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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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19 novembre 2013

"Ricordati di vivere": l'autobiografia civile e politica di Claudio Martelli

Non si tratta della solita autobiografia, bensì della storia di un'epoca, di una stagione.

Una stagione laica, liberale, libertaria, liberalsocialista. Una stagione che, molto probabilmente, in Italia non tornerà mai più.

La stagione di sapeva forse poche cose, ma le ricorda benissimo. La stagione di chi si ricorda di vivere e che del “Primum vivere” di nenniana memoria, ha fatto la sua bandiera.

“Ricordati di vivere” è l'autobiografia di Claudio Martelli edita in questi giorni da Bompiani.

Esponente di spicco del Partito Socialista Italiano, Martelli ne diventerà Vicesegretario Nazionale e ricoprirà anche importanti cariche istituzionali quali la Vicepresidenza del Consiglio dei Ministri, nel 1989 e diverrà Ministro di Grazia e Giustizia nel 1991.

Un uomo tutt'altro che di potere, Claudio Martelli, e lo dimosterà sia la sua vita personale e politica, sia il fatto di essersi ritirato da tempo dalla vita pubblica.

Giovane militante, a soli tredici anni, del Partito Repubblicano Italiano e dunque della Federazione Giovanile Repubblicana, come il fratello Antonio, sarà ispirato per tutta la vita dalla figura di Giuseppe Mazzini e dai suoi “Doveri dell'Uomo”, saggio che invita gli operai italiani all'emancipazione ed alla ricerca dell'unità fra capitale e lavoro, in antitesi rispetto al materialismo marxista.

Lascierà il PRI di Ugo La Malfa ai tempi dell'Università, una volta stretta l'amicizia con Ugo Finetti, giovane studente come lui, che aveva lasciato da poco il PCI in quanto mal sopportava il “centralismo democratico”. Con Ugo Finetti – oggi fine storico e giornalista – lo studente Martelli e molti altri giovani repubblicani mazziniani e comunisti di ispirazione riformatrice, approderà al PSI di Pietro Nenni, con un obiettivo preciso: quello di unificare le forze laiche e riformatrici della sinistra italiana.

Si sposerà giovane il Nostro, a soli vent'anni, con Daniela Maffezzoli di soli sedici anni, ma il loro matrimonio durerà poco. Anni dopo intraprenderà la carriera di studente e poi professore di Filosofia e qui incontrerà l'altro amore della sua vita, Annarosa, sua allieva con la quale si sposerà e dalla quale avrà Giacomo, il primo figlio tanto amato.

Amore e passione politica saranno il binomio che condurrà Claudio Martelli durante tutto il corso della sua vita e che sono racchiuse nella sua autobiografia. Amore per le donne, per la filosofia laica, libertaria e libertina, per il teatro e la politica, intesa come servizio e modernizzazione della società.

Di qui il sodalizio con i radicali di Marco Pannella, oltre che con i repubblicani, i liberali e, negli Anni '80, anche con i socialdemocratici con i quali costituirà una sorta di federazione laica che vide uniti, in alcuni collegi al Senato, PSI, PSDI e Radicali.

Il sodalizio con Pietro Nenni, colonna portante del socialismo italiano e con Bettino Craxi, nacque subito, negli Anni '60. Li legava la volontà di modernizzare il Paese, smarcarsi dalla Democrazia Cristiana con la quale pur erano al governo, cercare un'intesa con gli altri partiti laici e contrastre l'avanzata di un Partito Comunista sorretto dalla dittatura sovietica.

Con Craxi, infatti, Martelli aderì subito alla corrente riformista ed autonomista di Nenni, in contrapposizione alla sinistra lombardiana che voleva mantenere un rapporto privilegiato con il PCI. Sin da ragazzo fu, infatti, intransigentemente anticomunista in quanto non poteva sopportare le angherie dell'URSS nei confronti di ungheresi e cecolsovacchi, aspetti che denunciò immediatamente nei congressi dell'Internazionale Giovanile Socialista (IUSY).

Oltre a partecipare con Bettino Craxi, agli incontri con i più grandi esponenti del Socialismo europeo quali Willy Brandt e François Mitterrand, farà in modo di costruire una piattaforma interna al PSI che da una parte recuperava il liberalsocialismo di Turati e dei Rosselli e dall'altra guardasse al futuro, auspicando un Partito Socialista moderno, alleato ai partiti laici e, in questo senso, tentò di ammodernarlo, promuovendo la democrazia interna e tentando di combattere il carrierismo ed il malcostume delle “tessere fittizzie”. Purtuttavia, per sua stessa ammissione, non vi riuscì.

Claudio Martelli, in “Ricordati di vivere”, ripercorre la sua battaglia politica assieme a Craxi nel 1976, ai tempi del Midas, ovvero allorquando la corrente autonomista conquistò il Partito e lo rinnovò nei contenuti e nelle proposte politiche.

Racconta di come Craxi fu il primo a proporre una riforma dei partiti e del sistema politico in senso “americano”, proponendo di introdurre l'elezione diretta del Presidente della Repubblica con funzioni di governo e di un Parlamento forte ma più snello, con meno esponenti, ed eletto con il sistema uninominale.

In questo senso Martelli elaborò quella che egli definirà la vera “terza via”, lontana e diversa dalle prospettive di Berlinguer e dei comunisti, ovvero la piattaforma per una sinistra di governo socialista e liberale al contempo, che parlasse soprattutto di meriti e di meritocrazia, oltre che di bisogni. In questo senso riuscì a costruire ottime sinergie anche con esponenti dell'ex sinistra extraparlamentare, libertaria e verde-ecologista quali Franco Piro (poi deputato PSI), Adriano Sofri, Alex Langer e Michele Boato (che diverranno, successivamente, deputati Verdi).

Una piattaforma che, del resto, lo porterà a sostenere i referendum Radicali, Verdi e Socialisti sulla giustizia giusta per la separazione delle carriere dei magistrati e la responsabilità civile del giudice ed il referendum sul nucleare.

Martelli elaborò dunque, prima del crollo della Prima Repubblica, l'idea di un Partito Democratico all'americana che nelle sue intenzioni poteva nascere dalla sinergia fra Socialisti, Repubblicani, Liberali, Socialdemocratici, Radicali, Verdi e post-comunisti di estrazione migliorista e riformista.

Un'idea che, sotto la spinta della clava giustizialista di Tangentopoli, soccomberà e condurrà l'Italia nella sua prima svolta a destra, con Berlusconi al governo e con la nascita di un PD conservatore, ondivago, inciucista (non a caso oggi al governo con la destra). Ovvero l'esatto opposto di quello che avrebbe potuto diventare il partito democratico di ispitazione liberalsocialista ideato da Martelli.

“Ricordati di vivere” racconta anche delle lotte di potere fra Craxi e De Mita, ovvero fra visioni contrapposte della società: fra un socialismo democratico ed un conservatorismo vecchia maniera.

E racconta degli ottimi risultati ottenuti dal Governo Craxi in soli quattro anni: pareggio di bilancio, riduzione a due cifre dell'inflazione, avvio delle prime liberalizzazioni e credibilità internazionale.

Ed il saggio di Martelli restituisce nuova luce – semmai ve ne fosse bisogno – alla figura del giudice Giovanni Falcone, grande amico del Nostro e grande collaboratore del Ministero di Grazia e Giustizia ai tempi del dicastero Martelli. Falcone, eroe dell'antimafia ingiustamente attaccato (e solo successivamente e tardivamente beatificato) da Leoloca Orlando e dai comunisti. Falcone che, attaccato da una certa sinistra, finirà trucidato, come il giudice Borsellino, in un tragico attentato mafioso.

Claudio Martelli, inoltre, ricorda l'introduzione della legge che porterà il suo nome, ovvero la prima che regolerà l'immigrazione, garantendo da una parte i diritti umani degli immigrati e dall'altra una certa sicurezza, poi del tutto disattesa dalle successive leggi Turco-Napolitano e Bossi-Fini.

Senza contare il racconto del sistema delle tangenti, da sempre esistente, nel bene o nel male, che purtuttavia oggi, in assenza della democrazia dei partiti ed in presenza, invece – parole di Martelli – di un'oligarchia al potere, si è triplicato, come i fenomeni di spreco di danaro pubblico e di clientelismo.

Un racconto franco, quello di Martelli, raccolto in “Ricordati di vivere”. Un documento storico prezioso per ricordare, non dimenticare e tramandare ai giovani un'epoca ormai lontana dalla nostra. Fatta di passione civile e politica autentica.


Luca Bagatin



13 marzo 2013

Il crollo - Il PSI nella crisi della prima Repubblica (Marsilio Editori)



Un partito in crisi: il Partito Socialista Italiano nel 1992.
Dopo cent'anni di Storia, il partito di Turati, della Kuliscioff, di Nenni e di Craxi, scomparve dalla scena politica italiana.
A raccontarcelo, per mezzo di ampie ed approfondite intervista ai massimi dirigenti del PSI di allora, il saggio "Il crollo - Il PSI nella crisi della prima Repubblica" (Marsilio Editori) a cura di Gennaro Acqiaviva e Luigi Covatta.
Un saggio ove Carlo Tognoli, Claudio Signorile, Gianni De Michelis, Rino Formica, Claudio Martelli ed altri, ci raccontano - ciascuno secondo il proprio vissuto ed il proprio punto di vista - la fine di un partito storico, che modernizzò il volto dell'Italia.
Dalle interviste emergono diversi aspetti. Innanzitutto la critica all'arroccamento di potere del Craxi dal 1987 in poi, ovvero la costituzione dell'accordo fra Craxi-Andreotti e Forlani (il famigerato CAF). Un accordo che Craxi fu costretto a sottoscrivere in quanto avrebbe desiderato tornare alla Presidenza del Consiglio e/o, comunque, portare nuovamente un socialista alla premiership dell'Italia.
Un arroccamento che, per molti versi, ha allontanato la parte più movimentista del PSI, ovvero quella che faceva capo a Claudio Martelli, il quale avrebbe voluto proporre - sin dal 1987 - un'alleanza alternativa alla DC, capace di unificare Socialisti, Radicali, Repubblicani, Laici, Liberali, Verdi e qualla parte di sinistra non subalterna al PCI. Un'alleanza che Martelli avrebbe voluto chiamare Partito Democratico (cosa ben diversa dall'alleanza cattocomunista di questi ultimi anni, che vede ancora oggi unite le forze conservatrici e consociative del Paese).
Non a caso Martelli promosse e sostenne i referendum radicali ed ambientalisti sul nucleare (il quale, ad ogni modo, non prevedeva affatto la totale uscita del nucleare da parte dell'Italia, cosa che - a causa di Craxi - purtroppo avvenne) e sulla responsabilità civile dei giudici.
Questa linea, ad ogni modo, non prevalse nel Partito Socialista e si arrivò ad una sorta di contrapposizione fra Poteri Forti e l'alleanza DC-PSI.
I Poteri Forti, il sistema bancario e confindustriale, avrebbero voluto, infatti, mettere le mani sulle industrie di Stato, puntando alle privatizzazioni in breve tempo, senza alcuna vera liberalizzazione. Cosa che avvenne, poi, nel 1993 - alla caduta dei partiti democratici - e proseguì con l'avvento di Romano Prodi nel 1996: privatizzazioni indiscriminate senza alcuna liberalizzazione. A tutto vantaggio dell'establishment economico-finanziario e a tutto danno dello Stato e della politica.
All'inizio degli Anni '90, peraltro, si impose all'Italia di rispettare i vincoli del Trattato di Maastricht che, purtuttavia, il Partito Socialista Italiano era riluttante a firmare, in quanto questi avrebbero costretto il Paese a sacrifici che, difficilmente, avrebbe potuto affrontare in tempi brevi. A ciò si sommò l'instabilità politica causata dalle stragi di mafia, con l'uccisione dei giudici Falcone (collaboratore di Martelli al Ministero della Giustizia) e Borsellino e la conseguente elezione di Scalfaro a Presidente della Repubblica, il quale rappresentò da subito gli interessi dei postcomunisti e della sinistra DC.
In tutto ciò fu completamente rifiutata l'Unità Socialista che Craxi propose al PDS di Occhietto, D'Alema e Veltroni, i quali preferirono sostenere l'azione del Pool di Milano, composto da simpatizzanti di estrema destra ed estrema sinistra, peraltro, i quali operarono solo ed esclusivamente contro i partiti democratici e di governo, lasciando completamente "illesi" i postcomunisti ed i postfascisti.
Se, probabilmente, l'ipotesi dell'alleanza fra socialisti, radicali e laici di Martelli del 1987 e/o l'Unità Socialista di Craxi fossero andate in porto, la sinistra in Italia avrebbe potuto sopravvivere. Di fatto, invece, morì con la morte della Prima Repubblica, consegnando il Paese, prima all'imprenditore di Arcore ed alla sua compagine clericofascista e, successivamente, all'accozzaglia cattocomunista, sostenitrice di quei Poteri Forti che non aspettavano altro che mettere le mani sul partimonio delle imprese statali, acqisendole a prezzi stracciati.
Come spiega "Il crollo", ovvero le interviste ai massimi dirigenti del PSI, peraltro, le televisioni di Berlusconi si accodarono all'accanimento mediatico-giudiziario contro il PSI ed i partiti di governo, dimenticando l'antica amicizia fra il leader del PSI ed il successivo leader del PdL. E così fece il quotidiano "La Repubblca" di Eugenio Scalfari che, da giornale indipendente vicino a posizioni liberali, sostituì, di fatto, "L'Unità" - l'antico organo comunista - in accanimento contro socialisti, liberali e laici.
Se la situazione politica di oggi, ovvero quella degli ultimi vent'anni, è quella che è, occorre guardare al passato e ristudiarsi, per intero, il biennio 1992-'93.
Il biennio 1992-'93, infatti, segnò, per l'Italia e per l'Occidente democratico, la caduta di un sistema politico. Sicuramente non perfetto, fatto anche di finanziamenti illeciti alla politica (come osserva Claudio Signorile, per evitare di incappare in questo reato sarebbe stato sufficiente che la classi politica di allora non introducesse tale norma nell'ordinamento, ovvero legalizzasse i contributi privati, come negli USA), ma certamente democratico e rappresentativo del Paese.
Grazie a saggi come questo edito da Marsilio, ci auguriamo che le vecchie e le nuove generazioni comprendano il perché, oggi, il Paese è caduto nelle mani di imprenditori e politici mediocri, oltre che di comici inneggianti l'antipolitica.


Luca Bagatin



16 settembre 2012

20 settembre 2012: l'Italia può dirsi un Paese laico ?



Il 20 settembre è alle porte e, come ogni anno, sarebbe bene rammentare che cosa significhi tale data per la coscienza laica italiana, che ne è stata privata dal Regime fascista prima e dalla Repubblica cattocomunista costitutasi nel 1948, poi.
Ebbene, il 20 settembre del 1870, con l'entrata dei Bersaglieri a Roma e dunque la vittoria di tutti i liberali, mazziniani, monarchici, garibaldini, ebrei, massoni e cattolici liberali, si pose fine al Potere temporale dei Papi e Roma divenne capitale di un'Italia finalmente completamente unita, sovrana e laica, per quanto ancora posta sotto il giogo monarchico dei Savoia.
Il 20 settembre è dunque una data simbolica che, prima del fascismo, era celebrata quale festa nazionale, mai più ripristinata tale nemmeno con l'avvento della Repubblica, la quale nacque purtuttavia sotto i peggiori auspici di un connubio fra la clericale Democrazia Cristiana ed il Partito Comunista finanziato dalla dittatura sovietica, il quale, per mezzo dell'allora Guardasigilli Togliatti, amnistiò persino i reati commessi dai fascisti, strizzando così di fatto l'occhio al nascente Movimento Sociale Italiano.
A parte queste rievocazioni storiche, oggi, 20 settembre 2012, l'Italia può dirsi davvero uno Stato laico ?
Certamente no.
Esiste ancora il Concordato, firmato da Craxi, che concede ampie garanzie anche pecuniarie al Vaticano.
Esiste una legge che vieta, di fatto, la procreazione assistita e l'utilizzo di cellule staminali a fini terapeutici, la quale, pur essendo stata bocciata in sede europea, è fortamente sostenuta dall'attuale Ministro clericale della Salute Balduzzi.
Non esiste una legislazione che preveda il testamento biologico, l'eutanasia, il suicidio assistito, ovvero la possibilità per l'individuo di decidere della propria vita e della propria morte.
Non esiste una legislazione che riconosca le coppie di fatto.
Non esiste una legislazione che regolamenti e dunque legalizzi le non droghe, quali cannabis e derivati, anche a fini terapeutici.
Non esistono ancora norme attuative che facciano pagare l'IMU agli immobili ecclesiastici.
Non esiste, quindi, una libera Chiesa in libero Stato, secondo il dettato liberale del conte di Cavour. Esiste, diversamente, una Chiesa che ha abdicato al suo ruolo religioso per farsi profana, sia in termini politici che economici. Esiste uno Stato che ha abdicato al suo ruolo di garante e servitore del cittatino, a tutto vantaggio di uno Stato estero - quello Vaticano - di cui si vergognerebbe lo stesso Gesù detto "Il Cristo", il quale, a rileggere la sua parola, mai avrebbe immaginato come sarebbe stata profanamente travisata e trasformata.
In tutto ciò la popolazione italiana, ha dimostrato e continua a dimostrare di essere molto più laica della sua classe politica che ormai mal sopporta. In tutte le rilevazioni statistiche ed in tutti i referendum, la stragarande maggioranza degli italiani è per una legislazione laica, in linea con gli altri Paesi occidentali.
Il 20 settembre, in sostanza, è, di fatto già nella coscienza civile, prima ancora che patriottica, degli italiani.
Se ne accorgeranno i vari Monti, Bersani, Berlusconi, Alfano, Vendola, Di Pietro, Casini e compagnia cantante, che tanto di fronte alle telecamere e sulle pagine dei quotidiani litigano o fingono di litigare, ma, di fatto, sono da sempre d'accordo per mantenere lo status quo ?

Luca Bagatin



1 settembre 2011

Intervista esclusiva allo Storico della Massoneria Aldo Alessandro Mola firmata da Luca Bagatin

Il prof. Aldo A. Mola in un disegno di Franco Bongiovanni

Il prof. Aldo Alessandro Mola, nato a Cuneo nel 1943, è il maggior storico della Massoneria e del Risorgimento in Italia. Dal 1980 Medaglia d'Oro di benemerito della scuola e della cultura, è direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell'Istituto per la Storia del Risorgimento italiano e della sezione “Urbano Rattazzi” (Alessandria) del Centro “Mario Pannunzio”.

E' stato fondatore del Centro per la Storia della Massoneria e, dalla metà degli anni ’70, collabora con le maggiori Obbedienze massoniche quali il Grande Oriente d'Italia e la Gran Loggia d'Italia degli ALAM. E' infatti componente del Comitato di Redazione delle riviste “Hiram” e “Officinae”, rispettivamente del GOI e della GLDI.

Autore di numerosissimi saggi storici su Giolitti, Garibaldi, Mazzini, il Partito d'Azione, la Monarchia italiana, Silvio Pellico, Giosue Carducci e, recentemente, ha pubblicato un saggio su Licio Gelli e la P2, nonchè – proprio in questi giorni – stanno andando in libreria i suoi ultimi quattro volumi: “Italia. Un Paese speciale. Storia del Risorgimento e dell'Unità” (Edizioni del Capricorno - Torino).

Oggi abbiamo l'amichevole possibilità di intervistarlo.




Luca Bagatin: Prof. Mola, come nasce il suo interesse per la Massoneria ?

Aldo A. Mola: Nacque nel periodo del liceo e degli studi universitari.

Negli anni 1965/1967 scrissi i miei primi libri sul Partito d'Azione (pubblicati con prefazione di Ferruccio Parri) e sulle figure di Mazzini e Garibaldi e la Storia dell’Amministrazione provinciale di Cuneo (1971). Nel loro corso mi imbattei nelle figure di molti massoni e mi resi conto che in Italia non vi era nessuna pubblicazione che parlasse di storia della Massoneria. Mi adoperai, dunque, per colmare questa lacuna. Presi contatti con il Grande Oriente d'Italia; Lino Salvini, Gran Maestro di allora, e il suo predecessore Giordano Gamberini, letti i lavori da me già pubblicati, mi aprirono gli archivi, che confrontai con i fondi dell’Archivio Centrale dello Stato, studiati con la guida della prof. Paola Carucci, ora Sovrintendente all’Archivio Storico della Presidenza della Repubblica. Dopo anni di ricerche scrissi la “Storia della Massoneria italiana”, pubblicata nel novembre 1976, che poi ebbe due edizioni aggiornate, nel 1992 e nel 1994, e molte ristampe .


Luca Bagatin: Giordano Gamberini, già Vescovo della Chiesa Gnostica, fu un Gran Maestro lungimirante sotto il profilo iniziatico ed esoterico. Che cosa può dirci di lui ?

Aldo A. Mola: Giordano Gamberini fu il più lungimirante fra tutti i Gran Maestri del Grande Oriente d’Italia dal 1943 ad oggi, per ben tre motivi: mirò al riconoscimento del GOI da parte della Gran Loggia Unita d'Inghilterra; rese nuovamente protagonista la Massoneria grazie al dialogo con la Chiesa cattolica e tutte le altre confessioni; ottenne il riconoscimento pubblico della Massoneria nella vita istituzionale italiana e l’attenuazione dell’ostilità da parte di partiti che tradizionalmente le erano avversi o addirittura nemici. I frutti dei nove anni della sua gran maestranza vennero raccolti durante quella del suo successore, Salvini (a sua volta di grande merito): lo scambio dei garanti d’amicizia con la GLU d’Inghilterra; la lettera del cardinale Seper, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, che dichiarò compatibili logge e sacramenti cattolici e la presenza del GOI in iniziative pubbliche.


Luca Bagatin: Lei fu, peraltro, negli anni '80, il fondatore del Centro per la Storia della Massoneria, comprendente studiosi sia massoni sia profani. Ci racconti la sua personale esperienza.

Aldo A. Mola: Con il Gran Maestro Armando Corona, fondai il Centro per la Storia della Massoneria (CeSM) che esiste tutt'ora. Il successore di Corona, Giuliano Di Bernardo tentò di estromettermi per farne uno strumento suo perché del resto concepiva lo stesso Grande Oriente come uno strumento al proprio servizio. Il tempo mi dette ragione. Nel 2008 mi venne proposto un colloquio per superare l’impasse; ma le cose sono come erano e debbono essere: se vogliono essere davvero scientifici, gli studi sono e debbono essere liberi.

A prescindere dall’episodio Di Bernardo, molto più devastante di ogni altro per la storia del Grande Oriente come istituzione iniziatica, ho ottimi rapporti con i massoni del Grande Oriente d’Italia.


Luca Bagatin: Che cosa pensa del Gran Maestro attuale del GOI, l'Avvocato Gustavo Raffi ?

Aldo A. Mola: Ha dovuto e deve affrontare gravi difficoltà. Dopo il disconoscimento del GOI da parte della Gran Loggia Unita d'Inghilterra (capolavoro di perfidia ai danni della Massoneria italiana: basta andare a rileggerne le motivazioni: addussero persino le mie lettere di direttore del CeSM a storici del Grande Oriente di Francia), il Grande Oriente d’Italia finì in un tunnel, al di fuori dei circuiti massoni internazionali (la GLU da un canto, le Obbedienze in relazioni fraterne con il Grande Oriente di Francia dall'altro). Il GOI puntò molto sulla GL Nazionale Francese la cui vicende non sono edificanti, tanto che, caso unico nella storia delle massoneria dei Paesi occidentali, è stata “commissariata”. In molti casi il GOI risultò sovraesposto sul terreno partitico, con dichiarazioni poco opportune. Infine venne e viene ostentato un anticlericalismo arcaico, di maniera, come se la Chiesa cattolica fosse ancora ferma al Sillabo e al potere temporale d’antan.

Gli osservatori constatano che il Gran Maestro Raffi non ha avviato un dialogo con l'altra Obbedienza massonica legittima e regolare italiana, cioè la Gran Loggia d'Italia, quasi che i suoi affiliati non siano anch’essi Fratelli massoni ! Il Sovrano e Gran Maestro della Gran Loggia d’Italia, Luigi Pruneti, ha pubblicato gli Annali della Gran Loggia d’Italia, 1908-2010: cinquecento pagine di date, fatti, profili biografici, informazioni statistiche. E’ infantile fingere che la realtà non esista.


Luca Bagatin: La Gran Loggia d'Italia, peraltro, a differenza del Grande Oriente d'Italia, inizia anche le donne alla Massoneria. Che cosa pensa dell'Iniziazione femminile ?

Aldo A. Mola: In origine, è vero, le donne furono escluse dall'accettazione. Sappiamo bene, però, che all’origine le Logge britanniche praticavano molte altre forme di esclusione e che, a lungo preclusi in quelle degli USA i neri organizzarono una loro massoneria di colore. Non è mai stata fornita una motivazione chiara dell’esclusione delle femmine dall’accettazione in loggia, né quindi si comprende per quale motivo la Massoneria debba ancora attenersi a tale vincolo. La Massoneria non conosce dogmi; le sue norme possono essere modificate. Le Costituzioni di Anderson sono documento di un’epoca, ma come tutte le leggi umane sono soggette alle decisioni sovrane di quanti le hanno accettate e che, nella loro sovranità di persone libere, possono modificarle. La Massoneria non si fonda su una Rivelazione ma su una Convenzione, su Regole deliberate e condivise sino a quando non se ne decida la modifica.

Il Grande Oriente di Francia, che abolì l’obbligo della formula iniziatica AGDGADU (un passo molto più audace rispetto alla preclusione dell’iniziazione femminile), sino allo scorso anno escluse l’iniziazione delle donne, ma ora la ammette.


Luca Bagatin: Lei è stato fra i pochissimi, assieme allo scrittore Pier Carpi, a “sdoganare” la figura controversa di Licio Gelli e la P2 e lo ha fatto con tanto di prove documentate pubblicate nel suo ultimo saggio, edito dalla Bastogi: “Gelli e la P2 fra cronaca e Storia”.

Che cosa l'ha portata a parlare, senza pregiudizi, di Gelli e della P2 ?

Aldo A. Mola: Ho scritto quel libro perché, a trent'anni di distanza dal falso scandalo P2, non c'è stato un solo convegno scientifico nel quale si sia discusso criticamente che cosa fu la P2, l’uso (e abuso) che se ne fece. Né si parla delle vite spezzate con l’accusa, in sé inconsistente, di “piduismo”: un modo come un’altro per continuare a diffondere il mito del complotto ai danni dello Stato, della democrazia, tutte fiabe che oggi lasciano indifferenti i cittadini.

Il mio libro, peraltro, venne recensito con molto favore dal periodico “Humanisme” del Grande Oriente di Francia, ora è tradotto in romeno con prefazione di Constantin Savoiu, gran maestro della Gran Loggia Nazionale di Romania“1880”, una Obbedienza legittima e regolare, che continua coraggiosamente la tradizione dei massoni fondatori della moderna Romania.

La P2 non fu un'associazione segreta. Non organizzò complotti militari o politici. Lo stabilirono, sentenze passate in giudicato.

Il falso scandalo P2 fu, invece, il preludio a Tangentopoli: esso consistette nella criminalizzazione da parte del Partito Comunista Italiano delle forze politiche e di governo di ispirazione risorgimentale e atlantica. Tale criminalizzazione colpì, infatti, gli aderenti alla P2 che appartenevano a tali forze politiche (repubblicani, socialdemocratici, socialisti, liberali e la componente “occidentale” della Democrazia cristiana, tollerante, dialogante).

I partiti democratici e di governo, dunque, vennero screditati e, con Tangentopoli, negli anni '90, subirono il colpo finale. Da allora furono elevate agli onori quelle forze politiche ed i politici di ispirazione antiliberale e antiatlantica, come i comunisti ed i democristiani di sinistra, oggi componenti del Partito Democratico. La convivenza tra ex comunisti e sinistra democristiana nel partito democratico è una coabitazione basata su ambiguità e baruffe. I primi tentarono di incriminare persino l'allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga “reo” - così dissero – di non aver mai condannato la P2 e la Massoneria. I cattolici del PD chiesero che venisse formalmente decretata l’incompatibilità tra iscrizione al partito e logge, come già avevano fatto Mussolini e Lenin. Chissà come finirà…


Luca Bagatin: Ma Raffi dice che la Gelli e la P2 stanno alla Massoneria come le Brigate Rosse al Partito comunista….

Aldo A. Mola: Appunto. Il Partito comunista (ex Partito comunista d’Italia, membro della Terza Internazionale di Lenin e Stalin ) ebbe sempre al proprio interno nuclei rivoluzionari. Del pari il Grande Oriente d’Italia ebbe dal 1877 la ”Propaganda Massonica”, una loggia “di élite”, sintesi di un possibile, auspicabile “partito dello Stato” in un Paese nel quale lo Stato rischiò troppe volte di ridursi a zerbino strumento dei partiti.

Così essa venne concepita da Adriano Lemmi e così venne pensata da Gamberini, Lino Salvini e da Licio Gelli, creato Maestro Venerabile della loggia Propaganda Se si legge senza preconcetti il Piano di Rinascita della P2 si deve constatare che esso mirava a consolidare la democrazia e a conciliare i cittadini.


Luca Bagatin: Quale futuro può avere, a suo giudizio, la Massoneria in Italia?

Aldo A. Mola: Per molti aspetti la vera vita della Massoneria in Italia può cominciare ora. Il nostro è un Paese di formazione recente ma ormai è abbastanza solido, Ha retto ai totalitarismi ideologici catto-comunisti e, recentemente, ai borbottii di partiti regionali che addebitano a complotti massonici internazionali la loro incapacità di proporre un discorso filosofico e civile da Terzo Millennio.

La Massoneria ha ottenuto ragione dalla Storia con il riconoscimento dell’Unità come valore da parte della Santa Sede. Perciò ora è libera da quel passato. A cospetto dell’eclissi di partiti e sindacati e mentre le istituzioni attendono interventi restaurativi urgenti, in presenza del tracollo delle Università (parlo delle Facoltà umanistiche), la Massoneria può essere laboratorio di pensiero libero. La maggiori Obbedienze dovrebbero però dare qualche segnale preliminare. Per esempio il riconoscimento della propria storia recente da parte del Grande Oriente (ma qualcuno vanta invece di aver azzerato tutti i grandi maestri da Gamberini a Salvini, da Battelli a Corona) e un incontro pubblico tra le Obbedienze.

Il peggior segnale è invece un’anacronistica adunata a Porta Pia come se a Roma vi fossero ancora Pio IX e il generale Kanzler. In questo modo ci si fa contare e si fa constatare che non si conta nulla. Ma, come dicevano i latini, ognuno è fabbro della propria sorte. Se vuol essere davvero scuola di libertà la Massoneria deve liberarsi dai fantasmi del passato, incluso quello dell’antimassonismo.


Luca Bagatin



15 marzo 2011

Italia Unita, Risorgimento, Laicità: rilanciamo la nostra identità e cultura



"....tutt'altra Italia io sognava nella mia vita, non questa, miserabile all'interno ed umiliata all'estero ed in preda alla parte peggiore della nazione. E non vorrei che il mio silenzio s'interpretasse siccome un affermazione dell'inqualificabile contegno degli uomini che "sgovernano" il nostro paese....."

Giuseppe Garibaldi Caprera, 24 Settembre 1880

L'Unità d'Italia fu conseguita per mezzo di tre importanti personaggi storici di matrice laica: Giuseppe Mazzini, la mente; Giuseppe Garibaldi, il combattente; Camillo Benso conte di Cavour, il politico.
L'Unità d'Italia vide, per la prima volta nella Storia, la collaborazione - spesso involontaria - di repubblicani e monarchici, di massoni e uomini di chiesa, di liberali, repubblicani e socialisti umanitari. La collaborazione di borghesi, nobili illuminati e persino operai scolarizzati.
L'Italia, si sa, è un Paese di fratricidi che ama più dividersi che unirsi. Sarà per questo che il Risorgimento e l'Unità d'Italia sono sempre stati così invisi tanto nella sinistra di matrice marxista (che non ha mai tollerato la cultura laica e liberaldemocratica), tanto nella destra fascista (che, dopo i Patti Lateranensi, non ha mai tollerato l'anticlericalismo e l'idea di Patria in senso mazziniano e garibaldino, ovvero come comunità di liberi ed eguali). Non ne parliamo poi del centro cattolico, che non ha mai tollerato l'affermazione dei principi massonici propugnati dal Risorgimento di Libertà, Eguaglianza e Fratellanza al di sopra di qualsiasi fede religiosa.
L'Italia fu unita, ma, dopo il fascismo, ci penserà la cultura clericale e comunista a disfare le conquiste dei Padri del Risorgimento. Pensiamo ad esempio all'inserimento - con l'Articolo 7 -  dei fascistissimi Patti Lateranensi nella Costituzione della Repubblica italiana.
Il divorzio, grande lotta emancipatoria dei partiti risorgimentali, sarà ottenuto in Italia negli anni '70 del '900, ma con grandissima fatica e per mezzo dei piccoli partiti laici: PR, PRI, PSI, PSDI E PLI.
Una volta spazzati via con la falsa rivoluzione di matrice clericofascista e cattocomunista di Tangentopoli, ecco spazzate via nuovamente le conquiste dei laici e dei risorgimentali (è a rischio la legge sull'aborto e, quella sul testamento biologico che si sta discutendo in questo periodo, è la più inumana possibile).
Ed ecco tornare al potere forze eversive, senza storia nè cultura: Pd, PdL, Lega Nord e tutti i loro alleati di ispirazione clericofascista e cattocomunista. I Ber-sani, Ber-lusconi, Ber-tinotti, venditori di fumo vendoliani eredi di Ber-linguer (quello che, dicevano, con il comunismo non c'entrava un fico, ma intanto i rubli da Mosca li prendeva), che ancor oggi vogliono darcela a bere.
Ed ecco - alla vigilia del 17 marzo finalmente proclamata Festa Nazionale - un Bersani che si mette a fare pastette con la Lega Nord per un federalismo pasticcione ed anti-Risorgimentale.
Massì, tanto il già comunista Massimo D'Alema definì in tempi non sospetti la Lega come una "costola della sinistra". Sinistra sì, ma di ispirazione marxista, antidemocratica, antioccidentale ed antirisorgimentale.
Eccoli ancora una volta riuniti, gli eredi del dossettismo capaci di venire a patti persino con i baluba del nord.
Lo spirito mazziniano, garibaldino e cavouriano, ad ogni modo, non credano costoro che sia morto: Insorgere e Risorgere era il motto degli Azionisti eredi di Mazzini e dei Rosselli.
Mandiamoli a casa una volta per sempre ! Siano essi al governo o all'opposizione.
Viva la Terza Italia e la Nuova Repubblica che sognò Randolfo Pacciardi !

Luca Bagatin



11 gennaio 2010

La fine di Bettino Craxi fu la fine della sinistra democratica in Italia


Bettino Craxi, un uomo, uno statista, ma prima di tutto un socialista anticomunista.
Con la fine di Bettino Craxi è finita, in Italia, la sinistra democratica.
A non essersene ancora accorti sono solo gli eredi del "compromesso storico", i nostalgici di un Partito (post)Comunista al Potere in un abbraccio fraterno con la Democrazia Cristiana: i sognatori di una società classista, tartassata e tartassona, salutista ad ogni costo, sindacatocratica ovvero che tutela solo ed esclusivamente statali, parastatali, amici degli amici dell'Arci o della Parrocchia.
Con la fine e la morte di Bettino Craxi è morto il mito del Socialismo al governo dell'Italia, dell'ottimismo della volontà per uscire dalla crisi, del Made in Italy, della democrazia governante, della Grande Riforma comprendente una magistratura finalmente spoliticizzata e più vicina ai cittadini.
Con la fine di Bettino Craxi è venuto finalmente a galla il marciume di una classe politica corrotta e corruttrice sin dalla sua nascita. E fu proprio Craxi a denunciarlo nel suo discorso alla Camera del 3 luglio 1992, in cui chiese a tutto il Parlamento di assumersi la responsabilità di dare una soluzione politica (e non manettara, come purtroppo avverrà) alla crisi della Prima Repubblica.
"Chi è senza peccato scagli la prima pietra". Il Parlamento, nel suo complesso, tacque.
Cinque partiti democratici di governo scomparvero sotto la mannaia di una "giustizia" veloce solo con taluni ed in taluni casi, ma lenta, inesorabilmente lenta, in talaltri. I più.
Finiranno in galera anche innocenti, ma, poco importa. La caccia al socialista ladro e mafioso era cominciata e così al repubblicano, al democristiano, al liberale ed al socialdemocratico.
Tutti "onesti" - invece - i comunisti, i missini, i leghisti..... Vero ?
E così sì è voluto far credere che dalle macerie della Prima Repubblica sarebbe nata una nuova Italia.
E così, con una nuova legge elettorale - maggioritaria e palesemente incostituzionale - ecco data la definitiva spallata a Craxi, ai laici, alla Dc che fu anche di De Gasperi, ovvero a tutti i partiti che gli italiani avevano votato per un cinquantennio.
Se non fu un golpe questo, diteci voi che cosa fu.
Ci penseranno purtuttavia ancora una volta gli elettori a votare contro i comunisti e i democristiani dossettiani: preferiranno loro Silvio Berlusconi, amico di Craxi ed anticomunista.
Imprenditore purtroppo troppo pieno di sé ed alquanto privo di cultura e stoffa politica, purtuttavia. Il quale - peraltro - inizialmente lodò l'azione di Di Pietro e prese le distanze dal buon Bettino..... Da bravo parvenu opportunista.
Ma questa è ormai Storia.
Una Storia che ha fatto sì che l'elettorato laico, socialista, repubblicano e liberale finisse nel serbatoio di un PdL che non rappresenta nulla - in sé - se non l'alternativa ad un carrozzone giustizialista, tartassone, moralista e conservatore.
Il problema è che la sinistra democratica - così come l'Italia la conobbe dalla fine dell'Ottocento agli anni '90 - quella socialista, repubblicana, radical-liberale, dei Mazzini, dei Garibaldi, degli Ernesto Nathan, dei Rosselli, scomparve proprio con la fine della Prima Repubblica. Simboleggiata dalla fine di Bettino Craxi, proprio colui il quale avrebbe voluto costruire una forte sinistra democratica e liberalsocialista in alternativa alla Democrazia Cristiana ed al Movimento Sociale Italiano.
Possiamo ringraziare di questo i vari D'Alema, Veltroni, Bersani, Bindi, Franceschini, Di Pietro. I moralisti senza vera morale che oggi non riescono nemmeno a raggiungere - tutti uniti - il 30% dei consensi.
Si sta discutendo in questi giorni della candidatura di Emma Bonino alla presidenza della Regione Lazio nelle liste del Pd.
Fa accapponare la pelle vedere una radicale, già sostenitrice del Psi di Craxi assieme a Marco Pannella al quale lo stesso Craxi avrebbe voluto affidare la guida del partito negli anni '90, candidata dai carnefici della sinistra democratica e dei partiti laici in Italia.
Smettiamo di stupirci, orsù.

Luca Bagatin



11 giugno 2009

Alcune riflessioni sul voto del 6-7 giugno


Ad alcuni giorni dal voto europeo, vorrei permettermi alcune sommesse riflessioni relative ai risultati.
Nulla di nuovo sul fronte italiano. Risultati più che prevedibili: salvo qualche percentuale in meno raccolta PdL e qualche percentuale in più andata al Pd, rispetto alle ipotesi iniziali.
Prigionieri entrambi, con l'attuale legge elettorale, dei più esagitati e populisti partiti italiani: Lega Nord ed Italia dei Valori, che aumentano i loro voti grazie ad un sapiente utilizzo dello slogan facile.
Il dato che risalta di più è invece l'astensionismo: con ogni probabilità dovuto ad una legge elettorale con sbarramento al 4 % che – come accade già da anni in alcuni Paesi europei – ha falcidiato milioni di voti sul nascere. E così milioni di elettori, temendo di non essere rappresentati, hanno preferito astenersi direttamente.
In effetti non sono poche le liste che non hanno raggiunto il 4 %, ma ad ogni modo hanno raggiunto un dignitosissimo 3 % o 2 %.
Comunisti a parte, che dimostrano di aver ormai perduto il loro zoccolo duro, pensiamo ai Radicali della lista Pannella-Bonino che addirittura hanno ottenuto un risultato percentualmente superiore, anche se di poco, alla Rosa nel Pugno (in cui si erano presentati in alleanza ai socialdemocratici di Boselli) ed alla precedente lista Bonino delle europee 2004.
L'unico dato confortante è forse la stabilità del governo Berlusconi, con un PdL che non sfonda, ma che raccoglie a pieno titolo l'eredità della Democrazia Cristiana. Lo stesso Pierferdinando Casini dovrebbe riflettere.
In casa Pd, diversamente, si straparla. Si dice che non è stata una sconfitta e verrebbe da chiedersi se ci credono davvero. Probabilmente no, ma ci si deve pur salvare la faccia in qualche modo.
Qualcuno addirittura dice che quel 26 % di oggi è al netto della presenza dei Radicali......dimenticando che i Radicali hanno sempre preso più voti o quando hanno corso da soli o quando erano alleati a Berlusconi. E dimenticando che, sempre i Radicali, quei nove posticini sicuri nel Pd se li sono dovuti sudare a suon di scioperi della fame.
Il Pd, dunque, se esisterà ancora, è destinato ad una lunghissima opposizione. Specie se, come ventilato, deciderà di imbarcare ancora una volta i comunisti: rossi o verdi che siano.
E così non rimane che attendere il referendum o, meglio, una nuova legge elettorale.
Una legge elettorale che, ci auguriamo, non sia “ad personam”: ovvero fatta su misura per i due calderoni più grossi.
Una legge autenticamente seria potrà essere unicamente: o puramente proporzionale o puramente maggioritaria.
La prima ipotesi è probabilmente al di là da venire. La seconda sarebbe quasi a portata di mano se passasse il SI' al referendum del 21 giugno.
Dico quasi perché il sistema delle preferenze bloccate rimarremme inalterato e non vi sarebbe alcuna introduzione di collegi uninominali.
Però sarebbe anche l'unico sistema per sbarrare la strada alla Lega Nord e per garantire al Paese un governo stabile, con in sella l'unico partito che oggi ha la possibilità di garantire riforme che altri nemmeno si sognerebbero: il PdL.
Non sarà il massimo, ma il male minore di sicuro.

Luca Bagatin


RISULTATI AMMINISTRATIVI PER IL PRI


En passant, vorrei segnalarvi i risultati definitivi del voto conseguito in Romagna dai candidati Repubblicani sostenuti da questo blog con l'iniziativa OGGI IN ROMAGNA, DOMANI IN ITALIA per un Partito Mazziniano del Terzo e Quarto Millennio.

A Cesena, l'amico Luigi Di Placido, candidato Sindaco Repubblicano sostenuto, oltre che dal PRI anche dalla Lega Nord e da Cesena Domani, ha ottenuto complessivamente il 14,8 % dei voti con un PRI al 5,4 %.

Il Repubblicano Moraldo Fantini, a Cervia (Ravenna), sostenuto dal PRI, dal PdL e dall'UDC, non ha battuto il candidato del centrosinistra (che ad ogni modo alle scorse comunali aveva preso quasi il 20 % in più rispetto ad oggi), ma ha comunque ottenuto un 33,2 % (3 % in più rispetto alla candidata di centrodestra alle precedenti elezioni comunali del 2004) con un PRI in ottima forma al 7,1 %.

Lauro Biondi a Forlì si è beccato un dignitoso 2,4 % (si noti che Biondi era in contrapposizione anche al candidato Sindaco del centrosinistra Roberto Balzani, presidente pro tempore dell'Associazione Mazziniana Italiana, che pur non ha al momento raggiunto il 50 % dei consensi).

Per finire segnalo il comunque dignitoso 2,8 % del candidato del PRI alla provincia di Forlì-Cesena Giovanni Lucchi.

Concludendo: non è e non sarà molto. Però si consideri l'alto astensionismo e la presenza di più liste di contendenti. Oltre che la pressoché mancanza di mezzi per comunicare i propri progetti politici. Se il PRI, a livello nazionale, riuscisse ad ottenere una media dei risultati ottenuti a livello amministrativo, ovvero un 3 - 4 %, come ai vecchi tempi, sarebbe davvero il top.

Or ora l'amico Carmine Pezzullo mi segnala che nel Collegio Frattamaggiore di Napoli il PRI, candidato Giuseppe Capasso, ha preso l'8,3 %.
Davvero qualcuno ha ancora il coraggio di darci per morti ?



20 dicembre 2008

"I profeti disarmati": l'ultimo saggio di Mirella Serri



Antifascisti contro “antifascisti”.
Liberali e democratici contro fascisti rossi o comunisti.
Profeti disarmati contro i “redenti”, ovvero i convertiti al sistema parlamentare democratico manovrati da Josef Stalin.
Questa la cosiddetta “guerra delle due sinistre” che la professoressa Mirella Serri ci racconta nel suo “I profeti disarmati” (edizioni “Il Corbaccio”).
Guerra culturale e politica “combattuta” - per così dire – fra il 1945 ed il 1948: da una parte il fronte liberale e democratico di Mario Pannunzio (ma anche di Gaetano Salvemini, Benedetto Croce, Ernesto Rossi, Luigi Einaudi) e del suo “Risorgimento Liberale”; dall'altra il fronte social-stalinian-comunista di Palmiro Togliatti e della sua “L'Unità”.
Una guerra senza esclusione di colpi che purtroppo ebbe i suoi morti in casa democratica e liberale  sin dai tempi della Guerra di Spagna: squadracce comuniste agli ordini di Stalin spedite a massacrare anarchici e repubblicani; squadracce comuniste nel primo dopoguerra in spedizione punitiva contro esponenti liberali, democristiani, qualunquisti, socialisti e rispettive sedi. Interi Comuni in mano al Partito Comunista (Caulonia fra questi, che venne chiamata "Repubblica Rossa") in preda all'espropriazione ed alle violenze contro chiunque non la pensasse come i “rossi” con falce e martello.
Violenze di cui è piena la nostra Storia, passati sotto silenzio e denunciati solamente dal piccolo quotidiano liberale di Mario Pannunzio testé citato.
Eventi minimizzati da “L'Unità” di allora, che chiamava i liberali con gli appellativi: “fascisti” e “uomini senza qualità”.
Mentre invece proprio quei liberali, fascisti non lo furono mai. Chi fu fascista furono invece numerosissimi esponenti del PCI di allora ed i nomi sono tutti riportati nel saggio di Mirella Serri con tanto di accurata documentazione.
Così come la professoressa Serri documenta il “caso Audisio”, ovvero il caso del famoso comandante partigiano comunista Walter Audisio e dei benefici che egli ottiene dal fascismo.
Un libro che restituisce dignità al liberalismo italiano ed alla sua stampa di cui Mario Pannunzio fu interprete prima con “Risorgimento Liberale” e poi, nel 1949, con “Il Mondo”. Ed egli fu anche espressione del “nuovo liberalismo”.
Proveniente dalla file del Partito Liberale Italiano, Pannunzio, ne esaltava le caratteristiche progressiste, in contrasto con i privilegi e gli interessi costituiti dell'alta finanza e dell'alta borghesia. Al punto che lo stesso Pannunzio coniò questa definizione: “Essere liberali significa essere socialisti in modo assai più avveduto e attuale di quel che credono gli epigoni di Marx”.
Ciò peraltro mi ricorda la definizione che mi diede Sergio Stanzani, già deputato Radicale e fra i fondatori del primo Partito Radicale, nel 1955, con Ernesto Rossi e Pannunzio stesso, quanto lo intervistai nell'ambito del VI Congresso di Radicali Italiani l'anno scorso a Padova, quando mi disse che i liberali sono gli unici socialisti possibili proprio in quanto le libertà sono alla base della società e dei suoi bisogni.
“Guerra delle due sinistre”, così la definizione di Mirella Serri.
Meglio forse sarebbe definirla “guerra fra liberali e conservatori”. Ovvero fra i sostenitori dello Stato laico e garante delle libertà individuali, civili ed economiche ed i sostenitori dello Stato etico, comunista, fascista o clericale che sia e che fosse.
Sarebbe ora di ricordare che quel Palmiro Togliatti presente purtroppo ancora nella toponomastica della nostra povera Italia, fu amico del dittatore Stalin e seguì sempre le sue direttive; votò in favore dell'articolo 7 della Costituzione assieme alla DC per l'inserimento dei fascisti Patti Lateranensi che sancirono la religione cattolica come la religione di Stato e fu fiero oppositore di tutti i laici, liberali e democratici presenti nella cultura e nell'arco parlamentare italiano.
La professoressa Mirella Serri ce lo ricorda egregiamente con questo illuminante saggio con tanto di foto in copertina di Luigi Einaudi, Ernesto Rossi, Mario Pannunzio e Gaetano Salvemini: i profeti disarmati le cui idee hanno trionfato in tutte le democrazie occidentali, salvo nella nostra.
Purtroppo.

Luca Bagatin 



15 novembre 2008

LA "NOSTRA" STORIA NON E' LA "LORO"



Il libro di Mirella Serri "I profeti disarmati: la guerra fra le due sinistre" edito dal Corbaccio, getta nuova luce sulla stagione politica antifascista dei laici italiani.
Laici italiani, ovvero degli "Amici del Mondo", tanto cari a Massimo Teodori che ne ha realizzato ben due splendidi volumi. Il primo, edito nel 1998 dalla Fondazione Liberal, è una raccolta di scritti dei liberali, socialisti e repubblicani italiani che combatterono con grande determinazione il comunismo in tutte le sue forme dittatoriali e conservatrici. Il secondo è recentissimo.
Con il suo "Storia dei laici nell'Italia clericale e comunista", Teodori racconta quella ricca stagione intellettuale che ha dato voce al Partito Liberale e a quello Repubblicano e che ha dato vita al primo partito dei diritti civili italiano: quello Radicale.
Con "I profeti disarmati", sul quale mi riprometto di tornare anche in un mio prossimo articolo sull'argimento, la professoressa Serri vuole ripercorrere lo scontro fra le due principali culture dell'antifascismo cosiddetto "di sinistra": quella liberale e quella comunista.
In generale il volume mi appare appassionante ed agile dal punto di vista stilistico, grafico ed editoriale.
Purtuttavia non condivido una certa impostazione, assai indulgente nei confronti dei comunisti italiani e del loro partito che per me e per la gran parte dei laici è e rimane un partito antidemocratico e conservatore.
"Ultraconservatore" lo definiva Mario Pannunzio - fra i protagonisti del volume - direttore e fondatore dei quotidiano "Risorgimento Liberale" prima e de "Il Mondo" dopo, nel 1947, espressione del liberalismo italiano.
E Mario Pannunzio, assieme a Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini ed altri, furono gli animatori proprio dell'antifascismo democratico italiano: anticomunista ed anticlericale proprio in quanto comunismo e clericalismo erano, sono e rimangono espressioni conservatrici ed assai poco inclini alla democrazia ed alla civlità occidentale.
Civilità occidentale che si fonda prima di tutto sul valore della laicità e quindi sul rispetto per le opinioni e le diversità altrui, quale arricchimento dell'intera società ed umanità.
Mirella Serri definisce il gruppo di Pannunzio i "liberal di sinistra", purtuttavia ritengo che tale definizione non sia propriamente corretta.
Non lo è in quanto "liberal" è un termine che deriva dalla cultura anglosassone ed in special modo da quella statunitense ed indica genericamente il "progressista" e spesso il "socialdemocratico".
Ora, Pannunzio, così come Einaudi, Croce, Rossi e tutti gli "Amici de Il Mondo", non erano affatto dei "socialdemocratici". Bensì dei liberali a pieno titolo.
Liberali politici che fondarono e fondano la loro cultura in John Loke ed il suo principio di resistenza ad un governo e ad uno Stato ingiusto. E che non hanno alcuna simpatia per lo Stato assistenziale e per quello Etico, ai quali si conrappongono proprio per riaffermare la libertà del singolo individuo. Libertà economica, sociale e civile.
Ecco perché il liberale non può definirsi "liberal" e tantomeno genericamente "di sinistra". Egli racchiude in sé infatti il liberismo economico ed il libertarismo civile e democratico.
Che poi i partiti laici e la cultura pannunziana e quindi quella de "Il Mondo" fosse una cultura progressista, questo è più che certo.
Una cultura che in Italia ha conosciuto un florido sviluppo nel Risorgimento cavouriano, ma certamente ed incontrastabilmente in quello di matrice repubblicana mazziniana e garibaldina.
Una cultura che ha dato determinanti contibuti durante la Guerra di Spagna contro il fascismo franchista grazie alle Brigate di Giustizia e Libertà dei fratelli Rosselli e a quelle Garibaldi guidate dal repubblicano Randolfo Pacciardi, audace partigiano antifascista ed anticomunista. Anticomunista proprio anche in quanto conobbe e vide i massacri compiuti dai comunisti nei confronti dei "compagni" anarchici, repubblicani e socialisti, voluti da Stalin, sanguinario dittatore al pari di Hitler.
Una cultura, quella laica liberaldemocratica e liberalsocialista, attivissima durante la Resistenza in Italia con il Partito d'Azione che ebbe fra le sue fila numerosissimi martiri, ma che purtroppo terminò troppo presto la sua azione politica, nel 1947, in quanto non riuscì a contenere al suo interno le varie tendenze e culture che andavano da quella liberale-crociana a quella socialista.
E così fu del tutto normale una rottura fra i liberali ed i comunisti all'interno della concentrazione delle forze antifasciste.
I liberali non perdonerammo mai ai comunisti talune compromissioni con il Regime fascista ed il rifiuto di ritirarsi sull'Aventino assieme alle altre forze antifasciste all'indomani del delitto Matteotti.
E poi non dimentichiamoci che i comunisti, a differenza degli antifascisti liberali e democratici, votarono compatti con la Democrazia Cristiana, nel 1946, per l'introduzione nella Costituzione Repubblicana del clericalissimo Articolo 7 che introduceva i Patti Lateranensi firmati da Mussolini con il Vaticano nell'ordinamento del nuovo Stato democratico italiano.
Due culture, insomma, quella liberale e comunista, del tutto contrapposte che nel libro vengono indicate come le "due sinistre".
Con la differenza, forse, che mentre i libeeraldemocratici e liberalsocialisti puntavano ad una vera aggregazione delle forze laiche capaci di contrastare il clericalismo ed il nuovo fascismo, i comunisti avevano nel loro DNA posizioni fasciste (non a caso Mussolini era un socialista massimalista) e conservatrici che per moltissimi versi permettevano loro di strizzare l'occhio alla Dc.
I laici italiani, pannunziani ed ernestorossiani (che furono poi espressione istituzionale del PLI, del PRI, del primo Partito Radicale e dei socialisti non marxisti), puntavano ad una Terza Forza liberale e riformatrice che amavano finanche definire "Partito della Democrazia".
I comunisti, diversamente, da una parte incameravano i rubli di Mosca e dall'altra aprivano alla grande industria ed alle banche diventando un partito profondamente borghese e conformista.
Permettetemi una riflessione conclusiva.
Oggi la cultura liberaldemocratica e liberalsocialista - dopo la falsa rivoluzione di Tangentopoli - è drammaticamente minoritaria e pressoché assente e ciò non è certo un bel segnale in un Paese come il nostro che purtroppo non ha ancora completamente consolidato la sua vocazione democratica.
Diversamente, la cultura comunista, oggi postcomunista, ha messo in piedi con gli ex democristiani un partito che si autoproclama "democratico". Ed è alleato ad un partito giustizialista ed antilaico.
La Storia si ripete. Il Pci che strizza l'occhio alla Dc e fa di tutto per ostacolare i laici.
Fintanto che non vi sarà anche nel nostro Paese un forte Partito Liberaldemocratico, laico e libertario come in tutta Europa, che sappia contrapporsi alla culture conservatrici di destra e sinistra, l'Italia non potrà essere, ovvero definirsi, un Paese autenticamente civile e progredito.
Mario Pannunzio ed i "pazzi malinconici" de "Il Mondo" l'avevano capito sin dagli anni '50 del secolo scorso.

Luca Bagatin (nella foto con Aldo Chiarle, partigiano socialista della Brigata Garibaldi, che mi ha insegnato che non si può essere veri antifascisti senza essere anche anticomunisti ed anticlericali)



7 luglio 2008

"Libro Aperto", Rivista di Cultura Liberaldemocratica



Ringrazio pubblicamente la Redazione della rivista di Cultura Liberaldemocratica "Libro Aperto" (www.liberoaperto.it) ed il suo direttore Antonio Patuelli, per avermi in questi giorni contattato ed inviato una copia saggio della loro pubblicazione trimestrale.
Ho così avuto la possibilità di scoprire questo raffinato prodotto editoriale fondato dallo storico Segretario del Partito Liberale Italiano, On. Giovanni Malagodi.
La mia non è una tradizione liberale e crociana, bensì mazziniana, repubblicana e liberalsocialista che culturalmente si rifà all'esperienza del Partito d'Azione e del primo Partito Radicale di Mario Pannunzio.
Purtuttavia riconosco alla tradizione Liberale, da Cavour ai giorni nostri, il grande merito di aver contribuito all'Unità d'Italia ed essere riuscita, nel corso dell'800 e del '900 ad arginare le derive clericali da Pio IX alla Democrazia Cristiana di Fanfani e Andreotti.
Riconosco così tanti meriti alla tradizione del piccolo Partito Liberale, che l'ho anche convintamente votato e sostenuto alle ultime elezioni politiche (non avendo trovato sulla scheda l'Edera repubblicana) e lo rifarei financo domani stesso.
La tradizione Liberaldemocratica nel nostro Paese è da sempre minoritaria (salvo negli anni '60, ai tempi del PLI al 7%), purtuttavia è l'unica tradizione antidogmatica e non ideologica presente nel panorama europeo ed occidentale.
Una tradizione interclassista (e che aborrisce da sempre l'assurda e violenta "lotta di classe") che coniuga libertà economiche a diritti individuali. Che pone l'individuo al di sopra dello Stato e che mira a valorizzarne la sua intrinseca potenzialità, identità e creatività.
E così, ecco che le nuove pubblicazioni di "Libero Aperto" ridanno lustro a questa cultura politica, permettendo così ai liberali, ai repubblicani ed ai liberalsocialisti vecchi e nuovi, di trovare un "luogo non-luogo" ove discutere ed approfondire tematiche altrimenti scarsamente trattate.
Così come avviene, in casa socialista, con l'ottima rivista "Critica Sociale" e con "Mondoperaio" che, anni fa, mi pubblicò anche un mio lungo articolo nel quale riprendevo in mano il sogno di Salvemini e di Pannunzio, ovvero la nascita di una Terza Forza Liberaldemocratica e Liberalsocialista, antagonista a questa sinistra a questa destra figlie dell'incultura massificante e massmediatica che mette assieme il tifo da stadio al sotterfugio.
Senza solide radici storiche e culturali non vi è alcun presente né tantomeno alcun futuro.
La Lega, il Pd, il Pdl, sono tutti contenitori destinati a scomparire o a modificarsi.
I Liberali, i Repubblicani ed i Liberalsocialisti sono invece ancora lì. Spesso ancora con il loro simbolo e la loro identità.
Un giornale, una rivista, una pubblicazione, sono le uniche risorse pragmatiche ed utili al fine di tenere legati i fili di una tradizione che affonda le radici nel Risorgimento, passando per l'antifascismo libertario ed anticomunista e proseguendo nell'europeismo e nell'occidentalismo atlantico, che hanno reso l'Italia un po' meno medievale.
Invito pertanto tutti i lettori ad abbonarsi a "Libro Aperto": 4 numeri all'anno più i supplementi (ottimi DVD sulla storia del Liberalismo e dei maggiori esponenti Liberali), nonché la possibilità di ricevere al costo di soli 10 euro quali rimborso spese, l'introvabile volume "I Liberali da Cavour a Malagodi" a cura dell'On. Patuelli.
L'abbonamento ordinario è di 32 euro annuali con diverse modalità di pagamento:

- sul c/c postale n. 62006366 intestato a FONDAZIONE LIBRO APERTO - Via Corrado Ricci, 29 - 48100 Ravenna

-
sul c/c bancario n. CC0780010704 intestato a FONDAZIONE LIBRO APERTO - Via Corrado Ricci, 29 - 48100 Ravenna presso l'Agenzia 1 della Cassa di Risparmio di Ravenna (codice IBAN IT70 Z062 7013 178C C078 0010 704)

- mediante assegno di c/c bancario intestato a FONDAZIONE LIBRO APERTO - Via Corrado Ricci, 29 - 48100 Ravenna

Un piccolo gesto che può riempire la vostra estate e la vostra mente, allontanandovi dalla banalità di certa "informazione".


Giovanni Malagodi e Ugo La Malfa, due grandi leader Liberaldemocratici italiani


Luca Bagatin


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini