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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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30 ottobre 2012

Elezioni regionali in Sicilia: una sconfitta della partitocrazia

I risultati delle elezioni per il rinnovo dell'Assemblea Regionale Siciliana potevano dirsi una sorta di test nazionale.
Per molti versi così è stato e, queste elezioni, hanno fornito un dato inequivocabile: il 53% dei siciliani si è astenuto, ovvero non ha accettato di scendere a patti con questa partitocrazia che, in Sicilia, rappresentava - a destra come a sinistra - la continuità con le politiche nefaste di Raffaele Lombardo.
Tale partitocrazia, ricordiamolo, ha peraltro escluso dalla competizione la lista civica "LeAli alla Sicilia" - guidata da Davide Giacalone - con accuse infamanti, affermando che un candidato della civica aveva la fedina penale sporca, salvo poi scoprire che si trattava di un caso di omonimia !
Gli indagati, infatti, erano altrove. E, il 53% degli elettori, non li ha votati.
A questo dato, possiamo aggiungere l'exploit del Movimento 5 Stelle che, candidando il trentasettenne Giancarlo Cancelleri, persona pulita e che non ha mai fatto politica in vita sua e proponendo una riduzione degli sprechi e dei privilegi, si è guadagnato il 14% dei consensi, superando il duopolio Pd-PdL.
La partitocrazia, in Sicilia, ma probabilmente anche nel resto d'Italia, appare alla frutta.
E questa non è antipolitica. Precisiamolo.
L'antipolitica è rappresentata dalle facce di bronzo come quella di Angelino Alfano che, nonostante una gestione totalmente fallimentare di quanto resta del PdL, si candida alle primarie, anziché, più seriamente, ritirarsi per sempre dalla vita pubblica.
E dalle facce di bronzo di Bersani e Casini, i quali, assieme, in Sicilia, hanno a malapena raccattato il 30% dei consensi. E, per favore, la smettano di parlare di alleanza fra "progressisti e moderati", perché, a quanto ci risulta, il partito di Bersani è tutto fuorché progressista (si confronti con il Partito Socialista francese e con il Labour Party inglese e poi ci si renderà conto di quanto il carro cattocomunista appartenga ad una storia e ad una cultura completamente diverse e profondamente conservatrici).
Ne escono con le ossa rotte i neo-comunisti di Vendola, i dipietrini e quelli di FLI, che non potevano scegliere candidato peggiore: Gianfranco Miccichè, sul quale evitiamo di fare ulteriori commenti.
Se questo è un test elettorale nazionale, si vede bene come a perdere consensi sia tutto il centrodestra, che ormai ha perduto ogni credibilità ed ha perduto tutto il suo elettorato originario di matrice liberale.
Il centrodestra, ormai, o decide di puntare su personalità credibili quali Oscar Giannino e manda in pensione i vari clericali e statalisti alla Quagliariello, Cicchitto ed Alfano, oppure è destinato a cedere il passo al Movimento 5 Stelle che, per quanto non abbia nulla di liberale, punta ad un programma di riduzione degli sprechi e di lotta alla partitocrazia. In questo senso, in sostanza, risulta molto più credibile, serio ed incisivo.
Il carro cattocomunista, diversamente, continua a non superare il suo storico 30%, con o senza comunisti duri e puri e dipietristi. L'unica carta che rimane loro è dunque una vittoria di Renzi alle primarie ed una svolta del partito in senso democratico (non solo nel nome, ovviamente).
Chissà se la lezione siciliana servirà a questa partitocrazia per invertire la rotta.
Purtroppo, temiamo di no.

Luca Bagatin



27 ottobre 2012

L'invito di www.lucabagatin.ilcannocchiale.it al NON voto in Sicilia



Di fronte alla presenza di 32 indagati in pressoché tutte le liste (salvo il M5Stelle di Grillo) presenti alle elezioni amministrative siciliane di domani; di fronte ad un fronte unico, da destra a sinistra, di continuità con le politiche nefaste di questi anni attuate da Raffaele Lombardo ed infine, di fronte alla ingiusta mancata presentazione della lista civica "LeAli alla Sicilia" guidata dal giornalista Davide Giacalone , il presente blog invita TUTTI gli elettori onesti della Sicilia a NON ANDARE A VOTARE.
Al fine di non essere complici di questo sistema di illegalità e di omologazione a volontà oligarchiche.
Riportiamo di seguito anche le dichiarazioni di Società Aperta, il movimento politico-culturale guidato da Enrico Cisnetto ed un articolo di Davide Giacalone.
Buon NON voto, nel segno della trasparenza e del coraggio.

L.B.

Da Terzarepubblica, organo di Società Aperta

A proposito di Sicilia, due parole sono dovute per quel tentativo – la lista “LeAli alla Sicilia” capitanata da Davide Giacalone – che Società Aperta ha condiviso e sottoscritto con entusiasmo, e che non ha nemmeno varcato la soglia del voto. La lista non è stata ammessa: per la presenza di un candidato con la fedina penale sporca – salvo aver scoperto dopo che trattavasi di un clamoroso caso di omonimia – e per un ritardo nella presentazione delle firme raccolte, segno di un deficit organizzativo e di risorse che certifica come in queste circostanze la buona volontà non sia sufficiente. Giacalone ci ha provato a combattere a mani nude contro chi le aveva piene di soldi, ed ha comunque vinto – anche senza essere presente al voto – per essere riuscito a marcare la differenza tra chi è portatore di idee e di progetti e chi, invece, sguazza in quel potere che ha portato la Sicilia al disastro. È poco e molto, nello stesso tempo. Dopo il voto, che sarà comunque significativo per quanto potrà poi accadere in Lombardia e nel Lazio e quindi a livello nazionale, sarà il caso di ripartire da quel “tanto” senza per questo dimenticare le ragioni di quel “poco”.



Domenica si aprono le urne, intanto hanno chiuso, chiudono e chiuderanno le aziende. Da ultimo quelle edili, che hanno deciso di fermare tutti i cantieri pubblici, perché la regione, in Sicilia, è già fallita e non paga. Né pagherà. Farà solo crescere il debito. Per avere un’idea della campagna elettorale, nell’isola, basterà osservare che di questo, vale a dire del problema più grosso e pressante, neanche s’è parlato. Quando si conteranno i voti ci saranno due sconfitti, un profittatore e un vincitore.

1. Il centro destra ne uscirà sconfitto perché c’è entrato spappolato. I vertici nazionali hanno sperato di evitarlo, piegandosi a candidare Gianfranco Micciché. Lo annunciarono ufficialmente, dimostrandosi incapaci di capire che un pezzo del loro mondo non lo avrebbe mai digerito e che lo stesso Micciché era ormai preso nel gioco di Raffaele Lombardo. Eppure hanno sperato di tenerlo, accettando che fosse Micciché a indicare la seconda scelta: Nello Musumeci. Non è bastato, la rottura s’è consumata. Così non hanno l’unità, non hanno una candidato forte, non hanno una linea politica. Dietro Musumeci c’è il vuoto. Accanto a Musumeci c’è un Angelino Alfano che spera di vederlo vincere, in modo da trovare la forza per affermare la propria leadership, anche in vista delle primarie. Mentre Musumeci è un galantuomo figlio di una cultura estremista, la cui campagna elettorale (come anche quella della sinistra) s’è ridotta a fare il verso alle cose più scialbe e insignificanti dell’antipolitica. Sono onesto, dice di sé. Bella cosa, ma gli servirà a nulla con la regione in deafult e privo di maggioranza.

2. Il centro sinistra perderà le elezioni, perché anche su questo fronte la spaccatura è insanabile: in Italia il Pd è alleato di Sel e diviso dall’Udc, in Sicilia è alleato dell’Udc e diviso da Sel. Se vincessero non sarebbe una vittoria della linea della segreteria nazionale e se perdessero sarebbe una sua sconfitta. Non una bella prospettiva. Se Rosario Crocetta dovesse prendere un voto più di Musumeci si troverebbe a governare con i lombardiani. Se ne prenderà uno in meno si verificherà la rottura con i casiniani. Un obbrobrio trasformista. Dietro Crocetta ci sono liste più solide di quelle che accompagnano Musumeci, anche perché il mondo degli affari ha guardato più a sinistra che a destra. L’ex sindaco di Gela si fa un vanto della propria esperienza amministrativa, ma il posto dove lo voteranno meno è proprio la sua citta. Lo conoscono. In un dibattito pubblico disse che i dipendenti regionali in esubero potrebbero essere assunti nei comuni. Delirio, unito alla consapevolezza che ragionare seriamente non porta voti.

3. I lombardiani osservano la campagna dei due perdenti che si contendono la falsa vittoria, e si fregano le mani. A guidare la terza compagine c’è un Micciché pronto a dire qualsiasi cosa, compreso lisciare il pelo all’indipendentismo. Ma rischia: la trattativa di potere, una volta chiuse le urne, tornerà nelle mani di Lombardo. Posto che Lombardo e Micciché, alleati, si disprezzano con sicula passione. Il presidente uscente, che intanto piazza il figlio, ha una posizione forte: l’Udc è il suo partito d’origine; il Pd è quello che lo ha appoggiato; il Pdl quello che lo ha portato alla presidenza. O fanno un accordo fra di loro, assai improbabile, o uno di loro deve mettersi d’accordo con lui. Intanto si toglie uno sfizio: mentre gli altri negano il default, bollandolo come persecuzione delle demoniache forze nordiche (lo dissero anche a me, che sono siciliano), lui fa dire ad un suo assessore (Armao) che è imminente. Ma per colpa degli altri. Fossimo al circo, non resterebbe che applaudire il giocoliere. Purtroppo è il circo ad essere in noi.

4. Il vincitore delle elezioni è Beppe Grillo, che ha fatto una campagna perfetta. Ha saputo parlare alla pancia degli elettori di destra, che considerano ripugnante questa politica. S’è rivolto a quelli di sinistra, dimostrando facilmente che non sono i loro beniamini gli antagonisti dell’affarismo e del malgoverno, posto che alcuni ne sono i protagonisti. Ha fatto un fischio alla marea di elettori che non provano alcun gusto a votare, invitandoli a portare il pernacchio nell’urna. Si dice: non ha proposte e programmi. Ne ha più degli altri, se è per questo. Ma è una discussione inutile: vince perché dimostra che gli altri sono in stato confusionale, nonché di saper sfruttare la confusione. Per il resto, Parma docet: mica vuol governare.

Leggo analisti e politici che dicono: attendiamo le elezioni siciliane, per capire e orientarci. Ma che minchia ci dovete capire? Un’accozzaglia di perdenti popolerà un Parlamento regionale senza sapere cosa fare e lasciando affondare l’economia. Leonardo Sciascia vedeva avanzare la “linea della palma”. Qui una politica agonizzante vedrà dilagare la linea della salma.



6 agosto 2012

"Un uomo nuovo" di Salvatore Alessi: film-spaccato della politica siciliana ed italiana. Con un'intervista all'attore protagonista Andrea Galatà a cura di Luca Bagatin


Ho avuto l'onore ed il privilegio di vedere in anteprima il film non ancora uscito nelle sale - ma che mi auguro troverà presto un distributore - "Un uomo nuovo", di Salvatore Alessi e tratto dal romanzo di Adriano Nicosia "Cogli la rosa, evita le spine", interpretato dall'amico Andrea Galatà, giovane attore catanese, la cui interpretazione ha ricevuto il premio come miglior attore alla prima edizione del Catania Film Festival.
Andrea è Rosario Roccese, candidato a Sindaco di Monsalso, paese siciliano inventato, che è uno spaccato della realtà siciliana, ma anche quella del nostro intero Paese.
Nel corso del film vediamo un Rosario prima bambino, legatissimo alla sorella maggirore, la quattordicenne Anna (interpretata da una struggente Veronica Cusimano), la quale rimarrà presto incinta del suo ragazzo.
L'amore fra i due giovani, ad ogni modo, sarà ostacolato in particolare dal padre del ragazzo, l'Ingegner Grassi (Roberto Burgio), proprietario della fabbrica di grano di Monsalso, presso la quale lavora il padre di Rosario e di Anna.
L'Ingegner Grassi obbliga il padre di Rosario, Salvatore (Orio Scaduto), a far abortire la figlia, la quale ne rimarrà presto sconvolta, al punto di suicidarsi.
Tempo dopo, Rosario, ormai adulto, diventerà il figlioccio dell'Ingegnere Grassi, il quale, assieme al Sindaco uscente di Monsalso, gli procurerà i voti necessari ad essere eletto, tessendo rapporti con la Chiesa (rappresentata da Don Giuseppe, interpretato da Nino Frassica, per la prima volta sullo schermo in un ruolo drammatico), con le banche e con la criminalità organizzata, facendone affiliare Rosario stesso.
Rosario è, dunque, un "uomo di paglia" nelle mani dei potenti, il quale pur è convinto di poter cambiare le cose. In cuor suo è un idealista, ma è anche un debole che si lascia usare.
Affranto dal rimpianto di non aver potuto salvare la sorella maggiore, finisce per uccidere, in Chiesa, l'Ingegner Grassi, con un coltello e lavandosi le mani nell'acquasantiera. Sarà, io credo, l'ennesimo gesto vile.
Rosario adulto non è certo migliore delle mani che lo guidano, tessendone e plasmandone il presente ed il futuro. Un futuro che sarà segnato dal potere, ma, a quale prezzo ?
A prezzo di una vita da codardo che, vilmente, ha lasciato corrompere la sua mente, perdendo quell'innocenza che possedeva, intrinsecamente, da bambino. Quando amava la sorella, perché quell'amore si è spezzato per sempre.
La vendetta di Rosario nei confronti dell'Ingegnere, non è che l'estremo atto di viltà.
Perché la vendetta non è che la peggior forma di corruzione della mente. Essa è strumento facile, immediato, apparentemente e vilmente risolutivo, in quanto essa è radicata da secoli nell'individuo, sua dannata compagna ancestrale con la quale l'uomo pensa di poter risolvere tutto, scacciare i fantasmi di un passato che non passa. Mentre in realtà è la vendetta stessa che lo fa precipitare nel vortice dei suoi più bassi istinti, facendogli perdere ogni briciola di umanità che gli è rimasta.
Rosario Roccese non può, dunque, essere perdonato e non può, a mio giudizio, essere considerato "un uomo nuovo". Egli non è più uomo, in quanto ha venduto la sua umanità prima al potere e poi alla vendetta. Egli non si è rinnovato, bensì si è totalmente corrotto.
Corrotto come quella politica che, l'anima innocente di Rosario, avrebbe voluto/creduto di poter cambiare.
E mi ritorna alla mente uno scritto di Pier Paolo Pasolini, cantore dell'innocenza, del 1975, il quale scrisse:
"Andreotti, Fanfani, Rumor, e almeno una dozzina di altri potenti democristiani, dovrebbero essere trascinati sul banco degli imputati. E quivi accusati di una quantità sterminata di reati: indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, collaborazione con la Cia, uso illegale di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di colpire gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell'Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani, responsabilità dell'esplosione selvaggia della cultura di massa e dei mass-media, corresponsabilità della stupidità delittuosa della televisione. Senza un simile processo penale, è inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per il nostro paese.
Uno scritto, quello di Pasolini, che inchioda certa politica di ieri ed ancor più di oggi (cambiano i nomi, non certo i ruoli), alle proprie dirette responsabilità.
Una politica che ha corrotto e corrompe, sempre di più, i giovani di oggi (e mi viene in mente quel giovane Vicepresidente del Consiglio comunale di Roma, recentemente arrestato per associazione a delinquere, appropriazione indebita e finanziamento illecito ai partiti), perché figlia del potere e della menzogna.
Rosario Roccese, pur tendendo al rinnovamento e dunque rimanendo legato alla sua anima bambina, finisce per perdersi nel buio di una società corrotta. Perché questa politica, ce lo dimentichiamo troppo spesso, è figlia di questa società.
Solo l'innocenza, il ritorno alla fanciullezza nella quale provava sincero amore per la sorella, avrebbe potuto restituirci un uomo pienamente nuovo perché in grado di battersi a viso aperto contro il malaffare, la corruzione e la violenza dell'universo che lo circonda e che lo condannerà, invece, ad essere un uomo di potere manovrato e manovrabile, come ce ne sono purtroppo tanti, troppi, in quest'Italia malata.
Il mio giudizio sul protagonista di "Un uomo nuovo" è dunque severo e non so se, effettivamente, sia questo ciò che ci ha voluto trasmettere il film di Alessi, che mi ha commosso e toccato molto.
Perché è uno spaccato della Sicilia e dell'Italia politica e sociale di oggi, che merita di tornare alle sue radici più pure, autentiche, sane, quelle che sognava, appunto, Pier Paolo Pasolini, ucciso non già da un marchettaro, bensì dal Potere e da una società che a questo Potere ha fornito alimento ed alibi. E continua, purtroppo, a fornirlo ed a fornirne.


Luca Bagatin





Andrea Galatà, trentaquattrenne di Catania, protagonista de “Un uomo nuovo”, ha esordito nel mondo dello spettacolo a quindici anni, come danzatore classico e moderno in una compagnia nazionale di giro. A teatro ha ricoperto e ricopre numerosi ruoli, interpretando Romeo, Mercuzio, Prometeo e molti altri. Ha lavorato con artisti quali Irene Papas, Judith Malina, Romano Bernardi, Roberto Laganà e Wendell Wells; nonché in televisione in fiction quali “Quo vadis baby ?”, “Il capo dei capi”, “La vita rubata” e “Due imbroglioni e mezzo”.  Laureato in giurisprudenza, è uno dei principali occupanti del Teatro Valle di Roma, nonché referente del Movimento per la Cultura per il Lazio.  Oggi ho il piacere di intervistarlo e di ringraziarlo per avermi fatto conoscere questo suo ultimo lavoro.


Luca Bagatin: Dunque, Andrea, la domanda è d'obbligo. Visto che esordisci come danzatore, come nasce la tua passione per la danza?

Andrea Galatà: Mi ha sempre attratto la possibilità di esprimermi attraverso il gesto fisico. L’energia che si smuove in maniera potente e divertente. Ho sempre praticato molti sport e sentito la necessità di superare i miei limiti, ma non mi sono mai accontentato di sudare e basta. Ho bisogno anche di incanalare queste forti energie verso uno scopo comunicativo, di condividerle. Questo rappresenta la danza per me.


Luca Bagatin: Preferisci danzare, recitare in teatro o, piuttosto, davanti alla macchina da presa?

Andrea Galatà: Non riesco, per fortuna, a percepire differenze particolari. Vedo un palcoscenico, o un set, come luoghi nei quali è possibile esprimersi. Come lo facciamo riguarda piuttosto l’efficacia del linguaggio che scegliamo per esprimere determinati contenuti. Ad esempio il linguaggio cinematografico è diverso da quello teatrale e non bisogna sottovalutare questo punto; altrimenti si rischia di peccare di presunzione e di non riuscire a comunicare con il pubblico in maniera consapevole ed efficace. Non è sufficiente essere ottimi attori in teatro per esserlo anche al cinema, così come non è sufficiente essere ottimi musicisti classici per essere automaticamente brillanti jazzisti. Approfondire i diversi linguaggi è invece un atto d’amore e di umiltà che può aprire la mente e rendere un palcoscenico un luogo in cui esprimersi senza limiti. E questo è davvero stimolante.


Luca Bagatin: Dalla laurea in giurisprudenza alla recitazione. Da Catania a Roma. Percorso certamente impegnativo. Puoi parlarcene?

Andrea Galatà: Sono sempre stato un curiosone e la vita, così come la famiglia, mi hanno spinto a percorrere strade apparentemente contraddittorie. Per anni non ho saputo gestire questo conflitto, temendo di non essere capace di riconoscere la mia strada; di essere dispersivo. Poi ho capito che forse la mia specificità stava proprio nel mio essere eclettico, nel mio rifiuto per dogmi e percorsi predeterminati, nel piacere di mettere in comunicazione tra loro mondi apparentemente inconciliabili. Forse è questo il mio talento. Mi piace tentare strade nuove e rompere gli schemi. Per quanto riguarda i miei viaggi, in realtà lasciare la mia terra non è stato facile. Il “richiamo” di cui è capace una terra come la Sicilia può comprenderlo solo chi in Sicilia ha vissuto, anche solo per un breve periodo; chi ne ha sentito gli odori, osservato la natura e spiato le tradizioni. Oggi però è difficile per un attore radicarsi in un posto, perché la grande concorrenza e la scarsa offerta ci costringono ad inseguire il lavoro superando ogni confine geografico. Sono molto legato alla mia terra, infatti lavoro spesso in Sicilia e ci torno ogni volta che posso.


Luca Bagatin: Che cosa significa, per un ragazzo giovane, oggi, lavorare in un mondo precario come quello della cultura e dello spettacolo?

Andrea Galatà: Per la nostra generazione purtroppo quasi tutti i lavori sono precari. Condividiamo tutti questa faticosa esperienza, nella quale ogni giorno bisogna difendersi dagli attacchi al nostro futuro, alla nostra dignità sociale. Quello che davvero mi stupisce è l’incapacità della classe politica di percepire l’arte come un investimento e non come una voce di spesa. In una nazione come l’Italia l’arte e la cultura rappresentano la principale fonte di ricchezza spirituale e... materiale! Con l’arte e la cultura si può diventare più ricchi. Più ricchi nel cuore, più ricchi intellettualmente e più ricchi economicamente! Spero che la crisi economica ci aiuti presto a reinventare almeno la nostra scala di valori e riscoprire l’immenso valore dell’arte come strumento primario di evoluzione intellettuale e spirituale di un popolo.


Luca Bagatin: Mi hai confessato di essere un appassionato di esoterismo e di universi spirituali. Come nascono queste tue curiosità ?

Andrea Galatà: Fin da bambino sono sempre stato affascinato dal simbolismo e dai rituali. E’ proprio questo che mi ha condotto verso uno dei riti magici collettivi più antichi: il teatro. Se si ama l'arte, si ama l'essere umano, si ama la vita, così come la necessità di narrarla e investigarla. Secondo me non è possibile scollegare questi aspetti. Le storie che raccontiamo, attraverso i simboli e le analogie, cercano di confrontarsi con le passioni umane, con gli archetipi, cercano di svelare la vita, il visibile e l’invisibile. Le storie migliori narrano le grandi trasformazioni dei personaggi, per stimolare quelle del pubblico. L'arte è da sempre uno strumento “alchemico”.


Luca Bagatin



16 maggio 2011

Lotta all'omofobia, promozione di una sessualità consapevole: le sfide per il Paese del domani


E' incredibile come, proprio a distanza di pochi giorni dal 17 maggio - giornata mondiale contro l'omofobia - si sia scatenata un'ondata di casi di inciviltà omofobica gratuita.
Vediamoli nell'ordine.
Il rappresentante friulano del movimento politico neofascista La Destra, Ernesto Pezzetta, dichiara di voler oscurare i 15.000 manifesti contro l'omofobia promossi da Arcigay e da quindici associazioni.
Un ragazzo omosessuale triestino è stato aggredito a Lubiana.
A Brindisi è stata rifuitata la patente ad un ragazzo in quanto omosessuale. La stessa medesima cosa era peraltro già accaduta a Catania.
Vicende di ordinaria inciviltà, di ordinaria incultura, i cui responsabili andrebbero sanzionati con pene severe.
Sarebbe già un primo passo verso la civiltà, in un Paese come il nostro che, purtroppo, civile non lo è mai stato completamente.
Arcigay, Arcilesbica, GayLib e numerose altre associazioni per i diritti civili, sono da tempo impegnate in campagne di sensibilizzazione sulla questione omosessualità, anche nelle scuole.
E' fondamentale che ciò sia fatto: in ogni città, in ogni Comune, in ogni quartiere.
L'omofobia non è che frutto della non conoscenza del fenomeno. Un fenomeno del tutto naturale, visto che, l'omosessualità, è un orientamento sessuale assolutamente normale.
Rimango spesso stupito quando sento dire, anche da qualche rappresentante di partiti laici (a me è capitato con un amico, ad esempio), che "l'omosessualità va accettata quando non è ostentata".
Posso garantire che nessun omosessuale al mondo "ostenta" la sua omosessualità. E che la maggioranza degli omosessuali non è come è dipinta dall'immaginario collettivo: una macchietta effemminata.
L'omosessuale sei tu, sono io, siamo tutti noi. Persone qualsiasi.
E questo, a chi non conosce la questione, fa paura. Fa paura perché è molto facile associare l'omosessuale all'esibizionista, a colui che può mettere le mani addosso a chiunque. All'effemminato sculettante.
E' facile farlo perché molti non riescono a pensare ad altro che al sesso come ad una cosa morbosa.
Sono assolutamente scandalizzato quando sento persino dire che le Veline del programma satirico e di approfondimento "Striscia la Notizia" mercificano il loro corpo. Mai sciocchezza mediatica fu più grande.
Il punto è sempre quello: il corpo altrui, il corpo di una bella ragazza non ammiccante, visto semplicemente come aspetto morboso.
Penso sia il momento di educare le nuove generazioni ad una sessualità sana, a partire dalle scuole. Ove insegnare ai ragazzi che del proprio corpo non ci si deve vergognare, che sono belli tutti i corpi e che la morbosità è una cosa da malati di mente.
Che l'omosessuale è la variante dell'eterosessuale e che entrambi concorrono a costruire la nostra variegata società. Una società ove ciascuno vive appieno la propria sessualità, nel pieno rispetto gli uni degli altri.
Poi c'è l'aspetto squisitamente politico.
Perché devono esistere coppie di serie A e coppie di serie B ?
Perché due uomini o due donne che si amano debbono avere meno diritti rispetto ad un uomo e ad una donna ?
Perché dobbiamo lasciare che i sessuofobi ed i morbosi continuino a legiferare in maniera così scriteriata ?
Occorre il registro delle unioni di fatto. Direi di più: occorre garantire i medesimi diritti a tutte le coppie che decidono di contrarre un vincolo di amore reciproco. Anche nelle adizioni, certo.
Perché è assurdo pensare che due donne o due uomini non siano in grado di fornire un'esistenza sana ad un bambino.

Poi c'è la questione dei Parchi dell'Amore: perché non aprirne uno in ogni città ove ciascuno, in totale sicurezza ed igiene, possa appartarsi con il/la proprio/a partner ?
Ci arriveremo anche in Italia ?
La sfida è dunque fra rimanere un Paese che guarda al medioevo o va incontro alla civiltà.
Alla civiltà dell'amore e della sessualità consapevole.

Luca Bagatin


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini