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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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17 aprile 2012

"Semplicemente liberale" di Antonio Martino: un libro per uscire dalla crisi

Antonio Martino - figlio dell'illustre Ministro liberale Gaetano - nonchè egli stesso liberale e già deputato di Forza Italia e del Popolo delle Libertà, nonchè già a sua volta Ministro degli Affari Esteri nel '94 e successivamente, nel 2001, della Difesa, è certamente uno dei rari politici italiani che si caratterizzano per chiarezza, onestà intellettuale e morale.
Economista specializzatosi presso la University of Chicago, ha insegnato presso le Università "La Sapienza" e "Luiss" di Roma, oltre che nelle Università di Messina, Napoli e Bari ed ha pubblicato un ottimo ed esaustivo libro edito da Liberilibri (www.liberilibri.it) dal titolo "Semplicemente liberale".
Un ottimo compendio di economia e politica liberale, adatto in particolare ai tempi che stiamo vivendo, ove, come illustra lo stesso Martino, hanno completamente fallito tutte le politiche stataliste e keynesiane proposte in questi anni da burocrati e politicanti.
Il vero liberale, infatti, non difende la libertà di mercato solo per mere ragioni economiche, bensì perché esse sono conseguenza diretta delle libertà politiche e civili.
Martino, innanzitutto, illustra il fallimento delle politiche stataliste, costruttiviste e socialiste, le quali, anche se animate da "buoni propositi", in realtà hanno ottenuto risultati deludenti che, nei fatti, hanno impoverito i cittadini-contribuenti a causa dell'esosità dell'imposizione fiscale e della presunzione di poter controllare ogni settore dell'attività economica.
Antonio Martino pone come esempio la disoccupazione, la quale dovrebbe essere risolta a livello microeconomico e, ad oggi, colpisce in particolare i giovani, ovvero coloro i quali fanno più fatica ad inserirsi in un mercato del lavoro spesso frenato dallo Stato.
Pensiamo, infatti, a quella che Martino definisce ottimamente "penale" che il datore di lavoro deve pagare allo Stato italiano per ogni individuo che assume, ovvero i vari oneri sociali, fiscali e para-fiscali, che spesso incidono doppiamente rispetto alla retribuzione del lavoratore stesso ! E che, in questo senso, scoraggiano le assunzioni. Senza contare poi una legislazione che rende difficilissimo il licenziamento e spesso obbliga gli imprenditori ai cosiddetti "reintegri", in luogo di una ben più congrua e meno umiliante montetizzazione in favore del lavoratore.
Inoltre, Antonio Martino, spiega come il mercato e la libera concorrenza siano anche l'unico antidoto al formarsi di monopoli e fa l'esempio dell'Ibm, la quale, da monopolio del computer negli anni '80, oggi non è più un colosso e deve competere con aziende dei personal computer molto più potenti e creative.
La stessa cosa è accaduta anche con la televisione e qui, Martino, spiega come siano coercitive e dannose eventuali norme antitrust, le quali sarebbero persino antidemocratiche, in presenza di un libero mercato ove ciascun telespettatore-consumatore, può scegliere il canale che più gli aggrada di vedere e tale "gradimento" sia misurato dal famoso share.
Purtroppo, afferma Martino, è vero che il XX secolo è stato il secolo dello statalismo, così come profetizzato ed auspicato da Mussolini, il quale parlava di un secolo autoritario, di destra, fascista e statalista.
Infatti, il XX secolo è stato il secolo dei Mussolini, Hitler, Stalin, Pol Pot, Keynes e Roosvelt, con l'estensione dell'assistenzialismo di Stato di tipo bismarkiano, delle illusioni programmatorie e della politicizzazione e burocraticizzazione della società e della vita dei cittadini...resi sudditi.
E' il momento, spiega Antonio Martino, di un nuovo umanesimo liberale, il quale dipende unicamente dall'individuo.
L'Autore è illuminante persino allorquando spiega come non sia assolutamente vero che i Paesi con maggiori risorse naturali e giacimenti, oppure Paesi ex potenze coloniali, siano necessariamente i più ricchi. Anzi. Vediamo infatti come la Svizzera ed il Giappone, assolutamente privi di risorse, siano enormemente più ricchi di Paesi come Brasile o Argentina.
E ciò è dovuto essenzialmente al fatto che questi Paesi sono diventati ricchi grazie al loro sviluppo economico, ad una bassa tassazione ed all'investimento di capitali e di risorse umane al fine di produrre ricchezza ed innovazione.
E qui Martino spiega anche come siano totalmente improduttivi ed inutili, oltre che potenzialmente dannosi, gli stanziamenti economici in favore deiPaesi cosiddetti poveri, i cui fondi spesso andranno a beneficio dei governi, spesso tirannici, o comunque senza alcuna volontà di sviluppo.
La ricchezza, dunque, è un prodotto dell'ingegno umano e non di fantimatiche politiche interventiste, come invece riteneva l'economista Keynes.
In questo senso possiamo anche notare come i Paesi più sviluppati siano anche quelli in cui, oltre alla bassa tassazione, è ridotta anche la spesa pubblica e, dunque, gli interventi assistenziali. Questi ultimi pressochè sempre a vantaggio di burocrazia, propaganda politica e classe politica corrotta.
Non a caso, lo stesso Antonio Martino, ricorda che la massima cara agli economisti liberali è sempre stata "il commercio unisce, la politica divide" ed è per questo che i commerci sono sempre stati un ottimo strumento, sia in termini di sviluppo economico, che in termini di diplomazia internazionale. Gli scambi commerciali, infatti, non conoscono nè frontiere nè razze, nè differenze religiose, sessuali oppure di idee politiche. In particolare, poi, se pensiamo che ogni singolo prodotto che acquistiamo, esso è costituito da componenti provenienti dai più disparati Paesi del globo terrestre !
Il liberalismo, secondo Martino, dunque, non sarà garanzia sufficiente per il mantenimento della pace, ma certamente - come affermava Bastiat - ove passano le merci non passano gli eserciti. E si noti come sia stato da sempre il protezionismo e mai il liberalismo, a causare conflitti armati.
E, forse non è un caso se i peggiori regimi dittatoriali del Mondo, a destra a sinistra, siano e siano stati regimi statalisi, marxisti, fascisti o comunque burocratici ed autarchici.
Antonio Martino affronta poi il tema del cosiddetto Welfare State, che andrebbe completamente smantellato o, comunque, riformato in modo da garantire solamente chi ne ha realmente necessità.
Egli dimostra infatti - dati alla mano - come l'assistenzialismo universale abbia in realtà aumentato il numero di poveri anzichè ridurlo. Ed ha totalmente lasciato scoperti settori ormai completamente ridotti all'indigenza.
E ciò in quanto si sono spese risorse pubbliche a totale beneficio della burocrazia e di programmi inefficienti e causa primaria di spreco.
Ne è un esempio lampante il Welfare State italiano ed il sistema pensionistico "a ripartizione", ormai al collasso, che andrebbe - secondo Martino - sostituito con un sistema a capitalizzazione, permettendo ai lavoratori di optare per fondi pensionistici privati, con un rendimento maggiore.
L'ottimo Antonio Martino torna poi sull'argomento occupazione e disoccupazione e spiega come "essere occupati" non significhi "percepire un reddito", bensì produrlo. In questo senso dimostra come i tanti cosiddetti lavori socialmente (in)utili non siano altro che escamotage ideati dalla classe politica parassitaria al fine di garantire un reddito sicuro a determinati settori sociali a scopo propagandistico e...a spese del contribuente !
E' l'ennesimo esempio di come l'aumento della spesa pubblica improduttiva sia conseguenza della distruzione di posti di lavoro produttivi e dunque dell'impoverimento dell'intera società, costretta a doversi sobbarcare interamente tale spesa che, nei fatti, avvantaggia solamente burocrati e classe politica.
Un intero capitolo, atto anche a rafforzare quanto già scritto, Antonio Martino lo dedica alle critiche all'economia keynesiana ed alle cosiddette politiche di "deficit spending", le quali prevedono buchi di bilancio statale al fine di coprire l'aumento della spesa pubblica.
Tali politiche, pur fornendo immediati benefici, sono totalmente dannose nel lungo periodo poiché le generazioni future saranno costrette a pagare per i debiti contratti da quelle precedenti...ovvero, più precisamente, dallo Stato assistenziale e burocratico.
Ultimamente, in Italia, si parla molto di inserire il pareggio di bilancio nella Costituzione della Repubblica. Antonio Martino spiega come questo proposito fosse già stato avanzato, anni or sono, dal politico liberale Luigi Einaudi,
Il pareggio di bilancio, infatti, sarebbe l'unico strumento in grado di obbligare la classe politica a limitare le spese pubbliche e, conseguentemente, ad abbassare le imposte, in modo tale da aumentare la base imponibile e garantire maggiore benessere e sviluppo economico. In questo senso, Martino, ritiene prioritario giungere ad un vero federalismo fiscale, sull'esempio della Svizzera e degli USA, abolendo dunque gli enti politici intermedi, Province in primis ed accorpando i piccoli Comuni, e, dunque, snellendo il livello di burocrazia locale e premettendo così alle singole realtà territoriali di gestire, responsabilmente, il pubblico danaro.
Il sesto capitolo di "Semplicemente liberale" è particolarmente gustoso e di scottante attualità, in quanto parla delle spese della "casta" ed avanza delle pragmatiche proposte.
Antonio Martino, infatti, spiega come, al fine di evitare l'assenteismo parlamentare, i regolamenti prevedano che, ogni assenza del parlamentare dalle sedute di Camera o Senato, nonchè ogni astensione dalle votazioni, gli sia decurtata dallo stipendio. Ciò produce un eccesso di votazioni (ed il pessimo costume dei cosiddetti "pianisti") tali da aver reso l'Italia il Paese dalle oltre 200.000 leggi.
Pertanto Martino propone un sistema esattamente opposto, ovvero il pagamento di un "tot" per ogni votazione del parlamentare, in modo da far sì che lo stesso si rechi alle votazioni unicamente di effettivo interesse per il Paese.
Altra proposta, a tratti paradossale, è l'introduzione di elezioni a sorteggio, fra tutti gli elettori italiani, in modo da avere un Parlamento di cittadini, senza più partiti e candidati che spendono e spandono risorse pubbliche al fine di garantirsi un posto in Parlamento !
Proposta paradossale, forse, ma sicuramente democratica se è vero che la democrazia è rappresentanza del popolo.
I capitoli finali sono dedicati alla lotta al proibizionismo ed al paternalismo di Stato, ovvero in favore della legalizzazione delle droghe, unico strumento per combattere la criminalità organizzata ed il mercato illegale di sostanze stupefacenti, oggi, "grazie" al proibizionismo di Stato, totalmente fuori controllo e contro quel paternalismo statale che, persino negli USA, vorrebbe imporre ai cittadini una vita più sana, persino con speciali diete per combattere l'obesità !
Misure coercitive ed assolutamente illiberali, secondo Martino, in totale contrasto con i principi democratici e costituzionali dei Paesi civili.
L'ultimo capitolo è dedicato all'immigrazione, ove Antonio Martino, spiega come essa è fenomeno necessario e da incoraggiare, tutt'altro che dannoso. Fenomeno utile allo sviluppo economico, in particolare in settori produttivi abbandonati da persone con alta qualificazione scolastica e professionale.
Il razzismo e la xenofobia, assieme alla criminalità dunque, sono i veri nemici da combattere in uno Stato liberale.
"Semplicemente liberale" è, come dicevo all'inizio dell'articolo, un ottimo libro che affronta i problemi dell'oggi e fornisce quelle chiavi di lettura laiche e sensa pregiudizi, in grado di uscire dall'attuale crisi nazionale e mondiale.

Luca Bagatin



18 aprile 2011

"Mi chiamavano onorevolino": l'autobiografia di Stefano de Luca


"Mi chiamavano onorevolino" è la recente autobiografia edita da Rubbettino e scritta da Stefano de Luca - Segretario nazionale del Partito Liberale Italiano - con l'emblematico sottotitolo "Profilo di un liberale sicialiano".
Stefano de Luca, classe 1942, siciliano doc, è uno dei pochi capitani coraggiosi che, dal 1997 ad oggi, sta portando ancora avanti la bandiera politica che fu di Benedetto Croce e Luigi Einaudi.
In questa autobiografia è percepibile quell'entusiasmo tipicamente siculo che pervade il Nostro.
Cresciuto in un ambiente famigliare tutto sommato benestante, discendente da una famiglia aristocratica di Palermo di tradizione liberaldemocracia e risorgimentale, Stefano de Luca bambino respira già in casa il clima politico che lo porterà, molti anni dopo, a sedere in Parlamento. Lo chiamavano, infatti, "onorevolino", per questa sua passione nel giocare - con le sue cugine ed i suoi compagni di gioco - ad inscenare improbabili comizi del Partito Liberale, con tanto di bandiera tricolore esposta.
Sarà così che, studente universitario, inizierà a frequentare i circoli della Gioventù Liberale Italiana ed a distribure il loro piccolo giornale dal significativo titolo "Controcorrente".
"Mi chiamavano onorevolino" non è, ad ogni modo, la classica e noiosa autobiografia di quei politici consumati e grigi che ci si potrebbe abitualmente attendere. Diversamente, è un concentrato di aneddoti ed un succedersi di avventure galanti che hanno visto protagonista il nostro Stefano de Luca, che si racconta senza risparmiarci alcun avvenimento della sua vita privata più intima.
Uno spaccato dell'Italia dagli anni '50 agli anni '70, dei luoghi di ritrovo della mondanità di allora e delle passioni che hanno sempre accompagnato il de Luca: i cavalli e la barca a vela in primis. Oltre che le belle donne.
Non manca la politica, certo, che però non è la protagonista principale del volume.
Stafano de Luca racconta il PLI ed i suoi protagonisti: da Malagodi a Renato Altissimo di cui fu stretto collaboratore. La sua esperienza di governo come Sottosegretario al Ministero delle Finanze e la caduta rovinosa dei partiti democratici e di governo a causa della falsa rivoluzione giustizialista di Tangentopoli, che distrusse un'intera classe dirigente.
Lo scioglimento, dunque, di quel Partito Liberale Italiano che aveva faticosamente costruito il filosofo Benedetto Croce nel 1943.
Stefano de Luca ne uscirà, ad ogni modo, senza macchia e nessun addebito giudiziario a suo carico.
Si avvicinerà, come ci racconta, prima a Sivlio Berlusconi, visto che sarà - nel 1994 - l'unico politico a proporre la Rivoluzione Liberale e quindi un partito liberale di massa. De Luca sarà dunque eletto europarlamentare nelle file dell'Unione di Centro, esperienza che definirà deludente anche a causa dell'eccessiva burocrazia di Bruxelles e dell'astrusità dei riti che si consumano tutt'ora in seno ad un Parlamento Europeo praticamente inutile.
Stefano de Luca ci racconta poi la delusione nei confronti della politica populista ed inconcludente di Berlusconi, che mai attuerà quella tanto osannata Rivoluzione Liberale.
Sarà così che, nel 1997, deciderà di rifondare il PLI in posizione autonoma ed anticonservatrice al punto che, nel 2008, si candiderà a premer con liste autonome (e, per inciso, otterrà anche il mio voto).
Stefano de Luca è e rimarrà un "onorevolino", come ci ricorda anch'egli. Orgoglioso del suo aver vissuto appieno la vita, senza rimpianti e con il coraggio di chi ha da sempre la coscienza a posto. A differenza della classe politica di oggi, cresciuta nel nulla, mediocre ed improvvisata. Destinata certamente ad un lento, inesorabile oblìo.

Luca Bagatin



2 agosto 2010

Per il Centenario della nascita di Mario Pannunzio, un nuovo saggio a cura del prof. Pier Franco Quaglieni


Di questo 2010 saranno in pochi a ricordare il Centenario della nascita di Mario Pannunzio, grande giornalista liberale lucchese.
Saranno in pochi perché purtroppo - o per fortuna - Pannunzio è la figura più scomoda del panorama politico e culturale del '900 italiano.
Scomodo a destra perché antifascista della prima ora, sin da quando collaborava con il pur conservatore Leo Longanesi ad "Omnibus".
Scomodo a sinistra perché anticomunista sino ad essere il primo a denunciare, sulle colonne del suo "Risorgimento Liberale", il dramma delle foibe e poi i crimini dei gulag sovietici, nei quali finì anche suo padre, pur militante comunista.
Scomodo a quel centro clericale democristiano che fu, nei fatti, il continuatore di certa politica conservatrice e fascista.
Mario Pannunzio, fra i fondatori del Partito Liberale Italiano, se ne discostò allorquando il partito di Cavour, Benedetto Croce e Luigi Einaudi, preferì l'alleanza con qualunquisti e monarchici.
Fu allora che Pannunzio fondò, nel 1949, il settimanale "Il Mondo": espressione della cultura e della politica laica e liberaldemocratica italiana.
A "Il Mondo" collaborò la crème del giornalismo, della politica e della cultura del dopoguerra: da Ugo La Malfa a Giovanni Spadolini; da Ernesto Rossi a Gaetano Salvemini, a Luigi Einaudi, a Bendetto Croce, raccogliendo così gli ex azionisti non giacobini, i liberali, i repubblicani, i socialisti autonomisti e tutti coloro i quali ritenevano possibile uno spazio politico capace di contrapporsi alle due "Chiese" autoritarie: marxista e cattolica.
Sarà dunque "Il Mondo" ed il successivo Partito Radicale dei Liberali e dei Democratici, fondato dalla stesso Pannunzio e dalla "sinistra liberale", a lanciare le prime battaglie contro la speculazione edilizia, contro i monopoli, la devastazione del paesaggio, a favore del divorzio e dei diritti delle minoranze e a denunciare il dilagante malcostume politico che nacque all'indomani della fondazione della Repubblica italiana.
Tutto ciò e molto altro ancora è raccontato fra le bellissime pagine di rievocazione del saggio curato dal prof. Pier Franco Quaglieni: "Mario Pannunzio. Da Longanesi al Mondo", edito da Rubbettino.
Si alternerano, qui, interventi di Pierluigi Battista, Marcello Staglieno, Carla Sodini, Girolamo Cotroneo, Guglielmo Gallino, Mirella Serri, Angiolo Bandinelli, Mario Soldati e dello stesso Quaglieni, che è Presidente del Centro Pannunzio di Torino e che oggi è il depositario di quanto ci è rimasto di Mario Pannunzio e della sua opera.
Un saggio fra i pochi, purtroppo, assieme a quelli di Massimo Teodori e di Mirella Serri che sono stati pubblicati in questi ultimi anni.
Un saggio di rievocazione storica e giornalistica, di un giornalismo di denuncia e di proposta politica che non c'è più, ma del quale si sente assolutamente necessità in un'Italia per nulla moderna.
Un'Italia che, come scriveva lo stesso Pannunzio, ha purtroppo da sempre espresso il proprio voto per partiti "indigeni" e conservatori: fossero essi comunisti, cattolici e persino fascisti o monarchici.
"Su un elettorato di trenta milioni di individui" - scriveva Pannunzio nel 1966 - "ventitue milioni vanno a partiti diciamo così indigeni che, ad esempio, in Inghilterra e in America, in Scandinavia in pratica neppure esistono".
Gli Amici de il Mondo ed i pannunziani si sentivano invece rappresentati dai partiti della cosiddetta "Terza forza": liberali, repubblicani, radicali e socialisti, i quali in Occidente erano infatti il sale della democrazia e si contrapponevano all'oscurantismo clericale, marxista o conservatore in genere.
Partiti che, al governo dell'Italia, argineranno sino al 1992 il clericalismo ed il conservatorismo della Dc, ma che fondamentalmente non riusciranno mai a costruire un'alternativa di governo alla stessa a causa della loro esiguità e delle loro divisioni interne.
E' così che il sogno di Mario Pannunzio rimarrà incompiuto. Interrotto,  alla sua morte, dal sessantottismo, successivamente dal nascente comporomesso storico fra le "Chiese" Dc e Pci ed ucciso del tutto dalla falsa rivoluzione di Tangentopoli che, anziché moralizzare la vita pubblica, condannò a morte sicura i partiti democratici e consegnò l'Italia alle mezze calzette della politica d'oggi.

Luca Bagatin



5 marzo 2010

5 marzo 1910: nasceva il liberale Mario Pannunzio


Mario Pannunzio ed Ernesto Rossi

Oggi, 5 marzo 2010, ricorre il Centenario della nascita di Mario Pannunzio, il giornalista liberale che fondò - fra gli anni '40 e gli anni '60 - "Risorgimento Liberale" ed "Il Mondo".
Testate anticonformista, anticomuniste, antifasciste ed anticlericali che raccolsero l'intellighenzia laica, liberaldemocratica e liberalsocialista di quegli anni: da Gaetano Salvemini ad Ernesto Rossi; da Benedetto Croce a Luigi Einaudi; da Ugo La Malfa a Nicolò Carandini, passando per intellettuali liberi del calibro di George Orwell, Thomas Mann ed Ennio Flaiano.
Esperienza editoriali, politico-culturali uniche nel loro genere che - per la prima volta - teorizzarono la nascita di una Terza Forza politica liberale capace di contrastare le "chiese" comunista e clericale.
Questo blog - che dalla sua nascita si rifà politicamente al pensiero di Mario Pannunzio e che lo ha anche ricordato più volte - non può che, in collaborazione anche con il Centro Pannunzio di Torino, continuare a ricordarlo ed a portarne avanti i propositi di emancipazione individuale contro il conformismo, le ruberie, i dogmi, i pregiudizi, i potentati ed i monopoli.
Alla ricerca di una Terza Forza. Da costruire e rilanciare.

Luca Bagatin



20 dicembre 2008

"I profeti disarmati": l'ultimo saggio di Mirella Serri



Antifascisti contro “antifascisti”.
Liberali e democratici contro fascisti rossi o comunisti.
Profeti disarmati contro i “redenti”, ovvero i convertiti al sistema parlamentare democratico manovrati da Josef Stalin.
Questa la cosiddetta “guerra delle due sinistre” che la professoressa Mirella Serri ci racconta nel suo “I profeti disarmati” (edizioni “Il Corbaccio”).
Guerra culturale e politica “combattuta” - per così dire – fra il 1945 ed il 1948: da una parte il fronte liberale e democratico di Mario Pannunzio (ma anche di Gaetano Salvemini, Benedetto Croce, Ernesto Rossi, Luigi Einaudi) e del suo “Risorgimento Liberale”; dall'altra il fronte social-stalinian-comunista di Palmiro Togliatti e della sua “L'Unità”.
Una guerra senza esclusione di colpi che purtroppo ebbe i suoi morti in casa democratica e liberale  sin dai tempi della Guerra di Spagna: squadracce comuniste agli ordini di Stalin spedite a massacrare anarchici e repubblicani; squadracce comuniste nel primo dopoguerra in spedizione punitiva contro esponenti liberali, democristiani, qualunquisti, socialisti e rispettive sedi. Interi Comuni in mano al Partito Comunista (Caulonia fra questi, che venne chiamata "Repubblica Rossa") in preda all'espropriazione ed alle violenze contro chiunque non la pensasse come i “rossi” con falce e martello.
Violenze di cui è piena la nostra Storia, passati sotto silenzio e denunciati solamente dal piccolo quotidiano liberale di Mario Pannunzio testé citato.
Eventi minimizzati da “L'Unità” di allora, che chiamava i liberali con gli appellativi: “fascisti” e “uomini senza qualità”.
Mentre invece proprio quei liberali, fascisti non lo furono mai. Chi fu fascista furono invece numerosissimi esponenti del PCI di allora ed i nomi sono tutti riportati nel saggio di Mirella Serri con tanto di accurata documentazione.
Così come la professoressa Serri documenta il “caso Audisio”, ovvero il caso del famoso comandante partigiano comunista Walter Audisio e dei benefici che egli ottiene dal fascismo.
Un libro che restituisce dignità al liberalismo italiano ed alla sua stampa di cui Mario Pannunzio fu interprete prima con “Risorgimento Liberale” e poi, nel 1949, con “Il Mondo”. Ed egli fu anche espressione del “nuovo liberalismo”.
Proveniente dalla file del Partito Liberale Italiano, Pannunzio, ne esaltava le caratteristiche progressiste, in contrasto con i privilegi e gli interessi costituiti dell'alta finanza e dell'alta borghesia. Al punto che lo stesso Pannunzio coniò questa definizione: “Essere liberali significa essere socialisti in modo assai più avveduto e attuale di quel che credono gli epigoni di Marx”.
Ciò peraltro mi ricorda la definizione che mi diede Sergio Stanzani, già deputato Radicale e fra i fondatori del primo Partito Radicale, nel 1955, con Ernesto Rossi e Pannunzio stesso, quanto lo intervistai nell'ambito del VI Congresso di Radicali Italiani l'anno scorso a Padova, quando mi disse che i liberali sono gli unici socialisti possibili proprio in quanto le libertà sono alla base della società e dei suoi bisogni.
“Guerra delle due sinistre”, così la definizione di Mirella Serri.
Meglio forse sarebbe definirla “guerra fra liberali e conservatori”. Ovvero fra i sostenitori dello Stato laico e garante delle libertà individuali, civili ed economiche ed i sostenitori dello Stato etico, comunista, fascista o clericale che sia e che fosse.
Sarebbe ora di ricordare che quel Palmiro Togliatti presente purtroppo ancora nella toponomastica della nostra povera Italia, fu amico del dittatore Stalin e seguì sempre le sue direttive; votò in favore dell'articolo 7 della Costituzione assieme alla DC per l'inserimento dei fascisti Patti Lateranensi che sancirono la religione cattolica come la religione di Stato e fu fiero oppositore di tutti i laici, liberali e democratici presenti nella cultura e nell'arco parlamentare italiano.
La professoressa Mirella Serri ce lo ricorda egregiamente con questo illuminante saggio con tanto di foto in copertina di Luigi Einaudi, Ernesto Rossi, Mario Pannunzio e Gaetano Salvemini: i profeti disarmati le cui idee hanno trionfato in tutte le democrazie occidentali, salvo nella nostra.
Purtroppo.

Luca Bagatin 



15 novembre 2008

LA "NOSTRA" STORIA NON E' LA "LORO"



Il libro di Mirella Serri "I profeti disarmati: la guerra fra le due sinistre" edito dal Corbaccio, getta nuova luce sulla stagione politica antifascista dei laici italiani.
Laici italiani, ovvero degli "Amici del Mondo", tanto cari a Massimo Teodori che ne ha realizzato ben due splendidi volumi. Il primo, edito nel 1998 dalla Fondazione Liberal, è una raccolta di scritti dei liberali, socialisti e repubblicani italiani che combatterono con grande determinazione il comunismo in tutte le sue forme dittatoriali e conservatrici. Il secondo è recentissimo.
Con il suo "Storia dei laici nell'Italia clericale e comunista", Teodori racconta quella ricca stagione intellettuale che ha dato voce al Partito Liberale e a quello Repubblicano e che ha dato vita al primo partito dei diritti civili italiano: quello Radicale.
Con "I profeti disarmati", sul quale mi riprometto di tornare anche in un mio prossimo articolo sull'argimento, la professoressa Serri vuole ripercorrere lo scontro fra le due principali culture dell'antifascismo cosiddetto "di sinistra": quella liberale e quella comunista.
In generale il volume mi appare appassionante ed agile dal punto di vista stilistico, grafico ed editoriale.
Purtuttavia non condivido una certa impostazione, assai indulgente nei confronti dei comunisti italiani e del loro partito che per me e per la gran parte dei laici è e rimane un partito antidemocratico e conservatore.
"Ultraconservatore" lo definiva Mario Pannunzio - fra i protagonisti del volume - direttore e fondatore dei quotidiano "Risorgimento Liberale" prima e de "Il Mondo" dopo, nel 1947, espressione del liberalismo italiano.
E Mario Pannunzio, assieme a Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini ed altri, furono gli animatori proprio dell'antifascismo democratico italiano: anticomunista ed anticlericale proprio in quanto comunismo e clericalismo erano, sono e rimangono espressioni conservatrici ed assai poco inclini alla democrazia ed alla civlità occidentale.
Civilità occidentale che si fonda prima di tutto sul valore della laicità e quindi sul rispetto per le opinioni e le diversità altrui, quale arricchimento dell'intera società ed umanità.
Mirella Serri definisce il gruppo di Pannunzio i "liberal di sinistra", purtuttavia ritengo che tale definizione non sia propriamente corretta.
Non lo è in quanto "liberal" è un termine che deriva dalla cultura anglosassone ed in special modo da quella statunitense ed indica genericamente il "progressista" e spesso il "socialdemocratico".
Ora, Pannunzio, così come Einaudi, Croce, Rossi e tutti gli "Amici de Il Mondo", non erano affatto dei "socialdemocratici". Bensì dei liberali a pieno titolo.
Liberali politici che fondarono e fondano la loro cultura in John Loke ed il suo principio di resistenza ad un governo e ad uno Stato ingiusto. E che non hanno alcuna simpatia per lo Stato assistenziale e per quello Etico, ai quali si conrappongono proprio per riaffermare la libertà del singolo individuo. Libertà economica, sociale e civile.
Ecco perché il liberale non può definirsi "liberal" e tantomeno genericamente "di sinistra". Egli racchiude in sé infatti il liberismo economico ed il libertarismo civile e democratico.
Che poi i partiti laici e la cultura pannunziana e quindi quella de "Il Mondo" fosse una cultura progressista, questo è più che certo.
Una cultura che in Italia ha conosciuto un florido sviluppo nel Risorgimento cavouriano, ma certamente ed incontrastabilmente in quello di matrice repubblicana mazziniana e garibaldina.
Una cultura che ha dato determinanti contibuti durante la Guerra di Spagna contro il fascismo franchista grazie alle Brigate di Giustizia e Libertà dei fratelli Rosselli e a quelle Garibaldi guidate dal repubblicano Randolfo Pacciardi, audace partigiano antifascista ed anticomunista. Anticomunista proprio anche in quanto conobbe e vide i massacri compiuti dai comunisti nei confronti dei "compagni" anarchici, repubblicani e socialisti, voluti da Stalin, sanguinario dittatore al pari di Hitler.
Una cultura, quella laica liberaldemocratica e liberalsocialista, attivissima durante la Resistenza in Italia con il Partito d'Azione che ebbe fra le sue fila numerosissimi martiri, ma che purtroppo terminò troppo presto la sua azione politica, nel 1947, in quanto non riuscì a contenere al suo interno le varie tendenze e culture che andavano da quella liberale-crociana a quella socialista.
E così fu del tutto normale una rottura fra i liberali ed i comunisti all'interno della concentrazione delle forze antifasciste.
I liberali non perdonerammo mai ai comunisti talune compromissioni con il Regime fascista ed il rifiuto di ritirarsi sull'Aventino assieme alle altre forze antifasciste all'indomani del delitto Matteotti.
E poi non dimentichiamoci che i comunisti, a differenza degli antifascisti liberali e democratici, votarono compatti con la Democrazia Cristiana, nel 1946, per l'introduzione nella Costituzione Repubblicana del clericalissimo Articolo 7 che introduceva i Patti Lateranensi firmati da Mussolini con il Vaticano nell'ordinamento del nuovo Stato democratico italiano.
Due culture, insomma, quella liberale e comunista, del tutto contrapposte che nel libro vengono indicate come le "due sinistre".
Con la differenza, forse, che mentre i libeeraldemocratici e liberalsocialisti puntavano ad una vera aggregazione delle forze laiche capaci di contrastare il clericalismo ed il nuovo fascismo, i comunisti avevano nel loro DNA posizioni fasciste (non a caso Mussolini era un socialista massimalista) e conservatrici che per moltissimi versi permettevano loro di strizzare l'occhio alla Dc.
I laici italiani, pannunziani ed ernestorossiani (che furono poi espressione istituzionale del PLI, del PRI, del primo Partito Radicale e dei socialisti non marxisti), puntavano ad una Terza Forza liberale e riformatrice che amavano finanche definire "Partito della Democrazia".
I comunisti, diversamente, da una parte incameravano i rubli di Mosca e dall'altra aprivano alla grande industria ed alle banche diventando un partito profondamente borghese e conformista.
Permettetemi una riflessione conclusiva.
Oggi la cultura liberaldemocratica e liberalsocialista - dopo la falsa rivoluzione di Tangentopoli - è drammaticamente minoritaria e pressoché assente e ciò non è certo un bel segnale in un Paese come il nostro che purtroppo non ha ancora completamente consolidato la sua vocazione democratica.
Diversamente, la cultura comunista, oggi postcomunista, ha messo in piedi con gli ex democristiani un partito che si autoproclama "democratico". Ed è alleato ad un partito giustizialista ed antilaico.
La Storia si ripete. Il Pci che strizza l'occhio alla Dc e fa di tutto per ostacolare i laici.
Fintanto che non vi sarà anche nel nostro Paese un forte Partito Liberaldemocratico, laico e libertario come in tutta Europa, che sappia contrapporsi alla culture conservatrici di destra e sinistra, l'Italia non potrà essere, ovvero definirsi, un Paese autenticamente civile e progredito.
Mario Pannunzio ed i "pazzi malinconici" de "Il Mondo" l'avevano capito sin dagli anni '50 del secolo scorso.

Luca Bagatin (nella foto con Aldo Chiarle, partigiano socialista della Brigata Garibaldi, che mi ha insegnato che non si può essere veri antifascisti senza essere anche anticomunisti ed anticlericali)



7 luglio 2008

"Libro Aperto", Rivista di Cultura Liberaldemocratica



Ringrazio pubblicamente la Redazione della rivista di Cultura Liberaldemocratica "Libro Aperto" (www.liberoaperto.it) ed il suo direttore Antonio Patuelli, per avermi in questi giorni contattato ed inviato una copia saggio della loro pubblicazione trimestrale.
Ho così avuto la possibilità di scoprire questo raffinato prodotto editoriale fondato dallo storico Segretario del Partito Liberale Italiano, On. Giovanni Malagodi.
La mia non è una tradizione liberale e crociana, bensì mazziniana, repubblicana e liberalsocialista che culturalmente si rifà all'esperienza del Partito d'Azione e del primo Partito Radicale di Mario Pannunzio.
Purtuttavia riconosco alla tradizione Liberale, da Cavour ai giorni nostri, il grande merito di aver contribuito all'Unità d'Italia ed essere riuscita, nel corso dell'800 e del '900 ad arginare le derive clericali da Pio IX alla Democrazia Cristiana di Fanfani e Andreotti.
Riconosco così tanti meriti alla tradizione del piccolo Partito Liberale, che l'ho anche convintamente votato e sostenuto alle ultime elezioni politiche (non avendo trovato sulla scheda l'Edera repubblicana) e lo rifarei financo domani stesso.
La tradizione Liberaldemocratica nel nostro Paese è da sempre minoritaria (salvo negli anni '60, ai tempi del PLI al 7%), purtuttavia è l'unica tradizione antidogmatica e non ideologica presente nel panorama europeo ed occidentale.
Una tradizione interclassista (e che aborrisce da sempre l'assurda e violenta "lotta di classe") che coniuga libertà economiche a diritti individuali. Che pone l'individuo al di sopra dello Stato e che mira a valorizzarne la sua intrinseca potenzialità, identità e creatività.
E così, ecco che le nuove pubblicazioni di "Libero Aperto" ridanno lustro a questa cultura politica, permettendo così ai liberali, ai repubblicani ed ai liberalsocialisti vecchi e nuovi, di trovare un "luogo non-luogo" ove discutere ed approfondire tematiche altrimenti scarsamente trattate.
Così come avviene, in casa socialista, con l'ottima rivista "Critica Sociale" e con "Mondoperaio" che, anni fa, mi pubblicò anche un mio lungo articolo nel quale riprendevo in mano il sogno di Salvemini e di Pannunzio, ovvero la nascita di una Terza Forza Liberaldemocratica e Liberalsocialista, antagonista a questa sinistra a questa destra figlie dell'incultura massificante e massmediatica che mette assieme il tifo da stadio al sotterfugio.
Senza solide radici storiche e culturali non vi è alcun presente né tantomeno alcun futuro.
La Lega, il Pd, il Pdl, sono tutti contenitori destinati a scomparire o a modificarsi.
I Liberali, i Repubblicani ed i Liberalsocialisti sono invece ancora lì. Spesso ancora con il loro simbolo e la loro identità.
Un giornale, una rivista, una pubblicazione, sono le uniche risorse pragmatiche ed utili al fine di tenere legati i fili di una tradizione che affonda le radici nel Risorgimento, passando per l'antifascismo libertario ed anticomunista e proseguendo nell'europeismo e nell'occidentalismo atlantico, che hanno reso l'Italia un po' meno medievale.
Invito pertanto tutti i lettori ad abbonarsi a "Libro Aperto": 4 numeri all'anno più i supplementi (ottimi DVD sulla storia del Liberalismo e dei maggiori esponenti Liberali), nonché la possibilità di ricevere al costo di soli 10 euro quali rimborso spese, l'introvabile volume "I Liberali da Cavour a Malagodi" a cura dell'On. Patuelli.
L'abbonamento ordinario è di 32 euro annuali con diverse modalità di pagamento:

- sul c/c postale n. 62006366 intestato a FONDAZIONE LIBRO APERTO - Via Corrado Ricci, 29 - 48100 Ravenna

-
sul c/c bancario n. CC0780010704 intestato a FONDAZIONE LIBRO APERTO - Via Corrado Ricci, 29 - 48100 Ravenna presso l'Agenzia 1 della Cassa di Risparmio di Ravenna (codice IBAN IT70 Z062 7013 178C C078 0010 704)

- mediante assegno di c/c bancario intestato a FONDAZIONE LIBRO APERTO - Via Corrado Ricci, 29 - 48100 Ravenna

Un piccolo gesto che può riempire la vostra estate e la vostra mente, allontanandovi dalla banalità di certa "informazione".


Giovanni Malagodi e Ugo La Malfa, due grandi leader Liberaldemocratici italiani


Luca Bagatin



14 giugno 2008

Sui fratelli Rosselli e l'Azionismo Liberalsocialista



Sono passati 71 anni dalla morte per mano fascista dei fratelli Nello e Carlo Rosselli, teorici del socialismo liberale e militanti del Partito d'Azione e delle Brigate partigiane Giustizia e Libertà, avvenuta in Francia il 9 giugno 1937.
I fratelli Rosselli furono fieri oppositori del Fascismo sin dagli esordi, così come lo fu il deputato socialista Giacomo Matteotti, trucidato dalle camice nere il 10 giugno 1924.
Come Matteotti, i Rosselli, furono anticomunisti riformisti ed oggi e sempre andrebbero ricordati ed emulati, pur in quest'Italia post/neo fascista, post/neo comunista, clericale che ne vorrebbe oscurare la memoria (nei libri di testo scolastico sono ricordati solo marginalmente, a differenza dei vari Togliatti e fascisti rossi che tanto hanno fatto danno al nostro Paese, così come i loro eredi "democratici").
Il messaggio di questi martiri dell'antifascismo liberalsocialista ci giunge come pura ed autentica voce di speranza e di verità incontestabile, alternativa alla violenza, alle violenze di ogni totalitarismo.
"Uccidete me: ma l'idea che è in me non la ucciderete mai", ricorda Giacomo Matteotti ai dittatori d'ogni colore politico, ai catto-clerico-talebani d'oggi e ieri. Uccidete. Fate strage di verità, attraverso le vostre menzogne, ipocrisie e calunnie. Ma le idee permangono e così tutti coloro i quali continuano a portarle avanti.
Di Nello Rosselli, appassionato storico repubblicano, vorrei anche ricordare
l'ottimo volume "Mazzini e Bakunin" (in libreria è disponible l'edizione dell'Einaudi), che è un saggio utilissimo per chi vuole approfondire le radici storiche del Liberalsocialismo e del Repubblicanesimo. Si tratta di un testo storico-politico che ripercorre l'origine del movimento operaio italiano che, contrariamente a quanto ha voluto farci credere una certa storiografia marxista (troppo spesso mistificatrice), ha origini mazziniane e garibaldine: repubblicane quindi (come il colore rosso, mutuato poi da socialisti e comunisti, fu per la prima vlta utilizzato dai seguaci del Mazzini e di Garibaldi).
La storia del movimento operaio delle origini, a partire dalle Società Operaie e di Mutuo Soccorso, si interseca e si fonde con le lotte Risorgimentali per la libertà e l'emancipazione dall'Impero Asburgico, dalla Chiesa e dalla Monarchia Sabauda.
In "Mazzini e Bakunin", l'ottimo Rosselli ripercorre quegli avvenimenti storici a partire dall'analisi dei due protagonisti dell'Italia risorgimentale: il repubblicano e Apostolo dell'Unità d'Italia Giuseppe Mazzini, con la sua vocazione alla democrazia ed il materialista anarchico russo Michail Bakunin che fu all'origine del movimento libertario italiano ed europeo. Figure emblematiche e per certi versi contrapposte, ma a loro volta fortemente (e financo ferocemente) contrapposte all'antiumanitarismo totalitario propugnato da Karl Marx con il suo Manifesto del Partito Comunista che si concretizzerà nel '900 con l'avvento di una delle più sanguinarie dittature del mondo: l'Urss ed i suoi "satelliti".
"Mazzini e Bakunin" è certamente un testo illuminante e tutto sommato di semplice lettura per tutti coloro i quali vogliano conoscere un pezzo di storia patria troppo spesso negato e misconosciuto.


Luca Bagatin



21 aprile 2008

In memoria di Giuliano Gennaio, giovane liberale e grande amico



E' con le lacrime agli occhi che apprendo della morte di un mio carissimo amico, mio coetaneo e liberale come me: Giuliano Gennaio.
Lo apprendo per mezzo di una mail di Luca Bolognini, Presidente del Gruppo Giovani di Società Aperta e dell'articolo dell'editorialista Enrico Cisnetto sul sito Terzarepubblica.it ( http://www.terzarepubblica.it/articolo.php?codice=1990 ).
La notizia mi gela veramente il sangue e me lo sento fluire in testa facendomi rizzare i capelli.
Conoscevo Giuliano non di persona ma via mail da almeno quattro anni. Lui viveva e lavorava a Roma nello staff dello stesso Cisnetto e lì, nel suo ufficio, spesso lo chiamavo pur trovandolo sempre indaffaratissimo.
Come indaffaratissimo era nella gestione dei numerosi portali liberali nei i quali pubblicava e ha sempre pubblicato volentieri i miei articoli e financo qualche mio racconto.
Ricordo l'esperienza di Liberalcafé.it da lui fondato anni fa e con il quale collaborai con grande entusiasmo e slancio intellettuale.
Ricordo di quanto spesso mi avesse invitato a Roma: "Così ci prendiamo finalmente un caffé assieme", mi diceva. Purtuttavia a Roma non ho mai avuto modo e tempo di venire in questi ultimi anni.
Mi spiace moltissimo non averti conosciuto personalmente, carissimo Giuliano.
Tu che fra l'altro negli ultimi anni ti stavi avviando anche al teatro (conservo le mail che mi inviasti segnalandomi  gli spettacoli nei quali recitavi).
Sei stato un esempio per molti giovani liberali e libertari come noi che non ci siamo mai riconosciuti né in questa destra né in questa sinistra.
Giovani che approfondiscono e cercano di elaborare progetti, nel solco degli insegnamenti del grande Ugo La Malfa, di Mario Pannunzio e di Luigi Einaudi.
Giovani nei quali sono convinto rimarrà vivo il tuo esempio di individuo "vivo" nel senso più ampio del termine.
Come sai, del concetto di "morte" ho scritto più volte, specie nei miei racconti. E ne ho sempre scritto con grande leggerezza e naturalezza, ma con grande rispetto proprio perché consapevole che essa è il giusto proseguimento dell'esistenza.
E così voglio salutarti, come ho sempre fatto nelle mail che ti inviavo: un caro saluto e un abbraccio, caro Giuliano.

Luca Bagatin



2 febbraio 2008

"IL MONDO" 1949/1966 - RAGIONE E ILLUSIONE BORGHESE


Mai testata giornalistica fu più liberale de "Il Mondo", il settimanale fondato e diretto da Mario Pannunzio dal 19 febbraio 1949 all'8 marzo 1966.
Diciassette anni di battaglie laiche, liberali, libertarie e riformatrici in un'Italia da sempre (oggi ancor più di ieri, peraltro) pasticciona, burocratica, clericale, socialcomunista e socialfascista.
Diciassette anni di denunce di un "sistema" corrotto e corruttore fatto di sottogoverno delle maggioranze (che videro protagonisti Dc e Pci in primis, abbracciati sino alla morte....ed oggi non a caso uniti nel Partito Democratico sostenuto dai Poteri Forti !); di ingerenza vaticana (per quanto allora fosse in qualche modo arginata dalla Dc alla quale va dato comunque il merito di essere un partito di gran lunga più laico degli attuali Pd, Forza Italia, Alleanza Nazionale e potremmo continuare nell'elenco dei partiti baciapile dell'Italia d'oggi) e di connubio fra mondo politico e mondo economico (aspetto che oggi ha raggiunto l'apice al punto che è l'economia - guidata da un capitalismo straccione, antiliberista ed antiliberale -  a governare la politica !).
I diciassette anni pannunziani de "Il Mondo", animati da spiriti liberi, da "pazzi malinconici" borghesi sino al midollo, da liberali, repubblicani, socialisti e laici senza tessera, furono forse gli anni più "utopici" proprio perché inusitatamente realistici e concreti dell'Italia del dopoguerra.
Anni in cui i partiti laici Pri, Pli e Psdi (ai quali "Il Mondo" faceva per molti versi riferimento) avevano giustamente dato il loro sostegno alla politica filo-occidentale ed atlantica di De Gasperi e via via tentato di ricostruire un' Italia martoriata dalla guerra e dal fascismo. Il tutto con la feroce opposizione dei comunisti e dei socialisti nenniani allora sostenuti dalla dittatura sovietica.
E così, gli "Amici de il Mondo", ovvero i suoi collaboratori e simpatizzanti (dai padri del Liberalismo italiano Benedetto Croce e Luigi Einaudi, agli azionisti Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini e Aldo Garosci; dal liberista Panfilo Gentile, ai repubblicani Ugo La Malfa e Adolfo Battaglia, sino ad un giovanissimo Marco Pannella, tanto per citarne alcuni) contribuirono a creare le basi per una cultura "alternativa" e "dell'alternativa" al monolitismo conservatore democristiano e marxista che permeava la società italiana da poco uscita dal fascismo di cui proprio democristiani e marxisti furono i diretti continuatori sotto il profilo ideologico, politico e culturale.
E così "Il Mondo" ospitò fra le sue colonne intellettuali del calibro di Orwell, Thomas Mann, Ennio Flaiano e Alberto Arbasino, nonché, dal 1955, organizzò i "Convegni del Mondo" come risposta laica ai problemi che attanagliavano l'Italia di quegli anni (e, è il caso di dirlo, l'Italia di questi anni):  dal rapporto fra Stato e Chiesa al nucleare; dalla lotta ai monopoli alla questione della scuola sino all'unificazione europea di cui "Il Mondo" fu tra i più accesi sostenitori.
Mario Pannunzio, padre de "Il Mondo", fu rarissimo esempio di professionismo giornalistico: egli leggeva personalmente ogni singolo articolo, si occupava personalmente della stesura dei titoli e delle didascalie nonché della scelta delle foto e dell'impaginazione. Ogni settimana ne uscive così un giornale, a detta anche dei maggiori critici dell'epoca, "elegante", "raffinato" ed "europeo".
Certo l'indipendenza dal potere economico e politico del giornale costò cara al punto che esso dovette chiudere prematuramente nel  '66 con grande felicità di tutti i suoi denigratori (missini e comunisti in primo luogo).
Certo "Il Mondo" lasciò il solco nel mondo laico. Esso fu il primo a teorizzare la costituzione di una Terza Forza comprendente liberali, repubblicani, socialisti e socialdemocratici capace di contrapporsi alla Dc ed al Pci (ricordiamo in questo senso l'articolo "Qualche sasso in capponaia" di Gaetano Salvemini, pubblicato nel dicembre del 1949).
Grazie al contributo ideale di questo piccolo-grande settimanale liberale e attraverso una scissione del Partito Liberale Italiano, nacque il  Partito Radicale dei Liberali e dei Democratici, il cui simbolo era la Minerva con il berretto frigio, e che recuperò la tradizione risorgimentale di Felice Cavallotti e prima ancora quella di Giuseppe Mazzini e le cui battaglie politiche si concretizzarono nella lotta alla speculazione edilizia (contro i cosiddetti "palazzinari", quelli che ci sono ancora oggi, guarda un po' !), nella lotta ai Poteri Forti (in particolare negli intrecci fra la Dc e la Federconsorzi) e nelle battaglie per uno Stato ed una scuola laica e pubblica.
La battaglia radicale, rarissimo esempio di volontà di modernizzazione e di occidentalizzazione del nostro Paese, rimase tuttavia puro velleitarismo ed "Il Mondo" si trovò costretto a ripiegare nella teorizzazione del Centro-Sinistra (l'unico vero Centro-Sinistra che l'Italia conobbe mai) attraverso la proposta di far entrare il Psi nella coalizione di Governo, all'indomani della Rivoluzione d'Ungheria del '56 in cui esso aveva condannato lo stalinismo e si avviava verso l'abiura del marxismo).
Sappiamo bene anche oggi che le istanze laiche, liberali, liberiste, anticlericali e libertarie, tipiche della storia e della cultura de "Il Mondo", vengono ancora bollate come astrusità velleitarie. Esse infatti sono da sempre un pericolo nei confronti dell'Ordine costituito dal monolitismo "catto-comun-clerical-fascista" che da un quindicennio a questa parte ha preso nomi e simboli pittoreschi, così, tanto per dare una mano di vernice: i già citati Partito Democratico, Forza Italia, Alleanza Nazionale, Sinistra Comunista Arcobaleno, Lega Nord, Udeur ecc... 
Nel rileggere oggi le pagine di quel bellissimo libro di Paolo Bonetti "Il Mondo 1949/66 - Ragione ed illusione borghese" edito nel 1975 da Laterza, viene una grande nostalgia.
Forse allora erano altri tempi. Allora la politica (intesa a 360 gradi, non certo come mera ideologia) aveva un senso in ogni aspetto della vita ed era vissuta dai suoi militanti proprio come mezzo di confronto e d'elevazione financo intellettuale.
Oggi, o meglio, dal '92 ad oggi, la politica fa veramente ribrezzo e chi se ne occupa ancora ha secondo me un grande stomaco.
Parlando nello specifico della cosiddetta "area laica", vedo da troppo tempo solo grandi polveroni: tanto fumo e niente arrosto.
I socialisti sono divisi e, se proprio esistono ancora, hanno messo in piedi un partito di reduci "sasso in capponaia" e "utile idiota" di Veltroni & Co. I repubblicani ancora non mi è chiaro che cosa vogliono fare: se rimanere con Berlusconi per ottenere ancora qualche posto in Parlamento (da inascoltati), oppure finalmente cercheranno di porsi come apripista di un Partito dei Liberali e dei Riformatori in Italia (nel frattempo personalmente ho dato la mia adesione al loro movimento giovanile - la Federazione Giovanile Repubblicana - perché senza di questi giovani il partito di La Malfa e Nucara sarebbe davvero perso per sempre); i liberali non si sa davvero più dove siano e, quanto ai radicali di Pannella e Bonino, dopo essere stati imbrogliati da Enrico Boselli e dallo Sdi nell'affaire Rosa nel Pugno, oggi sono inspiegabilmente i più accaniti sostenitori del cattocomunismo prodiano (ma non erano contro l'accanimento terapeutico ?).
Un'alternativa, forse, ci sarebbe ancora (ma sottolineo il "forse" !): la nascita o la ri-nascita, all'interno di questi partiti, di nuclei di persone pensanti (in questo senso Beppe Grillo ha profondamente ragione, altro che antipolitica !), di spiriti liberi che non si lascino cooptare o raggirare dai "caporioni" dei loro rispettivi gruppi dirigenti.
Se lo scanzonato ma concretissimo spirito di Ernesto Rossi e degli "Amici de Il Mondo" aleggiasse ancora in casa laica sono certo che tutti ne trarrebbero immenso e produttivo vantaggio.
Peccato che...siamo pressoché totalmente pessimisti in questo senso.


Luca Bagatin


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini