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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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4 novembre 2014

Il suicidio assistito di Brittany Maynard: una storia di amore e libertà

Brittany ha deciso di morire.

Ha deciso di farlo perché sapeva che sarebbe morta comunque, fra indicibili sofferenze.

Ma Brittany Maynard amava la vita. E la rispettava al punto dal voler morire con dignità.

A Brittany era stato diagnosticato un tumore incurabile al cervello e da tempo sopportava il peso degli effetti collaterali dei farmaci che le erano somministrati.

E' così che ha preso la decisione di salutare tutti i suoi cari e di realizzare, alcuni giorni prima della sua scelta, un video su Youtube – visitato da oltre dieci milioni di persone – per raccontare la sua storia e la sua decisione di morire, aiutata dall'associazione “Compassion & Choices” che si occupa - nello Stato americano dell'Oregon - di accompagnare le persone che chiedono volontariamente di togliersi la vita.

E' così che, il primo novembre, nella sua casa, dopo aver salutato tutti i suoi cari, ha ingerito i farmaci letali che l'hanno condotta alla morte.

Queste le sue ultime, toccanti parole su Facebook: “Addio a tutti i miei cari amici e alla mia famiglia, che amo. Oggi è il giorno che ho scelto per morire con dignità, davanti alla mia malattia terminale, questo terribile cancro che ha portato via così tanto da me, ma che avrebbe preso ancora di più. Il mondo è un bel posto, il viaggio è stato il mio maestro più grande, i miei amici più stretti e miei parenti sono le persone più generose e altruiste. Ho anche un cerchio di supporto intorno al mio letto, mentre scrivo... Addio mondo. Spargete buona energia. Siate generosi, pagate in anticipo per restituire ad altri il bene che ricevete”.

E queste le commoventi ed al contempo incoraggianti parole che Brittany ha scritto sul suo blog: “Sono le persone che si fermano ad apprezzare la vita e che rendono grazie, quelle più felici. Se noi cambiamo le nostre menti, cambiamo il nostro mondo. Pace e amore a voi tutti”.

La scelta consapevole di Brittany riapre e riaprirà certamente il dibattito sull'eutanasia e magari anche sul suicidio assistito. Ad ogni modo ci chiediamo perché ancora vi siano dibattiti nell'ambito di personalissime scelte individuali. Scelte dolorose, come dolorose spesso sono le scelte che la vita ci pone di fronte. Scelte che non andrebbero nemmeno, quindi, dibattute. Ma semplicemente rispettate ed accettate.

Ancora una volta pensiamo alle parole dell'attivista per i diritti civili Roberta Tatafiore, scritte nel suo diario, prima di suicidarsi: "A chi appartiene la vita ? Alla società ? A Dio ? A noi stessi ? Credo che la vita appartenga ad ogni individuo libero di affidarla a chi vuole in base a ciò che gli suggerisce la coscienza" .

La vita di Brittany Maynard apparteneva a lei ed a lei soltanto. Ed il suo esempio dovrebbe essere compreso da quelle Istituzioni – a livello internazionale - ancora insensibili di fronte alla sofferenza umana ed a quelle toccanti e personali scelte individuali che, come tali, meritano il più sacro ed umano rispetto. Oltre che il più sacro ed umano amore possibile.


Luca Bagatin




17 marzo 2014

Sull'eutanasia ed il suicidio assistito. Tolleranza al di là delle leggi

Sa femina accabadora era, nei tempi arcaici, in Sardegna, una figura femminile avvolta in uno scialle nero, chiamata dai parenti al capezzale del congiunto sofferente che stava per spirare. L'accabadora portava con sé un martello di legno, un matzolu, come si dice in gergo sardo, che, una volta al capezzale del morente, dopo averlo accarezzato, gli assestava un colpo secco alla nuca. Tutto, nei tempi antichi, accadeva nel più assoluto riserbo, nella più assoluto rispetto della vita e dunque della morte. Nella più assoluta compassione per il sofferente.

Sa femina accabadora, oggi, nei tempi ormai postmoderni, non esiste più. E, se esistesse, sarebbe perseguita per e dalla legge, mentre, nella Sardegna che fu, era tollerata sia dalle istituzioni statali che religiose. Ne comprendevano entrambe, infatti, il ruolo sociale ed umano, tramandato nei secoli.

Oggi sento Angelino Alfano, Ministro dell'Interno e leader del Nuovo Centrodestra affermare, testualmente che: “la persona viene prima dello Stato, non può essere il Parlamento a dare e a togliere la vita”.

Messa così la frase sono d'accordo con lui ed aggiungo, come soleva sempre dire Roberta Tatafiore - pasionaria dei diritti delle donne, scrittrice, militante impenitente che per lungo tempo si occupò di legalizzazione della prostituzione, di storia della pornografia e, negli ultimi anni, di eutanasia e di suicidio assistito (al punto che decise di uccidersi, consapevolmente, nell'aprile del 2009) - ritengo che, ove avanza la legge, si riducano le libertà degli individui.

Per cui è vero: non può essere il Parlamento, la legge, a decidere se una persona deve vivere o morire.

La vita – cito ancora Roberta Tatafiore – appartiene a ogni individuo libero di affidarla a chi vuole, in base a ciò che gli suggerisce la coscienza.

In questo senso, la civilissima Svizzera ha stabilito, già dal 1940, che può essere punita l'istigazione al suicidio solo se essa avviene “per motivi egoistici”. In tal senso, interpretando dunque la norma “al contrario”, sono tollerate associazioni come Dignitas ed Exit che accompagnano la persona che decide di farsi praticare il suicidio, alla morte. La accompagnano, esattamente come faceva sa femina accabadora, solamente con metodi più civili e moderni: una puntura, una pillola, in modo che l'individuo non senta alcun dolore, non provi alcuna sofferenza.

Ora, io non so che cosa davvero Angelino Alfano volesse affermare, ma, stando alla sostanza delle sue parole, la tollerenza relativamente all'esistenza di strutture private in grado di accompagnare la persona che, per qualsivoglia motivo, decida di morire, è l'unica strada davvero civile e praticabile. Lo Stato e la politica ne rimangano fuori, perché, ogni qual volta hanno tentato di legiferare (vedi il famigerato testamento biologico), hanno semplicemente ridotto le libertà degli individui.

Sarebbe ora di tornare a parlare, dunque, relativamente a tali tematiche, senza preclusioni ideologiche. Imparando a tollerare, a comprendere, ad amare davvero la coscienza di ciascuno, senza condannare nessuno ad un'incivile sofferenza fisica, morale, psichica, umana.


Luca Bagatin



1 aprile 2013

L'arte erotica ed immortale si contrappone alla sclerosi geronto-misogino-impolitica

Ad un Luciano Violante - già ingiusto accusatore di golpismo dei partigiani Edgardo Sogno e Randolfo Pacciardi - e ad un Gaetano Quagliariello, già ingiusto accusatore di Beppino Englaro relativamente alla vicenda della povera Eluana (corpo fatto esporre mediaticamente dal Potere partitocratico, bigotto e corruttore), ovvero ai pseudo-saggi voluti dal Presidente Napolitano, già sdoganatore dell'URSS che represse la legittima Rivoluzione d'Ungheria del '56, contrapponiamo l'erotismo genuino e liberatorio di Helmut Newton.
L'arte erotica ed immortale contrapposta al decadimento impolitico della classe cattocomunclericalfascista dell'Italia sorretta da un grillismo modaiolo e senza prospettive.



18 gennaio 2013

"Aforismi bagatiniani" by Luca Bagatin

La passione - figlia dell'infatuazione - è una malattia effimera, che passa presto e vola via, come un raffreddore.
L'innamoramento sgorga dal profondo, ti sconvolge e spesso travolge. E' una malattia che non ti lascerà mai e, che tu lo voglia o meno, ti condannerà a sperimentarlo ogni giorno di più.
In tanti anni non ho mai cambiato cultura politica. Ho, semmai, cambiato partito. E ciò perché i partiti passano e si modificano, mentre la cultura rimane eterna.
Quando hanno necessità di te, tutti ti cercano. Quando tu necessiti di loro, tutti fuggono. E' facile comprendere perché nel mio vocabolario il termine "amicizia" sia così raro.
In quindici anni di attività politica ho sempre sentito parlare di "sacrifici nel doversi candidarsi", nello "scendere in campo", del "voler fare politica" per spirito di servizio nei confronti del Paese.
Purtroppo non ho mai sentito il contrario. Sarebbe stato l'unico vero servizio utile al Paese.
E' chiaro che ciascuno può esprimere la sua opinione. Ma è altrettanto chiaro che un'opinione non può essere - politicamente - imposta. Questo è ciò che accade in Italia, ove il Vaticano (lungi dal rappresentare il nobile Verbo del Cristo) è entità politica-statuale, la quale interviene quotidianamente nel funzionamento dello stesso Stato italiano. A codesta "provocazione" - vera e propria ingerenza in affari altrui, oltre che vilipendio alla stessa religione - mi sento di rispondere con altrettanta provocazione, nonviolenta, di espressione della nudità-verità umana. In questo senso sostengo le attiviste di Femen.
Penso che coloro i quali non concepiscono metodi umanitari, quali l'eutanasia ed il suicidio assistito, siano propensi ad ammettere metodi barbarici, fra cui la tortura ed il martirio.



12 ottobre 2012

Quando le Istituzioni perdono credibilità e danneggiano i cittadini



E' di questi giorni la bocciatura, da parte della Corte Costituzionale, dei tagli (peraltro mimini) che il governo, nel 2010, aveva introdotto agli stipendi di magistrati e di manager pubblici.
La motivazione della Corte è che tali tagli sono incostituzionali, in quanto vìolano il principio di uguaglianza fra dirigenti del settore pubblico e di quello privato.
Ora, posto che non c'è alcuna uguaglianza, per ragioni oggettive, fra settore pubblico (ove pagano i cittadini) ed il settore privato (ove a rischiare è l'impresa), a ledere il principio di uguaglianza fra tutti i cittadini, ci pare sia proprio questa sentenza della Corte Costituzionale, che garantisce, ancora una volta, altissimi stipendi a magistrati (e dunque ai magistrati che compongono la Corte medesima) e manager, a fronte di nessun miglioramento nei settori della giustizia e dei servizi pubblici.
La Corte Costituzionale, ancora una volta, dunque, si propone quale Casta contro gli interessi pubblici. Da anni, peraltro, ci chiediamo dove fosse suddetta Corte, quando venivano introdotte leggi elettorali incostiuzionali, dal '93 ad oggi. Ed altresì ci chiediamo dove fosse questa Corte quando taluni partiti erano esclusi dai dibattiti pubblici televisivi e dove fosse, questa Corte, relativamente all'applicazione della Costituzione della Repubblica, sistematicamente violata anche dai Presidenti della Repubblica italiana stessi.
A questo vero e proprie "golpe di Stato", ovvero ordito dalle Istituzioni medesime, assistiamo alla presenza, in Parlamento, di una partitocrazia che ha appena approvato, al Senato, l'ennesimo testo di legge elettorale incostituzionale. Senza che la Corte Costituzionale, appunto, dica nulla.
Una legge elettorale che prevede incostituzionali sbarramenti ed assurdi premi di maggioranza alla coalizione vincente.
Ora, se siamo in presenza di sbarramenti del 4% - 5%, ci chiediamo che senso abbia, per milioni di elettori italiani, andare a votare.
Parimenti ci chiediamo che senso abbia andare a votare in presenza di accordi di coalizione fra forze eterogenee, ove fra i presunti "moderati" troviamo i neofascisti ed ove fra i presunti "riformisti" troviamo i comunisti.
E' chiaro che, tale legge, è ancora una volta utile alla partitocrazia per proseguire nell'attuazione di attività consociative, tali da garantire il mantenimento dello status quo, ovvero malgoverno, clientelismo, attività illecite ed illegali.
A destra si difendono le malefatte di Formigoni e delle sue ricevute inesistenti (oltre agli affari della sua ex giunta). A sinistra quelle di Vendola e dell'affare Ilva.
In tutto ciò ci sono primarie più o meno pilotate, ove si sa già per tempo che a vincerle sarà Bersani, con un Renzi che tenterà poi l'accordo con i presunti "moderati". Ove, ricordiamolo, fra codesti...ehm..."moderati" c'è Gaetano Quagliariello, quello che diede dell'"assassino" al padre di Eluana Englaro. E ci sono i leghisti delle forche e martello e dall'imbroglio facile (caso Bossi e Trota docet).
E Mario Monti ? Sembra lo vogliano ricandidare sia a destra che a sinistra. Senza che nessuno ricordi che, proprio Monti che aveva promesso nessun aumento dell'Iva, l'Iva l'ha invece aumentata e che le tasse, salvo qualche ritoccamento, non le ha diminuite punto.
Come se non bastasse sono imminenti le elezioni per il rinnovo dell'Assemblea Regionale Siciiana, ove l'altro giorno all'amico Davide Giacalone è stato impedito di presentare la propria lista civica. Proprio lui, ovvero l'unico a denunciare la mafiosità politica dei partiti siciliani di destra e sinistra.
Siamo amici e vicini al movimento di Oscar Giannino, ai Radicali ed al neomovimento di Ilona Staller, Democrazia Natura Amore. Temiamo che, fra sbarramenti ed imbrogli vari, questi amici e compagni non saranno sufficienti.
Meditiamo l'astensione e la ricerca di altre forme di lotta politica alternativa liberale e libertaria, cari amici e lettori.

Luca Bagatin



17 settembre 2012

"Bella Addormentata" di Marco Bellocchio: metafora dell'Italia

"Bella Addormentata" di Marco Bellocchio è un pugno nello stomaco dello spettatore.
Immagini forti, tutt'altro che scontate, ma, soprattutto, tematica forte e profondamente importante quella del diritto alla morte, poiché non ci può essere vero diritto alla vita, se prima di tutto non è rispettato il diritto alla dignità della morte.
Sullo sfondo la vicenda di Eluana Englaro, il cui corpo è trasportato alla clinica "La Quiete" di Udine ove, forse, potrà finalmente essere liberato dall'indegnità di una vita-non più tale, da diciassette anni.
Era il 2009, solamente tre anni fa, ma sembra il Medioevo. Vedere gruppi di persone invasate, a pregare, brandendo ceri e bottogliette di acqua, e gridare che "Eluana si deve svegliare", che non deve essere "uccisa". Persone incuranti di ogni pietà, veri bestemmiatori di quel Dio nel quale dicono di credere. Ed invece lo mortificano. Perché, come afferma il vero protagonista del film di Bellocchio, un Senatore del PdL interpretato dal magistrale Toni Servillo, la sofferenza mortifica la vita, perché umilia l'essere umano.
"Bella Addormentata" è la storia di Eluana, ma anche di un politico di ispirazione laica che, a costo di ribellarsi ai voleri del suo partito - il PdL - prende la decisione di dimettersi. Alla faccia della tanto decantata "disciplina di partito" che, in ogni partito, è totale mancanza di libertà e di rispetto d'ogni tipo di onestà morale ed intellettuale.
E' la storia di un medico, che salva dal suicidio una ragazza tossicodipendente. E' la storia di una madre profondamente cattolica, che, pur struggendosi e distruggendosi dal dolore, vuole a tutti i costi che sua figlia, nelle stesse condizioni di Eluana Englaro, rimanga per sempre attaccata ad una macchina.
E' la storia di una ragazza cattolica che comprenderà le scelte ideali del padre, il Senatore Beffardi, anche di fronte alla scelta di accorciare le sofferenze di sua madre, alla quale egli praticherà l'eutanasia. Ed è la storia di un amore fra questa ragazza ed un giovane che cerca disperatamente di accudire il fratello, il quale ha spesso violente crisi di nervi.
E' una storia di ordinaria sofferenza, di cui però nessuno parla. Perché tocca profondamente le corde più intime dell'animo italico, abituato ad essere fintamente "rassicurato" da religiosi senza alcuna intima fede, da politici corrotti e corruttori delle menti e da mezzi di comunicazione di massa volutamente deformatori.
E' un film nel quale non vi è alcuna speranza autentica (forse perché è la vita stessa di ciascuno a non dare alcuna certezza ed è bene averne consapevolezza), se non la capacità di ciascuno di ragionare con la propria mente e di aprire il proprio cuore al sentimento. Verso il prossimo, verso i propri famigliari più cari ed intimi, nel momento di più estrema sofferenza.
"Bella Addormentata" è forse la metafora di un Paese addormentato, che si rifiuta di parlare della morte, di comprenderla, di accettarla, sublimandone la sofferenza che non è mai santità, ma chiusura dell'anima, imbarbarimento, violenza.
E' forse l'Italia la "bella addormentata" di Bellocchio, che non ha una legge sul testamento biologico e che costringe i malati terminali e i loro famigliari a praticare comunque l'eutanasia, ad abbreviare in qualche modo le sofferenze del proprio caro.
Dov'è la pietà cristiana in tutto ciò ? Non certo nelle aberranti parole dei Gaetano Quaglieriello, che ebbe il coraggio di affermare che Eluana Englaro è stata uccisa. Da chi ? Da suo padre Beppino che la amava ? E' sconvolgente come è sconvolgente risentire le parole di quel “rappresentante del popolo”, nel film di Bellocchio.
E' sconvolgente quanto politica e religione, in Italia, possano essere sorde di fronte alle vicissitudini umane.
E non potrete uscire dalla sala cinematografica, dopo aver visto "Bella Addormentata", senza un profondo senso di smarrimento, mitigato forse solamente dalla presenza di quel medico che, solo perché animato da un briciolo di umanità, si accosterà alle sofferenze di una tossicodipendente, evitata da tutti.

Luca Bagatin



30 novembre 2011

Diritto alla vita è anche diritto alla morte


Il suicidio medicalmente assistito di Lucio Magri, fondatore del quotidiano comunista eretico "Il Manifesto", presso la clinica svizzera Dignitas, aiuta e ci aiuta a riflettere.
Ci aiuta a pensare, ad esempio, a quanto privata ed intima sia la scelta di morire, così come lo sia - parimenti - quella di due genitori quando decidono di concepire un figlio.
C'è un parallellismo sottile fra la vita e la morte, un parallellismo che tende dunque a divenire continuità.
Si nasce, si vive e si muore. Si sceglie di dare alla luce un figlio e questi vivrà poi la sua vita e prenderà le sue autonome decisioni, una volta diventato adulto. E potrà anche consapevolmente scegliere di morire.
Che bestialità, potrà dire qualcuno che non riesce a comprendere davvero il senso del vivere e quindi del morire.
Del diritto a concepire, del diritto alla vita quanto al diritto alla gestione della propria vita, del proprio corpo, della propria fine.
La società Occidentale vede da sempre la morte come un tabù. Non ne è mai stata pronta, così come invece lo è quella Orientale, più meditativa, più consapevole della pienezza del proprio vivere e della prosecuzione della vita in un'altra dimensione.
In Occidente consumiamo risorse e corpi che, nell'immaginario collettivo, devono essere perfettissimi e sempre giovani ed efficienti.
In Oriente la competizione fisica è vista come inconcepibile. Qui da noi è quasi la regola: la regola di una società inconsapevole di sè e del proprio intimo Sé.
Una società che non concepisce la propria morte, con tutte le sue conseguenze, anche di decadimento fisico oltre che psichico, non può nemmeno concepire la propria vita.
Ed allora c'è chi sceglie. Chi è eretico. Chi, arrivato ad una certa età dedice di propria spontanea volontà di morire. Con dignità, senza sofferenza, senza disturbare nessuno.
Non c'è tristezza in tutto ciò, bensì profonda consapevolezza di sè e del significato della vita. Di una vita il cui significato è Divino proprio in quanto è profondamente Umano, percepibile con i propri sensi, con la propria coscienza. Con il proprio Spirito.
La Svizzera è un Paese civile. Come lo è il Belgio, l'Olanda, il Lussemburgo e l'Oregon. Lì è garantito il diritto alla vita ed il diritto alla morte ed esistono apposite strutture sanitarie che praticano l'eutanasia ed il suicidio medicalmente assistito. Senza sofferenze, senza dolore, senza pena. Con un semplice narcotico assunto per libera scelta del paziente.
Nel nome dell'autodeterminazione dell'individuo, che possiede un proprio cervello ed una propria coscienza anche e proprio per questo, forse, religiosa, ovvero consapevole della propria scelta.
Il diritto alla vita, così come quello alla morte, andrebbe inserito nella Costituzione di ogni Stato civile e democratico che rispetta la dignità e le scelte dei suoi cittadini, che non sono sudditi da indottrinare.
Qui da noi, in Italia, si fanno ancora discussioni sul testamento biologico, si presentano bozze di legge vaghissime, contraddittorie, ipocrite. Si insulta ancora la memoria di Eluana Englaro. Si parla di suo padre come di un "assassino".
Vergogna. Vergogna a chi afferma certe bestialità.
Ci si ricordi, nel frattempo, che proprio laddove il diritto alla morte è garantito, vi sono standard qualitativi di vita immensamente superiori rispetto al nostro.
Ove forse nemmeno la vita è poi così tanto rispettata.


Luca Bagatin



13 luglio 2011

Quando il Parlamento italiano vìola i diritti dei cittadini



Ancora una volta il Parlamento italiano ha saputo dare il peggio di sè.
Se la settimana scorsa, con il concorso del Pd, era riuscito a mantenere in vita le inutili e costose Province, oggi mantiene in vita coattiva persino i malati terminali che vorrebbero decidere autonomamente del loro fine vita.
Eh sì, perché per quanto concerne il cosiddetto "testamento biologico", la Camera, con il concorso questa volta del PdL e dell'Udc, ha approvato un ddl che stabilisce che a decidere sul destino del paziente debba essere solo ed esclusivamente il medico.
Non cambia nulla, insomma, ed il cittadino-elettore, ancora una volta non conta un piffero.
Oltre ad essere già stato esautorato del suo diritto di voto, con leggi elettorali antidemocratiche ed incostituzionali in vigore dal 1993 ad oggi, è stato anche esautorato dal suo diritto di morire come gli pare e di decidere persino di abolire enti costosissimi ed ultraburocratici.
L'eversività delle forze politiche dell'Italia di oggi sembre non trovare limite.
Che cosa rimarrà da fare, dunque, al cittadino-elettore ora ? Forse solamente il denunciare il Parlamento italiano alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo.

Luca Bagatin

PS: questo è il testo originale dell'articolo, così come l'ho scritto e postato.
Non è da considerarsi autentico, invece, l'articolo con l'aggiunta (dalla quale prendo in toto le distanze) riportato ad esempio al link
http://www.radicali.it/rassegna-stampa/testamento-biologico-un-sequestro-di-persona



9 febbraio 2011

Mazzini, Saffi, Garibaldi, Ernesto Rossi, Eluana: i paladini ed i profeti disarmati della nostra Italia laica



Questo 9 febbraio si commemora il 162esimo esimo anniversario della Repubblica Romana (1849) che vide protagonisti Mazzini, Garibaldi, Aurelio Saffi, Gofferdo Mameli e molti altri rivoluzionari repubblicani e patrioti che, per cinque mesi, riuscirono a costituire nello Stato pontificio una piccola repubblica democratica estromettendo il Papa dai suoi poteri temporali. Una repubblica la cui Costituzione rispecchiò in linea generale la Costituzione degli Stati Uniti d'America (che risentì negli anni successivi di un forte influsso mazziniano, oltre che chiaramente essere imprtontata ai valori massonici di Fratellanza, Uguaglianza e Libertà) e di quella italiana attuale.
Il 9 febbraio di 44 anni fa moriva poi un grande ed encomiabile "ribelle" del liberalsocialismo: Ernesto Rossi. Un "democratico ribelle" come passò poi alla storia. Una storia ingrata che spesso dimentica questa fondamentale figura del Partito d'Azione, dell'antifascismo, dell'anticomunismo, dell'anticlericalismo e del socialismo liberale italiano.
Ernesto Rossi fu uomo politico in prima linea nella denuncia delle angherie del regime corporativo fascista (segnaliamo il celebre "Il manganello e l'aspersorio"). Dopo la caduta del regime mussoliniano e l'avvento di quello democristiano, fu fervente anticlericale denunciando l'ingerenza del Vaticano nella politica e nella cultura italiana (si ricordino le mitiche "Pagine anticlericali").  La sua arguta e brillante penna contribuì alla fondazione del settimanale laico e liberale "Il Mondo" diretto da Mario Pannunzio (in cui collaborò poi tutta la "créme" liberalsocialista e repubblicana del dopoguerra da Gaetano Salvemini a Ugo La Malfa passando per Vittorio De Caprariis, Bendetto Croce, Einaudi e financo un giovanissimo Marco Pannella) nel quale non mancavano mai le sue inchieste sul malaffare politico e finanziario del nostro Belpaese denunciando in particolare l'oligarchia della grande industria e dell’alta finanza che nel nostro Paese ha prosperato con l’aiuto dell’intervento pubblico, secondo la consueta «comoda politica della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite».
Come non ricordare anche che, il 9 febbraio del 2009, moriva a Udine Eluana Englaro,
il cui spirito è stato liberato da un corpo reso vegetale ed il cui nome rimarrà per sempre legato alla battaglia di civiltà sul fine vita.
Questi in nostri paladini e profeti disarmati - per usare un'espressione della professoressa Mirella Serri - della nostra Italia laica, democratica pienamente solo quando sarà pienamente liberale.
L'Italia dei doveri civici e dei diritti civili ed individuali. Della libertà di amare e gestire il proprio corpo, indipendentemente da qualsiasi elucubrazione para-religiosa o preuso-religiosa e, ad ogni modo, antiumanitaria, antispirituale.

Luca Bagatin



24 aprile 2010

La parola fine di Roberta Tatafiore



E' passato un anno dalla tragica morte di Roberta Tatafiore, la militante dei diritti civili delle donne e delle prostitute, la libertaria, la sociologa, la scrittirice, la giornalista eclettica.
Una morte che lei stessa ha cercato, voluto, pianificato.
E così, alla fine, Roberta ci ha lasciato un diario, pubblicato nei giorni scorsi dalla Rizzoli: "La parola fine - diario di un suicidio".
Un diario profondissimo nel quale parla, senza pudori, della "composizione della sua morte".
Toccante è anche l'introduzione-biografia dello scrittore e giornalista Daniele Scalise, già militante dei diritti civili degli omosessuali e contro le discriminazioni razziali.
Scalise traccia i primi anni della Tatafiore, nata a Foggia nel 1943, in piena Seconda Guerra mondiale, sotto i bombardamenti degli Alleati.
Racconta dei rapporti con la madre, con le sorelle e con il padre che sarà poi - nel 1960 - ucciso da un operaio uscito di senno della fabbrica nella quale lavorava.
Sarà questo che, forse, segnerà la vita di Roberta. Ma sarà anche la sua profonda sensibilità a tratti "mortifera" e "suicidaria", come afferma lei stessa nel suo diario.
E via via, gli anni '70 di Roberta Tatafiore, come giornalista femminista per il giornale "noidonne", di ispirazione social-comunista e la sua militanza nell'Unione Donne Italiane.
Roberta Tatafiore, come ricorda Scalise, studierà successivamente il tedesco e sarà la curatrice e traduttrice italiana del celebre best-seller "Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino" di Christiane F., che racconta la storia di questa ragazza dalla vita difficile fra tossicodipendenza e prostituzione.
Negli Anni '80, sarà la stessa Tatafiore ad occuparsi di prostituzione, con l'incontro - a Pordenone - di Pia Covre e Carla Corso, fondatrici del Comitato per i Diritti Civili delle Prostutite (con il quale, ironia della sorte, collaborai io stesso una decina d'anni fa).
Con Carla e Pia fonderà dunque il periodico "Lucciola" e, come sociologa, studierà a fondo il fenomeno, ponendosi sempre dalla parte delle prostitute, dei loro diritti ed affermando sempre: "E Dio non voglia che arrivi anche da noi una legislazione come quella svedese, contro il "cliente" e per la rieducazione delle prostitute !".
Arriverà dunque a collaborare, come consulente, con il Ministro della Solidarietà Sociale Livia Turco per la stesura di una legge per la depenalizzazione della prostutizione. Legge che purtuttavia non arriverà mai.
L'impegno militante di Roberta Tatafiore nell'ambito dei diritti civili proseguirà negli anni '90 con la vicinanza ai Radicali che, nel 1994, si stavano avvicinando al nascente movimento di Silvio Berlusconi e nel 2000 sarà fra i fondatori di Polo Laico, assieme a Taradash, Giovanni Negri, Arturo Diaconale ed altri: per un centro-destra laico, liberale e libertario.
Il progetto, purtuttavia, naufragherà presto per l'indisponibilità di Berlusconi a candidare in Parlamento rappresentanti dell'area laico-liberale.
Roberta inizierà dunque a collaborare a testate quali l'"Indipendente", diretto da Giordano Bruno Guerri, "Il Foglio", "Il Giornale" ed infine per "Il Secolo d'Italia" - quotidiano di Alleanza Nazionale -  curando la rubrica "Thelma & Louise", assieme a Isabella Rauti e affermando - nel suo stesso diario - "....mi piacciono la direttrice (Flavia Perina n.d.r.) e il vicedirettore di questo stravagante foglio di fronda e di governo, perché scrivere per l'unico quotidiano di destra che opera un'intelligente rivisitazione della cultura fascista mi interessa, perché Gianfranco Fini è il politico più laico e sagace del momento".
Sarà profetica.
E proprio alle pagine de "Il Secolo d'Italia" affiderà la sua difesa estrema del diritto all'eutanasia, con particolare riferimento al "caso Eglaro" che sarà l'ultimo ad appassionarla politicamente.
"La parola fine - diario di un suicidio" è dunque un documento toccante. Nel leggerlo non si può non riflettere sulla vita, sulla morte....sul....."a chi appartiene la vita ?". E non si può non commuoversi, non rimenerne rapiti.
Roberta Tatafiore programmò di scriverlo il 1 gennaio del 2009 e di concluderlo il 31 marzo. Poi, si sarebbe tolta la vita in un'albergo dell'Esquilino, poco lontano da casa sua, con l'assunzione di barbiturici.
La sua sarà dunque una scelta meditata. Una scelta consapevole.
"La parola fine" è l'unico ed ultimo documento che ci rimane di una donna che ha voluto presentarci il suo suicidio come "gesto politico", ovvero, come lei afferma, libertariamente: "il salto nel vuoto di chi non sa adeguarsi alla norma".
"A chi appartiene la vita ? Alla società ? A Dio ? A noi stessi ? Credo che la vita appartenga ad ogni individuo libero di affidarla a chi vuole in base a ciò che gli suggerisce la coscienza".
E' la frase che conclude, nel retro-copertina, il diario di Roberta Tatafiore. Una donna coerente sino alla sua ultima, estrema, scelta.

Luca Bagatin


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