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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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2 febbraio 2016

"La vera famiglia è quella che nasce dall'amore. Ed è libera dalla fame". Riflessioni di Luca Bagatin

La più alta forma di democrazia per me è e rimarrà il populismo, ovvero la politica in favore del popolo, contro politici, imprenditori, edonisti e ricchi borghesi.


Lo spauracchio della "famiglia tradizionale" serve solo a preti, imam e rabbini per far credere ad una società di persone pensanti che il loro ruolo conti ancora qualche cosa.


Anche un uomo di colore, Andrea Aguyar, combattè e morì in difesa della Repubblica Romana del 1849, a fianco di Garibaldi.
Sarebbe bene ricordarlo a Matteo Salvini e ai politicanti mantenuti e parolai come lui, che per le loro idee non sarebbero affatto disposti a combattere, armi in pugno, e a morire.


Penso che il mio punto di forza sia l'essere un cinico sognatore.



L'unico politico che potrei sostenere oggi dovrebbe rinunciare ad ogni stipendio, ad ogni comodità ed essere disposto a combattere e morire per un ideale.
Dovrebbe essere, in sostanza, un mio pari.
Non un essere inferiore.


Un bambino necessita di vivere in una casa dignitosa e di avere di che vivere per tutta la vita, senza preoccupazioni.
Il resto del padre e della madre sono balle inventate dai ricchi per difendere il loro diritto ad essere compassionevoli e continuare così a fottere i poveri.


Alla fine la Storia riconoscerà il ruolo politico e culturale di Moana Pozzi, così come ha riconosciuto, e purtroppo ancora solo in parte, quello di Anita Garibaldi e di Evita Peron.



Penso che Jean-Claude Michéa e Eduard Limonov, intellettuali trasgressivi, il primo francese e il secondo russo, siano quanto più interessante vi possa essere nel panorama politico-culturale odierno.
Pur avendone già accennato in altri articoli, in questo periodo sto preparando diversi articoli su di loro, critici nei confronti della sinistra e del "progressismo", ovvero tendenti a spiegare il perché la sinistra europea e occidentale abbia abbracciato il capitalismo e la società di mercato, diventando, di fatto, uguale alla destra, ovvero a difesa dei ricchi e dei borghesi.
Chi ancora oggi, dunque, crede in una società libera, egualitaria, dalla parte dei poveri, ovvero in una società socialista, libertaria e anti-edonista ovvero anti-modernista, non può che ritrovarsi nelle tesi di Michéa (oltre che di Alain De Benoist) e di Limonov.

Non confondete mai il socialismo e l'anarchismo (anche nella versione comunista anarchica) con la sinistra e il progressismo.
Sinistra e progressismo sono, assieme al liberalismo classico, all'origine del capitalismo borghese.




30 gennaio 2016

Anita Garibaldi: Eroina dei Due Mondi

Anita Garibaldi (1821 - 1849) è un'eroina dimenticata.

Forse perché donna, forse perché straniera, forse perché la fama di suo marito Giuseppe, del quale fu sempre innamorata ed al quale diede quattro figli, ne oscurò la fama. Forse perché la sua vita fu breve e durò solo 28 anni.

Ana Maria de Jesus Ribeiro de Silva, questo il suo vero nome. Aninha per i suoi affetti più cari. Anita per la Storia che la consacrò a Eroina dei Due Mondi, per aver combattuto, a fianco al marito, sia in Brasile, contro l'oppressione imperiale, che in Italia, contro l'oppressione pontificia e clericale.

Ragazza ribelle sin da bambina e amazzone senza pari, mal sopportò il matrimonio che la famiglia le impose con il calzolaio Miguel Duarte, che lei mai amò e che morirà pochi anni dopo, combattendo nell'esercito imperiale contro i rivoluzionari.

Si innamorerà subito di Giuseppe Garibaldi, il rivoluzionario, il democratico, il repubblicano venuto dall'Italia, amante della causa degli oppressi, che sposerà e con lui intraprenderà la lotta per l'indipendenza del Rio Grande dall'Impero del Brasile e, successivamente, dopo aver dato alla luce Menotti, Rosita (che morirà di scarlattina a soli 2 anni), Teresita e Ricciotti, si trasferisce a Genova dalla madre di Garibaldi ed il marito la raggiungerà qualche mese dopo, assieme ad Andrea Aguyar, ex schiavo di colore, originario dell'Angola ed ormai divenuto fedelissimo Tenente del Generale in camicia rossa, sino alla morte avvenuta nel corso della battaglia in difesa della Repubblica Romana del 1849, contro le truppe franco-pontificie.

Anche in Italia, Anita, seguirà le imprese del marito, sino alla morte prematura causata dalla malaria e che la colpirà proprio allorquando la Repubblica Romana sarà ormai perduta., con Garibaldi in fuga e lei che viene trasportata dal marito e dai compagni su un vecchio materasso, nei pressi di Mandriole di Ravenna.

Una grande perdita per un grande uomo. Una grande perdita per l'Italia che, da tempo, l'ha dimenticata e da tempo tende a voler dimenticare Garibaldi o a sminuirne l'opera di eroe senza macchia e che, a sprezzo del pericolo – cosa che oggi pressoché nessuno avrebbe il coraggo di fare - combattè, armi in pugno, per un'Italia libera e sovrana, oltre che per un'Europa di nazioni sorelle e unite dall'ideale repubblicano e socialista umanitario. Pochi infatti sanno o ricordano che, Garibaldi, assieme a Mazzini, a Bakunin, a Marx e ad Engels, fu fra i fondatori della Prima Internazionale dei Lavoratori, nel 1864.

Oggi l'Italia, schiava dei tecnocati di Bruxelles e l'Europa, schiava del Grande Mercato Transatlantico e del Fondo Monetario Internazionale, necessiterebbero di una nuova Anita e di un nuovo Giuseppe Garibaldi in grado di liberare ancora una volta i popoli dai nuovi oppressori: politici, imprenditoriali e finanziari.

Oggi, l'Italia e l'Europa, necessiterebbero di un nuovo moto d'orgoglio e di riscatto nazionale e morale, sull'esempio seguito dall'America Latina degli ultimi quindici anni, con particolare riferimento all'Uruguay dell'ex Presidente José “Pepe” Mujica, garibaldino dei giorni nostri.

Studiamo e diffondiamo la Storia, per quel che ci riguarda e compete. Evitando soprattutto di scadere in sciocchi e stupidi revisionismi neoborbonici e neoclericali, che certo non onorano la memoria dei combattenti di ogni epoca, ideale e Paese d'origine.


Luca Bagatin




15 gennaio 2016

Le due maggiori Obbedienze Massoniche si confrontano a Sanremo il 26 gennaio 2016

Martedì 26 gennaio 2016, ospite dei “Martedì Letterari”, curati dall’Ufficio Cultura del Casinò di Sanremo, il Gran Maestro della Gran Loggia d'Italia, Antonio Binni si confronterà, in un pubblico dibattito, avente ad oggetto il tema “Ideali e Uomini della Massoneria per la Costituzione Italiana”, con il Ven.mo e Pot.mo Stefano Bisi, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia.

L’incontro, coordinato dal Prof. Aldo A. Mola, assume valore storico, per essere, quello programmato, il primo colloquio pubblico fra i Gran Maestri delle due più importanti Obbedienze italiane.

L’occasione è propizia per instaurare un dialogo che, pur nel rispetto più rigoroso delle reciproche specificità, permetterà tuttavia di presentarsi alla società civile come una voce sola, su molti argomenti che potranno essere illustrati, sia pure di scorcio soltanto, durante la trattazione del tema prescelto.

Il che, sia detto non per incidens, consentirà inoltre di emarginare i, purtroppo, numerosi gruppuscoli, che, in termini del tutto abusivi, si sono impadroniti della parola “massoneria”, senza, appunto, un qualsivoglia fondamento e, soprattutto, senza una vera Tradizione e una Storia che possano dar corpo e sostanza a quella indebita appropriazione.

Pure perché il pubblico potrà, a sua volta, porre quesiti, con la conseguenza che, anche per questo tramite, sarà possibile fornire risposte definitivamente chiarificatrici.

Nell’ottica anche del Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, questo dovrà costituire soltanto l’inizio di una sequela di incontri, tutti volti a rafforzare gli ideali libero – muratori all’interno della Società italiana, particolarmente in questo momento di totale disorientamento, invero, sempre più bisognosa di valori assoluti in quanto a-temporali, per essere propri dell’Uomo.

L’incontro avrà luogo alle ore 16.00. Per ulteriori ragguagli, anche per quanto concerne le eventuali prenotazioni alberghiere, é possibile contattare la Dott.ssa Marzia Taruffi, Responsabile dell’Ufficio Stampa – Cultura – Martedì Letterari - Casinò di Sanremo, ai seguenti numeri di telefoni mobili 331-6570015 / 333-3977750.

Comunicato tratto da www.granloggia.it



30 novembre 2015

Il Peronismo: giustizia sociale, indipendenza economica e sovranità nazionale !

In Argentina, “peronismo”, significa giustizia sociale, indipendenza economica e sovranità nazionale.

Prova ne è il fatto che, sino a qualche settimana fa, il partito che fu di Peron, ovvero il Partito Giustizialista, governava il Paese risollevandone le sorti, in particolare riducendo povertà e analfabetismo.

In Italia, purtroppo, a causa di una falsa interpretazione, il termine “peronista” è stato spesso associato al fascismo, al berlusconismo e, recentemente, persino al renzismo. Ovvero a quanto di più lontano ci possa essere dalla dottrina e dal governo di Juan Domingo Peron, che resse le sorti del Paese dal 1945 sino al 1955.

Un decennio storico e dai risultati encomiabili.

Un decennio ricordato da Alfredo Helman, argentino, classe 1935, che vive da moltissimi anni in Italia per ragioni politiche e che, essendo comunista da sempre (militò anche con Che Guevara ed il suo nome compare anche in “Diario in Bolivia” del Che), non è tacciabile di aprioristiche simpatie peroniste.

Nel suo “Il Peronismo 1945 – 1955: una storia argentina raccontata agli italiani” (Edizioni Clandestine), Alfredo Helman, attraverso fatti e dati numerici reali, documenta quanto di positivo ha attuato il peronismo in quel decennio storico.

Risultati che hanno portato un Paese agricolo come l'Argentina, con la terra nelle mani di pochi ricchi oligarchi, a diventare paese industriale con un benessere diffuso in particolare fra i ceti poveri e operai, con un aumento del reddito – dal 1943 al 1954 – del 55%, un aumento medio del PIL del 4% ed il passaggio del debito pubblico dal 68% al 57% nei dieci anni di governo di Juan Domingo Peron, il quale, attraverso una serie di nazionalizzazioni, dalle banche alle ferrovie sino alla flotta mercantile ed alla produzione di petrolio, riuscì ad a far passare il controllo dell'economia dalla Gran Bretagna che di fatto ne muoveva i fili, al governo argentino stesso, il quale, fra l'altro, incoraggiò molto il cooperativismo agricolo.

In questo modo, in sostanza, l'Argentina smise di dipedere dall'estero, evitò di indebitarsi con le potenze straniere, aumentò le esportazioni ed avviò una politica estera di equidistanza sia dagli Stati Uniti d'America che dall'URSS (la famosa Terza Posizione antimperialista rilanciata più volte da Peron).

Alfredo Helman, nel suo saggio, spiega come il peronismo nacque grazie al supporto degli operai, della Confederazione Generale del Lavoro (CGT) e delle classi meno agiate, oltre che del nascente Partito Laburista, il quale propose per primo la candidatura alla Presidenza della Repubblica del Generale Peron, il quale aveva già a suo tempo preso parte – attraverso il Gruppo degli Ufficiali Uniti – al colpo di stato militare contro il governo corrotto del conservatore Ramon Castillo, ricoprendo, successivamente all'esito positivo del colpo di stato, la carica di Ministro del Lavoro e del Benessere Sociale.

Fu così che Peron, nelle prime elezioni democratiche e senza brogli della storia Argentina, quelle del 1946, sarà eletto Presidente con il 52% dei consensi e iniziando ad attuare una politica in favore dei più deboli, degli anziani, dei bambini, attraverso la lotta all'analfabetismo e all'esclusione sociale, degli operai, ai quali saranno garantiti per la prima volta tutti i diritti di ferie pagate, malattia, pensione ed infortuni, l'introduzione della tredicesima mensilità, oltre che una legge contro i licenziamenti 57 anni prima dello Statuto dei Lavoratori italiano, oggi smantellato dal renzismo ! Oltre che garantendo aumenti del budget sanitario e costruendo abitazioni per coloro i quali non potevano permettersele.

E sarà anche così che il Partito Laburista si scioglierà presto nel Partito Peronista o Partito Giustizialista.

Helman riconosce qui la forte miopia di socialisti e comunisti argentini, i quali a quel tempo e spesso anche dopo – trovandosi scavalcati “a sinistra” - guardarono con sospetto la politica peronista, finendo per allearsi con la destra conservatrice che porterà al colpo di stato del 1955 che provocherà la messa al bando del peronismo, la sanguinosa dittatura militare e l'esilio di Peron in Spagna. Alfredo Helman ritiene infatti che, se socialisti e comunisti argentini avessero appoggiato Peron, le cose sarebbero andate molto diversamente e forse la dittatura antiperonista si sarebbe potuta evitare.

Aspetto non secondario della politica di Peron, fu poi la ricerca di un'unità economica, politica e sociale dell'America Latina, tentando di mantenere ottimi rapporti con i Paesi limitrofi. Politica costantemente osteggiata, per ragioni economiche, tanto dalla Gran Bretagna quanto dagli USA.

Alfredo Helman non dimentica di citare l'opera della prima moglie di Peron, Evita, la quale ancora oggi e forse anche più del marito, è ricordata dagli argentini con particolare affetto.

Evita, di fatto, condizionò molto l'attività del marito in senso sociale e proletario, giungendo spesso a dialogare direttamente con gli operai in sciopero e garantendo, attraverso la sua Fondazione, assistenza agli umili ed ai bisognosi. Assistenza che Evita odiava definire “carità”, ma semplicemente “restituzione di quanto ai poveri era stato negato dai ricchi e dagli oligarchi”.

Ed è assolutamente veritiero il fatto che, quando Evita morì, nel 1952, anche il peronismo delle origini cominciò ad affievolirsi. Non è un caso che, durante la dittatura militare che portò alla messa al bando del peronismo per 18 anni successivi, sino al 1973, si costituirono numerose bande partigiane peroniste definite “Montoneros” ed intitolate a in particolare a Evita.

Il saggio di Helman, edito una decina di anni fa, ovvero nel momento in cui in Argentina fu eletto il Presidente peronista Nestor Kirchner, al quale di fatto il saggio stesso è dedicato, si conclude con l'auspicio che i leader socialisti dell'America Latina del XXIesimo secolo, da Kirchner a Lula, passando per Chavez, Morales, Tabaré Vasquez e altri, possano essere ricordati come gli antichi Libertadores latinoamericani: da Simon Bolivar a José Marti.

Personalmente, visti i risultati ottenuti dal 2000 ad oggi, penso davvero che il Peronismo ed il Socialismo del XXIesimo secolo, abbiano trionfato in America Latina. Parlano i fatti: riduzione della povertà, riduzione dell'analfabetismo, maggiore indipendenza economica, abbassamento del debito pubblico, aumento del PIL.

Certo, l'Argentina, dopo gli ottimi governi di Nestor e Cristina Kirchner, oggi, con la vittoria del centrodestra del conservatore Marci, rischia di tornare indietro di decenni e già lo stiamo vedendo con la nomina a Ministro dell'Agricoltura dell'ex direttore della Multinazionale OGM Monsanto.

Purtuttavia sono convinto che lo spirito peronista che ancora pervade il fiero popolo argentino saprà porre un argine alle storture dei fautori di un mercato senza umanità e senza amore.

Uno spirito socialista e nazionale che in Venezuela, alle imminenti elezioni legislative, mi auguro confermi la vittoria del fronte chavista, contro l'oligarchia di destra.

Uno spirito, quello peronista e socialista nazionale, che purtroppo è lontano anni luce dalla nostra Europa, la quale, da una parte ha visto la sinistra tradizionale vendersi al capitalismo più becero (vedi i vari Blair, Hollande, Renzi, Schulz) e dall'altra una destra che ha da sempre difeso la grande impresa a scapito dei più deboli e dei lavoratori.

Abbiamo decisamente molto da approfondire e da imparare. A partire soprattutto dal fatto che la vera democrazia non è il governo della maggioranza o dei ricchi, bensì il governo del popolo. Di un popolo alla ricerca della giustizia sociale, dell'indipendenza economica e della sovranità nazionale.


Luca Bagatin



25 settembre 2015

"Non prendere, imprendere, pretendere. Semplicemente intraprendi !". Riflessioni e aforismi di Luca Bagatin

“Siete tutti figli di puttana ! Io sono il Casanova e il Che Guevara della letteratura russa ! In questo mondo di belle donne e di uomini malvagi, in questo mondo del sangue, della guerra, degli eroi e dei draghi, io mi sono già conquistato un posto alla tavola rotonda degli eventi”.


(Eduard Limonov)




Forse anche io avrei preferito vivere durante la Seconda Guerra Mondiale. Allora almeno c'erano i partigiani che, armi in pugno, si battevano contro i fascisti al governo. Oggi ci sono solo pappamolla. Eppure i fascisti al governo ci sono ancora.

Non ho capito perché tanti ce l'hanno con la nuova Miss Italia.
Il dramma è che esistano ancora manifestazioni ebeti per ragazze che possono mostrare solo il loro corpo (e solo in parte !) e non la loro anima.


Mi guardo bene dall'essere di sinistra, ma sicuramente non sono di destra.


La vita è mistero. Non possiamo che arrenderci al mistero e tentare di comprenderlo. Ma senza pretendere di giungere per forza alla verità. Ciò implica l'eterno dubbio.


Non credo ai ruoli imposti, alle risposte scontate e ai luoghi comuni.
Se sono diventato cinico e mi sono alquanto rotto le palle è perché la mentalità dell'universo mondo è pressoché piatta e appiattita su sé stessa.


Ho trovato più solitudine e isolamento a Roma che in trent'anni vissuti in un piccolo paese del nord.


Le donne sono imprevedibili e ciò non sempre in modo positivo. Personalmente mi sono dovuto organizzare di conseguenza.
Puoi stare con me per piacere o per amore, ma togliti dalla testa l'idea di fidanzarti o di spostarti con me.
Le storie non durano ed il mio cuore è stato fatto a pezzi già da quel dì.

(non so quanti uomini o, meglio, maschi, abbiano il coraggio di essere sinceri quanto me...)


La mia idea di impresa è una società senza imprese né imprenditori.
Ovvero senza sfruttatori né ladri.


Non voglio prendere, pretendere, imprendere. Ovvero non voglio rubare.
Preferisco intraprendere.





11 settembre 2015

Né con Obama, né con Putin. Con gli oppressi e gli sfruttati, per la Civiltà dell'Amore

VERSUS

Da diverso tempo noto, nel panorama politico ed in quello dei cosiddetti “social-network”, l'avanzare di nuove polarizzazioni che ricalcano pressoché totalmente le vecchie polarizzazioni tipiche dei tempi della Guerra Fredda: da una parte i “filo-occidentali” e dall'altra i “filo-russo/cinesi”.

Francamente tale nuova polarizzazione, in un mondo che dovrebbe invece essere finalmente multipolare (oltre che multietnico e multireligioso), mi preoccupano non poco.

Lo stesso conflitto in Siria, che vede da una parte contrapporsi i putiniani agli obamian-hollandiani mi preoccupa non poco.

Posto che un governo legittimo è e deve sempre essere sostenuto, ed in questo caso il governo legittimo è quello di Bashar-al-Assad, direi che si potrebbe anche andare oltre.

Personalmente sono da sempre molto critico nei confronti dell'Occidente ed in particolare del suo sistema capitalistico/edonistico, ma, parimenti, sono da sempre critico nei confronti del sistema comunista/socialista reale/statalista, oggi per molti versi incarnato dalla Russia di Putin e dalla Cina, le quali peraltro si sono inventate un sistema capital-socialista che, nei fatti, garantisce ricchezza solo a pochissimi oligarchi ed affama e sfrutta i popoli.

Ritengo peraltro che, sullo scenario geopolitico odierno, non esistano peggiori criminali di Putin (che fece assassinare peraltro anche il giornalista di Radio Radicale Antonio Russo, oltre che Anna Politkovskaja), della Cina capital-comunista (che imploderà su sé stessa, con tutte le sue barbarie) oltre che il resto del sedicente mondo libero che, grazie alle invasioni di Libia e Siria, ha prodotto fenomeni terroristici e destabilizzatori come l'Isis.

Spirali di speranza, come ho scritto negli ultimi anni, vi sono da qualche tempo unicamente in America Latina. Ma solo se la gran parte di quei Paesi saprà essere libera dai “giochi geopolitici” delle grandi potenze egemoniche (USA, Russia, Cina in primis), come dovevano essere liberi dagli opposti imperialismi (capitalista e comunista) i Paesi del Terzo Mondo nel periodo della Guerra Fredda (come negli ideali di Juan Domingo Peron), pur non essendoci riusciti o non del tutto, salvo rare esperienze come quella peronista e gheddafiana e, solo in parte, cubana.

Recentemente ho avuto modo di dibattere sul web con un amico che si definisce “socialista scientifico” e che difende le posizioni di Putin.

Con lui ho voluto porre la seguente analisi, che parte da lontano, ovvero dalla contrapposizione – in seno alla Prima Internazionale dei Lavoratori – fra mazziniani e garibaldini da una parte e fra socialisti-marxisti dall'altra.

Un'analisi che va oltre la politica e la cosiddetta realpolitik e va a toccare l'umanità e lo spirito, ovvero la liberazione dai suoi bisogni materiali, per giungere a quelli spirituali.

Garibaldi muoveva critiche a Marx ed al suo socialismo scientifico proprio in quanto quest'ultimo non teneva conto dell'essere umano e della sua universalità, anche spirituale. Garibaldi, come Mazzini, del resto, non era ateo, ma teosofo e si rifaceva al "socialismo del cuore", al socialismo di ispirazione cristiana di Saint Simon. Così come Chavez, Peron, Sandino e persino Gheddafi se vogliamo, avevano un'ispirazione spirituale e non-materialistica dell'esistenza.

Mazzini, pur non essendo socialista, parlava di "Dio e Popolo", ovvero di un Dio incarnato nel Popolo stesso e viceversa. Il Dio degli insegnamenti del Cristianesimo gnostico.

La spiritualità è, in questo senso, superiore alla politica. Lo fu per lo stesso Gandhi che a Mazzini ed ai "Doveri dell'Uomo" si ispirò.

In questo senso tutte le dottrine anti-capitaliste ed anti-comuniste hanno una base spirituale e gnostica. Il mazzinianesimo, il garibaldinismo, La Terza Posizione peronista, persino l'impostazione chavista (ogni discorso di Chavez si rifà al Cristo Redentor) o quella di Evo Morales e di Rafael Correa, Presidente socialista cristiano dell'Ecuador e di coloro i quali danno alla Madre Terra valore spirituale e costiuzionale.

Il socialismo scientifico, che poi si è inverato nelle teorie economiche di Marx ed Engels, lungi dall'avere una visione spirituale ed umanitaria, ha piuttosto un'impostazione materialistica ed industrialista (ovvero progressista in senso tecnologico e non spirituale) non diversa dal capitalismo. E ciò comporta: distruzione dell'ecosistema, di ogni forma di spiritualità, affetto, amore, condivisione fra le persone, sessualità libera ecc.... Laddove il capitalismo mercifica, il socialismo scientifico abolisce, opprime, sopprime.

Il mondo, da sempre e non da oggi, si divide dunque in sfruttatori/edonisti/oligarchi (politici, imprenditori, criminalità organizzata...) ed in persone alla ricerca di amore e liberazione dai bisogni. Purtuttavia ci hanno voluto far credere che tutto dipenda dalla politica e dall'economia, quando, io credo, tutto dipenda dalla quantità di amore e di spiritualità che ciascuno è in grado di contrapporre al Potere.

Dunque, ancora una volta, attenzione a lasciarsi abbagliare dalle pseudo-democrazie occidentali e dalle oligarchie neo-sovietiche.

I cittadini diventino, finalmente, protagonisti del loro destino. Imparino ad autogovernarsi e ad autogestire il proprio lavoro. Liberandosi, così, dal giogo delle ideologie, delle strutture e delle sovrastrutture economico-politiche, per approdare dunque alla liberazione ed all'elevazione dello spirito.


Luca Bagatin



18 gennaio 2015

In memoria di Bettino Craxi a quindici anni dalla morte

E' paradossale che – a quindici anni dalla morte di un grande statista – l'Italia di oggi sia governata da un piccolo politico autoritario con tanti nei in faccia, amico dei Poteri Forti, amico dei banchieri e delle élite finanziarie d'Europa ed Occidente. Un piccolo uomo figlio peraltro dell'incultura cattocomunista, ovvero della conservazione all'italiana in salsa berlingueriana.

E' paradossale che, quello che i comunisti di allora definivano in modo spregiativo “il Cinghialone”, fosse in realtà l'unico leader riformista e di sinistra dell'epoca e soprattutto sia stato anche l'ultimo.

Con l'avvento del golpe di Tangentopoli che – cosa unica nel mondo cosiddetto civile – spazzò via i partiti di governo per aprire la strada alle destre (sia nere che rosse) e l'esilio di Bettino Craxi ad Hammamet, infatti, la sinistra italiana è per sempre morta. E così la democrazia in questo nostro Paese, sostituita da leggi elettorali incostituzionali ed autoritarie, come autoritarie sono le misure adottate in particolare da quest'ultimo governo, che ha fatto strage di disoccupati e lavoratori.

Del resto Bettino era figlio naturale di un socialista e fu figlio politico di un socialista che in gioventù fu persino anarchico e repubblicano, ovvero Pietro Nenni. La sua, insomma, fu una storia libertaria sin dalle origini. E non fu un caso se, nel 1976, volendo rompere con la tradizione reazionaria del movimento operaio, ovvero con la tradizione marxista, parlò di Proudhon, ideatore del socialismo anarchico; parlò di Garibaldi, recuperando l'idea del Socialismo Umanitario e Nazionale; perlò di Carlo e Nello Rosselli, ricollegandosi così alla tradizione mazziniana del Partito d'Azione.

E, sia prima che durante gli anni del suo Governo, mai smise di finanziare i Movimenti di Liberazione Nazionale da quello socialista greco guidato da Panagulis sino a quello cileno e mai smise di dialogare con le avanguardie libertarie, con i Radicali, con le avanguardie operaie, con Lotta Continua, Autonomia Operaia, Democrazia Proletaria ecc... Cosa che i cattocomunisti, sin dai tempi di Berlinguer, mai vollero fare, preferendo dialogare con la Democrazia Cristiana, al punto che i loro eredi, oggi, hanno fondato il Partito Democratico, un frammisto di moderatismo e conservatorismo che li porta naturalmente agli antipodi dell'Internazionale Socialista, di cui pur hanno – indebitamente – fatto parte.

Sarà che da tempo nell'Internazionale Socialista non ci sono più i Papandreu, i Gonzales, i Mitterand, ovvero i rappresentanti autentici del socialismo delle origini, oggi sostituiti dai servi della BCE e del Fondo Monetario Internazionale quali Hollande e Schulz.

Bettino Craxi, amato dai laici al punto che il suo approdo voleva essere un grande partito della democrazia laica, che vedesse uniti socialisti, radicali, verdi, repubblicani, socialdemocratici e libertari, oltre che amato dalla destra nazionale che in lui vide il leader in grado di riportare il Made in Italy nel mondo e ridiede una nuova sovranità all'Italia, senza mandarle a dire nemmeno agli Stati Uniti d'America (vedi la vicenda di Sigonella), fu anche l'ideatore della Grande Riforma, ovvero il rafforzamento del governo in chiave presidenzialista e fu il principale acerrimo nemico di quei Poteri Forti bancari ed imprenditoriali che finiranno presto – grazie al golpe di Tantengopoli - per svendere l'Italia, attraverso indiscriminate privatizzazioni.

Craxi fu peraltro sempre molto critico nei confronti del rigoroso Trattato di Maastricht che egli avrebbe voluto rinegoziare, ovvero nei confronti di un'Europa unita che avrebbe avvantaggiato unicamente le élite economico-finanziarie a tutto scapito dei cittadini.

E' aberrante pensare che egli sia morto da sconfitto e che oggi al potere – quello con la P maiuscola – ci siano i suoi più acerrimi nemici, ovvero coloro i quali sono riusciti ad attuare quelle politiche anti-popolari che egli aveva tentato di contrastare.

Ed è aberrante pensare che costoro, travestiti da “uomini di sinistra”, si siano rivelati invece i più reazionari servi della BCE e del FMI.

Noi socialisti senza tessera, né di destra né di sinistra, noi libertari, noi repubblicani mazziniani e garibaldini, onoriamo, ad ogni modo, la memoria di questo grande uomo che – se oggi fosse ancora fra noi – avrebbe fatto grande questa Patria, da troppo tempo violentanta e vilipesa.


Luca Bagatin



14 gennaio 2015

Intervista dell'artista Daniele Pacchiarotti allo scrittore, giornalista e attivista (anti)politico Luca Bagatin

Nell'intervista - a braccio, senza filtri e senza tagli - fattami dall'artista Daniele Pacchiarotti e realizzata dal fotografo Antonello Ariele Martone - parliamo di temi di scottante attualità: Massoneria, politica, (anti)politica, religioni e fondamentalismo, donne, mass-media, Risorgimento, Amore e Libertà, libertà civili e sessuali, arte, erotismo e molto altro.



28 dicembre 2014

Il Socialismo non è né di destra né di sinistra ed il perché la sinistra USA ed europea hanno abbracciato le politiche neo-capitalistiche e "liberal". Un articolo di Alain De Benoist

Desideriamo pubblicare qui di seguito il pur lungo ma interessante articolo dell'intellettuale francese Alain De Benoist apparso oggi sulla rivista socialista "Critica Sociale".
Articolo che reputiamo interessante per due ragioni fondamentali: la prima è lo sfatare il falso mito che vorrebbe il Socialismo un'ideale di sinistra, allorquando esso - sia sotto il profilo storico, culturale e politico - trascende tanto la destra quanto la sinistra. In secondo luogo l'articolo di De Benoist pone l'accento sull'ideologia "progressista" e "liberal", dimostrando come essa abbia sostituito al socialismo classico l''individualismo radical chic" ed all'internazionalismo il "cosmopolitismo" e l'"immigrazionismo", ovvero tutti quei fattori che hanno alimentato il profitto, lo sradicamento e lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo in nome di presunti "diritti umani".
In ultima analisi il saggio di De Benoist dimostra il perché la sinistra "liberal" statuintense e quella europea abbiano, in sostanza, abbracciato con grande eutusiasmo le politiche neo-capitalistiche ed imperialiste della Federal Reserve, del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Centrale Europea.

L.B.




LA CRISI DEL SOCIALISMO E' L'IDEOLOGIA PROGRESSISTA
UN SAGGIO DI ALAIN DE BENOIST SUL LIBRO DI MICHEA'
(tratto da: http://www.criticasociale.net/index.php?vftid=10ec336200e53a9f6266b5f985e1ad97&vfuh=ef9a398277f9a6e306b7bb7983a8d7bf&&function=editoriale_page&id=0000403)


Sposando l'ideologia "progressista-illuministica", il socialismo si è subordinato al pensiero liberista e moralmete ha perso la sua radice umanistico-cristiana, né di destra, né di sinistra ma universale.

Data: 2014-12-28

Alain De Benoist

Il gennaio 1905, il «regolamento» della Sezione francese dell’Internazionale operaia (SFIO) – il partito socialista dell’epoca – indicava ancora quest’ultima come un «partito della classe operaia che si prefigge di socializzare i mezzi di produzione e scambio, ossia di trasformare la società capitalistica in società collettivista o comunista, attraverso l’organizzazione economica e politica del proletariato». Beninteso, nessun partito «socialista» oserebbe oggi dire una cosa del genere, essendo i socialisti diventati socialdemocratici o social-liberali. 

Che oggi la «sinistra», nella sua quasi totalità, sia divenuta riformista, che abbia aderito all’economia di mercato, che si sia progressivamente separata dai lavoratori e dalle classi popolari, non è certo una rivelazione. Lo spettacolo della vita politica ne è una ininterrotta dimostrazione. Per questo, ad esempio, le grida della sinistra sono così deboli nella grande tormenta finanziaria mondiale attuale: semplicemente, essa non è disposta più della destra a prendere le misure che permetterebbero di intraprendere una vera guerra contro l’influenza planetaria della Forma-Capitale. Come osserva Serge Salimi, «la sinistra riformista si distingue dai conservatori per il tempo di una campagna elettorale grazie a un effetto ottico. Poi, quando le è data l’occasione, si adopera a governare come i suoi avversari, a non disturbare l’ordine economico, a proteggere l’argenteria della gente del castello» . 

La domanda che si pone è: perché? Quali sono le cause di questa deriva? La si può spiegare unicamente con l’opportunismo dei singoli, ex rivoluzionari divenuti notabili? Bisogna vedervi una lontana conseguenza dell’avvento del sistema fordista? Un effetto della congiuntura storica, cioè del crollo del blocco sovietico che ha annientato l’idea di una credibile alternativa al sistema di mercato? 
Ne Le complexe d’Orphée, il suo ultimo libro pubblicato, Jean-Claude Michéa dà una risposta più originale e anche più profonda: la sinistra si è separata dal popolo perché ha aderito molto presto all’ideologia del progresso, che contraddice nettamente tutti i valori popolari . 
Fondamentalmente orientata verso l’avvenire, la filosofia dei Lumi, come si sa, demonizza le nozioni di «tradizione», «consuetudine», «radicamento», vedendovi solo superstizioni superate e ostacoli alla trionfale marcia in avanti del progresso. Tendendo all’unificazione del genere umano e contemporaneamente all’avvento di un universo «liquido» (Zygmunt Bauman), la teoria del progresso implica il ripudio di ogni forma di appartenenza «arcaica», ossia anteriore, e la distruzione sistematica della base organica e simbolica delle solidarietà tradizionali (come fece in Inghilterra il celebre movimento delle enclosures, che costrinse all’esodo migliaia di contadini privati dei loro diritti consuetudinari, per convertirli in manodopera proletaria sradicata e dunque sfruttabile a volontà nelle manifatture e nelle fabbriche ). In un’ottica «progressista», ogni giudizio positivo sul mondo così com’era una volta rientra dunque necessariamente nell’ambito di un passatismo «nostalgico»: «Tutti coloro i quali – ontologicamente incapaci di ammettere che i tempi cambiano – manifesteranno, in qualunque campo, un qualsiasi attaccamento (o una qualsiasi nostalgia) per ciò che esisteva ancora ieri tradiranno così un inquietante “conservatorismo” o addirittura, per i più empi tra loro, una natura irrimediabilmente “reazionaria”» . Il mondo nuovo deve essere necessariamente edificato sulle rovine del mondo di prima. Poiché la liquidazione delle radici forma la base del programma, se ne deduce che «solo gli sradicati possono accedere alla libertà intellettuale e politica» (Christopher Lasch). 
Questa è la rappresentazione del mondo che, nel XVIII secolo, ha accompagnato l’ascesa sociale della borghesia e, con essa, la diffusione dei valori mercantili. Atteggiamento moderno corrispondente a un universalismo astratto nel quale Friedrich Engels vedeva, a giusta ragione, il «regno idealizzato della borghesia». (Anche Sorel, a suo tempo, aveva sottolineato il carattere profondamente borghese dell’ideologia del progresso). Ma anche antico comportamento monoteista che scaglia l’anatema contro le realtà particolari in nome dell’iconoclastia del concetto, vecchio atteggiamento platonico che discredita il mondo sensibile in nome delle idee pure . 
La teoria del progresso è direttamente associata all’ideologia liberale. Il progetto liberale nasce, nel XVII secolo, dal desiderio di farla finita con le guerre civili e di religione, rifiutando al contempo l’assolutismo, ritenuto incompatibile con la libertà individuale. Dopo le guerre di religione, i liberali hanno creduto che si potesse evitare la guerra civile solo smettendo di appellarsi a valori morali condivisi. Erano favorevoli a uno Stato che, per quanto riguardava la «vita buona», fosse neutro. 
Poiché la società non poteva più essere fondata sulla virtù, il buon senso o il bene comune, la morale doveva restare un affare privato (principio di neutralità assiologia). L’idea generale era che si poteva fondare la società civile solo sull’esclusione di principio di ogni riferimento a valori comuni – il che equivaleva, in compenso, a legittimare qualunque desiderio o capriccio che fosse oggetto di una scelta «privata». 
Il progetto liberale, spiega Jean-Claude Michéa, ha prodotto due cose: «Da un lato, lo Stato di diritto, ufficialmente neutro sul piano dei valori morali e “ideologici”, e la cui unica funzione è di badare che la libertà degli uni non nuoccia a quella degli altri (una Costituzione liberale ha la stessa struttura metafisica del codice della strada). Dall’altro, il mercato auto-regolatore, che si presume permetta a ciascuno di accordarsi pacificamente con i suoi simili sull’unica base dell’interesse ben compreso delle parti interessate» . 
Lo Stato di diritto «assiologicamente neutro» è in effetti una doppia illusione. In primo luogo, la sua neutralità è completamente relativa: nella vita reale, i liberali affermano i loro principi e i loro valori con altrettanta forza degli antiliberali. Inoltre, la neutralità in materia di valori (la teoria secondo la quale lo Stato non deve pronunciarsi sulla questione della «vita buona», perché ciò lo indurrebbe a discriminare tra i cittadini) sfocia in pratica in contraddizioni insolubili, come dimostra la teoria dei diritti dell’uomo, che proclama diritti contraddittori, dato che alcuni di essi possono essere applicati solo a condizione di ignorarne o violarne altri. Queste contraddizioni sono costantemente sottoposte a procedure giudiziarie, ma non possono essere risolte in maniera puramente tecnica o procedurale. 
La dicotomia destra-sinistra viene spesso fatta risalire alla Rivoluzione francese, dimenticando in tal modo che essa è davvero pienamente entrata nel discorso pubblico solo alla fine del XIX secolo. Alla vigilia della Rivoluzione, lo spartiacque principale non oppone la «destra» e la «sinistra», ma un’aristocrazia fondiaria dotata di potere politico e una borghesia mercantile acquisita alle idee liberali. Nessuno, in quell’epoca, difende veramente il popolo. Retrospettivamente, il libro di Michéa spiega d’altronde anche l’ambiguità della Rivoluzione francese: rivoluzione borghese, ma fatta in nome del «terzo stato» (e soprattutto della «nazione»), ispirata al contempo alle idee di Rousseau e del liberalismo dei Lumi, «progressista» con Condorcet, m affascinata dal’Antichità con Robespierre o Saint-Just. 
Durante tutta la prima parte del XIX secolo, sono appunto i liberali a formare il cuore della «sinistra» parlamentare dell’epoca (il che spiega il senso che ha conservato oggi negli Stati Uniti la parola liberal). I liberali riprendono quell’idea fondamentalmente moderna consistente nel vedere nello «sradicamento dalla natura e dalla tradizione il gesto emancipatore per eccellenza e l’unica via d’accesso a una società “universale” e “cosmopolita» . Benjamin Constant, per citare solo lui, è il primo a celebrare quella disposizione della «natura umana» che induce a «immolare il presente all’avvenire». 
Mentre la III Repubblica vede la borghesia assumere a poco a poco l’eredità della rivoluzione del 1789, il movimento socialista si struttura in associazioni e partiti. Ricordiamo che la parola «socialismo» appare solo verso il 1830, in particolare in Pierre Leroux e Robert Owen, nel momento in cui il capitalismo si afferma come forza dominante. Il diritto di sciopero è riconosciuto nel 1864, lo stesso anno della fondazione della I Internazionale. Orbene, i primi socialisti, la cui base sociale si torva soprattutto tra gli operai di mestiere, non si presentano affatto come uomini «di sinistra». Michéa ricorda, d’altronde, che «il socialismo non era, in origine, né di sinistra né di destra»  e che non sarebbe mai venuto in mente a Sorel o a Proudhon, a Marx o a Bakunin di definirsi come uomini «di sinistra». A parte i «radicali», la «sinistra», all’epoca, non designa niente. 
In origine, il movimento socialista si pone, in effetti, come forza indipendente, sia nei confronti della borghesia conservatrice e dei «reazionari» che dei «repubblicani» e di altre forze di «sinistra». Ovviamente, si oppone ai privilegi di caste legate alle gerarchie dell’Ancien Régime – privilegi conservati in altra forma dalla borghesia liberale – ma si oppone ugualmente all’individualismo dei Lumi, ereditato dall’economia politica inglese, con la sua apologia dei valori mercantili, già così ben criticati da Rousseau. Esso, dunque, non abbraccia le idee della sinistra «progressista» e comprende bene che i valori di «progresso» esaltati dalla sinistra sono anche quelli cui si richiama la borghesia liberale che sfrutta i lavoratori. In realtà, lotta, al contempo, contro la destra monarchica e clericale, contro il capitalismo borghese, sfruttatore del lavoro vivo, e contro la «sinistra» progressista erede dei Lumi. Si è così in un gioco a tre, molto differente dallo spartiacque destra-sinistra che si imporrà all’indomani della Prima Guerra mondiale. 
È, d’altronde, contro il riformismo e il parlamentarismo della «sinistra» che il socialismo proudhoniano o il sindacalismo rivoluzionario soreliano oppongono allora l’ideale del mutualismo o dell’autonomia dei sindacati e la volontà rivoluzionaria all’opera nell’«azione diretta» – ideale che si cristallizzerà nel 1906 nella celebre Carta di Amiens della CGT. 
I primi socialisti non erano nemmeno avversari del passato. Più esattamente, distinguevano molto bene ciò che, nell’Ancien Régime, rientrava nell’ambito del principio di dominazione gerarchica, da essi rifiutato, e ciò che dipendeva dal principio «comunitario» (la Gemeinwesen di Marx) e dai valori tradizionali, morali e culturali che lo sottendevano. «Per i primi socialisti, era chiaro che una società nella quale gli individui non avessero avuto più niente altro in comune che la loro attitudine razionale a concludere accordi interessati non poteva costituire una comunità degna di questo nome» . Proprio per questo, Pierre Leroux, uno dei primissimi teorici socialisti, affermava non soltanto che «la società non è il risultato di un contratto», ma che, «lungi dall’essere indipendente da ogni società e da ogni tradizione, l’uomo trae la sua vita dalla tradizione e dalla società». 
Per il popolo, il passato non era soltanto ciò che gli permetteva di inscriversi in una filiazione e in una continuità storiche particolari, ma ciò che gli permetteva di giudicare il valore delle innovazioni che gli venivano proposte. Da questo punto di vista, la «tradizione» era più una protezione che una costrizione. In passato, molte rivolte popolari avevano già trovato la loro origine in una volontà chiaramente manifestata di difendere le consuetudini e le tradizioni popolari contro la Chiesa, la borghesia o i principi. Il motivo di ciò è che sono le consuetudini, le tradizioni, le forme particolari della vita locale, ossia le comunità radicate, a permettere da sempre l’emersione di un mondo comune e a costituire, ugualmente da sempre, il quadro nel quale «possono dispiegarsi le strutture elementari della reciprocità e dunque, ugualmente, le condizioni antropologiche dei differenti processi etici e politici che permetteranno eventualmente di estenderne il principio fondamentale ad altri gruppi umani, se non addirittura all’intera umanità» . 
Questo sguardo sul passato non contraddiceva affatto l’internazionalismo o il senso dell’universale. I primi socialisti erano perfettamente coscienti che è «sempre a partire da una tradizione culturale particolare che appare possibile accedere a valori veramente universali»  e che «in pratica, l’universale non può mai essere costruito sulla rovina dei radicamenti particolari» . Per dirla con lo scrittore portoghese Miguel Torga, essi pensavano che «l’universale è il locale, meno le mura». «Dal momento che solo chi è effettivamente legato alla sua comunità d’origine – alla sua geografia, alla sua storia, alla sua cultura, ai suoi modi di vivere – è realmente in grado di comprendere coloro che provano un sentimento paragonabile nei confronti della propria comunità», scrive ancora Michéa, «possiamo concluderne che il vero sentimento nazionale (di cui l’amore della lingua è una componente essenziale) non soltanto non contraddice ma, al contrario, tende generalmente a favorire quello sviluppo dello spirito internazionalista che è sempre stato uno dei motori principali del progetto socialista» . 
Come il patriottismo non deve essere confuso con il nazionalismo (di destra»), così l’internazionalismo non deve essere confuso con il cosmopolitismo (di «sinistra»). Poiché l’abbandono o l’oblio della propria cultura rendono incapaci di comprendere l’attaccamento degli altri alla loro, il risultato dell’universalismo astratto non è il regno del Bene universale, ma la realizzazione di un «universo ipnotico, glaciale e uniformato» il cui soggetto è quell’essere narcisistico pre-edipico, immaturo e capriccioso che è il consumatore contemporaneo. 
In Francia, l’alleanza storica tra il socialismo (influenzato prima dalla socialdemocrazia tedesca e poi dal marxismo) e la «sinistra» progressista si instaura all’epoca dell’affare Dreyfus (1894). Svolta profondamente negativa. Nato dalla preoccupazione di una «difesa repubblicana» contro la destra monarchica, clericale o nazionalista, si delinea un compromesso che partorirà in primo luogo i cosiddetti «repubblicani progressisti». Si crea allora una confusione tra ciò che è emancipatore e ciò che è moderno, i due termini essendo a torto ritenuti sinonimi. 
È in questo momento, scrive Michéa, che il movimento socialista è stato «progressivamente indotto a sostituire alla lotta iniziale dei lavoratori contro il dominio borghese e capitalista quella che avrebbe presto opposto – in nome del “progresso” e della “modernità – un “popolo di sinistra” e un “popolo di destra” (e, in questa nuova ottica, era evidentemente scontato che un operaio di “sinistra” sarebbe stato sempre infinitamente più vicino a un banchiere di sinistra o a un dirigente di sinistra del FMI che a un operaio, a un contadino o a un impiegato che dava i suoi voti alla destra)» . Questo compromesso ha assunto due aspetti: «Da un lato, ha portato ad ancorare il liberalismo – motore principale della filosofia del Lumi – nel campo delle “forze di progresso” […] Dall’altro, ha contribuito a rendere in anticipo illeggibile l’originaria critica socialista, poiché quest’ultima sarebbe nata appunto da una rivolta contro la disumanità dell’industrializzazione liberale e l’ingiustizia del suo diritto astratto» . 
Allora – e soltanto allora – la causa del popolo ha cominciato a divenire sinonimo di quella di progresso, all’insegna di una «sinistra» che voleva essere anzitutto il «partito dell’avvenire» (contro il passato) e l’annunciatrice dei «domani che cantano», ossia della modernità in marcia. Soltanto allora si è reso necessario, quando ci si voleva situare «a sinistra», ostentare un «disprezzo di principio per tutto ciò che aveva ancora il marchio infamante di “ieri” (il mondo tenebroso del paese d’origine, delle tradizioni, dei “pregiudizi”, del “ripiegamento su se stessi” o degli attaccamenti “irrazionali” a esseri e luoghi)» . Il movimento socialista, e poi comunista, riprenderà dunque per proprio conto l’ideale «progressista» del produttivismo ad oltranza, di quel progetto industriale e iperurbano che ha completato lo sradicamento delle classi popolari, rendendole ancora più vulnerabili all’influenza della Forma-Capitale. (Il che spiega anche che quell’ideale abbia ricevuto una migliore accoglienza tra gli operai già sradicati che tra i contadini). 
D’ora innanzi, per difendere il socialismo, bisognava credere alla promessa di una marcia in avanti dell’umanità verso un universo radicalmente nuovo, governato soltanto dalle leggi universali della ragione. Per essere «di sinistra», bisognava classificarsi tra coloro che, per principio, rifiutano di guardare indietro, così come fu intimato a Orfeo. (Di qui il titolo del libro di Jean-Claude Michéa: disceso nel regno dei morti con la speranza di ritrovare Euridice e di riportarla nel mondo dei vivi, Orfeo si vede proibire da Ade di voltarsi indietro, altrimenti perderà per sempre la sua bella. Beninteso, egli violerà all’ultimo momento questa proibizione). A questa deriva, in cui vede a giusta ragione un’impostura, si oppone Michéa con una fermezza pari al suo talento. 
Separato dalle sue radici, il movimento operaio è stato nello stesso tempo privato delle condizioni e dei mezzi della sua autonomia. Come aveva ben visto George Orwell, la religione del progresso priva infatti l’uomo della sua autonomia nel momento stesso in cui pretende di garantirla emancipandolo dal passato. Orbene, sottolinea Michéa, «dal momento in cui un individuo (o una collettività) è stato spossessato dei mezzi della sua autonomia, non può più perseverare nel suo essere se non ricorrendo a protesi artificiali. Ed è appunto questa vita artificiale (o “alienata”) che il consumo, la moda e lo spettacolo hanno il compito di offrire a titolo di compensazione illusoria a tutti coloro la cui esistenza è stata così mutilata» . 
Poiché la sinistra si considera innovatrice, il capitalismo sarà nello stesso tempo denunciato come «conservatore». Altra deriva fatale, perché la Forma-Capitale è tutto tranne che conservatrice! Marx aveva già mostrato bene il carattere intrinsecamente «progressista» del capitalismo, cui riconosceva il merito di aver soppresso il feudalesimo e annegato tutti gli antichi valori nelle «gelide acque del calcolo egoistico». A questo tratto fondante se ne aggiunge un altro, tipico delle forme moderne di questo stesso capitalismo. «Una economia di mercato integrale», spiega Michéa, «può funzionare durevolmente solo se la maggior parte degli individui ha interiorizzato una cultura della moda, del consumo e della crescita illimitata, cultura necessariamente fondata sulla perpetua celebrazione della giovinezza, del capriccio individuale e del godimento immediato […] Dunque, è proprio il liberalismo culturale (e non il rigorismo morale o l’austerità religiosa) a costituire il complemento psicologico e morale più efficace di un capitalismo di consumo» . Ora, diventando «di sinistra», il socialismo ha fatto suoi anche i principi del liberalismo culturale. La sinistra «permissiva» è così divenuta il naturale humus di espansione della Forma-Capitale. È il capitalismo che permette meglio di «godere senza ostacoli»! 
Per decenni, sotto l’etichetta di «sinistra», si troveranno dunque associate, in una permanente ambiguità, due cose totalmente differenti: da una parte, la giusta protesta morale della classe operaia contro la borghesia capitalista, e, dall’altra, la credenza liberale borghese in una teoria del progresso la quale afferma, in linea di massima, che «prima» non ha potuto che essere peggiore e che «domani» sarà necessariamente migliore. In effetti, il movimento socialista è veramente degenerato dal momento in cui è divenuto «progressista», ossia a partire dal momento in cui ha aderito alla teoria (o alla religione) del progresso – cioè alla metafisica dell’illimitato – che costituisce il cuore della filosofia dei Lumi, e dunque della filosofia liberale. Essendo la teoria del progresso intrinsecamente legata al liberalismo, la «sinistra», diventando «progressista», si condannava a confluire un giorno o l’altro nel campo liberale. Il verme era nel frutto. Il liberalismo culturale annunciava già il capovolgimento nel liberalismo economico. L’ultimo bastione a cedere è stato il partito comunista, che ha progressivamente smesso di svolgere il ruolo che in passato ne aveva decretato il successo: fornire «alla classe operaia e alle altre categorie popolari un linguaggio politico che permettesse loro di vivere la loro condizione con una certa fierezza e di dare un senso al mondo che avevano sotto gli occhi» . 
Ciò che Michéa dice della sinistra potrebbe, beninteso, essere detto della destra, con una dimostrazione inversa: la sinistra ha aderito al liberalismo economico perché era già acquisita all’idea di progresso e al liberalismo «societale», mentre la destra ha aderito al liberalismo dei costumi perché ha prima adottato il liberalismo economico. È, infatti, completamente illusorio credere che si possa essere durevolmente liberali sul piano politico o «societale» senza finire col diventarlo anche sul piano economico (come crede la maggioranza delle persone di sinistra) o che si possa essere durevolmente liberali sul piano economico senza finire col diventarlo anche sul piano politico o «societale» (come crede la maggioranza delle persone di destra). In altri termini, c’è un’unità profonda del liberalismo. Il liberalismo forma un tutto. Alla stupidità delle persone di sinistra che ritengono possibile combattere il capitalismo in nome del «progresso», corrisponde l’imbecillità delle persone di destra che ritengono possibile difendere al contempo i «valori tradizionali» e un’economia di mercato che non smette di distruggerli: «Il liberalismo economico integrale (ufficialmente difeso dalla destra) reca in sé la rivoluzione permanente dei costumi (ufficialmente difesa dalla sinistra), proprio come quest’ultima esige, a sua volta, la liberazione totale del mercato» . Ciò spiega che destra e sinistra confluiscano oggi nell’ideologia dei diritti dell’uomo, il culto della crescita infinita, la venerazione dello scambio mercantile e il desiderio sfrenato di profitti. Il che ha almeno il merito di chiarire le cose. 
La sinistra si è molto presto convinta che la globalizzazione del capitale rappresentava una evoluzione ineluttabile e un avvenire insuperabile, con la politica che, nello stesso tempo, si adattava alla globalizzazione economica e finanziaria. Il grande divorzio tra il popolo e la sinistra ne è stata la conseguenza più clamorosa. 
Il Club Jean Moulin aveva aperto la strada negli anni sessanta. La «seconda sinistra» rocardiana negli anni settanta, la Fondazione Saint-Simon negli anni ottanta hanno approfondito la breccia attraverso la quale la sinistra ha cominciato a puntare sulla «società civile» contro lo Stato e a confluire nel modello del mercato. Nella stessa epoca, il liberalismo culturale trionfa, il che si traduce in uno spostamento dei dibattiti politici verso le poste in gioco della società e verso nuovi gruppi sociali in via di autonomizzazione (donne, immigrati, omosessuali, ecc.). Infine, il denaro si impone come equivalente universale nell’ambito dei valori. «Il vincitore», ha osservato Jacques Julliard, «fu Alain Minc […] il quale aveva compreso che, assumendo le idee della seconda sinistra, si poteva fare un buonissimo deal con il neocapitalismo che si stava imponendo» . 
È emersa così una sinistra «i cui dogmi sono l’antirazzismo, l’odio dei limiti, il disprezzo del popolo e l’elogio obbligatorio dello sradicamento» . È così che l’immaginario della «sinistra moderna» – simboleggiata in Francia da Le Monde, Libération, Les Inrockuptibles e altri insigni rappresentanti del «circolo della ragione» ideologicamente dominante – è arrivato a confondersi con quelli dei padroni della BCE e del Fondo monetario internazionale. Ed è altresì per questo che «dietro la convinzione un tempo emancipatrice che non si arresta il progresso, [è diventato] sempre più difficile ascoltare qualcosa di diverso dall’idea, attualmente dominante, secondo la quale non si arrestano il capitalismo e la globalizzazione» . Ormai, la sinistra celebra la crescita, ossia la produzione di merci all’infinito, negli stessi termini dei liberali. Là dove gli uni parlano di «deterritorializzazione» (alla maniera di Deleuze-Guattari o di Antonio Negri), gli altri parlano di «delocalizzazioni». Per quanto concerne l’immigrazione, esercito di riserva del capitale, la sinistra «moderna» usa lo stesso linguaggio di Laurence Parisot («meticciato» e «nomadismo» trasformati in norme). Influenzata da coloro che hanno «distrutto il socialismo convertendolo nell’individualismo dei diritti universali e del liberalismo integrale» (Hervé Juvin), il nemico non è più il capitalismo che sfrutta il lavoro vivo degli uomini, ma il «reazionario» che ha il torto di rimpiangere il passato. 
«È dunque normale», prosegue Michéa, «che la sinistra “civica” (quella che ha rotto con ogni sensibilità popolare e socialista) appaia oggi come il luogo politico privilegiato dove sono elaborate tutte le trasformazioni giuridiche e di civiltà richieste dal mercato mondiale. Insomma, essa non è altro che il pesce-pilota del capitalismo senza frontiere o, se si preferisce, l’avanguardia culturale militante della destra liberale» . 
I «valori» della sinistra non sono più valori socialisti, ma valori «progressisti»: immigrazionismo, apertura o soppressione delle frontiere, difesa del matrimonio omosessuale, depenalizzazione di certe droghe, ecc., tutte opzioni con le quali la classe operaia è in completo disaccordo o di cui si disinteressa totalmente. Per la sinistra «moderna», che realizza l’alleanza dei funzionari, delle classi borghesi superiori, degli immigrati e dei radical chic, «rifiutare l’oscura eredità del passato (che, a priori, non può non richiamare atteggiamenti di “pentimento”), combattere tutti i sintomi della febbre “identitaria” (ossia, in altri termini, tutti i segni di una vita collettiva radicata in una cultura particolare) e celebrare all’infinito la trasgressione di tutti i limiti morali e culturali tramandati dalle precedenti generazioni (il regno compiuto dell’universale liberale-paolino dovendo coincidere, per definizione, con quello dell’indifferenziazione e dell’illimitatezza assolute) è tutt’uno» . Non si parla più del capitalismo o della lotta di classe, e ovviamente di quella anticaglia della rivoluzione. Persino il partito comunista ha quasi soppresso la parola «socialismo» dal suo vocabolario. Avendo perduto la sua identità ideologica, non è più in grado di influenzare la corrente socialdemocratica da cui dipende elettoralmente . 
Poiché l’obiettivo non è più lottare contro il capitalismo, ma combattere tutte le forme di preoccupazione identitaria, regolarmente descritte come il risorgere di una mentalità reazionaria e arretrata, «ciò spiega», constata Jean-Claude Michéa, «che il “migrante” sia progressivamente divenuto la figura redentrice centrale di tutte le costruzioni ideologiche della nuova sinistra liberale, sostituendo l’arcaico proletario, sempre sospetto di non essere abbastanza indifferente alla sua comunità originaria o, a più forte ragione, il contadino, che il suo legame costitutivo con la terra destinava a diventare la figura più disprezzata – e più derisa – della cultura capitalistica» . La sinistra cerca dunque un «popolo di ricambio». La fondazione Terra Nova, fondata nel 2008 da persone vicine a Dominique Strauss-Kahn e presieduta dal socialista Olivier Ferrand, si è resa celebre pubblicando, nel maggio 2011, un rapporto che suggerisce al partito socialista di rifondare la sua base elettorale su un’alleanza tra le classi agiate e le «minoranze» delle periferie, abbandonando operai e impiegati ai loro «valori di destra» (critica dell’immigrazione, protezionismo economico e sociale, promozione di norme forti e di valori morali, lotta contro l’assistenzialismo, ecc.). Il testo del rapporto è molto chiaro: «Contrariamente all’elettorato storico della sinistra, coalizzato dalle poste in gioco socio-economiche, questa Francia di domani è unificata anzitutto dai suoi valori culturali progressisti». «Tra i due perdenti della globalizzazione – gli immigrati ghettizzati e i modesti salariati minacciati – la sinistra in stile Terra Nova sostiene ormai i primi a scapito dei secondi» . 
Non è quindi sorprendente che il popolo si distolga da una sinistra affascinata più dal people e dalla «plebaglia» che dai lavoratori, che si dichiara per la globalizzazione, sebbene quest’ultima sia anzitutto quella del capitale, si interessa più alle iniziative «civiche» che alle trasformazioni strutturali, alla società protettiva del care più che alla giustizia sociale, alla vita associativa più che alla politica, allo spettacolo mediatico più che alla sovranità del popolo, al consenso sociale più che alla lotta di classe – e, come i liberali, concepisce l’interesse generale solo come semplice somma degli interessi particolari. Il popolo non si riconosce più in una sinistra che ha sostituito l’anticapitalismo con un simulacro di «antifascismo», il socialismo con l’individualismo radical chic e l’internazionalismo con il cosmopolitismo o l’«immigrazionismo», prova solo disprezzo per i valori autenticamente popolari, cade nel ridicolo celebrando al contempo il «meticciato» e la «diversità» , si sfinisce in pratiche «civiche» e in lotte «contro tutte le discriminazioni» (con la notevole eccezione, beninteso, delle discriminazioni di classe) a solo vantaggio delle banche, del Lumpenproletariat e di tutta una serie di marginali. 
Non è sorprendente nemmeno che il popolo, così deluso, si volga frequentemente verso movimenti descritti con disprezzo come «populisti» (uso peggiorativo che manifesta un evidente odio di classe). Citiamo ancora Michéa: «Tra la rappresentazione colpevolizzante della società ormai imposta dalla sociologia ufficiale (una minoranza di esclusi, relegati nei “ghetti etnici”, sottomessi a tutte le persecuzioni possibili e accerchiati da una Francia “di villette” che si presume appartenere alle classi medie) e l’oscura realtà vissuta da queste categorie popolari, al contempo maggioritarie e dimenticate, la distanza è divenuta assolutamente surreale. Il risultato è che le principali vittime degli aspetti nocivi della globalizzazione non trovano più nel linguaggio politicamente corretto della sinistra moderna la minima possibilità di tradurre la loro esperienza vissuta» . «Minando alla base ogni possibilità di legittimare un qualunque giudizio morale (e, di conseguenza, rifiutando simultaneamente di comprendere l’uso popolare delle nozioni di merito e responsabilità individuale), la sinistra progressista si condanna inesorabilmente a consegnare ai suoi nemici di destra interi pezzi di quelle classi popolari che, a modo loro, non domandano altro che di vivere onestamente in una società decente […] In realtà, è proprio la stessa sinistra ad aver scelto, verso la fine degli anni settanta, di abbandonare al loro destino le categorie sociali più modeste e sfruttate, volendo ormai essere “realista” e “moderna”, ossia rinunciando in anticipo a ogni critica radicale del movimento storico che, da oltre trent’anni, seppellisce l’umanità sotto un “immenso accumulo di merci” (Marx) e trasforma la natura in deserto di cemento e acciaio» . 
Georges Sorel diceva che «il sublime è morto nella borghesia, che è dunque condannata a non avere più una morale». Anche Michéa parla di morale. Ma qui non si tratta del «sublime», bensì della decenza comune (common decency) tanto spesso celebrata da Orwell. 
«È morale», diceva Emile Durkheim, «tutto ciò che è fonte di solidarietà, tutto ciò che costringe l’uomo a tenere conto dell’altro, a regolare i propri movimenti su qualcosa di diverso dagli impulsi del proprio egoismo». «Ciò spiega», aggiunge Michéa, «che la rivolta dei primi socialisti contro un mondo fondato sul solo calcolo egoistico sia stata così spesso sostenuta da una esperienza morale» . Si pensi alla «virtù» celebrata da Jaurès, alla «morale sociale» di cui parlava Benoît Malon. La «decenza comune», che è mille miglia lontana da ogni forma di ordine morale o di puritanesimo moralizzatore, è infatti uno dei tratti principali della «gente normale» ed è nel popolo che la si trova più comunemente diffusa. Essa implica la generosità, il senso dell’onore, la solidarietà ed è all’opera nella triplice obbligazione di «dare, ricevere e restituire» che per Marcel Mauss era il fondamento del dono e del controdono. A partire da essa, si è espressa in passato la protesta contro l’ingiustizia sociale, perché permetteva di percepire l’immoralità di un mondo fondato esclusivamente sul calcolo interessato e la trasgressione permanente di tutti i limiti. Ma è altresì essa che, oggi, protesta con tutta la sua forza contro quella sinistra «moderna» di cui un Dominique Strass-Kahn è il simbolo e nella quale non si riconosce più. «Da questo punto di vista», scrive Michéa, «il progetto socialista (o, se si preferisce l’altro termine utilizzato da Orwell, quello di una società decente) appare proprio come una continuazione della morale con altri mezzi» . 
Come si è capito, Michéa non critica la sinistra da un punto di vista di destra – e ce ne rallegriamo – bensì in nome dei valori fondanti del socialismo delle origini e del movimento operaio. Tutta la sua opera si presenta, d’altronde, come uno sforzo per ritrovare lo spirito di questo socialismo delle origini e porre le basi del suo rinnovamento nel mondo di oggi. Assumendo la difesa della «gente normale», egli rifiuta anzitutto che si screditino valori di radicamento e strutture organiche che, in passato, sono stati spesso l’unica protezione di cui disponevano i più poveri e i più sfruttati. 
Non è un punto di vista isolato. Il percorso di Jean-Claude Michéa si inscrive piuttosto in una vasta galassia, dove troviamo, in primo luogo, ovviamente, il grande George Orwell, al quale Michéa ha dedicato un libro notevole (Orwell, anarchiste tory), come pure Christopher Lasch, teorico di un «populismo» socialista e comunitario, grande avversario dell’ideologia del progresso , di cui ha contribuito più di chiunque altro a far conoscere il pensiero in Francia. Vi troviamo anche, per citare solo pochi nomi, il giovane Marx critico dei «diritti dell’uomo», i primi socialisti francesi, William Morris, Charles Péguy e Chesterton, l’Antonio Gramsci che sottolinea l’importanza delle culture popolari, il Pasolini degli Scritti corsari (colui che diceva: «Ciò che ci spinge a tornare indietro è umano e necessario tanto quanto ciò che ci spinge ad andare avanti»), Clouscard e la sua critica dei liberali-libertari, Jean Baudrillard e la sua denuncia della «sinistra divina», i films di Ken Loach e di Guédiguian, la canzoni di Brassens, senza dimenticare Walter Benjamin, Cornelius Castoriadis, Jaime Semprun, Anselm Jappe, Serge Latouche , ecc. 
Michéa paragona il liberalismo a un nastro di Möbius, che presenta una «faccia destra» e una «faccia sinistra», ma senza alcuna soluzione di continuità. Ciò significa che tra borghesia di destra e borghesia di sinistra, entrambe eredi della filosofia liberale dei Lumi, ci saranno sempre più affinità oggettive che tra ciascuna di queste borghesie e gli antiborghesi del loro campo. E viceversa, che esiste una complementarità altrettanto naturale tra coloro che difendono il popolo contro la borghesia sfruttatrice, si situino essi ancora a sinistra o provengano da destra. È ciò che constata Michéa quando scrive: «Poco importa, in verità, sapere da quale tradizione storica ciascuno ha tratto le particolari ragioni che lo inducono a rispettare i principi della decenza comune e a indignarsi per la loro permanente violazione ad opera del sistema capitalistico» . In un’epoca in cui la sinistra intende più che mai raccogliere le «forze di progresso», egli non esita a ad aggiungere che è «la patetica incapacità di assumere [la] dimensione conservatrice della critica anticapitalistica a spiegare, in larga parte, il profondo smarrimento ideologico (per non dire il coma intellettuale irreversibile) nel quale l’insieme della sinistra moderna è oggi immersa» . 
Non avete ancora letto Michéa? Soprattutto, non dite che un giorno lo leggerete. Leggetelo subito. Immediatamente! 

(traduzione di Giuseppe Giaccio)       



11 dicembre 2014

L'inutilità dei partitini comunisti italiani e la necessità di una profonda svolta sociale in Italia e in Europa. Sull'esempio dell'America Latina

Pare che ritorni il vecchio PCI, anzi no, il vecchio Pcd'I.

Il comitato centrale del Pdci (Partito dei Comunisti Italiani) ha deciso in questi giorni di cambiare nome e di tornare alla denominazione del 1921, ovvero Partito Comunista d'Italia e ciò – si legge nel documento approvato dal comitato – per rilanciare una soggettività comunista più grande.

Che cosa ciò significi non è dato di saperlo, visto che, in Italia, esistono già innumerevoli sigle comuniste. Comuniste almeno a parole e tutte pressoché piccole e/o piccolissime.

I Comunisti Italiani, ad ogni modo, saranno ricordati come i servitori dei Governi Prodi, D'Alema e Amato, ovvero quelli che ruppero con la Rifondazione di Fauso Bertinotti che, tutto sommato, era un socialista libertario.

Cossutta, Diliberto, Bertinotti, ad ogni modo, sono oggi tutti pressoché scomparsi, così come i loro partitini. Persino Gennaro Migliore si è convertito al renzismo e quanto a Niki Vendola, al capitale si è venduto da quel dì.

Poveri Marx ed Engels che, oltretutto mai avrebbero voluto fondare un partito politico elettoralistico ma, con il loro Manifesto auspicavano un grande movimento di massa per l'emancipazione del proletariato. E si tenga conto, oltretutto, che Engels manteneva un fitto dialogo epistolare con Filippo Tutrati, che fu il padre del Socialismo italiano e che sarà vilipeso da generazioni di “comunisti” (a parole, come dicevamo prima, visto che lo stesso Palmiro Togliatti non disdegnò di votare l'introduzione dei fascisti Patti Lateranensi in Costituzione, assieme ai democristiani ed Enrico Berlinguer con i democristiani andava a nozze sin dai tempi di Moro) !

Il proletariato o, meglio, il nuovo proletariato italiano (parliamo dei molti precari, disoccupati, pensionati sociali ecc...) è stato prima martoriato da Prodi, D'Alema e Amato e successivamente dai vari governi Berlusconi, Monti ed infine Renzi. Attraverso politiche restrittive e di austertità mai davvero contestate da un serio movimento di massa organizzato. La stessa CGIL mai ha davvero garantito i non garantiti, i disoccupati, i precari, eccetera !

Più che di partiti o partitini comunisti, di starlette della “gauche au caviar”, oggi occorrerebbe una profondissima svolta sociale.

Come avranno osservato diversi miei lettori, da diverso tempo sono un osservatore attento dell'evoluzione sociale, politica, culturale ed umana dell'America Latina. Lì leader socialisti autentici quali Hugo Chavez, Evo Morales, José Mujica ed i coniugi Kirchner, hanno saputo davvero ridurre le diseguaglianze sociali, abbattere l'analfabetismo, ridurre la disoccupazione ed aumentare il prodotto interno lordo.

Lì il socialismo autentico ha trionfato. Qui da noi ed in tutta Europa, diversamente, il cosiddetto "socialismo" sembra essere una grande burletta al soldo delle élite. Renzi socialista ? Hollande socialista ? Schulz socialista ? Ma non fateci ridere !

E quanto ai “nuovi comunisti”, ci chiediamo davvero a chi ed a che cosa possano essere utili se non alla vanagloria di qualche vecchio o nuovo esponente in cerca di notorietà politico-mediatica.

Il futuro è altro, ovvero il Socialismo del XXIesimo secolo made in Latinoamerica, senza dimenticare la proposte libertarie di Ron Paul negli USA, che vanno dall'abolizione della Federal Reserve (l'equivalente della nostra Banca Centrale Europea) sino al ritorno della sovranità monetaria ed alla promozione dei diritti civili !


Luca Bagatin


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