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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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14 maggio 2014

Il golpe bianco di Edgardo Sogno


Edgardo Sogno e Randolfo Pacciardi

Edgardo Sogno, partigiano liberale. Antifascista, antinazista ed anticomunista. Presidenzialista e gollista. Eroe della Resistenza contro fascisti e nazisti e fra i primi a denunciare le leggi Razziali in Italia arrivando persino ad appuntarsi una stella di David sulla giacca, nel 1938, pur non essendo ebreo.

Fu accusato ingiustamente di “golpismo”, assieme all'altro eroe della Resistenza antifascista Randolfo Pacciardi, repubblicano mazziniano, alla metà degli anni '70.

E non va dimenticato che, ad accusarli antrambi, assieme ad altri loro amici, fu Luciano Violante. Quel Luciano Violante prima magistrato e successivamente deputato comunista, passato dal Pci al Pds ai Ds sino al Pd. E divenuto addirittura Presidente della Camera (sic !).

Luciano Violante, grande accusatore di due eroi Medaglia d'oro alla Resistenza e già deputati all'Assemblea Costituente (Pacciardi, addirittura, fu Ministro della Difesa nel Governo De Gasperi; Edgardo Sogno fu, invece, Ambasciatore).

Ma perché tanto astio contro questi due eroi ?

Semplicemente perché, proprio in quanto antifascisti, non potevano non essere anche anticomunisti, ovvero sinceri democratici (altro che quelli che si camuffano da “democratici”, come i cattocomunisti “piddini”, che già nel 1948 misero in piedi lo stalinista Fronte “Democratico” (im)Popolare, ma, fortunatamente, furono sconfitti dal centrismo degasperiano, dai repubblicani, dai socialidemocratici e dai liberali.

Violante, dunque, mise in piedi un processo farsa che condusse Sogno e Pacciardi, nel 1976, in carcere, con l'accusa di cospirazionismo ai danni dello Stato e della democrazia, in combutta con il fascisti di Ordine Nuovo (loro che erano antifascisti...figuriamoci !). Assolti solo due anni dopo in quanto “il fatto non sussiste” (e per forza !).

Ma, andiamo con ordine. Da dove partiva la falsa accusa di “golpe bianco” (ovvero anticomunista) mossa dal magistrato comunista Violante contro Sogno e Pacciardi, ovvero i leader – rispettivamente - dei Comitati di Resistenza Democratica e dell'Unione Democratica per la Nuova Repubblica, movimenti politici entrambi contro gli opposti estremismi ai tempi degli Anni di Piombo ?

Riporto testualmente - a titolo di spiegazione riassuntiva dei fatti – parte di un mio articolo che scrissi nel giugno 2010, a proposito del presunto “golpe bianco” di Sogno e Pacciardi:

Allorquando l'Italia rischiò, alla metà degli anni '70, di finire nell'influenza della dittatura sovietica a causa dell'avvicinamento di ampi settori della sinistra democristiana e del Partito Comunista Italiano all'area di governo, Sogno e Pacciardi, presero contatti con settori chiave dell'esercito e con un nutrito numero di ex partigiani liberali, repubblicani, monarchici ed ex comunisti pentiti.
Il loro progetto consisteva nel tentare di creare le basi per un governo di alternativa al rischio dell'arrivo dei comunisti al governo.
Il governo che proponevano Sogno e Pacciardi doveva - secondo le parole dello stesso Sogno - "riportare il Paese alla visione risorgimentale", ovvero attuarsi per mezzo di un'alleanza fra laici occidentali, cattolici liberali e socialisti antimarxisti.
Un governo che promuovesse, poi, una legge elettorale presidenzialista, sul modello attuato dal già capo della Resistenza francese Charles De Gaulle, in Francia.

Dov'era il cosipiraziosnismo antidemocratico, in tutto ciò ? E' possibile processare delle persone solamente per le loro idee politiche, specie se queste idee sono a favore del rafforzamento della libertà e della democrazia sancite anche in Costituzione ?

Evidentemente, se a qualcuno certe idee di libertà danno fastidio...pare sia e sia stato possibile !

Al punto che da allora l'intellighenzia inculturale italica ha fatto strage della memoria di Edgardo Sogno e di Randolfo Pacciardi e solo qualche scribacchino, come il sottoscritto, ama spesso ricordarli.

Recentemente è stato pubblicato dall'ottima casa editrice LiberiLibri “Il golpe bianco di Edgardo Sogno”, di Pietro Di Muccio de Quattro, già deputato liberale e docente universitario. Il saggio, che, nell'intento dell'autore e dell'editore doveva essere la ripubblicazione de “Il golpe bianco” scritto dallo stesso Edgardo Sogno nel 1978, ove il partigiano raccontò l'incresciosa vicenda di malagiustizia che lo colpì, in realtà è un saggio incompleto.

Esso, infatti, raccoglie unicamente la prefazione di Pietro Di Muccio e, in appendice, gli atti del processo che vide imputati Sogno e Pacciardi ed il processo che Sogno intentò, successivamente, contro Violante, per “falso in atto pubblico”.

Perché “Il golpe bianco di Edgardo Sogno” è un saggio incompleto ?

La casa editrice LiberiLiberi aveva chiesto a Luciano Violante di scrivere una postfazione al saggio di Sogno, in modo che Violante potesse offrire la sua versione dei fatti, in risposta alle accuse di Sogno. Il magistrato, invece, ha pensato bene di non rispondere nemmeno alla gentile richiesta della casa editrice. In questo modo, onde evitare eventuali querele, la LiberiLibri, ha pensato di evitare di ripubblicare il saggio completo di Sogno in quanto, come scritto nell'introduzione, in Italia esiste ancora il reato di “lesa maestà” del magistrato, anche quando questi sbaglia.

Al danno, insomma, la beffa.

Ciò per far capire, in sostanza, in che razza di Stato antidemocratico viviamo, ove al diritto romano si è sostituito il manrovescio politico !

Ad ogni modo e comunque, ciò che ci preme ricordare è che, nel nostro recente passato, vi sono stato uomini che, sull'esempio degli Eroi del Risorgimento, si sono battuti per un'Italia diversa, libera e civile: Edgardo Sogno e Randolfo Pacciardi sono fra questi e nessuno, ma proprio nessuno, potrà ulteriormente infangarne la memoria.

E chi nel passato li ha accusati, farebbe bene magari a farsi un approfondito esame di coscienza, specie a distanza di oltre trent'anni.


Luca Bagatin



16 dicembre 2011

Intervista esclusiva di Luca Bagatin al giornalista d'inchiesta Lanfranco Palazzolo


Lanfranco Palazzolo, romano, classe 1965, è militante repubblicano di lungo corso, nonchè giornalista di Radio Radicale ed autore di numerosi saggi e libri-inchiesta.

Ricordiamo qui il libro su Leonardo Sciascia deputato radicale; i discorsi parlamentari di Marco Pannella; il libro relativo agli scritti ed ai discorsi di Enzo Tortora sulla giustizia giusta; il libro-inchiesta sull'ex Presidente degli Stati Uniti d'America John F. Kennedy e le sue simpatie fasciste; quello sulla Banca Nazionale del Lavoro e “Fumus persecutionis”, che mette a nudo le regalie di assoluzioni ed impunità dei parlamentari durante la XVI legislatura. Tutti editi da Kaos Edizioni.

Oggi Lanfranco ha dato alle stampe “Il compagno Napolitano” (Kaos Edizioni), un dossier sul Capo dello Stato Giorgio Napolitano ed “Allarme Rosso – 5 anni di governo Togliatti”, ovvero una riedizione di un romanzo di fantapolitica degli anni '50. Entrambi con introduzione del politologo Giorgio Galli.

Ma vediamo di approfondire, assieme a Lanfranco, le tematiche relative ai suoi libri e di parlare un po', con lui, di attualità politica.

Luca Bagatin: Sei il primo giornalista che, obiettivamente, ha scritto un libro che racconta dell'imbarazzante passato comunista del Presidente della Repubblica. Com'è nata quest'idea ?

Lanfranco Palazzolo: L’idea non è mia. Alla fine dello scorso luglio, l’editore Kaos mi aveva proposto di fare una ricerca su Napolitano. Invece di fare questa ricerca ho scritto il ‘Compagno Napolitano’. Alla fine di agosto, quando l’editore è tornato dalle vacanze si è ritrovato il libro sul tavolo. Nei mesi di settembre ed ottobre abbiamo curato i particolari del libro. Sapevamo che questa raccolta di interventi non avrebbe aumentato la nostra popolarità. Da parte nostra non c’era nessuna intenzione di toccare la figura del Capo dello Stato, ma solo di mettere i puntini sulle i per far capire agli italiani come si forma un “grande” politico.


Luca Bagatin: Che cosa "svela", di nuovo "Il compagno Napolitano" ?

Lanfranco Palazzolo: “Il libro è utile per le giovani generazioni e per chi si è formato un’idea sbagliata su Giorgio Napolitano. Molti immaginano questo personaggio come un moderato del PCI. Invece, per molti anni non lo fu. Si è creato il mito del comunista moderno e aperto all’Occidente. Invece Napolitano rimase ancorato all’orbita del mondo comunista fino agli sgoccioli chiedendo che non fosse sciolto il Patto di Varsavia, non fosse riunificata la Germania e impedendo il passaggio dei parlamentari comunisti, nell’estate del 1989, nel gruppo parlamentare del socialismo europeo. Il libro è tutto un programma. La serie degli interventi del ‘Compagno Napolitano’ si apre con un durissimo intervento contro la Nato a Napoli. Napolitano è stato il più conformista dei comunisti. Ha fatto carriera politica lavorando, ma anche evitando di guardare in faccia i compagni. Del resto, la sua carriera spiccò il volo all’indomani del discusso intervento a favore dei carri armati sovietici in Ungheria. Napolitano svolse quell’intervento per distruggere Antonio Giolitti con uno scopo ben preciso: farsi strada nel PCI. In quel caso fu bravissimo.


Luca Bagatin: Il tuo spirito intransigentemente anticomunista, oltre che informativo, peraltro, non si è fermato ed hai riesumato addirittura un romanzo di fantapolitica risalente agli anni '50, pubblicato dalla DC per contrapporsi al Fronte socialcomunista...

Lanfranco Palazzolo: Non sono anticomunista. Non mi piacciono le semplificazioni dell’ideologismo. Queste manipolazioni portano solo a perseguire una linea politica di rigido realismo politico. Quando i comunisti vanno al potere diventano come i loro predecessori, anzi peggio di loro. Il governo in carica è lo specchio di questa tattica. Purtroppo si tratta di una logica aberrante. Quando ho deciso di pubblicare ‘5 anni di Governo Togliatti’ l’ho fatto perché pensavo che il comunismo di ieri fosse come quello di oggi. Il fatto stesso che una delegazione del PD si reca ancora sulla tomba di Togliatti è a dir poco illuminante.


Luca Bagatin: Puoi raccontarci qualcosa, in anteprima, di "Allarme Rosso - 5 anni di governo Togliatti" ?

Lanfranco Palazzolo: Il libro riporta alla luce un opuscolo della Dc realizzato durante le elezioni politiche del 1953 per dimostrare cosa sarebbe successo all’Italia se il 18 aprile del 1948 avessero vinto i comunisti. Da repubblicano ho visto la sorte che, nella finzione del racconto fantapolitico, tocca a Randolfo Pacciardi. Il nostro amato leader repubblicano, pur di non essere fucilato dai comunisti, si uccide in carcere. Credo che se lo avessero preso per farlo fuori, Pacciardi avrebbe fatto proprio così per non dare ai comunisti la soddisfazione di impallinarlo.


Luca Bagatin: Kaos Edizioni e Stampa Alternativa. Due case editrici di controcultura con le quali sei riuscito a pubblicare i tuoi saggi...

Lanfranco Palazzolo: Averli pubblicati con queste due case editrici è una fortuna. Non le cambierei mai con una grande casa editrice. La Rizzoli, tanto per non fare nomi, due libri così non me li farebbe fare.


Luca Bagatin: C'è spazio, secondo te, oggi, per la saggistica "scomoda", non convenzionale, o, meglio ancora, lontana dalla cosiddetta "egemonia culturale" della sinistra cattocomunista ?

Lanfranco Palazzolo: No, i cattocomunisti sono troppo potenti.


Luca Bagatin: Sei un repubblicano di lungo corso, già giovanissimo nella Federazione Giovanile Repubblicana. Che cosa ti ha spinto, sin da ragazzo, ad iscriverti al partito di Giuseppe Mazzini ?

Lanfranco Palazzolo: Credevo che ci fosse una sinistra diversa da quella comunista. Con gli anni mi sono reso conto che quel tipo di cultura ha divorato e cannibalizzato i nostri ideali per riutilizzarli nel peggior modo possibile. E’ la storia di Mazzini che sposa Marx. Mi sembra che la storia sia andata diversamente. Purtroppo questa è l’altra faccia del cattocomunismo: mi riferisco al Laico-comunismo.


Luca Bagatin: Che ne pensi, obiettivamente, della politica di oggi?

Lanfranco Palazzolo: Mi sembra che tutti siano schifati della politica. Non sono d’accordo con questo schifo per due ragioni: io ci vivo tutti i giorni e non voglio fare la figura del masochista; negli anni ’70 la gente moriva per la politica. Oggi mi sembra che la politica non produca morte, ma solo disgrazie. Direi che è un passo avanti.


Luca Bagatin: C'è spazio, a tuo parere, per un'alternativa laica e repubblicana ?

Lanfranco Palazzolo: Dovrei dire di sì. Ho l’impressione che molti, soprattutto coloro che non si sono formati con la cultura mazziniana e democratica, abbiano operato una sorta di furto e di saccheggio nei confronti di questo patrimonio. Mi riferisco alla Chiesa, che ha partecipato in pompa magna alle celebrazioni del 150 anniversario della nascita dello Stato Unitario e alle forze di sinistra, le quali hanno sempre disprezzato gli ideali del Risorgimento associandoli al fascismo. Di fronte a questa sorta di trasformismo culturale i veri repubblicani sono rimasti pochi. Dovrebbero avere più coraggio e impedire certe appropriazioni indebite. Tuttavia, devo constatare che sono stati proprio molti di loro ad incoraggiare questa pessima operazione di furto culturale. Il fatto che il PRI sia andato nel centrodestra è stata la conseguenza estrema di questa situazione.


Luca Bagatin (nella foto con Lanfranco Palazzolo)



15 settembre 2011

Giuseppe Saragat: da palazzo Barberini alla casa dei moderati



Giuseppe Saragat: uomo politico fondamentale per il socialismo democratico e liberale italiano.
L'uomo di Palazzo Barberini, così passerà alla storia, per aver dato vita alla storica scissione dal Psi di Nenni - allora filo-comunista - nel 1947, avvenuta proprio a Palazzo Barberini.
Da allora fonderà prima il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI) che, successivamente, diventerà il Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI), su posizioni nettamente moderate, anticomuniste e riformiste.
Così lo ricorda Paolo Russo, già Segretario nazionale dei giovani socialdemocratici ed oggi parlamentare del PdL, in un libro intervista con Gerardo Picardo dal titolo "Giuseppe Saragat: da palazzo Barberini alla casa dei moderati" edito da Guida Editore.
Il libro, significativamente dalla copertina rossa, è ricchissimo di citazioni tratte dai discorsi dello statista socialdemocratico ed è impreziosito dalla bellissima introduzione di Antonio Ghirelli, già capo dell'ufficio stampa del Presidente della Repubblica Sandro Pertini.
Paolo Russo, seguendo il filo delle domande dell'intervistatore Picardo, tratteggia la figura del Nostro: torinese di nascita, profondamente colto sotto il profilo politico ed intellettuale, formatosi nella scuola marxista ed engelsiana, ma successivamente primo fra i socialisti a comprendere gli errori e soprattutto gli orrori del comunismo di derivazione marxista.
Da sempre vicino alla classe lavoratrice, Saragat, comprende che il socialismo puù vivere sono nelle libertà, ovvero dalla parte opposta rispetto ai totalitarismi di ogni colore politico.
E' così, come racconta lo stesso Russo, che nel '47 rompe con Nenni ed il Psi di allora, che sta per abbracciare mortalmente il Pci e, dunque, sciogliersi nel Fronte Democratico Popolare, su posizioni staliniste.
E, dunque, la nascita della Socialdemocrazia italiana che, sul filone del liberalsocialismo di Turati e dei fratelli Rosselli con i quali Saragat condivide l'esilio antifascista, ridarà nuova linfa a quel movimento che prevede che non può esistere vera giustizia sociale senza libertà politica ed economica.
Paolo Russo ricorda infatti, oltre all'antifascismo saragattiano, il suo atlantismo, allorquando sottoscriverà, assieme ai De Gasperi, agli Sforza, ai La Malfa ed ai Pacciardi, l'Alleanza Atlantica, ovvero la scelta di campo a favore della democrazia "sotto l'ombrello della NATO". E, come non ricordare la scelta europeista di Saragat, a favore della pace mondiale e della distensione fra il blocco democratico e quello sovietico.
Dunque si giunge all'avvento di Giuseppe Saragat alla Presidenza della Repubblica, nel 1964, a rafforzamento delle istituzioni democratiche e della civile convivenza, contro il nascente terrorismo di estrema destra e sinistra.
Il libro-intervista di Paolo Russo si conclude con una riflessione sul presente.
Russo ritiene attualissimo il pensiero socialdemocratico e saragattiano ed altresì, ritiene che oggi, se molti socialdemocratici, liberali, repubblicani e socialisti, sono confluiti nel PdL o comunque nell'alleanza di centrodestra, ciò lo si debba unicamente al fatto che dall'altra parte - nella sinistra di derivazione comunista - non ci sia nè ci sarà mai posto per il riformismo e per la piena democrazia.

Luca Bagatin



2 giugno 2011

"Randolfo Pacciardi": una raccolta di scritti curata da Renato Traquandi


Randolfo Pacciardi fu il più combattivo fra i repubblicani italiani.
Nato nel 1899 a Giuncarico (Grosseto), Pacciardi, fu massone, mazziniano ed antifascista della primissima ora.
Fu eroico combattente e condottiero della Brigata Garibaldi nella Guerra di Spagna contro il regime franchista e proseguì poi l'attività antifascista all'estero.
Guidò il PRI nel primo dopoguerra e fu Ministro della Difesa dal 1948 al 1953 nei governi centristi (DC, PSDI, PRI, PLI) presieduti da De Gasperi. Si oppose alla formula di Centro-Sinistra e quindi ad Ugo La Malfa che purtroppo lo espulse dal partito negli anni '60.
Celebre la frase di Pacciardi quando gli si chiedeva il motivo per il quale egli preferiva i governi centristi con la DC, piuttosto che un'alternativa di sinistra con il PCI : "Meglio una messa al giorno piuttosto che una messa al muro".
Una volta espulso dal PRI, Pacciardi fondò il movimento politico Unione Democratica per la Nuova Repubblica, con posizioni schiettamente presidenzialiste e forse per questo fu sospettato ingiustamente di simpatia fasciste e golpiste (proprio lui che aveva combattuto il nazifascismo !) e di aver appoggiato il cosiddetto Piano Solo che avrebbe dovuto portare ad una svolta autoritaria nel nostro Paese.
Niente di più falso e vergognoso fu detto su di un personaggio al quale la Repubblica e la democrazia italiana devono moltissimo.
Randolfo Pacciardi fu riammesso nel PRI negli anni '80 e Repubblicano rimase sino alla morte.
Questa, in estrema sintesi, la vita politica di Randolfo Pacciardi, ma, perché mai si è voluto cancellarne la memoria storica ?
Basta leggere la sua vita, per comprendelo, infondo.
E basta leggere l'unico libro a lui dedicato, pubblicato proprio quest'anno da Albatros e curato dall'amico repubblicano Renato Traquandi, che fu per lungo tempo collaboratore di Pacciardi.
"Randolfo Pacciardi" è infatti l'unica raccolta di scritti, discorsi ed articoli del Nostro, che parlano nel concreto della sua attività politica: una vita basata sugli ideali di emancipazione sociale propugnati da Giuseppe Mazzini, ovvero in totale concorrenza – a sinistra - con i socialisti, i quali, a parere di Pacciardi, inseguivano le masse, ma raramente pensavano ai problemi della collettività.
Fu per questo che Pacciardi avversò sempre la formula dei governi di Centro-Sinistra, nei quali i socialisti facevano il bello ed il cattivo tempo, pensavano ad accaparrarsi posti di potere, strizzavano l'occhio ai comunisti ed all'Unione Sovietica ed aumentavano burocrazia e tasse.
Nel libro curato da Traquandi vi è questo e molto altro: vi è l'epopea del giornale repubblicano fondato da Pacciardi "Etruria Nuova", quello di "Nuova Repubblica" e, per finire, il periodico “L'Italia del Popolo”.
Si potrà dunque scoprire che Randolfo Pacciardi fu il primo politico – peraltro totalmente isolato – che si battè contro la dilagante partitocrazia ed il sistema delle tangenti che egli, già alla metà degli anni '60, denunciò: inascoltato da tutti, persino da una magistratura che pensava ad insabbiare...piuttosto che ad indagare (mentre negli anni '90 utilizzò la clava giudiziaria per colpire solo una parte – quella democratica ed occidentale – della classe politica).
Pacciardi nella lotta al potere dei partiti giunse dunque decenni prima dei radicali di Pannella che, chissà perché, lo ignorarono totalmente.
E Pacciardi arrivò prima persino di Bettino Craxi, proponendo, nei primi anni '70, una Grande Riforma di stampo presidenziale: Presidente della Repubblica con funzioni di governo eletto direttamente dal popolo e Parlamento - con funzioni di organo legislativo - eletto su base proporzionale. Nonchè magistratura con carriere separate ed intipendente dal potere politico ed eletta dal popolo.
Tutto questo gli causò, purtuttavia, solamente grane: espulsione dal PRI di Ugo La Malfa ed accusa di cospirazione politica da parte del magistrato comunista Luciano Violante.
Accusa che finì con un nulla di fatto, visto che nè Pacciardi nè Edgardo Sogno, suo amico liberale, volevano realizzare un golpe, bensì propugnavano una Repubblica presidenziale, ove i partiti non fossero comitati d'affari, ma tornassero alla loro funzione rappresentativa.
Ovviamente ciò dava fastidio alla sinistra comunista, ai socialisti ante-Craxi - amici dei comunisti - ed al centro democristiano in particolare la corrente di sinistra, che, con Moro e Fanfani, aveva fatto del Potere la sua arte.
Renato Traquandi con il suo "Ranfolfo Pacciardi" colma dunque una lacuna nel panorama politico dell'Italia repubblicana e del Partito Repubblicano Italiano.
Racconta - per mezzo dei suoi stessi scritti - le vicissitudini di un combattente antifascista, anticomunista ed antipartitocratico che morì nel 1991 senza alcun rimpianto ed in piena onestà intellettuale e morale.


Luca Bagatin



30 maggio 2011

Nei ballottaggi vince l'astensionismo. Occorre un nuovo Centro per una nuova Repubblica



L'unico dato certo, anche ai ballottaggi delle amministrative 2011, è il dato dell'affluenza in calo.
Vice, dunque, ancora una volta, l'astensione.
Il centrosinistra non può dunque cantare vittoria piena, mentre il centrodestra arretra a causa delle continue sciocchezze e gaffes del Presidente Berlusconi.
Berlusconi non può e non deve continuare ad impostare campagne elettorali gridate, fatte di slogan e di nessuna proposta concreta. Oltre che continuare a farsi appoggiare da una Lega Nord becera, razzista, populista e statalista.
Ma dov'è finito lo spirito liberale del 1994 ? E' davvero scomparso definitivamente assieme agli Antonio Martino, Alfredo Biondi, Giuliano Urbani e gli altri ?
E questa sinistra dove vuole andare ? Vuole continuare a raschiare in fondo del barile appoggiandosi ai nuovi comunisti ed ai giustizialisti di ieri, oggi e domani ?
L'italiano medio si astiene e fa bene.
Di fronte alla mancanza di spazi di discussione, sempre più repressi da sistemi elettorali con sbarramenti, maggioritari, doppiturni; di fronte alla mancanza di proposte credibili, tanto da una parte che dall'altra; di fronte ad un'eversione di destra e sinistra sempre più strisciante, sdoganata dalla politica dei "due forni": quello rosso e quello blu...che fare ?
Andare al mare, astenersi, lasciare la politica sola per un po'.
Occorrerebbe un terremoto che spazzasse via questa classe dirigente, di gran lunga peggiore di quella della Prima Repubblica.
Occorrerebbe ricominciare da zero, riscrivere la Costituzione in senso liberaldemocratico, abrogandone gli articoli cattocomunisti (come il 41 ed il 42 e modificando l'articolo 1); occorrerebbe una nuova repubblica, una Terza Repubblica, come da tempo va sostenendo l'editorialista Enrico Cisnetto.
Occorrerebbe un nuovo Centro: nè a destra, nè a sinistra, ma semplicemente un nuovo Centro come ai tempi di De Gasperi, Einaudi, Sforza, Saragat, La Malfa. Un polo capace di raccogliere le forze migliori del Paese, laiche, liberali, cattolico liberali, moderate, riformatrici.
Occorre mandare a casa i tatticismi dei D'Alema e dei Bersani; gli estremismi dei Vendola e dei De Magistris; i pasticci dei Berlusconi e dei Bossi.
Per ora, accontentiamoci dell'astensione, ma in un domani non troppo lontano occorrerà ricostruire un Paese fra le macerie, come dopo il fascismo.

Luca Bagatin



10 febbraio 2011

Costruire un nuovo Polo: per l'alternativa



Questa cosa, vorrei chiamarla per ora così, del "Terzo Polo", ovvero dell'unione fra finiani, centristi e laici, mi ha convinto da subito.
Anzi, dirò di più: l'ho auspicata e ne scrivevo diffusamente da diversi anni.
Da diversi anni, infatti, sostenevo e sostengo la necessità di costruire una forza di alternativa. Alternativa a che cosa ? Alla conservazione: di destra e sinistra.
Una forza che potrebbe anche essere il Polo della Nazione di cui ha parlato per primo l'ottimo editorialista Enrico Cisnetto e che Casini ha fatto sua: ovvero la necessità di un ritorno ai fasti dei governi sostenuti da De Gasperi, La Malfa, Sforza, Einaudi, Pacciardi e Saragat. Ovvero quei governi di centro laico e cattolico, che hanno saputo ricostruire l'Italia dalle macerie del fascismo e della Seconda Guerra Mondiale.
Un'alternativa capace, finalmente, di contrastare il compromesso storico fondato da socialcomunisti e clerico-marxisti alla metà degli anni '70 e che ha portato alla falsa rivoluzione giustizialista di Tangentopoli. Un'alternativa capace di contrastare il berlusconismo, ormai sempre più paludoso ed attaccato alle istanze conservatrici e stataliste di Tremonti e della Lega Nord.
Un'alternativa che ricostruisca l'Italia e riscriva la Costituzione fin nei suoi fondamenti: che la renda finalmente liberaldemocratica, abolendo e modificando in senso liberale gli articoli statalisti ed anti-concorrenziali attualmente presenti nella carta costituzionale (a partire dagli articoli 41 e 42).
Un'alternativa che riscriva una legge elettorale che sia coerente: o con il ritorno al proporzionale puro o, ancor meglio, con l'introduzione dei collegi uninominali all'anglosassone e con l'elezione diretta del Presidente della Repubblica con funzioni di governo.
Ecco, quest'alternativa poteva o potrebbe essere questa cosa qui che chiamano impropriamente "Terzo Polo". Che impropriamente si lascia chiamare così, quando in realtà dovrebbe semplicemente rappresentare il primo o il secondo schieramento politico italiano.
Uno schieramento politico oltre gli attuali poli, o, quantomeno, un nuovo Centro-Destra: di ispirazione gollista, ovvero di destra laica, liberale, libertaria.
Ecco, ciò che manca ai Fini, ai Casini e - peggio mi sento - ai Rutelli (ma perché qualcuno non propone il pre-pensionamento per questo eterno giovane che cambia casacca ad ogni tornata elettorale ?), oggi è proprio una prospettiva. Dei contenuti che li rendano diversi dagli altri.
Però è necessario, intendiamoci, costruire questo Polo della Nazione capace di contrastare berluscones e cattocomunistes.
Ed è necessario che stabilisca le sue linee guida a partire da pochi punti di riforma, ma che siano di riforma radicale: abolizione degli enti inutili come le Province, i consorzi e le comunità montane; privatizzazione della Rai; riforma della Costituzione in senso liberaldemocratico, abolendo ogni influenza clerico-marxista; riforma della legge elettorale, da inserire in Costituzione, che preveda l'elezione diretta del Presidente della Repubblica con funzioni di governo; riforma della magistratura che preveda la separazione delle cerriere e la non eleggibilità dei magistrati a cariche politiche.
Ecco, in questo senso, noi laici e liberaldemocratici possiamo avere un ruolo cardine. Se solo sapremo incanalare ed unire le forze.
Diversamente, l'ho detto più e più volte, lasciamo il campo ai conservatori, antilaici ed antiliberali e dissolviamoci del tutto.

Luca Bagatin



17 novembre 2010

Non tarpate le ali a Roberto Saviano



La Rai non è servizio pubblico. Non lo è mai stato: nè nella Prima nè tantomeno nella Seconda Repubblica.
E' un'azienda di Stato da sempre politicizzata ed andrebbe, come previsto peraltro da un referendum vinto a maggioranza nel 1995, privatizzata in toto.
A parte questa premessa, stupisce davvero che i politici della Seconda Repubblica, oltre a gestire la Rai come da prassi consolidata, si permettano di censurare programmi e/o di querelare questo o quel presentatore televisivo.
Fu celebre il caso di Sabina Guzzanti e di Daniele Luttazzi, comici e professionisti della satira. Oggi tocca allo scrittore Roberto Saviano che, come noto, avrà anche delle idee politiche, ma è e rimane un narratore, un uomo di cultura.
E va bene, si dirà anche che "Vieni via con me" di Fazio e Saviano è schierato politicamente a sinistra, ma dov'è lo scandalo in una televisione di Stato politicizzata e che si spartisce equamente, da decenni, gli spazi ? Un tempo la tivù di Stato era divisa fra democristiani, socialisti e comunisti. Oggi la tivù di Stato è lottizzata da PdL, Pd e Lega Nord.
E' uno scandalo, ma tale è e rimarrà sin tanto che l'azienda non sarà messa sul mercato. Tre reti pubbliche poi....ma dove si è mai visto ?
Il punto è che è davvero scandaloso che un politico quereli un comico, un artista, un uomo di cultura per il lavoro che svolge. E' un fatto che non accade davvero in nessun Paese dell'Occidente democratico.
Nello specifico, poi, lo scrittore Roberto Saviano ha semplicemente riportato i fatti di un'inchiesta antimafia che riferisce come e perché la mafia si sia infiltrata in Lombardia. Si è infiltrata anche per mezzo della Lega Nord ? Può essere. Lo dimostrerà l'inchiesta. La Lega Nord non è il partito degli onesti, tanto più che non è ancora stato dimostrato che in Italia e/o altrove esista un "partito degli onesti". I partiti, come ogni organizzazione, anche la più ridicola, sono fatti da individui. Ed ogni individuo è diverso dall'altro: ci sono onesti e disonesti.
Il Ministro dell'Interno Roberto Maroni si indigna per queste dichiarazioni e querela Saviano.
Ma chi mai ha chiamato in causa Maroni ? Maroni può anche essere un ottimo Ministro dell'Interno, ma, forse, proprio le dichiarazioni di Saviano dovrebbero suonargli da campanello d'allarme e, anzichè querelare lo scrittore (che, come tale, sarà anche pur libero di narrare i fatti), dovrebbe invece aprire un inchiesta in Lombardia proprio all'interno del suo stesso partito per verificare come stanno i fatti.
E magari espellere le mele marce dalla Lega Nord ed agevolare le indagini.
Il programma di Saviano, peraltro, è stato seguito da oltre nove milioni di telespettatori che, stranamente, hanno preferito un programma culturale (che può essere fazioso quanto volete, ma non è questo il punto) ad un programma di mero intrattenimento demenziale come ad esempio il Grande Fratello.
Questo dovrebbe far riflettere in primis la classe politica odierna. Forse il "popolo bue" non è così idiota come sembra.
E' curioso, poi, come fra le nefandezze che caratterizzano la Seconda Repubblica rispetto alla Prima, ci sia proprio questa supponenza nei confronti degli artisti. Questa gara a chi querela di più. Questa volontà di chiudere programmi ritenuti "scomodi".
Prassi che sarebbe stata impensabile ai tempi di De Gasperi, Einaudi, Saragat, Craxi, Andreotti. Pensiamo ad esempio a Giulio Andreotti, democristiano non certo di vedute aperte, quando era Sottosegretario allo Spettacolo, era solito giungere a compromessi con gli artisti cercando il più possibile di evitare censure.
Oggi invece sembra che i politici, ma non certo solo loro, provino piacere ad intasare i già intasati Tribunali italiani con le loro querele.
E' davvero triste, peraltro, che a uno scrittore giovane come Roberto Saviano, che peraltro vive da qualche anno sotto scorta per le sue inchieste sulla mafia, si tarpino così le ali.
Non sarà davvero la metafora dei giovani meritevoli d'oggi ?

Luca Bagatin



20 settembre 2010

XX Settembre: festa dei liberali e dei democratici italiani

Sono passati esattamente 140 anni da quel 20 Settembre 1870 che vide entrare i Bersaglieri italiani ed i Garibaldini a Roma, aprendosi una breccia a Porta Pia, sconfiggendo così le truppe papaline e mettendo fine al potere temporale dei Papi.
Nacque così - ufficialmente - un'Italia unita, laica e liberale, voluta da mazziniani, garibaldini, liberali repubblicani, liberali monarchici, ebrei, massoni, anticlericali e cattolici liberali e da quel momento - il XX Settembre - divenne Festa Nazionale.
Festa Nazionale abolita ed oscurata dall'avvento del fascismo e dai suoi Patti Lateranensi, inseriti poi, con l'Articolo 7, nella Costituzione repubblicana con i voti favorevoli di democristiani e comunisti. Autentici continuatori del fascismo.
Oggi siamo in pochi – purtroppo - a celebrare il XX Settembre.
Sicuramente lo celebrano ancora i Massoni che, il XX Settembre celebrano anche l'Equinozio d'Autunno, ovvero l'inizio dei lavori massonici. E sicuramente ce ne ricordiamo tutti noi laici, liberali e repubblicani, che dobbiamo a Mazzini, Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele la liberazione dal giogo e dall'arretratezza del Papa Re di intere Regioni italiane, oggi modernissime.
E mi fa piacere che anche l'organo di stampa vicino all'Udc "Liberal", ogni anno (mi auguro voglia farlo anche oggi), pubblichi volentieri il mio pezzo in ricordo ed onore del XX Settembre, il che, forse, significa anche che è interesse del mondo politico cattolico liberale e di cultura degasperiana quello di ripristinare tale importante festività.
Importante festività di e per tutti gli italiani ed i sinceri democratici. E pensare poi che in Parlamento giace ancora una Proposta di Legge bipartisan di inizitiva dei daputati Pepe (PdL); Farina Coscioni (Radicali-Pd), Lehner (PdL) e Turco (Radicali-Pd) per il ripristino del XX Settembre quale Festa Nazionale.
Vediamo invece e purtroppo il riaffacciarsi di tentativi revisionisti relativamente al Risorgimento. Non ultimi gli attacchi del regista e sceneggiatore Mario Martone che ha definito Giuseppe Mazzini un "terrorista" e lo ha paragonato ai fondamentalisti islamici.
Oppure i tentativi filo borbonici e filo clericali di onorare la memoria dei caduti zuavi pontifici. Che è poi cosa non troppo dissimile dall'onorare la memoria dei caduti nazifascisti, scusate.
Se l'Italia è oggi unita, sovrana e democratica, nel bene e/o nel male, lo dobbiamo anche se non soprattutto al Risorgimento ed ai suoi martiri.
Martiri che combatterono o a fianco dell'emancipazione dei lavoratori e degli operai guidati da Mazzini e Garibaldi, oppure a fianco della Monarchia sabauda guidata dal conte di Cavour e da Vittorio Emanuele.
Tutti eredi di quel laicismo, liberalismo ed anticlericalismo che si è da sempre opposto ai totalitarismi ed ai dogmatismi. In nome della libertà di scienza, coscienza e di culto.

Luca Bagatin



2 giugno 2010

Radicali riforme per l'Italia nel solco del dialogo fra laici risorgimentali e cattolici liberali (a trovarne)

Alcide De Gasperi (DC); Luigi Einaudi (PLI); Carlo Sforza (PRI); Randolfo Pacciardi (PRI); Giuseppe Saragat (PSDI); Ugo La Malfa (PRI)

Non c'è più tempo per stare a guardare il lento declino di un Paese come il nostro, nel 64esimo anniversario della Repubblica italiana.
E' indispensabile rimboccarsi le maniche e darsi da fare, senza credere ai facili ottimismi di governanti che pensano che sia sufficiente tagliare la spesa pubblica un po' quà ed un po' là. Mantenendo inalterati il grosso dei privilegi.
Dall'altra parte poi, il carro cattocomunista, propone un vero e proprio ricatto di Stato nei confronti delle aziende: tasse zero per i primi due anni se assumerete a tempo indeterminato !
Figuriamoci se un'azienda in crisi può permettersi di sottostare a determinati diktat e assumere personale a vita e riceverne come "premio" tasse zero....ma solo per i primi due anni !
Diciamolo subito: i tagli che sta attuando il Ministro Tremonti alla spesa pubblica sono necessari. Il problema è, semmai, che sono pochi.
E’ ridicolo tagliare del solo 10 % lo stipendio di manager pubblici e politici. Andrebbero tagliati almeno del 30 % ed estesi a Presidenti, Assessori e Consiglieri regionali E poi c’è il discorso dell'abolizione delle Province, che come repubblicani proponiamo dagli anni ’70 e che a Pordenone rilanciammo con una lista civica "ad hoc" nel 2004.
Poi, ancora, c’è il discorso dei Comuni inferiori a 20.000 abitanti che costano ed andrebbero accorpati. Ed ancora: è possibile che vi siano regioni in Italia che spendono e spandono sulla sanità senza rendere conto a nessuno ? E dei “progettini comunali” socialmente inutili o, meglio, utili ai soliti noti, vogliamo parlarne ?
Una volta introdotti seri e drastici tagli alla spesa pubblica improduttiva allora si può pensare – non già a ricattare cattocomunisticamente le aziende – ma a ridurre il carico fiscale a due, massimo tre aliquote e ad innalzare la soglia della no tax area.
Riducendo così le imposte, l’hanno dimostrato gli anni di Reagan e della Thatcher e noti esperti economici come Oscar Giannino, si amplia ben presto la base imponibile. E l’evasione si riduce automaticamente (senza sguinzagliare costosi ispettori della guardia di finanza) per effetto della famosa “curva di Laffer”.
Sarebbe bene dunque che la classe politica odierna, pur nella sua mediocrità, prendesse spunto dai migliori governi che la Repubblica abbia mai avuto. Quelli dell'asse De Gasperi-Einaudi-Carlo Sforza-Pacciardi-Saragat-La Malfa.
Governi che seppero ricostruire l'Italia dopo la piaga fascista, collocarla all'interno del Patto Atlantico e quindi annovararla fra le Democrazie occidentali. Governi che portarono, in pochi anni, al boom economico degli anni '50. Governi intransigentemente anti-cattocomunisti, fondati su un franco dialogo fra laici risorgimentali e cattolici liberali.
Nel 64esimo anniversasio della Repubblica italiana dovremo non solo onorare la memoria di quei governi, ma finanche auspicare che qualche politico illuminato d'oggi ne recuperasse l'identità e le prospettive.

Luca Bagatin



24 febbraio 2010

La corruzione è aumentata all'indomani della falsa rivoluzione di Tangentopoli. Come previsto.



La corruzione è aumentata.
Abbiamo scoperto l'acqua calda.
In realtà non è mai diminuita, come invece certi media averebbero voluto farci credere all'indomani della falsa rivoluzione di Tangentopoli.
Ieri, i partiti - tutti i partiti - in realazione al loro peso elettorale ed alla loro penetrazione nelle amministrazioni locali, "estorcevano" tangenti.
Nei sistemi più vari e a tutti noti. Noti allora come oggi. Anzi, più di oggi: sia alla magistratura, sia agli imprenditori dell'epoca.
Fu un sistema costruito all'indomani della ricostruzione postbellica, nel 1946, e possibile solo in un Paese ad economia dirigista ed anti-liberale come il nostro.
Un Paese che mise in piedi le Partecipazioni Statali, una tv di Stato con ben tre reti televisive, un apparato sindacatocratico e burocratico pesantissimo e che permeava tutta la società italiana.
La corruzione nacque così, per volontà in particolare dei due partiti più forti: Dc e Pci. L'uno finanziato dagli USA, dal sistema delle Partecipazioni Statali e dal sottogoverno; l'altro dalla dittatura sovietica, dal sottogoverno locale e dalle cooperative rosse.
Il sistema radiotelevisivo, poi, fu letteralmente "lottizzato", come si diceva allora: un pezzo alla Dc, uno al Psi e l'altro al Pci.
L'egemonia culturale, editorale e cinematografica - come voleva Gramsci, del resto - fu occupata poi dal Partito Comunista Italiano, con il beneplacito della Dc.
E gran parte dei magistrati che si formarono negli anni '70, provenivano dalle file dello stesso Pci.
I partiti laici più piccoli, Psi in testa - certo - si industriarono a loro volta e a loro volta si insinuarono in quel sistema "corrotto".
Corrotto quanto si vuole, ma che riuscì a garantire la democrazia nel nostro Paese, una certa stabilità economica (persino un boom economico negli anni '50 e '60) e via via l'abbattimento dell'inflazione e il riconoscimento del Made in Italy nel mondo.
Un sistema abbattuto da inchieste a senso unico: molte delle quali finite in assoluzione (sono recenti le assoluzioni con formula piena dell'allora democristiano Calogero Mannino e del compianto Segretario socialdemocratico Antonio Cariglia).
Abbattuti così i partiti democratici: Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli; modificata la legge elettorale in senso maggioritario (andando contro la Costituziuone che prevede tutt'ora un sistema unicamente proporzionale con preferenze); abolita l'immunità parlamentare (anche qui, andando contro la Costituzione), ecco morta la democrazia in Italia.
L'Armata Brancaleone messa a punto da Achille Occhetto - sicura di vincere le elezioni del 1994 - si trovò invece sbaragliata da Silvio Berlusconi - un imprenditore capace ma estraneo alla Storia ed alla cultura politica italiana - che legittimerà l'avvento dei postfascisti (solo di recente ripuliti da Gianfranco Fini) e dei leghisti di Bossi.
Da un sedicennio viviamo l'alternarsi governativo di berluscones, leghisti, giustizialisti e cattocomunisti riuniti in calderoni - non già più partiti - che sono dei veri e propri comitati d'affari senza peraltro alcuna "magistratura interna" come invece prevedevano gli statuti dei vecchi partiti della Prima Repubblica.
Ecco dunque la penatrazione, a livello nazionale e locale, di personalità dalla dubbia moralità - senza storia né cultura politica - a destra come a sinistra. Con l'unico interesse di arraffare e lucrare: a livello locale, forse ancor più che a livello nazionale.
Il tutto reso possibile dal fatto che non esiste più alcuna mediazione dei partiti (visto che non esistono più) o dei leader, che nei fatti sono investiti del loro ruolo unicamente "a furor di popolo" e non più dalla democrazia interna dei partiti.
Lo stesso sistema delle Primarie non è che una bufala che non fa che slegare i leader eletti (a "furor di popolo") dalla democrazia interna del partito. Un sistema che rende dunque questi leader ricattabili da qualsiasi lobby economica del territorio capace di garantir loro l'elezione (un po' come il "televoto" dei reality ottenuto per mezzo del pagamento dei call-center).
Nel 1993, paradossalmente, chi smascherò quel sistema di corruzione, fu Bettino Craxi (ma già negli anni '70 lo andavano denunciando i Radicali di Marco Pannella). E fu egli stesso che propose una riforma radicale che mettesse a nudo "chi finanziava chi", sul modello della democrazia americana. Lo proponevano anche i Repubblicani di La Malfa ed i Liberali di Altissimo.
Non se ne fece nulla. Nelle file cattocomuniste si preferì utilizzare l'arma giudiziaria.
E ci si ritrova oggi in una situazione peggiore, che solo un ritorno all'etica pubblica ed alla democrazia dei partiti potrebbe sanare.
Dubito ciò sarà purtittavia possibile in tempi brevi e con gli attuali leader politici. Nazionali e locali.

Luca Bagatin


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini