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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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22 luglio 2014

Intervista esclusiva di Luca Bagatin a Francesco Serra di Cassano, autore di "Tutta colpa di Berlinguer" (che inizialmente doveva intitolarsi "Prima di restare orfani")

Francesco Serra di Cassano è un amico con il quale ultimamente esco e chiacchiero spesso.

In realtà è un mio amico da poco tempo e la nostra conoscenza è avvenuta per caso.

Alla metà di giugno un'amica mi invita a presenziare ad un convegno a Montecitorio nel quale è presentato “Tutta colpa di Berlinguer”, il romanzo del giornalista Francesco Serra e che dovrebbe essere presentato dal Ministro delle Riforme Maria Elena Boschi. La mia amica sa che ho un debole per la Ministra Boschi e che le vorrei regalare una copia del mio ultimo saggio “Ritratti di Donna”.

Ci vado, dunque, ma il convegno alla fine è presentato da Veronica Gentili, attrice e amica dell'autore.

Ne faccio un articolo, purtroppo non entusiastico, in quanto si parla di tutto tranne che del romanzo di Serra. Si parla troppo di politica comunista e lo si fa con un piglio poco critico.

Francesco Serra, giorni dopo, legge il mio articolo e mi contatta, stranamente entusiasta. Mi dice di essere un lettore del mio blog da ben cinque anni, addirittura. Ne sono visibilmente felice e ci incontriamo.

Da allora scopro una persona squisita ed iniziamo ad uscire spesso assieme. Scopro uno spirito libero nato nel 1964, che vive a Roma ma che ha studiato filosofia a Pisa, che a vent'anni era giovane comunista e che i suoi avi erano i celebri Serra di Cassano di Napoli, che diedero un importante contributo alla causa della Repubblica napoletana del 1799.

Non posso, dunque, non intervistarlo, vista la moltitudine di spunti che la sua vita racchiude.


Luca Bagatin: Bene Francesco, non puoi sottrarti alla fatidica domanda di rito. Parlaci un po' di te e delle origini della tua famiglia.

Francesco Serra: Iniziamo con il dire che miei avi sono i Serra di Cassano, nobile famiglia napoletana di origine genovese che, nel 1799, si contraddistinsero per aver partecipato attivamente al movimento rivoluzionario della Repubblica napoletana, a fianco dei francesi.

Palazzo Serra di Cassano è stata proprio la sede del comitato rivoluzionario e si dice che il mio avo Gennaro Serra fosse non solo amico intimo, ma addirittura l'amante dell'eroina Eleonora Pimentel Fonseca.

Gennaro Serra, ad ogni modo, fu tradito da un libraio venduto ai Borboni e venne decapitato nella piazza di Napoli, a soli 27 anni.

Da allora i genitori di Gennaro decisero di chiudere il Palazzo per 200 anni, in segno di lutto e protesta contro il Regno Borbonico.

Mio nonno Francesco, che era un capitano d'industria, nel dopoguerra, si occupò del restauro del Palazzo e nel 1960 lo inaugurò, proprio in occasione delle Olimpiadi di Roma, dando a Palazzo una grande festa alla quale furono invitati, fra gli altri, Maria Callas e Aristotele Onassis.

Nel 1982, Palazzo Serra di Cassano, fu ceduto da mio nonno allo Stato ed è attualmente la sede dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.


Luca Bagatin: Di famiglia nobile, benché rivoluzionaria, dunque. Ma, come approdi al Partito Comunista Italiano?

Francesco Serra: Alla fine degli Anni '70 frequentavo l'Università statale di Pisa. Allora in città il partito più forte era quello comunista. Oltretutto mia madre fu, per diversi anni, la compagna dello sceneggiatore Franco Solinas, legato al PCI e fra l'altro sceneggiatore de “La battaglia di Algeri”. Respirai quell'aria sin da ragazzino, quindi.


Luca Bagatin: Come nasce il tuo rapporto con Enrico Berlinguer ? Raccontaci della tua gavetta di giovane comunista.

Francesco Serra: Nel 1989 mi laureo con una tesi su “Strategia del Compromesso Storico”. In quegli anni Antonio Tatò, segretario di Berlinguer, mi chiama a lavorare a Botteghe Oscure e, volendo io intraprendere la carriera del giornalista, inizio a collaborare a “L'Unità” e, successivamente, per due anni, divento collaboratore di Achille Occhetto. Anch'io, come lui, volevo che il PCI cambiasse nome. Io, purtuttavia, già allora mi sentivo uno spirito liberale - sarà che fra i miei avi ci sono stati anche liberali e repubbliani – e criticavo pesantemente l'ideologia comunista, sino a che uscii definitivamente dal partito.


Luca Bagatin: Dopo quell'esperienza nel PCI, hai continuato a fare politica ?

Francesco Serra: Negli Anni '90 inizio a collaborare e a lavorare come capo ufficio stampa di Alleanza Democratica, il partito di Ferdinando Adornato e Willer Bordon. Rappresentavano per me quella sinistra moderata di cui l'Italia aveva bisogno. Purtuttavia e purtroppo il partito scomparve presto dalla scena politica italiana. Dal 1995 al 1997 mi iscrissi al Partito Radicale Trasnazionale e quella fu definitivamente il mio ultimo rapporto con la politica attiva e di partito.


Luca Bagatin: Come nasce invece il tuo rapporto con la cultura ?

Francesco Serra: Nasce nel 2001. Allora decido di collaborare con il Festival della letteratura di Mantova e con la Fondazione cinema per Roma.


Luca Bagatin: Come nasce, invece, l'idea di un libro su Berlinguer ?

Francesco Serra: Nasce nel dicembre del 2012. Inizio a scrivere il romanzo perché mi disgusta la diatriba fra Renzi e Bersani e non è un caso che io non mi sia mai iscritto al PD. Questa diatriba rischiava nuovamente di far subire l'ennesima sconfitta alla sinistra e la causa l'ho individuata nel fatto che i dirigenti postcomunisti non hanno mai approfondito il loro passato, nel bene o nel male.

Il passato del PD non era né è stato metabolizzato, ovvero è stato sostituito da miti che non c'entravano nulla con la tradizione comunista, quali ad esempio Kennedy.

Ho voluto dunque far sì, con questo libro, che quelle persone ricordassero invece – nel bene o nel male – l'ultimo leader carismatico del PCI, ovvero Enrico Berlinguer.

Oggi non nego la mia simpatia per Renzi, che è più umana che politica e ciò perché Renzi ha, anche anagraficamente, oltre che politicamente, caratteristiche diverse rispetto agli eredi del PCI.

Tutta colpa di Berlinguer” è un romanzo prima di tutto autocritico, che fa leva su aspetti emozionali più che politici, infatti.


Luca Bagatin: Come mai un titolo così commerciale ? “Tutta colpa di Berlinguer”, come ho scritto in un mio precedente articolo, ricorda molto uno degli ultimi filmetti di grido, “Tutta colpa di Freud”.

Francesco Serra: Ti dirò che il titolo che avevo originariamente pensato doveva essere diverso e non a caso, ovvero: “Prima di restare orfani”. Poi, per ragioni di marketing e su consiglio anche di Concita De Gregorio, l'abbiamo cambiato in “Tutta colpa di Berlinguer”.


Luca Bagatin: Che cosa puoi dirmi del rapporto fra Berlinguer e Craxi ? Chi aveva ragione, secondo te ?

Francesco Serra: Il rapporto fra i due è certamente stato deleterio e per responsabilità di entrambi. Entrambi, peraltro, erano caratterialmente molto diversi fra loro. Craxi era arrogante e aveva una visione dinamica della società. Berlinguer, invece, era schivo e aveva una visione conservatrice, statica della società.

Sarebbe stato utile, per la sinistra, che le loro idee convergessero. Purtuttavia sarebbe stato impossibile in quanto Berlinguer si rifiutava di staccarsi dalla tradizione comunista e non avrebbe mai aderito al socialismo europeo.

Paradossalmente il PSI di Craxi dialogava molto di più con l'estrema sinistra (Lotta Continua, Autonomia Operaia) di quanto non lo facesse il PCI, anche perché aveva necessità di ritagliarsi uno spazio politico autonomo dai due blocchi PCI e DC.


Luca Bagatin: E come mai tu, spirito libero, non sei passato subito al PSI ?

Francesco Serra: Perché allora ero troppo giovane ed ideologizzato. Avevo una visione dottrinaria delle cose. Ne parlo anche nel mio romanzo, infatti.


Luca Bagatin: Che cosa rimane, oggi, di quella stagione ?

Francesco Serra: Non rimane nulla. Rimane, al massimo, nelle generazioni che quella stagione hanno vissuto, una consapevolezza superiore rispetto agli altri.


Luca Bagatin: E sulla politica di oggi, che mi dici ?

Francesco Serra: La politica, oggi, non mi appassiona più. Preferisco rimanere un battitore ed uno spirito libero.


Luca Bagatin



19 giugno 2014

Tutta colpa di Berlinguer ? (o di chi non ha mai seguito la lezione di Marx ed Engels)

Si dovrebbe parlare di un libro, di un romanzo su Berlinguer.

L'autore è Francesco Serra, un passato da giovane comunista, oggi di simpatie renziane.

Il romanzo protagonista è “Tutta colpa di Berlinguer” (che nel titolo ricorda molto – almeno di primo acchito - il titolo di uno degli ultimi filmetti di grido, “Tutta colpa di Freud”).

Il luogo è la Sala della Regina di Montecitorio. Il giorno il 19 giugno scorso.

In realtà si parla molto, troppo e pressoché solamente di Pci e di Berlinguer.

Ne parlano assai Claudia Mancina ed Emanuele Macaluso, entrambi delle vecchia guardia comunista e non mancano le polemiche fra lo stesso Macaluso e la giornalista Maria Teresa Meli, la quale non le manda a dire sulla cosiddetta “questione morale berlingueriana”, tanto che ricorda che anche il Pci di Berlinguer si spartiva il potere, come tutti gli altri maggiori partiti, arrivando – nel 1979 – a lottizzare Rai 3, tanto quanto facero la Dc con Rai 1 ed il Psi con Rai 2.

Polemiche a parte, scarni sono apparsi gli interventi degli Onorevoli Andrea Romano e Roberto Giachetti, il primo invitato forse in quanto ex ricercatore dell'Istituto Gramsci, il secondo forse in qualità di estraneo alla cultura comunista, benché attualmente iscritto al Pd.

Del tutto assente, ad ogni modo, nella discussione – se non per brevissimi accenni - il volume di Francesco Serra. Non sappiamo, da profani invitati al convegno, in effetti, di che cosa il volume parli nello specifico. Sappiamo che è un romanzo, ma non ne conosciamo i protagonisti. Sappiamo che su tutto aleggia la figura di Enrico Berlinguer.

Si è parlato solamente, infatti, di Berlinguer, che è morto trent'anni fa. Lo si è ricordato, certo. Lo si è persino quasi voluto mettere a paragone con Matteino Renzi...(sic !).

Su tutto ciò, diverse osservazioni.

Ci chiediamo se, ad esempio, il pubblico in gran spolvero presente in sala fosse un pubblico di “sinistra”, come si userebbe dire. Se non sapessimo che, da decenni ormai destra e sinistra sono morte, ci verrebbe da dire che, se questa è la sinistra di oggi, o, ciò che ne rimane, ci verrebbe da dire che è alquanto radical-chic.

Ma, forse, ciò non ci stupisce più di tanto. Semmai ci fa riflettere sul fatto che, se il Pci era un partito di radical-chic che, nelle sue evoluzioni successive (Pds-Ds-Pd), tale è rimasto, forse esso non ha mai davvero compreso la lezione del vecchio Karl Marx che certo tutto era tranne che un radical-chic o un social-burocrate. Marx era uno studioso ed era povero. Tanto è vero che, i primi partiti in Europa che si ispirarono (si ispirarono, si noti bene, visto che Marx non era un politico) a Marx erano non già comunisti, bensì socialdemocratici. Si pensi ad esempio al Partito Socialdemocratico Tedesco, sorto nel 1875, oppure al Partito Socialista Italiano di Filippo Turati del 1892, che al pensiero di Marx ed Engels si ispirava.

Curioso, poi, ascoltare i relatori del convegno - specie ex comunisti - definire Matteo Renzi “né ex comunista, né ex democristiano” ed orgogliosi di questo. Veramente che Renzi non sia un ex democristiano è tutto dire, ma, a parte questo, è curioso che ci siano così tante e tardive abiure da parte di coloro i quali, un tempo, credevano – o così si dice almeno – in un ideale come quello comunista. Curioso, quasi surreale.

L'atmosfera del convegno, invero, ci è apparsa alquanto surreale in sé.

Curiosa anche la presenza di un'attrice, benché giornalista e blogger, quale Veronica Gentili, a moderare il tutto.

E così, curiosamente e un po' disillusamente, pensando forse un po' con nostalgia alle barbe del vecchio Marx e del vecchio Engels, pur non essendo mai stati né ex, né tantomeno post, concludiamo.


Luca Bagatin



19 novembre 2013

"Ricordati di vivere": l'autobiografia civile e politica di Claudio Martelli

Non si tratta della solita autobiografia, bensì della storia di un'epoca, di una stagione.

Una stagione laica, liberale, libertaria, liberalsocialista. Una stagione che, molto probabilmente, in Italia non tornerà mai più.

La stagione di sapeva forse poche cose, ma le ricorda benissimo. La stagione di chi si ricorda di vivere e che del “Primum vivere” di nenniana memoria, ha fatto la sua bandiera.

“Ricordati di vivere” è l'autobiografia di Claudio Martelli edita in questi giorni da Bompiani.

Esponente di spicco del Partito Socialista Italiano, Martelli ne diventerà Vicesegretario Nazionale e ricoprirà anche importanti cariche istituzionali quali la Vicepresidenza del Consiglio dei Ministri, nel 1989 e diverrà Ministro di Grazia e Giustizia nel 1991.

Un uomo tutt'altro che di potere, Claudio Martelli, e lo dimosterà sia la sua vita personale e politica, sia il fatto di essersi ritirato da tempo dalla vita pubblica.

Giovane militante, a soli tredici anni, del Partito Repubblicano Italiano e dunque della Federazione Giovanile Repubblicana, come il fratello Antonio, sarà ispirato per tutta la vita dalla figura di Giuseppe Mazzini e dai suoi “Doveri dell'Uomo”, saggio che invita gli operai italiani all'emancipazione ed alla ricerca dell'unità fra capitale e lavoro, in antitesi rispetto al materialismo marxista.

Lascierà il PRI di Ugo La Malfa ai tempi dell'Università, una volta stretta l'amicizia con Ugo Finetti, giovane studente come lui, che aveva lasciato da poco il PCI in quanto mal sopportava il “centralismo democratico”. Con Ugo Finetti – oggi fine storico e giornalista – lo studente Martelli e molti altri giovani repubblicani mazziniani e comunisti di ispirazione riformatrice, approderà al PSI di Pietro Nenni, con un obiettivo preciso: quello di unificare le forze laiche e riformatrici della sinistra italiana.

Si sposerà giovane il Nostro, a soli vent'anni, con Daniela Maffezzoli di soli sedici anni, ma il loro matrimonio durerà poco. Anni dopo intraprenderà la carriera di studente e poi professore di Filosofia e qui incontrerà l'altro amore della sua vita, Annarosa, sua allieva con la quale si sposerà e dalla quale avrà Giacomo, il primo figlio tanto amato.

Amore e passione politica saranno il binomio che condurrà Claudio Martelli durante tutto il corso della sua vita e che sono racchiuse nella sua autobiografia. Amore per le donne, per la filosofia laica, libertaria e libertina, per il teatro e la politica, intesa come servizio e modernizzazione della società.

Di qui il sodalizio con i radicali di Marco Pannella, oltre che con i repubblicani, i liberali e, negli Anni '80, anche con i socialdemocratici con i quali costituirà una sorta di federazione laica che vide uniti, in alcuni collegi al Senato, PSI, PSDI e Radicali.

Il sodalizio con Pietro Nenni, colonna portante del socialismo italiano e con Bettino Craxi, nacque subito, negli Anni '60. Li legava la volontà di modernizzare il Paese, smarcarsi dalla Democrazia Cristiana con la quale pur erano al governo, cercare un'intesa con gli altri partiti laici e contrastre l'avanzata di un Partito Comunista sorretto dalla dittatura sovietica.

Con Craxi, infatti, Martelli aderì subito alla corrente riformista ed autonomista di Nenni, in contrapposizione alla sinistra lombardiana che voleva mantenere un rapporto privilegiato con il PCI. Sin da ragazzo fu, infatti, intransigentemente anticomunista in quanto non poteva sopportare le angherie dell'URSS nei confronti di ungheresi e cecolsovacchi, aspetti che denunciò immediatamente nei congressi dell'Internazionale Giovanile Socialista (IUSY).

Oltre a partecipare con Bettino Craxi, agli incontri con i più grandi esponenti del Socialismo europeo quali Willy Brandt e François Mitterrand, farà in modo di costruire una piattaforma interna al PSI che da una parte recuperava il liberalsocialismo di Turati e dei Rosselli e dall'altra guardasse al futuro, auspicando un Partito Socialista moderno, alleato ai partiti laici e, in questo senso, tentò di ammodernarlo, promuovendo la democrazia interna e tentando di combattere il carrierismo ed il malcostume delle “tessere fittizzie”. Purtuttavia, per sua stessa ammissione, non vi riuscì.

Claudio Martelli, in “Ricordati di vivere”, ripercorre la sua battaglia politica assieme a Craxi nel 1976, ai tempi del Midas, ovvero allorquando la corrente autonomista conquistò il Partito e lo rinnovò nei contenuti e nelle proposte politiche.

Racconta di come Craxi fu il primo a proporre una riforma dei partiti e del sistema politico in senso “americano”, proponendo di introdurre l'elezione diretta del Presidente della Repubblica con funzioni di governo e di un Parlamento forte ma più snello, con meno esponenti, ed eletto con il sistema uninominale.

In questo senso Martelli elaborò quella che egli definirà la vera “terza via”, lontana e diversa dalle prospettive di Berlinguer e dei comunisti, ovvero la piattaforma per una sinistra di governo socialista e liberale al contempo, che parlasse soprattutto di meriti e di meritocrazia, oltre che di bisogni. In questo senso riuscì a costruire ottime sinergie anche con esponenti dell'ex sinistra extraparlamentare, libertaria e verde-ecologista quali Franco Piro (poi deputato PSI), Adriano Sofri, Alex Langer e Michele Boato (che diverranno, successivamente, deputati Verdi).

Una piattaforma che, del resto, lo porterà a sostenere i referendum Radicali, Verdi e Socialisti sulla giustizia giusta per la separazione delle carriere dei magistrati e la responsabilità civile del giudice ed il referendum sul nucleare.

Martelli elaborò dunque, prima del crollo della Prima Repubblica, l'idea di un Partito Democratico all'americana che nelle sue intenzioni poteva nascere dalla sinergia fra Socialisti, Repubblicani, Liberali, Socialdemocratici, Radicali, Verdi e post-comunisti di estrazione migliorista e riformista.

Un'idea che, sotto la spinta della clava giustizialista di Tangentopoli, soccomberà e condurrà l'Italia nella sua prima svolta a destra, con Berlusconi al governo e con la nascita di un PD conservatore, ondivago, inciucista (non a caso oggi al governo con la destra). Ovvero l'esatto opposto di quello che avrebbe potuto diventare il partito democratico di ispitazione liberalsocialista ideato da Martelli.

“Ricordati di vivere” racconta anche delle lotte di potere fra Craxi e De Mita, ovvero fra visioni contrapposte della società: fra un socialismo democratico ed un conservatorismo vecchia maniera.

E racconta degli ottimi risultati ottenuti dal Governo Craxi in soli quattro anni: pareggio di bilancio, riduzione a due cifre dell'inflazione, avvio delle prime liberalizzazioni e credibilità internazionale.

Ed il saggio di Martelli restituisce nuova luce – semmai ve ne fosse bisogno – alla figura del giudice Giovanni Falcone, grande amico del Nostro e grande collaboratore del Ministero di Grazia e Giustizia ai tempi del dicastero Martelli. Falcone, eroe dell'antimafia ingiustamente attaccato (e solo successivamente e tardivamente beatificato) da Leoloca Orlando e dai comunisti. Falcone che, attaccato da una certa sinistra, finirà trucidato, come il giudice Borsellino, in un tragico attentato mafioso.

Claudio Martelli, inoltre, ricorda l'introduzione della legge che porterà il suo nome, ovvero la prima che regolerà l'immigrazione, garantendo da una parte i diritti umani degli immigrati e dall'altra una certa sicurezza, poi del tutto disattesa dalle successive leggi Turco-Napolitano e Bossi-Fini.

Senza contare il racconto del sistema delle tangenti, da sempre esistente, nel bene o nel male, che purtuttavia oggi, in assenza della democrazia dei partiti ed in presenza, invece – parole di Martelli – di un'oligarchia al potere, si è triplicato, come i fenomeni di spreco di danaro pubblico e di clientelismo.

Un racconto franco, quello di Martelli, raccolto in “Ricordati di vivere”. Un documento storico prezioso per ricordare, non dimenticare e tramandare ai giovani un'epoca ormai lontana dalla nostra. Fatta di passione civile e politica autentica.


Luca Bagatin


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini