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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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1 dicembre 2014

La Paura di Dario Argento

Lo sguardo malinconico e un po' folle lo ha sempre avuto. Così come ha sempre avuto la corporatura minuta e mingherlina. Dario Argento sembra incarnare, su di sé, i suoi medesimi incubi, le medesime ossessioni che nel corso degli anni ha saputo trasmettere sullo schermo.

Figlio d'arte, Dario Argento, romano, classe 1940, ha respirato sin da bambino - nello Studio Luxardo di Via del Tritone, di proprietà della madre Elda Luxardo - la passione per l'arte, per l'immagine, per quel cinema di cui peraltro si occipava già suo padre – Salvatore Argento – già partigiano delle brigate “Giustizia e Libertà” e successivamente produttore cinematografico.

Fu così che, da giornalista recensore di “Paese Sera”, nel 1970, inizierà – pressoché da autodidatta – a realizzare sceneggiatura e riprese del suo primo trhiller: “L'uccello dalle piume di cristallo”.

Da allora sarà un crescendo di trhiller e successivamente di horror, sempre avvolti da atmosfere oniriche, a tratti surreali, con l'unica eccezione di “Le cinque giornate”, film del 1973, commedia in costume ambientata durante il Risorgimento, interpretato da Adriano Celentano.

Sono da sempre un grande estimatore di Dario Argento, che ho anche avuto la possibilità di conoscere nel 2010, stupendomi di come entrambi non solo non fossimo fisicamente dei giganti, ma, al contempo, ponendogli alcune domande, mi rendevo anche conto di quanto fossimo caratterialmente simili.

Non ho potuto, dunque, dopo aver peraltro visto tutti i suoi film, non leggere la sua prima autobiografia, “Paura”, che da alcuni giorni popola le librerie di tutta Italia, edita da Einaudi.

In “Paura”, Dario Argento, accanto al racconto di come e perché sono stati realizzati i suoi film, racconta sé stesso. Per la prima volta racconta la sua introversione, la necessità di isolarsi da tutti, la diffidenza nei confronti del prossimo, i periodi di anoressia, il suo amore per le donne – ha avuto molte storie sentimentali, fra cui una l'attrice Marilù Tolo e con l'icona dei suoi film, ovvero Daria Nicolodi, madre di Asia – che è riuscito a conquistare non per la sua avvenenza fisica, quanto attraverso la sua intelligenza, il suo modo di parlare, di raccontarsi, di amare.

In “Paura” Dario Argento si mette così a nudo al punto che l'incipit del libro racconta il suo desiderio di suicidarsi, nel 1976, quando viveva all'Hotel Flora di Via Veneto a Roma, nel periodo in cui stava per terminare le riprese di “Suspiria”, il suo sesto film. A quel tempo, il regista e sceneggiatore, sentiva la necessità di scomparire per sempre. Poi, grazie all'aiuto di un amico medico, riuscirà a desitere, comprendendo che, come egli scrive “il suicidio è una strada a senso unico: se la imbocchi non puoi più tornare indietro, se invece riesci a evitarla sei salvo”.

Saranno forse i suoi incubi interiori a renderlo forse il miglior regista di horror vivente, quello che, meglio di altri, riesce a far emergere – sullo schermo e nell'intreccio narrativo - gli aspetti più reconditi della psicologia umana.

In “Paura” c'è questo e c'è anche molto altro. C'è il ritratto di un uomo che ha attraversato un'epoca del cinema e della società italiana: dagli Anni '60 sino ad oggi. E poi c'è il tenero rapporto fra quest'uomo e le sue figlie, Fiore ed Asia. Figlie che, peraltro, intraprenderanno la carriera di attrici (Asia anche di regista) e che reciteranno inizialmente proprio in film realizzati dal padre.

Ed infine c'è il rapporto fra Dario Argento e suo padre, che per lui fu un vero maestro di vita, oltre che la prima persona che credette nei suoi film al punto da essere il primo a volerli produrre.

Questi trovo siano gli asptti più significativi della prima autobiografia del Maestro dell'horror, che si legge davvero con grande passione, quasi fosse un romanzo d'avventura e di mistero, anche da parte di coloro i quali non hanno mai visto un suo film o non ne conoscono il personaggio.

Del resto, nonostante abbia visto almeno cinque volte ogni film di Dario Argento (escluso “Le cinque giornate”, lo ammetto, che appena lo vidi non lo trovai per nulla interessante), debbo ammettere che, dopo aver letto la storia della sua vita e la composizione dei suoi film, mi viene voglia di rivedermeli ancora una volta tutti quanti.


Luca Bagatin (nella foto con Dario Argento)



12 luglio 2014

"Riflessioni garibaldine e non solo" by Luca Bagatin


Anita e Giuseppe Garibaldi visti da Milo Manara
Per esistere è necessario resistere (l'avevano compreso quelli di Giustizia e Libertà e del Partito d'Azione). Diversamente sei già morto senza averne contezza, senza rendertene conto (un po' come i politicanti di oggi, ma non solo).
Sono assolutamente convinto che la mancata instaurazione della Dittatura garibaldina, ovvero l'instaurazione di una Repubblica del Sud di matrice socialista umanitaria con a capo lo stesso Giuseppe Garibaldi - con pieni poteri - sia stato l'unico errore del Generale. L'aver consegnato il Mezzogiorno ai Savoia, così, senza condizioni, fu una sconfitta sociale. Peraltro costò, pochi anni dopo, allo stesso Garibaldi, il piombo savoiardo...
Ormai tutti scriviamo libri. Pur sapendo che quasi nessuno ci leggerà.
La mia donna ideale è un'eroina, come Anita Garibaldi, come la Donna Selvaggia dei miti junghiani. Una donna che non si piega alla realtà dei fatti, bensì è in grado di plasmare - attraverso i miti del passato che si porta dentro -  il suo presente. E quindi il suo futuro. 



19 maggio 2012

Randolfo Pacciardi: profilo politico dell'ultimo mazziniano



Il clima di sfiducia endemica da parte dei cittadini nei confronti della politica italiana ci riporta alla mente un grande leader Repubblicano: Randolfo Pacciardi.
Pacciardi fu forse il primo a denunciare la crisi dei partiti, trasformatisi, dopo il centrismo degasperiano, in veri e propri centri di potere, talvolta palese, talvolta occulto.
Di Randolfo Pacciardi si ricorda poco, in quanto l'intellighenzia culturale partitocratica, cattocomunista e clericofascista, fecero di tutto per offuscarne la memoria e le battaglie politiche e culturali.
A un anno dalla bellissima raccolta di scritti e discorsi curata dall'amico repubblicano Renato Traquandi, già stretto collaboratore di Pacciardi, ed edita da Albatros, ecco approdare in libreria, per i tipi della Rubbettino, "Randolfo Pacciardi. Profilo politico dell'ultimo mazziniano", del prof. Paolo Palma.
Una biografia completa e corredata anche da rarissime foto in appendice del leader politico repubblicano, durente la Guerra di Spagna; la lotta al fascismo; nei primi comizi ed assieme a Capi di Stato e di Governo italiani e stranieri.
Paolo Palma, che Pacciardi conobbe bene, tratteggia il profilo del leader grossetano di Giuncarico, nato nel 1899, interventista della prima ora a fianco delle forze dell'Intesa e contro gli Imperi Centrali, al fine di completare l'Unità d'Italia, sull'esempio del suo maestro Arcangelo Ghisleri, uno dei padri del repubblicanesimo mazziniano.
E fu così, con l'ideale di Giuseppe Mazzini nel cuore, che Pacciardi, appena quindicenne, si iscriverà al Partito Repubblicano Italiano e successivamente sarà iniziato alla Massoneria e, nel 1917, si arruolerà nell'esercito italiano e sarà inviato al fronte, ove brillerà per ardimento, in particolare collaborando con le truppe anglo-francesi e sarà decorato con la Military Cross e della Croix de guerre avec palme.
A guerra terminata, nonostante i fascisti lo corteggino affinchè passi nelle loro fila, Pacciardi sarà fra i primi a rifiutare tali tendenziosi inviti e a denunciare il pericolo totalitario e filo-monarchico del nascente movimento mussoliniano.
Fonderà dunque giornali antifascisti della primissima ora (cosa assai rara, per quei tempi, se pensiamo che numerosi comunisti e socialisti passeranno presto nelle file del Duce e che lo stesso Giovanni Spadolini, successivamente Segretario del PRI, sarà collaboratore dell'organo antisemita "La Difesa della Razza") e ben presto fonderà il primo movimento antifascista denominato "Italia Libera",  su principi mazziniani, repubblicani, contro ogni tipo di lotta di classe e per l'esaltazione del socialismo etico e dell'insurrezionalismo risorgimentale.
Rondolfo Pacciardi, infatti, fu Repubblicano che seppe rivalutare il pensiero liberalsocialista di Giuseppe Mazzini, contrapposto al nascente bolscevismo e, ovviamente, al fascismo nazionalista.
Fu così che, nel 1925, partecipò ad un tentativo insurrezionale per rovesciare il regime fascista, che, purtroppo, fallì e fu così che, nel 1926, Pacciardi, sarà affidato al confino, ma riuscì a fuggire in Svizzera, rimanendo in contatto con il movimento antifascista "Giustizia e Libertà" e gli anarchici e tentando, nel 1931, di organizzare un'attentato dinamitardo contro Mussolini, anch'esso fallito.
Nel 1936 parteciperà alla Guerra civile spagnola, al comando della celebre e prestigiosa Brigata Garibaldi, contro le truppe nazifasciste e franchiste ed opponendosi persino ai tentativi dei comunisti di annientare socialisti ed anarchici.
Pacciardi, da buon mazziniano, fece poi di tutto per fondere il PRI al Partito d'Azione ed attestando il movimento repubblicano nel solco del socialismo non marxista e liberale e questo sarà il suo obiettivo per tutto il dopoguerra, ove, nel frattempo, fu eletto più volte Segretario del PRI.
Sarà dunque chiamato da Alcide De Gasperi alla Vicepresidenza del Consiglio e successivamente a presiedere il Ministero della Difesa sino al 1953, nei primi governi centristi DC-PRI-PSLI-PLI.
Fu, assieme a Sforza ed Einaudi, fra i più accesi sostenitori del Piano Marshall per la ricostruzione e del Patto Atlantico, anche in funzione anticomunista.
Priorità di Pacciardi fu sempre, infatti, quella di arginare un nuovo pericolo totalitario, nel dopoguerra proveniente dall'URSS e dal suo partito satellite, il PCI.
Fu così che Pacciardi iniziò a sviluppare la sua idea presidenzialista, sull'esempio dell'antifascista francese De Gaulle, e a sviluppare le sue idee federaliste in funzione anti-separatista ed anti-nazionalista, anche sull'esempio della Costituzione degli Stati Uniti d'America.
Feroci furono le critiche al sistema partitocratico, ovvero a quella che Pacciardi definiva una nuova dittura dei partiti, fatta da interessi di retrobottega ai danni dei cittadini. Ed in questo fu il primo a denunciare il sistema diffuso delle tangenti, della corruzione e delle correnti nei partiti.
Il suo anticomunismo lo porterà ad esaltare il centrismo degasperiano e a diffidare dei socialisti di Nenni, i quali erano ancora troppo vicini al PCI ed al marxismo. Fu così che egli votò contro il primo governo di Centro-Sinistra allargato al PSI.
Pacciardi avrebbe preferito infatti la costituzione di una Terza Forza laica, comprendente repubblicani, socialdemocratici e liberali, da contrapporre, con il tempo, sia alla DC che al PCI.
Il suo voto contrario al Centro-Sinistra, oltre che le critiche alla partitocrazia, ad ogni modo, gli costò l'espulsione dal PRI di Ugo La Malfa e l'ostracismo di gran parte dell'arco parlamentare che, da allora, lo bollerà come fascista e da allora sarà persino fatto seguire dal servizio segreto italiano, il Sifar.
Pacciardi, ad ogni modo, non si perderà d'animo e nel 1964, fonderà il movimento d'ispirazione gollista, nè di destra, nè di sinistra, Unione Democratica Nuova Repubblica, recante per simbolo una primula stilizzata, il quale, pur avendo vita breve e scarsi risultati elettorali, porrà le basi per una nuova battaglia politico-culturale ancora oggi di strettissima attualità: la proposta di far eleggere il Presidente della Repubblica, con funzioni di governo e slegato dai partiti, da parte dei cittadini.
Randolfo Pacciardi, richiamava così l'antica battaglia di Mazzini per una Repubblica democratica di popolo, lontana dai giochi di potere e restituita ai cittadini.
Ciò, ad ogni modo, gli costerà nuove diffidenze, in particolare quando alla battaglia presidenzialista si unirà l'ambasciatore Edgardo Sogno, liberale e già eroe antifascista, ingiustamente accusato di golpismo solo perché aveva dichiarato che avrebbe arginato, assieme a Pacciardi, ogni tentativo di presa del potere da parte del PCI, allora finanziato dalla dittatura sovietica, ed auspicato un governo di emergenza presieduto dallo stesso Pacciardi.
L'ultima battaglia presidenzialista ed antipartitocratica di Pacciardi e Sogno, ad ogni modo, si terrà nel 1975, al Teatro Adriano di Roma, dal titolo "Una soluzione democratica alla crisi di regime", con i giovani del Partito Liberale, pronti ad ostacolare la polizia qualora avesse tentato di far arrestare Sogno.
Randolfo Pacciardi, ad ogni modo, rientrerà nel PRI nel 1980, per morire, ultra noventenne, nel 1991.
La sua idea di riforma presidenziale sarà ripresa dal socialista Bettino Craxi, il quale, confiderà proprio di essersi ispirato a Pacciardi.
Tutto ciò e molto altro è scritto e documentato dal prof. Paolo Palma nell'agile biografia che abbiamo, testè, tentato di riassumere.
E' un testo, assieme a quello dell'amico Traquandi, pubblicato lo scorso anno, da leggere e diffondere in quanto di strettissima attualità.
Probabilmente se oggi, in luogo dei Beppe Grillo, ci fosse un Randolfo Pacciardi, ovvero una personalità di questo tipo, con solide radici culturali e democratiche, forse, una reale speranza di rinascita onesta, civile e democratica per l'Italia, ci sarebbe davvero.
Occorre dunque ai nuovi mazziniani e presidenzialisti, riprendere questa battaglia non ancora vinta.

Luca Bagatin



25 aprile 2011

Randolfo Pacciardi, grande combattente antifascista ed anticomunista, a vent'anni dalla morte: nel ricordo di Luca Bagatin e Renato Traquandi

Randolfo Pacciardi: il più grande fra gli antifascisti
di Luca Bagatin



Randolfo Pacciardi nel suo studio; Pietro Nenni e Randolfo Pacciardi durante la Resistenza

Randolfo Pacciardi (1899 - 1991) fu politico, massone e partigiano del Partito Repubblicano Italiano di cui troppo si tende a dimenticare.
Rarissime se non quasi nulle sono le pubblicazioni a lui dedicate.
Eppure fu audace eroe antifascista della Guerra di Spagna al comando di una Brigata Garibaldi e della Resistenza; nonché fiero anticomunista specie dopo aver conosciuto i massacri contro i repubblicani e gli anarchici operati dai comunisti europei su ordine di Stalin.
Guidò il PRI nel primo dopoguerra e fu Ministro della Difesa dal 1948 al 1953. Si oppose alla formula di Centrosinistra e quindi ad Ugo La Malfa che purtroppo lo espulse dal partito negli anni '60.
Celebre la frase di Pacciardi quando gli si chiedeva il motivo per il quale egli preferiva i governi centristi con la DC, piuttosto che un'alternativa di sinistra con il PCI : "Meglio una messa al giorno piuttosto che una messa al muro".
Una volta espulso dal PRI, Pacciardi fondò il movimento politico Unione Democratica per la Nuova Repubblica, con posizioni schiettamente presidenzialiste e forse per questo fu sospettato ingiustamente di simpatia fasciste e golpiste (proprio lui che aveva combattuto il nazifascismo !) e di aver appoggiato il cosiddetto Piano Solo che avrebbe dovuto portare ad una svolta autoritaria nel nostro Paese.
Niente di più falso e vergognoso fu detto su di un personaggio al quale la Repubblica e la democrazia italiana devono moltissimo.
Randolfo Pacciardi fu riammesso nel PRI negli anni '80 e Repubblicano rimase sino alla morte.
Così questo blog vuole ricordare una grande figura del mazzinianesimo.
Una figura da approfondire certamente.
Alla faccia dei calunniatori di ogni colore politico.

Luca Bagatin


Randolfo Pacciardi……. 20 anni dopo
di Renato Traquandi

(già collaboratore di Randolfo Pacciardi e autore della biografia "Randolfo Pacciardi"
edita quest'anno da Albatros)



Martedì 19 aprile 2011, dentro l’imponente Palazzo di Piazza Montecitorio, in Roma, alle ore 15,si è celebrato il XX anniversario dalla morte di Randolfo Pacciardi.

L’infaticabile, insostituibile, il prezioso, Antonio De Martini, il custode principale della memoria e degli archivi del deputato repubblicano, è riuscito a far ricordare il Comandante del Battaglione “Garibaldi” dei volontari per la libertà della Spagna, democratica e repubblicana, nella guerra vinta dai militari franchisti , appoggiati fai nazifascismi franco italiani, scoppiata nel 1936.

Randolfo Pacciardi, nato in un paesino del grossetano, Giuncarico, nel 1899, giovanissimo, simpatizza subito con gli ideali mazziniani del repubblicanesimo italiano. E’ uno dei più decorati militari combattenti la prima guerra mondiale ( due medaglie d’argento, una di bronzo, la croce di guerra inglese, un’altra decorazione della Francia) e subito dopo contrasta virilmente il nascente regime, fondando con altri militari democratici il movimento “Italia Libera” e, successivamente, contestando uno dei primi comizi del duce di Piazza Venezia.

Svolge la professione di avvocato; ed è durante quel periodo che riesce a far assolvere il quotidiano La Voce Repubblicana , citata in giudizio dal gerarca Italo Balbo, a cui il giornale aveva attribuito la diretta responsabilità della morte di Don Minzioni, bastonato a sangue da una squadra di camice nere emiliane. 

Nel 1926, appena sposato, riesce a raggiungere la Svizzera , per non finire nelle purghe fasciste, e a Lugano organizza la “Centrale antifascista” che resterà famosa per le tante attività svolte, tra le quali l’organizzazione per aiutare i fuoriusciti.

Il fascismo riesce a farlo allontanare dalla repubblica elvetica nel 1933; si reca in Francia, dove prosegue la sua opera a livello europeo, contro il regime italiano del manganello e dell’olio di ricino.

E’ in contatto con Carlo e Nello Rosselli, di Giustizia e Libertà, e con tanti altri italiani che sono stati costretti a fuggire dalla dittatura  mussoliniana.

Quando scoppia in Spagna la guerra civile, si attiva per la realizzazione del battaglione Garibaldi, composto da italiani difensori delle libertà democratiche; anche se tra di loro vi sono moltissimi di fede comunista, ancora ignari del bagno di sangue cui sono sottoposti i dissidenti dell’Unione Sovietica.

Tutti i promotori del Battaglione sono concordi ad affidare a Pacciardi il comando, che lui esercita con il massimo del carisma e della competenza militare.

Nel 1939 in Spagna viene sconfitta la democrazia. Pacciardi ritorna  in Francia, poi si reca in Marocco e da lì parte per gli Stati Uniti. A New York pensa di portare un progetto: vuole costituire un Corpo di Spedizione di volontari repubblicani da impegnare in Europa, a fianco delle forze occidentali, che combattono il nazifascismo.

Il generale De Grulle e W. Churchill contrastano il suo disegno e convincono gli americani a soprassedere al progetto, condiviso dalla Mazzini Society di New York, che ha tra i suoi membri più attivi il Maestro A. Toscanini. 

Pacciardi rientra in patria subito dopo il referendum che vide nascere la repubblica, essendosi mostrato coerente nel disapprovare la scelta dei badogliani, financo dei comunisti, che giurarono nelle mani della monarchia. E’ membro dell’Assemblea Costituente, del Primo Parlamento della Repubblica e Ministro della Difesa nei primi governi De Gasperi.

Con la politica centrista in crisi Pacciardi manifesta la sua contrarietà alla soluzione della sinistra democristiana di coinvolgimento dei socialisti nel governo ( Nenni nella stanza dei bottoni).

Nel P.R.I., grazie anche alla corruzione praticata dai Servizi segreti al Congresso di Ravenna, la sua corrente diventa minoritaria ed il Partito Repubblicano lo abbandona.

Mai privo di risorse e sempre combattivo, Pacciardi fonda nel 1964 l’Unione Democratica Nuova Repubblica ( www.sentierirepubblicani.it). Attraverso i settimanali Folla e successivamente Nuova Repubblica, con De Martini, Vitangeli, Mita e Giano Accame, diffonde la sua idea di repubblica presidenziale, propugnando l’istituzione del referendum e delle leggi di iniziativa popolare.

Il prof. Maranini, noto costituzionalista fiorentino, assieme a molti altri importanti personaggi della politica e della cultura, segue con simpatia le tematiche pacciardiane, arrivando a porre la propria firma ad un Manifesto che le compendia.

Con un aggettivo sobrio, affatto polemico, ma calzante, “ostracismo”, oggi si definisce tutta la campagna di contrasto della “partitocrazia” della casta di allora e di oggi, all’ormai anziano leader mazziniano italiano ed ai suoi uomini; il culmine viene raggiunto da Luciano Violante, che lo coinvolge in atti che non lo riguardano e lo “sputtana”, costruendoci la sua carriera politica.

Ottantenne sarà di nuovo chiamato da la segreteria di Giovanni Spadolini al posto che gli compete nella Direzione del P.R.I. dove sarà sempre presente, fino all’ultimo giorno di vita ( 13 aprile 1991).

Questo preambolo è necessario, per capire la presenza dei politici, della stampa, della cultura, delle forze dell’ordine e dei militari, di noi veterani e reduci di Nuova Repubblica, ridotti a poco più di una dozzina, con Antonio De Martini in testa e Vitangeli, Mita, i nipoti Franco e Giuseppe, e tutti gli altri…. Tutti con in testa una voglia di commozione, nel rivedere il “vecchio leone” in un filmato del 1990, e risentire le sue parole, noi……….. i suoi uomini di Nuova Repubblica.

Il primo a prendere la parola è il padrone di casa; sobrio, misurato, ammiccante Gianfranco Fini sa bene che trattare un simile argomento è come giocare con l’esplosivo.

Ne parla con pacatezza e lo ricorda con enfasi positiva. Fini è un politico di lungo corso. Da tanti è apprezzato per gli sforzi che da anni va facendo per lucidare l’ultima divisa che indossa. Ostenta con sorriso accattivante le mostrine conquistate alle Fosse Ardeatine, a Gerusalemme, a Londra ed a Washington, di sincero democratico liberale e progressista. Noi tutti apprezziamo i suoi sforzi e i più tentano di dimenticare il giovane Gianfranco, missino almirantiano, tanto almirantiano da citarlo, assieme a Pacciardi, in seconda fila tra i presidenzialisti italiani, subito dopo Calamandrei e “l’insulso avvocatino di Grosseto”, come lo definì Mussolini agli albori del suo potere nero. Insomma, una rievocazione utile a portare il mazziniano e repubblicano democratico Randolfo Pacciardi, nella bisaccia del terzo polo, di cui oggi egli è leader antiberlusconiano e dove, paradosso ultimo per l’operazione pro domo sua, milita anche l’ex repubblicano Giorgio La Malfa , grande assente, se pur invitato, o quanto meno avvertito.

Del partito repubblicano era presente Italico Santoro, coinvolto, consapevole, che sorride e si impegna a stringere mani.. Francesco Nucara non l’ho visto e mi sono domandato perché mai.

Dopo il Presidente della Camera pro tempore è stata la volta del Presidente emerito Oscar Luigi Scalfaro, si proprio colui che con Bartolo Ciccardini avrebbe dovuto votare contro il centro sinistra, fermati da Oltretevere all’ultimo minuto. Dall’alto dei suoi 92 anni e dall’autorità dell’incarico ricoperto con lo smaccato gioco di parte che tutti conoscono, il vegliardo ha ricordato un paio di episodi salienti, che gli sono venuti in mente, dopo aver ricevuto l’invito a presenziare. Un doveroso applauso e si va avanti.

L’amico De Martini è all’altezza del compito che si è prefisso. Nei due monitors  laterali della prestigiosa Sala della Lupa, gremita in ogni ordine di posti,  viene proiettato un breve filmato. Si tratta di un’ intervista concessa da Pacciardi poco tempo prima della morte.

Sono molti gli occhi lucidi, nel vedere quelle poche immagine, nel risentire quella voce. Un fremito di emozione percorre la fila dove sono seduto e le parole di Tonino penetrano tra gli astanti.

La cattiveria dimostrata nei confronti del vecchio maremmano dalla protervia del potere politico che lo sepolte nell’oblio traspare e sovrasta l’ambiente. Il male è che sovrasta l’aula, si disperde per quei corridoi; ma il tanto tempo che è passato annacqua le colpe e le assolve.

Perché non è presente Luciano Violante? Cosa avrebbe detto questo 19 aprile 2011, nella Sala della Lupa? E’ stato solo uno strumento del destino?

Dopo Antonio De Martini, artefice della catalogazione dell’archivio pacciardiano donato alla Camera dei Deputati, è la volta del generale Angioni, poi di Paolo Palma e di Giorgio Rebuffa.

Il pressapochismo, le inesattezze, la superficialità, e sinanco l’ipocrisia, sono il comune denominatore di questi ultimi interventi.

Pacciardi aveva tre fratelli ( erano in cinque, invece, quattro maschi ed una femmina), è rimasto un erede, Franco, e c’era presente anche l’altro nipote, Giuseppe, Pacciardi nell’Isonzo anziché nel Livenza, Pacciardi a Lugano, in Francia, a New York, in Spagna e in Italia,non si bene a fare che…. al governo per 5 anni e poi all’opposizione, compreso l’ostracismo perpetrato nei suoi confronti dai mass media asserviti al potere della partitocrazia.

Interventi pieni di grossolani strafalcioni, dimostrabili anche da Wikipedia, più attento e verace di lor signori.

Insomma si è commemorato Pacciardi, nella sala della Lupa a Montecitorio in Roma, Camera dei Deputati, e ho sentito Randolfo rigirarsi più volte nella tomba, imbronciato.

L’evento era epocale, e poteva essere la vera occasione di un mea culpa della casta al potere.

Non è successo niente, le idee di Pacciardi, mai tanto valide come oggi, non sono state portate alla luce, ne dai politici presenti, ne tanto meno da coloro che non si sono presentati. La cultura, il giornalismo, i militari, che dalle mani dei politici mangiano se ne guardano bene……………

E la nave va……nonostante tutto.

 

Renato Traquandi        



31 marzo 2010

Ernesto Nathan: quel Sindaco repubblicano, massone, laico ed anticlericale che cambiò il destino di Roma



Ernesto Nathan fu il Sindaco di Roma che maggiormente lasciò il segno nella Città Eterna, caratterizzandola per la buona amministrazione, il senso civico e la laicità delle istituzioni.
Ernesto Nathan lasciò - inoltre - il segno nella politica italiana, specialmente in quella che si rifà tutt'ora alla sinistra antimarxista (Repubblicana, Socialista, Liberale) e nella Massoneria del Grande Oriente d'Italia, che rinnovò profondamente.
Cercherò qui di presentare, brevemente ed evitando il più possibile la retorica, il profilo biografico di questo grande repubblicano mazziniano e massone, ancor oggi ineguagliato.
Ernesto Nathan nacque a Londra il 5 ottobre del 1845 da Sara Levi e Mayer Moses Nathan.
Attorno agli anni '60 dell'800 la famiglia Nathan si stabilisce in Italia: dapprima a Firenze e successivamente a Milano e poi vicino a Genova.
In seguito, Ernesto Nathan, si trasferirà nuovamente a Londra e sposerà Virginia Mieli.
Conoscerà dunque Giuseppe Mazzini, Apostolo dell'Unità Italiana, il quale lo invierà a Roma per assumere l'amministrazione del suo quotidiano "La Roma del Popolo", il quale avrebbe dovuto formare la coscienza civile degli italiani, finalmente uniti, e sconfiggere l'analfabetismo. Correva infatti l'anno 1870.
Nel 1872 morirà il Mazzini, nella casa della sorella di Ernesto Nathan - Giannetta Nathan Rosselli -  e dunque sarà la stessa famiglia Nathan ad assumersi il compito di lottare contro l'analfabetismo, la povertà diffusa e per l'emancipazione della classe lavoratrice, come propugnato dall'ideale mazziniano.
Sara Levi fonda dunque la scuola elementare "Giuseppe Mazzini", aperta a tutti, ed ove viene impartito un insegnamento laico a partire dallo studio del mazziniano "Doveri dell'Uomo" ed altre scuole fioriranno per mezzo del contrubuto delle numerose Società Operaie di Mutuo Soccorso, tutte di matrice mazziniana e garibaldina.
La famiglia Nathan, acquisiti i diritti, si occuperà proprio in questi anni della diffusione delle opere di Giuseppe Mazzini.
Attorno al 1886, Ernesto Nathan inizia ad appassionarsi ai problemi sociali relativamente ai ceti deboli, partecipando ai primi congressi operai e sostenendo il diritto di sciopero.
Inizia a lottare contro lo sfruttamento della prostituzione, per la tutela del lavoro minorile e femminile, per la lotta all'analfabetismo, per l'affermazione della libertà di culto delle minoranze religiose e per un'etica laica e patriottica.
Ernesto Nathan fa dunque suo il pensiero e l'azione del suo maestro Giuseppe Mazzini. Inizia così l'attività politica del Nostro.
Nel 1887 Nathan aderisce alla Massoneria, in accordo con i suoi ideali di libero pensatore e di emancipatore. Viene iniziato "sulla spada" dallo stersso Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia Adriano Lemmi, nella Loggia Propaganda Massonica.
L'anno successivo Ernesto Nathan acquisisce la cittadinanza italiana e così - finalmente - tutti i diritti politici e nel 1889 è eletto consigliere provinciale a Pesaro.
Questo incarico gli permetterà di schierarsi - forse fra i primi -  contro la gestione barbarica dei manicomi dell'epoca e sosterrà che la causa prima della malattia mentale risiede nell'indigenza e nella povertà.
Successivamente si presenterà, nelle file radicali, con Andrea Costa, alle elezioni per il Parlamento nazionale, senza purtuttavia essere eletto (ricordiamo che allora il suffragio era ristretto, maschile e legato al censo e quindi le classi popolari erano escluse dal voto).
Nel 1895, Nathan, con alcuni scritti significativi, attacca l'allora Primo Ministro Francesco Crispi, accusandolo di spreco di danaro pubblico e di corruzione. Egli propone inoltre l'allargamento del suffragio alle classi popolari, l'indipendenza della magistratura dal potere politico, la restrizione dei poteri dell'esecutivo ed il miglioramento delle condizioni economiche degli insegnanti.
Sarà così eletto nel consiglio comunale di Roma.
Nel 1896 è eletto Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, succedendo a Lemmi, ed inizierà un processo di rinnovamento dell'Istituzione massonica, rafforzandola e mettendola al servizio dell'etica laica e dell'emancipazione delle classi popolari.
Arrivò persino a sostenere - come prima di lui aveva già fatto il Gran Maestro Giuseppe Garibaldi - l'iniziazione massonica delle donne, affermando testualmente: "...l'uomo e la donna siano le due note musicali che formano l'accordo umano, le due ali su cui l'essere si solleva sempre più alto per legge di eterno progresso nell'etere dell'infinito".
Nei primi anni del '900, Ernesto Nathan, propone un'alleanza elettorale fra repubblicani, radicali e socialisti che sarà denominata "Blocco popolare" e con quesa lista, nel 1907, sarà eletto Sindaco di Roma con un'ampia maggioranza.
Quale Sindaco della Città Eterna, Nathan, istituì le municipalizzate tutt'ora funzionanti: l'Atac e l'Acea; promuoverà l'istituto dei referendum per permettere alla cittadinanza di partecipare direttamente alla gestione della cosa pubblica; ostacolerà gli speculatori ed i proprietari terrieri che si opponevano al nuovo piano regolatore; aumenterà il numero delle scuole e promuoverà la cultura laica.
Celebre il suo discorso - a Porta Pia - del 20 Settembre 1910, ove denunciò l'oscurantismo della Chiesa cattolica e la sua scarsissima sensibilità nei confronti del ceti meno abbienti.
Passò alla Storia della cultura popolare, poi, il celebre motto coniato dallo stesso Ernesto Nathan "non c'è trippa per gatti" a proposito della necessità di risparmiare danaro pubblico finanche nelle frattaglie da dare ai gatti, allora utilizzati dal Comune quali cacciatori di topi.
Nel 1914, il "Blocco popolare" guidato da Nathan, prese il nome di "Unione liberale democratica", riconfermando per le amministrative di Roma l'alleanza fra repubblicani, radicali e socialisti. E nello stesso anno, in Nostro, prende posizione a favore dell'entrata in guerra dell'Italia contro gli Imperi centrali, necessaria a completare il processo di Unità nazionale e di emancipazione dagli Asburgo.
Il suo irredentismo è così acceso che decide, nel 1915, di arruolarsi volontario nell'esercito, nonostante i suoi settant'anni e sarà assegnato ai reparti di Croce Rossa.
Infine, nel 1919, si dimette dalla carica di Gran Maestro del GOI per dedicarsi alla cura dell'Edizione Nazionale delle opere di Giuseppe Mazzini.
Morì nel 1921 e gli fu così risparmiata la sciagura del fascismo che spazzò via, tristemente, ogni residuo di cultura laica e risorgimentale, mettendo all'indice gli ideali mazziniani (arrivando persino a distorcerli e ad utilizzarli ad uso e consumo del fascismo), radicali, socialisti e mettendo fuori legge la Massoneria.
Ernesto Nathan fu rarissimo esempio di uomo di governo coerente con i suoi ideali: mazziniani dalla nascita alla morte. Esempio di buona amministrazione e lungimiranza purtroppo mai eguagliata in quasi cent'anni dalla sua morte.

Luca Bagatin


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini