peron, insomma, mentre dall'altra un politico autoritario servo dei Poteri Forti.

E, come scrissi nel mio già citato articolo: Oggi, nel 2014, forse, avremmo necessità di un nuovo Juan Domingo Peron. L'avrebbe l'America Latina, ancora non unificata ed ancora attraversata da una grave crisi socio-economica. E l'avrebbe l'Europa, unita solo dall'economia e dal continuo sfruttamento monetario e tartassatorio che noi cittadini subiamo ogni giorno, peraltro soggetti alle scelte di politica internazionale dei soliti USA e del solito Fondo Monetario Internazionale.


Luca Bagatin



10 ottobre 2014

Il romanzo di Peron

Tomás Eloy Martínez e Juan Domingo Peron.

Il primo un giornalista e scrittore argentino, scomparso recentemente, il secondo un grande Capo di Stato che governò democraticamente l'Argentina dal 1946 al 1955 e successivamente spodestato dalle dittature militari, ed infine ritornato in patria solamente nel 1973, un anno prima di morire, dopo diciotto anni d'esilio in Spagna.

Un mese fa, circa, scrissi un articolo su Peron - figura che ammiro molto e che ritengo politicamente molto interessante - raccontando la sua vicenda politica e spiegando come la sua dottrina offrì una prospettiva d'emancipazione sociale per i descamisados, ovvero i ceti più poveri e popolari dell'Argentina della sua epoca.

Come scrissi, infatti, Il suo governo – che mai accettò aiuti, prestiti o investimenti stranieri - fu caratterizzato sin da subito da politiche in favore del popolo, dell'alfabetizzazione dello stesso e dello sviluppo del lavoro e riuscì, attraverso la nazionalizzazione delle imprese pubbliche, in pochi anni, a ripianare la totalità del debito pubblico che i governi dittatoriali precedenti avevano accumulato, ottenendo una bilancia dei pagamenti in attivo e riuscendo ad accumulare un'ampia riserva aurea. Sotto il profilo della laicità, inoltre, il governo Peron fu avanzatissimo per l'epoca, al punto che introdusse la legge sul divorzio, soppresse l'educazione religiosa nelle scuole e legalizzò la prostituzione e ciò gli costò peraltro la scomunica da parte del Papa dei cattolici Pio XII.

Inoltre, nell'articolo stesso, tratteggiai la figura della moglie Eva Duarte (1919 - 1952), detta Evita, che, come scrissi, si occuperà per tutta la sua pur breve vita di diritti delle donne e degli anziani.

Mi sono imbattuto di recente, invece, in Tomás Eloy Martínez, leggendo uno dei suoi romanzi più celebri: “Il romanzo di Peron”, appunto.

Un romanzo molto discorsivo, profondamente storico, con pochi dialoghi e molto “cupo”.

Un romanzo che racconta il ritorno del Generale Peron in patria, da Madrid, ovvero ambientato nel 1973, che fu, invero, il periodo paradossalmente più triste della vita del Presidente argentino.

Triste in quanto Peron fu, per molti versi, manovrato dal segretario particolare della terza moglie, Isabel Martinez – José Lopez Rega – dedito a pratiche magiche e occulte e per questo soprannominato El Brujo (lo Stregone), che manovrava peraltro la stessa Isabel.

La Storia, infatti, ci ricorda come, una volta tornato in patria, Juan Peron, ormai stanco e anziano, non potè far nulla per sostenere i Montoneros, ovvero l'avanguardia progressista del movimento peronista – che si ispirava ad Evita Peron ed al socialismo nazionale – i quali furono presto zittiti, trucidati e fatti incarcerare da Lopez Rega e da Isabel Martinez, una volta deceduto Peron e quindi giunta alla Presidenza della Repubblica Argentina. Aprendo così le porte a nuove dittature militari – sostenute dagli Stati Uniti d'America - che porranno ancora una volta fuorilegge il peronismo e faranno scomparire i dissidenti politici, quelli che saranno successivamente chiamati i desaparecidos.

Tale è il contesto storico de “Il romanzo di Peron”, ove peraltro – sotto forma di memorie – è raccontato il passato del Presidente, la sua gavetta e carriera militare, i suoi successi e le sue sconfitte, oltre che la sua vita famigliare e sentimentale.

Un romanzo che terminerà con la morte del Presidente Peron, nel 1974, ovvero con le telecamere del telegiornale che inquadreranno la sua salma, osservata da moltitudini di descamisados che mai finiranno di amarlo.

Emblematica la frase fatta proferire ad una di questi, dona Luisa: “Resuscita, ragazzo mio ! Cosa ti costa ?”.

In Argentina e non solo, l'anima di Juan Domingo Peron, non è mai morta. Per quante vessazioni egli abbia potuto subire in vita, da parte di coloro i quali hanno voluto spodestarlo dal suo ruolo di condottiero del popolo e ne abbiano voluto offuscare la memoria. Il popolo è, infatti, sempre rimasto al suo fianco e ne ha pagato, per decenni, un prezzo fatto di torture e di vessazioni, dalle quali è riuscito ad uscirne solo alla metà degli Anni '80.


Luca Bagatin



1 ottobre 2014

Moana Pozzi, Maria Elena Boschi, "Ritratti di Donna" e il mito junghiano della Donna Selvaggia

Moana Pozzi e Maria Elena Boschi.

Due donne affascinanti. Due pasionarie, ciascuna a suo modo.

La prima un'ex attrice e pornodiva, poi diventata intellettuale e politica, emancipatasi da Riccardo Schicchi e dal mondo dell'hard attraverso il Partito dell'Amore. Un partito di ispirazione garibaldina e cristiano-dionisiaca, come ricorda il suo fondatore, Mauro Biuzzi, da me intervistato oltre un anno fa. Non certo il partito delle pornostar, ma un partito di libertà ed emancipazione civile, umana e sociale.

La seconda è una giovane ministra, senza un background politico alle spalle, ma proprio per questo potenzialmente nuova icona della politica italiana, come ho scritto più e più volte, paragonandola anche ad una possibile novella Anita Garibaldi (vista anche la sua passione per il colore rosso), se solo si emancipasse dal patriarca Matteo Renzi, figlio di una politica vecchia e stantìa, figlio dei De Mita, lontano anni luce dell'emancipazione e dai diritti civili e sociali di cui un'eroina di sinistra o di estremo centro (collocazione politica naturale del Partito dell'Amore) dovrebbe invece essere simbolo. Come lo è stata Anita e come lo è stata Evita Peron e la stessa Moana.

I soliti idioti dei media o dei social-media, paragonano Maria Elena Boschi a Moana Pozzi. Il che, francamente, non dovrebbe essere visto come un insulto. Né per l'una, né per la memoria dell'altra, alla quale, peraltro, dedicai il mio ultimo saggio “Ritratti di Donna” (Ipertesto Edizioni), che tratta anche di aspetti politici e del mito junghiano della Donna Selvaggia.

E, peraltro, tramite un amico che lavora a Montecitorio, feci anche in modo di regalarne una copia alla signora Boschi, con tanto di dedica: “L'unico ritratto di donna ancora mancante”.

Ecco, io credo e continuo a credere che Maria Elena Boschi potrebbe diventare una nuova icona di amore e di libertà. Di freschezza femminile e, non a caso, oggetto di invidia e di invettive sterili da parte di tutto il marciume della mediaticità nostrana, fatta di selfie, twitterate, wattsappate, facebukkate e tutto il caravanserraglio para-tecnologico socialmente involutivo di oggi.

Moana, passata dall'essere una diva all'americana e diventata leader di una piccola ma agguerrita formazione (anti)politica, seppe incarnare pienamente il mito junghiano della Donna Selvaggia: una donna libera e liberata dai condizionamenti tipici dell'(in)cultura patriarcale, sessista, disumanitaria, libera dai condizionamenti dei media, dell'economia, della pubblicità commerciale e della mercificazione dei corpi e delle menti.

Maria Elena potrebbe, potenzialmente, da ministra renziana, emanciparsi dal renzismo, dal culto di una personalità poltica senza costrutto, di una politica vecchia e stantìa che le sta facendo perdere ogni possibile credibilità, diventare un'icona della nuova Donna Selvaggia e di un'ideale Repubblica dell'Amore: fondata sui diritti di libertà e sulla felicità, contro la non-Repubblica dell'odio e della disoccupazione endemica.

E' quanto scrivo ed affermo da parecchi mesi, anche nelle interviste di presentazione del mio saggio “Ritratti di Donna” e nell'ambito del mio movimento “Amore e Libertà”. Penso che il futuro, per molti versi, mi darà ragione.


Luca Bagatin



15 aprile 2014

"Ritratti di Donna" di Luca Bagatin in questi giorni in libreria !

Ecco finalmente in anteprima la copertina di "Ritratti di Donna" (Ipertesto Edizioni), ovvero il mio ultimo nuovo saggio che raccoglie i ritratti di donne scrittrici, musiciste, studiose, attrici, modelle, artiste dell'eros da me intervistate in dieci anni di attività giornalistica, ovvero le interviste che ho realizzato a: Lucia “Rehab” Conti, Patrizia Tesselli, Ilona Staller, Ursula Davis, Valentina D'Agostino, Metis Di Meo, Damiana “Verdemare” Fiammenghi, Miss Lili Marlene, Francesca Veronica Sanzari, Crisula Stafida, Marta Pelizzi, Patricia Vezzuli, Debora De Angelis in arte Debdeashakti, Gabriella Bagnolesi, Francesca Vigni, Erica Melargo. In più il racconto della storia politica ed umana di Roberta Tatafiore, femminista-antifemminista per eccellenza.
"Ritratti di Donna" presenta inoltre una raccolta scelta di poesie dedicate alle donne che ho amato (e che amo ?) ed un'analisi relativa al saggio "Donne che corrono coi lupi", della dottoressa Clarissa Pinkola Estés, a proposito degli archetipi junghiani nelle fiabe e
nei miti riguardanti l'universo femminile.
"Ritratti di Donna" è impreziosito dai bellissimi occhi di copertina della modella Miss Lili Marlene, oltre che dall'interessante prefazione di Debdeashakti, artista dell'eros e personaggio destinato a sconvolgere il panorama (contro)culturale di questo Paese.

L. B.





Bagatin da sempre ama le donne, tanto più se selvagge,
ne percepisce in qualche modo la numinosità e probabilmente
guidato da un’intuizione tutta femminile si arrischia
a mettere in un unico libro donne artiste nel senso più classico
e culturalmente accettato del termine, assieme ad artiste
dell’eros e donne massone, custodi di un’antica o future
eredi di una nuova tradizione iniziatica.
Un uomo, un maschio logico e razionale, mai avrebbe
osato tanto. Ma forse, e glielo auguro di cuore, nel suo caso
la Grande Madre lo ha benedetto col dono di saper vedere
oltre le apparenze, i limiti e le categorie che così tanto imprigionano
la logica maschile in un universo sterile e astratto,
raziocinante e dogmatico.


estratto dalla prefazione di Debdeashakti



PER ORDINI IMMEDIATI DEL LIBRO:
www.iperedizioni.it



13 aprile 2014

Lilli Gruber, Roberto d'Agostino e la Massoneria

Mi è stato segnalato che, alcuni giorni fa, Lilli Gruber, nel suo "Otto e Mezzo" su La 7 del 7 aprile scorso, ha intervistato Stefano Bisi, ovvero il nuovo Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, nota Obbedienza massonica italiana.

Ora, non conosco Stefano Bisi personalmente, ma è casualmente - fra le altre cose e sia detto per inciso - anche direttore di una delle riviste massoniche con cui collaboro da qualche anno, “YR Magazine”.

A parte ciò, spalleggiata dal "tuttologo" Roberto d'Agostino, la Gruber ha dimostrato di non sapere nulla di Massoneria e, fra una risata e l'altra, fra un frizzo ed un lazzo alle spalle del povero Bisi, assieme a d'Agostino ha voluto far prevalere la solita tesi antimassonica (tanto cara al vecchio regime fascista che, non a caso, proibì l'esistenza di logge massoniche), che la Massoneria reggerebbe i fili del Paese e che essa è un centro-occulto nevralgico delle alte sfere del Potere.

Ora, anche volendo, sarebbe ben difficile visto che di Obbedienze massoniche, in Italia, ne esistono a centinaia ! Ma tant'è.

Tant'è al punto che la Gruber crede - e lo dice pure - che la Massoneria sia rappresentata dal solo Grande Oriente d'Italia, ignorando l'esistenza della Gran Loggia d'Italia degli ALAM, che è Obbedienza ben diversa per Storia, cultura e tradizione e che oggi è retta dal Gran Maestro Antonio Binni, che è un caro amico e che nelle prossime settimane intervisterò in esclusiva.

E la Gruber crede anche che, in quanto il GOI non permette alle donne di essere iniziate in massoneria, allora ciò significa che le donne sono bandite della logge !

Mai scempiaggine fu più grande, visto che la Gran Loggia d'Italia degli ALAM, che ha un consistente numero di affiliati e che ha sede nel pieno centro di Roma, a Largo Argentina, ha anche un numero crescente di donne massone !

Ma lasciamo stare, visto che la Gruber ed il d'Agostino affermano un'altra insulsaggine, ovvero che la Loggia P2 fu una loggia criminale ! Ah sì ? Peccato che le sentenze della Corte d'Assise di Roma del 1994 e del 1996 abbiano assolto tutti i suoi componenti, visto che non hanno mai commesso alcun reato.

Componenti fra i quali spiccava anche il cantante Claudio Villa...criminale Claudio Villa ? Ma dai, Gruber e d'Agostino, siate seri una buona volta e smettetela di fare satira solo perché in televisione non vi fila più nessuno !

A proposito di P2, poi, anni fa, recensii anche un pamphlet dal titolo "28 anni dopo. Diario di un piduista" (Ipertesto edizioni) del Generale in pensione Umberto Granati, che, oltre ad essere stato un "piduista" è un mio carissimo amico. Una delle persone più squisite di questa terra, al punto che fu il primo a dichiarare - appena scoppiò il falso scandalo P2 - "se ho commesso qualche reato, arrestatemi !".

La recensione al suo saggio, assieme alla storia della Massoneria, dei suoi riti, delle sue influenze nella Storia e nella letteratura, oltre che delle inchiste antimassoniche, è peraltro contenuta nel mio libro "Universo Massonico", che diedi alle stampe un anno fa per la casa editrice Bastogi e per il quale fui anche intervistato da Radio Radicale.

Nel mio libro è peraltro dimostrato come, in Italia, sia stata la Massoneria ad essere vittima del Potere politico-economico e di come i partiti, supportati dai media nostrani, abbiano fatto ricadere sulla Massoneria italiana nefandezze unicamente attribuibili alla politica ed ai partiti stessi (anche perché la Massoneria non ha nulla a che vedere con la politica in senso stretto !)

Lilli Gruber (che scopriamo anche essere membro del Gruppo Bilderberg...quello sì in odor di Potere, altro che la Massoneria !) e Roberto d'Agostino non hanno che da leggere ed informarsi, pertanto.

Magari anche rispolverando qualche saggio del prof. Aldo A. Mola e di Pier Carpi e cercando di comprendere perché lo scrittore Pier Carpi - il primo a spiegare che cos'era la P2 - morì povero e dimenticato da tutti, nel 2000, a soli sessant'anni.

Un'inchiesta in merito, forse, toglierebbe molti dubbi alla rossa-nazionale.


Luca Bagatin



22 giugno 2012

Sindacati italiani e Giuliano Pisapia indegni di un Paese civile



Oggi sciopero nazionale del trasporto pubblico.
I sindacati italiani, capitanati da Camusso, Bonanni ed Angeletti, per "protestare" contro il governo Monti, danneggiano i lavoratori e gli utilizzatori dei mezzi pubblici.
Ignorando la lezione del padre del Socialismo italiano Filippo Turati, grande avversatore degli scioperi a tutto danno di lavoratori e cittadini, Camusso, Bonanni ed Angeletti - con il loro posto di lavoro garantito ed i loro stipendi d'oro (nemmeno lontanamente paragonabili alle buste paga di operai e di lavoratori parasubordinati) - si riconfermano essere la vergogna dei lavoratori e dei cittadini onesti (i quali si sono pure visti aumentare il prezzo dei biglietti dei mezzi pubblici !!!).



Poichè le disgrazie non arrivano mai da sole, il Sindaco di Milano Giuliano Pisapia, inchinandosi di fronte ai diktat della dittatura cinese, nega la cittadinanza onoraria della città di Milano al Dalai Lama, che pure era stata preparata da tempo con un documento unanime.
Pisapia, dunque, forse memore del suo passato e presente politico, si schiera dalla parte opposta rispetto alla difesa dei diritti civili ed umani in Tibet.



4 aprile 2012

Un nuovo progetto per l'Italia


Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera del 2 aprile scorso, ha ragione da vendere. L'Italia, per ripartire, ha bisogno di due cose: ridurre la spesa pubblica ed abbassare le imposte.
Due cose che nessun governo sino ad oggi - salvo qualche timido tentativo del Governo Monti - ha mai fatto. Anzi.
Due cose che, per poter essere attuate, necessitano di maggioranze compatte ed autentiche, non di pasticci partitocratici, come quello - l'ennesimo - che la classe politica italiana ci sta nuovamente per confezionare, fatto di nessun vincolo di coalizione e sbarramenti.
I pasticci partitocratici servono unicamente a dare la possibilità a più forze politiche di spartirsi la torta e, dunque, le risorse pubbliche che, diversamente, andrebbero ridotte. Lo spiega Panebianco nel suo editoriale, così come da decenni lo spiegano gli economisti liberali in tutto il mondo.
Occorrerebbe un'Italia nuova: presidenziale con un Presidente della Repubblica eletto, a turno unico, da tutti i cittadini e slegato dai partiti e - finalmente - con piene funzioni di governo. Occorrerebbe abolire del tutto il finanziamento diretto o indiretto ai partiti (i famosi rimborsi o rimborseggi che dir si voglia). Partiti che possono comunque essere liberamente rappresentati in Parlamento (monocamerale !), con sistema proporzionale puro, ma non possono interferire nell'attività di governo, bensì dovrebbero avere solo funzioni di discussione delle leggi e di controllo, così come avviene per il Congresso degli Stati Uniti d'America. E soprattutto devono reggersi su finanziamenti propri, privati e volontari.
Occorrerebbe, poi, un nuovo centrodestra: finalmente laico, liberale, libertario e liberista, che possa accogliere anche chi di centrodestra non è o non è mai stato, come quei liberalsocialisti che hanno storicamente occupato posizioni nobili nella sinistra, ma hanno abbandonato completamente lo statalismo.
Una base di partenza potrebbe essere la fusione, in un unico soggetto, di FLI, UDC, API, Partito Liberale, Partito Repubblicano, Radicali Italiani, Liberalsocialisti sparsi in questa o quella coalizione e l'area vicina a Montezemolo. Oppure la costituzione di una coalizione fra FLI, UDC, API ed un nuovo soggetto che raccolga Radicali, Repubblicani, Liberali, Liberalsocialisti e Montezemolo.
Una coalizione o un partito unico (meglio quest'ultimo), che parli, in primis, di riduzione della spesa pubblica e riduzione delle imposte. Che riduca l'Iva anzichè aumentarla, che privatizzi la Rai, che abolisca le Province, che abolisca l'articolo 18 che è un disincentivo alle assunzioni, specialmente quelle dei giovani.
Una coalizione o un partito unico con all'interno anche posizioni diverse su temi etici e di coscienza, così come avviene anche nell'UMP frencese o nel Partito Repubblicano americano, ove convivono anime religiose e conservatrici assieme ad anime laiciste e libertarie.
Occorre, insomma, pensare al radicalmente nuovo...per l'Italia. Che poi è ciò che nell'Occidente democratico esiste lungo da tempo.

Luca Bagatin



31 ottobre 2011

Le prospettive politiche di Matteo Renzi


Matteo Renzi, il "rottamatore". Matteo Renzi, il "rinnovatore".
Matteo Renzi, un passato nel Partito Popolare Italiano, un moderato decisamente ed un ottimo Sindaco di Firenze dalle idee e prospettive bipartisan, come si usa dire oggi.
Matteo Renzi, il trentaseienne che è mal digerito dall'apparato cattocomunista e dal "nuovo Ulivo", il trittico Bersani-Vendola-Di Pietro.
Ed anche questo ce lo rende simpatico, assieme alle sue prospettive dal sapore liberale, capaci di andare oltre il berlusconismo e l'antiberlusconismo.
Le parole d'ordine di Matteo Renzi in sintesi: "No all'egualitarismo, sì all'uguaglianza"; "No al berlusconismo ed all'antiberlusconismo"; "Sì ad andare in pensione più tardi, per garantire un futuro alle giovani generazioni"; "Abolizione del valore legale del titolo di studio"; "No al finanziamento pubblico ai partiti;" "Abolizione dei vitalizi ai parlamentari"; "Meritocrazia".
Idee vecchie, secondo Bersani. Che però è uno sconfitto dalla Storia, assieme ai tutto il gruppo dirigente cattocom del Pd.
Idee riformatrici e liberali, pare, quelle di Renzi, invece, che hanno vinto in tutto il mondo Occidentale e nella sinistra democratica europea: da Gonzalez a Craxi, da Papandreu a Mitterrand, da Blair a Zapatero.
Matteo Renzi mette i bastoni fra le ruote ad una sinistra italiana di matrice cattocomunista e conservatrice, incapace di governare, triste e bacchettona, che garantisce chi è già garantito e penalizza tutti gli altri.
Se il Pd fosse Matteo Renzi, insomma, sarebbe un partito progressista e liberaldemocratico. Ma così non è.
Matteo Renzi disegna uno scenario che potrebbe vedere uniti i liberali, i liberisti (ovvero gli umanisti liberali, volendo citare il compianto prof. De Marchi), ed i libertari di entrambi gli schieramenti: Antonio Martino con Enrico Morando, Renato Brunetta con Pietro Ichino, allargando il cerchio a Futuro e Libertà, al Partito Repubblicano ed a quello Liberale.
Una riedizione del mitico "lib-lab", ovvero la convergenza di quei riformatori che, nei primi anni '90, desideravano un futuro fatto di libertà di impresa, di lavoro sostenibile e di garanzie per chi non è mai stato garantito.
Chissà se sarà davvero così. Nell'Italia degli ultimi anni gli uomini di buona volontà, infondo e purtroppo, non sono mai stati amati e premiati.
Speriamo che la rotta si inverta presto, altrimenti, i dolori della crisi, si acutizzeranno ulteriormente.


Luca Bagatin


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini