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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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17 gennaio 2016

Eduard Limonov: io, l'intellettuale bolscevico che odia Putin e Gorbaciov (tratto da "La Repubblica" del 13 gennaio 2016)

Lo scrittore maledetto si presenta in versione dimessa. Ma poi riemerge l'agitatore impegnato in una guerra personale contro i leader russi passati e presenti (e Brodskij, Solgenitsyn, Sacharov, Bulgakov...).  Quanto al libro che gli ha dedicato Carrère: «Perché fare precisazioni? Mi ha reso famoso. Va bene così»



MOSCA. Ma con chi stiamo parlando? Che tipo è quest'omino piccolo e magro con la barbetta alla Trotskij che continua a fissare il pavimento di linoleum e le verdastre pareti spoglie di una casa di periferia? Leggendo la storia della sua vita, ricostruita con qualche pennellata romanzesca da Emmanuel Carrère (Limonov, Adelphi), ci aspettavamo un eroe romantico e contraddittorio, una canaglia sfrontata e senza limitazioni piccolo-borghesi, uno scrittore maledetto, un po' sognatore rivoluzionario e un po' fanatico nazifascista. Ed Eduard Limonov deve essere più o meno fatto veramente così. Solo che non si vede. Sarebbe troppo facile. Stupire, spiazzare gli interlocutori, è la prima regola per un personaggio del suo stampo. Per questo si diverte a offrirci una versione dimessa ed eccessivamente senile per i suoi 69 anni. Guarda compiaciuto il libro fresco di stampa con l'aria finto umile del vecchietto che non credeva di meritare tanta notorietà. E ci concede perfino un banale sguardo nostalgico dei bei tempi andati tastando affettuosamente la copertina che lo ritrae giovane e spudorato da qualche parte degli Stati Uniti anni Settanta con un cappotto tutto alamari e spalline dell'Armata Rossa che fu. «Certo che diventare un mito dà un certo piacere. Ma un libro è un libro. C'è del vero e c'è del falso. Lasciamo perdere i dettagli». Avvertimento preciso. In questa chiacchierata non si parlerà di sesso. Nessun commento sugli episodi più scabrosi: lui che sodomizza la sua donna davanti alla tv che trasmette un discorso di Solgenitsyn; il suo concedersi a un giovane nero dietro a un cespuglio di Central Park; le sue avventure con partner di ogni genere e sesso; le sei mogli amate e perdute nel tempo, compresa la tenera sedicenne sposata quando lui aveva già superato i 55. «Perché contraddire o fare precisazioni su Carrère? Mi ha reso famoso. Va bene così».
Tutto bene tranne una cosa. La definizione che di Limonov ha dato lo scrittore francese: «Un genio con una vita di merda».
«Vita di merda lo dice lui. Io sono felice di quello che ho visto e che ho fatto. Quando sono nato, in un paesino sovietico di poveri operai ucraini, non avevo alcuna chance. Sarei morto di vodka e disperazione lavorando in qualche fabbrica».
E invece, una lunga cavalcata sempre controcorrente. I circoli letterari di Mosca, i primi romanzi, la fuga in America e la scoperta che quello non era proprio un mondo ideale.
«Mai avuta tanta simpatia per l'America e per il suo stile di vita. Avessi potuto scegliere sarei andato in Italia, o comunque in Europa. Anche in America mi ritrovai a contestare il sistema. D'altra parte i miei riferimenti, i miei amici, erano tutti legati alla sinistra europea. Che allora era più antiamericana dell'Urss».
E insieme alla insofferenza per il capitalismo americano venne fuori l'avversione per una vasta categoria di dissidenti sovietici che lì avevano trovato denaro e successo.
«Ho parlato spesso molto male di Brodskij. Ho i miei motivi. È stato un buon poeta, ma sopravvalutato. La sua fama mondiale non è dovuta al suo talento ma alle sue capacità imprenditoriali».
Lei invece?
«Non riuscii a pubblicare neanche una mia opera. Non ero bravo come Brodskij a lavorarmi editori e mass media».
Se è per questo ha parlato malissimo anche dell'altra icona dei dissidenti dell'epoca Aleksandr Solgenitsyn.
«Sì, è vero. In quegli anni non potevo soffrire i dissidenti di mestiere come Solgenitsyn e Andrej Sakharov. Li consideravo falsi, costruiti. Adesso però riconosco la loro grandezza».
Limonov pentito?
«Non esageriamo. Ammetto che la loro influenza è stata utile. E mi fanno pena per quello che hanno lasciato. Solo macerie. Solgenitsyn, che vagheggiava l'unione panslava di Russia, Ucraina e Bielorussia, ha visto morire i suoi sogni già nel '91. Mi mette tristezza pensare ad un uomo che vede crollare in diretta il suo sogno filosofico».
E Sakharov?
«Lui almeno non ha potuto vedere come è finita la sua coraggiosa battaglia. Non saprà mai di aver contribuito a fare arricchire i nuovi ladruncoli democratici».
Giudizi duri e sprezzanti anche su altri scrittori molto amati in Occidente e adesso mitizzati anche i Russia. Non ci sarà un po' di invidia?
Per la prima volta Limonov sembra arrabbiarsi: «Ma figuratevi se invidio gente come Bulgakov, per esempio. Il Maestro e Margherita è un'operina banale infarcita di intellettualismi da quattro soldi. Ma il suo capolavoro è Cuore di cane, zeppo di ripugnante razzismo sociale e di un disgustoso disprezzo per la classe operaia».
E non è finita.
«Vogliamo parlare di Venedikt Erofeev e del suo Mosca-Petuski? Una robetta presuntosa senza alcun valore letterario».
Ecco che piano piano affiora il Limonov che ci aspettavamo. L'uomo che ha smesso di scrivere romanzi dopo i successi del periodo francese e che si è dedicato alla sua guerra personale contro Putin tra le fila di un neo partito bolscevico.
Ma che vuol dire bolscevico nella Russia del 2012? Nostalgia di un passato dimenticato?
«In un certo senso sì. Molte cose andavano cambiate, adeguate ai tempi. Ma la distruzione di tutto è stato un errore gravissimo. Un disastro. Per questo non perdonerò mai Gorbaciov e Eltsin».
Gorbaciov in particolare.
«Per lui ci vorrebbe la ghigliottina, lo scriva. Voi occidentali continuate a considerarlo un eroe. Ma qui in Russia non lo sopporta nessuno. Vi siete mai chiesti il perché?».
In effetti sì, ma non ci sono molte risposte ragionevoli.
«Perché ha smantellato il Patto di Varsavia, ci ha fatto perdere tutto quello che controllavamo. Ha fatto riunire la Germania devastando ogni equilibrio in Europa». E la teoria di Limonov diventa elementare e diretta: «La Germania Unita ha per esempio fomentato la guerra in Jugoslavia. Le migliaia di vite perdute nella guerra dei Balcani sono tutte a carico del signor Gorbaciov».
Possibile che Gorbaciov sia un suo nemico più di Putin stesso?
«Certo che sì. Su Putin ho un atteggiamento freddo. Ci ha tolto la libertà, è vero. E lo combatto per questo. Ma con lui almeno si sopravvive. Negli anni del caos di Eltsin invece si faceva fatica pure a trovare il pane».
Dunque Putin meglio di Eltsin.
«Diciamo che la priorità è il pane. Poi viene la libertà. Dunque prima ero contro Eltsin e adesso contro Putin per motivi diversi».
Ma come fa a proporre ancora un modello bolscevico?
«Il partito bolscevico nacque in Germania prima della Rivoluzione. È a quello che mi ispiro. Diciamo che è una via di mezzo tra libertà individuale e giustizia sociale».
Intanto, così per restare controcorrente, il suo manipolo di fedelissimi diserta le grandi manifestazioni e preferisce protestare in disparte. Lui viene arrestato quasi ogni volta. Sconta una settimana o due di carcere. Poi torna fuori. «Non mi fido dei giovanotti piccolo-borghesi che protestano adesso. Sono confusi, velleitari, e sono manipolati da vecchi politicanti come Nemtsov che fanno il gioco del Cremlino. Tra un po' la moda passerà e io e i miei bolscevichi resteremo da soli contro questo regime».
Ma non sarà un po' geloso della popolarità di scrittori come Boris Akunin e Ljudmjla Ulitskaja che contestano in piazza mentre i suoi romanzi in Russia li leggono in pochi?
«Akunin è uno scrittore? Mi giunge nuovo. È un compilatore di gialli dozzinali che ha fatto i soldi e ora cerca altra notorietà. Ha venduto moltissimo da quando voi lo intervistate in piazza. La Ulitskaja poi, una romanziera mediocre che si ostina in un genere letterario ormai superato».
Cioè?
«Il romanzo, appunto. È nato nell'Ottocento, ma adesso non vale più niente. È una forma plebea di letteratura. E lo dico io che ne ho scritto 25 di buon livello. Adesso ho smesso. Mi dedico ai saggi. I romanzi sono ormai roba per adolescenti ignoranti».
E cosa dovrebbe scrivere uno scrittore moderno?
«La verità nuda e cruda. L'altro giorno rileggevo i verbali delle testimonianze nei miei confronti in uno dei tanti processi contro di me. C'erano le voci di decine di personaggi reali. Una densità drammatica che nemmeno Shakespeare sarebbe riuscito a realizzare. E comunque io non mi considero nemmeno uno scrittore».
Altro colpo di scena, come dobbiamo definirla allora?
«Un intellettuale. Che è ben diverso da essere un membro della intelligentsja. Di quelli ce ne sono tanti, in tutte le epoche. Si limitano a propagandare quello che gli intellettuali veri hanno elaborato almeno vent'anni prima».
E lei che cosa ha elaborato per le generazioni future?
Ghigno soddisfatto, gesto teatrale del braccio, voce in leggero falsetto con un pizzico di autoronia: «Rilegga con attenzione il libro di Carrère, qualcosa troverà».


Tratto da: http://www.repubblica.it/venerdi/interviste/2016/01/13/news/eduard_limonov_io_l_intelletuale_bolscevico_che_odia_putin_e_gorbaciov-131341860/



12 dicembre 2015

Marine Le Pen: la nuova Marianna di Francia che piace agli sfruttati, ai laici, ai libertari e a tutti gli oppositori della globalizzazione e del capitalismo

A temerla sono, in sostanza, gli euroburocrati, i finti socialisti come Valls e Hollande – venduti al capitale e al Fondo Monetario Internazionale, già diretto dal finto socialista Dominique Strauss-Kahn, già noto per i suoi numerosi e vergognosi scandali a sfondo sessuale – e gli pseudo-repubblicani alla Sarkozy, già noti per aver bombardato la Libia sovrana di Gheddafi e la sua popolazione inerme, consegnandola, di fatto, ai terroristi di Daesh.

Stiamo parlando della nuova Marianna di Francia, ovvero di Marine Le Pen.

Marine, come scrivemmo già in altri articoli, guida un Front National completamente rinnovato che, se definire “di destra” è errato, definirlo “xenofobo” è totalmente fuorviante.

Il Front National di Marine Le Pen è infatti un partito sovranista, laico, repubblicano e persino socialista, visto che guarda alle politiche sociali e degli alloggi molto più che gli esponenti del PS francese, tutti presi nel non contraddire le politiche di austerità imposte dalla BCE e dal FMI.

Certo, Marine pone al primo posto l'identità, la nazionalità e la meritocrazia, ovvero tutte cose che hanno sempre sostenuto nei tempi d'oro della Francia i De Gaulle ed i Mitterrand, ovvero l'esatto opposto dei sedicenti “repubblicani” e dei sedicenti “socialisti” della Francia odierna.

La stessa Flavia Perina, qualche giorno fa sull'Huffington Post, ricordava come Marine Le Pen si definisca “né di destra né di sinistra”, sino al punto di scrivere, sulla sua pagina Facebook alla voce tendenza politica “altro”. E la stessa Perina afferma come il Front National, checchè ne pensino i vari Salvini, Meloni e Berlusconi di casa nostra, non ha nulla a che vedere con il clericale e sfascista centrodestra italiano, al punto che la Le Pen ha scelto, come suo vice, Florian Philippot, omosessuale dichiarato (oltre che già simpatizzante del Front de Gauche di Jean-Luc Mélenchon) e come lei stessa sia favorevole alla legge sulle unioni civili.

Marine Le Pen fa dunque breccia fra vittime della globalizzazione e del capitalismo: sui giovani, sugli abitanti delle periferie e delle banlieue, sugli anziani, sulle donne. Su coloro i quali, in sostanza, sono stati snobbati sia dalla destra di Sarkozy che dalla sinistra di Hollande.

E si oppone fortemente al TTIP, ovvero al trattato di libero scambio USA-Unione Europea, che di fatto ingloberebbe l'Europa nel mercato statunitense, con immensi svantaggi per i nostri mercati, le produzioni locali, l'ambiente e i diritti dei lavoratori.

Da notare, peraltro, che la Le Pen è una lettrice ed estimatrice di Antonio Gramsci e che ai suoi comizi, spesso, si sono viste bandiere ed effigi raffiguranti Che Guevara, Mu'Ammar Gheddafi e Hugo Chavez, ovvero i leader storici del socialismo libertario e nazionale.

Come ha giustamente scritto Flavia Perina, infatti, Marine Le Pen ha conquistato il Quarto Stato della Francia. Quello che, nel mondo (in)globalizzato, non ha più una voce. Un mondo (in)globalizzato che infatti ha generato povertà e nuovo sfruttamento anche e soprattutto in quel Terzo Mondo preda delle ruberie delle multinazionali ed i cui conflitti hanno generato un'immigrazionismo utile solo alle grandi imprese sfruttatrici.

Sono dunque assoluamente sciocchi ed irresponsabili le dichirazioni del premier francese Valls quando afferma che una vittoria di Marine Le Pen segnerebbe una guerra civile in Francia. La guerra civile rischia di essere generata dalle politiche globaliste, fallimentari e di sfruttamento portate avanti proprio da Valls, Hollande e prima di loro da Sarkozy e Chirac.

Confidiamo, dunque, in una ventata nazionale e popolare che porti prossimamente Marine Le Pen all'Eliseo e che il Front National prosegua nella sua evoluzione storico-politica, magari comprendendo davvero che i Matteo Salvini capital-fascisti (che hanno già mal-governato l'Italia), non hanno davvero nulla a che vedere con la politica portata avanti da Marine e dai suoi sostenitori.


Luca Bagatin



29 marzo 2015

Intervista sbarazzina ed esclusiva di Luca Bagatin alla "sexy star" Marika Vitale



Marika Vitale è una simpatica amica che, già dal cognome, sprizza una certa vitalità.

Marika Vitale è un'assicurazione sulla vita, praticamente un vitalizio di erotismo.

Marika Vitale è di origine siciliana, ma vive a Firenze ed il suo accento con l'”h” sensualmente aspirata, non la tradisce.

Marika Vitale sembra una ragazza immagine, ma, in realtà, è una ragazza che non ti immagineresti mai. Come a dire: oltre alle gambe ed anche al resto, c'è di più.

Come amo dire, anche se, puntualmente, non vengo creduto (ma non necessariamente smentito !) trovo che la parte più erotica di una "sexy star" (e di una donna, in generale) sia l'anima.
Ed è anche la parte che mi piace scoprire...di più.

Per questo quella che segue è la mia intervista in esclusiva a Marika Vitale. Senza pretese, priva di malizia, ipocrisia e tabù.



Luca Bagatin: Chi è Marika Vitale ? Presentati brevemente.

Marika Vitale: Marika Vitale è una ragazza ambiziosa e che ha degli obiettivi....un po' stramba a volte...difficile capirla !


Luca Bagatin: Che cosa significa essere una “sexy star” ? Ovviamente c'è differenza fra “sexy star” e “pornostar”...

Marika Vitale: Si c'è differenza ! Noi sexy star facciamo spettacoli hard e sottolineo solo spettacoli nei locali di lap dance o night club, assolutamente non privati ! La pornostar, invece, gira anche film porno.


Luca Bagatin: Come hai iniziato la tua carriera da “sexy star” ?

Marika Vitale: Ho iniziato come tutte facendo lap dance e guardavo sempre le ospiti quando venivano nei locali dove lavoravo e...le ammiravo ! Cosi ho preso coraggio e mi sono buttata. Volevo anch'io essere un'icona erotica.


Luca Bagatin: Che cos'è per te l'erotismo ? E la sensualità ? Per te c'è differenza ?

Marika Vitale: Secondo me non c'è differenza. L'erotismo e la sensualità cercano di esprimere la stessa cosa: la passione....è differente dalla volgarità.


Luca Bagatin: Che cos'è per le la volgarità ?

Marika Vitale: Il porno ad esempio.


Luca Bagatin: Molti pensano che le “sexy star” siano “ragazze facili” nella vita privata. I più informati – come me, che amo tutto ciò che è erotico, ovvero non pornografico – sanno che non è così. Vuoi sfatare questa triste “leggenda metropolitana” ?

Marika Vitale: Le persone che pensano così sono solo degli ignoranti. Mi dispiace dirlo, poverini... Per carità ci sono sexy star che fanno anche le escort che hanno anche gli annunci nei siti, ma non tutte per fortuna !


Luca Bagatin: Quali sono i tuoi interessi, le tue passioni ?

Marika Vitale: Ne ho molte ! Sono un'amante dell'arte e della Storia antica. Amo la letteratura italiana e molte altre cose...


Luca Bagatin: Ma dai ! Che autori preferisci ? Mi interessa molto.

Marika Vitale: Amo Dante Alighieri, il Vate della letteratura ! Lo rileggerei all'infinito !


Luca Bagatin: Riscuoti grande successo fra noi maschietti, ma il tuo rapporto con le donne com'è ?

Marika Vitale: Beh la risposta è ovvia: le ragazze che non fanno o che non hanno mai fatto parte di questo settore ti giudicano e puntano il dito su di noi, del tipo: "l'ira funesta si abbatterà su di voi" !!!! Nel nostro mondo c'è molta concorrenza, c'è chi invidia, c'è chi no... Io personalmente non invidio nessuno. Sono quella che sono.


Luca Bagatin: Come si vede Marika Vitale “da grande” ?

Marika Vitale: Da grande ? Penso di essere già vecchia ! Ahahahah scherzo ! Non ne ho idea...forse vorrei aprire dei negozi, non so, magari diventerò un imprenditrice ! Ok sto sognando !

Luca Bagatin: Se mi posso permettere, io ti auguro di rimanere sempre così come sei. Non omologarti mai !


Luca Bagatin



18 febbraio 2015

Un pensiero e un augurio ad Emma

Ho conosciuto di persona Emma nell'aprile del 1999 ed allora le regalai una poesia che scrissi per lei e che qualche giornale pubblicò anche.

Recitava così:

Emma Bonino, una dei tanti radicali scalzi
che popolavano negli anni ‘70 le piazze delle città
per affermare i diritti di tutti, anche dei più derelitti di questo mondo,
contro un regime violento, burocratico, partitocratico e clericale,
che aveva in gloria solo la gestione del Potere: la poltrona sicura di Ministro, Cardinale o Presidente.
Emma Bonino: una donna, un simbolo dell’Europa e per l’Europa, a dispetto di chi ha cercato e cerca di oscurarla con ogni mezzo.
Emma Bonino: oggi di nuovo alla ribalta come degna Commissaria europea, sempre in prima linea per l’affermazione dei diritti umani, civili e politici, come ieri, più di ieri.
Loro, i Potenti, forse ti saranno avversi, ma è certo che la gente è con te
e con le tue battaglie di libertà e legalità.
Un augurio di cuore!
Una speranza dal profondo!
....magari una piacevole utopia: Emma for President

A quei tempi credevo molto nel percorso politico portato avanti dai Radicali che, proprio nell'aprile di quell'anno, a Monastier di Treviso, fondarono la “Lista Emma Bonino”.

Qualche mese prima, del resto, avevo condotto – senza alcun mezzo e solamente con l'aiuto della radicale Paola Scaramuzza – la campagna per “Emma Bonino al Quirinale”, nella città di Pordenone. Città che, peraltro, alle elezioni europee, le regalerà il secondo posto con oltre il 14% dei consensi. Anche allora, gli unici a fare campagna elettorale, fummo solamente Paola ed io.

Radicale ad ogni modo non sono mai stato. O, meglio, non sono mai stato un pannelliano. Diciamo che mi riconosco molto di più nel Partito Radicale di Mario Pannunzio, più che in quello di Pannella. Boniniano lo sono stato a tratti, anche se, con gli anni, penso che il percorso più interessante lo abbia fatto chi pur frequentava quei “luoghi libertari”, ma voleva rimanere libero di essere sé stesso, senza sporcarsi troppo nelle Istituzioni e ricercare piuttosto un'alternativa alla politica parlamentare e mediatica. Parlo dell'esperienza del Partito dell'Amore che, in questi anni, sono pressoché l'unico che ha tentato di ricostruirne e raccontarne, sotto il profilo giornalistico, la storia e la storia dei suoi protagonisti.

Oggi mi fa male al cuore vedere Emma con quel turbante africano in testa, ma al contempo mi rafforza. Mi fa pensare alla forza dei radicali storici che hanno sempre mostrato il loro corpo – fosse nudo o malato – per un bene superiore.

Sono e sono sempre stato vicino alle battaglie per la libertà di cura per i malati, per la ricerca scientifica, per il diritto all'affettività ed alla sessualità per i disabili, per l'eutanasia, per il diritto a decidere sulla propria vita e/o sulla propria morte.

Di questo sono e sarò per sempre grato ai Radicali, che sono anche stati i miei primi maestri di scuola politica, quando non ero ancora maggiorenne.

Poi, come succede con i vecchi amori, ma soprattutto come succede agli spiriti liberi, abbiamo preso strade diverse.

Non ho mai amato questo dialogo continuo dei Radicali con destra e sinistra. Non ho mai accettato il dialogo con Berlusconi prima e con Prodi successivamente e l'entrata di Emma nel Governo Prodi del 2006. L'ho visto come un passaggio completamente estraneo alla storia ed alla cultura libertaria che, con i cattocomunisti, non ha mai avuto nulla a che spartire.

E non ho nemmeno condiviso l'entusiasmo ed il sostegno dei nuovi Radicali per la globalizzazione tout-court, per il cosmopolitismo/immigrazionismo tout-court, per l'europeismo tout-court.

Da allora direi che ho anche smesso di andare a votare perché, le rare volte che ho votato in vita mia, o lo facevo per i socialisti, oppure per i verdi oppure per i radicali. Ma quando i primi sono scomparsi ed i secondi hanno seguito strade a parer mio fra il velleitario, il globalista e l'istituzionale, ho preferito prenderne le distanze.

Però mi è sempre rimasto un forte senso di affetto per Emma ed anche per Pannella che, come testimonia anche un'intervista che mi fece Radio Radicale, proposi candidato al Quirinale nel 2013. Pannella, infondo, è l'ultimo Padre Nobile di quella che dovrebbe essere una Repubblica e che invece, forse, ne è solo il suo simulacro. Ovvero nei fatti è una monarchia/oligarchia di partiti.

Sono certo che Emma la spunterà ancora una volta ed il suo ottimismo contagerà molte persone che si trovano a vivere situazioni simili.

Un abbraccio con il cuore, da uno dei tanti vostri ex compagni di strada !


Luca Bagatin



26 novembre 2014

Daniella Cabello: eroina moderna d'Amore e Libertà


Daniella Cabello, cantante venezuelana, militante bolivariana e membro attivo del Partito Socialista Unito del Venezuela, che a me, personalmente, ricorda tanto Anita Garibaldi.



Cuando el poder de amar sea mayor que el amor al poder, el mundo conocerá la paz.
(Jimi Hendrix)

Quando il potere di amare sarà maggiore rispetto all'amore per il potere, il mondo conoscerà la pace
(Jiimi Hendrix).






24 novembre 2014

"Un mondo nuovo": finalmente in tv si parla del Manifesto di Ventotene e di Europa unita e fraterna. Peccato che gli italiani preferiscano distrarsi con le solite scemenze "commerciali"


I protagonisti del Manifesto di Ventotene ieri, nel 1941. Ed oggi, nella versione televisiva

Sarà stato anche un flop di ascolti (2,9 milioni di telespettatori), ma, finalmente, in prima serata e su Rai Uno, si è data voce a quell'antifascismo laico e federalista a cui la voce è sempre stata negata in quest'Italia che ha a cuore più i destini delle partite di calcio, piuttosto che le libertà civili, sociali ed individuali che persone come Altiero Spinelli (1907 - 1986), Ernesto Rossi (1897 - 1967) ed Eugenio Colorni (1909 - 1944) hanno portato avanti a rischio della loro stessa vita.

E' stato così che domenica 23 novembre abbiamo potuto assistere a “Un mondo nuovo”, film tv di Alberto Negrin che ha ricostruito le vicende storiche di Altiero Spinelli, ex militante comunista che abiura il comunismo per scegliere la strada dell'antifascismo laico; Ernesto Rossi, giornalista di formazione economica, liberalsocialista del Partito d'Azione e fra i fondatori del primo Partito Radicale ed Eugenio Colorni filosofo ebreo, anch'egli di fede politica liberalsocialista.

Vicende che, dal confino nell'Isola di Ventotene al quale furono costretti dal regime fascista, li porteranno ad ideare – nel 1941 ed in clandestinità - il celebre Manifesto di Ventotene, che – allora utopisticamente – parlava di Europa unita e federale, di popoli europei affratellati e di visione democratica del Continente, senza più Stati sovrani. Visione che, peraltro, recuperava gli ideali di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe Garibaldi, già elaborata nell'ambito della Giovine Europa (1834).

Il Manifesto di Ventotene, come si può osservare nel film tv, viene scritto ed elaborato dai tre senza farsi scoprire dalle milizie fasciste dell'Isola e sarà poi diffuso all'esterno grazie al contributo di due donne: Ursula Hirschmann – allora moglie di Eugenio Colorni (e successivamente diverrà moglie di Altiero Spinelli, dopo la morte di Colorni, ucciso barbaramente da una banda di fascisti)– e Ada Rossi, moglie di Ernesto Rossi.

Un Manifesto, quello di Ventotene, che sarà destinato a fare clamore sia durante il regime mussoliniano che negli anni a venire, al punto che, nel 1984, Altiero Spinelli propone al Parlamento Europeo – nel quale era stato peraltro eletto nel 1979, come indipendente nelle liste del PCI – un progetto costituzionale per gli Stati Uniti d'Europa che, pur approvato, sarà successivamente bocciato dal Consiglio Europeo. Da allora, peraltro, si intensificheranno i rapporti di amicizia e collaborazione fra Spinelli ed il Partito Radicale di Marco Pannella, peraltro erede, per molti versi, del Partito Radicale fondato negli Anni '60 dallo stesso ex amico di Spinelli, Ernesto Rossi.

Peccato che, nella fiction televisiva, manchino dei tutto questi accenni, così come manca il riferimento alla cultura azionista e liberalsocialista di Riccardo Bauer e dello stesso Rossi, definiti di ispirazione “anarchica” (sic !).

Se osservata bene, la vicenda di Spinelli, Rossi e Colorni, ovvero la vicenda che ha portato alla formazione del Manifesto di Ventotene e ciò che è accaduto dopo la guerra, sino ai giorni nostri, possiamo vedere come quelle lucide utopie siano state disattese, vilipese ed offuscate dai politicanti, dai burocrati e dai banchieri dei singoli Sati europei che, anziché volere una politica comune europea, su basi democratiche, hanno preferito mantenere gli Stati sovrani ed introdurre una moneta unica che, di fatto, avvantaggia solo le elite economico-finanziarie e politiche, peraltro non elette da nessuno, visto che la Commissione Europea non è un organo elettivo e lo stesso Parlamento Europeo discute unicamente di questioni marginali.

Chissà che direbbero oggi Spinelli, Rossi e Colorni di questo. Forse che viviamo una nuova stagione fascista, ma molto più subdola, perché ammantata di presunte libertà. E forse i loro spiriti sarebbero lì a suggerirci, ancora una volta, di lottare, ad ogni costo e con ogni mezzo.

Purtuttavia spiace che i telespettatori italiani, che spesso premiano fiction e film tv o melensi o sanguinolenti, oppure storie di santi, preti e papi descritti come pezzi di pane (magari tacendo del resto), questa volta, allorquando sul piccolo schermo viene raccontato un fatto storico di grande rilevanza per la libertà e la democrazia in Europa, il pubblico sia assente e preferisca guardare altro, ovvero le solite scemenze o le solite partite di calcio.

Il pubblico, del resto, più che sovrano, sembra qualificarsi per quel che è, ovvero disattento, incapace di ricercare qualche cosa che vada al di là del superfluo, del faceto, del “commericale”, di quel “commerciale” che de decenni ha reso schiave le menti italiane ed europee in una spirale di consumismo senza costrutto.

Del resto, anche nella fiction “Un mondo nuovo”, lo stesso attore che recita la parte di Colorni ad un certo punto fa riferimento all'“italiano medio con il quale pur bisognerà imparare a dialogare, a scendere a patti”, ovvero l'italiano che prima – nel massimo dei fasti mussoniliani - era fascista e successivamente, vista la mala parata, è diventato improvvisamente antifascista !

Accade così, del resto, da sempre. Prima si è berlusconiani e successivamente si diventa antiberlusconiani. Prima si è grillini e poi si diventa antigrillini. Prima si è renziani e poi...anche Renzi vedrà cadere il suo astro nascente, allorquando arriverà un altro “Duce” che riuscirà ad incantare meglio i....telespettatori !

Ciò, ad ogni modo, fa riflettere sul fatto che è l'italiano stesso, spesso, la causa del suo mal. Volutamente incapace, per la maggior parte, di avere una sua coscienza critica, di volere effettivamente emanciparsi ed emancipare il prossimo, l'italiano medio preferirebbe (o preferisce) fregarlo continuamente e badare solo al suo tornaconto personale.

La vera piaga-Italia, che si riverbera nella nostra stessa classe politica, sembra piuttosto insita in questo popolo di addormentati. Il Popolo degli Addormentati, del resto, se diventasse un partito politico ed avesse come leader il primo babbeo uscito da una di quelle trasmissioni di Maria De Filippi, forse, diventerebbe il “nuovo che avanza”. E' così da sempre, anche se ciò è molto, molto triste.

L'Italia di oggi, del resto, non è “un mondo nuovo”. Ma il solito caro vecchio Paese del menefreghismo ipocrita e conservatore.


Luca Bagatin



25 agosto 2014

Il "Manuale del Rivoluzionario" di Gabriele D'Annunzio

La fantasia al potere, attraverso una critica del potere stesso, la porterà certamente Gabriele D'Annunzio (e non certo i figli di papà del '68 italiano), il Vate della letteratura italiana per eccellenza, il poeta armato, l'eroe dell'impresa di Fiume e che fece della città di Fiume – occupata con soli 1500 uomini e senza sparare un colpo – una città libera, liberata e libertaria.

Gabriele D'Annunzio fu, secondo le parole di Lenin, l'unico rivoluzionario dell'Italia dei suoi tempi e da molti fu considerato un novello Giuseppe Garibaldi, per il suo ardimento e per la sua portata socialisteggiante, dagli echi mazziniani e garibaldini.

Ce ne ha parlato a lungo lo storico Giordano Bruno Guerri, ma ce ne parla diffusamente – proprio attraverso gli scritti ed i discorsi di D'Annunzo stesso – il “suo” “Manuale del Rivoluzionario”, a cura di Emiliano Cannone ed edito dalla Tre Editori (www.treditori.com). Un bellissimo saggio che abbiamo scoperto e che desideriamo far conoscere e diffondere.

Un Manuale che, non a caso, reca in copertina un D'Annunzio nei panni di Lenin, contornato da bandiere rosse nell'atto di prendere d'assalto il Palazzo d'Inverno.

Il Palazzo d'Inverno di D'Annunzio fu il potere, la casta politica, il governo di Nitti, di Vittorio Emanuele Orlando e di Giolitti, ovvero dei parrucconi della sua epoca. Ma il Palazzo d'Inverno di D'Annunzio fu anche l'avanzante fascismo e quel Mussolini che cercò, in tutti i modi ma senza riuscirvi, di zittire il Vate della Nuova Italia.

Nel Manuale è rappresentata tutta l'anima anarchica, socialisteggiante, libertaria, antiparlamentare ed internazionalista del Nostro. Un D'Annunzio che, non a caso, dichiara che egli aspira ad un “comunismo senza dittatura” e che – ben prima e meglio di altri – lancerà invettive contro la “casta politica”, dichiarando, fra le altre cose: “La casta politica che insudicia l'Italia da cinquant'anni, non è capace se non di amministrare la sua propria immondizia, pronta a tutte le turpitudini, pur che sia lasciata fingere di godersi il suo potere impotente”.

D'Annunzio, in questo senso fu un eroe (anti)politico e, dunque, un eroe della vera democrazia, contro i soprusi e le ruberie del potere ed in questo senso non mancherà mai in D'Annunzio il suo appello all'Antica Grecia, al mito greco, all'arte ed alla bellezza in tutte le sue forme, quale valori fondanti per l'emancipazione umana. In questo senso – lo si evince dal Manuale stesso – egli scorgerà la natura della crisi dei suoi tempi, che poi è anche la natura della crisi economica e sociale dei nostri, ravvisando l'origine del problema nell'espansionismo capitalistico e nell'imperialismo anglosassone e statunitense, ovvero di coloro i quali egli definisce i “divoratori di carne cruda”. In questo senso D'Annunzio scrive: “La lotta mercantile, la lotta per la ricchezza, porta il pericolo delle più terribili conflagrazioni marziali”. Ora sappiamo che fu profetico e nelle sue parole non possiamo non scorgere quanto avvenne nella Seconda Guerra Mondiale, durante la Guerra Fredda e, oggi, nel Medioriente martoriato ed ove non vi sono eroi, bensì criminali che uccidono, in ogni dove, vittime innocenti.

Ricchezza e potere all'origine della morte dell'umanità stessa, dunque.

Con l'impresa di Fiume possiamo dire che il D'Annunzio concretizzerà i suoi ideali ed i suoi principi. Nel 1919, infatti, in opposizione al Trattato di Versailles che negava la città di Fiume all'Italia, D'Annunzio - alla testa di un drappello di legionari - la occupò e ne fece una città libera in tutti i sensi, al punto che a Fiume erano tollerate e praticate le libertà sessuali, nonché era tollerata l'omosessualità e, grazie al contributo dell'aviatore Guido Keller e dello scrittore Giovanni Comisso, fu fondato il gruppo Yoga – avente per simbolo la svastica di origine vedica (che nulla aveva a che spartire con il nazismo, anzi !) ed una rosa a cinque petali - e che proponeva una visione esoterica e spirituale della realtà.

Non solo, in collaborazione con il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris, D'Annunzio redasse la famosa Costitituzione di Fiume o Carta del Carnaro, la quale fu un documento avanzatissimo per l'epoca, prevedendo: libertà di associazione, libertà di divorziare, libertà religiosa e di coscienza al punto che furono proibiti i discriminatori crocifissi nei luogi pubblici, assistenza ai disoccupati ed ai non abbienti, promozione di referendum, promozione della scuola pubblica, risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario, inviolabilità del domicilio e altro ancora che, peraltro, non fu mai garantito nemmeno dalla Costituzione della Repubblica italiana partitocratica, fondata nel 1948 e nella quale viviamo tutt'oggi. Una Costituzione tanto decantata, ma assai poco approfondita e che poco aveva a che spartire con la vera democrazia della Repubblica Romana del 1849 e con la Carta del Carnaro, fondata da spiriti rivoluzionari e non già da canuti uomini politici, servi dei partiti e delle ideologie e che il potere ha reso schiavi.

Un'impresa unica nella Storia, dunque, quella di Fiume, purtroppo soffocata dall'imperialismo internazionale e dal governo italiano di Giovanni Giolitti (tutt'altro che un liberale, bensì un famoso Ministro della malavita come lo soprannominò Gaetano Salvemini !) che, nel 1920, inviò le truppe italiane a sgomberare a cannonate i legionari.

Da non dimenticare frasi come queste, contenute nel “Manuale del Rivoluzionario”, che D'Annunzio lancia quali invettive ai governanti dell'Europa e del mondo di ieri, non dissimili da quelli di oggi. Frasi oggi attualissime, se osserviamo la geopolitica mondiale, europea, oltre che i flussi di migranti che approdano giornalmente sulle nostre coste, costretti ad emigrare a causa di una crisi voluta dai Governi e dal sistema economico-monetario: “In tutta Europa, in tutto il mondo, il potere politico è al servizio dell'alta banca meticcia, è sottomesso alle impostazioni ignobili dei rubatori e dei frodatori costituiti in consorzi legali. Neppure nel peggior tempo dei barbareschi e dei negrieri le genti furono mercanteggiate con così fredda crudeltà. Le nazioni sono cose da mercato. La vita pubblica non è se non un baratto immondo esercitato nel cerchio delle istituzioni e delle leggi esauste. Fino a quando ?”.

Il “Manuale del Rivoluzionario”, che raccoglie gli scritti anarco-libertari, socialisti, internazionalisti ed umanitari di D'Annunzio è certamente una fortunata opera editoriale ed il merito va certamente all'ottimo Emiliano Cannone, giovane dottore di ricerca in italianistica, per averlo curato con, peraltro, un'ottima nota introduttiva e precise note a piè di pagina.

La veste editoriale del saggio, poi, curata dalla Tre Editori, è elegantissima, anche a dispetto dell'economico prezzo di copertina. Da notare che, la fine di ogni capitolo del Manuale, reca il simbolo della bandiera della Reggenza del Carnaro: un uroboro – ovvero un serpente che si morde la coda – antico simbolo esoterico e gnostico a rappresentare la natura ciclica delle cose, ovvero simbolo di immortalità (si rammenti che Gabriele D'Annunzio fu peraltro iniziato alla Massoneria della Serenissima Gran Loggia d'Italia, oggi Gran Loggia d'Italia degli ALAM e non ne fece mai mistero), con al centro le sette stelle dell'Orsa Maggiore.

Ulteriori spunti su cui riflettere ed approfondire attorno ad un personaggio poliedrico quale fu Gabriele D'Annunzio, troppo frettolosamente relegato fra i “poeti del nostro Paese”, senza rammentarne (o preferendo piuttosto oscurarne) la portata rivoluzionaria, libertaria ed eminentemente (anti)politica e (contro)culturale.


Luca Bagatin



10 luglio 2014

Perché tifiamo per le squadre Latinoamericane. Una riflessione socio-politica per l'emancipazione dell'America del Sud e dell'Europa

Francamente di calcio ci disinteressiamo, purtuttavia questa storia del Mondiale è sulla bocca di tutti da settimane.

In Italia si fermerebbe anche l'economia pur di parlare di calcio. E' il trionfo dell'assurdo, ma tant'è.

Da qualche giorno sentivamo parecchie persone tifare per l'Olanda. Ora, non ne comprendiamo il motivo. Noi, diversamente, preferimmo l'Argentina e per ragioni storico-politiche, che la maggior parte dei profani ignorano, purtroppo.

L'Argentina fu la patria di José de San Martin (1778 - 1850), il liberatore della sua terra dall'oppressione spagnola, tanto quanto lo fu Simon Bolivar (1783 - 1830) nell'America Latina (si pensi ad esempio alla liberazione del Venezuela, del Perù, della Bolivia, della Colombia e non solo) e tanto quanto lo fu il nostro Giuseppe Garibaldi (1807 - 1882) sia in America Latina che in Italia.

L'Argentina è ed è stata una terra oppressa e sfruttata, come lo furono pressoché tutte le terre dell'America del Sud, ricche di risorse e depredate da quella che definiamo l'incultura barbarico-teutonico-anglofona.

E non a caso ci siamo dispiaciuti della sconfitta calcistica del Brasile contro la Germania. La ricca, la tronfia Germania guidata dalla burocrate Angela Merkel, negazione del mito della Donna Selvaggia in quanto donna di mero Potere e di un'austerità senza sentimento, senza amore, senza umanità.

Il nostro è un discorso socio-politico, filosofico se vogliamo e che ben poco ha a che vedere con il calcio, che continuamo a non ritenere affar nostro in quanto sostenuto da logiche mediatico-pubblicitarie, che di sportivo hanno ben poco.

Purtuttavia, attraverso il pretesto di queste partite di fine Mondiale, vogliamo porre l'attenzione sulla cultura latina che è parte della nostra cultura e che nulla ha da imparare dalla cultura barbarico-teutonico-anglofona, che ha preso il sopravvento e depredato gran parte dell'Umanità sin dalla caduta dell'Impero Romano ai giorni nostri.

Vogliamo porre l'attenzione sull'America Latina, che necessita di una nuova liberazione sull'onda non già dei vari dittatori sanguinari che ha conosciuto e che talvolta - se non spesso - sono stati finanziati dalla CIA, bensì sulla base dell'esempio e dell'insegnamento di San Martin, di Bolivar, di Garibaldi.

E vogliamo porre l'attenzione sulla nostra Europa che non è l'Europa dei Popoli e delle Repubbliche sorelle che sognavano Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini; non è l'Europa degli Stati Uniti d'Europa che sognavano Ernesto Rossi, Eugenio Colorni ed Altiero Spinelli. E' l'Europa della Merkel e di Van Rompuy. E' l'Europa degli Schulz e dei Matteo Renzi. E' un'Europa senz'anima e senza fratellanza, che se ne frega dei suoi stessi cittadini i quali sono considerati solo merci di scambio, meri individui utili solo a pagare le imposte ed a reggere un sistema bancario senza via d'uscita, visto che alimentato dal sistema del signoraggio, ovvero dello stampare moneta a più non posso – senza alcun collegamento con l'economia reale, ovvero senza tenere conto dei beni e servizi effettivamente prodotti - e del conseguente debito pubblico impagabile.

Un sistema destinato unicamente a sfruttare l'individuo.

La via d'uscita è e sarebbe molto semplice e la nostra Storia è lì ad indicarcela. Purtuttavia occorre studiare, tornare alle origini. Capire il rapporto fra Potere, economia e media e stravolgerlo. Occorre comprendere che la vera democrazia è finita con l'abbandono dell'Agorà greca, con il trionfo delle monarchie e con la nascita di regimi dittatoriali (di destra e sinistra) e/o di pseudo-repubbliche partitocratiche. La vera democrazia è finita con il trionfo dei media e della pubblicità commerciale in luogo della libera scelta dei cittadini.

Occorre sanare le divisioni e recuperere gli ideali ed i principi della Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864 e costituire la Prima Internazionale dell'Amore e degli Individui.

Siamo ancora molto lontani, ma, nel nostro piccolo, cerchiamo di gettare il nostro piccolo seme di riflessione.


Luca Bagatin



24 aprile 2014

"Riflessioni politiche flash (parte seconda)" by Luca Bagatin

Sandro Bondi, già sindaco comunista di Fivizzano ed oggi esponente di un partito che si chiama Forza Italia, afferma che Renzi sarebbe come Blair, mentre Berlusconi sarebbe come la Thatcher.
Peccato che Blair sia l'erede del liberalsocialismo inglese e non del cattocomunismo demitiano e - oltretutto - non abbia mai fatto il gioco delle tre carte con i cittadini britannici.
E peccato che la Thatcher non abbia mai avuto pendenze con la giustizia, abbia attuato politiche liberiste e non corporative e, oltretutto, non abbia mai strizzato l'occhio ai dittatori comunisti (da Lukashenko a Putin), bensì li ha sempre combattuti.


Anziché dare solo un contentino di 80 euro (peraltro solo a coloro i quali un lavoro già lo hanno !), Matteino Renzi avrebbe potuto abbassare drasticamente l'IVA di 5 punti percentuali.
Una boccata di aria fresca per tutti i consumatori !
Dove trovare la copertura finanziaria ? Da una riduzione del 50% sullo stipendio di parlamentari e funzionari pubblici.


Tutti a criticare il qualunquismo ed il populismo, ma nessuno che conosca o si ricordi davvero che cos'è stato il Fronte dell'Uomo Qualunque, poi ribattezzato Fronte Liberale Democratico dell'Uomo Qualunque, fondato dal repubblicano mazziniano Guglielmo Giannini.

Se così fosse ci si ricorderebbe che l'Uomo Qualunque propugnava il liberismo economico, la lotta al capitalismo della grande industria, la limitazione del prelievo fiscale e l'abolizione della presenza statale nella vita sociale dei cittadini.

In sostanza fu, dopo il Partito d'Azione di Giuseppe Mazzini, il primo movimento politico organizzato dalla parte del cittadino e contro il malaffare politico.

E ci si ricordi che, il cosiddetto e tanto vituperato “populismo”, è sempre preferibile al “papponismo” di Stato.



29 marzo 2014

Amarcord Bagatin: dai Verdi, passando per i radicali, il liberalsocialismo, il repubblicanesimo ed il rilancio politico di Cicciolina

Ho iniziato a fare politica molto presto, ovvero a 17 anni.
Pià che fare politica direi che ho sempre cercato - attraverso la politica ed il linguaggio della comunicazione - di fare cultura, arte, trasgressione.
Sono stato attivista di numerosi partiti, ma le mie idee sono sempre rimaste le medesime.
Non ho mai creduto nel "feticismo di partito", quanto piuttosto in ciò che, attraverso questi "contenitori" chiamati partiti, potevo esprimere.
E' per questo che ho attraversato la stagione verde-radicale-liberalsocialista-liberalrepubblicana, rimanendo me stesso, ovvero un attivista alternativo e per l'alternativa ambientalista, libertaria, eretica, erotica, massonica, onesta al limite dell'ingenua genuinità.
In casa ho un archivio sterminato di articoli, comunicati stampa, materiale vario che illustra la mia stagione politico-culturale dal 1996 sino ad oggi. Purtuttavia, qui di seguito, mi limito a pubblicarne solo alcuni. Ripromettendomi, forse, quando avrò voglia di rovistare meglio fra scatoloni, dox, box, cartacce, libri e soprattutto quando avrò uno scanner in luogo di una semplice fotocamera, di pubblicare anche il resto.

L. B.



FONTE IL GAZZETTINO 16 giugno 1999


FONTE IL GAZZETTINO 16 giugno 1999


FONTE MESSAGGERO VENETO 21 agosto 1999


FONTE MESSAGGERO VENETO 6 ottobre 2005


FONTE MESSAGGERO VENETO 1 gennaio 2006



FONTE MESSAGGERO VENETO 29 gennaio 2006


FONTE MESSAGGERO VENETO 1 marzo 2006


FONTE MESSAGGERO VENETO 7 aprile 2013


FONTE MESSAGGERO VENETO 11 aprile 2013


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini