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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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3 dicembre 2010

I capisaldi del liberalismo riformatore: oltre la destra e la sinistra conservatrici, stataliste e burocratiche



Debbo dire che la mia indole caratteriale è squisitamente libertaria.
Sin da ragazzino ho sempre mal sopportato ogni tipo di autorità e/o imposizione dall'alto, specie se da me non intimamente compresa.
Trovo che l'autoritarismo, la negazione della libertà e le regole imposte siano la peggiore aberrazione che ciascuno di noi possa incontrare nella propria vita terrena.
Fra l'"eguaglianza" e la "libertà" ho sempre personalmente privilegiato e preferito la seconda.
Anche perché si consideri che gli individui, le persone insomma, non sono né saranno mai eguali nel senso più stretto del termine e ciò è un bene, in quanto la diversità è una ricchezza alla quale è difficile rinunciare pena non solo la noia, ma anche l'inaridimento dei rapporti umani ed interpersonali e la stessa schiavitù del genere umano.
La diversità, come la libertà, è valore che va profondamente tutelato e riconosciuto: diversità di genere, razza, colore, orientamento sessuale, di credo o confessione religiosa ecc...
E la diversità è tutelabile solo in una condizione di piena libertà individuale e quindi sociale.
Individuale prima ancora che sociale, nel senso che il sociale è l'esatta conseguenza di ciò che avviene a livello individuale.
In un articolo di qualche anno fa, che realizzai per il quotidiano di Società Aperta "Terzarepubblica.it" diretto da Enrico Cisnetto, oltre che per il mio blog, affermavo che "la libertà va conquistata" e che la "libertà può essere conquistata solo se prima d'ogni cosa essa è interiorizzata da ciascuno".
Ovvero se ciascuno, individualmente, prende coscienza dei propri doveri nei confronti di sé stesso e quindi di chi gli sta intorno e quindi, allargando il cerchio, della società intera.
Tali doveri presuppongono, prima d'ogni cosa delle responsabilità individuali e solo poi, una volta compresi codesti doveri e responsabilità, si prenderà coscienza dei propri diritti naturali e quindi civili.
Queste, in sintesi, sono le basi del pensiero liberale che, come potete ben notare, fotografano pressoché esattamente le dinamiche della realtà quotidiana sociale, politica, personale e culturale.
Due grandi del pensiero liberale e libertario delle origini sono, a parer mio, l'italiano Giuseppe Mazzini ed il filosofo statunitense Henry David Thoreau .
Il primo, teorico del repubblicanesimo e dell'unità italiana, scrisse nel 1860 i "Doveri dell'uomo", saggio politico e filosofico attualissimo proprio su quanto abbiamo sopra scritto; il secondo nel suo "Disobbedienza civile" del 1849 espresse la sua estrema fiducia nell'individuo e nei suoi diritti, nonché
la convinzione che ogni persona dovesse rispettare prima i dettami della sua coscienza piuttosto che le leggi di un determinato governo.
Come potete ben notare qui siamo agli antipodi di ogni possibile freddo pensiero dogmatico. Siamo forse ai limiti dell'utopia. Un utopia tuttavia lucida e concreta visto che oggi, grazie al pensiero liberale e libertario anche di questi due grandi, viviamo in un Occidente democratico e civile.
Alcuni anni fa mi è capitato fra le mani un agile ed interessante libello di Alberto Pasolini Zanelli pubblicato negli anni '80 dal titolo "La rivolta blu - Contro i miti dello stato sociale".  E' una sorta di compendio di liberalismo che racconta e spiega la rivoluzione liberale, libertaria e libertista degli anni '80 contro il potere dello Stato e la sua burocrazia e che portò al governo personalità come Ronald Reagan o la Thatcher e mise in crisi la socialburocrazia, in primis quella scandinava.
E' davvero appassionante notare come liberalismo e libertarismo si fondano all'insegna delle libertà individuali in economia come nel privato.
Ed ecco come in questo compendio si parli di un personaggio apparentemente pittoresco, ma in realtà grande riformatore: il consulente fiscale danese Mogens Glistrup, il quale fondò negli anni '70 il Partito del Progresso (FRDP) che riuscì a conquistare quasi il 16 % alle elezioni nazionali danesi sulla base di un programma che prevedeva l'abolizione dell'imposta sul reddito ritenuta d'impaccio allo sviluppo economico di un'economia avanzata come quella della Danimarca e contemporaneamente richiedeva un miglioramento dei servizi sociali erogati.
Snobbato e boicottato in tutti i modi tanto da destra quanto da sinistra, Gilstrup ebbe vita non facile come del resto è ben facile immaginare.
Ne "La rivolta blu" si racconta ed elogia il Presidente statunitense e leader Repubblicano Barry Goldwater, libertario fin nel midollo per quanto concerne i diritti civili degli omosessuali e per l'aborto arrivando a contrastare fortemente la destra religiosa nel suo partito (una sorta di Rudy Giuliani ante litteram) e profondamente liberale in economia, il che attirò le simpatie persino della cosiddetta Nuova Sinistra libertaria e sessantottina (lo stesso padre della "beat generation", Jack Kerouac, nel poco tempo che trovò da dedicare alla politica fu attivista repubblicano). Si pensi anche che Goldwater inserì nel suo programma il tema dell'ecologia, ovvero la preminenza della qualità della vita sui miti del consumismo di massa.
E così, proseguendo nella lettura del volume di Pasolini Zanelli, si incrocieranno gli anarcocapitalisti, i libertarians ed individualisti vari sino ad un giudizio positivo e lusinghiero del liberalsocialismo (vera critica al "socialismo reale" d'Occidente, ovvero alla socialburocrazia tipica dei Paesi Sandinavi) abbracciato negli anni '80 dal Psoe di Felipe Gonzalez e dal Psi di Bettino Craxi i quali aborrirono il marxismo e "liberalizzarono", per così dire, i loro partiti (in Italia anche grazie al Partito Radicale di Marco Pannella che contribuì alla libertarizzazione del Psi).
Critica feroce invece per la socialdemocrazia con la sua eccessiva burocraticizzazione, centralità dello Stato sugli individui e disaffezione alla responsabilità individuale degli stessi.
A lettura conclusa se ne rimane completamente estasiati e rinnovati nel prorpio libertarismo. E si riflette sulla situazione europea e soprattutto italiana ove pesa ancora quell'astrusa divisione (spesso mentale) che passa sotto il nome di "destra e sinistra".
Ed invece si noti come la vera divisione-contrapposizione sia fra Riformatori consapevoli della propria individualità, responsabilità e dei propri diritti e Conservatori amanti dello Stato balia-mamma, autoritario, clericale, socialfascista e socialburocrate.
Si uscirà mai dal pantano politico-culturale-ideale magari riuscendo anche ad uscire dal declino che attanaglia il nostro medievale Paese ?
Se la svolta sarà liberale e libertaria, magari.....

Luca Bagatin



15 settembre 2010

Francesco Nucara, i Repubblicani e l'attuale maggioranza di governo



Francamente l'atteggiamento del mio Segretario Nazionale, Francesco Nucara, non mi scandalizza punto, come invece pare scandalizzare la gran parte della stampa e del mondo politico dalla scarsa responsaibilità istituzionale.
Il Partito Repubblicano Italiano fa a pieno titolo parte, dal 2008, dell'attuale maggioranza di governo.
Che oggi il Segretario del PRI, Nucara, annunci la costituzione di un "Gruppo dei responsabili" al fine di evitare le elezioni ed a salvataggio della maggioranza stessa, non è che lealtà nei confronti degli alleati, ma, soprattutto, responsabilità istituzionale.
Le questioni politiche dalle quali non è possibile prescindere, checchè se ne dica, ad ogni modo, sono tre:

a) il gruppo di Futuro e Libertà, ovvero dei finiani, non ancora politicamente forte, non ha alcuna intenzione di far cadere l'attuale maggioranza. Ha solamente voluto contarsi in Parlamento e nei sondaggi e - giustamente - fare la "voce grossa" di fronte ad un Berlusconi appiattito sulle posizioni anti-riformatrici della Lega Nord.

b) se si andasse a nuove elezioni in tempi brevi, come auspicherebbe piuttosto la Lega Nord - con l'attuale legge elettorale - il Paese ne uscirebbe ingovernabile, con un Berlusconi vincente alla Camera, ma incapace di ottenere la maggioranza al Senato. A trarne vantaggio sarebbero unicamente le forze estreme e destabilizzanti: Lega Nord ed Italia dei Valori. Che infatti stanno spingendo per nuove elezioni.

c) il PRI di Nucara sta offrendo al Paese la possibilità di evitare le elezioni anticipate e proseguire l'attuale legislatura con l'unico governo possibile e senza rischi di ingovernabilità.

Che vi siano amici e compagni Repubblicani che abbiano delle perplessità lo posso anche capire.
Ma per costruire un'alternativa all'attuale maggioranza di governo, ormai sicuramente stantia, è necessario lavorare nei prossimi tre anni. Oggi è ancora, purtroppo, prematuro.
E l'alternativa può - come scrivo da tempo - costruirsi per mezzo di una sinergia fra laici, repubblicani, liberali, finiani di Futuro e Libertà, Udc ed Api, capaci di coalizzarsi per un progetto di riforma che preveda almeno cinque punti: abolizione delle Province; riduzione della spesa pubblica improduttiva; riduzione delle imposte a due o tre aliquote; separazione delle carriere dei magistrati e spoliticizzazzione del CSM.
Come ha ricordato Francesco Nucara in questi giorni, rimane poi prioritaria la questione di "contrastare il Vaticano" e le sue ingerenze nella sfera politica e dunque pubblica. Occorre dunque riaffermare o, meglio, costruire lo Stato laico.

Luca Bagatin



21 maggio 2010

Repubblicani all'avanguardia di un progetto di riforma radicale



Abbiamo finalmente appreso che l'ottobre prossimo si terrà il Congresso del nostro PRI e che sarà organizzato "per tesi".
Nulla di più auspicabile.
E' infatti innanzitutto importante partire dai programmi e, solo poi, decidere ove collocarsi politicamente. Per quanto personalmente sia aprioristicamente contrario ad un'alleanza con i cattocomunisti ed i giustizialisti, lontani anni luce da una prospettiva liberale e democratica.
Con questo mio pezzo vorrei cogliere l'occasione per delineare una serie di punti programmatici e di riforma, che personalmente ritengo utili all'elaborazione delle suddette tesi.
Penso infatti che il Partito Repubblicano, a dispetto della sua consistenza numerica, possa porsi all'avanguardia di un progetto di riforma di ampio respiro.
Progetto che parta innanzitutto da un radicale snellimento della macchina amministrativa e che ponga al primo punto l'abolizione delle Province italiane quali enti politici, l'accorpamento dei Comuni inferiori ai 20.000 abitanti, l'abolizione dei consorzi e delle comunità montane.
Solamente poi potremo anche iniziare a parlare di federalismo fiscale. Non certo prima, pena l'aumento della burocrazia e dei costi a livello locale ed amministrativo.
In seconda battuta è prioritaria una riforma delle pensioni a capitalizzazione, in linea con i Paesi europei e di cui ha più volte parlato l'On. Giuliano Cazzola.
Una volta ridotti i costi, che necessariamente devono prevedere anche un ridimensionamento delle indennità di carica dei vari amministratori locali e nazionali ed uno snellimento del personale amministrativo qualora in esubero, si potrebbe pensare - finalmente - ad una radicale trasformazione del sistema fiscale che, via via, si riduca ad un massimo di due o tre aliquote e che preveda l'innalzamento della cosiddetta "no tax area".
Tutte cose, guarda caso, previste e promesse dal primo Governo Berlusconi con la consulenza dell'ottimo Antonio Martino e degli economisti di scuola liberale e successivamente disattese dallo statalismo neo-democristiano e leghista dei Tremonti e dei Bossi degli ultimi governi a guida berlusconiana.
Venendo alla politica estera, da repubblicani mazziniani, non possiamo non sostenere la trasformazione del Parlamento Europeo in vero e proprio organo con poteri di governo sovranazionali. E non possiamo non rinnovare la nostra amicizia agli Stati Uniti d'America ed allo Stato di Israele. Nonché, in ultima ma forse più importante battuta, non possiamo non scandalizzarci di fronte alla politica neo-sovietica del Presidente russo Vladimir Putin, amico di Berlusconi, estimatore di Stalin e persecutore dei suoi oppositori politici interni. E non possiamo non scandalizzarci della pericolosa politica di amicizia fra Italia e Libia del dittatore Gheddafi.
Non è pensabile che un partito democratico ed occidentale come il PRI possa sostenere una politica estera così smaccatamente anti-americana ed anti-occidentale.
Venendo alla questione dei diritti civili, sarebbe opportuno ricercare una sinergia con le altre forze laiche: dai Liberali di Stefano De Luca e Paolo Guzzanti sino ai Radicali di Pannella e Bonino ed a quei socialisti, sparsi nel centrodestra e nel centrosinistra, che non hanno ancora del tutto ammainato la bandiera del libero pensiero.
Guardando al panorama politico d'oggi, a parte le coraggiose prese di posizione di Gianfranco Fini e della neonata Generazione Italia (interessante che ad essa vi si siano iscritte molte persone che non sono mai state di centrodestra) e qualche timida presa di posizione dell'Udc relativamente alla necessità di abolire le Province, grandi prospettive di respiro democratico, occidentale ed europeista non se ne vedono.
Sembra quasi di vivere in un Paese del Sudamerica, ove il risultato delle elezioni è deciso o a tavolino o mediante slogan facili. Ove non vi sono seri e radicali progetti di riforma, ma boutade messe lì apposta per imbrogliare l'elettorato.
Ecco, dopo 150 anni di un Unità d'Italia che abbiamo contribuito a costruire, è forse venuto il momento per i Repubblicani italiani di rialzare la testa e di combattere con le armi della democrazia, come ci insegnò quel grande combattente partigiano di Randolfo Pacciardi.

Luca Bagatin



8 maggio 2010

Un nuovo governo per la Gran Bretagna all'insegna del rinnovamento liberale



David Cameron e Nick Clegg fra i loghi dei rispettivi partiti politici

Quel che è certo, all'indomani dell'esito incerto delle elezioni nazionali, è che in Gran Bretagna sta nascendo un governo all'insegna del rinnovamento.
Il merito è del possibile nuovo Primo Ministro conservatore David Cameron, che ha aperto ai Liberaldemocratici di Nick Clegg.
David Cameron, astro nascente del nuovo Conservative Party, già prima della campagna elettorale che lo ha visto protagonista e che gli ha fatto guadagnare il 36 % dei consensi, ha profondamente mutato il dna del suo partito: aprendo agli omosessuali, alla possibilità di legalizzare le cosiddette "droghe" leggere, alla sanità pubblica ed a nuove politiche ambientali.
Optando per un'alleanza con i Liberaldemocratici di Clegg - noto per il suo libertarismo ed il suo anti-statalismo -  non fa che consolidare questa linea di governo all'insegna dei diritti civili e del risanamento economico.
I Laburisti di Gordon Brown, ormai lontani dai successi e finanche dalle politiche riformatrici di Tony Blair che li hanno visti protagonisti della politica britannica dal 1997, sono invece - e meritatamente - arretrati al 29 %.
L'Italia, in questo contesto, avrebbe moltissimo da imparare dalla Gran Bretagna (oltre che, ovviamente, dalla cultura e dalla politica anglosassone).
Nel nostro Paese, oltre a non esistere un partito laburista o socialdemocratico, non esiste nemmeno un partito liberaldemocratico forte e coeso (potremmo dire che gli unici a rappresentare una politica "alla Nick Clegg", da noi, sono i Repubblicani, i Liberali ed i Radicali. Che comunque, assieme, non fanno certo il 23 % dei LibDem britannici). E gli unici che si rifanno alla nuova destra europea di Cameron e di Sarkozy sono oggi i "finiani" e grazie al rinnovamento di posizioni apportato dal Presidente della Camera Gianfranco Fini.
La situazione, da noi, è dunque ben triste ed ancora ben lontana dalla costituzione di un forte asse all'insegna di un nuovo liberalismo che guardi alla riduzione della spesa pubblica, all'abbassamento delle imposte e ad una politica in favore dei diritti civili: dall'approvazione di una legge per le unioni civili sino ad una per la legalizzazione della cannabis, passando per una legge che legalizzi eutanasia e prostituzione.

Luca Bagatin



29 aprile 2010

Le scorrettezze giornalistiche de "Il Secolo d'Italia" (non sarà pensiero unico ?)



Domenica scorsa ho pensato di inviare a "Il Secolo d'Italia" - organo ufficiale di Alleanza Nazionale - l'articolo che ho scritto e pubblicato sul mio blog del 22 aprile scorso, dal titolo: "Costruire con Gianfranco Fini l'alternativa Gollista e Liberaldemocratica per l'Italia".
Ho deciso di inviarlo senza pensare peraltro che l'avrebbero pubblicato, ma mi sembrava doveroso alimentare il dibattito nel principale organo di riferimento del Presidente della Camera.
Il mio pezzo è stato pubblicato martedì 27 aprile, ma, con mia somma amarezza, oltre ad essere stato tagliato nelle sue parti fondamentali (ove proponevo un'alleanza fra finiani, laici, liberali, repubblicani, Udc ed Api), è stato anche completamente stravolto per quanto concerne i contenuti.
Piuttosto che incorrere in certe scorrettezze, infatti, sarebbe stato preferibile che il pezzo in questione non fosse pubblicato.
Ad ogni modo, passo ad evidenziarvi le frasi/concetti "incriminati".
La redazione de "Il Secolo d'Italia" ha modificato - stravolgendola - la mia frase: "Gianfranco Fini, è vero, proviene dalle file del principale partito della destra italiana. Un partito, il Msi prima e An poi, che certo non ha mai avuto nulla a che spartire con la destra liberale europea" con la frase: "Fini, è vero, proviene dalle file del principale partito della destra italiana. Un partito, il Msi prime e An poi, che certo non ha mai avuto nulla a che vedere con la gestione del potere".
Ma quando mai ? Il Msi, partito neo-fascista, non si sarà mai spartito poltrone, ma era un partito di picchiatori che i liberali li schifava alquanto. Ed An non è certo partito che non ha gestito o che non gestisce il potere. Anzi.
In seconda battuta, quelli de "Il Secolo d'Italia", hanno pensato bene di "annacquare" la mia frase: "Il che, infatti, gli (riferito a Fini) è costata la scissione dei fascisti della destra sociale di Storace e della Santanchè", con la frase "Il che gli è costata la scissione dei populisti ed estremisti alla Storace e alla Santanché".
Populisti ? A me risulta che Storace e la Santanché siano storicamente dei fascisti della destra sociale e ne vadano anche fieri. Non è certo un insulto, ma un dato di fatto. Dato di fatto che, chissà mai perché, a quelli del "Secolo" non piace. E così si passa alla mistificazione delle lettere altrui ! Sic !
Proseguendo nelle modifiche che quelli del "Secolo d'Italia" hanno apportato al mio articolo - ormai ridotto a letterina a loro stesso uso e consumo quasi fossi un loro collaboratore prezzolato - il mio "destra liberale" si è trasformato in "destra innovatrice" (evidentemente la parola "liberale" è ritenuta proppo "progressive" per chi si sta avvicinando ai valori liberali solo da un anno e solo grazie al suo leader) ed il mio auspicare una coalizione di centro-trattino-destra si è trasformato in "coalizione di centrodestra" a guida finiana.
"Il Secolo d'Italia" ha dunque ben pensato di rimuovere ogni mio riferimento ad una auspicabile spaccatura del PdL, alla creazione di un Movimento di Fini e alla costituzione di una coalizione a quattro con Laico-Liberali; Udc ed Api.
Martedì 27 stesso, ho pensato bene di inviare una mail di rettifica auspicandone la pubblicazione. Ad oggi non solo non è stato pubblicato nulla, ma quelli del "Secolo" non si sono nemmeno pregiati di scrivere due righe di scuse.
Confesso che un simile trattamento non me lo sarei mai aspettato da un foglio - "Il Secolo d'Italia", appunto - che negli ultimi tempi sembrava essersi evoluto, aver fatto autocritica ed essere passato dal corporativismo fascista alla scoperta dei diritti civili, della cultura libertaria e beatnik, con tanto di recensioni ai libri di Thoreau sulla disobbedienza civile.
Evidentemente tale evoluzione è ancora lunga e le recenti "ragioni di Stato" hanno forse messo il freno anche allo stesso Gianfranco Fini.
Ad ogni modo ciò non giustifica certa mancanza di rispetto nei confronti dei lettori e certe palesi mistificazioni ed arbitrarie modifiche.

Luca Bagatin



24 aprile 2010

La parola fine di Roberta Tatafiore



E' passato un anno dalla tragica morte di Roberta Tatafiore, la militante dei diritti civili delle donne e delle prostitute, la libertaria, la sociologa, la scrittirice, la giornalista eclettica.
Una morte che lei stessa ha cercato, voluto, pianificato.
E così, alla fine, Roberta ci ha lasciato un diario, pubblicato nei giorni scorsi dalla Rizzoli: "La parola fine - diario di un suicidio".
Un diario profondissimo nel quale parla, senza pudori, della "composizione della sua morte".
Toccante è anche l'introduzione-biografia dello scrittore e giornalista Daniele Scalise, già militante dei diritti civili degli omosessuali e contro le discriminazioni razziali.
Scalise traccia i primi anni della Tatafiore, nata a Foggia nel 1943, in piena Seconda Guerra mondiale, sotto i bombardamenti degli Alleati.
Racconta dei rapporti con la madre, con le sorelle e con il padre che sarà poi - nel 1960 - ucciso da un operaio uscito di senno della fabbrica nella quale lavorava.
Sarà questo che, forse, segnerà la vita di Roberta. Ma sarà anche la sua profonda sensibilità a tratti "mortifera" e "suicidaria", come afferma lei stessa nel suo diario.
E via via, gli anni '70 di Roberta Tatafiore, come giornalista femminista per il giornale "noidonne", di ispirazione social-comunista e la sua militanza nell'Unione Donne Italiane.
Roberta Tatafiore, come ricorda Scalise, studierà successivamente il tedesco e sarà la curatrice e traduttrice italiana del celebre best-seller "Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino" di Christiane F., che racconta la storia di questa ragazza dalla vita difficile fra tossicodipendenza e prostituzione.
Negli Anni '80, sarà la stessa Tatafiore ad occuparsi di prostituzione, con l'incontro - a Pordenone - di Pia Covre e Carla Corso, fondatrici del Comitato per i Diritti Civili delle Prostutite (con il quale, ironia della sorte, collaborai io stesso una decina d'anni fa).
Con Carla e Pia fonderà dunque il periodico "Lucciola" e, come sociologa, studierà a fondo il fenomeno, ponendosi sempre dalla parte delle prostitute, dei loro diritti ed affermando sempre: "E Dio non voglia che arrivi anche da noi una legislazione come quella svedese, contro il "cliente" e per la rieducazione delle prostitute !".
Arriverà dunque a collaborare, come consulente, con il Ministro della Solidarietà Sociale Livia Turco per la stesura di una legge per la depenalizzazione della prostutizione. Legge che purtuttavia non arriverà mai.
L'impegno militante di Roberta Tatafiore nell'ambito dei diritti civili proseguirà negli anni '90 con la vicinanza ai Radicali che, nel 1994, si stavano avvicinando al nascente movimento di Silvio Berlusconi e nel 2000 sarà fra i fondatori di Polo Laico, assieme a Taradash, Giovanni Negri, Arturo Diaconale ed altri: per un centro-destra laico, liberale e libertario.
Il progetto, purtuttavia, naufragherà presto per l'indisponibilità di Berlusconi a candidare in Parlamento rappresentanti dell'area laico-liberale.
Roberta inizierà dunque a collaborare a testate quali l'"Indipendente", diretto da Giordano Bruno Guerri, "Il Foglio", "Il Giornale" ed infine per "Il Secolo d'Italia" - quotidiano di Alleanza Nazionale -  curando la rubrica "Thelma & Louise", assieme a Isabella Rauti e affermando - nel suo stesso diario - "....mi piacciono la direttrice (Flavia Perina n.d.r.) e il vicedirettore di questo stravagante foglio di fronda e di governo, perché scrivere per l'unico quotidiano di destra che opera un'intelligente rivisitazione della cultura fascista mi interessa, perché Gianfranco Fini è il politico più laico e sagace del momento".
Sarà profetica.
E proprio alle pagine de "Il Secolo d'Italia" affiderà la sua difesa estrema del diritto all'eutanasia, con particolare riferimento al "caso Eglaro" che sarà l'ultimo ad appassionarla politicamente.
"La parola fine - diario di un suicidio" è dunque un documento toccante. Nel leggerlo non si può non riflettere sulla vita, sulla morte....sul....."a chi appartiene la vita ?". E non si può non commuoversi, non rimenerne rapiti.
Roberta Tatafiore programmò di scriverlo il 1 gennaio del 2009 e di concluderlo il 31 marzo. Poi, si sarebbe tolta la vita in un'albergo dell'Esquilino, poco lontano da casa sua, con l'assunzione di barbiturici.
La sua sarà dunque una scelta meditata. Una scelta consapevole.
"La parola fine" è l'unico ed ultimo documento che ci rimane di una donna che ha voluto presentarci il suo suicidio come "gesto politico", ovvero, come lei afferma, libertariamente: "il salto nel vuoto di chi non sa adeguarsi alla norma".
"A chi appartiene la vita ? Alla società ? A Dio ? A noi stessi ? Credo che la vita appartenga ad ogni individuo libero di affidarla a chi vuole in base a ciò che gli suggerisce la coscienza".
E' la frase che conclude, nel retro-copertina, il diario di Roberta Tatafiore. Una donna coerente sino alla sua ultima, estrema, scelta.

Luca Bagatin



6 aprile 2010

Ciao Roberta !

«La scelta del suicidio non è pura e semplice volontà di morire. Ci si può uccidere per eccesso di voglia di vivere»
Giorgio Antonucci, psichiatra



L'8 aprile dell'anno scorso moriva suicida la giornalista femminista e militante dei diritti civili Roberta Tatafiore.
La volli ricordare su questo blog con un articolo che - con profondo dispiacere - feci già allora difficoltà a scrivere e che fu poi pubblicato anche da "La Voce Repubblicana".
Feci difficoltà a scriverlo, come faccio ora a scrivere queste poche righe di presentazione.
Roberta Tatafiore, poco conosciuta ai più, fu per molti di noi irriducibili libertari (a cui della "destra" e della "sinistra" non è mai importato nulla), un mito.
Un mito di libertà individuale, di coscienza civile all'anglosassone, di liberazione che personalmente non esito a definire "psicosessuale" (consapevolezza dell'utilizzo della propria mente e del proprio corpo, senza costrizioni, condizionamenti o gabbie mentali).
Una donna che ha sempre, del resto, vissuto con coerenza la sua esistenza giungendo financo a decidere il giorno ed il modo in cui morire.
Da mercoledì 7 aprile prossimo, uscirà in libreria il suo diario "La parola fine - diario di un suicidio", edito da Rizzoli con il contribito del quotidiano "Il Foglio", che la Tatafiore iniziò a scrivere a gennaio del 2009 proprio per documentare la sua scelta estrema con riflessioni, paure, dubbi, ma anche con la certezza che la sua scelta di morire sarebbe stata ineluttabile.
Vorrei qui riprodurre l'articolo che scrissi all'indomani della sua morte, aggiungendo una piccola riflessione che Roberta Tatafiore riprodusse nel suo diario: «A chi appartiene la vita? Credo che la vita appartenga a ogni individuo libero di affidarla a chi vuole in base a ciò che gli suggerisce la coscienza».

Luca Bagatin

UN ATTO DI ESTREMA COERENZA
di Luca Bagatin
da "La Voce Repubblicana" del 28 aprile 2009




Ricordo che la prima volta che ho sentito parlare di lei è stato......
Avevo 17 anni ed allora ero un verde militante. Fu così che conobbi i primi radicali storici, quelli che avevano vissuto i mitici anni Sessanta, Settanta ed Ottanta con le loro lotte per i diritti civili (divorzio, aborto, obiezione di coscienza alla leva militare, voto ai diciottenni, liberazione sessuale, omosessuale, transessuale, antiproibizionismo su droghe, non droghe, ricerca scientifica, ambientalismo laico, autogestione del proprio corpo e della propria mente....).
Frequentavo la sede dei Verdi di Pordenone, allora sita in Via Rovereto, ove oggi c'è un call center per immigrati. Mi avevano lasciato una copia delle chiavi ed allora mi dilettavo a riordinare il polverosissimo archivio fatto di vecchi numeri di Quaderni Radicali (ne conservo a casa ancora un sacco di copie), di Frigidaire (con un poster di Ilona Staller, al secolo Cicciolina), di Radicalchic (una rivistina radicale di satira che usciva nei primi anni '80), de Il Male, dei vecchissimi numeri di Lotta Continua e.....Lucciola, il giornale dei diritti delle prostitute diretto da lei: Roberta Tatafiore.
Non so perché, ma sono sempre stato attratto dai diritti degli “sconciati”, dei “diversi”, degli “emarginati”. Forse perché, sin da ragazzino, sono sempre stato un tipino abbastanza stravagante, poco incline al conformismo (nei comportamenti, nel modo di vestire, nelle abitudini, nel modo di pensare....), ontologicamente controcorrente.
Per me l'amore per tossici, puttane, disabili, froci e lesbiche e chi più ne ha più ne metta è stato dunque naturale. Più che amore è stata empatia, comprensione. Fra anticonformisti ci si riconosce a pelle.
E' così che ho iniziato a leggere quel vecchio numero di Lucciola, gli articoli della Tatafiore e ricordo persino un buffissimo quanto emblematico fotoromanzo a tema prostituzione con protagonisti la stessa Tatafiore ed un giovanissimo Chicco Testa.
Ma chi era Roberta Tafafiore ? Una femminista, proveniente dal quotidiano “Il Manifesto” e poi una militante radicale in prima linea per i diritti civili delle prostitute e dunque per la loro autogestione.
Ironia della sorte, nel 1999, collaborerò io stesso – lavorativamente parlando, pur per un breve periodo – con il Comitato dei Diritti Civili delle Prostitute, fondato anche con il contributo di quelle battaglie libertarie e con sede nazionale proprio a Pordenone.
Ormai abbandonata la militanza sinistrorsa nei Verdi (che stava diventando sin troppo sinistrorsa ed ideologizzata per un individialista liberale e libertario come me) e anche quella nella Lista Emma Bonino per la quale avevo comunque condotto – con nessun mezzo ed assieme alla radicale storica Paola Scaramuzza – la campagna elettorale per le europee in città (secondo partito a Pordenone con il 14% dei voti: ci dedicarono anche la prima pagina de “Il Gazzettino"), mi sono per molti versi avvicinato al progetto del Polo Laico e poi della Casa Laica. Per un'area libertaria nel centrodestra.
Il Polo Laico era animato da persone che culturalmente e politicamente stimavo molto: Givanni Negri, Arturo Diaconale, Luca Barbareschi e.....Roberta Tatafiore appunto !
Eccola che ritorna. Ascoltai su Radio Radicale anche il suo intervento di fondazione di quel progetto che pur ebbe vita breve.
Come poteva una femminista ex di sinistra avvicinarsi ad un progetto nell'alveo del centrodestra ? Poteva eccome, se era sufficientemente laica e libertaria da rendersi conto che dall'altra parte – nei salotti buoni della gauche au caviar - i “diversi” sono sempre stati trattati come degli appestati (personalmente ricordo che allora, solo con i giovani di Alleanza Nazionale riuscivo a parlare apertamente, in dibattiti pubblici e televisivi, di legalizzazione della cannabis e di somministrazione controllata di eroina ai tossicomani. Io a favore e loro contro. Con i “sinistri” era impensabile, tanto erano attenti a mantenere buoni rapporti con i loro amici cattolici).
Non a caso, lo storico leader del Partito Repubblicano Italiano, Randolfo Pacciardi, preferendo l'alleanza con i clericali piuttosto che quella con i comunisti, affermava: “Meglio una messa al giorno che una messa al muro”. Come non dargli torto !
Ma ecco che comunque, anche lì, fra quegli ingenui clericaloni e parrucconi del centrodestra berlusconiano, i laici, liberali e libertari duri e puri davano fastidio. Solo qualcuno si è salvato quà e là. Mi pare che la stessa Tatafiore abbia aderito ai Riformatori Liberali di Della Vedova e Taradash, ma, ad ogni modo.....non c'è stata trippa pè gatti !
Negli ultimi anni Roberta Tatafiore curava una rubrica  - Thelma e Louise - su “Il Secolo d'Italia”, in cui continuava a parlare libertariamente di femminismo con Isabella Rauti.
In un recente articolo su “La Voce Repubblicana” l'ho persino citata come rappresentante di quei radicali dalla mente libera (come anche Adele Faccio, Angelo Pezzana, Giovanni Negri....), che non hanno chinato la testa di fronte ai deliri pannelliani che hanno portato quella tradizione alla totale distruzione politica e culturale.
In questi giorni, per mezzo di un bellissimo articolo dell'amico Vittorio Lussana su “L'Opinione delle Libertà” (che con la Tatafiore per un periodo ha anche convissuto), vengo a sapere che ella si è tolta la vita all'età di 66 anni. Mi scende una lacrima, poi comprendo e rispetto.
Rispetto una scelta consapevole e rifletto. Rifletto sul fatto che – come andiamo ripetendo da anni - solo noi siamo i padroni della nostra esistenza, solo noi siamo in grado di gestirci ed autogestirci, perché noi siamo “il pilota” della nostra vita, della nostra mente, della nostra coscienza. E' un discorso filosofico, ma anche eminentemente politico. E forse Roberta Tatafiore ha così compiuto il suo ultimo, estremo, atto politico di un'esistenza profondamente coerente, liberale e libertaria.
Penso quindi ad Alex Langer. Poi a Piero Welby ed infine a Beppino Englaro ed a Eluana.
Esperienze che non c'entrano assolutamente nulla fra loro. Non le giudico, sorrido, e penso a quanto sia fortunato ad aver potuto comprendere ed apprendere – nel mio piccolo – qualche cosa dalle loro esistenze.




26 aprile 2009

Roberta Tatafiore: un ricordo



Ricordo che la prima volta che ho sentito parlare di lei è stato......
Avevo 17 anni ed allora ero un verde militante. Fu così che conobbi i primi radicali storici, quelli che avevano vissuto i mitici anni Sessanta, Settanta ed Ottanta con le loro lotte per i diritti civili (divorzio, aborto, obiezione di coscienza alla leva militare, voto ai diciottenni, liberazione sessuale, omosessuale, transessuale, antiproibizionismo su droghe, non droghe, ricerca scientifica, ambientalismo laico, autogestione del proprio corpo e della propria mente....).
Frequentavo la sede dei Verdi di Pordenone, allora sita in Via Rovereto, ove oggi c'è un call center per immigrati. Mi avevano lasciato una copia delle chiavi ed allora mi dilettavo a riordinare il polverosissimo archivio fatto di vecchi numeri di Quaderni Radicali (ne conservo a casa ancora un sacco di copie), di Frigidaire (con un poster di Ilona Staller, al secolo Cicciolina), di Radicalchic (una rivistina radicale di satira che usciva nei primi anni '80), de Il Male, dei vecchissimi numeri di Lotta Continua e.....Lucciola, il giornale dei diritti delle prostitute diretto da lei: Roberta Tatafiore.
Non so perché, ma sono sempre stato attratto dai diritti degli “sconciati”, dei “diversi”, degli “emarginati”. Forse perché, sin da ragazzino, sono sempre stato un tipino abbastanza stravagante, poco incline al conformismo (nei comportamenti, nel modo di vestire, nelle abitudini, nel modo di pensare....), ontologicamente controcorrente.
Per me l'amore per tossici, puttane, disabili, froci e lesbiche e chi più ne ha più ne metta è stato dunque naturale. Più che amore è stata empatia, comprensione. Fra anticonformisti ci si riconosce a pelle.
E' così che ho iniziato a leggere quel vecchio numero di Lucciola, gli articoli della Tatafiore e ricordo persino un buffissimo quanto emblematico fotoromanzo a tema prostituzione con protagonisti la stessa Tatafiore ed un giovanissimo Chicco Testa.
Ma chi era Roberta Tafafiore ? Una femminista, proveniente dal quotidiano “Il Manifesto” e poi una militante radicale in prima linea per i diritti civili delle prostitute e dunque per la loro autogestione.
Ironia della sorte, nel 1999, collaborerò io stesso – lavorativamente parlando, pur per un breve periodo – con il Comitato dei Diritti Civili delle Prostitute, fondato anche con il contributo di quelle battaglie libertarie e con sede nazionale proprio a Pordenone.
Ormai abbandonata la militanza sinistrorsa nei Verdi (che stava diventando sin troppo sinistrorsa ed ideologizzata per un individialista liberale e libertario come me) e anche quella nella Lista Emma Bonino per la quale avevo comunque condotto – con nessun mezzo ed assieme alla radicale storica Paola Scaramuzza – la campagna elettorale per le europee in città (secondo partito a Pordenone con il 14% dei voti: ci dedicarono anche la prima pagina de “Il Gazzettino"), mi sono per molti versi avvicinato al progetto del Polo Laico e poi della Casa Laica. Per un'area libertaria nel centrodestra.
Il Polo Laico era animato da persone che culturalmente e politicamente stimavo molto: Givanni Negri, Arturo Diaconale, Luca Barbareschi e.....Roberta Tatafiore appunto !
Eccola che ritorna. Ascoltai su Radio Radicale anche il suo intervento di fondazione di quel progetto che pur ebbe vita breve.
Come poteva una femminista ex di sinistra avvicinarsi ad un progetto nell'alveo del centrodestra ? Poteva eccome, se era sufficientemente laica e libertaria da rendersi conto che dall'altra parte – nei salotti buoni della gauche au caviar - i “diversi” sono sempre stati trattati come degli appestati (personalmente ricordo che allora, solo con i giovani di Alleanza Nazionale riuscivo a parlare apertamente, in dibattiti pubblici e televisivi, di legalizzazione della cannabis e di somministrazione controllata di eroina ai tossicomani. Io a favore e loro contro. Con i “sinistri” era impensabile, tanto erano attenti a mantenere buoni rapporti con i loro amici cattolici).
Non a caso, lo storico leader del Partito Repubblicano Italiano, Randolfo Pacciardi, preferendo l'alleanza con i clericali piuttosto che quella con i comunisti, affermava: “Meglio una messa al giorno che una messa al muro”. Come non dargli torto !
Ma ecco che comunque, anche lì, fra quegli ingenui clericaloni e parrucconi del centrodestra berlusconiano, i laici, liberali e libertari duri e puri davano fastidio. Solo qualcuno si è salvato quà e là. Mi pare che la stessa Tatafiore abbia aderito ai Riformatori Liberali di Della Vedova e Taradash, ma, ad ogni modo.....non c'è stata trippa pè gatti !
Negli ultimi anni Roberta Tatafiore curava una rubrica  - Thelma e Louise - su “Il Secolo d'Italia”, in cui continuava a parlare libertariamente di femminismo con Isabella Rauti.
In un recente articolo su “La Voce Repubblicana” l'ho persino citata come rappresentante di quei radicali dalla mente libera (come anche Adele Faccio, Angelo Pezzana, Giovanni Negri....), che non hanno chinato la testa di fronte ai deliri pannelliani che hanno portato quella tradizione alla totale distruzione politica e culturale.
In questi giorni, per mezzo di un bellissimo articolo dell'amico Vittorio Lussana su “L'Opinione delle Libertà” (che con la Tatafiore per un periodo ha anche convissuto), vengo a sapere che ella si è tolta la vita all'età di 66 anni. Mi scende una lacrima, poi comprendo e rispetto.
Rispetto una scelta consapevole e rifletto. Rifletto sul fatto che – come andiamo ripetendo da anni - solo noi siamo i padroni della nostra esistenza, solo noi siamo in grado di gestirci ed autogestirci, perché noi siamo “il pilota” della nostra vita, della nostra mente, della nostra coscienza. E' un discorso filosofico, ma anche eminentemente politico. E forse Roberta Tatafiore ha così compiuto il suo ultimo, estremo, atto politico di un'esistenza profondamente coerente, liberale e libertaria.
Penso quindi ad Alex Langer. Poi a Piero Welby ed infine a Beppino Englaro ed a Eluana.
Esperienze che non c'entrano assolutamente nulla fra loro. Non le giudico, sorrido, e penso a quanto sia fortunato ad aver potuto comprendere ed apprendere – nel mio piccolo – qualche cosa dalle loro esistenze.

Luca Bagatin

Su youtube si può trovare questo bel video fotografico in ricordo di Roberta, al link
http://www.youtube.com/watch?v=x2vq7wDy28Q


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini