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13 settembre 2013

Il mito della Donna Selvaggia e gli archetipi junghiani attraverso fiabe e miti




Clarissa Pinkola Estés si definisce una "curandera" e una "cantadora" e, in effetti, è entrambe le cose.

E' una guaritrice in quanto psicanalista junghiana ed una cantastorie, nel senso che, attraverso le favole, le fiabe ed i miti, ne disvela gli archetipi e li mette a conoscenza dei suoi pazienti. Li cura, attraverso l'antica sapienza che si tramanda di generazione in generazione.
Favole come "Barbablù", "Scarpette Rosse", "Baba Jaga", “Il Brutto Anatroccolo” e molte altre della tradizione occidentale, orientale, africana, indiana.
Storie che si ripetono, nelle loro varie e millenarie versioni e che racchiudono i profondi significati della psiche. Significati archetipi, come amava dire Carl Gustav Jung, il quale seppe unificare la Tradizione spirituale alla psicanalisi e fare della prima lo strumento per eccellenza per comprendere e dare ragione della seconda.

Clarissa Pinkola Estés, con "Donne che corrono coi lupi", il suo primo libro pubblicato una ventina di anni fa e ripubblicato negli anni a venire, ha saputo fornire alle donne ed alla loro psiche quegli stumenti necessari per farle tornare agli istinti primordiali. Al mito della "Donna Selvaggia", scevra dai condizionamenti culturali delle società patriarcali, della modernità priva di spiritualità e d'anima. A quel mito che permette alla donna di riscoprire il proprio intiuto, di allontanarsi d'ogni tipo di ingenuità e riscoprire il piacere della rinascita.

Ma che cos'è la Donna Selvaggia ? E' la patrona degli artisti, dei pittori, degli scrittori, dei ballerini. E' l'intuito femminile, è Vita/Morte/Vita dell'anima e della psiche. E' ciò che sussurra nei sogni notturni delle donne, ovvero la voce interiore che giuda le donne dall'oscurità alla luce, dalla morte all'immortalità spirituale e mentale.
E le storie, le fiabe, i miti, sono lo strumento che permette alla terapeuta di far entrare la donna/paziente in comunicazione con la Donna Selvaggia, ovvero con la sua psiche più profonda.
Come spiega la dottoressa Pinkola Estés, le storie sono state - nei secoli - purgate da tutto ciò che fu ritenuto scandaloso dalla cultura dominante, ovvero ogni riferimento al sessuale, allo scatologico, alle culture precristiane e gnostiche, ai riferimenti alle dee ed al cosiddetto Femminino Sacro.
All'interno delle storie ci sono, invece, gli ingredienti per il risveglio dell'anima, ovvero tutto ciò che la cultura patriarcale e le Religioni Monoteiste Istituzionalizzate hanno voluto distruggere, al fine di poter soggiogare le donne ed il loro potenziale divino, spirituale e psichico.

Ecco dunque che "Donne che corrono coi lupi" ci presentano personalità predatrici come "Barbablù", che soggiogano la donna dalla psiche ingenua e metaforicamente "addormentata". Ma ecco che, nella storia di "Vassilissa la Saggia" ci sono gli strumenti per affrontare il "predatore", per uscire dal buio della foresta ed annientare i perigli e le difficoltà che si presentano lungo il cammino della vita.

Secondo la dottoressa Estés è necessario, prima di tutto, rimanere legate ai propri istinti, al proprio intuito, ovvero all'anima del femminino che, per sua natura, è selvaggia. Libera dai condizionamenti. Perché l'anima della Donna Selvaggia è primitiva e creativa.

Il saggio psicologico della dottoressa Estés è di fondamentale utilità anche per noi uomini. Non solo perché taluni aspetti in esso raccontati sono riscontrabilissimi anche nella vita maschile, ma anche in quanto utili a comprendere l'animo femminile, istintuale. In questo senso la storia della "Donna Scheletro" è illuminante.

E' la storia di un cacciatore che pescò lo scheletro di una donna che il padre, tempo prima, aveva gettato nel mare, avendone disapprovato i comportamenti.
Il pescatore, inizialmente, fu terrorizzato dallo scheletro della donna, ma, con il tempo, imparò ad amarlo ed ebbe compassione per esso. Egli pianse nel sonno e le sue lacrime riportarono alla vita la donna, con la quale visse poi in eterno.
Questa storia insegna che per amare è necessario essere forti e saggi e, dunque, comprendere la relazione fra Vita/Morte/Vita, in quanto l'amore è un susseguirsi di morte e rinascita. Muore la passione e rinasce. E così il dolore. Amare significa, dunque, sopportare - all'interno della relazione - molte fini e molti inizi. Aspetti che, peraltro, nelle confraternite iniziatiche quali la Massoneria, sono ben conosciuti. Il profano muore e rinasce come Iniziato.
Figura primordiale - raccontata nel saggio della dottoressa Estés - è quella dell'"esiliato", incarnato da storie come "Il Brutto Anatroccolo", il quale ha il cuore spezzato in quanto rifiutato da tutti, persino dalla sua famiglia, poiché ritenuto "inadeguato" a quello che possiamo definire "ambiente che lo circonda". Un ambiente che, in realtà, lo soffoca e non gli permette di essere ciò che veramente egli è, ovvero di manifestare la sua vera natura di...cigno !
La diversità - è provato nei secoli - è infatti indice di originalità e di creatività utile all'umanità. Ed è, ancora una volta, indice di "natura primordiale", ovvero "selvaggia", contrapposta al conformismo che vorrebbe renderci tutti quanti livellati e quindi innaturali, “grezzi”.
Aspetto che la donna, ma anche l'uomo, devono tenere in fondamentale conto è l'evitare di essere sottoposti a ripetute violenze, sia psicologiche che fisiche. Alla violenza, infatti, alla lunga ci si abitua al punto da desiderarla anche se ci è restituita la libertà. E ciò ci conduce inevitabilmente alla schiavitù, ovvero ad essere schiavi di "predatori" senza scrupoli.
Possibile via di salvezza è la creatività, il sapersi ritagliare un proprio spazio al fine di poter dipingere, leggere, scrivere, dedicare del tempo all'arte e a ciò che a ciscuno di noi più piace fare. Mai trovare la scusante di non avere tempo o di dedicare il proprio tempo a cose che si preferirebbe non fare per un eccesso di "responsabilità" o di "rispettabilità". Occorre, dunque, imparare a proteggere il proprio tempo e liberarsi da ogni complesso negativo e da ogni imposizione culturale, che, nei fatti, impedisce alla natura selvaggia ed istintuale di essere liberata.
E, nel mito, la natura istintuale e selvaggia delle donne è rappresentata da Baubo, la dea greca dell'oscenità e della sessualità sacra. Una dea senza testa, i cui occhi sono i capezzoli e la cui bocca è una vagina, la quale aveva il particolarissimo compito di raccontare storie oscene e piccanti, al fine di far sorridere Demetra e quindi trarla in salvo dalla depressione per la perdita della figlia, fornendole l'energia necessaria per riprenderne le ricerche.
Ecco che Baubo rappresenta l'energia sessuale, una vera medicina per lo spirito e pertanto, sin dalle più antiche Tradizioni, ritenuta sacra e paragonata all'umorismo, al sorriso che allevia ogni tristezza e collera.
Non a caso Jung riteneva che, chiunque avesse un problema di natura sessuale, in realtà, celasse un problema connesso allo spirito e all'anima; mentre chiunque affermasse di avere un problema spirituale, in realtà, nascondesse un problema di natura sessuale.
"Donne che corrono coi lupi", attraverso il mito e la psicologia junghiana, insegna anche a controllare la collera, la quale è l'esatto opposto della natura selvaggia. Per poter controllare la collera, la dottoressa Estés consiglia quattro "fasi del perdono": 1) prendere le distanze dalla persona o dall'evento che ci ha fatto andare in collera; 2) astenersi dal mugugnare o dal cercare ostilità; 3) dimenticare ed allentare la presa dall'evento traumatico; 4) perdonare e quindi smettere di provare risentimento.
Fasi non semplici o immediate, ma di sicuro giovamento per l'anima e la psiche. Fasi che ci aiuteranno a far rimarginare le innumerevoli cicatrici che cospargono la nostra "carne", la nostra anima ferita. Fasi che possono anche essere portatrici di lacrime, ma sono e saranno proprio le lacrime le dolci compagne che condurranno l'anima alla guarigione. Perché le lacrime, il pianto, ci rendono consapevoli, vigili e ci tengono lontani dai "predatori", come nella fiaba della "Fanciulla senza mani", la quale, piangendo per la perdita delle proprie mani, riesce a tenere lontano il Diavolo-predatore.
Ecco dunque, alla conclusione del saggio di Clarissa Pinkola Estés, comprendere come la fiaba, la favola, il mito, l'archetipo e l'allegoria siano delle vere e proprie medicine per la psiche e lo spirito istintuale. Delle donne, ma non solo.
In Massoneria e nelle confraternite iniziatiche, come già detto, sono aspetti che ben conosciamo in quanto gli stessi rituali massonici si fondano su miti ed allegorie. La stessa leggenda di Hiram, l'architetto costruttore del Tempio di Re Salomone, è una fiaba archetipica che, fra le altre cose, insegna al postulante come far morire la propria natura profana - condizionata dalla cultura dominante - e rinascere a nuova vita, una vita iniziatica, istintuale, selvaggia se vogliamo, ovvero spirituale, alla ricerca del proprio Io-Dio interiore nel senso gnostico e junghiano del termine.
Il mito della Donna Selvaggia e dell'Io Istintuale sono dunque miti arcaici che accompagnano l'umanità inconsapevole nel suo cammino di purificazione mentale e psichica. Se solo sapremo, vorremo e cercheremo di imparare di più dall'antica saggezza e dall'antica Tradizione dei Popoli della terra che, di generazione in generazione, di secolo in secolo, ci è stata trasmessa ed è lì, pronta per essere assaporata, appresa, interiorizzata, al fine di risvegliare la nostra anima e condurla verso la Luce.

Luca Bagatin



7 settembre 2013

"La mia vita è un Caos Calmo: Alla ricerca della Donna Ideale (ovvero inesistente)". Monologo by Baglu

Ci sarebbe molto da riflettere sul perché ed il percome molte persone, anzi, quasi tutte le persone e a volte senza il quasi, si facciano sentire solo ed unicamente quando ne hanno necessità.

Vogliono interviste, vogliono che li incontri, necessitano di qualche aiuto o di qualche spintarella, magari anche che gli si lecchi il culo. Per lo stretto necessario. Poi più nulla.

Questa mattina mi trovavo nel giardino dietro casa e stavo leggendo un libro sulla psicologia femminile che mi è stato suggerito da A.

Respiravo l'aria di fine estate ed osservavo il luogo in cui, quando avevo sei e sette anni giocavo a "campana", con un caro amico d'infanzia con cui sono ancora in contatto e con cui ancora esco a bere o mangiare una pizza. Un po' mi sono commosso e, per un istante, ho persino pensato che a sei o sette anni è impossibile pensare alla morte. Anche se io ci pensavo, ma, allora, come ad una cosa da rifuggire.

Pensavo che i morti fossero costretti ad essere chiusi in strette ed anguste bare da cui non sarebbero più potuti uscire per l'eternità.

Allora, quindi, avevo paura di morire e quell'amico d'infanzia mi ripeteva: "Ma tanto noi abbiamo ancora molti anni da vivere".

Oggi mi sento sprecato.

Sarò presuntuoso, ma mi sento francamente sprecato in questo mondo di clown, pazzi, stronzi, papponi, troie da sbarco, rompicoglioni, gradassi, mezzecalze, ricconi venuti sù dal niente (e che niente continueranno ad essere, ma nella totale inconsapevolezza dei più), fedifraghi o fedifraghe, banderuole.

E' vero, quando una donna mi ferisce sto molto male. E il mondo sembra crollarmi addosso. Non so spiegarne il motivo, ma penso sia dovuto a questa mia particolare sensibilità per il fascino femminile, che trovo in realtà solo di rado e in pochissime donne.

Quando questa o queste mi feriscono è come se mi crollasse un'ideale. E' come, credo, quando cadde il Muro di Berlino ed i comunisti duri e puri non seppero capacitarsene.

In realtà penso di essere sempre stato comunista, anche se non l'ho mai voluto ammettere del tutto. L'idea di un mondo perfetto mi ha sempre piacevolmente accarezzato, sarà perché rassicurante, sarà perché è un'idea grandiosa che, crescendo, approfondendo, studiando e sperimentando, comprendi essere assurda, effimera.

E' come l'idea di vivere per sempre con una donna che ti comprenda e che ti ami. E' un'idea e le idee sono bellissime.

Ma effimere.

Non ho più molta voglia di far parte di questo "grande circo". Mi diverte, a volte, ma è una gran perdita di tempo e, talvolta, anche di dignità. 

Mediare, sorridere, dire di sì, non sono cose che hanno mai fatto per me.

Allora tanto vale ritirarsi. Per un po', anche se preferirei farlo per sempre. Ma è ancora prematuro.

In realtà so che mi stancherei presto del "ritirarmi per un certo periodo di tempo". Sarebbe come decidere, di fronte ad un cabaret di pasticcini, di mangiarne solo uno. E chi resisterebbe ? Qualcuno - più parco e moderato del sottoscritto - resisterebbe e saprebbe resistere. Ma non il sottoscritto, preso dalle passioni, dalle pulsioni, da tutta roba che non interessa a questo mondo fatto di cretini che non sanno di esserlo (è questo il grave, perché chi scrive sa di esserlo, altrimenti sarebbe già uscito di scena da quel dì !).

Un giorno ci si renderà conto di quanto siamo/siete ridicoli nel nostro/vostro apparire. Nei socialnetwork, nei media, nei blog, in televisione.

C'è chi, purtuttavia, ha fatto di questo un modo per prendere in giro la baracca.

Ed è anche stato preso sul serio.




26 agosto 2013

"La mia vita è un Caos Calmo: Alla ricerca della Donna Selvaggia". Monologo by Baglu

Lo so, forse a Lei non dovrei più pensare.

Dovrei capire più cose sulla "Donna Selvaggia" e sul perché le donne ingenue preferiscono l'uomo predatore.

Io predatore non lo sono mai stato, così come non sono mai stato preda. Sentimentalmente parlando almeno.

Degli eventi forse sì ed anche delle eventualità. 

Eventualmente pensavo che...no, non pensavo. O, meglio, ho pensato di aprirmi a nuove possibilità, per poi subito, scoraggiato dagli eventi, richiudermi alle medesime.

Pensieri e parole. Da scrivere e da meditare.

Le donne della mia vita mi dicono che sono "esagerato". Una sola o forse due, mi ha definito "appassionato".

Appassionato mi piace. Esagerato no, anche perché dà quella connotazione negativa che limita. O, meglio, che delimita.

Non capisco perché questa necessità di molte donne di "delimitare". Parlo ovviamente dei miei rapporti con alcune di loro.

Oh, beh, ma la mia è pura curiosità sociologica. Non mi lascio più trascinare dalle correnti da almeno...forse tre anni ?

Da due anni sono seduto su questa panchina. Non aspetto. Osservo.

Talvolta prendo appunti, raccolgo materiale, semmai la cosa fosse utile a me e/o a qualcun altro.

Mi pongo molte domande, ma non saprei rispondere a nessuna. Eppure sono così bravo nel dare consigli agli altri ed a risolvere i loro problemi. Forse perché quelli altrui sono più semplici. Ma non tutti lo sono ed allora mi chiedo perché...perché c'è chi si rifiuta di aprire il suo cuore a me, che tanto vorrei accoglierlo ?

Non credo riuscirò più ad innamorarmi. Dico per davvero. Per finta è più facile. Innamorarsi per finta è forse la cosa che accade nella maggior parte dei rapporti. Rapporti fatti di "prede" e "predatori", in una spirale senza fine della quale non mi è mai piaciuto far parte.

Non credo né alla capacità di essere predatori né a quella di essere prede. Credo alla spontaneità appassionata dei rapporti e dei nonrapporti. Anche sessuali.

Credo all'assurdità degli stessi ed agli approcci lontani, preduti. A quelli che non ti aspetti.

Perché, allorquando aspetti qualche cosa, ecco che allora le aspettative sono disattese. Personalmente ho aspettato o, meglio, mi sono aspettato molte cose dalla e nella vita. Non ho mai ottenuto nulla, però mi sono sempre inventato tutto. E, almeno un po', ho fatto sorridere, talvolta, forse, sognare.

Ma se la vita dev'essere come un lavorìo continuo di invenzioni, di scorribande, di illusioni, di di di...di altro, allora si giunge ad un punto in cui ci si chiede: perché ? O, meglio, per chi ?

Per Lei.

Ormai senza nome, senza volto, senza.

Ma al profumo di lavanda.



30 gennaio 2012

"La mia vita è un Caos Calmo: Ricordi" monologo by Baglu



Mi ricordo quando avevo 17 anni e frequentavo la sede di Rifondazione Comunista, al pomeriggio, il sabato pomeriggio. Tutti i sabati.
Mi ero anche iscritto ai giovani comunisti, anche se lì, fra quei miei coetanei non è che mi trovassi poi tanto bene.
Ci trovavamo in una stanzetta della sede, saremo stati una decina. C'era anche una ragazza fra noi, una certa Sonia alla quale, tempo dopo, si aggiunse Valentina che aveva uno o due anni meno di me.
Fumavano quasi tutti ed io non ho mai sopportato il fumo negli ambienti chiusi, specie se non ci sono finestre aperte. Qualcuno fumava anche il sigaro, forse fingendo di imitare Che Guevara.
Io me ne stavo spesso in disparte perché più che discutere loro si divertivano fra frizzi e lazzi, che a me non è che siamo mai piaciuti molto.
Allora leggevo Marx e nella sede di RC avevo acquistato anche un libretto di Mao: "I centofiori", che poi non ho nemmeno mai letto.
Mi ricordo che comunque delle volte si discuteva anche, di problematiche legate alla scuola. Una volta dovevamo preparare un volantino e diedero a me il compito di redigerlo.
Non me ne ricordo il contenuto, ma mi ricordo il titolo: NOI SIAMO CONTRO !
Una volta stampato mi modificarono il titolo con: NOI CI OPPONIAMO ! ed io mi ricordo che me la presi con il giovane Segretario, che fra l'altro era anche più maturo, belloccio e piaceva molto alle ragazze, allora.
Gli dissi che questa cosa dell'"opposizione" non mi piaceva, che noi comunisti dovevamo andare al governo ed essere "contro", se necessario, ma non "opporci", così, come se fosse bello stare all'opposizione. Dovevamo scardinare "il sistema" dall'interno e non starne fuori.
Lui non ricordo esattamente che cosa mi rispose...una cosa tipo che ero preda del conformismo borghese reazionario e che dovevo fare autocritica.
Lui viveva da solo, ma era mantenuto dal padre, primario in qualche ospedale. Io invece ero figlio di una casalinga e mi ricordo che ero l'unico a non essere "figlio di papà" e non solo perché un padre non lo avevo.
Quando conobbi Valentina lei mi piacque subito. Ad una festa con i compagni tentai anche di corteggiarla, ma con scarsissimi successi, nel senso che allora non sapevo bene come corteggiare. La guardavo negli occhi ed anche lei mi guardava. Però nulla di più.
Poi un giorno mi ricordo che la chiamai al telefono con una scusa, visto che lei si era offerta di ricopiarmi al computer un manoscritto su Marx ed il comunismo che avevo preparato tempo prima.
Le chiesi, semplicemente, se voleva mettersi con me e lei mi rispose che ci avrebbe pensato.
Ci rivedemmo, in sede, un sabato pomeriggio, ma Valentina non mi disse nulla ed allora, all'uscita, le chiesi se ci aveva pensato.
Mi rispose che...ah, sì, beh, meglio se rimaniamo amici.
Mi ricordo che Andrea, il Segretario di noi giovani comunisti, un giorno mi disse che voleva realizzare un cortometraggio sulla gioventù bruciata e l'emarginazione sociale e voleva che io interpretassi il protagonista, ovvero un ragazzo triste e deluso, idealista, che gira per la città osservando i giovani dediti a bere nei bar alla moda, che lo deridono.
Mi ricordo che l'idea non mi piaceva perché in quel personaggio mi riconoscevo sin troppo e non mi andava di interpretarlo in una pellicola.
In realtà non mi piacevo, avrei voluto essere più leggero, magari anch'io alla moda, a divertirmi.
Però non mi è mai riuscito.
In quegli anni avevo i capelli un po' più lunghi di oggi, mossi, non portavo la barba nè gli occhiali ed ero molto più magro.
Se oggi riguardo le foto di allora mi vedo con il pugno sinistro alzato, vicino a Sonia e in un'altra foto vicino a Stefano: portavo un maglione rosso a V. In una foto sono anche ritratto da solo, sorridente, accanto ad un quadro di Lenin.
Alcuni dei miei ex compagni sono finiti male, qualcuno ha avuto anche qualche processo per varie ragioni, motivi abbastanza futili, "da ragazzi".
Mi ricordo che una volta, Andrea, ci aveva invitati nella sua casa in montagna e mi prendeva in giro perché mi diceva che mi avrebbe lasciato la camera matrimoniale affinchè ci potessi dormire con Valentina, alludendo a qualche cosa di sessuale.
Mi ricordo che mi sono messo a discutere con lui, perché non mi piaceva il suo tono canzonatorio e poi gli spiegai che non ero il classico ragazzo che scopava le ragazze così, tanto per scoparle.
Poi alla fine in montagna non ci siamo andati, nè io nè Valentina.
Mi ricordo che volantinavo fuori dalle fabbriche. Sì, quella è stata la prima volta che mi ricordo di aver volantinato.
Adesso stavo pensando ad una cosa molto triste e cioè che ci sono asili nido in Italia - ma temo che il fenomeno possa essere diffuso anche all'estero - in cui le educatrici picchiano i bambini. Bambini piccolissimi, di pochi mesi.
Poi ho appreso che ci sono anche case di riposo in cui ci sono anziani ad essere maltrattati.
Ora, io mi chiedo, ma perché devono essere i deboli ad essere maltrattati ? Lo so, dirò una banalità, ma perché a me questa banalità, ogni volta che la sento, ne parlo o ne scrivo, fa stare male ?
Mi potrete anche dire, sì, vabè, ma sono casi isolati...però sono casi.
Casi come quel caso di quel disabile inglese che è stato maltrattato ed abusato sin dalla più tenera età e poi è morto a 26 anni. La cosa peggiore è che la sua storia era nota, persino alle forze dell'ordine, ma nessuno lo ha aiutato.
Però poi se ti fai un giro in rete vedi che di storie come questa, che potrebbe sembrare di fantasia, da film dell'orrore, ce ne sono tante.
Ed allora a me vengono sempre in mente i campi di sterminio nazisti, sì, quelli che in televisione non riesco a guardare.
Mi si arresta il pensiero.
Mi ricordo che una volta ho partecipato ad una manifestazione contro la pena di morte, a Trieste, e sono stato aggredito da persone che non la pensavano come me.
Sono finito a terra, c'era del fumo anche se facevo parte di un gruppetto di dieci persone "armate" solo di un cartello ciascuna con su scritto: NESSUNO TOCCHI CAINO.
Poi un'altra volta, eravamo in cinque o sei, vicini al Partito Radicale, manifestavamo per una giustizia giusta davanti al Tribunale e siamo stati "aggrediti" a parole dai girotondi che in quegli anni andavano di moda. Non ho mai capito bene perché...mi ricordo solo la solita storiella dell'essere "borghesi reazionari"...
Poi mi ricordo cose che non vorrei qui ricordare.
Penso che più ad una cosa pensi e più si radica la convinzione che tu abbia più passato che futuro.
E forse è vero, ma è triste morire senza figli.



4 gennaio 2010

UN AMORE SENZA FINE romanzo a puntate by Luca Bagatin (CAPITOLO TREDICESIMO)

Ed ecco a voi, come primo post del 2010, il tredicesimo e penultimo capitolo del FEUILLETTON "Un amore senza fine", il romanzetto che scrissi a quattordici anni, nel 1993.
Riuscirà Einrich Von Breith, giovane musicista, a coronare il suo sogno d'amore con la nobile Verusca Von Holstein ?
Nella Prussia del XVIII secolo, fra battaglie e duelli, una storia d'amore destinata a durare oltre ogni avvenimento.

Luca Bagatin

Capitolo tredicesimo

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Fine di un supplizio

Il mattino seguente Einrich pagò la locandiera, uscì dalla locanda e sellò il cavallo che lo avrebbe condotto nella Franconia Settentrionale, tra la grinfie del ‘maledetto austriaco’.

La cavalcata fu lunga ed estenuante, ma finalmente il ragazzo raggiunse Francoforte al calar delle prime tenebre.

Per quanto riguarda i venti granatieri inviati da Von Grimbukow per acciuffare Einrich ed Heinz, vennero catturati da alcuni soldati francesi in borghese nei pressi di Weimar. Quando lo venne a sapere il Maggiore, ne fu adiratissimo, tanto che chiamò il suo attendente Franz, fece preparare una carrozza e, grazie alle informazioni avute dai suoi fidi agenti, venne anche a sapere che Einrich ora si trovava in Franconia e partì appunto per quella regione.

Einrich, intanto, sceso da cavallo, vide di fronte a sè l’imponente fortino austro-prussiano comandato dal Generale Loudon, difeso all' esterno da alcuni fanti austriaci.

Il giovane, con passi felpati, si avvicinò ad uno di loro, gli mise una mano alla bocca e contemporaneamente lo colpì alla nuca con il calcio della sua pistola, stordendolo. Successivamente indossò la sua uniforme e poté così entrare nel fortino indisturbato.

Si accorse tuttavia che anche la stanza del Generale, dove probabilmente era rinchiusa Verusca, era sorvegliata. D’un tratto udì una voce gridare da una botola situata proprio sotto i suoi piedi: - Mark, aiuto, vieni a liberarmi, ti prego... -

Einrich aprì la botola, scese le scale e trovò la Duchessina vestita di cenci, con la faccia e la schiena graffiate e, come se non bastasse, legata ad un tavolo di tortura.

Immediatamente il giovane la slegò e le disse: - Amore mio, lo so che non volevate che fossi io il vostro liberatore, ma l’amore che provo per voi è troppo grande per rimanere indifferente a tutto ciò. Ho letto la lettera che avevate scritto a Von Grimbukow, ed eccomi qui al suo posto. Ma ora ditemi, perché il Generale Loudon vi ha ridotta in questo stato? -

La ragazza gli rispose piangendo: - Einrich, come già saprai, Loudon vuole sposarmi contro la mia volontà e per questo ho cercato di oppormi con tutte le mie forze alle sue pressioni e lui, per punirmi, mi ha fatta frustare per un giorno intero su questo letto di tortura! -

Il giovane la compatì e, prendendole teneramente la mano, la portò via da quel supplizio infame facendo attenzione a non fare rumore.

I due tuttavia vennero ugualmente scoperti da Loudon, un militare di mezza età robusto, con il viso coperto di rughe, il quale non esitò a sguainare la spada e a duellare con Einrich per parecchi minuti; finchè la mano esperta del giovane trafisse il vecchio corpo dell’ ufficiale austriaco.

Verusca abbracciò calorosamente il vincitore.

- Ein, credo di amarvi. Inizialmente vi credevo un ingenuo, un immaturo, ma ho potuto infine constatare che voi siete un ragazzo di cuore, che si batte per chi ha bisogno di aiuto e di conforto -

- Cuore mio, non amate più, dunque, il Barone Von Grimbukow? Colui che desideravate ardentemente sposare? - le chiese Einrich lusingato per le dolci parole dell’ amata.

Verusca gli rispose rassegnata: - Mark è troppo impegnato nei suoi stupidi piani di battaglia e da tempo mi tratta come la sua schiava, poichè dice che un nobile deve essere servito e riverito dalla sua dama. Voi, invece, caro Ein, non siete nobile ed anche se lo foste, non mi sembrate certo il tipo che tratterebbe in tal modo la propria dama -

- No di certo, amore: per me le dame hanno gli stessi diritti dei cavalieri, ed in più hanno molti più pregi, primo fra tutti quello della dolcezza! -

I due innamorati si guardarono fissi negli occhi per qualche istante e successivamente si misero a ridere a sqarciagola come non avevano mai fatto prima.



12 dicembre 2009

UN AMORE SENZA FINE romanzo a puntate by Luca Bagatin (CAPITOLO UNDICESIMO)

Nuovo colpi di scena attendono i lettori di questo FEUILLETTON che scrissi nel 1993 - all'età di soli 14 anni - per poi smettere del tutto con i romanzi (ho ancora qualche cosa nel cassetto dei ricordi, a dire il vero, ma non è il caso di disgustare ulteriormente i lettori con quella che considero - non a torto - "robetta").
Buona lettura e......non perdetevi la prossima entusiasmante puntata nel segno dell'avventura e dell'intrigo Settecentesco.

Luca Bagatin

Capitolo undicesimo


La fuga


Einrich si congedò da Heinz e si diresse verso il centro del fortino, ove il Colonnello Maxen era pronto per dare le prime disposizioni per la battaglia al Maggiore Von Grimbukow ed ai soldati.

- Uomini! Come già sapete sarà il Maggiore Von Grimbukow che vi condurrà in Franconia, dove vi scontrerete con la fanteria francese guidata, pare, dal Generale Le Blanche. Tuttavia non sarete soli. A fiancheggiarvi, infatti, ci sarà anche il 15° reggimento austriaco! Ora però, Maggiore, illustrateci il vostro piano d’attacco -

Von Grimbukow disse a pieni polmoni: - Soldati! E' necessario accerchiare il nemico sul lato destro del campo di battaglia, in modo da renderlo inoffensivo. In questo modo la fanteria austriaca potrà completare, vincente, la nostra gloriosa opera! -

Il giovane Von Breith, tuttavia, lo contraddisse urlando: - Maggiore, ma così facendo il nostro contingente subirebbe enormi perdite, favorendo esageratamente gli austriaci! -

- Von Breith, vedo che non solo non ve ne intendete di donne, ma anche in strategie militari non siete da meno! - lo derise Von Grimbukow.

Di colpo tra le linee prussiane si sollevò una fragorosa ed unanime risata che provocò la collera di Einrich e, indirettamente, anche quella dell' amico Heinz.

Terminate le disposizioni, Einrich ed Heinz si ritrovarono per progettare la fuga dal campo che decisero di compiere per raggiungere: Bevern, Weimar, sua città natale e Von Breith, Brema, ove avrebbe potuto incontrare la dolce Verusca.

Einrich, infatti, era ormai deciso a non cambiare più vita, ma ad uccidere Von Grimbukow e a riconquistare il cuore della Duchessina.

Il giovane propose di penetrare, il giorno seguente, nella stanza del Colonnello con la scusa di recapitargli un dispaccio della massima importanza; successivamente lo avrebbe colpito alla nuca con il calcio del fucile e indossato la sua uniforme. Lo stesso doveva fare Heinz con il Maggiore Von Grimbukow.

- Sarà un gioco da ragazzi, Einrich! - esclamò compiaciuto Heinz.

- Me lo auguro - rispose un po’ dubbioso Einrich.

Il mattino seguente Einrich si presentò nella stanza del Comandante, dicendo: - Herr Colonnello, ho un messaggio urgente per voi da Berlino...lo manda espressamente Sua Maestà -

- Avanti, soldato, fate vedere! - rispose ansioso l' ufficiale.

Il giovane allora, furtivamente, lo colpì alla nuca e, come aveva progettato, si impossessò della sua uniforme ed uscì dalla stanza.

Poco dopo arrivò anche Heinz con l’uniforme del Maggiore e la faccia lievemente nascosta per non mostrare i baffi rossicci.

Così vestiti, i due passarono facilmente inosservati e, una volta saliti in groppa ai cavalli degli ufficiali, andarono al galoppo sperando così di raggiungere al più presto le loro città natie.





5 dicembre 2009

UN AMORE SENZA FINE romanzo a puntate by Luca Bagatin (CAPITOLO DECIMO)

Eh, povero, povero Einrich Von Breith......
Arruolato nell'esercito prussiano - in piena guerra contro la Francia - solo per sfuggire alla sua incommensurabile tristezza per aver perduto l'amore della sua tenera Verusca Von Holstein.....
Un amore Settecentesco in pieno stile, che per molti versi anticipa il Romanticismo ottocentesco.
In effetti, quando all'età di quattordici anni cogitai questo romanzetto, ero un appassionato dei cosiddetti "romanzi di appendice" ed al contempo ero un grande divoratore di fumetti e della vita di Giacomo Casanova.
Ai tempi avevo anche preso una cotta per una certa Verusca, mia coetanea, che non mi corrispondeva punto.
E a capo.
Ma mai avrei immaginato - nel "lontano" 1993 - che avrei battuto sul tempo Cinzia Th Torrini.
Alla faccia sua e di "Elisa di Rivombrosa" !


Luca Bagatin

Capitolo decimo


Il ritorno


L’alba padroneggiava a Postdam ed i soldati, compreso Einrich, erano tutti allineati al centro del fortino.

Il Comandante, un certo Schultz Maxen, presentò loro colui che li avrebbe condotti in battaglia: il Maggiore Mark Von Grimbukow degli ussari di Sua Maestà1.

Einrich lo riconobbe subito, anche se indossava un’uniforme nera e portava un copricapo tubolare con al centro un teschio con due ossa incrociate, simbolo appunto degli ussari di Sua Maestà.

Anche Mark lo riconobbe, ma fece finta di nulla.

Poco dopo arrivò in carrozza anche la Duchessina Verusca, la quale venne fatta scendere dal suo promesso sposo, ma non riconobbe immediatamente Einrich.

Il giovane Einrich, pervaso da un senso di rabbia ma al contempo di felicità, durante il periodo di riposo, si diresse verso la Duchessina, la quale stava conversando con il cocchiere.

- Verusca, come mai siete venuta in questo rude e volgare fortino? - le chiese impaziente Einrich.

- Messere, io appartengo all' aristocrazia tedesca e, se non lo sapete, ho il diritto e soprattutto il dovere di far visita ogni mese agli uomini di Sua Maestà - gli rispose formalmente Verusca.

Il ragazzo rimase sbalordito per il tono freddo che la sua amata usava nei suoi confronti e se ne andò sempre più amareggiato.

Distrattamente si scontrò con il Maggiore Von Grimbukow, il quale con tono di superiorità gli disse: - Soldato Von Breith, ancora tra i piedi? Lo sapete che qui non siamo nel mio maniero, ma nell' esercito migliore di tutta Europa? -

- Barone, non vi permetterò di sposare Verusca, anche a costo di sporcare le mie mani con il vostro lurido sangue! - rispose adirato Einrich che proseguì poi per la sua strada.

Diverse ore dopo i soldati vennero informati che il Comandante aveva preparato il piano di battaglia per cogliere di sorpresa i francesi, perciò pochi giorni dopo sarebbero dovuti partire per la Franconia, ove si trovavano gli accampamenti nemici.

Tra i camerati di Einrich ve n’era uno che borbottava in continuazione e, quando seppe di dover partire in battaglia, grugnò dicendo: - Uffa! E’ mai possibile che non succeda mai nulla in questo stramaledetto posto? -. Poi si rivolse ad Einrich: - Tu, camerata, non pensi la stessa cosa? -. Il giovane rispose sorridendo: - Penso che questa guerra sia inutile. La Prussia non trarrà certo beneficio da essa, anzi, morti e distruzioni di ogni genere! -

Allora il soldato, che era parecchio più grosso di Einrich, poco più basso e con i baffi rossicci, gli chiese: - Come mai allora ti sei arruolato volontario, come mi risulta? Io, almeno, ci sono stato costretto! -

- Ho intenzione di cambiare vita: ho perso il lavoro, ma soprattutto ho perso l' amore. E allora, perché continuare a condurre una vita inutile? - rispose il giovane.

- Bè, almeno, conducendo una vita inutile non rischi di farti ammazzare! - disse scherzosamente il camerata.

- Non mi è mai importato di vivere, tanto meno ora che tutto è crollato in me!- gli rispose disperato Einrich.

- Hai tutta la mia comprensione, camerata. Io sono Heinz, Heinz Bevern - gli disse il soldato stringendogli caldamente la mano.


1 soldati a cavallo.



28 novembre 2009

UN AMORE SENZA FINE romanzo a puntate by Luca Bagatin (CAPITOLO OTTAVO E NONO)

Sedici anni fa cogitai questo FEUILLETTON ambientato nella Prussia settecentesca: fra guerre, intrighi e tradimenti.......
Un amore senza fine, un amore contrastato......un amore impossibile fra un semplice musicista ed una nobildonna......
Quattordici capitoli che vi terrenno con il fiato sul collo.
Altro che sospeso !
(tranquilli, il mio medico mi ha sconsigliato di mangiare aglio).

Luca Bagatin

Capitolo ottavo


La sconfitta

Turning era ormai morto e Mark ‘uscì dall'ombra’. Verusca gli venne incontro e lo abbracciò.

- Amore mio, perché abbracci colui che ci ha fatto passare tutti questi brutti momenti? -, chiese Einrich, adirato, alla sua amata.

La giovane lo guardò, e con le lacrime agli occhi gli rispose: - Einrich, devi capire che amo quest' uomo e non mi importa ciò che ha fatto in precedenza. L' importante è che non lo rifaccia mai più, vero, amore? -

Il Barone le sorrise e le disse: - Certo cara, ci sposeremo e vivremo sempre felici. Quanto a questo borghese, può anche tornarsene a casa! -

Einrich subì così la prima grande sconfitta della sua vita.


Capitolo nono


L' arruolamento

Einrich Von Breith era finalmente ritornato a Brema, anche se molto deluso e amareggiato per la presa di posizione della Duchessina Verusca.

Poco lontano dalla sua vecchissima dimora, udì una voce maschile che urlava a squarciagola: - Cittadini di Brema! Arruolatevi nel corpo dei Granatieri Giganti di Re Federico Guglielmo I. La paga è di un tallero al giorno e il vitto e l’alloggio sono entrambi a carico di Sua Maestà!-

Einrich fu lì lì per arruolarsi, tuttavia un vecchio lo prese per il braccio e lo fermò: - Ragazzo, non farlo, non sai che cosa ti aspetta nel Corpo dei Granatieri Giganti! Fatica ... sangue ... fame... -

- Lo so, Signore, ma voglio dimenticare il mio passato e crearmi un’altra vita. La carriera militare nel Corpo più prestigioso di Prussia è quello che ci vuole! -, rispose coraggiosamente il ragazzo.

Il vecchio per un po’ rimase ammutolito, ma poi disse: - Hai fegato, ragazzo. Sono pochi quelli che vogliono far carriera nell' esercito del maledetto Re ‘Sergente’ ed in particolare in questo periodo, in cui la Prussia è in guerra1! -

Einrich alzò le spalle e si arruolò ugualmente.

Gli venne poi consegnata un’attillatissima uniforme blu con i calzoni bianchi, un cappello appuntito grigio ed inoltre, la parrucca bianca che portava in testa, venne sostituita con un’altra parrucca castana che terminava con una lunghissima treccia.

In seguito gli vennero consegnate le armi: uno spadino in metallo da tenere alla cintura, un fucile munito di una baionetta affilatissima, della polvere da sparo ed uno stoppino per caricare il fucile e pulirne la canna.

Fu così pronto per la lunga marcia che lo avrebbe condotto, insieme ai suoi camerati, a Postdam, proprio dove egli era precedentemente stato.

L’austero ambiente militare di Postdam non era certo il posto adatto ad Einrich, che amava l' arte, le belle donne, gli scherzi e le burle. A Postdam vigevano infatti l’ordine e la disciplina e chi non rispettava gli ordini dei superiori, veniva severamente punito. La pena più comune consisteva nell' essere frustati dagli ufficiali o dagli stessi camerati, con gli stoppini in metallo utilizzati per caricare i fucili!

Einrich, come si è già detto, odiava inizialmente quell' ambiente e i duri esercizi fisici a cui era sottoposto, ma ben presto cominciò ad amare tutto ciò, riuscendo a comprendere che per fare di un uomo un buon soldato, era necessario essere rigidi e inflessibili, senza mai cedere.

1 Guerra di Successione Polacca.



16 novembre 2009

UN AMORE SENZA FINE romanzo a puntate by Luca Bagatin (CAPITOLO SETTIMO)

E con questo siamo alla metà dell'opera del mio FEUILLETTON che scrissi ben sedici anni fa.
Sette capitoli su quattordici, dunque !
Perdonate ancora una volta la mia scrittura giovanile ed "inesperta"...ma lasciatevi comunque avvincere quest'oper(ett)a in stile settecentesco scritta - peraltro - ben prima di Armida di Rovombrombretta dalla Cinzia col Tiacca Torrigiani.

Luca Bagatin

Capitolo settimo



Il tradimento


    Alcuni giorni dopo, Morgan Turning venne a conoscenza del fallimento del suo piano, mediante un informatore e ne diede conoscenza al Barone Von Grimbukow, il quale propose di uccidere personalmente Einrich.
    Il vecchio tuttavia gli disse: - Messere, lasciate che ce ne occupiamo io ed i miei uomini, dato che abbiamo più dimestichezza in questo genere di cosette...-
    - Quel maledetto borghese insidia la mia amata e per questo ho il diritto e il dovere di battermi con lui e di ucciderlo! -
    Il vecchio insistette ancora: - Barone, guardate la cosa da un altro punto di vista: se sarà Von Breith ad uccidervi, morirete con disonore ed inoltre non potrete più rivedere la Duchessina e mettere mano alle sue ricchezze; mentre ciò non potrà di certo accadere a me o ad uno dei miei uomini! -
    - Bene, Morgy, mi avete convinto! Partite pure alla ricerca del giovane borghese! -
    Una volta partito il vecchio, Mark lo seguì, ormai deciso a porre fine all' esistenza del giovane Von Breith.
    Einrich, Verusca ed Alexandra, salutarono e ringraziarono il Principe Federico ed il Conte e quest’ultimo donò loro una nuova carrozza con la quale avrebbero proseguito il viaggio, dato che ormai troppi erano a conoscenza del loro soggiorno a Weimar.
    Einrich decise che era il caso di dirigersi verso Berlino. Là, infatti, avrebbero goduto della protezione del Re di Prussia. Tuttavia il misterioso informatore di Turning , venne ben presto a conoscenza di ciò e ne diede comunicazione al suo padrone, mediante il solito messaggio legato ad un piccione viaggiatore.
    Dopo alcuni giorni, Einrich e le due dame, arrivarono a Postdam, principale presidio militare di Re Federico Guglielmo I.
    Poche ore dopo arrivò anche Morgan Turning, il quale, intercettato Einrich, estrasse la spada.
    - Von Breith, finalmente possiamo scontrarci e per giunta nella città cara al Re "Sergente"(soprannome del Re di Prussia Federico Guglielmo I con il quale passò anche alla Storia. N.d.A.) ! -
    A quelle parole Einrich sguainò la spada e, con uno scatto furtivo, fu immediatamente dinnanzi al vecchio Morgy.
    I due iniziarono a duellare senza sosta, osservati a distanza, non solo dalle spaventate dame, ma anche dal Barone Von Grimbukow, il quale era momentaneamente nascosto dal muretto di una piccola abitazione.
    Entrambi i duellanti erano stremati dal combattimento, ma d’un tratto Turning lasciò cadere la spada, estrasse la pistola dalla tasca della giubba, prese violentemente il braccio di Verusca e gliela puntò alla tempia.
    - Von Breith, non siete morto, ma siete stato ugualmente sconfitto! Ora tornerò a Brema con la Duchessina e chiederò un riscatto di duemila talleri al suo fidanzato, anche se, fino a ieri, è stato un mio fido alleato! -
    - Che cosa intendete dire con: “è stato un mio fido alleato”? -, chiese Einrich sorpreso.
    - Il Barone Von Grimbukow non è stato altro che una pedina fra le mie mani; gli avevo promesso di uccidervi in cambio delle ricchezze della Duchessina che ci saremo equamente spartiti, ma ora voglio molto di più di quanto mi sarebbe spettato! Von Breith, sappiate che tramavo tutto ciò fin dal momento in cui scrissi l’orribile minaccia che trovaste in camera vostra! -
    D' un tratto si udì uno sparo e successivamente Morgan Turning cadde a terra privo di vita. Il colpo era partito dalla pistola del giovane Von Grimbukow, il quale aveva così vendicato il tradimento subito dal vecchio ‘Satana’.




8 novembre 2009

UN AMORE SENZA FINE romanzo a puntate by Luca Bagatin (CAPITOLO QUINTO E SESTO)

Questi quinto e sesto capitolo del settecentesco romanzetto (orripilante) che scrissi con i brufoli in volto all'età di quattordici anni (correva l'anno 1993, alla faccia del ben più postumo Elisa la Riottosa di Cinzia col Ti-Acca Torrini) sono davvero pregni di colpi di scena.
Leggeteli e commentateli con calma...magari ingozzandovi di prugne !
In attesa del loro seguito che potrete leggere lunedì 16 novembre prossimo venturo.

Luca Bagatin

Capitolo quinto



La disgrazia


    Quando la carrozza con a bordo Einrich, Verusca ed Alexandra arrivò a Weimar, era già l’alba. Il sole era lievemente coperto da una nuvola e la città si stava a poco a poco animando: la bottega del fornaio stava per essere aperta, il salone del barbiere anche e nel Palazzo del Conte, unico Signore della città, stava succedendo un gran ‘trambusto’. Egli, infatti, tutte le mattine si dilettava nello ‘strimpellare’ il suo antico violino, provocando spesso le ire dei suoi vicini.
    Einrich ordinò al cocchiere di fermarsi proprio davanti al Palazzo. Successivamente fece scendere le dame, bussò e si fece annunciare come: ‘Lo spadaccino solitario e le sue madame’.
    Il Conte li ricevette con piacere ed esclamò sorpreso: - Ein, amico mio, non ci vediamo dai tempi in cui frequentavamo la Scuola di scherma presso la Corte di Versailles! -
    - Hai perfettamente ragione Franz -, rispose il giovane e continuò - Queste due dolcissime dame sono: la duchessina di Brema Verusca Von Holstain e la sua amica Alexandra...-
    - ...Vertlag. Alexandra Vertlag, Signore -, intervenne a puntualizzare Alexandra.
    Il Conte, che era un uomo piuttosto robusto, con il viso coperto di cipria bianca che tuttavia non riusciva a nascondere le gote rossastre, indossava una giubba giallastra, dei calzoni di raso rossi ed una parrucca bianca piuttosto sobria. Immediatamente fece il baciamano alle due giovani e si presentò dicendo: - Sono il Conte Franz Ripbentropfen, al vostro servizio madame, ma voi potrete chiamarmi solo Franz, come fa da sempre il mio grande amico Ein. A proposito, caro Ein, come mai da queste parti? -
    - Franz, c’è un tale di nome Morgan Turning che mira ad uccidere tutti e tre e auspicherei che tu ci ospitassi qui nel tuo Palazzo ... per il momento ... -
    - Ein, sei il ben venuto nel mio maniero, insieme, naturalmente, alle due graziose dame -
    Intanto, in una casupola poco lontana, il Marchese Fritz Hausbrand, un figuro con le sopracciglia foltissime ed una giubba rossa e piuttosto sgualcita, aveva ricevuto il messaggio di Morgan Turning e si apprestava a ‘sguinzagliare’ alcuni suoi scagnozzi, affinchè trovassero Einrich e le due fanciulle.
    Alcune ore dopo, uno di loro riferì al Marchese di aver scorto un giovane che corrispondeva alla descrizione di Einrich aggirarsi per il palazzo del Conte Ripbentropfen e, a queste parole, Hausbrand impugnò la sua spada, montò in groppa al suo cavallo nero e, al seguito di alcuni malviventi, si diresse verso il maniero del Signore della città.
    Einrich, intanto, discuteva del più e del meno con il Conte, mentre Verusca e Alexandra osservavano divertite la curiosa collezione di monete false del nobile. D’un tratto videro il portone d’ingresso spalancarsi ed entrare il Marchese e i suoi scagnozzi con atteggiamento di sfida. Il Conte, allarmato, ordinò alle sue guardie di arrestarli ma queste vennero abbattute in pochi istanti.
    Il Marchese, spazientito, si rivolse ad Einrich e disse: - Von Breith, è giunto il momento di vedere quanto vali come spadaccino! -, e lo ferì alla faccia.
    Il giovane, adirato, sguainò la spada e i due iniziarono a duellare senza tregua.
    Verusca, venendo in aiuto ad Einrich, prese dal muro una pistola e la puntò verso Hausbrand, ma, immediatamente, venne colpita al petto da un colpo sparato da uno degli scagnozzi del Marchese e cadde morta. Einrich, vedendo la scena, non riuscì a trattenere un grido di disperazione e Hausbrand ne approfittò per ferirlo alla spalla.
    Il giovane cadde a terra e venne portato nella vecchia dimora del Marchese, insieme al Conte e ad Alexandra, dagli scagnozzi del perfido aristocratico.
    Einrich più volte urlò invano il nome della sua amata: - Verusca, non potete essere morta! Non è vero, no... -, ma venne zittito da un pugno datogli dal Marchese.




Capitolo sesto



Il salvatore


    La disperazione in Einrich cresceva sempre più e ciò non accadeva solamente a lui ma anche al Conte e ad Alexandra, la quale non riuscì a trattenere le lacrime.
    Poco dopo la porta della casa del Marchese Hausbrand si spalancò ed entrarono alcune guardie del Conte e, inaspettatamente, il figlio del Re di Prussia1 in persona, il quale era venuto a Weimar per fare visita al Conte. Il Principe ereditario disse maestosamente: - Io, Principe ereditario del Brandeburgo-Prussia, Federico Hoerzollern, vi dichiaro in arresto per aver sequestrato il Conte di Weimar e i suoi amici! -
    Il Marchese ed i suoi scagnozzi vennero quindi imprigionati nella Torre di Weimar ed in seguito sicuramente condannati ai lavori forzati in Prussia Orientale; mentre il Conte, Einrich ed Alexandra vennero liberati e ringraziarono di tutto cuore il Principe ereditario.
    - Maestà ... il mio cuore è gonfio di dolore per la morte della duchessina Verusca Von Holstein ... vigliaccamente uccisa dai malviventi che ci tenevano prigionieri ...  -, disse Einrich fra le lacrime.
    Federico gli sorrise: - Messere, quietate il vostro cuore, dovete sapere che è stata proprio quella ragazza a dirmi che eravate qui...ed eccola: Duchessina, entrate pure -. E dalla porta della vecchia casa apparve viva e vegeta la Duchessina Verusca.
    Einrich e gli altri ne rimasero sbalorditi, ma lei spiegò tutto: - Io non sono mai morta, infatti a salvarmi dal colpo di pistola è stato il bustino molto spesso del mio abito. Ho poi finto di morire e così ho potuto vedere dove vi conducevano e, in seguito, avvertire Sua Maestà il Principe ereditario, che è poi venuto a liberarvi -
    Tutti ne rimasero piacevolmente stupefatti e Einrich comprese sempre più che Verusca era la donna della sua vita.
    Successivamente il Conte invitò il Principe Federico nel suo Palazzo, ove andarono tutti a festeggiare per tutto il giorno.


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini