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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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25 gennaio 2016

Ivan Mosca. L'uomo, l'artista. l'Iniziato. (riceviamo dal Servizio Biblioteca del Grande Oriente d'Italia e, volentieri, pubblichiamo)

Il Servizio Biblioteca del Grande Oriente d’Italia è lieto di segnalarvi i prossimi appuntamenti

 

GIOVEDI 28 GENNAIO 2016 Ore 18.00

Casa Nathan – Centro Polifunzionale del Grande Oriente d’Italia

(Piazzale Medaglie d’Oro, 44 – Roma)

presentazione del volume IVAN MOSCA. L’UOMO, L’ARTISTA, L’INIZIATO

con prefazioni di Stefano Bisi, Claudio Bonvecchio (Mimesis)

Parmense di nascita, milanese di formazione, romano di adozione, Giovanni “Ivan” Mosca (1915-2005) era un “nobile viaggiatore”, animato da due passioni: l'Arte della pittura, che l'ha fatto apprezzare in tutto il mondo, e la Ricerca esoterica.

Profondo osservatore della Natura, fin da  bambino, s'incantava davanti a foglie, fiori, coccinelle, farfalle, mosche, scarabei e – con pochi tratti di carboncino – sapeva tratteggiarne le forme o trasfigurarle, cogliendone l'essenza su “altri” piani della   manifestazione.

Ivan Mosca aveva il “dono” del colore: gli bastava un attimo per ottenere l'esatta tonalità di ciò che vedeva o di ciò che aveva “intravisto” in quello che lui chiamava “stato di mag”, a metà strada tra magia e contemplazione.

Ivan aveva ricevuto la Luce Massonica il 23 maggio 1947 e, da quel giorno, sembrò non avere pace nello sviscerare – tra Roma, Parigi e Madrid - le discipline della Tradizione occidentale. Dopo aver fondato nel 1969 la R. L. “Monte Sion—Har Tzion”, n. 705 all'Or. di Roma, svolse per 30 anni i “seminari” d'istruzione seguiti da migliaia di Fratelli in Italia, Francia e Spagna. I suoi “Quaderni di Simbologia Muratoria”, editi a cura del Grande Oriente d'Italia fra il 1977 e il 1981, sono – ancora  oggi – fonte di spunti e approfondimenti sapienziali.

Gran Maestro Aggiunto nella Giunta di Ennio Battelli (1978-'82), e poi Gran Maestro Onorario, Ivan Mosca, 33°, membro effettivo “ad vitam” del Supremo Consiglio del R. S. A. A., è stato a lungo Ispettore Regionale per il Lazio.

 Interverranno: FRANCESCO INDRACCOLO (Curatore del volume), LIDIA REGHINI DI PONTREMOLI (Storica dell’Arte), CLAUDIO BONVECCHIO (Grande Oratore del G.O.I.)

Testimonianze di: BRUNO BATTISTI D’AMARIO, MASSIMO CIONI, CHRISTIAN FELLA, VALTER GUANDALINI, VILMA MOSCA

Saranno presenti il SOVRANO GRAN COMMENDATORE DEL RITO SCOZZESE ANTICO ED ACCETTATO LEO TARONI e il GRAN MAESTRO DEL GRANDE ORIENTE D’ITALIA STEFANO BISI



21 settembre 2015

"Le mie verità": Mimesis pubblica il "Libro Verde" di Mu'Ammar Gheddafi

Fra le già molto interessanti proposte editoriali della casa editrice Mimesis, desideriamo segnalarne una particolarmente rara, ovvero la pubblicazione del “Libro Verde” di Mu'Ammar Gheddafi, saggio di cui parlammo già in altro articolo e che merita di essere presentato al lettore occidentale.

Il titolo dell'opera editata da Mimesis è, in realtà, “Le mie verità”, con commento dei giornalista Marco Marsili.

Al di là del commento di Marsili, che tende troppo frettolosamente a banalizzare il pensiero del Raìs libico ragionando in termini strettamente occidentalisti, l'opera di Gheddafi è certamente unica nel suo genere, anche perché di rara reperibilità editoriale.

Un saggio tutt'altro che liberticida quello di Gheddafi, troppo frettolosamente bollato in Occidente – sull'onda dell'influenza statunitense – come dittatoriale.

Si pensi infatti che il "Libro Verde", nella sua parte iniziale, muove una critica serrata ai sistemi elettorali, fatti di partiti e di parlamenti, che, nei fatti, non rappresentano affatto la reale volontà popolare ma unicamente quella del partito che ha raccolto più voti e che come tale non rappresenta di fatto il popolo, ma solo una parte ideologica, peraltro formata da una fetta esigua di rappresentanti, ovvero i parlamentari.

E propone un sistema fondato sulla democrazia diretta, chiamata da Gheddafi Jamahiriyya, ovvero governo delle masse, da attuarsi attraverso appositi comitati popolari spontanei.

Interessante anche l'analisi economica del Raìs e colonnello Gheddafi, il quale propone un sistema di autogestione delle imprese, ove il lavoratore non è più un salariato, ma proprietario dell'impresa medesima, richiamandosi, per molti versi, non già al marxismo come sostenuto da Marsili, bensì al pensiero mazziniano ove capitale e lavoro risiedono nelle stesse mani.

Un pensiero, quello di Gheddafi, a tratti forse un po' utopistico, come egli stesso rivelò allo storico Angelo Del Boca, affermando di essere rimasto un po' deluso nel non essere stato totalmente compreso dal suo popolo, il quale talvolta ha abusato del “potere delle masse” per diventare corrotto, indolende e consumista. Le parole di Gheddafi a Del Boca sono le seguenti: “(...) I principi contenuti nel Libro Verde sono, ovviamente, principi utopistici. Se però la mia gente li avesse adottati, oggi vivremmo in un mondo più felice, più verde. Ma è difficile, con la gente di oggi, conseguire tali risultati. Di conseguenza il nostro mondo è ancora, purtroppo, di colore nero”.

Quella che il Raìs di Tripoli chiama Terza Teoria Universale, oltre capitalismo e marxismo, è, nei fatti, una nuova visione umanista non sempre di facile attuazione.

Purtuttavia è innegabile che la Libia di Gheddafi, oltre ad essersi riappropriata dell sue risorse – petrolio in primis – strappate alle potenze colonialiste straniere, fece passi da gigante.

Come scrisse il giornalista Mario Vignolo nella sua biografia sul Raìs: "La Libia è un laboratorio sociopolitico fondato su un miscuglio di oligarchia e anarchia, democrazia diretta e guidata, consumismo e rigorismo morale. La spinta ideologica viene sempre da Gheddafi che si dedica ad organizzare l'anarchia. (...) Pensa che il suo compito sia di condurre il suo piccolo popolo a fare a meno di ogni guida.

(...) Audace e appassionato come quando era un ragazzo, Gheddafi non ama essere l'uomo politico che si arrangia nel campo del possibile. Si trova più a suo agio ai confini fra realtà e utopia. (...) Alcuni sogni sono rimasti tali: il popolo libico non è diventato produttore, l'unità araba è ancora un miraggio. (...), ma molti sogni si sono avverati: i libici hanno ritrovato orgoglio, dignità e un senso di identità; la Libia di cui si diceva "è un Paese che non esiste", ha un posto di rilievo nell'atlante geopolitico; i particolrismi regionali e tribali sono superati; i diseredati non sono più tali; la sfida contro le onnipotenti compagnie del petrolio è stata vinta e ha messo in moto un meccanismo destinato a modificare gli equlibri mondiali".

Una Libia che, purtroppo, oggi non esiste più, invasa prima dagli anglo-franco-statunitensi e dalle truppe della NATO che hanno consegnato Gheddafi nelle mani dei ribelli - che lo hanno barbaramento ucciso - ed oggi martoriata dai terroristi di Daesh, ovvero l'Isis.

L'utopia del colonnello Gheddafi è stata rasa al suolo dalla realpolitik dei nuovi barbari, dai nuovi colonizzatori. Ieri in Libia, oggi in Siria. In nome del dio danaro.


Luca Bagatin




5 giugno 2015

Salvador Allende massone: appuntamento a Roma del Grande Oriente d'Italia



MARTEDI’ 9 GIUGNO Ore 18.30

Casa Nathan – Centro Polifunzionale del Grande Oriente d’Italia

Piazzale Medaglie d’Oro, 44 - Roma

Presentazione del volume

ALLENDE MASSONE. IL PUNTO DI VISTA DI UN PROFANO

di Juan Gonzalo Rocha (Mimesis)

Il Presidente Allende partecipa ad una catena di unione in occasione della sua visita alla Loggia “Aurora 6” di Valparaiso, la Loggia Madre di suo nonno il dottor Ramon Allende Padin

 

All’età di 27 anni, Salvador Allende Gossens diviene massone, fedele a una tradizione familiare che risale al nonno paterno, figura indelebile nella memoria del nipote, il dottore Ramón Allende Padín, che pagava le medicine dei suoi pazienti indigenti ed era stato eletto Gran Maestro della Gran Loggia del Cile. Nei discorsi rivolti ai Fratelli, Allende riconosce in sé tutta l’influenza dei valori di questa Istituzione, “né una setta né un partito”, che educa alla tolleranza e al perseguimento dei principi di Libertà, Uguaglianza, Fratellanza. È un socialista che combatte contro le tentazioni discriminatorie ai danni dei massoni nel suo partito, e che altrettanto farebbe all’interno della sua Obbedienza massonica, se essa, errando, dichiarasse delle pregiudiziali politiche. Eppure ciò è un aspetto finora rimasto nell’ombra. Per la prima volta, con tanta ricchezza di documenti, la ricerca di Juan Gonzalo Rocha – giornalista cileno “profano” e obiettivo – dimostra come “la presenza della Massoneria attraversa l’intera esistenza di Salvador Allende, dall’infanzia all’ultimo istante di vita”. Del resto, la storia della Massoneria nell’America Latina è sempre stata intrecciata con le lotte di liberazione nazionale e con il progresso civile dei popoli di questo continente. La correttezza democratica del “compagno Presidente”, la sua onestà politica e intellettuale portata al sacrificio della propria vita, fanno parte di questa storia, sono uno dei suoi più grandi capitoli. Sono il testamento di Allende, massone.

Intervengono: STEFANO BISI Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, GIAN MARIO CAZZANIGA (Università di Pisa), ANDREA MULAS (Saggista), RAFFAELE NOCERA (Università di Napoli “L’Orientale”)

L’attore ACHILLE BRUGNINI leggerà alcuni brani del volume

 

L’ingresso in sala sarà consentito fino ad esaurimento dei posti disponibili.




12 febbraio 2015

Su Chavez e dintorni



Alcuni giorni fa ho ricevuto dalla Redazione del quotidiano con cui collaboro, ovvero "L'Opinione delle Libertà", una lettera di protesta relativa ad un mio articolo - apparso sul medesimo quotidiano -  relativo alla figura ed alla storia politica dell'ex Presidente del Venezuela Hugo Chavez e sul Socialismo del Ventunesimo secolo.
Il mio articolo lo potete reperire a questo link: http://www.opinione.it/politica/2015/02/05/bagatin_politica-05-02.aspx
La persona che ha inviato la lettera non ha voluto accettare la mia proposta di un confronto pubblico, ad ogni modo ritengo utile comunque pubblicare la mia lettera di risposta che, comunque, mi è costata del tempo.
Dell'universo chavista, così come il mondo latinoamericano in genere ed il fenomeno del Socialismo del Ventunesimo secolo (che molto, a parer mio, avrebbe da insegnare allo pseudo-socialismo di casa nostra, che ha perduto ogni collegamento con la Prima Internazionale dei Lavoratori, fondata, fra gli altri, da Garibaldi e Mazzini, che per me sono e rimangono dei punti di riferimento politico-intellettuale e spirituale imprescindibili) in Italia si parla davvero molto poco e davvero molto male, per cui ogni occasione di confronto può risultare positiva.
Del resto lo scontro, in luogo del confronto, specie in un'epoca che necessita di un autentico superamento dell'ideologia per approdare ad un recupero dell'idea, non ha mai scaturito alcunché di buono.

L.B.



Sono felice di poter rispondere a chi ha inviato una lettera di critica relativa al mio articolo che spiega, per filo e per segno, pur nella doverosa stringatezza giornalistica, le politiche adottate dal Presidente Hugo Chavez in Venezuela ed il Socialismo del Ventunesimo Secolo.

Ne sono felice per due ragioni. La prima è che il confronto è sempre positivo. Esso contribuisce alla riflessione e denota rispetto nei confronti dell'interlocutore, pur nella differenza di opinioni.

La seconda ragione è che mi permette di ringraziare il quotidiano L'Opinione per lo spazio che sempre concede ai miei articoli, proprio in quanto organo liberale, ovvero non servile nei confronti di qualsivoglia padrone o ideologia precostituita e proprio per questo concede spazio anche a chi, anziché seguire la corrente della cultura mediatica dominante, preferisce approfondire e permettere ai lettori di farsi un'opinione che possa andare al di là di quanto i media tradizionali propinino quaotidianamente loro.

Si possono avere opinioni di pregiudizio nei confronti dello chavismo, certo, ma non si può dare del dittatore a chi è stato eletto democraticamente, come lo fu Chavez a suo tempo (dal 1998 sino alla sua morte, nel 2013) oppure al Presidente Maduro.

Il Venezuela, in sostanza, non ha nulla a che vedere con la dittatoriale e sanguinaria Corea del Nord paventata dalla persona che ha inviato la lettera e pur difesa da più di qualche nostro parlamentare (sic !).

Personalmente non sono fra coloro i quali nutre dei pregiudizi, specie non prima di aver approfondito una realtà. E, da quando ho iniziato ad approfondire la realtà latinoamericana – che con la nostra Storia risorgimentale e garibaldina ha molti punti in comune, per non parlare delle comuni radici - debbo riconoscere che essa ha molto da insegnarci. Sia in termini di democrazia partecipativa – come ho scritto anche nel mio articolo – che di prospettive sociali.

E lo dico da persona che non ha nulla a che spartire con il comunismo, ma che trova parimenti interessanti e di rottura, tanto le prospettive offerte dal Socialismo del XXIesimo secolo, ovvero una vera Terza Via fra capitalismo e comunismo, che il libertarianesimo proposto da Ron Paul negli USA, il primo a denunciare le politiche truffaldine della Federl Reserve.

Prospettive che, per quanto riguarda la fattispecie del mio articolo riguardante il Venezuela, pur fra mille difficoltà hanno dato i loro frutti.

Non ho affatto negato che la criminalità non sia dilagante, così come ho parlato di un'alta inflazione. Purtuttavia il tasso di povertà è stato ridotto, per non parlare dell'analfabetismo.

Non risulta, ad ogni modo, che la situazione precedente all'avvento di Chavez al governo, fosse così rosea, al punto che la corruzione era di molto superiore a quella attuale ed alle classi meno abbienti, oltre che alle periferie, non pensava davvero nessuno.

Sulla nazionalizzazione del petrolio posso dire: è meglio che le risorse siano sfruttate da una multinazionale, oppure è meglio che a gestire il tutto sia uno Stato ? Meglio sarebbe che a gestire le risorse di una nazione siano i cittadini/lavoratori medesimi, direi io.

Purtuttavia se queste risorse sfruttate dallo Stato possono dare benefici ai meno abbienti, ben venga che ciò accada. Ben venga che siano avviate delle Missioni sociali, piuttosto che inseguire la fredda legge del mercato che da tempo immemorabile ci sta rendendo tutti quanti schiavi.

Possiamo semmai riconoscere che il Venezuela, a differenza di Bolivia o Brasile ha incentrato quasi esclusivamente le sue politiche sociali solo sugli introiti derivanti dal petrolio. E ciò è stato un errore, certo.

Ci sono luci e ombre in Venezuela, come ve ne sono in tutti gli Stati. Ma dobbiamo tenere presente che quel Paese, come tutta l'America Latina, ha vissuto una storia di sfruttamento. Prima coloniale e successivamente dittatoriale o semi dittatoriale. Da qualche decennio qualche spiraglio di luce si è visto. E si è visto in tutto quel continente, dal quale da noi provengono notizie solo parziali. Viene visto come una “realtà lontana” quando in realtà le radici sono comuni. E sono latine. Noi siamo latini, non anglosassoni, nonostante la cultura che nei secoli ci è stata imposta dalla politica e dall'economia e ci ha voluto rendere eguali agli anglosassoni, con tanto di politiche speculative importate da quelle realtà. Politiche speculative che sono all'origine della crisi economica mondiale.

Una crisi che però è prima di tutto umana.

Il Socialismo del Ventunesimo Secolo – slogan ideato dal sociologo Dieterich, che ne spiegò il fenomeno in un saggio purtroppo non pubblicato in Italia – ed avviato con la prima elezione di Chavez (e con le successive elezioni di Lula in Brasile, dei Kirchner in Argentina, di Morales in Bolivia, di Mujica in Uruguay ecc...), ha offerto per la prima volta ad un continente sfruttato una via di liberazione.

Una via di liberazione nazionale e non globalista, ovvero che non è detto possa andare bene per tutte le realtà mondiali, che non vuole essere necessariamente esportata, come avvenuto sia per l'imperialismo sovietico che per quello capitalistico. Una via di liberazione che affonda le sue radici non nel comunismo – come i media e la vulgata dominante vorrebbero farci credere - bensì nel socialismo libertario, nel cristianesimo delle origini, persino nelle influenze che il nostro Garibaldi ebbe in quelle terre, al punto che l'Eroe dei due Mondi è l'eroe simbolo dell'America Latina ed è secondo solo a Simon Bolivar.

Ora, non so e non posso sapere se il quotidiano “L'Opinione” deciderà di non pubblicare più le mie “falsità”, come le ha chiamate qualcuno, che ha peraltro deciso di non accettare alcun confronto pubblico. “Falsità” comunque di studioso appassionato che ha trovato in quella realtà così apparentemente lontana, ma così culturalmente vicina, l'unica reale prospettiva per uscire dalla crisi attraverso la ricerca del sentimento umano, attraverso il coinvolgimento diretto dei cittadini, pur fra mille difficoltà e limiti causati dai meccanismi del potere politico stesso.

Sinceramente mi auguro che “L'Opinione” possa essere e rimanere la voce di tutti le voci. Della mia, come di coloro i quali la pensano diversamente da me. E me lo auguro anche perché oggi, al pensiero “eretico” e libertario – che non vuole essere né collocarsi a sinistra o a destra e che è disgustato dagli pseudo-movimenti alla Grillo – non viene data più alcuna voce.


Luca Bagatin



7 agosto 2014

Simon Bolivar: El Libertador

Anche il Sud America ha avuto il suo Garibaldi, ben prima dell'eroismo di quest'ultimo contro l'Impero del Brasile e per la liberazione dell'Uruguay.

Stiamo parlando di Simon Bolivar, il Libertador, ovvero di colui il quale – in epoca Romantica, ovvero agli inizi dell'Ottocento - contribuì all'indipendenza di gran parte dell'America Latina dal giogo spagnolo e fu Presidente delle Repubbliche di Venezuela, Colombia, Bolivia, Ecuador, Panama e Perù.

Fu il 15 agosto del 1805 che Bolivar – ventiduenne - giurò solennemente, a Roma, sul Monte Aventino (o Monte Sacro) e pronunciò le seguenti parole: Giuro per il Dio dei miei genitori, giuro per il mio onore e per la mia Patria, che non darò riposo al mio braccio né pace alla mia anima finché non avrò rotto le catene che ci opprimono per volontà del potere spagnolo.

E, a vent'anni da quel giuramento, l'Impero spagnolo crollò.

Simon Bolivar nacque in una famiglia agiata, di possidenti terrieri, temprato sin da ragazzino dal fuoco della ribellione contro l'oppressione. A ciò contribuì anche il suo precettore - Simon Rodriguez – libero pensatore e figlio dell'Illuminismo, il quale fu anche cospiratore contro l'Impero di Spagna che occupava la terra di Venezuela e gran parte dell'America Latina.

Bolivar non fu uno studente modello, purtuttavia diventò presto un valente combattente e spadaccino. Si sposò molto giovane con Maria Teresa Rodriguez del Toro, la quale contrasse la febbre gialla e morì presto, lasciandolo vedovo a soli vent'anni.

Simon Bolivar viaggiò molto in Europa ed anche a causa della sofferenza per la perdita prematura della moglie il suo spirito ribelle crescerà sempre più. Fu in questo contesto che il futuro El Libertador pronuncerà quel fatidico giuramento a Roma, sul Monte Aventino.

Fu così che inizierà la sua avventura di combattente per la libertà e l'emancipazione del suo popolo ed iniziò così ad organizzare il suo esercito di liberazione contro gli spagnoli, i quali saranno alleati di Napoleone, considerato da Bolivar un traditore degli ideali di Libertà, Eguaglianza e Fratellanza propugnati dalla Rivoluzione Francese.

Bolivar, in quegli anni, a Parigi, entrò in Massoneria e divenne, nel 1806, Gran Maestro della Loggia Madre di San Alessandro di Scozia all'Oriente di Parigi.

Forte dei suoi principi libertari, l'anno seguente, rientrò in Venezuela e da allora inizierà quella rivoluzione che porterà, nel corso degli anni – dal 1811 sino al 1830 – all'indipendenza di gran parte dell'America Latina ed alla proclamazione delle Repubbliche di Venezuela, Colombia, Perù e Bolivia (così chiamata in suo onore).

Nel 1812 Simon Bolivar scrisse il “Manifesto di Cartagena” in cui analizzò le prime sconfitte che portarono alla caduta della Prima Repubblica del Venezuela (1810 – 1812); mentre nel 1815 con la “Carta de Jamaica” gettò le basi per il suo progetto di emancipazione sociale dell'America del Sud, fondato su principi repubblicani, libertari, anti-imperialisti ed egalitari. Principi, peraltro, validi tutt'oggi, come validi sono stati i principi enunciati nella nostra Italia da personalità quali Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi, i quali contribuirono alla fondazione della Prima Internazionale dei Lavoratori nel 1864.

Come Presidente della Repubblica di Venezuela, Colombia, Bolivia, Ecuador, Panama e Perù, Bolivar abolì la schiavitù, confiscò le terre ai possidenti e le ridistribuì agli indigeni, costruì istituti e scuole per donne, bambini indigeni e figli degli schiavi. Le azioni militari che realizzò, in sostanza, spianarono la strada all'emancipazione sociale.

Fu un peccato, purtuttavia, che il progetto di Bolivar per l'integrazione e l'unità dell'America Latina sfumò ben presto e ciò portò - nei decenni successivi alla sua morte (1830) - al saccheggio delle terre latinoamericane da parte degli Stati Uniti d'America, i quali sin da allora rinnegarono i principi di libertà ed emancipazione propugnati dal loro Padre fondatore, ovvero da George Washington e dal Marchese de Lafayette (che tanto aveva fatto per la causa statunitense ai tempi della Guerra d'Indipendenza), il quale peraltro fu amico personale e Fratello - in senso massonico - di Bolivar. In questo senso Bolivar scrisse: “Gli Stati Uniti sembrano destinati dalla Provvidenza a riempire l'America di miseria in nome della Libertà”.

Si pensi peraltro che il figlio di Washington – George Washington Parke Curtis – fece avere in dono a Bolivar, nel 1826, il medaglione del padre, in segno di ammirazione e comunanza ideale. Ah, se i principi di Libertà, Fratellanza e Uguaglianza propugnati da Washington, Lafayette e Bolivar avessero prevalso sul saccheggio e sull'imperialismo, come sarebbero andate diversamente le cose e come i popoli sarebbero potuti crescere in spirito d'armonia e fratellanza !

Fu fra il 1825 ed il 1830 che il progetto di Simon Bolivar si frantumò definitivamente a causa del fatto che le terre che aveva liberato finirono presto nelle mani degli olgarchi e dei ricchi proprietari terrieri, i quali aprirono alla prima ondata di imperialismo nordamericano.

El Libertador morì nel 1830, a soli 47 anni, completamente povero ed il suo corpo fu coperto da una semplice camicia presa in prestito, in quanto quella che possedeva era ormai ridotta in brandelli.

Anche Bolivar, come Garibaldi e Mazzini, fu un eroe sconfitto, nonostante le imprese eroiche compiute in vita, solo per amore del popolo e della libertà. Purtuttavia il suo esempio è tutt'ora vivo nel cuore di chi lo ha amato.

In Italia è edito dalla casa editrice Mimesis, un bellissimo libro che raccoglie gli scritti ed i discorsi più importanti di Simon Bolivar, dal titolo “La rivoluzione latinoamericana” (titolo originario: “Simon Bolivar: The Bolivarian Revolution by Hogo Chavez”). E' curato dall'ex Presidente venezuelano Hugo Chavez – deceduto nel 2013 - e che a Bolivar ispirò il suo Movimento Quinta Repubblica ed il successivo Partito Socialista Unito del Venezuela. L'edizione italiana è tradotta da Donatella Caristina.

E' un saggio che io definisco fondamentale per comprendere la figura di Bolivar, così poco conosciuta nel nostro Paese, ma così vicina agli ideali mazziniani e garibaldini. Un saggio che evidenzia lo spirito libertario di Simon Bolivar attraverso la sua stessa voce. I suoi proclami, i discorsi pubblici, le lettere che scrisse alle personalità europee ed americane con cui era in contatto all'epoca, i passi salienti del “Manifesto di Cartagena” e della “Carta de Jamaica”. Una raccolta di scritti politici dell'epoca romantica, ma che sono oggi attualissimi, specie in questi decenni di profonda crisi economica, sociale, umana.

L'unica pecca del volume, se proprio debbo dire, è che la copertina reca l'immagine del Presidente Hugo Chavez e non quella del Libertador Bolivar, il quale, a parer mio, merita di essere raffigurato, essendo il vero protagonista del volume e, soprattutto, della Storia dell'America Latina e del Secolo Romantico.

A parte ciò “La rivoluzione latinoamericana” è un volume che non può mancare nella libreria di ogni sano attivista per le libertà e di ogni ricercatore storico che vuole comprendere la realtà di oggi attraverso lo sguardo di chi la Storia ha saputo anticiparla, al fine di gettare le basi per una dimensione diversa, libertaria ed umanitaria.


Luca Bagatin


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini