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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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17 gennaio 2016

Eduard Limonov: io, l'intellettuale bolscevico che odia Putin e Gorbaciov (tratto da "La Repubblica" del 13 gennaio 2016)

Lo scrittore maledetto si presenta in versione dimessa. Ma poi riemerge l'agitatore impegnato in una guerra personale contro i leader russi passati e presenti (e Brodskij, Solgenitsyn, Sacharov, Bulgakov...).  Quanto al libro che gli ha dedicato Carrère: «Perché fare precisazioni? Mi ha reso famoso. Va bene così»



MOSCA. Ma con chi stiamo parlando? Che tipo è quest'omino piccolo e magro con la barbetta alla Trotskij che continua a fissare il pavimento di linoleum e le verdastre pareti spoglie di una casa di periferia? Leggendo la storia della sua vita, ricostruita con qualche pennellata romanzesca da Emmanuel Carrère (Limonov, Adelphi), ci aspettavamo un eroe romantico e contraddittorio, una canaglia sfrontata e senza limitazioni piccolo-borghesi, uno scrittore maledetto, un po' sognatore rivoluzionario e un po' fanatico nazifascista. Ed Eduard Limonov deve essere più o meno fatto veramente così. Solo che non si vede. Sarebbe troppo facile. Stupire, spiazzare gli interlocutori, è la prima regola per un personaggio del suo stampo. Per questo si diverte a offrirci una versione dimessa ed eccessivamente senile per i suoi 69 anni. Guarda compiaciuto il libro fresco di stampa con l'aria finto umile del vecchietto che non credeva di meritare tanta notorietà. E ci concede perfino un banale sguardo nostalgico dei bei tempi andati tastando affettuosamente la copertina che lo ritrae giovane e spudorato da qualche parte degli Stati Uniti anni Settanta con un cappotto tutto alamari e spalline dell'Armata Rossa che fu. «Certo che diventare un mito dà un certo piacere. Ma un libro è un libro. C'è del vero e c'è del falso. Lasciamo perdere i dettagli». Avvertimento preciso. In questa chiacchierata non si parlerà di sesso. Nessun commento sugli episodi più scabrosi: lui che sodomizza la sua donna davanti alla tv che trasmette un discorso di Solgenitsyn; il suo concedersi a un giovane nero dietro a un cespuglio di Central Park; le sue avventure con partner di ogni genere e sesso; le sei mogli amate e perdute nel tempo, compresa la tenera sedicenne sposata quando lui aveva già superato i 55. «Perché contraddire o fare precisazioni su Carrère? Mi ha reso famoso. Va bene così».
Tutto bene tranne una cosa. La definizione che di Limonov ha dato lo scrittore francese: «Un genio con una vita di merda».
«Vita di merda lo dice lui. Io sono felice di quello che ho visto e che ho fatto. Quando sono nato, in un paesino sovietico di poveri operai ucraini, non avevo alcuna chance. Sarei morto di vodka e disperazione lavorando in qualche fabbrica».
E invece, una lunga cavalcata sempre controcorrente. I circoli letterari di Mosca, i primi romanzi, la fuga in America e la scoperta che quello non era proprio un mondo ideale.
«Mai avuta tanta simpatia per l'America e per il suo stile di vita. Avessi potuto scegliere sarei andato in Italia, o comunque in Europa. Anche in America mi ritrovai a contestare il sistema. D'altra parte i miei riferimenti, i miei amici, erano tutti legati alla sinistra europea. Che allora era più antiamericana dell'Urss».
E insieme alla insofferenza per il capitalismo americano venne fuori l'avversione per una vasta categoria di dissidenti sovietici che lì avevano trovato denaro e successo.
«Ho parlato spesso molto male di Brodskij. Ho i miei motivi. È stato un buon poeta, ma sopravvalutato. La sua fama mondiale non è dovuta al suo talento ma alle sue capacità imprenditoriali».
Lei invece?
«Non riuscii a pubblicare neanche una mia opera. Non ero bravo come Brodskij a lavorarmi editori e mass media».
Se è per questo ha parlato malissimo anche dell'altra icona dei dissidenti dell'epoca Aleksandr Solgenitsyn.
«Sì, è vero. In quegli anni non potevo soffrire i dissidenti di mestiere come Solgenitsyn e Andrej Sakharov. Li consideravo falsi, costruiti. Adesso però riconosco la loro grandezza».
Limonov pentito?
«Non esageriamo. Ammetto che la loro influenza è stata utile. E mi fanno pena per quello che hanno lasciato. Solo macerie. Solgenitsyn, che vagheggiava l'unione panslava di Russia, Ucraina e Bielorussia, ha visto morire i suoi sogni già nel '91. Mi mette tristezza pensare ad un uomo che vede crollare in diretta il suo sogno filosofico».
E Sakharov?
«Lui almeno non ha potuto vedere come è finita la sua coraggiosa battaglia. Non saprà mai di aver contribuito a fare arricchire i nuovi ladruncoli democratici».
Giudizi duri e sprezzanti anche su altri scrittori molto amati in Occidente e adesso mitizzati anche i Russia. Non ci sarà un po' di invidia?
Per la prima volta Limonov sembra arrabbiarsi: «Ma figuratevi se invidio gente come Bulgakov, per esempio. Il Maestro e Margherita è un'operina banale infarcita di intellettualismi da quattro soldi. Ma il suo capolavoro è Cuore di cane, zeppo di ripugnante razzismo sociale e di un disgustoso disprezzo per la classe operaia».
E non è finita.
«Vogliamo parlare di Venedikt Erofeev e del suo Mosca-Petuski? Una robetta presuntosa senza alcun valore letterario».
Ecco che piano piano affiora il Limonov che ci aspettavamo. L'uomo che ha smesso di scrivere romanzi dopo i successi del periodo francese e che si è dedicato alla sua guerra personale contro Putin tra le fila di un neo partito bolscevico.
Ma che vuol dire bolscevico nella Russia del 2012? Nostalgia di un passato dimenticato?
«In un certo senso sì. Molte cose andavano cambiate, adeguate ai tempi. Ma la distruzione di tutto è stato un errore gravissimo. Un disastro. Per questo non perdonerò mai Gorbaciov e Eltsin».
Gorbaciov in particolare.
«Per lui ci vorrebbe la ghigliottina, lo scriva. Voi occidentali continuate a considerarlo un eroe. Ma qui in Russia non lo sopporta nessuno. Vi siete mai chiesti il perché?».
In effetti sì, ma non ci sono molte risposte ragionevoli.
«Perché ha smantellato il Patto di Varsavia, ci ha fatto perdere tutto quello che controllavamo. Ha fatto riunire la Germania devastando ogni equilibrio in Europa». E la teoria di Limonov diventa elementare e diretta: «La Germania Unita ha per esempio fomentato la guerra in Jugoslavia. Le migliaia di vite perdute nella guerra dei Balcani sono tutte a carico del signor Gorbaciov».
Possibile che Gorbaciov sia un suo nemico più di Putin stesso?
«Certo che sì. Su Putin ho un atteggiamento freddo. Ci ha tolto la libertà, è vero. E lo combatto per questo. Ma con lui almeno si sopravvive. Negli anni del caos di Eltsin invece si faceva fatica pure a trovare il pane».
Dunque Putin meglio di Eltsin.
«Diciamo che la priorità è il pane. Poi viene la libertà. Dunque prima ero contro Eltsin e adesso contro Putin per motivi diversi».
Ma come fa a proporre ancora un modello bolscevico?
«Il partito bolscevico nacque in Germania prima della Rivoluzione. È a quello che mi ispiro. Diciamo che è una via di mezzo tra libertà individuale e giustizia sociale».
Intanto, così per restare controcorrente, il suo manipolo di fedelissimi diserta le grandi manifestazioni e preferisce protestare in disparte. Lui viene arrestato quasi ogni volta. Sconta una settimana o due di carcere. Poi torna fuori. «Non mi fido dei giovanotti piccolo-borghesi che protestano adesso. Sono confusi, velleitari, e sono manipolati da vecchi politicanti come Nemtsov che fanno il gioco del Cremlino. Tra un po' la moda passerà e io e i miei bolscevichi resteremo da soli contro questo regime».
Ma non sarà un po' geloso della popolarità di scrittori come Boris Akunin e Ljudmjla Ulitskaja che contestano in piazza mentre i suoi romanzi in Russia li leggono in pochi?
«Akunin è uno scrittore? Mi giunge nuovo. È un compilatore di gialli dozzinali che ha fatto i soldi e ora cerca altra notorietà. Ha venduto moltissimo da quando voi lo intervistate in piazza. La Ulitskaja poi, una romanziera mediocre che si ostina in un genere letterario ormai superato».
Cioè?
«Il romanzo, appunto. È nato nell'Ottocento, ma adesso non vale più niente. È una forma plebea di letteratura. E lo dico io che ne ho scritto 25 di buon livello. Adesso ho smesso. Mi dedico ai saggi. I romanzi sono ormai roba per adolescenti ignoranti».
E cosa dovrebbe scrivere uno scrittore moderno?
«La verità nuda e cruda. L'altro giorno rileggevo i verbali delle testimonianze nei miei confronti in uno dei tanti processi contro di me. C'erano le voci di decine di personaggi reali. Una densità drammatica che nemmeno Shakespeare sarebbe riuscito a realizzare. E comunque io non mi considero nemmeno uno scrittore».
Altro colpo di scena, come dobbiamo definirla allora?
«Un intellettuale. Che è ben diverso da essere un membro della intelligentsja. Di quelli ce ne sono tanti, in tutte le epoche. Si limitano a propagandare quello che gli intellettuali veri hanno elaborato almeno vent'anni prima».
E lei che cosa ha elaborato per le generazioni future?
Ghigno soddisfatto, gesto teatrale del braccio, voce in leggero falsetto con un pizzico di autoronia: «Rilegga con attenzione il libro di Carrère, qualcosa troverà».


Tratto da: http://www.repubblica.it/venerdi/interviste/2016/01/13/news/eduard_limonov_io_l_intelletuale_bolscevico_che_odia_putin_e_gorbaciov-131341860/



17 novembre 2015

Riflessioni terzomondiste: by Luca Bagatin

Non vi può essere vera cultura dei diritti se, nel mondo, vi sono ancora bambini che soffrono, che muoiono, che hanno fame. E la stessa cosa vale per donne e uomini, trattati come carne da macello e schiavi della dittatura del Potere, del Danaro, della Religione.


Mi occupo di (contro)cultura e (anti)politica il che significa che la politica cosiddetta "ufficiale" non solo non mi interessa ma la ritengo marginale e poco utile per le persone.
Se volete possiamo anche parlarne, ma, sinceramente, preferisco parlare di cose serie.


Mi auguro che Hollande e Sarkozy si pentano amaramente della loro politica estera.
La Libia, ricordiamolo, subì un vero e proprio atto di guerra da parte del governo francese.
Il popolo francese NON fu mai consultato in merito !


L'unica perversità che conosco sono le Religioni Monoteiste Istituzionalizzate. La mia unica religione è l'Amore.


Oggi va bene essere francesi, ma occorreva essere libici quando la Libia sovrana veniva invasa dalla Francia.
Il terrorismo non lo compiono i popoli.
Ma i politicanti.


Forse Roma, più che di un sindaco, necessiterebbe di poteri speciali a forze dell'ordine e a forze armate, per obbligare le persone poco educate a rispettare la legge.


Chi attacca o uccide una persona pacifica e inerme non è né un uomo né un militare.


Leggo che i politicanti non sanno che cosa fare dell area Expo. Ma scusate, costruire case da dare a chi non ne ha, sarebbe chiedere troppo ?


Li hanno chiamati "dittatori", ma, se avessero studiato ed approfondito le loro storie, avrebbero notato che Mu'Ammar Gheddafi e Josip Broz Tito, erano dei riformatori sociali che attuarono, rispettivamente, in Libia e in Jugoslavia, l'autogestione delle imprese e dell'economia, sostenendo i ceti più poveri della popolazione.
Rimanendo autonomi sia dal blocco sovietico che da quello capitalista.
A rappresentare un Terzo Mondo libero e sovrano.



12 novembre 2015

Democrazia, libertà e giustizia sociale nelle parole di Mu'Ammar Gheddafi e Evita Peron



26 ottobre 2015

Tony Blair, più che scusarsi, dovrebbe consegnarsi alla giustizia internazionale

Tony Blair si scusa e lo fa in un'intervista alla CNN americana, ma è troppo tardi e ha troppe vittime sulla coscienza.

Altrettanto non fa George W. Bush che, quantomeno, è sparito dalle scene.

La guerra in Iraq fu una guerra sporca e ha favorito, di fatto, l'Isis. Le prove delle armi di distruzione di massa: semplicemente inventate a tavolino da Blair e Bush che, stranamente, non sono mai stati incriminati per crimini contro l'umanità come invece sarebbe stato giusto e come chiesto più volte in sede Internazionale, peraltro, dall'allora Presidente del Venezuela Hugo Chavez.

Peccato che Blair, nel frattempo non più premier della Gran Bretagna, abbia ricoperto l'incarico di inviato di pace (sic !) in Medio Oriente su mandato dell'ONU, di UE, Russia e USA. Una vergogna di proporzioni colossali che merita di essere ricordata dai libri Storia e che fa il paio con gli atroci crimini commessi dalle forze anglo-franco-statuitensi che hanno invaso la Libia, fatto ammazzare il governante legittimo, ovvero il colonnello e Raìs Gheddafi e, ancora una volta, favorito l'Isis. Quell'Isis che, come ricordò a suo tempo l'ex generale Wesley Clark, fu per decenni finanziato dagli amici degli Stati Uniti d'America.

Grazie, dunque, ai sedicenti leader falsamente democratici inglesi, statunitensi e francesi ! Mille grazie Blair, Bush, Obama e Hollande ! Grazie per averci portato il terrorismo in casa !

A poco servono o serviranno le vostre scuse postume e si è visto. Drammatico, semmai, il fatto che siate e rimarrete impuniti, alla faccia dei diritti umani e civili che avete calpestato. E alla faccia dei popoli che vi hanno eletti e che avete per anni imbrogliato.


Luca Bagatin



23 settembre 2015

"Fuga all'inferno e altre storie": la raccolta di racconti e parabole di Mu'Ammar Gheddafi

“Sono il leader dei leader arabi, il re dei re dell'Africa e l'imam del musulmani”, così si presentava il colonnello e Raìs libico Mu'Ammar Gheddafi ad Angelo Del Boca, massimo storico del colonialismo italiano.

Gheddafi il leader, il rivoluzionario capace – attraverso una rivolta incruenta e senza alcun spargimento di sangue – di abbattere, nel 1969, la monarchia nel suo Paese - asservita a statunitensi ed inglesi - e a far riappropriare il popolo libico delle sue risorse naturali ed energetiche.

L'autore del “Libro Verde”, pamphlet ideologico sulla Terza Via Universale oltre capitalismo e socialismo reale, per la democrazia diretta dei cittadini nella vita pubblica e l'autogestione delle imprese, fu anche autore, nel 1990, di “Fuga all'inferno e altre storie”, pubblicata per celebrare la vittoria delle truppe libiche su quelle italiane nel 1915, guidate dal colonnello Miani.

“Fuga all'inferno” è una raccolta di dodici racconti, che furono ripubblicati in Francia nel 1996 e successivamente, nel 1998, in Canada e Stati Uniti d'America. Curiosamente, in Italia, sono stati pubblicati solo nel 2006 e ad opera della piccola casa editrice del quotidiano “il manifesto”, la “manifestolibri”, con introduzione di Valentino Parlato il quale, non a caso, ne denuncia il ritardo di avvenuta pubblicazione in un Paese come il nostro, così vicino geograficamente alla Libia e per molto tempo in sintonia con il governo di Tripoli.

In questo testo il Raìs libico si propone nella veste di “re filosofo” o, come amava egli dire, di “pastore del deserto”. Si tratta infatti di una raccolta di riflessioni e parabole, scritte con linguaggio semplice e didattico, dal contenuto sociale, politico, antropologico, laico e spirituale al contempo.

Si parte da una critica serrata alle città, all'urbanizzazione, alla città come “tomba delle relazioni sociali”, alla necessità del contadino e del povero a trasferirsi in città per trovare un lavoro, sradicato dalla campagna, dalla vita semplice ed armoniosa del villaggio, travolto da una modernità senz'anima, spintonato a destra e a manca da altri poveri diavoli come lui, stipati nei mezzi pubblici o travolti dalla strada, dal traffico, dalla velocità imposta dall'urbanizzazione.

Gheddafi, diversamente, esalta la vita del villaggio, semplice, quella vita che egli stesso, figlio di beduini di Sirte ha vissuto sin da bambino. Una vita più solidale, non legata al superfluo ed all'accumulo della ricchezza.

Gheddafi esalta poi la ricchezza della terra e dell'ambiente, che va preservato dall'uomo e dal sistema capitalistico. Egli, dunque, rifugge il progresso, l'urbanizzazione e la tirannia della maggioranza per rifugiarsi in quello che definisce l'inferno, ovvero l'utopia. Egli ama le masse, ma al contempo le teme e teme che queste possano essere influenzate tanto dal progresso scientifico quanto dalla superstizione religiosa.

In alcune sue parabole, non a caso, critica le superstizioni religiose di alcuni gruppi musulmani e arabi, i quali preferiscono seguire e interpretare a loro modo le sacre scritture dell'Islam, finendo per generare fra loro guerre di religione senza fine, anziché ricercare l'unità dei popoli arabi ed islamici, contro i nemici colonialisti ed imperialisti.

Interessante è il racconto di Gheddafi sulla morte. La riflessione su di essa è un racconto intimistico, che ricorda le vicende di suo padre, soldato libico contro le truppe fasciste durante la Seconda Guerra Mondiale. Gheddafi si chiede se la morte sia maschio o femmina, ovvero se essa è maschio è necessario combatterla, mentre se è femmina è necessario abbandonarvisi, sino all'ultimo respiro. E dunque protagonista del suo racconto è il padre, il quale considera la morte come principio maschile e quindi lotta contro di essa sul campo di battaglia, sfuggendo alle pallottole fasciste ed ai bombardamenti. Ma è costretto ad abbandonarsi ad essa nel momento in cui si ammala, esalando il suo ultimo respiro l'8 maggio 1985. Gheddafi a tal proposito scrive: “Dovete combattere contro la morte per prolungare la vostra esistenza (…). L'atteggiamento più giusto è la resistenza, perché la fuga, anche all'estero, non sottrae alla morte (…). Ma quando la morte si indebolisce, e si cambia in una femmina, né rivoluzionaria né occidentale, diventando una donna arrendevole (…), si deve solamente soccomberle, fino all'ultimo respiro.

Emblematico quanto scrive Valentino Parlato nell'introduzione al testo, che, come dicevamo, fu pubblicato nel 2006, a proposito di una possibile morte violenta del Raìs: “...se un giorno Gheddafi fosse travolto da una protesta popolare sono sicuro che non si stupirebbe. Il beduino del deserto sa più cose dell'intellettuale di città: sa che la politica non è solo, non può essere, calcolo politico dei politicanti, ma è fatta di passioni e di pulsioni di massa, che difficilmente un regista politico può orientare”.

Mu'Ammar Gheddafi fu barbaramente ucciso non già dalla protesta popolare, ma dal calcolo politico di francesi, statunitensi e dai loro alleati. Il leader e teorico della Jamahiriya, ovvero del governo delle masse, è stato ucciso dalla realpolitik e dai nemici del suo stesso popolo.

Oggi è bene ricordarlo non solo come leader, ma anche come autore di parabole e di racconti che possono illuminare le menti di un Occidente decadente e di un mondo islamico preda del fondamentalismo che si sta allontanando sempre più dalle sue antiche radici spirituali.


Luca Bagatin



21 settembre 2015

"Le mie verità": Mimesis pubblica il "Libro Verde" di Mu'Ammar Gheddafi

Fra le già molto interessanti proposte editoriali della casa editrice Mimesis, desideriamo segnalarne una particolarmente rara, ovvero la pubblicazione del “Libro Verde” di Mu'Ammar Gheddafi, saggio di cui parlammo già in altro articolo e che merita di essere presentato al lettore occidentale.

Il titolo dell'opera editata da Mimesis è, in realtà, “Le mie verità”, con commento dei giornalista Marco Marsili.

Al di là del commento di Marsili, che tende troppo frettolosamente a banalizzare il pensiero del Raìs libico ragionando in termini strettamente occidentalisti, l'opera di Gheddafi è certamente unica nel suo genere, anche perché di rara reperibilità editoriale.

Un saggio tutt'altro che liberticida quello di Gheddafi, troppo frettolosamente bollato in Occidente – sull'onda dell'influenza statunitense – come dittatoriale.

Si pensi infatti che il "Libro Verde", nella sua parte iniziale, muove una critica serrata ai sistemi elettorali, fatti di partiti e di parlamenti, che, nei fatti, non rappresentano affatto la reale volontà popolare ma unicamente quella del partito che ha raccolto più voti e che come tale non rappresenta di fatto il popolo, ma solo una parte ideologica, peraltro formata da una fetta esigua di rappresentanti, ovvero i parlamentari.

E propone un sistema fondato sulla democrazia diretta, chiamata da Gheddafi Jamahiriyya, ovvero governo delle masse, da attuarsi attraverso appositi comitati popolari spontanei.

Interessante anche l'analisi economica del Raìs e colonnello Gheddafi, il quale propone un sistema di autogestione delle imprese, ove il lavoratore non è più un salariato, ma proprietario dell'impresa medesima, richiamandosi, per molti versi, non già al marxismo come sostenuto da Marsili, bensì al pensiero mazziniano ove capitale e lavoro risiedono nelle stesse mani.

Un pensiero, quello di Gheddafi, a tratti forse un po' utopistico, come egli stesso rivelò allo storico Angelo Del Boca, affermando di essere rimasto un po' deluso nel non essere stato totalmente compreso dal suo popolo, il quale talvolta ha abusato del “potere delle masse” per diventare corrotto, indolende e consumista. Le parole di Gheddafi a Del Boca sono le seguenti: “(...) I principi contenuti nel Libro Verde sono, ovviamente, principi utopistici. Se però la mia gente li avesse adottati, oggi vivremmo in un mondo più felice, più verde. Ma è difficile, con la gente di oggi, conseguire tali risultati. Di conseguenza il nostro mondo è ancora, purtroppo, di colore nero”.

Quella che il Raìs di Tripoli chiama Terza Teoria Universale, oltre capitalismo e marxismo, è, nei fatti, una nuova visione umanista non sempre di facile attuazione.

Purtuttavia è innegabile che la Libia di Gheddafi, oltre ad essersi riappropriata dell sue risorse – petrolio in primis – strappate alle potenze colonialiste straniere, fece passi da gigante.

Come scrisse il giornalista Mario Vignolo nella sua biografia sul Raìs: "La Libia è un laboratorio sociopolitico fondato su un miscuglio di oligarchia e anarchia, democrazia diretta e guidata, consumismo e rigorismo morale. La spinta ideologica viene sempre da Gheddafi che si dedica ad organizzare l'anarchia. (...) Pensa che il suo compito sia di condurre il suo piccolo popolo a fare a meno di ogni guida.

(...) Audace e appassionato come quando era un ragazzo, Gheddafi non ama essere l'uomo politico che si arrangia nel campo del possibile. Si trova più a suo agio ai confini fra realtà e utopia. (...) Alcuni sogni sono rimasti tali: il popolo libico non è diventato produttore, l'unità araba è ancora un miraggio. (...), ma molti sogni si sono avverati: i libici hanno ritrovato orgoglio, dignità e un senso di identità; la Libia di cui si diceva "è un Paese che non esiste", ha un posto di rilievo nell'atlante geopolitico; i particolrismi regionali e tribali sono superati; i diseredati non sono più tali; la sfida contro le onnipotenti compagnie del petrolio è stata vinta e ha messo in moto un meccanismo destinato a modificare gli equlibri mondiali".

Una Libia che, purtroppo, oggi non esiste più, invasa prima dagli anglo-franco-statunitensi e dalle truppe della NATO che hanno consegnato Gheddafi nelle mani dei ribelli - che lo hanno barbaramento ucciso - ed oggi martoriata dai terroristi di Daesh, ovvero l'Isis.

L'utopia del colonnello Gheddafi è stata rasa al suolo dalla realpolitik dei nuovi barbari, dai nuovi colonizzatori. Ieri in Libia, oggi in Siria. In nome del dio danaro.


Luca Bagatin




11 settembre 2015

Né con Obama, né con Putin. Con gli oppressi e gli sfruttati, per la Civiltà dell'Amore

VERSUS

Da diverso tempo noto, nel panorama politico ed in quello dei cosiddetti “social-network”, l'avanzare di nuove polarizzazioni che ricalcano pressoché totalmente le vecchie polarizzazioni tipiche dei tempi della Guerra Fredda: da una parte i “filo-occidentali” e dall'altra i “filo-russo/cinesi”.

Francamente tale nuova polarizzazione, in un mondo che dovrebbe invece essere finalmente multipolare (oltre che multietnico e multireligioso), mi preoccupano non poco.

Lo stesso conflitto in Siria, che vede da una parte contrapporsi i putiniani agli obamian-hollandiani mi preoccupa non poco.

Posto che un governo legittimo è e deve sempre essere sostenuto, ed in questo caso il governo legittimo è quello di Bashar-al-Assad, direi che si potrebbe anche andare oltre.

Personalmente sono da sempre molto critico nei confronti dell'Occidente ed in particolare del suo sistema capitalistico/edonistico, ma, parimenti, sono da sempre critico nei confronti del sistema comunista/socialista reale/statalista, oggi per molti versi incarnato dalla Russia di Putin e dalla Cina, le quali peraltro si sono inventate un sistema capital-socialista che, nei fatti, garantisce ricchezza solo a pochissimi oligarchi ed affama e sfrutta i popoli.

Ritengo peraltro che, sullo scenario geopolitico odierno, non esistano peggiori criminali di Putin (che fece assassinare peraltro anche il giornalista di Radio Radicale Antonio Russo, oltre che Anna Politkovskaja), della Cina capital-comunista (che imploderà su sé stessa, con tutte le sue barbarie) oltre che il resto del sedicente mondo libero che, grazie alle invasioni di Libia e Siria, ha prodotto fenomeni terroristici e destabilizzatori come l'Isis.

Spirali di speranza, come ho scritto negli ultimi anni, vi sono da qualche tempo unicamente in America Latina. Ma solo se la gran parte di quei Paesi saprà essere libera dai “giochi geopolitici” delle grandi potenze egemoniche (USA, Russia, Cina in primis), come dovevano essere liberi dagli opposti imperialismi (capitalista e comunista) i Paesi del Terzo Mondo nel periodo della Guerra Fredda (come negli ideali di Juan Domingo Peron), pur non essendoci riusciti o non del tutto, salvo rare esperienze come quella peronista e gheddafiana e, solo in parte, cubana.

Recentemente ho avuto modo di dibattere sul web con un amico che si definisce “socialista scientifico” e che difende le posizioni di Putin.

Con lui ho voluto porre la seguente analisi, che parte da lontano, ovvero dalla contrapposizione – in seno alla Prima Internazionale dei Lavoratori – fra mazziniani e garibaldini da una parte e fra socialisti-marxisti dall'altra.

Un'analisi che va oltre la politica e la cosiddetta realpolitik e va a toccare l'umanità e lo spirito, ovvero la liberazione dai suoi bisogni materiali, per giungere a quelli spirituali.

Garibaldi muoveva critiche a Marx ed al suo socialismo scientifico proprio in quanto quest'ultimo non teneva conto dell'essere umano e della sua universalità, anche spirituale. Garibaldi, come Mazzini, del resto, non era ateo, ma teosofo e si rifaceva al "socialismo del cuore", al socialismo di ispirazione cristiana di Saint Simon. Così come Chavez, Peron, Sandino e persino Gheddafi se vogliamo, avevano un'ispirazione spirituale e non-materialistica dell'esistenza.

Mazzini, pur non essendo socialista, parlava di "Dio e Popolo", ovvero di un Dio incarnato nel Popolo stesso e viceversa. Il Dio degli insegnamenti del Cristianesimo gnostico.

La spiritualità è, in questo senso, superiore alla politica. Lo fu per lo stesso Gandhi che a Mazzini ed ai "Doveri dell'Uomo" si ispirò.

In questo senso tutte le dottrine anti-capitaliste ed anti-comuniste hanno una base spirituale e gnostica. Il mazzinianesimo, il garibaldinismo, La Terza Posizione peronista, persino l'impostazione chavista (ogni discorso di Chavez si rifà al Cristo Redentor) o quella di Evo Morales e di Rafael Correa, Presidente socialista cristiano dell'Ecuador e di coloro i quali danno alla Madre Terra valore spirituale e costiuzionale.

Il socialismo scientifico, che poi si è inverato nelle teorie economiche di Marx ed Engels, lungi dall'avere una visione spirituale ed umanitaria, ha piuttosto un'impostazione materialistica ed industrialista (ovvero progressista in senso tecnologico e non spirituale) non diversa dal capitalismo. E ciò comporta: distruzione dell'ecosistema, di ogni forma di spiritualità, affetto, amore, condivisione fra le persone, sessualità libera ecc.... Laddove il capitalismo mercifica, il socialismo scientifico abolisce, opprime, sopprime.

Il mondo, da sempre e non da oggi, si divide dunque in sfruttatori/edonisti/oligarchi (politici, imprenditori, criminalità organizzata...) ed in persone alla ricerca di amore e liberazione dai bisogni. Purtuttavia ci hanno voluto far credere che tutto dipenda dalla politica e dall'economia, quando, io credo, tutto dipenda dalla quantità di amore e di spiritualità che ciascuno è in grado di contrapporre al Potere.

Dunque, ancora una volta, attenzione a lasciarsi abbagliare dalle pseudo-democrazie occidentali e dalle oligarchie neo-sovietiche.

I cittadini diventino, finalmente, protagonisti del loro destino. Imparino ad autogovernarsi e ad autogestire il proprio lavoro. Liberandosi, così, dal giogo delle ideologie, delle strutture e delle sovrastrutture economico-politiche, per approdare dunque alla liberazione ed all'elevazione dello spirito.


Luca Bagatin



2 settembre 2015

Il Socialismo Arabo di Mu'Ammar Gheddafi

Oggi sappiamo che quelle “primavere” erano delle estati torride, oppure dei freddi inverni.

Oggi sappiamo che quelle “primavere arabe” furono dei veri e propri Colpi di Stato sostenuti dalla NATO, da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti d'America in primis e non hanno affatto portato democrazia, anzi, hanno completamente spazzato via - in Libia - la Jamahiriyya, ovvero il governo delle masse popolari voluto dal Colonnello Mu'Ammar Gheddafi, barbaramente ucciso nel 2011.

Oggi Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Italia, Germania e compagnia triste, piangono per l'avvento di un'immigrazione incontrollata da loro peraltro causata, attraverso la destabilizzazione di Paesi sovrani, dalla Libia alla Siria, oggi in mano a Daesh, ovvero quell'Isis terrorista di cui sentiamo tanto parlare, per decenni peraltro finanziato dagli amici degli Stati Uniti d'America, come di recente raccontato dall'ex generale Wesley Clark, in funzione anti-sciita.

Ecco che cosa ci hanno “regalato” i nostri sedicenti governanti “democratici e liberali” che oggi si stracciano le vesti, come Obama – il quale farebbe bene ad iniziare ad accogliere un po' di profughi, viste le sue totali responsabilità belliche che meriterebbero un'incriminazione, assieme a Sarkozy e Cameron, per violazione dei diritti umani – come le varie Merkel, Hollande, Renzi...e quel Cameron che pensa che sia sufficiente chiudere, nazisticamente, le frontiere...sic !

Che tristezza questi “soloni” euro-yankee, i cui padri politici hanno per secoli sfruttato il Terzo Mondo, arricchendosi alle spalle dei poveri, sfruttando le loro risorse anziché insegnare loro ad usarle al meglio.

E' per questo che saggi come “Socialismo e Tradizione” di Mu'Ammar Gheddafi, edito dalla casa editrice Edizioni all'Insegna del Veltro (www.insegnadelveltro.it) aiutano a conoscere meglio un grande idealista e successivamente Capo di Stato, ingiustamente accusato di barbarie e di essere un vile dittatore.

Mu'Ammar Gheddafi, di cui ci ripromettiamo di parlare in diversi altri articoli, nato in una poverissima famiglia di beduini, fu un rivoluzionario incruento che, nel 1969 – a soli ventisette anni – rovesciò il regime monarchico di Re Idris I al-Senussi. Egli rovesciò quel regime corrotto senza alcun spargimento di sangue, solo con la forza della ragione, del carisma nel convincere le masse incolte, povere e sfruttate. Ed alle masse restituì il potere e la sovranità, in accordo con i principi del Socialismo Arabo enunciati da Gamal Abd el-Nasser, Presidente dell'Egitto negli Anni '50 e primi '60. Un socialismo – quello di Nasser e Gheddafi - alternativo rispetto al comunismo marxista ateo e materialista ed al capitalismo sfruttatore. Un socialismo che ricercava l'autogestione dei mezzi di produzione e l'inclusione delle masse nell'attività di governo, al posto dei partiti e dei parlamenti.

Un socialismo adatto ai Paesi non allineati e del Terzo Mondo, ma assolutamente esportabile in ogni Paese che volesse e voglia includere il popolo nelle decisioni politiche, in ogni Paese che abbia compreso che democrazia significa “forza di popolo” e non “forza di una parte del popolo”, ovvero delle oligarchie partitocratiche, delle sette, delle ideologie totalitarie o dei sistemi economici fondati sullo sfruttamento del lavoro salariato.

Di questo il Presidente Gheddafi parla diffusamente nel suo “Libro Verde”, nel quale enuncia i principi della sua rivoluzione sociale e di cui parleremo in successivi articoli.

Il saggio “Socialismo e Tradizione” è invece un raro testo, di piccole e maneggevoli dimensioni, presentato da Claudio Mutti, già presidente dell'Associazione Italia-Libia negli Anni '70.

Nell'introduzione Claudio Mutti spiega il ruolo strategico e geopolitico della Libia di Ghieddafi, la quale, con la “Rivoluzione Verde” del '69, è riuscita a liberarsi non solo della monarchia corrotta, ma anche e soprattutto dell'imperialismo statunitense e inglese, rilanciando il panarabismo ed il panafricanismo, ovvero ricercando l'unità – in pieno spirito di fratellanza - dei popoli arabi e africani. Tentativi, purtroppo, tutti falliti, ma che ricordano molto i tentativi del Presidente del Venezuela Hugo Chavez – ottimo amico di Gheddafi – di ricercare un'unità dei Paesi Latinoamericani e, nel passato, i tentativi del Presidente dell'Argentina Juan Domingo Peron, di ricercare l'unità dei Paesi non allineati e non asserviti né all'URSS, né agli USA.

Come ricorda Claudio Mutti, fu dal 1999 in poi che Gheddafi diventò in particolare “Ghieddafi l'Africano”, intervenendo spesso nella risoluzione di conflitti sul continente africano e fu anche forse l'unico ad arginare il fondamentalismo islamico, ricordando che l'Islam è fondamentalmente una religione di pace, che guarda all'emancipazione dei popoli.

Solo i governi dell'unico vero Centro-Sinistra che l'Italia abbia mai conosciuto, ovvero i governi Craxi e Andreotti dialogheranno con questo leader africano e così farà - opportunisticamente e per un breve lasso di tempo - il solito Berlusconi che purtuttavia – con il sostegno dei cattocomunisti oggi al governo - tradirà Gheddafi ben presto e sosterrà anche lui la guerra contro la Libia a fianco delle potenze imperialiste e neo-colonialiste.

Nel saggio “Socialismo e Tradizione” troviamo dunque un'importante testimonianza di chi sia stato il Colonnello e Capo di Stato Mu'Ammar Gheddafi. Nel testo, infatti, sono riportati suoi importanti discorsi pronunciati nel corso degli Anni '70, che delineano le linee guida della Rivoluzione Verde Libica e dell'Unione Socialista Araba.

Mai come oggi è necessario comprendere chi sia stato questo uomo. Solo così possiamo capire le ragioni per le quali è stato barbaramente ucciso ed il drammatico presente che stiamo solo per iniziare a vivere. Un presente drammatico per il quale dobbiamo ringraziare solo i tanti sedicenti “democratici e liberali” di cui abbiamo già parlato, assetati di potere e di ricchezza. Da Obama a Cameron, da Hollande alla Merkel sino a Renzi e compagnia. Persone tutt'altro che amate dai loro stessi popoli, i quali, presto o tardi, dovranno iniziare a risvegliarsi.


Luca Bagatin



25 agosto 2015

Tutte le bugue sulla guerra in Libia. Grazie Sarkozy, Cameron, Obama & Co. per averci regalato l'Isis e aver assassinato popoli inermi...che oggi fuggono e continueranno a fuggire...dalle vostre guerre







16 agosto 2015

Alcune massime di Mu'ammar Gheddafi tratte dal "LIbro Verde" sui partiti che tolgono potere ai cittadini e sull'economia autogestionaria. Prospettive attuali per nuovi orizzonti.

Quando il parlamento è il risultato della vittoria elettorale di un partito, è il parlamento del partito e non del popolo. Rappresenta il partito e non il popolo ed il potere esecutivo detenuto dal parlamento è il potere del partito vincitore e non del popolo.

(...)

Questo significa che i parlamenti sono divenuti uno strumento per usurpare e monopolizzare a proprio vantaggio il potere del popolo. Questo è il motivo per cui è divenuto, oggi, diritto dei popoli lottare, attraverso la rivoluzione popolare, per distruggere questi strumenti di monopolio della democrazia e della sovranità che si denominano parlamenti, i quali usurpano la volontà delle masse. E’ diritto dei popoli proclamare solennemente il nuovo principio: "Nessuna rappresentanza al posto del popolo".

(...)

Il partito è la dittatura contemporanea. E’ lo strumento di governo delle moderne dittature poiché rappresenta il potere di una parte sul tutto. E’ il più recente sistema dittatoriale. Poiché il partito non è un individuo, esso da luogo a un’apparente democrazia, formando assemblee e comitati senza contare la propaganda svolta dai suoi membri.

(...)

La domanda è: una volta che si verifica una deviazione della legge, chi controllerà la società per avvisarla di tale deviazione ? Democraticamente nessuna parte può, in nome della società, pretendere il diritto di controllo. Ciò significa che spetta alla società di controllare sestessa. E’ una dittatura la pretesa di una qualsiasi parte, sia essa un individuo o un gruppo di individui, di essere responsabile della legge, perché democrazia significa responsabilità della società intera e, pertanto, il diritto di controllo spetta a tutta la società.
E’ questa la democrazia, che si esercita attraverso lo strumento di governo democratico che è il risultato della organizzazione della società stessa nei congressi popolari di base.

(...)

Il sostentamento è una necessità assoluta per l’uomo. Non è ammissibile, in una società socialista, che per l’appagamento dei propri bisogni l’uomo debba dipendere da un compenso sotto forma di salario o di carità da qualsiasi parte essi vengano.
Nella società socialista non dovrebbero esserci salariati, ma  associati, poiché i proventi sono prerogativa personale dell’individuo, sia nel caso in cui li procuri da se stesso nei limiti delle sue esigenze, sia che detti proventi costituiscano una parte della produzione nella quale l’individuo stesso è un elemento fondamentale. In ogni caso i proventi non possono derivare da un salario percepito per una attività produttiva effettuata per conto di terzi.

Prossimamente sarà cura di questo blog parlare diffusamente della figura e delle prospettive politico-ideali del Presidente e Colonnello Gheddafi, ingiustamente e barbaramente ucciso a causa dell'invasione Occidentale (anglo-franco-statunitense in primis) della Libia.
Una storia che merita di essere conosciuta. Una storia di lotta agli opposti imperialismi (capitalista e comunista) durante la Guerra Fredda e successivamente all'Islam radicale. Una storia di indipendenza economica, alla ricerca dell'unione dei Popoli Africani, sfruttati da secoli di colonianismo. Una storia di democrazia partecipativa alternativa a quella conosciuta in Occidente, ma che merita di essere diffusa.




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