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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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21 agosto 2013

Perché i laici ed i fautori della libertà non vincono e non vinceranno mai ? (all'ombra degli a-socialnetwork)



"Sincretismo di follie", opera di Fabio Siena

Divisioni.

Divisioni storiche, politiche, antropologiche forse.

Mentali, diremmo, piuttosto.

Perché mai i cosiddetti “laici”, ovvero coloro i quali si battono da sempre per un mondo più libero, non bigotto, ove l'individuo sia al centro della politica e non viceversa, sono da sempre una cultura minoritaria in Italia ?

Me perché prevalgono da sempre inutili ed assurde divisioni.

E' così, sin dai tempi in cui i mazziniani volevano contrapporsi ai garibaldini e viceversa. Eppure entrambi si battevano per un'Italia unita, libera, laica, sovrana e repubblicana.

Anche le più recenti astruse contrapposizioni fra i sostenitori di Ilona Staller e quelli di Moana Pozzi hanno fatto sì che le battaglie sulle libertà sessuali, la lotta alla corruzione ed al malaffare politico, fossero meno incisive.

Eppure si alimentano, tanto per il gusto di alimentarle, anche alla faccia di persone che non sono più in vita. Pace all'anima loro.

Osserviamo, del resto, chi abbiamo al Governo e quali sono i nostri “rappresentanti” (chiamiamoli pure così), in Parlamento. I rappresentanti della cultura antilaica, antiliberale, antilibertaria, mediatica e bigotta del nostro Paese.

Ora, forse si dirà che sto semplificando, ma, nella mia semplificazione, scrivo semplicemente ciò che vedo e che ho visto in diciotto anni di attività-osservazione politica.

Un'osservazione che mi ha portato, all'età di trentaquattro anni, alla più totale disillusione e a stracciare la mia tessera elettorale.

Cari laici, stiamocene a casa. Lasciamo perdere e diciamocelo pure chiaramente: hanno vinto gli altri.

Se dobbiamo dividerci allora tanto vale che lo facciamo onanisticamente sul web, oppure facendo una partita a carte o a monopoli. Ma non disturbiamo il “Manovratore”, peccarità !

Chi scrive, ovviamente, è un disilluso abbastanza annoiato da queste divisioni.

Chi scrive crede, diversamente, nel “sincretismo progettuale”, ovvero nella possibilità di far coesistere storie e culture anche diverse, ma unite su un elenco di punti programmatici laici, libertari, civici.

Allorquando il Sacro si fonderà con il Profano, armoniosamente, allora un piccolo spazio per la Civilità dell'Amore e della Libertà, nascerà. Diversamente prevarranno solo le divisioni ideologiche e gli sterili onanismi intellettuali.

Ma quanta acqua dovrà passare sotto ai ponti ? Chi scrive non lo sa e non è nemmeno ottimista.

Seguitiamo ad osservare e a proporre, alla finestra degli “a-socialnetwork”.


Luca Bagatin



24 luglio 2012

"La mia vita è un Caos Calmo": "We Shall Overcome". Ricordi by Baglu



"We Shall Overcome" è il titolo di una canzone di protesta, che divenne l'inno dei diritti civili negli USA, ma è anche il titolo di un film, che ho visto alcune sere fa.
Un film che non conoscevo, con protagonista un bambino danese che si batte contro le ingiustizie commesse dal preside della sua scuola, violento come il sistema sclastico di allora, alla fine degli anni '60, ma non solo.
Mi ricordo che nel 1987 fui picchiato per ben due volte, rispettivamente dalla maestra e, tempo dopo, dal maestro di musica e ginnastica. Ancora me li ricordo gli schiaffi, spesso ripetuti. La maestra nel 1988 morì di tumore ed io, lo confesso ancora oggi, nei fui contento (così come ne fu contento il protagonista del film, quando il preside morirà di infarto).
Non ero certo un tipo che si faceva mettere sotto, già allora.
Ero un ribelle ? Dentro di me, forse, lo ero. In generale ero semplicemente uno che si faceva in fatti suoi e non amava essere disturbato.
I compagni di classe ridevano, così come ridevano i compagni di classe di Fritz, il ragazzino protagonista del film, quando qualcuno veniva picchiato. Fritz, invece, contestava animatamente questo loro sciocco atteggiamento.
La violenza gratuita non mi è mai piaciuta. Specie se verbale.
Allora mi ricordo che nella nostra classe, per un periodo, era arrivato un ragazzino rom, della nostra età, la cui famiglia gestiva un circo, allora di passaggio.
Erano gli anni Ottanta, ed il razzismo, anche se non ne avevamo mai sentito il termine, era percepibile.
I miei (stronzi) compagni di classe (non tutti, forse, ma quasi e gli altri, ad ogni modo, non dissero o fecero nulla) non facevano che prenderlo in giro perché era diverso, scuro...uno "zingaro".
Fui l'unico che lo difese. Mi picchiarono, ma le diedi anch'io. Non fu la prima volta, nella mia vita, nella quale mi sono battuto per una causa giusta. Anche rimanendone sconfitto. Ma mai pentito.
Vedendo quel film danese mi ci sono riconosciuto davvero in Fritz, capelli lunghetti e pettinati in modo strano (altro motivo comune di presa in giro), che già allora corteggiava una ragazzina (altro movito ancora di presa in giro. Pare che, se sei un bambino, tu non possa avere pulsioni sessuali e sentimentali....mah che idiozia !).
Poi c'è una cosa che Fritz dice nel film, ovvero: "Vorrei che non ci fossero più ingiustizie. Vorrei che nessuno debba più aver paura di qualcuno".
Mi sono stupito e commosso nell'ascoltare parole che ho fatto mie sin dall'età di 7 anni. E che, forse, hanno aperto, nel corso della mia vita, ferite irrimarginabili ed una profonda diffidenza nei confronti del prossimo.
E' dura, se decidi di lottare contro la società o, quantomeno, contro buona parte di essa in una sorta di "evoluzione permanente".
Evoluzione, mai rivoluzione. La rivoluzione la fanno i violenti che vogliono prendere il potere. Non certo chi, del potere, non sa cosa farsene. Perché, fra cent'anni, non avrebbe comunque alcun senso l'essersi accaparrato "quel" potere. Che è aspetto che, gli uomini di potere, ad esempio, non comprendono in quanto si ritengono, illusoriamente, "eterni".
"We Shall Overcome" è ambientato ai tempi delle battaglie degli hippie per i diritti civili, la fine della guerra in Vietnam e Fritz ammira profondamente Martin Luther King e la sua lotta antirazzista, raccogliendone scritti, articoli, discorsi. Ha un padre malato di nervi che, purtuttavia, lo sosterrà sempre ed ancor più della madre.
Il rapporto fra padre e figlio è toccante, in particolare alla fine del film. Che è tratto da una storia vera. La storia, anche, forse, di molti di noi beatnik, utopici utopisti non ancora domati dalla sopraffazione e dalla stupidità umana.



24 aprile 2011

Ciao Baba, incarnazione terrena del Divino



Non è un caso che Tu, incarnazione di Krishna, Cristo, Allah, Buddha, Lao Tzu, Ahura Mazda, venuta su questa terra per tutti noi, sia morto il giorno di Pasqua.
Tu ci hai insegnato che nulla accade a caso in questo mondo.
Risorgerai, ancora una volta, per mostrarci la Luce del Divino che è (già) in Noi.
Om Sai Ram.



22 aprile 2010

Costruire con Gianfranco Fini l'alternativa Gollista e Liberaldemocratica per l'Italia



Da oltre un anno Gianfranco Fini si sta muovendo per l'alternativa.
L'alternativa a che cosa ?
Ad una maggioranza di governo capitanata - "ad interim" - da un Silvio Berlusconi che, checchè ne dica, è al traino di una Lega Nord conservatrice e statalista.
Un Silvio Berlusconi neo-filo-sovietico amico di Putin e di Gheddafi in chiave anti-occidentale.
Un Silvio Berlusconi che ha selezionato la sua classe dirigente sulla base più del "sex appeal" che delle reali competenze politiche.
Un Silvio Berlusconi che, da troppo tempo, ha dimostrato di non voler fare alcuna riforma liberale e garantista del mondo del lavoro e della giustizia.
Gianfranco Fini è passato dunque al contrattacco fondando prima un "think-tank", Fare Futuro, ed oggi una corrente interna al PdL.
Ovviamente ci aspettiamo molto, ma molto di più.
Il PdL non è un partito, ma un "comitato d'affari" al pari del suo omologo Pd. Non ha un'ossatura ideale né tantomeno un progetto politico di ampio respiro.
Gianfranco Fini, è vero, proviene dalle file del principale partito della destra italiana. Un partito, il Msi prima e An poi, che certo non ha mai avuto nulla a che spartire con la destra liberale europea.
Purtuttavia, poiché solo i cretini non cambiano mai idea, Fini ha dimostrato di essersi evoluto sia ideologicamente che politicamente.
A differenza dei cattocomunisti, ha abiurato in toto al suo passato postfascista e ha contribuito - già con An - a dare un'impronta gollista al suo partito. Il che, infatti, gli è costata la scissione dei fascisti della destra sociale di Storace e della Santanchè.
Oggi Gianfranco Fini ed i suoi fedelissimi mirano alla costruzione di un partito moderno, laico, gollista e di destra liberale. Che guarda a Sarkozy, a Cameron e persino ai Liberaldemocratici inglesi.
In questo senso, infatti, sarebbe utile una spaccatura costruttiva del PdL, come sostengo da tempo, per la costruzione di un'alternativa liberal-moderata alla conservazione esistente.
Un'alternativa capace di attrarre non solo i voti di quanti non si riconoscono nell'attuale leadership berlusconiana, ma anche di coloro i quali non vanno più a votare o sono delusi dall'attuale centrosinistra.
In questo senso, Fini, potrebbe costruire un suo movimento politico che da subito potrebbe attrarre - approssimativamente - il 10% dell'elettorato. E partire con la costruzione di una nuova coalizione di centro-destra (con il trattino !) in alternativa alla Lega ed a Berlusconi, ma anche, certamente, all'ormai marginalissimo Pd.
Una coalizione che potrebbe contare sul sostegno dell'Udc di Casini e dell'Api di Rutelli e Tabacci, alla quale si sono già aggregati anche i liberali di Zanone.
E a noi laici, repubblicani del PRI, liberali del PLI e - se lo volessero - anche i Radicali, non rimarrebbe che costituire un rassemblement denominabile, preferibilmente, "Unione Liberaldemocratica" a sostegno dello stesso Gianfranco Fini.
Forse corro troppo con la fantasia, ma ritengo che una coalizione a quattro (Movimento di Fini, Udc, Api, Laici-Libdem) di tal fatta potrebbe certamente scompaginare i giochi e puntare a rappresentare quasi un terzo dell'elettorato.
Coalizione unita su pochi ma condivisi punti programmatici: politica estera filo-occidentale senza tentennamenti o connivenze con dittature o presunte tali; politica di integrazione dell'immigrazione con il riconoscimento dei diritti di cittadinanza, ma anche di rigore nei confronti dei clandestini; politica economica di sostegno alle piccole e medie imprese che miri alla detassazione dei redditi ed all'erogazione di congrui ammortizzatori sociali; riforma della giustizia che punti alla separazione delle carriere dei magistrati ed alla responsabilità civile del giudice ed alla spoliticizzazione del CSM; abolizione delle Province, dei consorzi, delle comunità montane ed accorpamento dei piccoli comuni.
Con Gianfranco Fini leader ed una sinergia fra moderati, laici e liberali, tutto ciò, forse, sarà possibile. Diversamente, la stagnazione regnerà sovrana.

Luca Bagatin



13 aprile 2010

Le riforme liberali di cui l'Italia avrebbe bisogno



Si fa un gran parlare - in questo periodo post-elezioni regionali - di riforme istituzionali come ad esempio l'introduzione di un nuovo sistema elettorale che preveda il semipresidenzialismo alla francese.
Verrebbe da chiedersi che senso abbia.
O, meglio, avrebbe sicuramente senso cambiare il sistema elettorale, ma di certo il "semipresidenzialismo alla francese" non risolverebbe alcun problema.
Il sistema elettorale andrebbe innanzitutto cambiato, ma per garantire la massima rappresentanza elettorale. In particolare di quell'elettorato che - al 40 % - oggi si astiene.
Rappresentanza che, da quando sono stati introdotti antidemocratici sbarramenti e sono state negate le preferenze, è di fatto non più garantita in alcuna competizione elettorale.
In secondo luogo le riforme di cui si dovrebbe parlare sono ben altre.
Le riassumerò qui.
Per tentare di uscire un tantino dalla crisi nella quale anche l'Italia è inesorabilmente incappata, occorrerebbe liberalizzare il mercato del lavoro da una parte e fornire congrui ammortizzatori sociali a chi un lavoro non ce l’ha. Seguendo però il modello della Gran Bretagna e non quello dell’assistenzialista Svezia.
Le piccole e medie imprese dovrebbero essere le prime ad essere favorite (e non già la grande industria), arrivando finalmente a proporre una radicale riforma fiscale che preveda l’aliquota unica al 20 % per tutti. Stop ad altre imposte, dunque.
E i lavoratori potrebbero essere aiutati abolendo una volta per tutte le trattenute in busta paga.
Via Irap e Irpef, ordunque: aliquota unica per tutti e innalzamento della no tax area.
Ciò, ovviamente, comporterebbe una drastica riduzione della spesa pubblica a partire dal taglio immediato di enti inutli quali le Province, i consorzi e le comunità montale e l'accorpamento dei Comuni.
E si dovrebbe pensare anche ad una riforma delle pensioni che preveda un sistema a capitalizzazione.
Veniamo poi alla giustizia.
E' necessario separare le carriere dei magistrati e stabilire che, quando un giudice sbaglia, paga di tasca sua e non deve essere la collettività a dover risarcire per le colpe dello stesso.
Ciò avviene in tutti i Paesi civili e democratici, non si comprende perché in Italia le cose vadano diversamente.
Sui diritti civili, poi, si comprenda, una volta per tutte, che la vita appartiene al singolo: che può decidere di vivere o meno, a sua discrezione.
Lo Stato non è una “balia-mamma” che ha la potestà sui suoi cittadini, come crede certo confessionalismo di casa nostra.
L'anticlericalismo, dunque, a destra come a sinistra, non dovrebbe essere visto come un qualche cosa di "ideologico", ma sinonimo di laicità, democrazia e libertà contro la prevaricazione di chi ritiene che la sua fede o il suo “dio” possano essere anteposti alle leggi di uno Stato laico, liberale e dunque leggero.
Le vere riforme di cui questo Paese avrebbe dunque bisogno sono inevitabilmente estreme, ma non estremiste.
Riforme moderate in quanto liberali, ma estreme in quanto necessarie a rivoltare "la casta" come un calzino per garantire finalmente chi non è mai stato garantito e per togliere - una volta per tutte - i privilegi di coloro i quali si riempiono la bocca di "riforme" inutili o mai attuate sulla carta.

Luca Bagatin



15 luglio 2008

Ottaviano Del Turco e la giustizia italiana



Dallo Sdi, così come dal "nencino" Ps di oggi, e dai socialisti "di sinistra" in generale non ho mai condiviso nulla salvo, talvolta, le posizioni laiche mutuate dai radicali in questi ultimi anni (ma negli anni precedenti "quei" socialisti flirtavano con Mastella e l'allora UDR di Cossiga, se non ricordo male).
Essi sono da sempre causa del loro mal: hanno abbandonato Bettino Craxi al suo destino, si sono salvati la pellaccia (spesso immeritatamente), si sono alleati con i loro carnefici, hanno tirato a campare nonostante le loro gravissime responsabilità politiche e non solo.
Non ho mai avuto grande comunanza di ideali politici nemmeno con Ottaviano Del Turco.
Purtuttavia non posso dimenticare la sua educazione, cortesia e puntualità nell'avermi risposto ad una missiva/articolo anche a lui indirizzata, così come a tutto il gruppo dirigente dello Sdi nel 2003.
Né Boselli né Intini mi risposero. Del Turco lo fece e di questo gli sono da sempre grato e l'ho citato più volte anche in Convegni ai quali sono stato pubblicamente invitato.
Oggi Ottaviano Del Turco, oramai ex Presidente della Regione Abruzzo, è stato arrestato, così come avviene spesso in questo nostro triste Paese, così, su due piedi. Un affare di tangenti.....
Sarà colpevole ? Sarà innocente ? Ma, soprattutto, quanti altri sono a piede libero e siedono financo in Parlamento tutt'oggi ? E, quanti, negli anni, hanno patteggiato la pena, così, con il sorriso sulle labbra  ?
Lo sappiamo come vanno queste cose in Italia. E conosciamo anche la giustizia ad orologeria. Quella che colpisce "taluni" ma non "talaltri".
Lo sa il sig. Di Pietro questo ? Immagino di sì.
Triste storia, nevvero ?
E' una di quelle che mi fanno vergognare di essere italiano. E talvolta mi spaventano.
Due pesi e due misure.I pesci piccoli, i pesci grossi, i sinistri, i non sinistri...i sinistri un po' meno sinistri.....
Leggo sul blog dell'amica blogger Krillix.ilcannocchiale.it che:

Si può svolgere un’inchiesta mantenendo il segreto istruttorio.

Si può fare un’indagine senza perder tempo a parlarne con i giornalisti.

Si può arrestare un omicida solo dopo aver raccolto le prove.

Si può ottenere una confessione grazie alla forza degli elementi d’accusa raccolti e senza passare per la carcerazione preventiva.

Si può fare un processo in tribunale invece che in tv.

Si può fare. In Spagna.

In Spagna.
Oggi in Spagna, domani in Italia ?
Sarebbe ora.

Luca Bagatin




L'8 settembre del 2003, Del Turco mi scrisse, in risposta ad una mia lettera/articolo (sulla possibilità e necessità della nascita di un'aggregazione Laica-Liberalsocialista contro la sinistra e la destra attuali da sempre in "lotta per le poltrone") pubblicata tempo prima anche sulla rivista Mondoperaio, quanto segue:

Molte delle sue riflessioni mi trovano d'accordo. Altre meno. Alla mancanza di un'area laico-liberal-socialista attribuisco anche un certo inaridimento del clima culturale, in particolare nei piccoli centri di provincia.
Sono anche persuaso che le sue considerazioni sui Poli siano pertinenti e per nulla settarie. Mi convince meno l'attribuire ad una "lotta per le poltrone" le nostre divisioni.  Le ragioni (parlo per me) sono più profonde e più nobili. Almeno spero. D'altro canto non c'è settarismo nel mio
giudizio. Quando si litiga e ci si divide per ragioni nobili, questo aggettivo va diviso per ciascuno dei contendenti.
Scriva ogni volta che ha da fare osservazioni acute come quella di oggi.
Un saluto cordiale riformista e socialista.
Ottaviano Del Turco



15 luglio 2008

NON C'E' PACE.....

A tutti coloro i quali: vilipesi, torturati, brutalmente uccisi, fucilati per motivi etnici, culturali, religiosi, di razza, sesso, orientamento sessuale, concezioni di vita.
A tutti coloro i quali hanno conosciuto e conoscono i crimini nazifascisti, comunisti, fondamentalisti, clericali.
A tutti i condannati a morte in una vita senza libertà e dignità.





NON C'E' PACE SENZA GIUSTIZIA
NON C'E' GIUSTIZIA SENZA LIBERTA'
NON C'E' LIBERTA' SENZA COSCIENZA



12 luglio 2008

Gli applausi e gli sputi ad Enzo Tortora



La biografia di Enzo Tortora, "Applausi e sputi", curata da Vittorio Pezzuto, è certamente l'unica opera che tratta approfonditamente le vite del noto giornalista, presentatore e politico genovese.
Vite, certo. Vite, appunto.
Enzo Tortora di vite ne ha vissute due o, forse, tre.
Quella del presentatore di successo dagli anni '60 agli anni '80, quella del presunto camorrista, mafioso e spacciatore negli anni '80 e quella del politico radicale sino alla sua morte, prematuramente avvenuta nel 1988.
Sono passati vent'anni dalla morte di Tortora, il quale, come si documenta anche nella suddetta biografia, non era un tipo simpatico ai più.
Era un antitaliano nel senso più stretto del termine. Colto, liberale, mai piegato la testa in vita sua, laico, mai avezzo al compromesso, mai amante del gossip e del pettegolezzo al punto da difendere a spada tratta la sua vita privata.
Era un presentatore di successo che, con pacatezza e spirito, riusciva a catturare gli interessi e le aspettative dell'Italia di allora.
Era anche un politico, dicevamo, pronto a puntare il dito contro il Servizio Pubblico Radiotelevisivo, l'arrugginita Rai-Tv ed il suo monopolio lottizzato dai partiti e dalle correnti.
Era, insomma, per l'establishment culturale d'allora, un vero e proprio fumo negli occhi.
Un fumo negli occhi da abbattere. Anche con l'uso della calunnia, ed è ciò che venne fatto.
Enzo Tortora, il 17 giugno 1983 fu arrestato sulla base di accuse completamente inventate da "pentiti" ex camorristi senza scrupoli. Accuse alimentate dalla grande stampa italiana, da certo giornalismo straccione e gossipparo e da pseudo-artisti in cerca di pubblicità. Vedi il sig. Margutti e la storia delle mutandine della moglie.
Vicende magistralmente documentate da Vittorio Pezzuto, con tanto di citazioni di articoli e di dichiarazioni di allora. Con tanto di nomi e cognomi degli accusatori del Tortora. Nomi di individui, che, ahinoi, in questo Paese della vergogna, hanno financo fatto carriera.
Nomi da mettere all'indice, da ricordare, e sui quali far ricadere la nostra indignazione di individui liberi ed onesti. Affinché vicende kafkiane e raccapriccianti di tal fatta non abbiano mai più da accadere.
E così Enzo Tortora, grazie a Marco Pannella e ai radicali di allora, divenne il simbolo, la bandiera, di e per una giustizia giusta in Italia. Per una giustizia che garantisca le vittime, ma anche i carcerati costretti a vivere in condizioni disumane ed in attesa di giudizio.
Le pagine di Pezzuto scorrono via veloci e di volta in volta ci fanno stringere il cuore e chiedere se, quella descritta, sia l'Italia di vent'anni fa o piuttosto quella di due secoli fa.
Già allora, come oggi, si punta il dito anche contro un certo tipo di Magistratura. E' possibile che le corporazioni, nel nostro Paese, debbano sempre e comunque uscirne ed uscire impunite ? Senza alcuna responsabilità ?
Separazione delle carriere dei giudici, riforma del Consiglio Superiore della Magistratura non sulla base delle correnti, bensì sulla base dell'effettiva competenza ed imparzialità dei giudici. Queste le basi del diritto in una vera democrazia.
Enzo Tortora pagò con la vita la sua battaglia di onestà e di trasparenza. Ma quanti altri come lui ?
E' l'eterno "caso Italia". Il caso del Paese di Pulcinella e così continuerà ad essere senza una nuova classe di cittadini capaci di alzare sempre e comunque la testa. Capaci di essere antitaliani insomma.
Come Enzo Tortora ha saputo essere nei suoi sessant'anni di vita.

Luca Bagatin



19 maggio 2008

ENZO TORTORA: UN UOMO PERBENE. Nel ventennale della sua morte.



Con il 18 di questo mese sono passati esattamente 20 anni dalla prematura scomparsa di Enzo Tortora, il popolare conduttore televisivo degli anni '80 tristemente noto anche per le sue vicende giudiziarie che l'hanno poi visto del tutto assolto.
Personalmente mi sono sempre sentito legato alla sua figura ed alla sua vicenda umana e civile. Sono stati i suoi programmi ed il suo stile ad appassionarmi sin da bambino ad un certo tipo di televisione: colta, raffinata, mai volgare e mai urlata.
E' stata poi la sua triste vicenda giudiziaria a farmi simpatizzare, con gli anni, per il Partito Radicale nelle cui file lo stesso Tortora sarà impegnato per difendere sé stesso e tutti coloro i quali si sono trovati e si troveranno a subire una "giustizia ingiusta" tipica degli Stati illiberali.
E così ho riscoperto un articolo-lettera che scrissi per il quotidiano "L'Opinione delle Libertà" e che mi fu pubblicato il 26 maggio 2006 e letto anche in diretta su Radio Radicale qualche giorno dopo.
Nel lasciarvi al mio pezzo vi ricordo che è uscita in questi giorni una bellissima biografia di Enzo Tortora intitolata "Applausi e sputi" scritta dal già radicale Vittorio Pezzuto, oggi animatore del sito Decidere.net di Daniele Capezzone.
Enro Tortora: un liberale ed un simbolo di civiltà giuridica spesso negata in un Paese come il nostro. Un esempio da non dimenticare a presente e futura memoria.

Luca Bagatin



In ricordo di Enzo Tortora vittima dell’ingiustizia
di Luca Bagatin
(dall'Opinone delle Libertà del 26 maggio 2006)

Caro Enzo,
ero bambino quando tu conducevi quella trasmissione con quel simpatico pappagallino denominato Portobello. Il porto era bello ed io ricordo che la tua voce tranquilla infondeva in me una certa quiete, una certa serenità. Ero bambino, ma la tua era una delle poche trasmissioni che in famiglia guardavamo con gioia. Semplice e raffinato il tuo linguaggio, ma lo capirò solo anni dopo rivedendo gli spezzoni di "Portobello"e leggendo alcuni tuoi colti articoli. Poi arrivò quel 17 maggio 1983. Ricordo ancora il TG che ti dava addosso e che ti additava quale camorrista, spacciatore, amico dei mafiosi. Io piansi e mia madre non riuscì a calmarmi per tutto il giorno. Buffo no? Avevo appena quattro anni eppure già capivo che... No, non potevi essere un mostro. I tuoi occhi parlavano per te. Un bimbo queste cose le capisce meglio di un adulto. No, caro Enzo, tu un mostro non lo eri affatto. Il mostro era lui: lo Stato che credeva al pentitismo. Lo Stato antiquato di un' Italia da sempre poco democratica. Fascista nell'anima. Lo Stato di Polizia. Lo Stato colluso con la mafia.
I mass-media. I mass-media distrussero la tua carriera di giornalista e uomo di spettacolo. Io non ti dimenticai mai. Marco Pannella ti volle al suo fianco e diventasti europarlamentare radicale. Rinunciando all'immunità affrontasti serenamente tutti i processi e alla fine risultasti innocente. Pagasti con anni di carcere ed umiliazioni. Lottasti per una giustizia giusta. Il tutto nell'indifferenza prerssoché totale di uno Stato e di un popolo (quello italico) idiota, ipocrita, ignorante, insensibile, pronto a tutto solo ed unicamente per il proprio tornaconto personale. Questo Paese che tu amasti tanto ti ha ucciso. Mauro Mellini (già deputato radicale e membro del Consiglio Superiore della Magistratura) ha proposto di istituire la data del 18 maggio (data della ricorrenza delle tua morte) quale giornata nazionale delle vittime dell'ingiustizia. Nel testo dell'appello di Mellini si legge fra l'altro: "Una giornata in cui il pensiero vada a coloro che, per errore di uomini o per imperfezione e stravolgimento di istituzioni e di leggi, per devianze dalle finalità che la giustizia deve perseguire, sono sacrificati e soffrono, lottando perché sia riconosciuto il loro buon diritto o, invece, vinti e dimenticati, subiscono pene ed umiliazioni che non hanno meritato." Un atto dovuto con un pensiero ai carcerati (tutti !). Perché tu, Enzo, vivi nel ricordo di coloro che non hanno rinunciato a lorrare per un Paese in cui la Libertà e la Democrazia possano essere affermate ed affermare il rispetto e la dignità dei Diritti e del Diritto di vivere come Esseri Umani. Come Persone.
Un abbraccio con il Cuore.



22 dicembre 2007

"Finché morte non vi separi". Articolo by Davide Giacalone


"Finché morte non vi separi”, non è solo la formula dell’amore canonizzato, ma anche quella del divorzio dilazionato. Abbiamo il divorzio più lento d’Europa: a parte i tre anni di separazione ci mettiamo circa seicento giorni per una sentenza di primo grado e circa cinquecento per il secondo. Più di sei anni da quando ci si è detti addio. La morte, così messi, è una probabilità, ma anche una tentazione.
Al presidente Sarkozy, che del divorzio è frequentatore recidivo, è sembrato troppo che in Francia ci si metta, nel caso sia consensuale, tre o quattro mesi. Il ragionamento è questo: quei due decisero da soli di piacersi, poi di convivere, poi di sposarsi. Auguri. Ora, sempre da soli, decidono di divorziare: che si accomodino da un notaio, rendano ufficiale e pubblica la rottura del contratto che li lega, e se ne vadano per la loro strada senza imporre agli altri i costi di un giudice e di un tribunale, ed a se stessi quello degli avvocati. Applaudo. Le cose non possono che andare diversamente se c’è conflitto e se ci sono minori, ma è proprio perché le leggi favoriscono l’accordo che, in quel Paese, più della metà dei divorzi è consensuale. Da noi no, da noi il giudice deve sempre dire la sua, deve anche provare a riconciliare la coppia, come se fossero cavoli suoi o ci fosse un vantaggio collettivo a vederla trascinare il matrimonio.
Magari qualcuno pensa che agendo in questo modo si tutela il sacro istituto del matrimonio, si tenta di tenere unite le famiglie, che è gran bella cosa. Chi lo pensa non conosce la realtà, perché avviene l’esatto contrario: in Italia ci si sposa di meno e si fanno meno figli che altrove. Quindi non si tutela un bel niente, semmai si disincentiva. Fingiamo di non saperlo e paghiamo cara l’ipocrisia, continuando a pompare soldi del contribuente in una macchina giudiziaria che gira a vuoto ed inquinando il principio di responsabilità individuale con una pretesa morale giudiziaria. Portiamo fino in cassazione anche le speranze sessuali, facendo entrare il giudice nel letto e senza che l’affollamento risulti eccitante. Ma tacciono, di questo, le corporazioni togate, le cattedre di diritto, le coscienze sempre vigili. Capirei vi fosse un’inchiesta su fornicazioni ministeriali, ma qui si parla di cittadini e di diritto, roba per maniaci.


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini