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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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6 marzo 2014

"Senato ? Sì. Assennato": articolo del prof. Aldo A. Mola

“Senatores boni viri, Senatus mala bestia”. E' cosa vecchia. Ma oggi in Italia il Senato è necessario. Abbiamo bisogno di un Senato Assennato come quello dell'antico Regno d'Italia: 2400 membri in 100 anni, il meglio delle istituzioni, della politica, delle professioni, delle arti e di vere “illustrazioni della Patria”, con una spesa minima da parte dello Stato. C'è bisogno di Senato oggi in Italia come nell'antica Roma, modello insuperato di equilibrio tra i poteri: genus mixtum scrisse Marco Tullio Cicerone. Non un tiranno, non una oligarchia, non il dominio della piazza. La Res publica aveva due consoli, plenipotenziari ma solo per un anno e, in via eccezionale, un dittatore, ma al massimo per soli sei mesi; il Senato (comprendente patrizi e homines novi capaci e meritevoli); e i comizi del popolo. Il tutto era riassunto nei labari delle Legioni sormontati dalle Aquile: SPQR, il Senato e il popolo romano.

Dopo il crollo dell'Impero, in Occidente gli imperatori e i sovrani assoluti fecero i conti con il potere del “popolo”, un soggetto polivalente come la “nobiltà” e i Comuni. E li fecero soprattutto con gli ecclesiastici, espressione della fonte suprema della legge, il Vicario di Cristo, che “consacrava” i depositari (transitori) del governo (gli imperatori, i re), perché “ogni potere viene da Dio”.

In Occidente il Potere non ebbe mai la grandezza di quello d'Oriente, non fu mai ierocrazia, Sacerdozio: in Persia, Cina, in Cocincina ( lo si coglie ad Angkor, in Cambogia, il più grande santuario del mondo: spazi immensi, cuspidi e sorrisi ieratici) e in Giappone, ove si tocca con mano la congiunzione tra la quotidianità e il Sacro, ove ogni dettaglio riverbera l'Eterno. In Occidente il potere decadde a “ufficio”: un'agenzia, un contratto senza sentimenti. Convivenza per convenienza.

Il declino del Sacro Romano Impero coincise con l'avvento di dittature parlamentari: quella di Oliver Cromwell, il Lord Protettore che fece decapitare Carlo I d'Inghilterra, la Convenzione francese del 1792-94, che nacque dalle stragi e ghigliottinò Luigi XVI, Maria Antonietta e i migliori illuministi francesi, l'Assemblea dei Soviet dominati da Lenin e Stalin, la Camera tedesca prona a Hitler...

A inizio Ottocento, due secoli orsono, l'Europa si trovò a scegliere: la costituzione spagnola (detta “di Cadice”) prevedeva una sola Camera; quella inglese ne aveva e ne ha due, i Comuni e i Lord. Dopo gli sbandamenti del 1820-1821 tutti gli Stati d'Italia optarono per il bicameralismo, garante di equilibrio tra i poteri, un nuovo genus mixtum: da una parte l'elezione popolare dei deputati, dall'altra una Camera dei Pari (l'antico Senato) nominato dal re o espressione di corpi qualificati, il governo e, al di sopra di tutti, il sovrano, garante dell'equilibrio. Era la monarchia costituzionale, fondata sulla ragione, in un Occidente antropologicamente pagano.

Perciò sconcertano le polemiche in corso nei confronti del Senato quasi la Camera Alta sia la causa del collasso della vita pubblica italiana. Il bicameralismo è una garanzia. Esso è imperfetto se è perfetto, cioè se le Camere svolgono identiche funzioni. E' perfetto, invece, se le Camere si compensano a vicenda. Il male dei mali era, è e sarà il monocameralismo, ovunque e sempre degenerato in dittatura.

Il bicameralismo è indispensabile specialmente per un Paese quale l'Italia, storicamente incline al massimalismo. Lo è soprattutto in regime repubblicano, cioè in assenza di un potere davvero super partes “a prescindere” da maggioranze cangianti, come del resto avviene in una decina di paesi europei retti da monarchie costituzionali. L'Italia, purtroppo, è da sempre terra di guerre civili. Non conobbe eresie, rese superflue dalle gare tra cardinali. Ce lo dicono le opere di Mommsen, Gregorovius, von Pastor... Nel 150° del trasferimento della capitale da Torino a Firenze e all'indomani del fratricidio tra due “politici” toscani è d'obbligo ricordare la sanguigna Firenze dei tempi di Dante Alighieri, spaccata tra Guelfi (filopapali) e Ghibellini (filoimperiali). Quando i Guelfi ebbero la meglio esiliarono i ghibellini ma si divisero tra guelfi neri e guelfi bianchi. Tra questi Dante fu condannato all'esilio e suppliziato in effige. E' sepolto a Ravenna, protetto dalla corona di bronzo dell'Esercito Italiano vittorioso nella Grande Guerra. La storia insegna che nei regimi monocamerali (la Repubblica romana di Mazzini, la Costituente del 1946-1947...) l'amore diviene umore.

Il Senato, lo dice la parola, è un'assemblea di Anziani: uomini (sta anche per “donne”) fatti saggi dalla vita, che è anche sempre studio. Tanto più viene abbassata la soglia dell'accesso al diritto di voto (molti vorrebbero anticiparlo a 16 anni, salvo scoprire la drammatica fragilità degli adolescenti), tanto più v'è bisogno di una Camera di “patres”, eletta magari dai quarantenni anziché dai venticinquenni (come oggi avviene) e riservata a quanti ne abbiano almeno cinquanta, ma con poteri non inferiori a quelli della Camera Bassa.

Questa, non altra, è tutta la differenziazione oggi possibile tra le Camere nella repubblica attuale. Sognare un Senato del Sapere (come alcuni fanno), oltre tutto di ampia nomina presidenziale, è pura utopia. Occorrerebbe riscrivere da cima a fondo la Costituzione: evento oggi improponibile se non con una nuova Assemblea Costituente e un referendum sulla forma dello Stato. Le dispute in corso sul Senato in realtà mettono a nudo il nodo irrisolto. Il regime repubblicano ricalca la monarchia costituzionale sabauda, ma con due differenze sostanziali: il capo dello Stato è votato dal Parlamento, a maggioranza talora ampia, a volte risicata. Fatica sempre più a rappresentare i cittadini. Il Senato non è quello del regno (che fu il meglio del meglio) ma viene eletto da un corpo pressoché identico a quello che vota i deputati. Dunque non vi è equilibrio tra le Camere, ma replica. Il Legislativo è a sua volta impastoiato da poteri arcani: la Corte Costituzionale, la magistratura ordinaria, i tribunali amministrativi regionali, un groviglio che si somma a quello dei super-poteri non nazionali, non votati dai cittadini e tuttavia incombenti: Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea, Commissione Europea, a tacere della Nato, che comporta la totale subordinazione delle forze armate italiane.

Sbandierare l' “abolizione del Senato” come toccasana dei mali istituzionali, politici ed economici dell'Italia odierna vuol dire giocare con i soldatini di piombo mentre il Pianeta è in fiamme. La misera polemica contro il Senato riecheggia lo straziante lamento di Cristo: “Padre, perdona loro perché non sanno quel che si fanno”. Infatti non esiste nessuna opera sulla storia del Senato, né del Regno né della Repubblica. Così come sono davvero poche gli studi sulle Province, altro capro espiatorio degli apprendisti stregoni oggi imperversanti. Anche esse rischiano di scomparire senza che se ne conoscano opere e giorni. E' il punto di arrivo di una repubblica nata da generose illusioni e fondata sulla cancellazione della storia. Scriverlo forse non serve a nulla, ma almeno rimane traccia che non tutti sono ignari e conniventi.


Aldo A. Mola



21 aprile 2013

Brevi considerazioni garibaldine sulla Presidenza della Repubblica e la Laidità del Non Stato

Francamente non comprendo coloro i quali esultano per la rielezione di Napolitano a Presidente della Repubblica, ovvero un comunista d'apparato espressione della peggior partitorcazia Pd-Pidiellin-Montiana.
Le Elite al Potere ringraziano.
I cittadini intellettualmente onesti no.
Ho avuto la conferma che non ci sono peggiori nemici di quelli che, potenzialmente, potrebbero pensarla come te.
Ho più nemici fra i laico-repubblican-liberal-massoni che fra fascisti, comunisti, clericali e grillini messi assieme. E questo pressoché da sempre.
Purtroppo però è l'ennesima conferma che - in certi ambienti e paradossalmente (forse perché i nobili ideali e princìpi sono una cosa, mentre il cervello umano, che devia da essi, un'altra) - non si riesce a guardare oltre la punta del proprio naso.
Ho detto.

Personalmente non sono né comunista né capitalista, bensì mazziniano e garibaldino, ovvero alternativo ai due sistemi anti-umanitari imposti dalla politica del Potere e dei media.

Penso che, in Italia, siamo giunti all'ennesimo tradimento della Repubblica ed in particolare di quella Romana del 1849.

Il liberalismo ed il repubblicanesimo, come princìpi ispiratori, sono definitivamente stati ammazzati.
Occorre farli Risorgere. Al di fuori della partitocrazia.



20 febbraio 2011

Evviva il 17 marzo ! Evviva il 20 Settembre ! Evviva la Terza Italia !



E finalmente è stata istituita la Festa dell'Unità d'Italia del 17 marzo !
Ma ci voleva tanto, mi chiedo io ?
Sì, perché, senza l'Unità d'Italia nemmeno i vari Bossi, Calderoli & scalmanati della Lega Nord vari, avrebbero potuto dire le loro astrusità in piena libertà e sedere nel Parlamento nazionale, a dispetto del loro anti-patriottismo.
L'Unità d'Italia è, come il 20 Settembre, un avvenimento storico che ha visto uniti repubblicani e monarchici, i quali hanno combattuto strenuamente e con sprezzo del pericolo per un ideale di unità nazionale, contro l'oppressione austriaca, borbonica e papalina.
Un ideale che oggi sembra non esserci più, tutti presi a parlare di un federalismo senza basi, che potrebbe comportare solamente un aumento indiscriminato delle imposte a livello locale.
Eh sì, perché federalista era anche Carlo Cattaneo, insigne pensatore repubblicano mazziniano, lontano però dalle spartizioni di Potere dei leghisti.
Un conto, insomma, è demandare taluni poteri alle Regioni, abolendo prima gli enti inutili intermendi e burocratici come le Province, un altro è riempirsi la bocca di "devolution" con l'auspicio di costituire dei novelli "Steterelli accentratori".
Rimango basito quando sento dire - persino dal Sindaco di Pordenone Sergio Bolzonello, che è un liberale storico - che si è perplessi relativamente al fatto che il 17 marzo diventi giorno festivo, in quanto ciò potrebbe comportare un danno alla nostra economia. Sarebbe infatti sufficiente, per riequilibrare il tutto, abolire qualche festa religiosa, come il lunedì di pasquetta o ferragosto, assolutamente in contrasto con lo spirito laico e liberale della nostra Repubblica.
E a quel punto si potrebbe re-introdurre, finalmente, anche la festa nazionale del 20 Settembre - abolita dal fascismo - che mise fine al potere temporale dei Papi e proclamò Roma Capitale d'Italia.
Verrebbe da chiedersi, una volta per tutte, se si preferisce un'Italia divisa in piccoli Stati, taluni comandati dal Papa o dal leghista scalmanato di turno, oppure un'Italia laica, repubblicana, liberale.
Siamo nel 2011 ed ancora parliamo di questo.
Un soggiorno in Iran a qualcuno, forse, farebbe davvero bene.

Luca Bagatin



1 gennaio 2011

Buon 150enario (Terza) ITALIA !!!!







20 settembre 2010

XX Settembre: festa dei liberali e dei democratici italiani

Sono passati esattamente 140 anni da quel 20 Settembre 1870 che vide entrare i Bersaglieri italiani ed i Garibaldini a Roma, aprendosi una breccia a Porta Pia, sconfiggendo così le truppe papaline e mettendo fine al potere temporale dei Papi.
Nacque così - ufficialmente - un'Italia unita, laica e liberale, voluta da mazziniani, garibaldini, liberali repubblicani, liberali monarchici, ebrei, massoni, anticlericali e cattolici liberali e da quel momento - il XX Settembre - divenne Festa Nazionale.
Festa Nazionale abolita ed oscurata dall'avvento del fascismo e dai suoi Patti Lateranensi, inseriti poi, con l'Articolo 7, nella Costituzione repubblicana con i voti favorevoli di democristiani e comunisti. Autentici continuatori del fascismo.
Oggi siamo in pochi – purtroppo - a celebrare il XX Settembre.
Sicuramente lo celebrano ancora i Massoni che, il XX Settembre celebrano anche l'Equinozio d'Autunno, ovvero l'inizio dei lavori massonici. E sicuramente ce ne ricordiamo tutti noi laici, liberali e repubblicani, che dobbiamo a Mazzini, Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele la liberazione dal giogo e dall'arretratezza del Papa Re di intere Regioni italiane, oggi modernissime.
E mi fa piacere che anche l'organo di stampa vicino all'Udc "Liberal", ogni anno (mi auguro voglia farlo anche oggi), pubblichi volentieri il mio pezzo in ricordo ed onore del XX Settembre, il che, forse, significa anche che è interesse del mondo politico cattolico liberale e di cultura degasperiana quello di ripristinare tale importante festività.
Importante festività di e per tutti gli italiani ed i sinceri democratici. E pensare poi che in Parlamento giace ancora una Proposta di Legge bipartisan di inizitiva dei daputati Pepe (PdL); Farina Coscioni (Radicali-Pd), Lehner (PdL) e Turco (Radicali-Pd) per il ripristino del XX Settembre quale Festa Nazionale.
Vediamo invece e purtroppo il riaffacciarsi di tentativi revisionisti relativamente al Risorgimento. Non ultimi gli attacchi del regista e sceneggiatore Mario Martone che ha definito Giuseppe Mazzini un "terrorista" e lo ha paragonato ai fondamentalisti islamici.
Oppure i tentativi filo borbonici e filo clericali di onorare la memoria dei caduti zuavi pontifici. Che è poi cosa non troppo dissimile dall'onorare la memoria dei caduti nazifascisti, scusate.
Se l'Italia è oggi unita, sovrana e democratica, nel bene e/o nel male, lo dobbiamo anche se non soprattutto al Risorgimento ed ai suoi martiri.
Martiri che combatterono o a fianco dell'emancipazione dei lavoratori e degli operai guidati da Mazzini e Garibaldi, oppure a fianco della Monarchia sabauda guidata dal conte di Cavour e da Vittorio Emanuele.
Tutti eredi di quel laicismo, liberalismo ed anticlericalismo che si è da sempre opposto ai totalitarismi ed ai dogmatismi. In nome della libertà di scienza, coscienza e di culto.

Luca Bagatin



1 maggio 2010

Amedeo d'Aosta: il "monarca illuminato" che non ti aspetteresti



Venerdì 30 aprile scorso, alle ore 20.30, si è svolto - presso la sala del Consiglio Provinciale di Pordenone nell'ambito della manifestazione culturale "Pordenone Pensa" - l'incontro-intervista con Amedeo di Savoia Duca d'Aosta.
Ammetto, da repubblicano, che ero profondamente curioso di conoscere l'attuale capo di Casa Savoia, colui che è ritenuto il legittimo erede ad un trono, quello del Regno d'Italia, che pur non esiste più. Il Duca d'Aosta è infatti tutt'ora chiamato dai monarchici Sua Altezza Reale (S.A.R.).
Toscano verace, il Duca d'Aosta, si è subito dimostrato cordiale ed apertissimo al dialogo finanche con i pochi contestatori anarchici che lo hanno - si fa per dire - "accolto". Ad accoglierli è forse stato lui, con un sorriso per nulla denigratore, ma aperto e franco.
Pur per ovvie ragioni monarchico, Amedeo di Savoia, si è professato di idee socialdemocratiche, ricordando che nel '92 il Psdi propose di candidarlo alla Camera dei Deputati e ricordando, con amarezza, la recente scomparsa - passata quasi in sordina nei madia nazionali - del Segretario del Psdi Antonio Cariglia, di cui fu molto amico.
Ad intervistare "Il Duca", Fabio Torriero, giornalista de "Il Tempo" e curatore del libro "Proposta per l'Italia" dello stesso Amedeo d'Aosta.
"In Italia, oggi, manca la sacralità nei confronti delle persone comuni" - ha esordito il Duca - "ovvero il rispetto per le persone semplici, come invece avviene all'estero". E ha poi proseguito rammaricandosi della mancanza - nell'anniversario dei 150 anni dell'Unità d'Italia - d'orgoglio nazionale da parte degli italiani. Orgoglio che vada oltre i mondiali di calcio.
Amedeo di Savoia-Aosta ha successivamente e quasi ineaspettatamente, lodato l'operato del Presidente della Repubblica più "mazziniano": Carlo Azeglio Ciampi, considerandolo il miglior Presidente che l'Italia abbia avuto.
Alla domanda dell'intervistatore relativamente al significato del 25 aprile, il Duca ha ricordato che nel 1944 - all'età di appena un anno - egli stesso fu deportato dai nazisti in un campo di concentramento assieme alla madre Irene di Grecia ed alle cugine Margherita e Maria Cristina e quindi non può non considerare la Resistenza un atto di eroismo notevole che portò anche alla conclusione di una brutta guerra mondiale.
Resistenza che - ha ricordato - fu combattuta anche da partigiani monarchici e dal Regio Esercito italiano, cosa che putroppo è spesso dimenticata o volutamente non citata.
Ad ogni modo Amedeo d'Aosta si augura che oggi, tanto i partigiani quanto i repubblichini, giungano a stringersi la mano e a richiudere una ferita ancora tristemente aperta.
Alle incalzanti domande di Torriero su come si schiererebbe politicamente oggi, il Duca ha invece glissato. Preferisce infatti considerarsi "super partes", come ha sempre fatto anche in passato declinando l'invito a candidarsi nelle file socialdemocratiche e successivamente in quelle del Polo delle Libertà.
Una cosa sulla destra e la sinistra italiane odierne, però, ha voluto dirla: "Sono molto diverse dal resto d'Europa" ed ha poi proseguito affermando la necessità di "riforme condivise, evitando i litigi fra gli schieramenti, discutendo ed arrivando anche ad emulare le riforme attuate dagli altri Paesi occidentali come la Francia o gli Stati Uniti d'America".
Amedeo d'Aosta auspicherebbe un governo di tecnici, competenti in ogni specifico campo, piuttosto che politici di professione ed ha definito le sue prospettive politiche una sorta di "rivoluzione bianca, ovvero senz'armi".
E' intervenuto successivamente sull'Europa, ritendendola purtroppo - oggi - troppo pessimista ed auspicando un rinnovato entusiasmo europeista basato sul "rimboccarsi le maniche e pensando che le cose potrebbero andare anche peggio di oggi".
Sulla questione Monarchia-Repubblica, Amedeo d'Aosta, anche per ovvi motivi, come accennavamo all'inizio del pezzo, auspicherebbe la Monarchia. Una Monarchia costituzionale e super partes in un ordinamento politico federale, come prospettato sin dal Risorgimento da Casa Savoia.
Ad ogni modo, alla mia domanda su che cosa pensa della figura storica di Giuseppe Mazzini, il Duca è andato in visibilio decantandone - cosa veramente inaspettata per un Savoia - le lodi e ricordando in particolare l'impresa gloriosa della Repubblica Romana del 1849 e di come questa sia pochissimo studiata e ricordata. Amedeo d'Aosta, infatti, si è stupito e rammaricato di quanto poco in Italia si ricordi Mazzini, che fu forse più importante - per l'unificazione d'Italia - del ben più conosciuto Garibaldi.
Il Duca ha dunque concluso la risposta alla mia domanda con una battuta stupefacente, priva comunque di ogni ironia: "...infondo le confesso che ogni mattina appena mi sveglio, mi sento repubblicano anch'io". Boato di applausi generale.
Amedeo d'Aosta ha voluto successivamente e comprensibilmente soprassedere relativamente ai contenziosi, anche legali, con il cugino Vittorio Emanuele di Savoia che, per motivi dinastici, ritiene non essere il legittimo erede al titolo di capo di Casa Savoia.
L'incontro si è concluso con una considerazione sui giovani, che il Duca, ha affermato essere mal rappresentati e deformati mediaticamente da certa televisione da lui testualmente definita "cialtrona".
"Giovani che incontro spesso, viaggiando in treno, e che vedo pieni d'entusiasmo, di valori e di voglia di fare".
Alla conclusione dell'incontro ho nuovamente stretto la mano a questo "monarca illuminato", le cui risposte, francamente e pur conoscendo la sua indole "progressista", non mi aspettavo.
Fossero stati della sua stessa pasta anche i suoi avi, probabilmente, il destino dell'Italia sarebbe stato diverso.
Così non è stato: viva la Repubblica, ordunque !

Luca Bagatin (nella foto con Amedeo di Savoia-Aosta)



22 luglio 2008

VIVA L'INNO DI MAMELI !



L'Inno di Mameli, ovvero il "Canto degli Italiani", fa parte del nostro patrimonio nazionale, storico e culturale.
Un canto composto dal martire del Primo Risorgimento Goffredo Mameli, patriota italiano e massone.
Senza il Risorgimento, ovvero senza le lotte borghesi e operaie di mazziniani, garibaldini e liberali, oggi l'Italia non solo non esisterebbe, ma sarebbe sicuramente meno libera.
Una libertà che l'On. Bossi ed il suo partito attribuiscono idealisticamente alla liberazione dallo "strapotere romano".....salvo egli stesso condannare tutti quanti allo "strapotere (anche) Padano" delle Provincie, delle Comunità montane e dei piccoli Comuni inutili, che la Lega difende a spada tratta proprio perché da essi trae la sua linfa vitale e le sue poltrone sulle quali si è seduta da tempo per gestire un Potere Romano e Padano dal quale lo stesso Berlusconi deve guardarsi, se vuole realmente liberalizzare il nostro Paese.
Ora, il Risorgimento non è un periodo storico che Bossi e la Lega amano particolarmente. Forse anche perché in pochi fra loro l'hanno studiato.
Ad ogni modo anni fa conobbi Davide Scaglia, un giovane leghista pordenonese di cui ho perso le tracce ed allora Presidente del Circolo Libertario Leghista "Carlo Cattaneo". Ora, egli parlava di federalismo, ma quello serio e sensato di Cattaneo che certo non era né secessionismo né farneticazione bossiana.
Un federalismo che affondava le sue radici proprio nel Risorgimento Repubblicano (e non già monarchico o conservatore) di Giuseppe Mazzini, dal quale Cattaneo partì per sviluppare i suoi intenti.
Un federalismo puro, permeato di liberalismo economico e laicismo. Così lontano dalle sparate bossian-leghiste che odorano da qui ad un miglio di medioevo delle origini.....salvo i distinguo dei vari Bobo Maroni che francamente poco riusciamo a comprendere che cosa facciano in un partito come quello (così come ai tempi non comprendevamo che ci facevano nella Lega Nord Davide Scaglia e quelli del Circolo Cattaneo).
Ora, c'è anche chi a sinistra propone di abolire l'Inno risorgimentale o financo di modificarlo in quanto giudicato "maschilista".
L'ignoranza è una brutta bestia. Eh, se sapessero i "compagnucci" che proprio Giuseppe Mazzini fu forse il primo femminista della Storia italiana, il quale si battè per una vera emancipazione delle donne. Emancipazione, non già uguaglianza, non già mero lievellamento marxista !
E se si continuasse approfondendo la Storia risorgimentale si comprenderebbe anche come quella fosse una vera lotta per la libertà dell'Italia dal giogo straniero, certo, ma anche una lotta per l'emancipazione della classe lavoratrice (si ricordino le prime Società Operaie di Mutuo Soccorso fondate dai Repubblicani di Mazzini e Garibaldi) e per la liberazione dall'oppressione culturale e politica della Chiesa cattolica.
Mai lotta in Italia fu più nobile di quella. Nemmeno la tanto decantata Resistenza (che spesso è stata teatro dei soprusi comunisti, ovvero fascisti rossi, a danno dei democratici antifascisti) è pagagonabile alla gloria del Risorgimento. Si leggano i volumi di Giovanni Spadolini, ma anche i saggi di Nello Rosselli e se ne avrà un quadro completo.
E fu nel Risorgimento che si teorizzò l'idea di Repubblica Universale per l'Italia e per l'Europa che ancora si trovava sotto il potente giogo monarchico ed imperiale.
E fu durante il Risorgimento mazziniano e garibaldino che si teorizzò l'idea di Fratellanza delle Nazioni che poi, un secolo dopo, portò all'origine all'Organizzazione delle Nazioni Unite.
Ecco allora il vero significato del "Canto degli Italiani" di Mameli.
Fratelli d'Italia, fratelli d'Europa, fratelli del Mondo, senza distinzioni di razza, colore, sesso, idali, orientamento sessuale, casta, credo religioso.
Un messaggio di semplice e lineare civiltà e religiosità laica.



Luca Bagatin



14 giugno 2008

Sui fratelli Rosselli e l'Azionismo Liberalsocialista



Sono passati 71 anni dalla morte per mano fascista dei fratelli Nello e Carlo Rosselli, teorici del socialismo liberale e militanti del Partito d'Azione e delle Brigate partigiane Giustizia e Libertà, avvenuta in Francia il 9 giugno 1937.
I fratelli Rosselli furono fieri oppositori del Fascismo sin dagli esordi, così come lo fu il deputato socialista Giacomo Matteotti, trucidato dalle camice nere il 10 giugno 1924.
Come Matteotti, i Rosselli, furono anticomunisti riformisti ed oggi e sempre andrebbero ricordati ed emulati, pur in quest'Italia post/neo fascista, post/neo comunista, clericale che ne vorrebbe oscurare la memoria (nei libri di testo scolastico sono ricordati solo marginalmente, a differenza dei vari Togliatti e fascisti rossi che tanto hanno fatto danno al nostro Paese, così come i loro eredi "democratici").
Il messaggio di questi martiri dell'antifascismo liberalsocialista ci giunge come pura ed autentica voce di speranza e di verità incontestabile, alternativa alla violenza, alle violenze di ogni totalitarismo.
"Uccidete me: ma l'idea che è in me non la ucciderete mai", ricorda Giacomo Matteotti ai dittatori d'ogni colore politico, ai catto-clerico-talebani d'oggi e ieri. Uccidete. Fate strage di verità, attraverso le vostre menzogne, ipocrisie e calunnie. Ma le idee permangono e così tutti coloro i quali continuano a portarle avanti.
Di Nello Rosselli, appassionato storico repubblicano, vorrei anche ricordare
l'ottimo volume "Mazzini e Bakunin" (in libreria è disponible l'edizione dell'Einaudi), che è un saggio utilissimo per chi vuole approfondire le radici storiche del Liberalsocialismo e del Repubblicanesimo. Si tratta di un testo storico-politico che ripercorre l'origine del movimento operaio italiano che, contrariamente a quanto ha voluto farci credere una certa storiografia marxista (troppo spesso mistificatrice), ha origini mazziniane e garibaldine: repubblicane quindi (come il colore rosso, mutuato poi da socialisti e comunisti, fu per la prima vlta utilizzato dai seguaci del Mazzini e di Garibaldi).
La storia del movimento operaio delle origini, a partire dalle Società Operaie e di Mutuo Soccorso, si interseca e si fonde con le lotte Risorgimentali per la libertà e l'emancipazione dall'Impero Asburgico, dalla Chiesa e dalla Monarchia Sabauda.
In "Mazzini e Bakunin", l'ottimo Rosselli ripercorre quegli avvenimenti storici a partire dall'analisi dei due protagonisti dell'Italia risorgimentale: il repubblicano e Apostolo dell'Unità d'Italia Giuseppe Mazzini, con la sua vocazione alla democrazia ed il materialista anarchico russo Michail Bakunin che fu all'origine del movimento libertario italiano ed europeo. Figure emblematiche e per certi versi contrapposte, ma a loro volta fortemente (e financo ferocemente) contrapposte all'antiumanitarismo totalitario propugnato da Karl Marx con il suo Manifesto del Partito Comunista che si concretizzerà nel '900 con l'avvento di una delle più sanguinarie dittature del mondo: l'Urss ed i suoi "satelliti".
"Mazzini e Bakunin" è certamente un testo illuminante e tutto sommato di semplice lettura per tutti coloro i quali vogliano conoscere un pezzo di storia patria troppo spesso negato e misconosciuto.


Luca Bagatin


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini