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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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18 settembre 2015

XX Settembre: ricorrenza tradita dai liberal-giolittiani ed affossata prima dai fascisti e poi dalla partitocrazia

Con il 20 Settembre 1870, l'entrata dei bersaglieri a Porta Pia e la conseguente caduta del potere temporale del Papa dei cattolici, si compie l'Unità d'Italia.

Data storica che, prima dell'avvento dei fascismo - sceso a patti con la Chiesa cattolica – era anche considerata festa nazionale.

Festa nazionale ormai cancellata e la data pressoché dimenticata da tutti, salvo da noi anticlericali, repubblicani, mazziniani e massoni.

Non va dimenticato che il 20 Settembre vide per la prima vola uniti repubblicani mazziniani, socialisti e persino liberali che, con Cavour, dichiararono “Libera Chiesa in libero Stato”. Salvo tradire lo stesso Cavour, nel 1913, con il patto Gentiloni voluto da quello che Gaetano Salvemini definì il “Ministro della malavita”, Giovanni Giolitti.

Il patto, infatti, previde un accordo fra liberali e cattolici dell'Unione Elettorale Cattolica Italiana, che prevedeva una nutrita quantità di seggi cattolici in seno al partito liberale. E ciò per contrastare l'avanzare dei repubblicani e dei socialisti. Un patto che permise ai liberal-cattolici di ottenere il 51% dei voti. Ovviamente le elezioni erano a suffragio universale ristretto !

Ecco che lo spirito del 20 Settembre fu tradito dai liberal-giolittiani prima e affossato dal fascismo mussoliniano nel 1929 e dalla sedicente Repubblica italiana del 1948, la quale, fondata sul tacito accordo fra cattolici e comunisti, rimarrà in mano alla partitocrazia ed agli umori del Papa dei cattolici, non più Re, ma pur sempre condizionante l'attività del Parlamento, salvo essere contrastato dallo spirito libertario dei radicali, repubblicani, socialisti e liberali del dopoguerra, i quali riusciranno quantomeno ad ottenere la legge sul divorzio e sull'aborto, confermate dal voto popolare referendario.

Di questo oggi rimane ben poco. La Repubblica italiana rimane una non-Repubblica delle banane, ovvero un'oligarchia di politicanti senza arte né parte. La stessa legge sulle unioni civili che dovrebbe essere approvata è imposta da Bruxelles e sarà sicuramente all'acqua di rose. I diritti delle persone, come sempre da noi, calpestati in nome della stupidità dogmatico-religiosa, che di spirituale e di umanitario non ha mai avuto nulla.

A parte queste facili e desolanti constatazioni, desideriamo segnalare un interessante saggio, appena uscito per le ezioni Ibiskos, realizzato da Renato Traquandi, repubblicano mazziniano della prima ora, che con “Le strategie vaticane” racconta proprio le alterne vicende e rapporti fra il nascente Stato unitario e la Chiesa cattolica. Una lettura storica e politica interessante, che andrebbe suggerita anche al Papa dei cattolici Francesco o Sig, Bergoglio che dir si voglia, che ci appare piuttosto l'ennesimo burattino nelle mani di un potere che rappresenta tutto salvo che gli insegnamenti di fratellanza, povertà e uguaglianza dettati dal Cristo.


Luca Bagatin



27 agosto 2014

Aforismi e riflessioni sulla società del piacere, ovvero del dolore. By Luca Bagatin

Giovanni Giolitti un liberale ?

Ma se fu il criminale che soffocò nel sangue l'impresa libertaria di Fiume !
“Ministro della malavita” lo chiamò Gaetano Salvemini. E non aveva torto.


Al papponismo (di Stato e di mercato) preferisco il populismo (e l'autogestione) !


Corteggiare è certamente intrigante, ma ho smesso di farlo parecchi anni fa.


Ho aperto a caso “Il libro rosso” di Carl Gustav Jung e la prima frase che vi ho letto è stata: “L'amore vede, il piacere invece è cieco”. Le cose non capitano mai per caso.

Il gossip giornalistico è volgarità e vera pornografia. Un Paese civile, forse, non lo incoraggerebbe.


Penso che l'obiezione fiscale, di fronte al fatto che noi contribuenti paghiamo politicanti assai discutibili come Antonio Razzi (e non solo !), sarebbe più che giustificata.


L'umiltà, ammesso che sia tale, è la peggiore delle virtù.


I colori che mi affascinano di più in una donna ? Il rosso ed il blu elettrico.

A proposito dei limiti della democrazia diretta e dei partiti, penso che gli italiani siano un popolo profondamente masochista o sadomasochista, oppure la gran parte degli italiani soffre inconsapevolmente della Sindrome di Stoccolma.
Votano in massa per partiti e sostengono governi - non ultimo il Governo Renzi - che fra tasse e soprattasse (non ultime le varie Tari e Tasi) li/ci stanno portando nel baratro.
La questione andrebbe studiata approfonditamente sotto il profilo psicologico ed antropologico. E la mia non è affatto una battuta o una considerazione faceta.



25 agosto 2014

Il "Manuale del Rivoluzionario" di Gabriele D'Annunzio

La fantasia al potere, attraverso una critica del potere stesso, la porterà certamente Gabriele D'Annunzio (e non certo i figli di papà del '68 italiano), il Vate della letteratura italiana per eccellenza, il poeta armato, l'eroe dell'impresa di Fiume e che fece della città di Fiume – occupata con soli 1500 uomini e senza sparare un colpo – una città libera, liberata e libertaria.

Gabriele D'Annunzio fu, secondo le parole di Lenin, l'unico rivoluzionario dell'Italia dei suoi tempi e da molti fu considerato un novello Giuseppe Garibaldi, per il suo ardimento e per la sua portata socialisteggiante, dagli echi mazziniani e garibaldini.

Ce ne ha parlato a lungo lo storico Giordano Bruno Guerri, ma ce ne parla diffusamente – proprio attraverso gli scritti ed i discorsi di D'Annunzo stesso – il “suo” “Manuale del Rivoluzionario”, a cura di Emiliano Cannone ed edito dalla Tre Editori (www.treditori.com). Un bellissimo saggio che abbiamo scoperto e che desideriamo far conoscere e diffondere.

Un Manuale che, non a caso, reca in copertina un D'Annunzio nei panni di Lenin, contornato da bandiere rosse nell'atto di prendere d'assalto il Palazzo d'Inverno.

Il Palazzo d'Inverno di D'Annunzio fu il potere, la casta politica, il governo di Nitti, di Vittorio Emanuele Orlando e di Giolitti, ovvero dei parrucconi della sua epoca. Ma il Palazzo d'Inverno di D'Annunzio fu anche l'avanzante fascismo e quel Mussolini che cercò, in tutti i modi ma senza riuscirvi, di zittire il Vate della Nuova Italia.

Nel Manuale è rappresentata tutta l'anima anarchica, socialisteggiante, libertaria, antiparlamentare ed internazionalista del Nostro. Un D'Annunzio che, non a caso, dichiara che egli aspira ad un “comunismo senza dittatura” e che – ben prima e meglio di altri – lancerà invettive contro la “casta politica”, dichiarando, fra le altre cose: “La casta politica che insudicia l'Italia da cinquant'anni, non è capace se non di amministrare la sua propria immondizia, pronta a tutte le turpitudini, pur che sia lasciata fingere di godersi il suo potere impotente”.

D'Annunzio, in questo senso fu un eroe (anti)politico e, dunque, un eroe della vera democrazia, contro i soprusi e le ruberie del potere ed in questo senso non mancherà mai in D'Annunzio il suo appello all'Antica Grecia, al mito greco, all'arte ed alla bellezza in tutte le sue forme, quale valori fondanti per l'emancipazione umana. In questo senso – lo si evince dal Manuale stesso – egli scorgerà la natura della crisi dei suoi tempi, che poi è anche la natura della crisi economica e sociale dei nostri, ravvisando l'origine del problema nell'espansionismo capitalistico e nell'imperialismo anglosassone e statunitense, ovvero di coloro i quali egli definisce i “divoratori di carne cruda”. In questo senso D'Annunzio scrive: “La lotta mercantile, la lotta per la ricchezza, porta il pericolo delle più terribili conflagrazioni marziali”. Ora sappiamo che fu profetico e nelle sue parole non possiamo non scorgere quanto avvenne nella Seconda Guerra Mondiale, durante la Guerra Fredda e, oggi, nel Medioriente martoriato ed ove non vi sono eroi, bensì criminali che uccidono, in ogni dove, vittime innocenti.

Ricchezza e potere all'origine della morte dell'umanità stessa, dunque.

Con l'impresa di Fiume possiamo dire che il D'Annunzio concretizzerà i suoi ideali ed i suoi principi. Nel 1919, infatti, in opposizione al Trattato di Versailles che negava la città di Fiume all'Italia, D'Annunzio - alla testa di un drappello di legionari - la occupò e ne fece una città libera in tutti i sensi, al punto che a Fiume erano tollerate e praticate le libertà sessuali, nonché era tollerata l'omosessualità e, grazie al contributo dell'aviatore Guido Keller e dello scrittore Giovanni Comisso, fu fondato il gruppo Yoga – avente per simbolo la svastica di origine vedica (che nulla aveva a che spartire con il nazismo, anzi !) ed una rosa a cinque petali - e che proponeva una visione esoterica e spirituale della realtà.

Non solo, in collaborazione con il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris, D'Annunzio redasse la famosa Costitituzione di Fiume o Carta del Carnaro, la quale fu un documento avanzatissimo per l'epoca, prevedendo: libertà di associazione, libertà di divorziare, libertà religiosa e di coscienza al punto che furono proibiti i discriminatori crocifissi nei luogi pubblici, assistenza ai disoccupati ed ai non abbienti, promozione di referendum, promozione della scuola pubblica, risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario, inviolabilità del domicilio e altro ancora che, peraltro, non fu mai garantito nemmeno dalla Costituzione della Repubblica italiana partitocratica, fondata nel 1948 e nella quale viviamo tutt'oggi. Una Costituzione tanto decantata, ma assai poco approfondita e che poco aveva a che spartire con la vera democrazia della Repubblica Romana del 1849 e con la Carta del Carnaro, fondata da spiriti rivoluzionari e non già da canuti uomini politici, servi dei partiti e delle ideologie e che il potere ha reso schiavi.

Un'impresa unica nella Storia, dunque, quella di Fiume, purtroppo soffocata dall'imperialismo internazionale e dal governo italiano di Giovanni Giolitti (tutt'altro che un liberale, bensì un famoso Ministro della malavita come lo soprannominò Gaetano Salvemini !) che, nel 1920, inviò le truppe italiane a sgomberare a cannonate i legionari.

Da non dimenticare frasi come queste, contenute nel “Manuale del Rivoluzionario”, che D'Annunzio lancia quali invettive ai governanti dell'Europa e del mondo di ieri, non dissimili da quelli di oggi. Frasi oggi attualissime, se osserviamo la geopolitica mondiale, europea, oltre che i flussi di migranti che approdano giornalmente sulle nostre coste, costretti ad emigrare a causa di una crisi voluta dai Governi e dal sistema economico-monetario: “In tutta Europa, in tutto il mondo, il potere politico è al servizio dell'alta banca meticcia, è sottomesso alle impostazioni ignobili dei rubatori e dei frodatori costituiti in consorzi legali. Neppure nel peggior tempo dei barbareschi e dei negrieri le genti furono mercanteggiate con così fredda crudeltà. Le nazioni sono cose da mercato. La vita pubblica non è se non un baratto immondo esercitato nel cerchio delle istituzioni e delle leggi esauste. Fino a quando ?”.

Il “Manuale del Rivoluzionario”, che raccoglie gli scritti anarco-libertari, socialisti, internazionalisti ed umanitari di D'Annunzio è certamente una fortunata opera editoriale ed il merito va certamente all'ottimo Emiliano Cannone, giovane dottore di ricerca in italianistica, per averlo curato con, peraltro, un'ottima nota introduttiva e precise note a piè di pagina.

La veste editoriale del saggio, poi, curata dalla Tre Editori, è elegantissima, anche a dispetto dell'economico prezzo di copertina. Da notare che, la fine di ogni capitolo del Manuale, reca il simbolo della bandiera della Reggenza del Carnaro: un uroboro – ovvero un serpente che si morde la coda – antico simbolo esoterico e gnostico a rappresentare la natura ciclica delle cose, ovvero simbolo di immortalità (si rammenti che Gabriele D'Annunzio fu peraltro iniziato alla Massoneria della Serenissima Gran Loggia d'Italia, oggi Gran Loggia d'Italia degli ALAM e non ne fece mai mistero), con al centro le sette stelle dell'Orsa Maggiore.

Ulteriori spunti su cui riflettere ed approfondire attorno ad un personaggio poliedrico quale fu Gabriele D'Annunzio, troppo frettolosamente relegato fra i “poeti del nostro Paese”, senza rammentarne (o preferendo piuttosto oscurarne) la portata rivoluzionaria, libertaria ed eminentemente (anti)politica e (contro)culturale.


Luca Bagatin



17 febbraio 2013

Presentazione del nuovo saggio del prof. Luigi Pruneti "Aquile e Corone" (Editrice Le Lettere)



L. PRUNETI, Aquile e Corone, L’Italia il Montenegro e la massoneria dalle nozze di Vittorio IIII ed Elena al governo Mussolini,  con introduzione di A. A. Mola, Le Lettere, Firenze 2012, pp. 170, €. 16,00.

Aquile e Corone è un libro nato da un’approfondita ricerca che si è avvalsa non solo di vaste letture ma anche dall’esame di numerosi documenti, spesso inediti, dell’Archivio dello Stato Maggiore dell’Esercito e di vari fondi massonici.

Il periodo preso in esame ha inizio con il matrimonio di Vittorio Emanuele III e di Elena di Montenegro. Le vicende della coppia reale, definita da Denis Mack Smith la “più felice dell’età moderna”, è il file rouge  della narrazione che esamina la politica estera italiana e le sue ambizioni egemoniche nello scacchiere adriatico, prima durante e dopo il primo conflitto mondiale.

Sullo sfondo di momenti drammatici, di scelte e di non scelte spesso epocali, si proietta sempre l’ombra della massoneria italiana e internazionale capace d’incidere sul corso della storia di quegli anni.

Ne fuoriesce un volume che, pur nella sua sinteticità, formula prospettive di ricerca nuove, ipotesi diverse da quelle comunemente accettate e che per di più, senza rinunciare alla prova documentata e al valore scientifico della ricerca, si legge come un romanzo. 

(Tratto da www.granloggia.it)



14 gennaio 2012

L'INTERVENTO a cura del prof. Aldo A. Mola

Con lo spirito laico e libertario che anima questo blog, desidero pubblicare l'intervento dell'amico Aldo A. Mola che, pur su posizioni storico-politiche differenti dalle mie, pone una questione di grande rilevanza storica che il popolo risorgimentale, mazziniano e garibaldino, dovrebbe e potrebbe cogliere e, dunque, accogliere.

Luca Bagatin


APPELLO DELLA CONSULTA ALLE ISTITUZIONI DELLO STATO:

RICONGIUNGERE IN ITALIA LE SALME

DI VITTORIO EMANUELE III E DELLA REGINA ELENA


Vittorio Emanuele III è sepolto nella chiesa di Santa Caterina, ad Alessandria d’Egitto, ove morì il 28 dicembre 1947. La Regina Elena, sua Consorte, è tumulata a Montpellier, in Francia, ove si spense il 28 novembre 1952.

Sicura di interpretare il comune sentire dei cittadini, anche non monarchici, la Consulta dei senatori del regno esorta il Capo dello Stato e i presidenti dei due rami del parlamento e del governo a promuovere la traslazione delle loro salme in Italia, a coronamento del 150° dell’unità.

Vittorio Emanuele III morì cittadino di pieno diritto, prima che la Costituzione vietasse ai re, alle loro consorti e ai discendenti maschi il rientro e il soggiorno in Italia. Universalmente rimpianta, la Regina Elena si spense libera da interdizioni.

La Consulta auspica che, sia pure tardivamente, le supreme istituzioni concorrano a sanare antiche divisioni con un gesto esemplare e ormai doveroso di umanità: il ricongiungimento in Italia delle salme dei sovrani, accomunati alle famiglie dei compatrioti nelle gioie e nei dolori, come ricorda la straziante morte della Principessa Mafalda di Savoia-Assia, il 28 agosto 1944, prigioniera nel campo di concentramento tedesco di Buchenwald.

Ogni cittadino valuta e valuterà il mezzo secolo di regno di Vittorio Emanuele III su ricordi propri e alla luce di studi in corso di maturazione. Il giudizio della storia è libero. La traslazione delle reali Salme in Italia è invece priorità di civiltà.

Mentre tutte le Repubbliche d’Europa hanno reso e rendono omaggio agli antichi sovrani dei loro popoli, la Consulta auspica che le supreme istituzioni ricordino nei modi dovuti il terzo Capo dello Stato italiano.



Il Presidente della Consulta dei Senatori del Regno

Aldo A. Mola



16 novembre 2011

Italia. Un Paese speciale. Storia del Risorgimento e dell'Unità


Quattro volumi colorati e dal curioso formato che ricorda tanto i nostri cari sussidiari di scuola. Ed a rammentare i sussidiari, vi sono anche le bellissime immagini contenute ed i "box esplicativi", le "schede", le cartine geopolitiche riprodotte, che contribuiscono a renderne più piacevole la lettura.
Stiamo parlando dell'ultima fatica del prof. Aldo A. Mola, uno fra i massimi studiosi italiani del Risorgimento e della Massoneria, che, con "Italia. Un Paese speciale: Storia del Risorgimento e dell'Unità" (Edizioni del Capricorno), ci regala un'opera agile, semplice, scorrevole, di facile consultazione, oltre che ricca di curiosità dell'epopea risorgimentale.
Divisa appunto in quattro volumi, l'opera consta della Storia d'Italia dal 1800 sino al 1861.
Il primo volume (1800 - 1858), dal titolo "Le radici", inizia con l'epoca napoleonica vista in suolo italiano, sino all'istituzione della Repubblica Romana ed alle prime lotte sociali e borghesi per l'Indipendenza dell'Italia dal giogo straniero. In esso si delineano le figure chiave dell'epoca: Giuseppe Mazzini, Apostolo simbolo dell'indipendenza italiana; Carlo Pisacane; Re Carlo Alberto; Gioberti; Rosmini; le prime società segrete...in un clima che il lettore sembra quasi avere la possibilità rivivere.
Il secondo volume, "L'Indipendenza", fotografa la situazione dell'Italia del 1859: la situazione politica e sociale vissuta al tempo dei "Grandi" di allora quali Vittorio Emanuele di Savoia; il conte di Cavour; Napoleone III; il generale Giuseppe Garibaldi; Francesco Giuseppe d'Asburgo.
Un importante capitolo è dedicato proprio a Napoleone III, prima Presidente della Repubblica francese e successivamente Imperatore dei francesi, l'espansionismo del suo impero, la difesa della causa pontificia ed un'altro importante capitolo alla dinastia degli Asburgo d'Austria.
E, dunque, le guerre d'Indipendenza con tutto il loro clamore; i tatticismi del conte di Cavour e di Re Vittorio. L'Italia è dunque pronta per l'Unità.
"L'Unità" è proprio il titolo del terzo volume dell'opera del Mola.
Siamo nel 1860. La Toscana e l'Emilia Romagna vengono annesse all'Italia; Giuseppe Garibaldi, Gran Maestro della Massoneria italiana ed Eroe dei due Mondi, è visto come il grande liberatore degli italiani e degli oppressi e, con la sua spedizione dei Mille contribuisce enormemente alla causa italiana; Pio IX governa gli Stati della Chiesa; Vittorio Emanuele II annette Marche ed Umbria e, con il celebre "incontro di Teano" con Garibaldi, annette anche le Due Sicilie.
E' dunque l'alba di un nuovo giorno per la nascente Italia. Il 14 marzo1861, Vittorio Emanuele II, sarà proclamato Re d'Italia. Questo l'oggetto del quarto ed ultimo volume: “La libertà”.
Un'Italia finalmente unita e libera, benchè sicuramente arretrata e che necessiterà di una vera e propria costruzione politica e sociale. La cosiddetta "Nuova Italia" inaugurerà, dunque, via via ferrovie, poste, telegrafi, banche, scuole, forze armate unitarie ed una sola moneta.
Questo dunque fu il Risorgimento.
Un'epoca di costruzione e ricostruzione, alla quale contribuirono laici, cattolici, monarchici, repubblicani mazziniani, garibaldini, ebrei, massoni e carbonari. Operai e borghesi, donne e uomini.
L'epoca che cantò il Vate Giosue Carducci nelle sue opere e nella quale, ogni buon italiano, non può non riconoscersi.
"Italia. Un Paese speciale" del prof. Mola è arricchito dalle prefazioni del Ministro per i Beni e le Attività Culturali Sandro Bondi, della principessa Maria Gabriella di Savoia e del Presidente Emerito della Repubblica Francesco Cossiga, che la scrisse il 15 febbraio 2010, sei mesi prima della sua scomparsa.
Un'opera fondamentale per celebrare, nelle scuole e nelle case di ogni cittadino d'Europa, i 150 anni della nostra bella Penisola: un Paese speciale, appunto.

Luca Bagatin



8 novembre 2011

Perché lascio "La Voce Repubblicana" ed il PRI (in attesa di tempi migliori)

Ho scritto, dal settembre 2008 sino al 13 ottobre scorso, ben 117 articoli per "La Voce Repubblicana".
Quaranta articoli all'anno, circa, il che significa almeno uno a settimana.
Articoli di letteratura, esoterismo, cinema, talvolta di politica (ma pubblicati solo se non davano fastidio alla linea del Segretario...altrimenti li pubblicavo sempre e comunque sul mio blog o su altre testate nelle quali comunque ho sempre collaborato).
"La Voce Repubblicana", testata repubblicana mazziniana storica, è giornale che ho amato e contribuito ad arricchire e diffondere con passione.
Se oggi ho scelto di non collaborarvi più è perché la mia coscienza mi impedisce di farlo e di ciò sono molto addolorato.
Dopo quindici giorni di proteste, anche sul web, sono riuscito ad ottenere il diritto di replica per il prof. Aldo A. Mola ad un articolo privo di fondamento storico, scritto dal direttore della “Voce” Francesco Nucara e pubblicato il 12 ottobre scorso..
Lo stesso Nucara, telefonicamente, si scusò con me ed assicurò che anche le mie repliche sarebbero state pubblicate, in particolare quella all'articolo della Sig.ra Liliana Speranza, pubblicato sulla “Voce” oltre un mese fa, il 30 settembre scorso, e nel quale ricostruivo – con tanto di fonti – la storia della Loggia Massonica Propaganda all'Obbedienza del Grande Oriente d'Italia.
Da quella telefonata sono passati oltre dieci giorni e delle mie repliche nemmeno l'ombra.
Ora, non vedo perché debbo continuare la collaborazione con una testata giornalistica che, oltre a non rispettare la verità storica (Nucara fonda le sue affermazioni su un libretto dal sapore antimassonico, edito dall'Espresso negli anni '70 dal titolo "I massoni in Italia" ed oggi reperibile spesso nei mercatini di robivecchi), censura le repliche dei suoi stessi collaboratori.
Relativamente al PRI, la cui collocazione politica, oggi, debbo ancora capirla (sta a destra, al centro o a sinistra ?), ho i miei forti dubbi che, con un Segretario come Francesco Nucara, possa andare da qualche parte. Occorre gente completamente nuova, aperta, colta.
Il PRI è riuscito sì a liberarsi di Giorgio La Malfa, che si è posto fuori dal partito, ma non della vecchia guardia. Ed è anche per questo che, da quest'anno 2011, ho deciso di non rinnovare più la tessera al partito.
Se un Partito Repubblicano e Liberaldemocratico vuole veramente rinascere dalle ceneri, occorre che qualcuno si faccia da parte, si goda la pensione e lasci spazio a personalità di spicco che un lavoro diverso dalla politica lo hanno sempre avuto: penso ad esempio ad Oscar Giannino e ad Alessandro Cecchi Paone, già oggi eletti nella Direzione Nazionale del PRI.
Solo loro – assieme ad una “Voce Repubblicana” completamente rinnovata, aperta alla pubblicità e magari diretta dall'ottimo Lanfranco Palazzolo - potrebbero riaccendere l'entusiasmo di coloro i quali si richiamano all'Internazionale Liberale, ai valori del mazzinianesimo e del giornalismo economico e d'inchiesta. Diversamente, non vedo affatto alcuna prospettiva.

Luca Bagatin



2 novembre 2011

L'INTERVENTO a cura del prof. Aldo A. Mola

150° del Regno d’Italia

IL MONITO DEL “MILITE IGNOTO”

di Aldo A. Mola


Anche il Piemonte vive il “Viaggio dell’Eroe da Aquileia a Roma” (29 ottobre -4 novembre), allestito dal Ministero della Difesa per evocare la tumulazione del Milite Ignoto all’Altare della Patria il 4 novembre 1921. Il convoglio sosterà a Udine, Treviso, Ferrara, Bologna, Pistoia, Prato, Firenze, Arezzo, Chiusi, Orvieto per consentire ai cittadini di visitarne le mostre allestite nelle sue carrozze.

L’omaggio al sacrificio compiuto dai cittadini alle armi nel 1914-18 accomunò le nazioni in cerca di pace. Iniziarono i francesi con la parata del 14 luglio 1919, omaggio al cenotafio dell’Arco di Trionfo. Per l’Italia, presenziò il generale Raffaele Montuori. Affiancato da André Maginot, ideatore della linea difensiva, il 10 novembre 1920 Auguste Thin scelse a Verdun, teatro di battaglie sanguinosissime, la salma tumulata l’11, festa della Vittoria. Londra fece altrettanto il 19 luglio 1919 con la partecipazione di Giorgio V, del francese Foch e del feldmaresciallo britannico Douglas Haig. L’Unknown Warrior fu tumulato nell’Abbazia di Westminster l’11 novembre 1920.

Il 4 novembre 1920 il settantottenne Giovanni Giolitti, per la quinta volta presidente del consiglio e ministro dell’Interno, orchestrò con il generale Napoleone Fochetti la Festa delle Bandiere, come narra Alessandro Miniero in Da Versailles al Milite Ignoto (Istituto per la storia del Risorgimento Italiano). Contrario all’intervento in guerra, Giolitti conosceva bene il sacrificio sopportato dagli italiani che, fermata al Piave la rotta di Caporetto, a Vittorio Veneto vinsero anche per gli Alleati, che poi scipparono il loro successo riducendolo a “vittoria mutilata”, fonte di tanti guai. Dopo quell’adunata all’Altare della Patria i blocchi nazionali vinsero nelle elezioni amministrative dell’autunno 1920 e in quelle politiche del 1921, ma non divennero maggiorana parlamentare a causa della “maledetta proporzionale” (la definizione è di Giolitti). Il 20 giugno 1921 Giolitti presentò la legge per tumulare in Roma la “salma senza nome” , rappresentante oltre 600.000 “umili eroi”. L’Esercito omaggiò in Ravenna Dante Alighieri, profeta della Nuova Italia. Regista di scelta, traslazione e tumulazione del Milite Ignoto fu poi il piemontese Cesare Maria De Vecchi, monarchico, nazional-liberale, futuro quadrumviro.

Clericali e socialcomunisti regalarono il mito e i riti della Vittoria a liberaldemocratici, nazionalisti e ai fascisti (all’epoca quattro gatti, sia pure chiassosi), con uno “sciopero morale”, poi storiografico, contro l’idea di Italia. Aprirono una ferita che invece andava subito risanata proprio col riconoscimento della Vittoria quale conquista della Nazione, dei cittadini, sia di quelli caduti (ed elencati nelle lapidi di ogni Comune) sia di quelli che nel fronte interno ressero la durissima prova cui furono sottoposti da politici imprevidenti, che scaricarono il peso dell’intervento sui militari, privi di mezzi adeguati.

E’ l’occasione propizia per riflettere sull’intera vicenda.


Aldo A. Mola


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini