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30 novembre 2011

Diritto alla vita è anche diritto alla morte


Il suicidio medicalmente assistito di Lucio Magri, fondatore del quotidiano comunista eretico "Il Manifesto", presso la clinica svizzera Dignitas, aiuta e ci aiuta a riflettere.
Ci aiuta a pensare, ad esempio, a quanto privata ed intima sia la scelta di morire, così come lo sia - parimenti - quella di due genitori quando decidono di concepire un figlio.
C'è un parallellismo sottile fra la vita e la morte, un parallellismo che tende dunque a divenire continuità.
Si nasce, si vive e si muore. Si sceglie di dare alla luce un figlio e questi vivrà poi la sua vita e prenderà le sue autonome decisioni, una volta diventato adulto. E potrà anche consapevolmente scegliere di morire.
Che bestialità, potrà dire qualcuno che non riesce a comprendere davvero il senso del vivere e quindi del morire.
Del diritto a concepire, del diritto alla vita quanto al diritto alla gestione della propria vita, del proprio corpo, della propria fine.
La società Occidentale vede da sempre la morte come un tabù. Non ne è mai stata pronta, così come invece lo è quella Orientale, più meditativa, più consapevole della pienezza del proprio vivere e della prosecuzione della vita in un'altra dimensione.
In Occidente consumiamo risorse e corpi che, nell'immaginario collettivo, devono essere perfettissimi e sempre giovani ed efficienti.
In Oriente la competizione fisica è vista come inconcepibile. Qui da noi è quasi la regola: la regola di una società inconsapevole di sè e del proprio intimo Sé.
Una società che non concepisce la propria morte, con tutte le sue conseguenze, anche di decadimento fisico oltre che psichico, non può nemmeno concepire la propria vita.
Ed allora c'è chi sceglie. Chi è eretico. Chi, arrivato ad una certa età dedice di propria spontanea volontà di morire. Con dignità, senza sofferenza, senza disturbare nessuno.
Non c'è tristezza in tutto ciò, bensì profonda consapevolezza di sè e del significato della vita. Di una vita il cui significato è Divino proprio in quanto è profondamente Umano, percepibile con i propri sensi, con la propria coscienza. Con il proprio Spirito.
La Svizzera è un Paese civile. Come lo è il Belgio, l'Olanda, il Lussemburgo e l'Oregon. Lì è garantito il diritto alla vita ed il diritto alla morte ed esistono apposite strutture sanitarie che praticano l'eutanasia ed il suicidio medicalmente assistito. Senza sofferenze, senza dolore, senza pena. Con un semplice narcotico assunto per libera scelta del paziente.
Nel nome dell'autodeterminazione dell'individuo, che possiede un proprio cervello ed una propria coscienza anche e proprio per questo, forse, religiosa, ovvero consapevole della propria scelta.
Il diritto alla vita, così come quello alla morte, andrebbe inserito nella Costituzione di ogni Stato civile e democratico che rispetta la dignità e le scelte dei suoi cittadini, che non sono sudditi da indottrinare.
Qui da noi, in Italia, si fanno ancora discussioni sul testamento biologico, si presentano bozze di legge vaghissime, contraddittorie, ipocrite. Si insulta ancora la memoria di Eluana Englaro. Si parla di suo padre come di un "assassino".
Vergogna. Vergogna a chi afferma certe bestialità.
Ci si ricordi, nel frattempo, che proprio laddove il diritto alla morte è garantito, vi sono standard qualitativi di vita immensamente superiori rispetto al nostro.
Ove forse nemmeno la vita è poi così tanto rispettata.


Luca Bagatin



6 aprile 2010

Ciao Roberta !

«La scelta del suicidio non è pura e semplice volontà di morire. Ci si può uccidere per eccesso di voglia di vivere»
Giorgio Antonucci, psichiatra



L'8 aprile dell'anno scorso moriva suicida la giornalista femminista e militante dei diritti civili Roberta Tatafiore.
La volli ricordare su questo blog con un articolo che - con profondo dispiacere - feci già allora difficoltà a scrivere e che fu poi pubblicato anche da "La Voce Repubblicana".
Feci difficoltà a scriverlo, come faccio ora a scrivere queste poche righe di presentazione.
Roberta Tatafiore, poco conosciuta ai più, fu per molti di noi irriducibili libertari (a cui della "destra" e della "sinistra" non è mai importato nulla), un mito.
Un mito di libertà individuale, di coscienza civile all'anglosassone, di liberazione che personalmente non esito a definire "psicosessuale" (consapevolezza dell'utilizzo della propria mente e del proprio corpo, senza costrizioni, condizionamenti o gabbie mentali).
Una donna che ha sempre, del resto, vissuto con coerenza la sua esistenza giungendo financo a decidere il giorno ed il modo in cui morire.
Da mercoledì 7 aprile prossimo, uscirà in libreria il suo diario "La parola fine - diario di un suicidio", edito da Rizzoli con il contribito del quotidiano "Il Foglio", che la Tatafiore iniziò a scrivere a gennaio del 2009 proprio per documentare la sua scelta estrema con riflessioni, paure, dubbi, ma anche con la certezza che la sua scelta di morire sarebbe stata ineluttabile.
Vorrei qui riprodurre l'articolo che scrissi all'indomani della sua morte, aggiungendo una piccola riflessione che Roberta Tatafiore riprodusse nel suo diario: «A chi appartiene la vita? Credo che la vita appartenga a ogni individuo libero di affidarla a chi vuole in base a ciò che gli suggerisce la coscienza».

Luca Bagatin

UN ATTO DI ESTREMA COERENZA
di Luca Bagatin
da "La Voce Repubblicana" del 28 aprile 2009




Ricordo che la prima volta che ho sentito parlare di lei è stato......
Avevo 17 anni ed allora ero un verde militante. Fu così che conobbi i primi radicali storici, quelli che avevano vissuto i mitici anni Sessanta, Settanta ed Ottanta con le loro lotte per i diritti civili (divorzio, aborto, obiezione di coscienza alla leva militare, voto ai diciottenni, liberazione sessuale, omosessuale, transessuale, antiproibizionismo su droghe, non droghe, ricerca scientifica, ambientalismo laico, autogestione del proprio corpo e della propria mente....).
Frequentavo la sede dei Verdi di Pordenone, allora sita in Via Rovereto, ove oggi c'è un call center per immigrati. Mi avevano lasciato una copia delle chiavi ed allora mi dilettavo a riordinare il polverosissimo archivio fatto di vecchi numeri di Quaderni Radicali (ne conservo a casa ancora un sacco di copie), di Frigidaire (con un poster di Ilona Staller, al secolo Cicciolina), di Radicalchic (una rivistina radicale di satira che usciva nei primi anni '80), de Il Male, dei vecchissimi numeri di Lotta Continua e.....Lucciola, il giornale dei diritti delle prostitute diretto da lei: Roberta Tatafiore.
Non so perché, ma sono sempre stato attratto dai diritti degli “sconciati”, dei “diversi”, degli “emarginati”. Forse perché, sin da ragazzino, sono sempre stato un tipino abbastanza stravagante, poco incline al conformismo (nei comportamenti, nel modo di vestire, nelle abitudini, nel modo di pensare....), ontologicamente controcorrente.
Per me l'amore per tossici, puttane, disabili, froci e lesbiche e chi più ne ha più ne metta è stato dunque naturale. Più che amore è stata empatia, comprensione. Fra anticonformisti ci si riconosce a pelle.
E' così che ho iniziato a leggere quel vecchio numero di Lucciola, gli articoli della Tatafiore e ricordo persino un buffissimo quanto emblematico fotoromanzo a tema prostituzione con protagonisti la stessa Tatafiore ed un giovanissimo Chicco Testa.
Ma chi era Roberta Tafafiore ? Una femminista, proveniente dal quotidiano “Il Manifesto” e poi una militante radicale in prima linea per i diritti civili delle prostitute e dunque per la loro autogestione.
Ironia della sorte, nel 1999, collaborerò io stesso – lavorativamente parlando, pur per un breve periodo – con il Comitato dei Diritti Civili delle Prostitute, fondato anche con il contributo di quelle battaglie libertarie e con sede nazionale proprio a Pordenone.
Ormai abbandonata la militanza sinistrorsa nei Verdi (che stava diventando sin troppo sinistrorsa ed ideologizzata per un individialista liberale e libertario come me) e anche quella nella Lista Emma Bonino per la quale avevo comunque condotto – con nessun mezzo ed assieme alla radicale storica Paola Scaramuzza – la campagna elettorale per le europee in città (secondo partito a Pordenone con il 14% dei voti: ci dedicarono anche la prima pagina de “Il Gazzettino"), mi sono per molti versi avvicinato al progetto del Polo Laico e poi della Casa Laica. Per un'area libertaria nel centrodestra.
Il Polo Laico era animato da persone che culturalmente e politicamente stimavo molto: Givanni Negri, Arturo Diaconale, Luca Barbareschi e.....Roberta Tatafiore appunto !
Eccola che ritorna. Ascoltai su Radio Radicale anche il suo intervento di fondazione di quel progetto che pur ebbe vita breve.
Come poteva una femminista ex di sinistra avvicinarsi ad un progetto nell'alveo del centrodestra ? Poteva eccome, se era sufficientemente laica e libertaria da rendersi conto che dall'altra parte – nei salotti buoni della gauche au caviar - i “diversi” sono sempre stati trattati come degli appestati (personalmente ricordo che allora, solo con i giovani di Alleanza Nazionale riuscivo a parlare apertamente, in dibattiti pubblici e televisivi, di legalizzazione della cannabis e di somministrazione controllata di eroina ai tossicomani. Io a favore e loro contro. Con i “sinistri” era impensabile, tanto erano attenti a mantenere buoni rapporti con i loro amici cattolici).
Non a caso, lo storico leader del Partito Repubblicano Italiano, Randolfo Pacciardi, preferendo l'alleanza con i clericali piuttosto che quella con i comunisti, affermava: “Meglio una messa al giorno che una messa al muro”. Come non dargli torto !
Ma ecco che comunque, anche lì, fra quegli ingenui clericaloni e parrucconi del centrodestra berlusconiano, i laici, liberali e libertari duri e puri davano fastidio. Solo qualcuno si è salvato quà e là. Mi pare che la stessa Tatafiore abbia aderito ai Riformatori Liberali di Della Vedova e Taradash, ma, ad ogni modo.....non c'è stata trippa pè gatti !
Negli ultimi anni Roberta Tatafiore curava una rubrica  - Thelma e Louise - su “Il Secolo d'Italia”, in cui continuava a parlare libertariamente di femminismo con Isabella Rauti.
In un recente articolo su “La Voce Repubblicana” l'ho persino citata come rappresentante di quei radicali dalla mente libera (come anche Adele Faccio, Angelo Pezzana, Giovanni Negri....), che non hanno chinato la testa di fronte ai deliri pannelliani che hanno portato quella tradizione alla totale distruzione politica e culturale.
In questi giorni, per mezzo di un bellissimo articolo dell'amico Vittorio Lussana su “L'Opinione delle Libertà” (che con la Tatafiore per un periodo ha anche convissuto), vengo a sapere che ella si è tolta la vita all'età di 66 anni. Mi scende una lacrima, poi comprendo e rispetto.
Rispetto una scelta consapevole e rifletto. Rifletto sul fatto che – come andiamo ripetendo da anni - solo noi siamo i padroni della nostra esistenza, solo noi siamo in grado di gestirci ed autogestirci, perché noi siamo “il pilota” della nostra vita, della nostra mente, della nostra coscienza. E' un discorso filosofico, ma anche eminentemente politico. E forse Roberta Tatafiore ha così compiuto il suo ultimo, estremo, atto politico di un'esistenza profondamente coerente, liberale e libertaria.
Penso quindi ad Alex Langer. Poi a Piero Welby ed infine a Beppino Englaro ed a Eluana.
Esperienze che non c'entrano assolutamente nulla fra loro. Non le giudico, sorrido, e penso a quanto sia fortunato ad aver potuto comprendere ed apprendere – nel mio piccolo – qualche cosa dalle loro esistenze.




26 aprile 2009

Roberta Tatafiore: un ricordo



Ricordo che la prima volta che ho sentito parlare di lei è stato......
Avevo 17 anni ed allora ero un verde militante. Fu così che conobbi i primi radicali storici, quelli che avevano vissuto i mitici anni Sessanta, Settanta ed Ottanta con le loro lotte per i diritti civili (divorzio, aborto, obiezione di coscienza alla leva militare, voto ai diciottenni, liberazione sessuale, omosessuale, transessuale, antiproibizionismo su droghe, non droghe, ricerca scientifica, ambientalismo laico, autogestione del proprio corpo e della propria mente....).
Frequentavo la sede dei Verdi di Pordenone, allora sita in Via Rovereto, ove oggi c'è un call center per immigrati. Mi avevano lasciato una copia delle chiavi ed allora mi dilettavo a riordinare il polverosissimo archivio fatto di vecchi numeri di Quaderni Radicali (ne conservo a casa ancora un sacco di copie), di Frigidaire (con un poster di Ilona Staller, al secolo Cicciolina), di Radicalchic (una rivistina radicale di satira che usciva nei primi anni '80), de Il Male, dei vecchissimi numeri di Lotta Continua e.....Lucciola, il giornale dei diritti delle prostitute diretto da lei: Roberta Tatafiore.
Non so perché, ma sono sempre stato attratto dai diritti degli “sconciati”, dei “diversi”, degli “emarginati”. Forse perché, sin da ragazzino, sono sempre stato un tipino abbastanza stravagante, poco incline al conformismo (nei comportamenti, nel modo di vestire, nelle abitudini, nel modo di pensare....), ontologicamente controcorrente.
Per me l'amore per tossici, puttane, disabili, froci e lesbiche e chi più ne ha più ne metta è stato dunque naturale. Più che amore è stata empatia, comprensione. Fra anticonformisti ci si riconosce a pelle.
E' così che ho iniziato a leggere quel vecchio numero di Lucciola, gli articoli della Tatafiore e ricordo persino un buffissimo quanto emblematico fotoromanzo a tema prostituzione con protagonisti la stessa Tatafiore ed un giovanissimo Chicco Testa.
Ma chi era Roberta Tafafiore ? Una femminista, proveniente dal quotidiano “Il Manifesto” e poi una militante radicale in prima linea per i diritti civili delle prostitute e dunque per la loro autogestione.
Ironia della sorte, nel 1999, collaborerò io stesso – lavorativamente parlando, pur per un breve periodo – con il Comitato dei Diritti Civili delle Prostitute, fondato anche con il contributo di quelle battaglie libertarie e con sede nazionale proprio a Pordenone.
Ormai abbandonata la militanza sinistrorsa nei Verdi (che stava diventando sin troppo sinistrorsa ed ideologizzata per un individialista liberale e libertario come me) e anche quella nella Lista Emma Bonino per la quale avevo comunque condotto – con nessun mezzo ed assieme alla radicale storica Paola Scaramuzza – la campagna elettorale per le europee in città (secondo partito a Pordenone con il 14% dei voti: ci dedicarono anche la prima pagina de “Il Gazzettino"), mi sono per molti versi avvicinato al progetto del Polo Laico e poi della Casa Laica. Per un'area libertaria nel centrodestra.
Il Polo Laico era animato da persone che culturalmente e politicamente stimavo molto: Givanni Negri, Arturo Diaconale, Luca Barbareschi e.....Roberta Tatafiore appunto !
Eccola che ritorna. Ascoltai su Radio Radicale anche il suo intervento di fondazione di quel progetto che pur ebbe vita breve.
Come poteva una femminista ex di sinistra avvicinarsi ad un progetto nell'alveo del centrodestra ? Poteva eccome, se era sufficientemente laica e libertaria da rendersi conto che dall'altra parte – nei salotti buoni della gauche au caviar - i “diversi” sono sempre stati trattati come degli appestati (personalmente ricordo che allora, solo con i giovani di Alleanza Nazionale riuscivo a parlare apertamente, in dibattiti pubblici e televisivi, di legalizzazione della cannabis e di somministrazione controllata di eroina ai tossicomani. Io a favore e loro contro. Con i “sinistri” era impensabile, tanto erano attenti a mantenere buoni rapporti con i loro amici cattolici).
Non a caso, lo storico leader del Partito Repubblicano Italiano, Randolfo Pacciardi, preferendo l'alleanza con i clericali piuttosto che quella con i comunisti, affermava: “Meglio una messa al giorno che una messa al muro”. Come non dargli torto !
Ma ecco che comunque, anche lì, fra quegli ingenui clericaloni e parrucconi del centrodestra berlusconiano, i laici, liberali e libertari duri e puri davano fastidio. Solo qualcuno si è salvato quà e là. Mi pare che la stessa Tatafiore abbia aderito ai Riformatori Liberali di Della Vedova e Taradash, ma, ad ogni modo.....non c'è stata trippa pè gatti !
Negli ultimi anni Roberta Tatafiore curava una rubrica  - Thelma e Louise - su “Il Secolo d'Italia”, in cui continuava a parlare libertariamente di femminismo con Isabella Rauti.
In un recente articolo su “La Voce Repubblicana” l'ho persino citata come rappresentante di quei radicali dalla mente libera (come anche Adele Faccio, Angelo Pezzana, Giovanni Negri....), che non hanno chinato la testa di fronte ai deliri pannelliani che hanno portato quella tradizione alla totale distruzione politica e culturale.
In questi giorni, per mezzo di un bellissimo articolo dell'amico Vittorio Lussana su “L'Opinione delle Libertà” (che con la Tatafiore per un periodo ha anche convissuto), vengo a sapere che ella si è tolta la vita all'età di 66 anni. Mi scende una lacrima, poi comprendo e rispetto.
Rispetto una scelta consapevole e rifletto. Rifletto sul fatto che – come andiamo ripetendo da anni - solo noi siamo i padroni della nostra esistenza, solo noi siamo in grado di gestirci ed autogestirci, perché noi siamo “il pilota” della nostra vita, della nostra mente, della nostra coscienza. E' un discorso filosofico, ma anche eminentemente politico. E forse Roberta Tatafiore ha così compiuto il suo ultimo, estremo, atto politico di un'esistenza profondamente coerente, liberale e libertaria.
Penso quindi ad Alex Langer. Poi a Piero Welby ed infine a Beppino Englaro ed a Eluana.
Esperienze che non c'entrano assolutamente nulla fra loro. Non le giudico, sorrido, e penso a quanto sia fortunato ad aver potuto comprendere ed apprendere – nel mio piccolo – qualche cosa dalle loro esistenze.

Luca Bagatin

Su youtube si può trovare questo bel video fotografico in ricordo di Roberta, al link
http://www.youtube.com/watch?v=x2vq7wDy28Q



8 marzo 2008

MUGHINIPENSIERO


Giampiero Mughini è certamente un "intellettuale contro" ma, forse, neanche poi tanto. Egli è, in verità, un "intellettuale pro-sé-stesso", ovvero "pro-libero pensiero": specie se si tratta del suo.
Mughiniano sino al midollo, Giampiero Mughini, più che un fenomeno giornalistico è fenomenale in sé, tanto che il 7 marzo scorso, presso l'"Auditorium della Regione" di Pordenone, è stato un vero e proprio fiume in piena condensando in neanche due ore di tutto e di più: dalla politica allo spettacolo, dal cinema alle donne, dal giornalismo alla massmediologia.
Invitato dall'Associazione Culturale "Eureka", il Nostro, ha esordito raccontando la sua carriera di ex giornalista (oggi, teoricamente, non lo è più): da fondatore del quotidiano comunista "il Manifesto" con Valentino Parlato e Rossana Rossanda ad opinionista libertario di "Libero" di Vittorio Feltri.
"Un percorso coerentissimo" afferma egli stesso: dagli "eretici del comunismo" che volevano collocarsi alla sinistra del più grande partito comunista d'Occidente agli "eretici e basta".
E così, Mughini, il quale si vanta di non aver avuto altra tessera se non quella dell'autobus, è orgoglioso di dirsi completamente "al di fuori del sistema politico, dei partiti e delle lobby".
"Scrivo quello che voglio e mi faccio, se possibile, anche pagare bene perché il mio curriculum culturale e professionale non è affatto da buttar via. E poi non sono certo nato ricco !" risponde agli interivstatori dell'"Eureka" con la sicurezza che lo contraddistingue in televisione. Del resto egli è uno che "aborrisce gli schemi".
Catanese, di padre toscano e madre siciliana, Mughini non può che essere carattere fumantino e bizzoso (per quanto, lasciatemelo dire, anche un romano di madre friulana come me non è certo da meno) e la sua mimica eccentrica tutt'altro che costruita è lì a sottolinearlo (nell'ora e mezza di conversazione si è più volte sbracciato, ha appoggiato più volte le ginocchia sulla scrivania e, se avesse continuato per un'altra oretta sono certo che avrebbe accavallato bellamente le gambe sopra al tavolo della conferenza come a dire: "non c'è niente di più bello al mondo che essere sé stessi nella propria intima spontaneità !").
Ma, veniamo alla politica: "E' prioritario abolire il valore legale della laurea: non serve a nulla. Guardate me che sono laureato in lingue e letteratura moderna e mi occupo di tutt'altro !" e scoppia una risata ed un fragoroso applauso della platea. E, poi, sull'odiato Ordine dei Giornalisti racconta la sua personale vicenda di radiato: "Unicamente per aver recitato in uno spot televisivo di una nota marca di telefonini (e pure malpagato !)". "L'Ordine dei giornalisti va abolito. Con la loro espulsione mi ci sono pulito le scarpe e ho continuato a scrivere articoli. Scrivere articoli è, sino a prova contraria, un diritto costituzionale !". Come non essere d'accordo con questo spirito genuino che, come spiega, non ha mai avuto bisogno o voglia di essere raccomandato da nessuno.
Poi prosegue attaccando il Berlusconi politico: "Berlusconi mi è umanamente simpaticissimo e ho il piacere di conoscerlo da anni, ma è inconcepibile che un editore di giornali e televisioni si candidi alla carica di Premier o abbia fatto il Premier !", sentenzia. E, ancora, la butta sul gossip definendo Fabrizio Corona "Semplicemente un pagliaccio !".
Provocato dagli intervistatori, Mughini svela che, assieme ai libri ed al calcio, l'altra sua grande passione sono le donne e qui, tuttavia, si definisce un "vero maschilista" nel senso che è orgogliosissimo della sua identità di maschio che comunque si "mette a confronto con l'identità femminile, con l'altra metà del cielo". Cita quindi il suo penultimo libro "Sex Revolution" in cui racconta gli anni '60 ed in particolare la liberazione sessuale di cui le donne sono state protagoniste incontrastate e pare quasi avere nostalgia per quegli anni al punto che definisce molte delle soubrette ventenni che si vedono oggi in televisione come la loro esatta antitesi in quanto "prive di qualsiasi profondità: aspettano solo il calciatore di turno".
E, a questo punto, sbotta sul cosiddetto ruolo dell'"opinionista televisivo" nel quale rifiuta totalmente di riconoscersi: "L'opinionista televisivo è colui che apre la bocca e fa rumore", "Nel circolo massmediatico funziona unicamente ciò che è "rapido" e "facile"", "Manca completamente l'approfondimento, la profondità di pensiero". Del resto, Mughini, va in televisione certo, ma con un ruolo del tutto particolare e, quando parla di calcio, è veramente ferrato in materia (non posso dire altrettanto per cui preferisco tralasciare del tutto l'argomento).
Torna poi a parlare di politica, la sua antica passione di giornalista da "il Manifesto" a "Lotta Continua, a "Paese Sera" sino a "Mondoperaio" ovvero dalla stampa comunista a quella socialista pur senza mai aderire né all'extraparlamentarismo di sinistra al né al Psi, ma sapendo cogliere i tratti libertari di entrambe le culture. Specie negli anni del divorzio, una battaglia che diede finalmente alle coppie la possibilità di ricostruirsi un futuro sentimentale.
Un po' diversa, forse, la questione dell'aborto che lo stesso Mughini visse come un dramma allorquando accompagnò la fidanzata di allora da una mammana, non sentendosi entrambi in gradi di assumersi la responsabilità di crescere un figlio non desiderato. "L'aborto andrebbe assolutamente evitato, meglio certamente la prevenzione" afferma con un filo di amarezza e tristezza per quanto anch'egli ritenga che  l'attuale legislazione sull'aborto abbia arginato un fenomeno incontrollato e bestiale come l'aborto clandestino.
Sulla politica d'oggi pensa che siano sicuramente meglio "le facce collaudate" rispetto a quelle cosiddette "nuove".
"Giuliano Amato è certamente un grande professionista e mi spiace moltissimo che non si sia ricandidato" e, nonostante uno spettatore in platea gli faccia notare che Amato in questi ultimi anni si è legato allo schieramento che "ha ucciso il Psi e Bettino Craxi", Mughini è irremovibile: "Non sono assolutamente d'accordo. Certo, Amato non è mai stato un leader ma è stato il miglior consigliere di Craxi ed è oggi uomo di grande levatura politica ed intellettuale".
Conclude parlando degli anni in cui ha collaborato al Foglio ed in particolare di Giuliano Ferrara (che "conosco meglio delle mie tasche", assicura), e della sua pessima idea di mettersi in politica con una lista antiabortista: "Ferrara butta sempre il suo peso fisico in tutto ciò che ha fatto e fa: dai tempi in cui era comunista sino a quando divenne craxiano ed oggi ateo devoto che incontra Ratzinger guardandolo come se fosse la Madonna", "La vita è una cosa troppo complessa per essere utilizzata in campagna elettorale".
Con un colpo di teatro si alza, aglita le spalle con la sua consueta mimica e saluta il pubblico in visibilio che, forse, pensava che in un'Italia così conformista e medievale, uno spirito libertario capace di far sorridere e al contempo pensare fosse ormai più raro della neve a ferragosto.

Luca Bagatin


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini