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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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9 ottobre 2009

Questione di fi....(ling)


Alla gatta morta, preferisco di gran lunga la topa viva !





27 luglio 2009

Un viaggio felliniano nel Pianeta Donna


Ammetto che è il mio film onirico preferito.
Adoro il Fellini grottesco e a tratti clownesco. Con “La città delle donne”, il regista romagnolo, è riuscito addirittura ad essere politico - nel periodo post-femminista - muovendo non tanto una critica al femminismo in sé, quanto piuttosto raccontando con sarcasmo una sorta di follia collettiva. Una follia che fu violenta nei gesti e negli slogan.
La follia di certe femministe scalmanate dell'epoca, fortemente sessiste, e l'ipocrisia di certi uomini fallocratici e sessualmente allupati, ma quasi sempre fondamentalmente impotenti. Anche nel senso lato del termine.
Ed ecco che, per mezzo di Snaporaz-Mastroianni, ovvero del protagonista incontrastato di questo affresco felliniano, riusciamo ad esplorare - con divertimento e giocosità - l'universo-pianeta donna in tutte le sue sfaccettature.
Dalla donna-moglie alla donna-amante; dalla donna-femminista alla donna-materna; dalla donna-castrante alla donna-lesbo-autosufficiente e così via in un crescendo di surrealismo e comicità.
Rivedendo questo ottimo film, ho potuto anche riscontrare una certa similitudine con quanto proposto televisivamente da Gianni Boncompagni fra la fine degli anni '80 ed i primi anni '90. Si pensi alla scena dell'inno “La donna senza uomo è.....”, cantato in coro dalle donne-femminist-felliniane sedute per terra, che ricordano moltissimo le ragazze di "Non è la Rai" o dei primi “Domenica In” di Boncompagni, appunto.
Le donne-giocose-soubrette senza ammiccamenti, magari piene di contraddizioni (come quella magistralmente interpretata da Donatella Damiani), divertenti, che prendono in giro e sanno prendersi in giro. Giocando allegramente fra loro (penso anche alla scena delle pattinatrici scalmanate che si tengono per mano e circondano Snaporaz-Mastroianni tenuto per mano dalla Damiani), con una complicità raramente immaginabile in anni in cui la competizione femminile pare aver superato di molto quella fra maschi per la conquista-del-territorio.
Le soubrette, per così dire, precedenti alle Veline di oggi, ma che in realtà fanno parte del loro stesso back-ground (e sbaglia in pieno chi considera le Veline una categoria assimilabile alle vallette vuote degli anni che furono).
Donne forse idealizzate dall'immaginario collettivo maschile ? Forse, ma anche no. Anzi, decisamente direi di no.
Perché talvolta l'universo maschile non va oltre il modello tette-culo driveiniano o tintobrassiano, rilanciato oggi dal modello trash Belen Rodriguez per intenderci, che, artisticamente, diciamolo pure, non rappresenta nulla se non il nulla della televisione d'oggi.
Perché non si capisce perché una donna bella, magari sensuale, ma anche una ragazza acqua e sapone particolarmente accattivante e simpatica, non possa anche avere la capacità di far sorridere oltremodo, anziché mostrare il culo. Appunto.
Attenzione però miei cari maschietti ! “La città delle donne” è un vero e proprio viaggio onirico di un uomo incerto (ed anche maturo), che si lascia attrarre con facilità dal bel sesso giungendo finanche a trascurare o tradire la moglie, anche se solo idealmente. E tutto sommato non facendoci nemmeno una gran bella figura.
Finzione ? Realtà ? Gioco ?
Tutto si mischia nel film di Federico Fellini, che ci regala come sempre nuovi spunti di ricerca interiore ed esteriore.
In questo caso nell'ambito dell'immarcescibile lotta-scontro-gioco fra i sessi. All'inizio degli edonisti anni '80, così come anche oggi, nei confusi e a tratti fumosi anni '00.

Luca Bagatin



3 luglio 2008

"TRETTRE'" racconto-cortometraggio surRenale by Luca Bagatin

"E' necessario scoprire un assassino per non sentirsi colpevoli"
Andrea G. Pinketts



Erano tre.
Tre è il numero perfetto.
Tre è il numero Sacro per eccellenza, specie nelle tradizioni gnostiche e misteriche.
Tre è il titolo di un vecchio allucinato romanzo di Tiziano Sclavi che lessi il tre marzo del 2003.
"Dica trentaTRE'" ti dice il medico quando ti deve auscultare.
Trentatrè trentini trotterellavano a Trento: uno di loro era la madre di Andrea Pinketts. Trentina doc come Alessia Merz di cui si sono perse le tracce dopo che ella ebbe figliato con....booooh. Con un calciatore, forse (non mi occupo di gossip in senso stretto).
Erano in tre e decisero tutte (e tre) di figliare nello stesso anno. Decisero e fecero un patto segreto siglato con il sangue. Sangue di vergini ormai non più vergini, traforate come il traforo del Frejus.
Erano tre trentenni vergini: Lola, Ale e Karen.
Tre trentenni maledettamente determinate, nonché ex liceali frustrate e frustate dalla vita (Karen anche da Bob, il suo ragazzo sadomaso).
Vergini a trent'anni si può arrivare solo nel caso in cui: tu abbia qualche problema; tu sia particolarmente pudica e casta; tu sia mia cugina.
Le tre trentenni non appartenevano a nessuna delle tre categorie.
Prorompenti e procaci, le tre, si erano solamente ripromesse di raggiungere un traguardo nella vita: giungere a maturazione trentennale e figliare triplicemente nel medesimo periodo.
Karen era già fidanzata con Bob da tre anni. Il loro rapporto era esclusivamente sadomaso: frustate reciproche col "gatto a nove code".
"Non dire gatto se non ce l'hai nel sacco" direbbe il mio gatto Silvestro se potesse parlare e contemporaneamente fare il gesto dell'ombrello alla mia vicina di casa allergica al suo pelo ed al fatto che le sgraffigna sempre succulenti sottofiletti al sangue.
Il sangue è vita.
Il sangue è morte.
Lola amava il sangue più del suo stesso sesso. In effetti Lola era eterosessuale tendente al bi. Nel senso che nella sua trentennale vita aveva baciato con la lingua una sua ex coinquilina dopo un trip acido.
Lola amava soffrire e si procurava dei profondissimi tagli alle braccia ed alle gambe che provvedeva a "disinfettare" leccandoli voracemente.
Lola era una vampira, ma, chi avrebbe mai creduto ai vampiri nell'epoca degli incontri su Meetic e della liposuzione alla base del progresso scientifico ?
Punto e stop. Senza filtro.
Ale era una fumatrice accanita. Allietava le sue giornate con Elixir al mentolo, sigari toscani, toscanelli e sigarilli alla crema fiorentina.
Quando conobbi Lola, Ale e Karen avevo appena chiuso per "Stop" il mio ultimo servizio sulle notti romane e le follie amorose di Nanni Moretti.
Ero sempre a caccia, ad ogni modo.
Mi sentivo sempre come Marcello della Dolce Vita di Fellini. Per quanto detestassi le dolcevita e le etichette delle camicie.
Fu quando spensi la mia ultima "Stop" senza filtro della giornata che intercettai le tre che mi premurai di invitare al Woody e, dopo un trittico di pomposi apertivi, venni a conoscenza del loro patto scellerato.
"I figli so piezz'e' core, ma, più spesso, sò piezz'emmerda !" sentenziai serafico ricordando la mia brava pre-adolescenza.
Lola mi sputò in un occhio. Ale mi gettò addosso il suo Spritz con Aperol (nota bevanda pornoedenese), mentre Karen mi triturò il pollice del piede con il suo tacco a spillo.
Sbottarono il uno "STRONZO" collettivo e se ne andarono.
Che serata di merda, è proprio il caso di dirlo.
Ad ogni modo, non sono tipo che demorde. Al massimo mordo se il cane abbaia e se la prende con il mio gatto. L'uomo morde il cane non è, insomma, una leggenda metropolitana.
Le seguii e le vidi entrare in un signorile palazzo in pieno centro cittadino custodito da un piazzatissimo congolese alto almeno il triplo di me (che pur non sono un watusso, l'altissimo negro...ooops, l'altissimo "coloured" - che poi dicono che sono razzista).
"Hey, amico" gli sorrisi allungandogli la mano.
"Hey amigo", mi rispose sorridendomi e stendendomi al tappeto con un gancho.
Ad ogni modo, dicevo, non sono tipo che demorde. Lo morsi.
Laddove non batte il sole (posto che non sei un patito dei campi nudisti) e laddove mi faceva più schifo: sui genitali (considerato che portava un paio di pantaloncini di tela, non fu così ardua l'impresa).
Il Watusso (l'Altissimo Coloured) cadde a terra contorcendosi dal dolore.
Entrai e salii di soppiatto al primo piano, poi al secondo, al terzo e così via, passandomi velocemente tutte le targhette sulle porte.
Giunsi, stremato, al settimo piano trovandomi di fronte ad un'inequivocabile
indizio: "Dottor Onan, ginecologo".
La porta era chiusa ed io suonai.
Mi aprì un brillante uomo d'affari, cravattone, sbarbatone e dai capelli lunghi e liscissimi con un sorriso da far paura al Clorodont del vecchio Carosello.
"Con quella bocca può dire ciò che vuole, ma, please, faccia silenzio e mi faccia entrare", gli intimai.
Mr. Clorodont non fu evidentemente soddisfatto dalla mia uscita e mi intimò, a sua volta, di andarmente.
Gli ruppi il naso e la dentiera (che tale si rivelò infatti) con una testata. A mali estremi, estremi rimedi. Via il dente, via il dolore.
Entrai.
La scena che mi trovai davanti fu raccapricciante come il ragù che mi preparava mia nonna Egidia, classe 1907 (e che saluto con chiamata interuniversale): Lola, Ale e Karen stese su un enorme letto e triplicemente penetrate da altrettanti peni di plastica zeppi di sperma.
Fermai l'infernale macchinario. Fu un classico coitus interruptus.
"Che fa, deficiente !", mi apostrofò un ometto più basso di me (il che è tutto dire).
Lo presi in braccio e lo guardai fisso negli occhi: "Lei mi ha preso per scemo, evidentemente. Ma, ciò che sta facendo, mi pare un vero e proprio scempio. Anzi, direi che lei è proprio uno scempio e, se fossi di Caorle, direi proprio che "lu el xe un gran sempio !".
Le ragazze erano totalmente inconscienti.
Io resi inconsciente il Dottor. Onan, l'ometto di cui sopra, nel giro di un nanosecondo.
Liberai le tre che si risvegliarono tre ore dopo e mi raccontarono tutto, per filo e per segno.
Si erano rivolte ad una Banca del Seme via web che le aveva messe in contatto con il Dottor. Onan, un pedofilo onanista noto per i suoi metodi di gravidanza. Ingravidare donne annoiate dalla vita e/o timorose del membro maschile (quello The Original, non Made in China) con un meccanismo di sua invenzione e con sperma di produzione propria.
Nella sua trentennale carriera aveva già ingravidato più di 1000 donne e fatto crescere in speciali asili-lager i suoi duemila e rotti figli.
Un mostro. Un criminale.
Le tre si erano lasciate convincere. Io avevo loro aperto gli occhi.
Onan, Mr. Clorodont e l'Altissimo Coloured furono assicurati alla giustizia terrena. Una volta usciti di galera, c'avrei pensato io stesso ad assicurarli all'altra giustizia. Quella extraterrestre.
Lola, Ale e Karen passarono il resto della serata all'ospedale, per accertamenti.
La settimana successiva le rincontrai al Woody, più serene, più consapevoli. Più donne e meno eteree.
Mi fidanzai con tutte e tre, ma, a scanso di equivoci, giurammo che non ci saremmo mai sposati né avremmo mai avuto figli.
Un tributo, insomma, all'Umanità intera ed al suo necessario Rientro Dolce.



PS: con la partecipazione STRA ordinaria e amichevole di Lisa Pizzighella, Ambra Angiolini e Lucia "Rehab" Conti.
Ogni riferimento a luoghi, fatti o persone è assolutamente casuale o, al massimo, (con)causale.



4 agosto 2007

COGITO, QUINDI SONO. Racconto estivo e pRocelloso by Luca Bagatin

SOGGETTO E SCENEGGIATURA: Luca Bagatin lievemente ispirato dall'amico Andrea G.Pinketts
PERSONAGGI E INTERPRETI NELLE FOTO: Balgu (Marcello Mastroianni); Valentine Spumacchioni (Sbriciolina); Lucilla Contarini (Lucia "Rehab" Conti dei Betty Ford Center).
I luoghi e i nomi sono di fantasia ma al contempo reali. L'autore, essendo a malapena responsabile di sé stesso (e forse del suo gatto Silvestro) declina ogni responsabilità su tutto e su tutti.


Il mitico bar Woody di Via XXX Aprile venne chiuso quell'estate.
Panico e terrore per me che dovrò cercarmi un altro posto in cui andare a scrivere le mie inchieste cittadine.
Come se non bastasse, l'amico Bazardelleparole m’aveva abbandonato dopo essersi sposato con una ragazza spagnola ed aver con lei figliato.
Del resto, dopo mezzo secolo di vita, è anche normale che uno come Bazar metta la testa apposto. Cercavo così di consolarmi.
Mi trovavo, insomma, più nei casini del solito.
Dopo aver sgominato una banda di commercianti di auto rubate con sede presso una ditta di telecomunicazioni prestanome in quel di Bordellons in Folponia orientale (Bi-Fol(c)ponia orientale per l'esattezza) e retta dall'ingegnere civile Adalberto Granbiscotto, avevo deciso di prendermi una pausa di riflessione e di smettere per un po' di fare inchieste che fra l'altro non mi facevano guadagnare pressoché un sesterzio.
Quell'estate, l'estate del giudizio e del pregiudizio, decisi per cui di chiamare Valentine Spumacchioni, una graziosissima ballerina di Asola, provincia di Mantova


A dire il vero non sapevo nemmeno io perché Valentine mi piacesse. Forse per la sua avvenenza, forse perché era di Asola e ciò mi ricordava le mitiche brioches “asolane” del Mulino Bianco e financo le olive ascolane di Ascoli Piceno.
Fatto sta che la chiamai.
“Pronto, Vale, che fai di bello ?”
“Ma ciaooooooo mio piccolo e porcelloso porcellinooooo ! Che mi racconti di bello ?”
(Non avevo bene inteso se ella aveva proferito “porcelloso” o “procelloso” ovvero “tempestoso”. Come le cime).
“Beh…di bello niente, a parte il fatto che fra le idee balzane che mi balzano al cervello c’è quella di scrivere un libro antifemminista, machista e misogino per Uominiveri ma anche per Donnevere in risposta a quello sessantottardo della Balestra “Porci con le ali”. Il mio pensavo di intitolarlo: “Porci dei con le ali ai piedi – ovvero come passare dallo stato porcelloso a quello divino badando bene di fuggire qualora la vostra Lei voglia mettervi i piedi in testa oltre che da altre parti”.
“Bellooooo !!! Miticooooo !!!! Vuoi ridere ? La mia amica Marcella oggi….”
Prima che Valentine attaccasse con la sua interminabile e fluttuante concatenazione di eventi fatti di amiche sadomaso, laureandi ipertricotici e musicisti da sballo, la fermai.
“All right, baby, vieni qui che ne parliamo a quattr’occhi e magari anche a quattro palmenti. Solito indirizzo: Portentone Via XXX Aprile….eeeehhhhmmmm…no, rettifico. Mi hanno chiuso la Via.
Troviamoci in Via della Colonna Infame, al Kebab gestito da una mia amica”.
“Ehhhmmm….c’è un piccolo problemino Baglu tesorino….io sono di Asola e soprattutto i miei non so se sarebbero d’accordo che io….”
“No problem. Ho già provveduto io ad informarli”…bluffai, cercando di “fare giardino”.
“Ah si ? E quando ?” mi fregò lei.
“Tu non preoccuparti, metti in moto l’automobile o vai alla stazione e raggiungimi. Potrebbe essere una questione di vita o di morte. Soprattutto di morte. La mia.”
Non so se io piaccia veramente a Valentine Spumacchioni e se lei sia davvero così tanto invaghita di me, in ogni caso, mi vuole un gran bene. Penso che mi veda un po’ come un secondo padre o comunque come un fratello maggiore del 33esimo grado di rito scozzese antico ed accettato. Il che incute sempre un certo rispetto.
Fu così che ci incontrammo la mattina del 4 agosto al Kebab gestito da Lucilla Contarini, italianissima e d’antiche e nobili origini veneziane che risalivano addirittura agli omonimi Dogi di Venezia.

Lucilla era davvero un gran bel pezzo di figliola di quelle che piacciono a me: magra quasi filiforme, capelli lunghissimi neri, naso pronunciato, labbra intriganti e soprattutto occhi chiari nei quali mi perdevo ogni volta per ritrovarmi dopo alcuni minuti in una sorta di trip acido.
Lei sosteneva si somigliare ad “un topo”, mentre io amavo i gatti ed i gatti, guarda (anvedi !) un po’, amano i topi. I conti, insomma, tornavano tutti. Ed anche i Contarini.
Valentine, nel suo abitino a fiori più succinto si sedette di fronte a me senza perdere tempo e facendomi piedino imminentemente sotto al tavolo.
“Calma, ragazza, ho bisogno prima di sfogarmi in un altro modo”
Non ci fu verso. In men che non si dica si sedette sulle mie ginocchia ed iniziò tanto a palpeggiarmi quanto a sbaciucchiarmi.
Ricordo che nell’attesa della sua venuta (Valentine è evidentemente un po’ come lo era Bazar, una “tipa messianica”) stavo leggento un articolo dal titolo “Le femministe son cambiate – Non volevano l’uomo, ora lo usano”, nel quale l’articolista sosteneva ciò che io nella mia misoginia triste (subentrata dopo essere stato sedotto-e-abbandonato almeno una decina di volte ininterrottamente e non avendo più né rivisto né tantomeno sentito le tipe in questione che, negli anni, potrebbero essere anche andate a Casablanca per un cambio di sesso) sostenevo già da un decennio a questa parte: le donne di una volta non esistono più. Oggi esistono quelle di oggi che, una volta che ti accalappiano, fanno di te quello che vogliono e, quando si stufano, ti mollano con spiegazioni che non hanno né del serio né tanto meno del faceto.

Memore di tale articolo e del nervosismo che covavo dentro a causa della chiusura della mia “Sancta Sanctorum” scribacchesca mi scrollai di dosso Valentine e mi accesi una senzafiltro (nel Kebab di Lucilla Contarini si può ancora fumare e, se qualcuno vuole sostenere il contrario, deve vedersela con lei che, sarà minuta, ma mena botte da orbi).
Al Kebab giunsero anche Martin Rua e Riformistalchemico con tanto di cappuccio in testa.
“Ehi, raga ! Guardate che così tutti sapranno che siete massoni ! Levatevi quella roba dal capo !”
Rifo, in perfetto accento emiliano: “Mo è vero ! Oh, Martin, siamo usciti dalla Loggia e neanche ci siamo ricordati di levarceli ! Roba che pensino che siam dei ladri o dei banditi !”
Martin, imbarazzato, levò subito il suo dal capo e così Rifo.
“Eh, raga, già questi fascistoni ignoranti pensano che i massoni lo siano a prescindere. Ma io dico: c’è uno in quel di Bordellons che si fotte le auto e le rivende e va ai drogaparty, ma è anche sposato e va in Chiesa tutte le domeniche e tutti lo rispettano. Ed invece ci sono altri che si fanno-i-cazzi-propri parlando liberamente…che so…di fratellanza….magari anche di uguaglianza….e per finire anche di libertà….è c’è qualche fottuto ********** che dice che questi qui sono ladri, banditi e che andrebbero banditi….”
“Baglu, peffortuna che ci stai tu che sui giornali parli bene di noi”
“Lascia perdere, Martin. Sai benissimo che quel che scrivo io conta poco e nulla e mi causa solo una montagna di cause penali e civili nonché di disturbo della pubblica quiete. Soprattutto da quando mi hanno beccato fuori dalla discoteca Coliseum mentre mi baciavo con Miss Welby, la nipotina segreta del Calibano !”
“Ti baciavi ?” intervenne prontamente e gelosamente Valentine.
“Beh…baciavo….va bé stavamo facendo anche altro ma che importa ?”
“Mmmm…tu non me la conti giusta patuflino !”
Adoravo quando Valentine mi riempiva di vezzeggiativi e mi scioglievo sempre in un brodo di giuggiole e così mi accoccolai sul suo prorompente seno incurante degli altri amici.
“Mo vabé Baglu, scusa il disturbo. Volevamo salutarti, io e Martin andiamo in ferie con le nostre rispettive consorti ed io anche con la figliolanza, sai com’è, i bambini…sole, mare, pallone…”
“Eh, posso immaginare caro Rifo. Ho sempre pensato che saresti stato un buon padre anche per me”. E così ci salutammo ed io caddi in una sorta di commozione quasi cerebrale rammentando di non aver mai conosciuto mio padre di persona. Lo conobbi solo in foto ed allo specchio tutte le mattine visto che io sono sputato a lui salvo l’altezza. Io sono basso 170 cm, lui lo era 160.
Trillò il mio cellulare: la “Primavera” di Vivaldi.
“Pronto, ciao Alice !”
“Ciao Baglu, come stai ? E mia soré ? Sta sempre al banco ?”
“Se se se….sta sempre al banco del Kebab ed io la tengo sempre d’occhio. Soprattutto ora che è libera”
“A Baglu, ma lassa perde ! A proposito…quand’è che organizziamo lo spettacolo al Woody ?”
“Ehm…no…guarda…per me anche domani. Il fatto è che il Woody è stato chiuso per sempre. Il proprietario ha vinto al lotto ed è emigrato alle Mauritius. Bazar poi…beh…lui si è sposato ed ha un figlio e chi lo vede più ? E’ barricato a Svanito al Tegumento con la famiglia. Fra l’altro pare anche che sia intenzionato a votare Udc, e questo è il peggio !”
“Vabbé, nun t’abbatteeeeee….eddaiiii che te vojo bbene uguale ! E poi l’organizzamo quest’artranno. Oh, mò devo scappà in piazza che ce sta Cecchi Paone che arringa la folla. Te saluta anche Marta. Ciao nì.”
E così anche lo spettacolo “Fare giardino” per la regia del sottoscritto e sceneggiatura di Andrea G. Pinketts è rinviato.
Trillino del cellulare. Un sms. E’ Calzetta che mi scrive dall’isola di Ponza: “Bacio*******”
Valentine, giustamente, comincia a spazientirsi.

Fu così che la presi per mano e l’accompagnai in una delle stanze abusive del Kebab (che funge anche d’albergo, abusivo, appunto) e qui ci sciogliemmo in un fiume di sesso sfrenato con tanto di sfrizzi, lazzi e ca*** nostri.
“Finisce sempre così fra noi, eh Baglu ?”
“Beh, chi ben finisce è già a metà dell’opera dico io. E ciò significa che nulla finisce mai del tutto, ma tutto è in continuo inizio ed evoluzione” proferii io senza sapere veramente ciò che stavo dicendo.
“Sei il mio filosofo preferito…..” e mi baciò sulla bocca slinguazzosamente.
Dimenticai per qualche tempo la mitica Via XXX Aprile per aprirmi e Via della Colonna Infame, pensando, sommessamente, che probabilmente Lucilla Contarini (sorella acquisita di Alice, ma è comunque una storia lunga) era proprio il mio tipo.
Si può tradire con il pensiero ?
Penso, quindi sono.
Ed è già qualche cosa dopo aver per anni ritenuto di Non essere, pur continuando a pensare, agire e reagire.
Soprattutto la terza che ho detto.


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini