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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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1 luglio 2015

"La gatta": fiaba junghiana alla ricerca della redenzione del femminile e del maschile

Il gatto è, da millenni, l'animale sacro per eccellenza.

Pensiamo infatti alla venerazione per i gatti nell'Antico Egitto la cui mitologia produsse la Dea gatta Bastet, che i Greci identificarono successivamente con la Dea Artemide.

Il gatto, oltre ad essere animale estremamente intelligente e socevole, si dice sia detentore di poteri misteriosofici, oltre ad essere animale dalle molteplici vite e dalla capacità di superare pressoché ogni tipo di avversità.

Al gatto, Marie-Louise Von Franz (1915 – 1998), psicanalista junghiana e stretta collaboratrice di Carl Gustav Jung (1875 - 1961), dedica una conferenza, contenuta in un bellissimo e agile volume dal significativo titolo: “La gatta”.

La dottoressa Von Franz si rifà all'omonima fiaba rumena, che racconta di un imperatore infelice in quanto non aveva alcuna discendenza, il quale costruisce una nave per la moglie, la quale le ha espresso il desiderio di uscire dal Palazzo. L'imperatore purtuttavia la ammonisce: “Se non tornerai incinta non potrai più stare con me !”.

L'imperatrice e le sue serve approdarono così, dopo alcuni giorni di navigazione burrascosa, ad un'isola ed è qui che lei decide di mangiare una bellissima mela d'oro. Rimanendo così incinta.

La Madre di Dio, purtuttavia, custode del melo, le lancia una maledizione affermando che sua figlia si sarebbe trasformata in una gatta al compimento del diciassettesimo anno d'età e così tutta la sua corte e che solo il figlio di un imperatore, mozzandole coda e testa, avrebbe potuto rompere l'incantesimo. E così accadde.

In un paese molto lontano, un altro imperatore, vedovo ed alcolizzato, inviava i suoi tre figli maschi alla ricerca di una particolare stoffa di lino, così sottile da poter passare per la cruna di un ago. Il primo di questi trovò solo un cagnolino; il secondo trovò un lembo di lino grezzo; mentre il terzo, il più giovane...dopo molte peripezie finì nel palazzo dei gatti ! Qui conobbe la principessa gatta e se ne innamorò.

E sarà proprio la principessa gatta a ricondurlo, molti anni dopo, dal padre che lo credeva morto, con quella particolare forma di lino sottile sottile...contenuta in un chicco di mais.

La gatta chiese poi al giovane principe di tagliarle prima la coda e poi la testa e fu così...che ella si trasformò in una bellissima fanciulla e i due poterono sposarsi. Se non che...il padre del giovane principe, il vecchio imperatore ubriacone, tentò di concupire la nuora, tentando di imprigionare il figlio.

Quest'ultimo radunò un enorme esercito e mosse guerra al padre, annientendo così l'esercito del vecchio imperatore. Questi finì così per chiedere perdono al figlio ed alla nuora, cedendo loro il suo impero.

La fiaba de “La gatta” è ricchissima di simbolismo, che la dottoressa Von Franz analizza con vastità di particolari. Simboli di natura archetipica, inconscia, esoterica, spirituale, alchemica.

Innanzitutto siamo in presenza di due imperi distinti: nel primo l'aspetto femminile è sterile, mentre nel secondo il femminile è scomparso.

Nel primo caso la donna/imperatrice necessita di uscire dal palazzo, nel quale si sente confinata, per recuperare il suo istinto creativo. Nel secondo caso l'uomo/imperatore è vedovo ed il suo stato di abbandono sfocia nell'alcoolismo.

La dottoressa Von Franz spiega come l'universo femminile sia più flessibile e soggettivo, mentre quello maschile sia più rigido. Purtuttavia entrambi si compensano e tale compensazione evita alle donne la formazione di sottili e subdole malignità, spesso fra loro, mentre agli uomini evita il sopravvento dell'aggressività e della brutalità.

Nel caso dell'imperatore che ha tre figli, il suo stato di alcoolismo è causato da uno stato di abbandono – in quanto vedovo – e quindi ciò lo porta a simulare una condizione “estatica”, simile all'”estasi religiosa” che egli tenta di ottenere attraverso l'assunzione di alcolici. E' chiaro che il suo è un problema legato all'Anima, al suo bisogno di spiritualità, che è ferita proprio dal suo stato di abbandono.

L'imperatore senza figli, viceversa, accondiscende al desiderio della moglie di uscire dal Palazzo e le costruisce una nave che, come sottolinea la dottorezza Von Franz, è, simbolicamente un contenitore femminile, associata peraltro alla luna e alle dee lunari. Egli non teme che possa accadere qualche cosa alla moglie, anzi, la spinge ad attraversare il mare, ovvero, simbolicamente, a compiere un cammino interiore e spirituale che la porterà così, ad essere fertile.

Sull'isola l'imperatrice trova un melo dalle mele d'oro e ne mangia una, ma non sa che esso è custodito dalla Vergine Maria che, peraltro, rappresenta originariamente la dea Iside, simbolo di fertilità, la figura più importante degli dei al punto da diffondersi, dall'Egitto sino in tutta Europa – nonostante le mistificazioni di matrice cattolica - il culto delle cosiddette “Madonne Nere” raffiguranti infatti Iside che tiene in braccio suo figlio Horus, identificato anche con il Cristo.

La dottoressa Von Franz rammenta che le donne in gravidanza hanno una grande vicinanza con il mondo della morte in quanto, mettendo al mondo una nuova vita, una parte di loro deve simbolicamente morire. E quindi sono anche legate molto di più all'inconscio ed al mondo dei sogni: sogni sull'origine dell'uomo e sul mistero degli spiriti che si sono reincarnati.

Nella nostra fiaba, nella fattispecie, la Vergine Maria maledice il bambino che deve neascere, ma...in realtà la maledizione è parte di un disegno più ampio, di redenzione del femminile e finanche del maschile, come vedremo poi.

La bambina che nascerà si trasformerà dunque in gatta, un animale che, come dicevamo, è da millenni ritenuto sacro e che nella mitologia ha sempre avuto aspetti benefici quale guaritore, servitore ed anche medium, ponte con il mondo dei morti.

Forse proprio per le sue qualità gnostico-esoterico-mitologiche la cultura cristiano-cattolica (che nulla ha a che vedere con gli insegnamenti del Cristo, che erano, appunto, di matrice gnostico-esoterica) ha successivamente fatto strage di gatti, attribuendo ad essi – in modo mistificatorio, sciocco e superstizioso – qualità malefiche e sataniche.

Si pensi invece che, anticamente, un gatto bianco posto ai piedi della croce, in Francia, rappresentava il Cristo stesso e per secoli è stato ritenuto animale caro alle streghe che sono tutt'altro che da considerarsi come degli esseri spregevoli, ma delle donne custodi dell'Anima. Spesso dell'Anima maschile.

Jung in particolare si chiese che cosa avesse a che fare la Vergine Maria con la persecuzione delle streghe e spiegò come, prima del culto della Vergine Maria, fosse diffuso l'amor cortese. Il cavaliere corteggiava la dama prescelta, vedendo il lei quella che Jung chiama la “donna-Anima”.

La Chiesa cattolica, purtuttavia, abolì ben presto l'amor cortese imponendo che gli uomini non potessero più scegliere la loro dama, ma dovessero combattere per conquistare il cuore di una donna a glorificazione della Vergine Maria. Fu allora che, secondo Jung, nacque la caccia alle streghe in nome della Vergine Maria.

Mentre l'amor cortese permetteva a uomini e donne di venire in contatto con la propria interiorità, con la propria Anima, con il culto della Vergine Maria il simbolo della “donna-Anima” venne sostituito da un simbolo collettivo del femminile imposto: quello della Madonna di matrice cattolica.

Le streghe, in questo senso, rappresentano l'elemento individuale delle donne, che permettono all'uomo, peraltro, di ricongiungersi con la sua Anima, spesso ferita. E con la caccia alle streghe l'Inquisizione cattolica iniziò, come già detto, a perseguitare anche i gatti.

Ennesima barbarie compiuta dalla Chiesa cattolica ai danni del patrimonio animistico, sacro, esoterico, spirituale ed interiore dell'umanità !

Tornando alla nostra fiaba, nel regno governato dall'imperatore ubriacone, questi vuole che i suoi figli recuperino della stoffa di lino sottilissima. Come spiega la dottoressa Von Franz, il lino era utilizzato per la veste di sacerdoti e stregoni ed ha una forte connessione con il femminile. Egli, dunque, come con l'uso dell'alcool, ricerca in qualche modo una connessione con il mondo spirituale e femminile – che nel suo regno è da considerarsi aspetto morto - e lo fa inviando i figli alla ricerca.

Solo il terzo figlio ne uscirà vincitore, dopo un percorso di patimenti e peripezie (l'eroe maschile nelle fiabe si trova sempre a soffrire, ovvero si trova ad assumere un'attitudine passiva e femminile) e vi riusicrà per mezzo della figura della gatta. Figura sacra e femminile per eccellenza. Sarà lei a guidarlo e a fornirgli il lino da consegnare al padre, novella dama dell'amor cortese e novella strega-donna-Anima.

Purtuttavia ora la donna-Anima, la gatta, per riscoprire il suo aspetto istintuale e dunque umano, necessita che l'eroe le tagli la coda e la testa. E così, pur con molte insistenze, ciò accade. E lei torna ad essere fancuilla e può sposare il suo principe: i due sono finalmente una cosa sola.

Purtuttavia devono ancora sfidare la concupiscenza del vecchio satiro, l'imperatore ubriacone che, non ancora ricongiuntosi con la sua Anima, con la sua parte femminile, rimane legato ai bassi istinti. E ne rimane sconfitto.

L'insegnamento racchiuso ne “La gatta”, presentata dalla dottoressa Marie-Louise Von Franz, è un percorso alchemico interiore. Un percorso di redenzione umana, maschile e femminile. Un percorso che – sulla base della mitologia, del simbolo e della spiritualità gnostica e pagana – va a toccare il rapporto di coppia, analizzandone la sua intima essenza e trovandone la chiave di lettura.

Un saggio che peraltro riscopre il valore sacro del gatto, della strega-donna-Anima, che è quanto di più prezioso il cuore di un uomo dovrebbe saper risconoscere e ricercare.


Luca Bagatin



13 agosto 2014

Debdeashakti intervista Luca Bagatin a proposito di "Ritratti di Donna" (Ipertesto Edizioni) - Seconda parte

In questa video-intervista parlo del rapporto fra donne e politica e fra politica, (anti)politica, cultura, (contro)cultura, potere e comunicazione, spiegando - fra le altre cose - l'idea di fondo del movimento-non-movimento "Amore e Libertà".
Parlo inoltre del rapporto fra donne, esoterismo e Massoneria.



Il video è stato filmato dal giornalista Gabriele Maestri e realizzato da Debdeashakti.
La seconda parte sarà online nei prossimi giorni

Per acquistare "Ritratti di Donna" clikka qui:
http://www.iperedizioni.it/dettaglio.aspx?l=253&h=1



15 aprile 2014

"Ritratti di Donna" di Luca Bagatin in questi giorni in libreria !

Ecco finalmente in anteprima la copertina di "Ritratti di Donna" (Ipertesto Edizioni), ovvero il mio ultimo nuovo saggio che raccoglie i ritratti di donne scrittrici, musiciste, studiose, attrici, modelle, artiste dell'eros da me intervistate in dieci anni di attività giornalistica, ovvero le interviste che ho realizzato a: Lucia “Rehab” Conti, Patrizia Tesselli, Ilona Staller, Ursula Davis, Valentina D'Agostino, Metis Di Meo, Damiana “Verdemare” Fiammenghi, Miss Lili Marlene, Francesca Veronica Sanzari, Crisula Stafida, Marta Pelizzi, Patricia Vezzuli, Debora De Angelis in arte Debdeashakti, Gabriella Bagnolesi, Francesca Vigni, Erica Melargo. In più il racconto della storia politica ed umana di Roberta Tatafiore, femminista-antifemminista per eccellenza.
"Ritratti di Donna" presenta inoltre una raccolta scelta di poesie dedicate alle donne che ho amato (e che amo ?) ed un'analisi relativa al saggio "Donne che corrono coi lupi", della dottoressa Clarissa Pinkola Estés, a proposito degli archetipi junghiani nelle fiabe e
nei miti riguardanti l'universo femminile.
"Ritratti di Donna" è impreziosito dai bellissimi occhi di copertina della modella Miss Lili Marlene, oltre che dall'interessante prefazione di Debdeashakti, artista dell'eros e personaggio destinato a sconvolgere il panorama (contro)culturale di questo Paese.

L. B.





Bagatin da sempre ama le donne, tanto più se selvagge,
ne percepisce in qualche modo la numinosità e probabilmente
guidato da un’intuizione tutta femminile si arrischia
a mettere in un unico libro donne artiste nel senso più classico
e culturalmente accettato del termine, assieme ad artiste
dell’eros e donne massone, custodi di un’antica o future
eredi di una nuova tradizione iniziatica.
Un uomo, un maschio logico e razionale, mai avrebbe
osato tanto. Ma forse, e glielo auguro di cuore, nel suo caso
la Grande Madre lo ha benedetto col dono di saper vedere
oltre le apparenze, i limiti e le categorie che così tanto imprigionano
la logica maschile in un universo sterile e astratto,
raziocinante e dogmatico.


estratto dalla prefazione di Debdeashakti



PER ORDINI IMMEDIATI DEL LIBRO:
www.iperedizioni.it



22 marzo 2014

"Ritratti di donna" (Ipertesto Edizioni) di Luca Bagatin: ad Aprile in libreria


Non si dovrebbero dare anticipazioni, ma, le anticipazioni, sono pur sempre meglio delle posticipazioni.

Le anticipazioni sono un po' come gli antipasti: rompono la fame. Rompono i tabù di coloro i quali sono a dieta e, a volte, rompono anche le scatole a coloro i quali si sentirebbero dunque in obbligo di risponderti: ma della tua anticipazione, francamente, chissenefrega !

Detto ciò desidero anticipare l'uscita del mio prossimo libro che, forse, sarà anche il mio ultimo (ma non avevo detto la stessa cosa anche di “Universo Massonico”, ovvero il mio primo libro ?).

Il mio prossimo, ultimo e definitivo libro si chiamerà RITRATTI DI DONNA, uscirà presumibilmente in libreria a metà Aprile e sarà un potpourri di interviste, poesia, ballate e riflessioni attorno all'universo femminile.

Universo femminile che, spesso, mi ha riguardato personalmente.

Non ho mai realizzato interviste a persone che non fossero anche mie amiche, ovvero ho sempre realizzato interviste a persone che, di volta in volta, desideravo promuovere, far conoscere, lanciare e rilanciare. Più spesso ho amato intervistare donne. Donne che amavo ed amo, artisticamente in particolare e qualcuna che, forse, avrei anche desiderato sposare. Alcuni nomi ? Lucia “Rehab” Conti, Patrizia Tesselli, Ilona Staller, Ursula Davis, Valentina D'Agostino, Metis Di Meo, Damiana “Verdemare” Fiammenghi, Miss Lili Marlene, Francesca Veronica Sanzari, Crisula Stafida, Marta Pelizzi, Patricia Vezzuli, Debora De Angelis in arte Debdeashakti, Gabriella Bagnolesi, Francesca Vigni, Erica Melargo.

Donne diverse fra loro, ma accomunate dal fatto che avevano ed hanno tutte qualche cosa da esprimere attraverso la propria storia, la propria professione, la propria arte. Parlo di attrici, scrittrici, studiose, modelle, artiste, musiciste, militanti.

Una di queste è Roberta Tatafiore. L'unica donna di RITRATTI DI DONNA che non ho potuto intervistare, in quanto suicidatasi nel 2009. Una donna la cui storia politica, culturale e umana è simile alla mia e che ho voluto raccontare attraverso le pagine del suo diario e del suo percorso politico, che, pur non essendoci mai conosciuti personalmente, si è incrociato con il mio (la militanza a sinistra, successivamente l'approdo al movimento antiproibizionista, la collaborazione al Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, ai radicali, al Polo Laico e, infine, la disullusione nei confronti dei partiti ovvero la riscoperta delle nostre radici anarco-libertarie).

RITRATTI DI DONNA, che sarà edito dalla casa editrice veronese Ipertesto Edizioni (www.iperedizioni.it), con prefazione dell'amica Debdeashakti – nota artista dell'eros e dalle profonde conoscenze esoteriche e spirituali - raccoglie dieci anni di interviste a donne, ma anche oltre dieci anni di amore per le donne e per alcune mie muse in particolare e di cui scrivo attraverso poesie e ballate, che a loro ho dedicato negli anni.

Il libro si concluderà con un saggio-riflessione relativo a “Donne che corrono coi lupi”, il libro della dottoressa Clarissa Pinkola Estés e che mi fu consigliato da Ale, la donna alla quale RITRATTI DI DONNA è di fatto dedicato. Un saggio-riflessione, appunto, ovvero un articolo che non mancherà di stupire il lettore, credo. Lettore femminile o maschile che sia. In particolare il ricercatore spirituale e dell'inconscio. Collettivo ed individuale.


Luca Bagatin (nella foto con Ilona Staller e Ursula Davis)



13 settembre 2013

Il mito della Donna Selvaggia e gli archetipi junghiani attraverso fiabe e miti




Clarissa Pinkola Estés si definisce una "curandera" e una "cantadora" e, in effetti, è entrambe le cose.

E' una guaritrice in quanto psicanalista junghiana ed una cantastorie, nel senso che, attraverso le favole, le fiabe ed i miti, ne disvela gli archetipi e li mette a conoscenza dei suoi pazienti. Li cura, attraverso l'antica sapienza che si tramanda di generazione in generazione.
Favole come "Barbablù", "Scarpette Rosse", "Baba Jaga", “Il Brutto Anatroccolo” e molte altre della tradizione occidentale, orientale, africana, indiana.
Storie che si ripetono, nelle loro varie e millenarie versioni e che racchiudono i profondi significati della psiche. Significati archetipi, come amava dire Carl Gustav Jung, il quale seppe unificare la Tradizione spirituale alla psicanalisi e fare della prima lo strumento per eccellenza per comprendere e dare ragione della seconda.

Clarissa Pinkola Estés, con "Donne che corrono coi lupi", il suo primo libro pubblicato una ventina di anni fa e ripubblicato negli anni a venire, ha saputo fornire alle donne ed alla loro psiche quegli stumenti necessari per farle tornare agli istinti primordiali. Al mito della "Donna Selvaggia", scevra dai condizionamenti culturali delle società patriarcali, della modernità priva di spiritualità e d'anima. A quel mito che permette alla donna di riscoprire il proprio intiuto, di allontanarsi d'ogni tipo di ingenuità e riscoprire il piacere della rinascita.

Ma che cos'è la Donna Selvaggia ? E' la patrona degli artisti, dei pittori, degli scrittori, dei ballerini. E' l'intuito femminile, è Vita/Morte/Vita dell'anima e della psiche. E' ciò che sussurra nei sogni notturni delle donne, ovvero la voce interiore che giuda le donne dall'oscurità alla luce, dalla morte all'immortalità spirituale e mentale.
E le storie, le fiabe, i miti, sono lo strumento che permette alla terapeuta di far entrare la donna/paziente in comunicazione con la Donna Selvaggia, ovvero con la sua psiche più profonda.
Come spiega la dottoressa Pinkola Estés, le storie sono state - nei secoli - purgate da tutto ciò che fu ritenuto scandaloso dalla cultura dominante, ovvero ogni riferimento al sessuale, allo scatologico, alle culture precristiane e gnostiche, ai riferimenti alle dee ed al cosiddetto Femminino Sacro.
All'interno delle storie ci sono, invece, gli ingredienti per il risveglio dell'anima, ovvero tutto ciò che la cultura patriarcale e le Religioni Monoteiste Istituzionalizzate hanno voluto distruggere, al fine di poter soggiogare le donne ed il loro potenziale divino, spirituale e psichico.

Ecco dunque che "Donne che corrono coi lupi" ci presentano personalità predatrici come "Barbablù", che soggiogano la donna dalla psiche ingenua e metaforicamente "addormentata". Ma ecco che, nella storia di "Vassilissa la Saggia" ci sono gli strumenti per affrontare il "predatore", per uscire dal buio della foresta ed annientare i perigli e le difficoltà che si presentano lungo il cammino della vita.

Secondo la dottoressa Estés è necessario, prima di tutto, rimanere legate ai propri istinti, al proprio intuito, ovvero all'anima del femminino che, per sua natura, è selvaggia. Libera dai condizionamenti. Perché l'anima della Donna Selvaggia è primitiva e creativa.

Il saggio psicologico della dottoressa Estés è di fondamentale utilità anche per noi uomini. Non solo perché taluni aspetti in esso raccontati sono riscontrabilissimi anche nella vita maschile, ma anche in quanto utili a comprendere l'animo femminile, istintuale. In questo senso la storia della "Donna Scheletro" è illuminante.

E' la storia di un cacciatore che pescò lo scheletro di una donna che il padre, tempo prima, aveva gettato nel mare, avendone disapprovato i comportamenti.
Il pescatore, inizialmente, fu terrorizzato dallo scheletro della donna, ma, con il tempo, imparò ad amarlo ed ebbe compassione per esso. Egli pianse nel sonno e le sue lacrime riportarono alla vita la donna, con la quale visse poi in eterno.
Questa storia insegna che per amare è necessario essere forti e saggi e, dunque, comprendere la relazione fra Vita/Morte/Vita, in quanto l'amore è un susseguirsi di morte e rinascita. Muore la passione e rinasce. E così il dolore. Amare significa, dunque, sopportare - all'interno della relazione - molte fini e molti inizi. Aspetti che, peraltro, nelle confraternite iniziatiche quali la Massoneria, sono ben conosciuti. Il profano muore e rinasce come Iniziato.
Figura primordiale - raccontata nel saggio della dottoressa Estés - è quella dell'"esiliato", incarnato da storie come "Il Brutto Anatroccolo", il quale ha il cuore spezzato in quanto rifiutato da tutti, persino dalla sua famiglia, poiché ritenuto "inadeguato" a quello che possiamo definire "ambiente che lo circonda". Un ambiente che, in realtà, lo soffoca e non gli permette di essere ciò che veramente egli è, ovvero di manifestare la sua vera natura di...cigno !
La diversità - è provato nei secoli - è infatti indice di originalità e di creatività utile all'umanità. Ed è, ancora una volta, indice di "natura primordiale", ovvero "selvaggia", contrapposta al conformismo che vorrebbe renderci tutti quanti livellati e quindi innaturali, “grezzi”.
Aspetto che la donna, ma anche l'uomo, devono tenere in fondamentale conto è l'evitare di essere sottoposti a ripetute violenze, sia psicologiche che fisiche. Alla violenza, infatti, alla lunga ci si abitua al punto da desiderarla anche se ci è restituita la libertà. E ciò ci conduce inevitabilmente alla schiavitù, ovvero ad essere schiavi di "predatori" senza scrupoli.
Possibile via di salvezza è la creatività, il sapersi ritagliare un proprio spazio al fine di poter dipingere, leggere, scrivere, dedicare del tempo all'arte e a ciò che a ciscuno di noi più piace fare. Mai trovare la scusante di non avere tempo o di dedicare il proprio tempo a cose che si preferirebbe non fare per un eccesso di "responsabilità" o di "rispettabilità". Occorre, dunque, imparare a proteggere il proprio tempo e liberarsi da ogni complesso negativo e da ogni imposizione culturale, che, nei fatti, impedisce alla natura selvaggia ed istintuale di essere liberata.
E, nel mito, la natura istintuale e selvaggia delle donne è rappresentata da Baubo, la dea greca dell'oscenità e della sessualità sacra. Una dea senza testa, i cui occhi sono i capezzoli e la cui bocca è una vagina, la quale aveva il particolarissimo compito di raccontare storie oscene e piccanti, al fine di far sorridere Demetra e quindi trarla in salvo dalla depressione per la perdita della figlia, fornendole l'energia necessaria per riprenderne le ricerche.
Ecco che Baubo rappresenta l'energia sessuale, una vera medicina per lo spirito e pertanto, sin dalle più antiche Tradizioni, ritenuta sacra e paragonata all'umorismo, al sorriso che allevia ogni tristezza e collera.
Non a caso Jung riteneva che, chiunque avesse un problema di natura sessuale, in realtà, celasse un problema connesso allo spirito e all'anima; mentre chiunque affermasse di avere un problema spirituale, in realtà, nascondesse un problema di natura sessuale.
"Donne che corrono coi lupi", attraverso il mito e la psicologia junghiana, insegna anche a controllare la collera, la quale è l'esatto opposto della natura selvaggia. Per poter controllare la collera, la dottoressa Estés consiglia quattro "fasi del perdono": 1) prendere le distanze dalla persona o dall'evento che ci ha fatto andare in collera; 2) astenersi dal mugugnare o dal cercare ostilità; 3) dimenticare ed allentare la presa dall'evento traumatico; 4) perdonare e quindi smettere di provare risentimento.
Fasi non semplici o immediate, ma di sicuro giovamento per l'anima e la psiche. Fasi che ci aiuteranno a far rimarginare le innumerevoli cicatrici che cospargono la nostra "carne", la nostra anima ferita. Fasi che possono anche essere portatrici di lacrime, ma sono e saranno proprio le lacrime le dolci compagne che condurranno l'anima alla guarigione. Perché le lacrime, il pianto, ci rendono consapevoli, vigili e ci tengono lontani dai "predatori", come nella fiaba della "Fanciulla senza mani", la quale, piangendo per la perdita delle proprie mani, riesce a tenere lontano il Diavolo-predatore.
Ecco dunque, alla conclusione del saggio di Clarissa Pinkola Estés, comprendere come la fiaba, la favola, il mito, l'archetipo e l'allegoria siano delle vere e proprie medicine per la psiche e lo spirito istintuale. Delle donne, ma non solo.
In Massoneria e nelle confraternite iniziatiche, come già detto, sono aspetti che ben conosciamo in quanto gli stessi rituali massonici si fondano su miti ed allegorie. La stessa leggenda di Hiram, l'architetto costruttore del Tempio di Re Salomone, è una fiaba archetipica che, fra le altre cose, insegna al postulante come far morire la propria natura profana - condizionata dalla cultura dominante - e rinascere a nuova vita, una vita iniziatica, istintuale, selvaggia se vogliamo, ovvero spirituale, alla ricerca del proprio Io-Dio interiore nel senso gnostico e junghiano del termine.
Il mito della Donna Selvaggia e dell'Io Istintuale sono dunque miti arcaici che accompagnano l'umanità inconsapevole nel suo cammino di purificazione mentale e psichica. Se solo sapremo, vorremo e cercheremo di imparare di più dall'antica saggezza e dall'antica Tradizione dei Popoli della terra che, di generazione in generazione, di secolo in secolo, ci è stata trasmessa ed è lì, pronta per essere assaporata, appresa, interiorizzata, al fine di risvegliare la nostra anima e condurla verso la Luce.

Luca Bagatin



7 settembre 2013

"La mia vita è un Caos Calmo: Alla ricerca della Donna Ideale (ovvero inesistente)". Monologo by Baglu

Ci sarebbe molto da riflettere sul perché ed il percome molte persone, anzi, quasi tutte le persone e a volte senza il quasi, si facciano sentire solo ed unicamente quando ne hanno necessità.

Vogliono interviste, vogliono che li incontri, necessitano di qualche aiuto o di qualche spintarella, magari anche che gli si lecchi il culo. Per lo stretto necessario. Poi più nulla.

Questa mattina mi trovavo nel giardino dietro casa e stavo leggendo un libro sulla psicologia femminile che mi è stato suggerito da A.

Respiravo l'aria di fine estate ed osservavo il luogo in cui, quando avevo sei e sette anni giocavo a "campana", con un caro amico d'infanzia con cui sono ancora in contatto e con cui ancora esco a bere o mangiare una pizza. Un po' mi sono commosso e, per un istante, ho persino pensato che a sei o sette anni è impossibile pensare alla morte. Anche se io ci pensavo, ma, allora, come ad una cosa da rifuggire.

Pensavo che i morti fossero costretti ad essere chiusi in strette ed anguste bare da cui non sarebbero più potuti uscire per l'eternità.

Allora, quindi, avevo paura di morire e quell'amico d'infanzia mi ripeteva: "Ma tanto noi abbiamo ancora molti anni da vivere".

Oggi mi sento sprecato.

Sarò presuntuoso, ma mi sento francamente sprecato in questo mondo di clown, pazzi, stronzi, papponi, troie da sbarco, rompicoglioni, gradassi, mezzecalze, ricconi venuti sù dal niente (e che niente continueranno ad essere, ma nella totale inconsapevolezza dei più), fedifraghi o fedifraghe, banderuole.

E' vero, quando una donna mi ferisce sto molto male. E il mondo sembra crollarmi addosso. Non so spiegarne il motivo, ma penso sia dovuto a questa mia particolare sensibilità per il fascino femminile, che trovo in realtà solo di rado e in pochissime donne.

Quando questa o queste mi feriscono è come se mi crollasse un'ideale. E' come, credo, quando cadde il Muro di Berlino ed i comunisti duri e puri non seppero capacitarsene.

In realtà penso di essere sempre stato comunista, anche se non l'ho mai voluto ammettere del tutto. L'idea di un mondo perfetto mi ha sempre piacevolmente accarezzato, sarà perché rassicurante, sarà perché è un'idea grandiosa che, crescendo, approfondendo, studiando e sperimentando, comprendi essere assurda, effimera.

E' come l'idea di vivere per sempre con una donna che ti comprenda e che ti ami. E' un'idea e le idee sono bellissime.

Ma effimere.

Non ho più molta voglia di far parte di questo "grande circo". Mi diverte, a volte, ma è una gran perdita di tempo e, talvolta, anche di dignità. 

Mediare, sorridere, dire di sì, non sono cose che hanno mai fatto per me.

Allora tanto vale ritirarsi. Per un po', anche se preferirei farlo per sempre. Ma è ancora prematuro.

In realtà so che mi stancherei presto del "ritirarmi per un certo periodo di tempo". Sarebbe come decidere, di fronte ad un cabaret di pasticcini, di mangiarne solo uno. E chi resisterebbe ? Qualcuno - più parco e moderato del sottoscritto - resisterebbe e saprebbe resistere. Ma non il sottoscritto, preso dalle passioni, dalle pulsioni, da tutta roba che non interessa a questo mondo fatto di cretini che non sanno di esserlo (è questo il grave, perché chi scrive sa di esserlo, altrimenti sarebbe già uscito di scena da quel dì !).

Un giorno ci si renderà conto di quanto siamo/siete ridicoli nel nostro/vostro apparire. Nei socialnetwork, nei media, nei blog, in televisione.

C'è chi, purtuttavia, ha fatto di questo un modo per prendere in giro la baracca.

Ed è anche stato preso sul serio.




26 agosto 2013

"La mia vita è un Caos Calmo: Alla ricerca della Donna Selvaggia". Monologo by Baglu

Lo so, forse a Lei non dovrei più pensare.

Dovrei capire più cose sulla "Donna Selvaggia" e sul perché le donne ingenue preferiscono l'uomo predatore.

Io predatore non lo sono mai stato, così come non sono mai stato preda. Sentimentalmente parlando almeno.

Degli eventi forse sì ed anche delle eventualità. 

Eventualmente pensavo che...no, non pensavo. O, meglio, ho pensato di aprirmi a nuove possibilità, per poi subito, scoraggiato dagli eventi, richiudermi alle medesime.

Pensieri e parole. Da scrivere e da meditare.

Le donne della mia vita mi dicono che sono "esagerato". Una sola o forse due, mi ha definito "appassionato".

Appassionato mi piace. Esagerato no, anche perché dà quella connotazione negativa che limita. O, meglio, che delimita.

Non capisco perché questa necessità di molte donne di "delimitare". Parlo ovviamente dei miei rapporti con alcune di loro.

Oh, beh, ma la mia è pura curiosità sociologica. Non mi lascio più trascinare dalle correnti da almeno...forse tre anni ?

Da due anni sono seduto su questa panchina. Non aspetto. Osservo.

Talvolta prendo appunti, raccolgo materiale, semmai la cosa fosse utile a me e/o a qualcun altro.

Mi pongo molte domande, ma non saprei rispondere a nessuna. Eppure sono così bravo nel dare consigli agli altri ed a risolvere i loro problemi. Forse perché quelli altrui sono più semplici. Ma non tutti lo sono ed allora mi chiedo perché...perché c'è chi si rifiuta di aprire il suo cuore a me, che tanto vorrei accoglierlo ?

Non credo riuscirò più ad innamorarmi. Dico per davvero. Per finta è più facile. Innamorarsi per finta è forse la cosa che accade nella maggior parte dei rapporti. Rapporti fatti di "prede" e "predatori", in una spirale senza fine della quale non mi è mai piaciuto far parte.

Non credo né alla capacità di essere predatori né a quella di essere prede. Credo alla spontaneità appassionata dei rapporti e dei nonrapporti. Anche sessuali.

Credo all'assurdità degli stessi ed agli approcci lontani, preduti. A quelli che non ti aspetti.

Perché, allorquando aspetti qualche cosa, ecco che allora le aspettative sono disattese. Personalmente ho aspettato o, meglio, mi sono aspettato molte cose dalla e nella vita. Non ho mai ottenuto nulla, però mi sono sempre inventato tutto. E, almeno un po', ho fatto sorridere, talvolta, forse, sognare.

Ma se la vita dev'essere come un lavorìo continuo di invenzioni, di scorribande, di illusioni, di di di...di altro, allora si giunge ad un punto in cui ci si chiede: perché ? O, meglio, per chi ?

Per Lei.

Ormai senza nome, senza volto, senza.

Ma al profumo di lavanda.


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini