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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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11 maggio 2015

In ricordo di Mario Appignani: un ragazzo all'inferno

Molti si ricorderanno di Mario Appignani detto “Cavallo Pazzo” per le sue incursioni televisive al Festival di Sanremo o a quello di Venezia, tentando di arraffare il microfono ed interrompere un compassato Pippo Baudo. Oppure le sue incursioni allo stadio le domeniche pomeriggio degli Anni '90.

Mario è morto di AIDS nel 1996 ed allora Pippo Baudo, che non conosceva la storia di Appignani, disse che era affetto da “una complessa forma di esibizionismo” che “non aveva niente da dire”.

In realtà Mario Appignani, romano, classe 1954, sin dal 1975, ebbe molto da dire, forse anche più di quanto l'emblema della mediaticità nazional-popolare baudiana, intrisa, questa sì, di esibizionismo catodico, abbia mai avuto da dire dal dopoguerra sino ad oggi.

Quando aveva appena 19 anni, Mario Appignani, scrisse infatti un bellissimo libro autobiografico che non è più distribuito da tempo: “Un ragazzo all'inferno”. Il saggio è edito da Roberto Napoleone, con l'introduzione di Lamberto Antonelli e con prefazione di Marco Pannella, l'unico politico che diede voce a questo ragazzo emarginato, senza famiglia, che visse sin dall'età di 6 anni fra brefotrofi, orfanotrofi, manicomi, case di cura e di “rieducazione”.

Il piccolo Mario, infatti, è figlio di Tina, una prostituta - avviata a sua volta alla prostituzione dalla madre - che non lo può mantenere e così lo lascia sui gradini di una chiesa. E' così che passerà sotto la “tutela” dello Stato, con i suoi istituti che fanno parte dell'Opera Nazionale Maternità ed Infanzia (OMNI), istituita dal fascismo e gestite materialmente dalla Chiesa cattolica, ricevendo sovvenzioni statali.

Istituti che, in realtà, sono dei veri e propri lager che, proprio grazie alle denunce di Mario Appignani ed all'intervento di Pannella e dei radicali, sono state chiuse definitivamente nel 1975.

“Un ragazzo all'inferno” è un libro toccante e brutale, a tratti tenero come tenero è il cuore di Mario, ragazzo che è diventato uno “scapestrato” (bisognerebbe poi capire se lo è stato per davvero però !) dopo anni di abusi e sevizie da parte delle suore, dei suoi compagni, dei direttori, delle forze di polizia e della politica dell'epoca - dalla clerico-fascista Dc sino all'indifferente e connivente sinistra - sorda di fronte all'esistenza di bambini e ragazzi poveri e senza famiglia.

E' agghiacciante pensare che, quanto accaduto a Mario ed ai suoi compagni, accadeva nell'Italia “repubblicana” di solo quarant'anni fa ! E' agghiacciante pensare che anche l'Italia “repubblicana” e “antifascista” abbia avuto i suoi lager e che in essi ci finissero i “reietti” della società, ancorché bambini (sarebbe da chiedersi se questo i vari Pippo Baudo ed i vari Bruno Vespa, sostenitori strenui della DC lo sapessero !).

Mario ci racconta di quando entrò per la prima volta in un brefotrofio, all'età di soli sei anni. E' gestito da suore tutt'altro che buone cristiane, che fra le altre cose somministrano ai bambini dei pasti scarsissimi – al limite della denutrizione – e spesso pieni di insetti. Le punizioni, poi, sono da lager nazista: i bambini sono spesso costretti a rimanere sul balcone, all'esterno, in pieno inverno, con le sole mutandine addosso.

E' in una situazione come questa che Mario conosce Francesco, un bambino di 8 anni. Francesco e Mario si incontrano sul balcone dell'istituto e si riscaldano abbracciandosi vicendevolmente. La punizione di Mario termina prima di quella di Francesco e così quest'ultimo è costretto a rimanere da solo al freddo. Da allora di Francesco non se ne saprà più nulla sino a che, un anno dopo, il giardiniere ne troverà il cadavere nell'orto, putrefatto ed irriconoscibile. Un caso che sarà insabbiato per sempre anche dai carabinieri, per non far ricadere lo scandalo sull'intero istituto, sovvenzionato dall'OMNI (sic !).

Mario, sarà successivamente trasferito in un altro istituto, diretto da quella suor Diletta Pagliuca che finirà in carcere proprio grazie alle denunce di Mario, anni dopo. Qui i bambini sono spesso legati ai loro letti con dei lucchetti, costretti a defecarsi ed urinarsi addosso, privi di lenzuola e coperte.

Con il passare degli anni Mario, da un'istituto all'altro, da una punizione all'altra come le docce fredde ed i sassolini sotto alle ginocchia, impara a non fare la spia e spesso è costretto anche a soccombere agli appetiti sessuali dei suoi compagni, a mentire, a rubare gli indumenti degli altri come gli altri rubano i suoi: a prevalere è la legge del più forte, la legge della giungla.

E' così che tenterà il suicidio all'età di dodici anni e sarà trasferito alla Neuro, ovvero l'anticamera del manicomio.

Isolandosi sempre di più, Mario, ad ogni modo, scoprirà l'interesse per la lettura: dai fumetti passa a letture impegnate come Balzac, Kafka, Proust, Flaubert, Boudelaire, Dumas, Stevenson, Jack London, Palazzeschi, Moravia e Marinetti. E poi alla passione per l'ascolto della musica classica, in particolare di Beethoven.

Il suo è un modo per emanciparsi, per elevarsi da quella vita di dolore e vessazioni. Ma ci sarà spazio anche per l'amore. Amore omosessuale per un suo compagno, Cesare, che Mario descrive teneramente nel suo libro e che deve essere “nascosto” perché i costumi ipocriti dell'epoca – impregnati di bigotto cattolicesimo - impongono che sia così, sia per gli omosessuali, ma anche per gli eterosessuali.

Mario trova tutto ciò assurdo, così come è assurdo il comportamento delle suore e dei preti degli orfanotrofi. E' un comportamento che stride con il messaggio di Cristo, che Mario ama moltissimo ed infatti egli scrive: “L'idea del Cristo che è morto per noi, nella sua infinita bontà, mi esalta, mi affascina, mi turba. Ma tutto viene spazzato via (…) da questa cerimonia stucchevole, da questa finzione”. Ed ancora Mario ricorda che il Cristo diceva “Amatevi come fratelli”. Cosa che di rado accade negli orfanotrofi...

Mario ritiene poi – come sostenevano anche gli intellettuali omosessuali Dario Bellezza e Massimo Consoli - che l'omosessualità negli orfanotrofi sia spesso una conseguenza della natura sessuofoba della nostra società, che rende estremamente difficili i rapporti fra un ragazzo ed una ragazza. Aspetto appunto tipico delle comunità ristrette come gli orfanotrofi, che sono delle comunità omosessuali per eccellenza in quanto composte da persone dello stesso sesso.

Nel momento in cui avrà modo di prestare servizio volontario presso la Croce Rossa, Mario avrà quindi anche la possibilità di uscire dall'istituto nel quale è recluso. E si innamorerà di Katia, che purtuttavia scoprirà essere una prostituta e ciò lo deluderà moltissimo.

Nel frattempo finirà anche in galera, accusato di un furto che non aveva mai commesso in realtà e, una volta uscito, per mantenersi, assieme ad un suo ex compagno di collegio, inizierà a prostituirsi, ma finirà in galera ancora allorquando deciderà di tenersi una tessera appartenente ad un componente della Guardia di Finanza che aveva trovato a terra, solo per non pagare il cinema e che la polizia gli troverà addosso.

Curioso a dirsi, ma Mario scoprirà persino di avere un fratellastro, Giulio, il quale tenterà di metterlo in contatto con il patrigno, che purtuttavia lo rifiuterà e con la madre, Tina, che per la prima volta Mario incontrerà al Policlinico, al capezzale della sorellastra quattordicenne, la quale aveva appena tentato il suicidio. Ma, fondamentalmente, rimarrà deluso nell'apprendere che lei l'aveva abbandonato e che lo Stato italiano, anziché fornire un assegno mensile alla madre per il suo mantenimento, ha preferito affidarlo agli istituti dell'OMNI.

Solo l'incontro con Don Mario Picchi, che dirige il Centro Italiano di Solidarietà, gli permetterà di avere una sistemazione degna di questo nome e sarà proprio questo buon prete che lo esorterà a scrivere, appunto, la sua storia.

Mario, come scrive all'inizio ed alla fine di “Un ragazzo all'inferno”, è disilluso. Non pensa che il racconto della sua storia serva a qualcuno ed invece... Ed invece, grazie a Marco Pannella ed al Partito Radicale nel quale il giovane Mario militerà per alcuni anni, le cose inizieranno presto a cambiare, per quanto concerne gli istituti, gli orfanotrofi, i brefotrofi e parecchie persone saranno portate alla sbarra, fra cui la terribile suor Diletta Pagliuca.

Mario Appignani, nel corso degli Anni '70, grazie alla sua “cultura stramba”, come amava definirla, fu anche rappresentante degli Indiani Metropolitani, un gruppo libertario che, in Italia, si ispirò alla Beat Generation di Kerouac e Ginsberg e la sua vicenda politica e controculturale è raccontata da un suo compagno di militanza – Marco Erler – nel saggio “Assalto alla diligenza. Quando Appignani rinacque Cavallo Pazzo” edito da Memori alcuni anni fa.

Come Marco Erler, penso anch'io che la vicenda di Mario Appignani non vada dimenticata.

E penso che anche le sue scorribande televisive, negli Anni '90, pochi anni prima di morire, siano emblematiche. Era il suo modo goliardico ed irriverente per denunciare la società dello spettacolo e dei media, retti dall'uomo simbolo di una DC che pur stava tramontando per lasciare spazio alla sua continuità inculturale, ovvero al berlusconismo: Pippo Baudo.

Oggi i tempi sono per molti versi cambiati, ma penso che “Un ragazzo all'inferno”, di cui saranno anche scaduti i diritti editoriale da tempo, dovrebbe essere ripubblicato, a beneficio dei più e dei meno giovani. Affinché sappiano che cosa accadeva agli emarginati, appena quarant'anni fa in Italia. Affinché ciò non accada mai più, perché non c'è peggior olocausto, non c'è peggior genocidio di quello compiuto da uno Stato che si autoproclama “democratico” o “repubblicano” e nei fatti non lo è.

Uno Stato, quello italiano che, ad ogni modo, i poveri e gli emarginati – tanto cari a Pasolini ma non alle destre ed alle sinistre - non li ha mai potuti sopportare.

E che, grazie ad Appignani, intellettuale e politico autodidatta che sulla sua pelle e sulla sua anima ha pagato un prezzo altissimo, hanno avuto, per una volta, una pur timida voce.


Luca Bagatin



Mario Appignani ad una manifestazione, alle spalle di Pier Paolo Pasolini.
Mario Appignani al Festival di San Remo del 1992.



5 dicembre 2013

Legge sul finanziamento pubblico ai partiti e legge elettorale incostituzionali: le forze politico-parlamentari facciano ammenda e decadano

Solo pochi giorni fa è stata sollevata davanti alla Consulta l'incostituzionalità del finanziamento pubblico ai partiti, dal 1997 ad oggi. Ed infatti, se ci si ricorda bene, il Parlamento tradì più volte l'esito referendario che, invece, prevedeva la totale abolizione del finanziamento pubblico ai partiti !

Oggi la Consulta stabilisce che la legge elettorale denominata “Porcellum” è incostituzionale.

Siamo dunque di fronte a casi gravissimi che vedono coinvolte le forze politico-parlamentari degli ultimi vent'anni che, queste leggi, hanno sostenuto, scritto e votato. Da non dimenticare, peraltro, che esiste una figura di alto profilo istituzionale che dovrebbe essere garante della Costituzione, ovvero il Presidente della Repubblica. C'è da chiedersi, infatti, ove fossero e che cosa facessero i Presidenti della Repubblica italiana dal 1993 ad oggi e perché abbiano abdicato al loro ruolo di garanti.

C'è da chiederselo, perché disattendere la legge più importante dello Stato, ovvero quella su cui si fonda la Repubblica italiana, è atto gravissimo che andrebbe, pertanto, perseguito per legge.

Andrebbero come minimo sanzionate le forze politiche che hanno permesso che certe leggi incostituzionali fossero scritte e votate e così i relativi parlamentari ed organi istituzionali che ciò hanno permesso.

Sarebbe infatti ancor più grave se a codesti parlamentari o figure istituzionali fosse ancora permesso di occupare il posto che occupano e/o hanno occupato. Sarebbe una vera beffa ed una vera ingiustizia.

La Costituzione, piaccia o non piaccia, è questa e pertanto va rispettata. Diversamente si avvii un percorso costituente atto a modificarla. Ma sin tanto che tale percorso non è stato avviato, prego, si rispettino sia la Costituzione che le relative leggi dello Stato.

La medesima cosa, infatti, valga per le leggi elettorali.

Inutile discutere tanto, visto che l'unica legge elettorale costituzionalmente ammissibile – come nelle intenzioni dei Padri Costituenti - è quella proporzionale pura, con le preferenze, senza alcun premio di maggioranza e senza alcuno sbarramento.

Chiunque voglia altre leggi elettorali si adoperi per avviare un processo costituente, mediante l'elezione popolare di un'apposita Assemblea Costituente. Tutto ciò è lapalissiano, ma pare che i politicanti nostrani tutti - dal Pd al PdL, passando per i centristi, sino ad arrivare ai grillini – non l'abbiamo compreso e seguitino a sbraitare, nel totale disiniteresse di un elettorato che si sente – e giustamente – preso in giro.

Qualcuno dica poi a Renzi e Berlusconi, a Grillo e alla Bernini, a Segni e a Cuperlo, che non è assolutamente vero che il proporzionale puro non garantisce la governabilità. La Prima Repubblica, passata alla storia quale “Repubblica del proporzionale” - quando ancora esistevano i partiti veri e seri - ha dimostrato che la governabilità e la stabilità erano garantite eccome ! Dal 1948 sino al 1993 abbiamo avuto governi di coalizione Dc-Psi-Pri-Psdi-Pli !

L'ingovernabilità, diversamente, è nata con un maggioritario imposto da forze (im)politiche (più “comitati elettorali” che forze politiche) inventate lì per lì che, peraltro, con i loro astrusi nomi (da Forza Italia sino al nuovo partito di Alfano NCD, dal Pd sino al Moviento 5 Stelle) ancora campeggiano nelle schede elettorali che, fortunatamente, sempre maggiori elettori snobbano bellamente.

Ora, visto che la legge elettorale vigente dall'ormai lontano 2005 - ovvero il “Porcellum”- è stata giudicata incostituzionale, anche il vigente Parlamento deve essere dichiarato illegittimo. Anche qui, la cosa, appare lapalissiana, a meno che non vogliamo dare un'interpretazione capziosa del tutto. E non sembra proprio che sia il caso.

Sarebbe dunque corretto andare al voto, con il proporzionale puro e candidando solo personale politico che non abbia né scritto né mai votato leggi incostituzionali.

Sarebbe corretto inoltre che, lo ribadiamo, quelle forze politiche che in tutti questi anni hanno sostenuto, scritto e votato leggi incostituzionali in Parlamento fossero sanzionate (magari pecuniariamente, così da rimpinguare le casse dell'erario con danaro finalmente non proveniente dalle tasche dei contribuenti, bensì da quelle dei politicanti).

Chi scrive, ad ogni modo, seguiterà a non andare a votare e ad invitare il prossimo a non votare per un sistema che per troppi anni ha preso in giro l'elettorato.

Chi scrive, infatti, sostiene da qualche tempo che, forse, in luogo di elezioni politiche, sarebbe ben più democratico e civile tornare all'esempio dell'Agorà dell'Antica Grecia, ovvero al sorteggio fra tutti i cittadini aventi diritto al voto, compresi fra 18 e 65 anni (oppure fra i maggiori di 30 anni, proprio come nell'Antica Grecia).

In questo modo non solo l'Italia intera sarebbe davvero rappresentata - anche dal “signor nessuno” abituato a subire le angherie della politca nostrana - ma non ci sarebbero nemmeno lotte fra fazioni contrapposte.

Forse, allora, sarà il buonsenso della massaia e quello del commerciante/imprenditore, dell'operaio e del disoccupato a prevalere.

Certamente sarebbe un sistema migliore di quello attuale e costringerebbe i cittadini italiani tutti a mettersi in gioco davvero, in prima persona, senza mediazioni partitiche.


Luca Bagatin



16 dicembre 2011

Intervista esclusiva di Luca Bagatin al giornalista d'inchiesta Lanfranco Palazzolo


Lanfranco Palazzolo, romano, classe 1965, è militante repubblicano di lungo corso, nonchè giornalista di Radio Radicale ed autore di numerosi saggi e libri-inchiesta.

Ricordiamo qui il libro su Leonardo Sciascia deputato radicale; i discorsi parlamentari di Marco Pannella; il libro relativo agli scritti ed ai discorsi di Enzo Tortora sulla giustizia giusta; il libro-inchiesta sull'ex Presidente degli Stati Uniti d'America John F. Kennedy e le sue simpatie fasciste; quello sulla Banca Nazionale del Lavoro e “Fumus persecutionis”, che mette a nudo le regalie di assoluzioni ed impunità dei parlamentari durante la XVI legislatura. Tutti editi da Kaos Edizioni.

Oggi Lanfranco ha dato alle stampe “Il compagno Napolitano” (Kaos Edizioni), un dossier sul Capo dello Stato Giorgio Napolitano ed “Allarme Rosso – 5 anni di governo Togliatti”, ovvero una riedizione di un romanzo di fantapolitica degli anni '50. Entrambi con introduzione del politologo Giorgio Galli.

Ma vediamo di approfondire, assieme a Lanfranco, le tematiche relative ai suoi libri e di parlare un po', con lui, di attualità politica.

Luca Bagatin: Sei il primo giornalista che, obiettivamente, ha scritto un libro che racconta dell'imbarazzante passato comunista del Presidente della Repubblica. Com'è nata quest'idea ?

Lanfranco Palazzolo: L’idea non è mia. Alla fine dello scorso luglio, l’editore Kaos mi aveva proposto di fare una ricerca su Napolitano. Invece di fare questa ricerca ho scritto il ‘Compagno Napolitano’. Alla fine di agosto, quando l’editore è tornato dalle vacanze si è ritrovato il libro sul tavolo. Nei mesi di settembre ed ottobre abbiamo curato i particolari del libro. Sapevamo che questa raccolta di interventi non avrebbe aumentato la nostra popolarità. Da parte nostra non c’era nessuna intenzione di toccare la figura del Capo dello Stato, ma solo di mettere i puntini sulle i per far capire agli italiani come si forma un “grande” politico.


Luca Bagatin: Che cosa "svela", di nuovo "Il compagno Napolitano" ?

Lanfranco Palazzolo: “Il libro è utile per le giovani generazioni e per chi si è formato un’idea sbagliata su Giorgio Napolitano. Molti immaginano questo personaggio come un moderato del PCI. Invece, per molti anni non lo fu. Si è creato il mito del comunista moderno e aperto all’Occidente. Invece Napolitano rimase ancorato all’orbita del mondo comunista fino agli sgoccioli chiedendo che non fosse sciolto il Patto di Varsavia, non fosse riunificata la Germania e impedendo il passaggio dei parlamentari comunisti, nell’estate del 1989, nel gruppo parlamentare del socialismo europeo. Il libro è tutto un programma. La serie degli interventi del ‘Compagno Napolitano’ si apre con un durissimo intervento contro la Nato a Napoli. Napolitano è stato il più conformista dei comunisti. Ha fatto carriera politica lavorando, ma anche evitando di guardare in faccia i compagni. Del resto, la sua carriera spiccò il volo all’indomani del discusso intervento a favore dei carri armati sovietici in Ungheria. Napolitano svolse quell’intervento per distruggere Antonio Giolitti con uno scopo ben preciso: farsi strada nel PCI. In quel caso fu bravissimo.


Luca Bagatin: Il tuo spirito intransigentemente anticomunista, oltre che informativo, peraltro, non si è fermato ed hai riesumato addirittura un romanzo di fantapolitica risalente agli anni '50, pubblicato dalla DC per contrapporsi al Fronte socialcomunista...

Lanfranco Palazzolo: Non sono anticomunista. Non mi piacciono le semplificazioni dell’ideologismo. Queste manipolazioni portano solo a perseguire una linea politica di rigido realismo politico. Quando i comunisti vanno al potere diventano come i loro predecessori, anzi peggio di loro. Il governo in carica è lo specchio di questa tattica. Purtroppo si tratta di una logica aberrante. Quando ho deciso di pubblicare ‘5 anni di Governo Togliatti’ l’ho fatto perché pensavo che il comunismo di ieri fosse come quello di oggi. Il fatto stesso che una delegazione del PD si reca ancora sulla tomba di Togliatti è a dir poco illuminante.


Luca Bagatin: Puoi raccontarci qualcosa, in anteprima, di "Allarme Rosso - 5 anni di governo Togliatti" ?

Lanfranco Palazzolo: Il libro riporta alla luce un opuscolo della Dc realizzato durante le elezioni politiche del 1953 per dimostrare cosa sarebbe successo all’Italia se il 18 aprile del 1948 avessero vinto i comunisti. Da repubblicano ho visto la sorte che, nella finzione del racconto fantapolitico, tocca a Randolfo Pacciardi. Il nostro amato leader repubblicano, pur di non essere fucilato dai comunisti, si uccide in carcere. Credo che se lo avessero preso per farlo fuori, Pacciardi avrebbe fatto proprio così per non dare ai comunisti la soddisfazione di impallinarlo.


Luca Bagatin: Kaos Edizioni e Stampa Alternativa. Due case editrici di controcultura con le quali sei riuscito a pubblicare i tuoi saggi...

Lanfranco Palazzolo: Averli pubblicati con queste due case editrici è una fortuna. Non le cambierei mai con una grande casa editrice. La Rizzoli, tanto per non fare nomi, due libri così non me li farebbe fare.


Luca Bagatin: C'è spazio, secondo te, oggi, per la saggistica "scomoda", non convenzionale, o, meglio ancora, lontana dalla cosiddetta "egemonia culturale" della sinistra cattocomunista ?

Lanfranco Palazzolo: No, i cattocomunisti sono troppo potenti.


Luca Bagatin: Sei un repubblicano di lungo corso, già giovanissimo nella Federazione Giovanile Repubblicana. Che cosa ti ha spinto, sin da ragazzo, ad iscriverti al partito di Giuseppe Mazzini ?

Lanfranco Palazzolo: Credevo che ci fosse una sinistra diversa da quella comunista. Con gli anni mi sono reso conto che quel tipo di cultura ha divorato e cannibalizzato i nostri ideali per riutilizzarli nel peggior modo possibile. E’ la storia di Mazzini che sposa Marx. Mi sembra che la storia sia andata diversamente. Purtroppo questa è l’altra faccia del cattocomunismo: mi riferisco al Laico-comunismo.


Luca Bagatin: Che ne pensi, obiettivamente, della politica di oggi?

Lanfranco Palazzolo: Mi sembra che tutti siano schifati della politica. Non sono d’accordo con questo schifo per due ragioni: io ci vivo tutti i giorni e non voglio fare la figura del masochista; negli anni ’70 la gente moriva per la politica. Oggi mi sembra che la politica non produca morte, ma solo disgrazie. Direi che è un passo avanti.


Luca Bagatin: C'è spazio, a tuo parere, per un'alternativa laica e repubblicana ?

Lanfranco Palazzolo: Dovrei dire di sì. Ho l’impressione che molti, soprattutto coloro che non si sono formati con la cultura mazziniana e democratica, abbiano operato una sorta di furto e di saccheggio nei confronti di questo patrimonio. Mi riferisco alla Chiesa, che ha partecipato in pompa magna alle celebrazioni del 150 anniversario della nascita dello Stato Unitario e alle forze di sinistra, le quali hanno sempre disprezzato gli ideali del Risorgimento associandoli al fascismo. Di fronte a questa sorta di trasformismo culturale i veri repubblicani sono rimasti pochi. Dovrebbero avere più coraggio e impedire certe appropriazioni indebite. Tuttavia, devo constatare che sono stati proprio molti di loro ad incoraggiare questa pessima operazione di furto culturale. Il fatto che il PRI sia andato nel centrodestra è stata la conseguenza estrema di questa situazione.


Luca Bagatin (nella foto con Lanfranco Palazzolo)



2 giugno 2011

"Randolfo Pacciardi": una raccolta di scritti curata da Renato Traquandi


Randolfo Pacciardi fu il più combattivo fra i repubblicani italiani.
Nato nel 1899 a Giuncarico (Grosseto), Pacciardi, fu massone, mazziniano ed antifascista della primissima ora.
Fu eroico combattente e condottiero della Brigata Garibaldi nella Guerra di Spagna contro il regime franchista e proseguì poi l'attività antifascista all'estero.
Guidò il PRI nel primo dopoguerra e fu Ministro della Difesa dal 1948 al 1953 nei governi centristi (DC, PSDI, PRI, PLI) presieduti da De Gasperi. Si oppose alla formula di Centro-Sinistra e quindi ad Ugo La Malfa che purtroppo lo espulse dal partito negli anni '60.
Celebre la frase di Pacciardi quando gli si chiedeva il motivo per il quale egli preferiva i governi centristi con la DC, piuttosto che un'alternativa di sinistra con il PCI : "Meglio una messa al giorno piuttosto che una messa al muro".
Una volta espulso dal PRI, Pacciardi fondò il movimento politico Unione Democratica per la Nuova Repubblica, con posizioni schiettamente presidenzialiste e forse per questo fu sospettato ingiustamente di simpatia fasciste e golpiste (proprio lui che aveva combattuto il nazifascismo !) e di aver appoggiato il cosiddetto Piano Solo che avrebbe dovuto portare ad una svolta autoritaria nel nostro Paese.
Niente di più falso e vergognoso fu detto su di un personaggio al quale la Repubblica e la democrazia italiana devono moltissimo.
Randolfo Pacciardi fu riammesso nel PRI negli anni '80 e Repubblicano rimase sino alla morte.
Questa, in estrema sintesi, la vita politica di Randolfo Pacciardi, ma, perché mai si è voluto cancellarne la memoria storica ?
Basta leggere la sua vita, per comprendelo, infondo.
E basta leggere l'unico libro a lui dedicato, pubblicato proprio quest'anno da Albatros e curato dall'amico repubblicano Renato Traquandi, che fu per lungo tempo collaboratore di Pacciardi.
"Randolfo Pacciardi" è infatti l'unica raccolta di scritti, discorsi ed articoli del Nostro, che parlano nel concreto della sua attività politica: una vita basata sugli ideali di emancipazione sociale propugnati da Giuseppe Mazzini, ovvero in totale concorrenza – a sinistra - con i socialisti, i quali, a parere di Pacciardi, inseguivano le masse, ma raramente pensavano ai problemi della collettività.
Fu per questo che Pacciardi avversò sempre la formula dei governi di Centro-Sinistra, nei quali i socialisti facevano il bello ed il cattivo tempo, pensavano ad accaparrarsi posti di potere, strizzavano l'occhio ai comunisti ed all'Unione Sovietica ed aumentavano burocrazia e tasse.
Nel libro curato da Traquandi vi è questo e molto altro: vi è l'epopea del giornale repubblicano fondato da Pacciardi "Etruria Nuova", quello di "Nuova Repubblica" e, per finire, il periodico “L'Italia del Popolo”.
Si potrà dunque scoprire che Randolfo Pacciardi fu il primo politico – peraltro totalmente isolato – che si battè contro la dilagante partitocrazia ed il sistema delle tangenti che egli, già alla metà degli anni '60, denunciò: inascoltato da tutti, persino da una magistratura che pensava ad insabbiare...piuttosto che ad indagare (mentre negli anni '90 utilizzò la clava giudiziaria per colpire solo una parte – quella democratica ed occidentale – della classe politica).
Pacciardi nella lotta al potere dei partiti giunse dunque decenni prima dei radicali di Pannella che, chissà perché, lo ignorarono totalmente.
E Pacciardi arrivò prima persino di Bettino Craxi, proponendo, nei primi anni '70, una Grande Riforma di stampo presidenziale: Presidente della Repubblica con funzioni di governo eletto direttamente dal popolo e Parlamento - con funzioni di organo legislativo - eletto su base proporzionale. Nonchè magistratura con carriere separate ed intipendente dal potere politico ed eletta dal popolo.
Tutto questo gli causò, purtuttavia, solamente grane: espulsione dal PRI di Ugo La Malfa ed accusa di cospirazione politica da parte del magistrato comunista Luciano Violante.
Accusa che finì con un nulla di fatto, visto che nè Pacciardi nè Edgardo Sogno, suo amico liberale, volevano realizzare un golpe, bensì propugnavano una Repubblica presidenziale, ove i partiti non fossero comitati d'affari, ma tornassero alla loro funzione rappresentativa.
Ovviamente ciò dava fastidio alla sinistra comunista, ai socialisti ante-Craxi - amici dei comunisti - ed al centro democristiano in particolare la corrente di sinistra, che, con Moro e Fanfani, aveva fatto del Potere la sua arte.
Renato Traquandi con il suo "Ranfolfo Pacciardi" colma dunque una lacuna nel panorama politico dell'Italia repubblicana e del Partito Repubblicano Italiano.
Racconta - per mezzo dei suoi stessi scritti - le vicissitudini di un combattente antifascista, anticomunista ed antipartitocratico che morì nel 1991 senza alcun rimpianto ed in piena onestà intellettuale e morale.


Luca Bagatin



15 aprile 2011

Berlusconi è un prodotto della sinistra cattocomunista


Discutere di politica, ormai, è diventata la pratica più difficile e noiosa del mondo.
Un tempo, almeno sino a vent'anni fa, la politica, appassionava. Oggi annoia al punto che nemmeno io, che pur questa volta sarò candidato in prima persona (alle amministrative di Pordenone, come Repubblicano in una lista civica Indipendente), non ne scrivo più, se non sempre più raramente.
E i discorsi sono sempre gli stessi: tutti a dire il meglio o il peggio di Berlusconi.
Ora, in assenza di argomentazioni consistenti, capisco che sia più facile parlare per tifoserie. Ma lo potrei capire meglio se si parlasse di argomenti che non riguardano grandi approfondimenti, analisi o ragionamenti.
Nella fattispiecie, purtuttavia, non si tratta nemmeno di parlare per tifoserie: si parla di un'unica persona che, francamente, fra cinque-sei anni o forse meno, in Italia, non conterà nemmeno più nulla.
Perché mai non si riesce ad andare oltre il berlusconismo ?

Perché non ci sono argomenti. Perché si preferisce delegare la risoluzione dei problemi agli altri. Perché non esistono più i partiti politici.

Questo stato di cose ha un'origine ben precisa: il biennio giustizialista del '92-'93. Preparato ad arte già alla metà degli anni '70 dal connubio Pci-Dc.
Si approfondisca un po', non ci si lasci ingannare dalle apparenze e si vedrà bene che gli spazi di discussione sono stati ridotti da una classe politica ideologizzata che, da almento trent'anni, fa e faceva riferimento a precise forze eversive.
Berlusconi non è nato a caso e così la Lega: sono le vere costole della sinistra cattocomunista che in Italia, nei numeri, è destinata a perdere, ma dal '94 ad oggi è purtroppo destinata a governare (grazie agli appoggi sottobanco dei vari "Prodinotti" prima ed oggi dei Bersani, Di Pietro, Vendola). Sinistra cattocomunista che è destinata a governare, dicevamo, e a governare male. E si vede.
E ciò sin tanto che non torneremo a parlare di problemi concreti, non si tornerà alla democrazia dei partiti ed a una legge elettorale che consenta il massimo della rappresentatività possibile.
E sin tanto che non nasceranno e cresceranno generazioni che approfondiranno il loro passato ed avranno la capacità ed il coraggio di opporsi a quelle forze estremiste che hanno prodotto l'attuale stato di cose.
Passeranno decenni prima che l'Italia possa tornare ad essere un Paese pienamente liberale, prima ancora che democratico.
E purtroppo c'è chi, in questo stato di cose, ancora ci marcia e ci gode.

Luca Bagatin



20 dicembre 2010

Militanti politici intelligenti e pensanti cercansi !



Pensare con la propria testa penso debba essere l'imperativo categorico, non solo di ogni persona civile, intelligente e di buon senso, ma anche e soprattutto di coloro i quali sono impegnati ad ogni grado e livello politico.
Ciò, troppo spesso, purtroppo, non avviene.
Ci si lascia più facilmente "fagocitare" da decisioni prese da qualcun altro, magari agli "alti vertici" per questioni di opportunità, opportunismo o, più semplicemente, perché non si ha alcuna voglia di prendere una posizione coerente con la propria intrinseca intelligenza.
Oppure ci si lascia condizionare da altri, dai media ad esempio, oppure dalle "mode del momento". Ogni scusa è buona, insomma, per non pensare con la propria testa.
Abbiamo assistito, in questi giorni, a violentissimi scontri di piazza fomentati da una frangia di studenti estremisti e da black bloc, un po' come nel 2001 avveniva a Genova o come avvenne a Milano nel 2006 e come sta avvenendo anche a Londra.
Ecco, tali eventi che non ho mai esistato a definire squadristi e fascisti, nascono proprio anche da un certo "delegare il proprio cervello" a minoranze organizzate e/o a facinorosi che, anziché utilizzare la loro intrinseca materia grigia, preferiscono danneggiare, lanciare bombe, violentare interi quartieri, saccheggiare, magari credendo che ciò possa essere utile a smuovere i tronfi culoni che siedono in Parlamento ed al Governo.
Stagioni di questo tipo le abbiamo già vissute, in Italia, dalla fine degli anni '60 a tutti gli anni '70, quando invece negli Stati Uniti d'America erano piuttosto in voga i coloratissimi, nonviolenti e creativi "figli dei fiori" o Hippie, capeggiati da quel geniaccio di Timothy Leary, temutissimo dalla conservatrice Amministrazione Nixon, che non a caso lo bollò come "l'uomo più pericoloso d'America" solo perché organizzava comunità beatnik, antiproibizioniste e nonviolente contro la guerra e per i diritti civili.
Qui in Italia, dal '68 al '77, abbiamo piuttosto assistito agli opposti estremismi di destra e sinistra contro un "Sistema" che, in realtà, proprio grazie a tali violenti estremismi si rafforzava. Il "Sistema" di potere Dc-Pci, con tutto quanto ne conseguiva in termini di conservazione civile, sociale ed individuale.
Eppure sarebbe così semplice, mi sono sempre detto io.
Sarebbe così semplice se i singoli militanti politici si ribellassero, nonviolentemente e civilmente, ai loro Generalissimi e, con la forza della parola e dell'irrisione li scalzassero dalle loro sedie.
Ve li immaginate i militanti "intelligenti e pensanti" del PdL ad un comizio del Berlusca che lo prendono in giro perché và in giro a stringere la mano ai peggiori dittatori para-comunisti ?
Ve li immaginate i militanti "intelligenti e pensanti" del Pd che, ad un comizio di Bersani, gli ricordano che il suo partito è praticamente inesistente in Parlamento ?
Ve li immaginate i militanti "intelligenti e pensanti" della Lega Nord che, con il dito medio alzato, irridono a Bossi & Calderoli per le loro mancate promesse: dall'abbattimento della spesa pubblica sino all'abbattimento delle tasse ?
Ve li immaginate i militanti "intelligenti e pensanti" dell'IdV che ricordano a Di Pietro che di sola invettiva contro Berlusconi non si campa ?
Ve li immaginate i militanti "intelligenti e pensanti" di questo ipotetico "Polo della Nazione" che chiedono a Fini, Casini e Rutelli se hanno davvero intenzione di costruire un'alternativa al Berlusca e, diversamente, qualora le promesse siano tradite, sono disposti a - parafrasando Bart Simpson - mostrare loro il deretano ad un prossimo comizio ?
Ecco, forse non ve li immaginate. Io sì e sono da sempre convinto che sia l'unico sistema possibile per modificare politicamente, individualmente e dunque socialmente le cose.
Pensate con la vostra testa e non lasciate che il vostro cervello venga gettato all'ammasso.
iscrivetevi in massa ad un qualsiasi partito che ritenete "più simpatico" ed iniziate a scalzare i vostri "Generali". Ve lo meritate. E' l'ora di un ricambio non solo generazionale, ma anche e soprattutto di mentalità.
Creativa, irriverente, democratica, civile, individuale, liberale e libertaria.
Sono con voi da sempre, carissime moltitutini (spero !) di militanti "intelligenti e pensanti".
OH YEAH !

Luca Bagatin



15 novembre 2010

Mutazioni (centro)sinistre: da cattocomunisti a semplicemente comunisti



La base del centrosinistra italiano di oggi, dalla Puglia a Milano, sembra preferire i candidati comunisti a quelli cattocomunisti.
E' quanto confermano le elezioni primarie di Milano che hanno eletto a maggioranza Giuliano Pisapia, già deputato di Rifondazione Comunista ed oggi - con l'appoggio di Nichi Vendola già eletto alle primarie in Puglia - candidato di Sinistra e Libertà al Comune del capoluogo meneghino.
Un ritorno al passato che fa credere piuttosto che avesse ragione Fausto Bertinotti e torto marcio i vari D'Alema, Prodi e Veltroni.
A questo punto tanto varrebbe che in casa cattocom tornassero al Pds, alla Margherita, a Rifondazione Comunista ed ai Verdi. Tutti assieme sarebbero destinati a perdere sempre e comunque in eterno, ma, almeno, a perdere con dignità.
Se analizziamo infatti i risultati vediamo come il centrosinistra italiano abbia ereditato unicamente voti ed una base politica e culturale che apparteneva al vecchio Pci, alla sinistra Dc ed a settori dell'ambientalismo più radicale.
Il tentativo di costruire un Pd all'americana era, infatti, destinato a perdere in quanto il Pd americano è da sempre lontano anni luce non solo dalla sinistra come la intendiamo in Europa, ma ancor più lontano dal comunismo che, sin dal dopoguerra, ha infatti combattuto strenuamente.
Il centrosinistra dal '93 ad oggi, peraltro, rappresenta culture profondamente conservatrici e minoritarie che, qualora siano riuscite a mettere in piedi un programma di governo, esso risultava profondamente statalista, burocratico, sindacatocratico, fondamentalista sull'ambiente e per nulla aperto nel campo dei diritti civili ed individuali.
Se ne accorse il Berlusconi del '94, salvo poi tradire, nel giro di un anno e mezzo, il suo programma liberale, libertario e liberista.
L'economista Francesco Giavazzi, non a caso, in un saggio di qualche anno fa spiegava che "Il liberismo è di sinistra". Sì, ma di una sinistra europea: ovvero di matrice liberalsocialista e liberaldemocratica. Profondamente antistatalista ed antiburocratica.
Ovvero l'opposto del nostro centrosinistra in salsa cattocomunista.
Oggi, dicevamo, questa compagine, grazie anche all'assurdo sistema delle primarie, sembra voler tornare al '94, ovvero allorquando presentò l'armata Brancaleone di Achille Occhetto, senza prospettive alcune di radicali riforme liberali, liberiste e libertarie.
Forse, magari, una sinistra laica, liberale e libertaria, in Italia, potrebbe anche vincere.
Oggi, stranamente, questa prospettiva pare essere incarnata piuttosto da Gianfranco Fini che è l'unico leader ad aver abiurato al suo imbarazzante passato clericofascista. A differenza dei vari centrosinistri che ancora mettono ceri a Togliatti e Berlinguer, dimenticando che loro furono amici dell'Impero sovietico e che il primo, oltre ad aver introdotto in Costituzione i fascisti Patti Lateranensi, concesse l'amnistia ai gerarchi del Regime mussoliniano.
Occorre costruire, dunque, un nuovo schieramento politico che guardi ad un programma di riforme che attendono l'Italia dal '94: laico, liberale, libertario e liberista.
Con Fini, i Repubblicani, i Liberali ed i Radicali.
Addio, dunque, ai baffoni, ai baffini, alle mortadelle, alle croci ed ai martelli.

Luca Bagatin



16 marzo 2010

EVVIVA IL SEDERE ! ABBASSO IL POTERE !


I goliardici manifesti relativi alla campagna elettorale di Tinto Brass, candidato per le liste Bonino-Pannella, hanno letteralmente spopolato anche su questo mio blog.
"Meglio un culo che una faccia da culo". Mai slogan fu più appropriato in un'Italia sempre più moralista nel privato (altrui) e sempre più immorale in pubblico.
Un'Italia ove la politica, dal 1993, ha perso la verve e la passione che la contraddistingueva grazie al prestigio di leader di razza: da De Gasperi a Craxi passando per Einaudi, La Malfa e persino Marco Pannella.
Un'Italia ove ci vorrebbero costringere a votare o per "il diavolo rosso o per il diavolo blu". Quei Pd-PdL uniti entrambi dalla conservazione.
Contro tali simpatici manifesti si è subito schierata la neo-moralista Lara Cardella, scrittrice, che sulle pagine di Facebook ha lanciato la sua censoria crociata. E che oggi esulta affermando  che sono stati rimossi dal web. Ovviamente non è vero: questo libero e libertario blog è e rimane un'isola felice di goliardia erotico-politica.
Vedere per credere al post:
http://lucabagatin.ilcannocchiale.it/post/2446358.html
Goliardia erotica - quella di Brass - che si rifà, per così dire, alla tradizione controculturale beatnik ed hippy degli USA anni '60 e '70. Una tradizione che parla senza pudori di autodeterminazione del proprio corpo e non già di mercificazione. Mercificazione che è prima di tutto intellettuale.
Mercificazione che aborriamo proprio perché conseguente a certo appiattimento ideale.
C'è un sottile filo rosso - garibaldino e mazziniano - che unisce le antiche battaglie per il divorzio, la maternità consapevole, la scelta di una morte dignitosa, la regolamentazione della prostituzione, la regolamentazione dell'uso delle non-droghe, la denuncia degli sperperi nella pubblica amministrazione, la denuncia dello statalismo e del clericalismo dilagante.
Un filo rosso che in Italia ebbe fra i suoi massimi esponenti Ernesto Nathan, Mario Pannunzio, Ernesto Rossi e molti altri.
Personaggi che forse nemmeno la Cardella sa chi siano.
La Cardella che su Facebook, al mio sostenere la campagna elettorale di Tinto Brass (che negli anni che furono ruppe, cinematograficamente parlando, una certa censura democristiana e andreottiana) mi risponde con il maschilista: "Luca, suca. Semplicemente".
Ma sì, qualcuno potrebbe giudicare questo suo "intellettuale" invito persino sessualmente interessante :-D
Ma sì, sorridiamo anche di questo. Sorridevamo già dell'ex femminista Eugenia Roccella, dei già ex radicali Rutelli, Quagliariello e Capezzone....oggi neoclericali.
All'appiattimento ideale tanto vale rispondere infatti e dunque con una risata e con la voglia di rendere la politica più colorata, più movimentata, più artisticamente rilevante. Persino più pansessuale, come direbbe l'amico Peter Boom che sulle pagine di questo blog ci regala sempre anticonformisti interventi.
Come negli anni '60 e '70 quando le poche minoranze laiche manifestavano in solitaria contro le Chiese Dc e Pci, le loro pastette, il loro consociativismo, l'egemonia culturale di gramsciana memoria che ha portato solo al mero livellamento delle menti sempre più imbarbarite da reality o programmini televisivi dai dubbi contenuti (a proposito, ve lo ricordate il sessantottino non pentito Paolo Pietrangeli ? Ecco, è stato il realizzatore ed il regista del "Maurizio Costanzo Show" e di "Amici"...sic !).
Lanciamo e rilanciamo tutto ciò. Ne va della nostra autonomia di pensiero e della nostra intelligenza.

Luca Bagatin



24 febbraio 2010

La corruzione è aumentata all'indomani della falsa rivoluzione di Tangentopoli. Come previsto.



La corruzione è aumentata.
Abbiamo scoperto l'acqua calda.
In realtà non è mai diminuita, come invece certi media averebbero voluto farci credere all'indomani della falsa rivoluzione di Tangentopoli.
Ieri, i partiti - tutti i partiti - in realazione al loro peso elettorale ed alla loro penetrazione nelle amministrazioni locali, "estorcevano" tangenti.
Nei sistemi più vari e a tutti noti. Noti allora come oggi. Anzi, più di oggi: sia alla magistratura, sia agli imprenditori dell'epoca.
Fu un sistema costruito all'indomani della ricostruzione postbellica, nel 1946, e possibile solo in un Paese ad economia dirigista ed anti-liberale come il nostro.
Un Paese che mise in piedi le Partecipazioni Statali, una tv di Stato con ben tre reti televisive, un apparato sindacatocratico e burocratico pesantissimo e che permeava tutta la società italiana.
La corruzione nacque così, per volontà in particolare dei due partiti più forti: Dc e Pci. L'uno finanziato dagli USA, dal sistema delle Partecipazioni Statali e dal sottogoverno; l'altro dalla dittatura sovietica, dal sottogoverno locale e dalle cooperative rosse.
Il sistema radiotelevisivo, poi, fu letteralmente "lottizzato", come si diceva allora: un pezzo alla Dc, uno al Psi e l'altro al Pci.
L'egemonia culturale, editorale e cinematografica - come voleva Gramsci, del resto - fu occupata poi dal Partito Comunista Italiano, con il beneplacito della Dc.
E gran parte dei magistrati che si formarono negli anni '70, provenivano dalle file dello stesso Pci.
I partiti laici più piccoli, Psi in testa - certo - si industriarono a loro volta e a loro volta si insinuarono in quel sistema "corrotto".
Corrotto quanto si vuole, ma che riuscì a garantire la democrazia nel nostro Paese, una certa stabilità economica (persino un boom economico negli anni '50 e '60) e via via l'abbattimento dell'inflazione e il riconoscimento del Made in Italy nel mondo.
Un sistema abbattuto da inchieste a senso unico: molte delle quali finite in assoluzione (sono recenti le assoluzioni con formula piena dell'allora democristiano Calogero Mannino e del compianto Segretario socialdemocratico Antonio Cariglia).
Abbattuti così i partiti democratici: Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli; modificata la legge elettorale in senso maggioritario (andando contro la Costituziuone che prevede tutt'ora un sistema unicamente proporzionale con preferenze); abolita l'immunità parlamentare (anche qui, andando contro la Costituzione), ecco morta la democrazia in Italia.
L'Armata Brancaleone messa a punto da Achille Occhetto - sicura di vincere le elezioni del 1994 - si trovò invece sbaragliata da Silvio Berlusconi - un imprenditore capace ma estraneo alla Storia ed alla cultura politica italiana - che legittimerà l'avvento dei postfascisti (solo di recente ripuliti da Gianfranco Fini) e dei leghisti di Bossi.
Da un sedicennio viviamo l'alternarsi governativo di berluscones, leghisti, giustizialisti e cattocomunisti riuniti in calderoni - non già più partiti - che sono dei veri e propri comitati d'affari senza peraltro alcuna "magistratura interna" come invece prevedevano gli statuti dei vecchi partiti della Prima Repubblica.
Ecco dunque la penatrazione, a livello nazionale e locale, di personalità dalla dubbia moralità - senza storia né cultura politica - a destra come a sinistra. Con l'unico interesse di arraffare e lucrare: a livello locale, forse ancor più che a livello nazionale.
Il tutto reso possibile dal fatto che non esiste più alcuna mediazione dei partiti (visto che non esistono più) o dei leader, che nei fatti sono investiti del loro ruolo unicamente "a furor di popolo" e non più dalla democrazia interna dei partiti.
Lo stesso sistema delle Primarie non è che una bufala che non fa che slegare i leader eletti (a "furor di popolo") dalla democrazia interna del partito. Un sistema che rende dunque questi leader ricattabili da qualsiasi lobby economica del territorio capace di garantir loro l'elezione (un po' come il "televoto" dei reality ottenuto per mezzo del pagamento dei call-center).
Nel 1993, paradossalmente, chi smascherò quel sistema di corruzione, fu Bettino Craxi (ma già negli anni '70 lo andavano denunciando i Radicali di Marco Pannella). E fu egli stesso che propose una riforma radicale che mettesse a nudo "chi finanziava chi", sul modello della democrazia americana. Lo proponevano anche i Repubblicani di La Malfa ed i Liberali di Altissimo.
Non se ne fece nulla. Nelle file cattocomuniste si preferì utilizzare l'arma giudiziaria.
E ci si ritrova oggi in una situazione peggiore, che solo un ritorno all'etica pubblica ed alla democrazia dei partiti potrebbe sanare.
Dubito ciò sarà purtittavia possibile in tempi brevi e con gli attuali leader politici. Nazionali e locali.

Luca Bagatin



29 gennaio 2010

MARIO PANNUNZIO: GRANDE LIBERALE DEL NOVECENTO. Intervista di Luca Bagatin al prof. Pier Franco Quaglieni


da sinistra: Mario Pannunzio, Arrigo Olivetti, Nicolò Carandini

Quest'anno ricorre il centenario della nascita di Mario Pannunzio, grande giornalista rigoroso e liberale che fondò due storiche testate: "Risorgimento Liberale" ed "Il Mondo".
"Risorgimento Liberale", fondato nel 1944, fu organo del Partito Liberale Italiano e fu il primo giornale in Italia a schierarsi apertamente - oltre che contro il totalitarismo fascista e nazista -  anche contro quello comunista e stalinista e a denunciare la tragedia delle foibe.
Quanto a "Il Mondo", fondato nel 1949, mai testata giornalistica fu più laica e liberale di questa, nonostante tale esperienza durò solo diciassette anni.
Diciassette anni di battaglie libertarie e riformatrici in un’Italia da sempre (oggi ancor più di ieri, peraltro) pasticciona, burocratica, clericale, socialcomunista e socialfascista.
Diciassette anni di denunce di un "sistema" corrotto e corruttore fatto di sottogoverno delle maggioranze (che videro protagonisti Dc e Pci in primis); di ingerenza vaticana (per quanto allora fosse in qualche modo arginata dalla Dc alla quale va dato comunque il merito di essere un partito di gran lunga più laico degli attuali Pd e PdL) e di connubio fra mondo politico e mondo economico (aspetto che oggi ha raggiunto l’apice al punto che è l’economia – guidata da un capitalismo straccione, antiliberista ed antiliberale -  a governare la politica !).
E così a "Il Mondo", collaborò la créme del giornalismo liberaldemocratico e liberalsocialista italiano. Pensiamo ai padri del liberalismo italiano Benedetto Croce e Luigi Einaudi, agli azionisti Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini e Aldo Garosci; al liberista Panfilo Gentile, ai repubblicani Ugo La Malfa ed Adolfo Battaglia. E tutti contribuirono a creare le basi per una cultura "alternativa" e "dell’alternativa" al monolitismo conservatore democristiano e marxista che permeava la società italiana da poco uscita dal fascismo, di cui proprio democristiani e marxisti furono i diretti continuatori sotto il profilo ideologico, politico e culturale.
E così "Il Mondo" ospitò fra le sue colonne intellettuali del calibro di Orwell, Thomas Mann, Ennio Flaiano e Alberto Arbasino, nonché, dal 1955, organizzò i "Convegni del Mondo" come risposta laica ai problemi che attanagliavano l’Italia di quegli anni (ed, è il caso di dirlo, l’Italia di questi anni):  dal rapporto fra Stato e Chiesa al nucleare; dalla lotta ai monopoli alla questione della scuola sino all’unificazione europea di cui "Il Mondo" fu tra i più accesi sostenitori.
Mario Pannunzio, padre de "Il Mondo", fu rarissimo esempio di professionismo giornalistico: egli leggeva personalmente ogni singolo articolo, si occupava personalmente della stesura dei titoli e delle didascalie nonché della scelta delle foto e dell’impaginazione. Ogni settimana ne uscive così un giornale, a detta anche dei maggiori critici dell’epoca, "elegante", "raffinato" ed "europeo".
Certo l’indipendenza dal potere economico e politico del giornale costò cara al punto che esso dovette chiudere prematuramente nel  ‘66 con grande felicità di tutti i suoi denigratori (missini e comunisti in primo luogo).
Certo "Il Mondo" lasciò il solco nel mondo laico. Esso fu il primo a teorizzare la costituzione di una Terza Forza comprendente liberali, repubblicani, socialisti e socialdemocratici capace di contrapporsi alla Dc ed al Pci (ricordiamo in questo senso l’articolo "Qualche sasso in capponaia" di Gaetano Salvemini, pubblicato nel dicembre del 1949).
Grazie al contributo ideale di questo piccolo-grande settimanale liberale e attraverso una scissione del Partito Liberale Italiano, nacque il  Partito Radicale dei Liberali e dei Democratici, il cui simbolo era la Minerva con il berretto frigio, e che recuperò la tradizione risorgimentale di Felice Cavallotti e prima ancora quella di Giuseppe Mazzini e le cui battaglie politiche si concretizzarono nella lotta alla speculazione edilizia, nella lotta ai Poteri Forti (in particolare negli intrecci fra la Dc e la Federconsorzi) e nelle battaglie per uno Stato ed una scuola laica e pubblica.
La battaglia radicale, rarissimo esempio di volontà di modernizzazione e di occidentalizzazione del nostro Paese, rimase tuttavia puro velleitarismo ed "Il Mondo" si trovò costretto a ripiegare nella teorizzazione del Centro-Sinistra (l’unico vero Centro-Sinistra che l’Italia conobbe mai) attraverso la proposta di far entrare il Psi nella coalizione di Governo, all’indomani della Rivoluzione d’Ungheria del ‘56 in cui esso aveva condannato lo stalinismo e si avviava verso l’abiura del marxismo).
Il resto, è Storia più recente. Con la falsa rivoluzione giustizialista di Tangentopoli che ha spazzato via i partiti laici, la Dc, quell'unico vero Centro-Sinistra.
Mario Pannunzio appare dunque da quasi tutti dimenticato, anche nel suo centenario.
Ma perché mai ?
Forse per la scomodità delle posizioni affrontate dagli organi di stampa da lui diretti.
Forse per il rigore delle proposte politiche che egli stesso lanciava, anche per mezzo dei suoi ottimi collaboratori.
Vediamo di approfondire la figura di Pannunzio attraverso l'intervista amichevole che ho voluto fare al prof. Pier Franco Quaglieni, docente e saggista di storia contemporanea e fondatore, assieme ad Arrigo Olivetti ed a Mario Soldati - amici e collaboratori di Mario Pannunzio - del "Centro Pannunzio" (www.centropannunzio.it) di cui è anche attuale Presidente e che oggi è l'unica istituzione che tiene vivo il ricordo di questo grande del giornalismo e della cultura laica in Italia.


Il prof. Pier Franco Quaglieni e una prima pagina del settimanale "Il Mondo"

Luca Bagatin: Il Centro Pannunzio si definisce, fra le altre cose, una libera associazione anticonformista.
Che cosa intendete per cultura anticonformista oggi ?

Pier Franco Quaglieni: Per anticonformista si intende libera da pregiudiziali ideologiche e confessionali. Una cultura laica, diceva  Pannunzio, è una cultura senza aggettivi. Anzi, noi andiamo oltre: ad un certo livello, la cultura è solo cultura e basta. La sottocultura è quella invece che, per giustificarsi, deve suonare il piffero per la rivoluzione per dirla con Vittorini, e trasformarsi in guardia svizzera del Papa…
Negli della devastazione sessantottina  c’è stato poi il conformismo dell’anticonformismo, cioè il rovesciamento sistematico anche di alcuni valori condivisi che sono fondanti di una società, che, come diceva Croce a De Gasperi, potrebbe essere “laica non laica che sia”.



Luca Bagatin: Quanto ha pesato la cultura clericale e comunista nella chiusura definitiva di un settimanale come "Il Mondo" ?

Pier Franco Quaglieni:
Ha pesato certo il disprezzo clericale  verso la cultura laico-liberale del “Mondo” da parte dei cattolici integralisti: Scelba parlava di “culturame laico”;così come ha pesato l’attacco forsennato contro i “visi pallidi” del “Mondo” dei comunisti, dei loro compagni di strada, degli “utili idioti” che, spiace doverlo ricordare, dopo un periodo trascorso al “Mondo” hanno trovato più comodo trasmigrare sotto le bandiere del Pci.
Ma Pannunzio nel ’66 sentì l’aria dell’irrazionalismo,del sociologismo, dell’ideologismo che stava per arrivare e che scoppiò già nel 1967 in alcune università e si evidenziò in tutta la sua portata negativa nel 1968,l’anno in cui Pannunzio morì ,volendo - lui laico-  come compagno dell’ultimo viaggio il grande libro di Alessandro Manzoni che i contestatori avrebbero voluto bruciare in piazza senza leggerlo perché catto-borghese e moderato.



Luca Bagatin: Qual è – secondo te – il modo migliore per ricordare Mario Pannunzio ?

Pier Franco Quaglieni: Scrissi sulla “Nuova  antologia” di Spadolini  nel 1978 un lungo saggio  in cui esaminai il silenzio dei libri di testo su Pannunzio ed anche sul “Mondo”. Quel saggio, per l’autorevolezza della rivista, ebbe qualche effetto: in “Guida al Novecento”, Salvatore Guglielmino corresse il tiro. Persino Asor Rosa scrisse del “Mondo”, ma lo attribuì, sbagliando, alla cultura azionista.
Oggi siamo tornati alla quasi totale  ignoranza . Un noto critico letterario - sorvolo sul nome - in una monumentale storia della letteratura i venti tomi ha citato “Il Mondo” (non di Pannunzio, ma quello che ne riprese la testata negli anni '70, senza neppure lontanamente riprenderne la tradizione civile e culturale) per citare un articolo ivi pubblicato da Pier Paolo Pisolini, uno scrittore lontanissimo, anzi estraneo totalmente alla cultura di Pannunzio.
Speriamo che il centenario della nascita di Pannunzio smuova le acque anche se sono dubbioso. Temo che la proposta avanzata dal Centro Pannunzio di digitalizzare “Risorgimento liberale “ e  “Il Mondo” e di mandarlo in rete al fine di consentire a tutti di poterlo leggere senza intermediazioni interessate ed oracolari di Scalfari e nuovi  altri “scalfarini” alla Teodori, dicevo temo che la proposta  avrà difficoltà a passare perché ci sono persone che vogliono cogliere il centenario per farsi belli a spese di Pannunzio con passerelle mediatico-convegnistiche destinate a durare lo spazio di un mattino.
Chi ama Pannunzio per davvero, dovrebbe  usare il centenario per incentivare la conoscenza della sua opera e l’avvio di studi seri in merito.



Luca Bagatin: Che cosa ci rimane, oggi, dell'eredità di Mario Pannunzio e delle battaglie politiche, economiche ed ideologiche degli "Amici del Mondo" ?

Pier Franco Quaglieni: Non rimane quasi nulla.Pannunzio ha vinto sul terreno culturale, su quello politico è stato un vinto. E’ inutile nasconderlo in modo ipocrita. Il Paese forse era immaturo,ma il disegno della Terza forza non era praticabile. E Malagodi, Segretario del PLI negli anni '50 e '60, dobbiamo aggiungere, non era il mostro che alcuni dipingevano. Rimane un grande magistero etico-culturale a cui ci siamo richiamati nel 1968 noi del Centro Pannunzio  rispetto di pannunzini da centenario che per quarant'anni anni hanno ignorato o tradito Pannunzio.


Luca Bagatin: A tuo parere, vi è lo spazio - oggi - per un'esperienza politico-editoriale come quella de "Il Mondo" di Pannunzio ?

Pier Franco Quaglieni: Assolutamente no. Oggi il giornalismo si è involgarito anche perché i lettori si sono involgariti.
La televisione ha delle grosse responsabilità in merito a questo processo degenerativo. Un giornale elegante, ben scritto come quello di Pannunzio avrebbe oggi un numero di lettori inferiore a quello degli anni ’50. Spiace doverlo dire, ma è così. Una scuola post- sessantottina che ha cresciuto generazioni di ignoranti è la seconda o forse la prima responsabile insieme alla Tv. L’Italiano usato nelle pagine del “Mondo” sarebbe incomprensibile ai più. Oggi sarebbe un giornale ancora più elitario.



Luca Bagatin: E' nota la tua polemica con Eugenio Sclafari, fondatore del quotidiano "La Repubblica", il quale si ritiene erede della tradizione pannunziana e così il suo giornale. Che cosa pensi di lui e del gruppo editoriale del quotidiano che ha fondato ?

Pier Franco Quaglieni: Io ritengo Scalfari un epigono abusivo del “Mondo” per dirla con Battista, ma riconosco in lui il grande giornalista-manager che non fu Pannunzio. Scalfari riuscì a costruire una carriera brillante ed altamente remunerativa sul piano economico. Pannunzio- si può dire – morì povero perché non badò mai al successo ed agli agi materiali, ma alla sua indipendenza di giudizio.



Luca Bagatin: Mario Pannunzio, a tuo parere, avrebbe previsto un fenomeno così antidemocratico e forcaiolo come la presunta "rivoluzione di Tangentopoli" ?

Pier Franco Quaglieni: Pannunzio era un garantista: lo dimostra lo scandalo che riguardò il laeder democristiano Attilio Piccioni a causa del figlio accusato si essere coinvolto nella vicenda Montesi. Me lo ricordava spesso Saragat durante i nostri colloqui. Pannunzio rifiutò sempre di fare dello scandalismo su Piccioni come invece fecero i comunisti ed i fascisti. Pannunzio io penso che si sarebbe schierato  negli anni di Tangentopoli contro i vari Pool che architettarono un vero colpo di Stato per via giudiziaria. Pannunzio era un uomo della Prima Repubblica di cui denunciò il marcio con coraggio in anni difficili, ma di cui si sarebbe eretto a difensore perché la Prima Repubblica aveva ricostruito l’Italia dopo la sconfitta nella Seconda  Guerra Mondiale.


Luca Bagatin: E' possibile, a tuo parere, una rinascita dell'area laica e liberaldemcoratica, nella Prima Repubblica  rappresentata da PRI, PLI, PSI, PSDI e Radicali ?

Pier Franco Quaglieni: Io auspico la rinascita (o meglio la nascita) di un’area laico-liberale, ma la ritengo molto difficile.
Fino a poco tempo fa tutti si dicevano liberali a destra ed a sinistra. Oggi non c’è più nessuno che si dica liberale e la contesa tra liberali veri o falsi è finita. Non è un buon segno. La prospettiva storico-politica è all’insegna di due blocchi di potere ,espressione di un’era post-ideologica e pasticciata. Il passaggio ad una Terza Repubblica è difficile e problematico. I laici ed i liberali dovrebbero impegnarsi in questa direzione. Laici e liberali minoritari ci sono in tutti gli schieramenti, anche nel PD bisogna andarli a cercare con il lanternino.



Luca Bagatin: Quali sono, secondo te - oggi - i partiti che maggiormente si richiamano all'esperienza de "Il Mondo" e che potrebbero essere davvero credibili nella ricostruzione di una forte area laica e liberaldemocratica ?

Pier Franco Quaglieni: Credo il PRI  di Nucara e il PLI  di De Luca. Ma io ritengo che la battaglia da fare sia prima una battaglia culturale, anche se la stessa battaglia culturale è resa difficile dai personalismi. Pensa a Piero Craveri che non è uno storico del Risorgimento che prima rifiuta e il giorno dopo accetta la presidenza del comitato nazionale per le celebrazioni a  Cavour, fomentando polemiche che un nipote di Croce non dovrebbe neppure pensare. E’ anche questo un segno dei tempi. Neppure sul nome di Cavour si riesce a trovare un’intesa perché ci sono personaggi ormai paleo –politici che si scannano persino su Cavour. E non farmi aggiungere altro.
Sicuramente è estranea alla tradizione pannunziana la Bonino che ha perso ogni connotato radical-liberale per convertirsi  ad un trasformismo  di stampo Doroteo, pur di mantenere il potere. epilogo davvero curioso per una donna che si battè per la 194. Nel guazzabuglio della sua coalizione  elettorale laziale  consiglierei alla Bonino di  imbarcare anche Marrazzo: qualche voto potrebbe ancora portarlo.       





Ringrazio di vero cuore l'amico Pier Franco Quaglieni, del quale condivido peraltro pressoché totalmente il pensiero..
Un pensiero libero ed indipendente come questo blog. E tale rimarrà negli anni a venire.
In alternativa alla mediocrità ed alla mediaticità. Anche a costo di essere letto da pochi, pensanti, non rassegnati liberali ed anticonformisti che non hanno nulla da perdere, ma un futuro più civile da conquistare.

Luca Bagatin


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di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
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