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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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9 ottobre 2015

Quando mi candidai alle Amministrative di Roma con la Staller e contro Marino e Alemanno

Nel 2013 mi candidai, repubblicano mazziniano, libertario, chavista e peronista, nelle liste del Partito Liberale Italiano, rilanciando la figura di Ilona Staller in politica, alle elezioni Amministrative di Roma.

Lo feci perché Ilona era un'amica che stimavo da sempre e mi intrigava l'idea di rilanciare l'area laica con un programma "radicale" e di "estrema sinistra", che solo Ernesto Nathan avrebbe potuto portare avanti e mi intrigava farlo con un'icona hippie e fricchettona come Cicciolina, così simile al mio modo di vedere la vita e la politica.

Con Ilona, per tutta la campagna elettorale, dicemmo e scrivemmo: "Dobbiamo impedire a Marino ed Alemanno - ovvero i riferimenti romani dell'inciucio nazionale - di vincere queste elezioni comunali (...). All'antipolitica dell'inciucio destra-sinistra, contrapponiamo le politiche in favore di disabili, degli anziani, dei bambini, degli omosessuali, delle prostitute, delle donne sole, dei senzatetto e degli animali. All'antipolitica dell'inciucio, contrapponiamo gli ultimi, i più bisognosi, che necessitano di strutture socialmente utili, parchi, asili nido sempre più insufficienti, reddito di cittadinanza, trasporti efficienti e meno costosi. Tutte cose che potrebbero essere attuate abbattendo del 50% gli stipendi di Sindaco, Assessori, consulenti e funzionari pubblici".

Lo dicemmo, pur inascoltati anche dagli stessi compagni di lista.

Oggi assistiamo alle dimissioni di Marino, che, secondo noi, non avrebbe dovuto nemmeno essere eletto.

Così come non doveva essere eletto, a suo tempo, Gianni Alemanno.

I romani facciano ammenda. La causa del loro mal sono i politici, certo, ma anche loro stessi che li hanno eletti.

Si diano da fare, cambino mentalità. Siano più solidali, puntino all'autogestione delle imprese pubbliche ATAC e ACEA. Siano rivoluzionari, così come cercammo di fare noi nell'ambito di quella folle campagna elettorale.

Non ci illudiamo, certo.

La Roma di oggi è e rimane una città servile, lontanissima dai fasti dell'Impero Romano e dai tempi di Ernesto Nathan. Occorrono spiriti liberi e coraggiosi. Altrimenti continuerà ad essere la Capitale, sì, ma dello sfacelo di questo Paese.


Luca Bagatin (nella foto con Ilona Staller)



15 aprile 2013

EMMA FOR PRESIDENT !

A giorni si terranno le prime votazioni per il nuovo Presidente della Repubblica.
E, almeno questa volta, in questo particolare momento storico di crisi politico-culturale-economica, è necessario che il nuovo Presidente sia VERO garante della Costituzione e dello Stato italiano.
Chi scrive -  assieme all'amica Ilona Staller - lanciò, solo pochi mesi fa, la proposta di candidare l'ultimo Padre Storico dell'Italia repubblicana ed antifascista, ovvero Marco Pannella.
Marco, oggi, non è fra i cosiddetti "papabili" al Quirinale, per cui, assieme ad Ilona, abbiamo pensato di rilanciare la campagna EMMA FOR PRESIDENT, per Emma Bonino al Quirinale.
In questo senso, vorrei e vorremmo cogliere l'occasione per riportare qui un articolo che pubblicai il 27 dicembre 2004, che racconta un po' la campagna che, assieme ad alcuni amici, lanciammo a Pordenone - nel 1999 - sposando l'iniziativa di Caterina Caselli e degli amici Radicali.
Una campagna, oggi, attuale come non mai.



EMMA FOR PRESIDENT (primavera 1999)
di Luca Bagatin

Nel gennaio 1999 alcuni utopisti lanciarono l'idea di candidare a Presidente della Repubblica la pasionaria appassionata radicale Emma Bonino, allora Commissara europea.
In quel periodo scrissi una poesia che venne poi pubblicata sulla stampa pordenonese:

"Emma for President"

Emma Bonino, una dei tanti radicali scalzi
che popolavano negli anni ‘70 le piazze delle città
per affermare i diritti di tutti, anche dei più derelitti di questo mondo,
contro un regime violento, burocratico, partitocratico e clericale,
che aveva in gloria solo la gestione del Potere: la poltrona sicura di Ministro, Cardinale o Presidente.
Emma Bonino: una donna, un simbolo dell’Europa e per l’Europa, a dispetto di chi ha cercato e cerca di oscurarla con ogni mezzo.
Emma Bonino: oggi di nuovo alla ribalta come degna Commissaria europea, sempre in prima linea per l’affermazione dei diritti umani, civili e politici, come ieri, più di ieri.
Loro, i Potenti, forse ti saranno avversi, ma è certo che la gente è con te
e con le tue battaglie di libertà e legalità.
Un augurio di cuore!
Una speranza dal profondo!
....magari una piacevole utopia: Emma for President


Nel marzo dello stesso anno si costituirono alcuni comitati spontanei a sostegno della candidatura di Emma a Presidente. Il sottoscritto ne costituì uno a Pordenone, assieme ai radicali storici John Fischetti (oggi nel direttivo nazionale dell'Associazione Luca Coscioni per la libertà della ricerca scientifica) e a Paola Scaramuzza.
Raccogliemmo in quattro sabati circa 500 firme a sostegno della candidatura. Emma non fu Presidente, ma il Parlamento preferì Carlo Azeglio Ciampi, un Presidente a mio giudizio poco imparziale e mediocre. Ovvio, quasi scontato. Ma fu il lancio dell'estenuante campagna "Emma for Europe". Obiettivo: Stati Uniti d'Europa.
Nell'aprile '99 partecipai anch'io, presso il Park Hotel Villa Fiorita, assieme a John ed a Paola (e come dimenticare Marco Gentili, Mirta Grilli...) all'Assemblea di Monastier di Treviso dal titolo: "Libertà di Lavoro ed impresa" per il lancio della campagna referendaria liberale e liberista.
Fu proprio nel corso dell'Assemblea che conobbi personalmente Emma e le diedi la poesia che le avevo scritto: "Grazie, grazie" mi disse lei con una pacca sulle spalle, stanchissima, stressata, fra tanta gente... E conobbi Marco Pannella del quale conservo ancora la foto che facemmo insieme, sorridente, gentilissimo, accanito fumatore, che, come Emma, pretendeva gli si desse del "tu" (mai dare del "lei" ad un radicale!).
E proprio tale Assemblea sancì la nascita della Lista Emma Bonino per le elezioni europee di giugno. E come posso dimenticare di aver chiacchierato io e Lilli (figlia di Paola), con Antonio Russo, giornalista di Radio Radicale assassinato l'anno seguente in Cecenia...
Caro Marco, cara Emma...cara Lilli, caro John, cara Paola...soprattutto cara Paola, ricordi io e te a raccogliere le firme in piazza per i referendum nel caldo maggio e giugno? Io e te soli nell'indifferenza completa dei mass-media locali! Io e te a distribuire volantini inneggianti "Emma for Europe" e ad attaccare manifesti sui tebelloni elettorali? E poi, in quel torrido 13 giugno '99, il tripudio!!! 8,5% nazionale alla Lista Bonino. 14,5% a Pordenone alla Lista Bonino! Il secondo partito in provincia! Io e te, Paola, due quasi emeriti sconosciuti abbiamo conquistato la prima pagina del Gazzettino e grande spazio nel Messaggero Veneto!
Il merito era quasi tutto di Emma, certo, lo sapevamo. E noi lì a spiegare che l'Italia dei referendum non era morta! Che l'Italia del divorzio, che l'Italia del concepire con amore anziché procreare come bestie, che l'Italia proiettata verso un'economia più liberale e verso gli Stati Uniti d'Europa (dell'Europa di Ernesto Rossi, di Altiero Spinelli...) era viva più che mai.
E' stata una stagione intensa. E le battaglie successive, questo blog compreso, io credo, non sono che un prosieguo di quella stagione, di quelle stagioni.


Luca Bagatin



11 marzo 2013

BREVI NOTE SU GUGLIELMO OBERDAN di Carlo A.R. Porcella

Riceviamo e pubblichiamo volentieri l'articolo "Brevi note su Guglielmo Oberdan" - patriota mazziniano ed irredentista - inviatoci, in esclusiva, dallo storico Carlo A.R. Porcella.

L.B.

BREVI NOTE SU GUGLIELMO OBERDAN

di Carlo A.R. Porcella


Ricorre in questo anno il 130/mo anniversario della morte di Oberdan, parlare oggi del processo che lo condannò a morte è ancora per l’Austria molto imbarazzante poiché riapre una delle pagine di cattiva giustizia che purtroppo molte volte caratterizzano la storia delle nazioni anche europee. Tuttavia per completare l’informazione occorre precisare che il comportamento di Oberdan, durante la fase processuale, fu tale, voluto da lui stesso, per peggiorare le condizioni giudiziarie.

Guglielmo Oberdan o forse più esattamente come fu realmente registrato alla nascita Oberdank ma al di là della rappresentazione grafica nelle lingua nazionale del suo cognome egli resta sempre un patriota per cui due popoli, come disse Carducci, allora chiamavano giustizia a Dio.

Personalmente, per rispetto del volere dell’eroe in quanto segue parlerò sempre di Oberdan perché un giorno egli affermò che scrivere il cognome con la k finale era d’austriaco.

Egli nacque a Trieste il primo febbraio del 1858 e fu battezzato il giorno sette dello stesso mese nella parrocchiale di S. Antonio Nuovo, .con i nomi di Dionisio, Guglielmo e Carlo.

Il primo nome in ricordo del nonno paterno il secondo in ricordo del padrino, Guglielmo Rossi, mercante triestino. La madre era Gioseffa Oberdank, nata a Gorizia nel 1830 residente nella borgata di Sampasso da moltissimi anni con cittadinanza italiana. Cittadinanza confermata dall’ufficio anagrafico di Gorizia, infatti nei “ censimenti “ dell’impero la famiglia aveva sempre dichiarato di essere di nazionalità italiana. Il padre naturale era Falcier Valentino (o Falzier) era veneto di professione panettiere e allora prestava servizio nell’armata austriaca.

Poiché il matrimonio tra i genitori non fu contratto, Guglielmo assunse il cognome della madre, quando aveva già quattro anni, la madre si sposò regolarmente con Francesco Ferencich da cui nacquero altre figli che ebbero sempre un ottimo rapporto con Guglielmo.

Occorre anche evidenziare che nel censimento del 1865 il Ferencich inserì Guglielmo nel foglio di famiglia, atto questo che lascia ampiamente ipotizzare anche la volontà di legittimarlo, presumibilmente ostacolato da difficoltà di carattere legale dell’epoca. Pertanto è possibile affermare che ombre o dubbi sulla nazionalità di Guglielmo sostanzialmente non sono tali da attribuirgli nazionalità diversa da quella Italiana. Per completezza delle informazioni è doveroso ricordare che spesso il cognome della madre Oberdank è stato scritto anche con la ck finale e qualche volta anche con ch finale ma ciò non contrasta con il fatto che la famiglia d’origine della madre da diverse generazioni era iscritta fra quelle di nazionalità italiana. Certo tale “discussione” spesso anche con toni accesi non scalfì mai l’amore di Guglielmo per l’Italia. –

Le modeste condizioni economiche della famiglia non impedirono ai genitori di avviare Guglielmo agli studi anche se l’inizio non fu incoraggiante, tuttavia egli concluse i suoi studi il 20 luglio del 1877 con il massimo dei voti e fu proclamato maturo con distinzione per l’ammissione ad un Politecnico. Dai documenti scolastici e dalle testimonianze dei compagni di studio si evidenzia un carattere generoso con fermezza d’animo esemplare, l’amore per il bello e l’ardore per le idealità civili. Fu sempre amato ed apprezzato dai suoi maestri e benché di condizioni economiche modeste fu ammesso ai salotti letterati e politici della città, ove le sue doti umane e culturali furono sempre apprezzate. Ricordi relativi a quel periodo sono in gran parte della pittrice Argelia Butti e di Piero Vendrame, ma tale periodo nella sua formazione spirituale assume notevole importanza poiché allora si realizzò la coscienza politica di Guglielmo, grazie anche ad una profonda conoscenza degli scritti di Mazzini che con notevoli difficoltà riuscivano ad evitare i sequestri della polizia austriaca o a passare quasi indenni tra la corrispondenza privata. Dagli scritti di Mazzini Oberdan apprese la religione del sacrificio inoltre apprezzò molto l’opera del Guerrazzi ricordando anche che questi nell’opera Lo Assedio di Roma aveva voluto rendere omaggio ai triestini che avevano difeso Roma ed in particolare a Giacomo Venezian deceduto per le ferite riportate nello scontro del Vascello. Benché giovanissimo Oberdan non poteva avere un concetto ed un criterio politico completo e ben definito

Riuscì a perseguire un ideale che era quello della patria irredenta che con impegno costante si dedicò ad esso. Tuttavia nell’autunno del 1877 (il 12 ottobre) a soli diciannove anni Oberdan per proseguire gli studi presso il Politecnico si recò a Vienna ove seguì con regolarità gli studi almeno fino al luglio dell’anno successivo. Gli studenti italiani a Vienna erano numerosi ed in quel periodo molti avevano legami di amicizia con i polacchi presenti nella capitale austriaca, e tutti speravano che il trattato di Berlino in corso di definizione decretasse l’unità politica e l’indipendenza della Polonia. Quando il 1 luglio 1878 fu comunicato ufficialmente che il Congresso di Berlino aveva dato mandato all’Austria di invadere la Bosnia Erzegovina per sedare le agitazioni interne a tale regione, l’Austria proclamò una mobilitazione ridotta per poter adempiere al mandato ricevuto (era stato concordato con Germania ed Inghilterra). Inoltre il giorno 16 dello stesso mese fu vietato alla stampa austriaca di pubblicare qualsiasi notizia in merito ai preparativi militari in corso.

A Trieste tale circostanza provocò notevole disagio tra i giovani poiché vedevano abolito il diritto a non prestare l’obbligo del servizio militare che era stato in vigore per Trieste fino ad alcuni decenni prima, inoltre i giovani istriani e dalmati non gradivano indossare l’uniforme austriaca..

Sempre il 16 luglio 1878 un proclama di Garibaldi ed Avezzana unitamente ad un appello del Comitato Triestino per le Alpi Giulie con parole forti invitava i giovani trentini, triestini ed istriani ad insorgere. Tali appelli produssero numerose diserzioni nell’esercito austriaco tanto che l’Imperatore chiese al presidente del consiglio di essere costantemente informato in merito.

A tal punto è necessario evidenziare quali erano gli obblighi militari di Guglielmo verso il governo austriaco. Al compimento del ventesimo anno i giovani residenti nelle terre irredente avevano l’obbligo di sottoporsi all’esame personale per la leva ed Oberdan adempì a tale obbligo il 26 marzo 1878. Pertanto fu arruolato nel reggimento di fanteria Maresciallo Giuseppe barone Weber . Reparto questo a cui erano assoggettati tutti i giovani delle province meridionali dell’impero asburgico. Inoltre ad Oberdan fu riconosciuto il diritto di un anno di volontariato e fu iscritto fra i volontari a proprie spese. La chiamata alle armi, era prevista per l’ottobre 1880 ed era possibile anche ottenere una dilazione per il completamento degli studi, ma la mobilitazione parziale indetta dall’Austria anticipò la chiamata alle armi al luglio del 1878. Sul ritorno di Oberdan da Vienna a Trieste e la successiva fuga in Italia sono state riportate diverse narrazioni pertanto ritengo più corretto considerare la narrazione fatta dal patrigno di Oberdan alle autorità austriache anche perché essa è quella più documentata. La deposizione resa dal patrigno il 13 settembre 1878 al Tribunale provinciale di Trieste riporta che il foglio di chiamata fu inviato dal padre a Vienna preavvisandolo a mezzo telegrafo. Pertanto Oberdan ritornò a Trieste e si presento subito in caserma. Inoltre gli fu concessa la possibilità di dormire a casa ove aveva una sua cameretta. Una sera ritornando tardi da Sesana il patrigno, notata l’assenza di Guglielmo, chiese notizie a sua moglie che rispose dicendo che Guglielmo verso le 19 era arrivato a casa aveva indossato gli abiti borghesi per recarsi con amici alla trattoria Wastl, dopo tale comunicazione andò a letto tranquillo, ma al mattino successivo notò che Guglielmo non era ritornato a casa. Dopo qualche ora un caposquadra venne a chiedere di Guglielmo ma non essendoci, andò via per ritornare dopo circa due ore e ritirare l’uniforme e per invitarmi a presentarmi in caserma, cosa che fu fatta regolarmente.

Quella notte Guglielmo con altri due compagni fuggì in barca e dopo tre notti di viaggio fortunoso sbarcarono su una spiaggia tra Fano e Senigaglia successivamente proseguirono per Ancona.

In questa città furono accolti calorosamente dal direttore del “Lucifero” Domenico Basilari (tale giornale repubblicano è ancora in vita ed io lo ricevo regolarmente) unitamente al conte Bosdari ed all’avvocato Aurelio Salmona per il quale Oberdan aveva una lettera di presentazione. In Ancona era presente una numerosa comunità di profughi istriani giunta in quei giorni per gli stessi motivi.

In occasione di un comizio conobbe Matteo Renato Imbriani Poerio che il 21 maggio del 1877

Aveva fondato a Napoli l’Associazione “Pro Patria Irredenta” da allora i due non solo furono amici ma l’amicizia divenne quasi una venerazione per entrambi tanto che ogni azione progettata o attuata da Oberdan fu sempre concordata e preparata con Imbriani.

Imbriani è anche colui che per primo nel 1872 utilizzo il termine “irredentismo” per esporre le aspirazioni dei cittadini istriani e dalmati dell’impero asburgico.

Un amico di Oberdan residente in Roma, appreso del suo arrivo lo invitò a raggiungerlo, ma egli preferì restare in Ancona fino all’autunno. Giunse poi a Roma si unì ai numerosi esuli triestini ed istriani e con alcuni abitò in una cameretta di una casa tra Montecitorio e Piazza Navona.

Presto fu noto fuori della cerchia degli esuli tanto da partecipare con un proprio discorso alla commemorazione dei fatti di Villa Glori del 1867 .

Inoltre cercò di continuare i suoi studi e per vivere si procurò lezioni e lavori di disegnatore ebbe anche un sussidio di emigrazione erogato tramite il Comitato Triestino Istriano per le Alpi Giulie in Roma . Tale associazione nel gennaio del 1879 si costituì in Società assumendo la denominazione Associazione per le Alpi Giulie, Unione di Roma e per raccogliere fondi pubblicò anche una strenna a cui Oberdan partecipò attivamente. L’ingegno di Guglielmo fu ben presto apprezzato, tanto che durante l’ultimo anno ricoprì l’incarico di assistente di chimica presso il Regio Istituto Tecnico di Panisperna, fece alcuni lavori per la Direzione di statistica e fu anche disegnatore presso il ministero dell’agricoltura e commercio. Chi lo vide in Roma dal 1878 al 1882 narra che egli era sempre raggiante di entusiasmo, e che i suoi occhi cerulei si figgevano sempre in un punto ignoto e lontano, quasi a cercarvi un ideale irraggiungibile. Oberdan non pensava, non viveva che per la sua Trieste. Era quello l’ideale purissimo per cui egli non si lagnava della miseria, non sentiva tutta la sua sventura, per cui trovava di poter vivere. La vita esemplare, l’ingegno pronto, la seria tempra di studioso, la franca collegialità, i sentimenti magnanimi, gli entusiasmi patriottici, il complesso carattere insomma di giovane virtuoso che era in lui fecero si che non solo tra i suoi compaesani e compagni di lotta , ma anche fra la gioventù universitaria romana Guglielmo fosse ben voluto e stimato, tanto che negli ultimi tempi, quale socio del Circolo Universitario Democratico ne divenne rapidamente un esponente di primo piano. Le sue parole vibravano come dardi, parlava di rado ma con senno e spesso della sua Trieste, era uno dei migliori studenti. Condannò l’alleanza italo austriaca poiché provava uno sdegno profondo, come davanti ad un crimine di lesa patria. Negli anni romani lo spirito di sacrificio si radicò in Guglielmo per cui ritenne necessario che per la causa di Trieste fosse necessario un martire, allora nel suo animo restò ferma la risoluzione suprema, come da vero matematico la definì Cavallotti, per cui quando gli eventi furono per lui maturi passò all’azione.

Oberdan partecipò anche ai funerali di Garibaldi in Roma, portava la bandiera di Trieste abbrunata gli era stato accordato un posto d’onore dietro al feretro, subito dopo la rappresentanza della municipalità parigina. Quando il corteo passò davanti piazza Colonna egli notò che ai balconi di palazzo Fiano sede dell’ambasciata austriaca vi erano l’ambasciatore e gli impiegati, alzò lo stendardo minacciosamente in atto di sfida tanto che i poggioli si spopolarono immediatamente.

Nel maggio dell’anno precedente a Trieste su iniziativa del barone de (von) Pretis Cagnodo si preparavano i festeggiamenti per il quinto centenario dell’appartenenza all’Austria di Trieste mediante l’allestimento di una esposizione, logicamente la parte democratica dei cittadini ed una buona parte del Consiglio Comunale fu contraria ma le pressioni da Vienna nonché i contributi dei ministeri resero possibile il primo agosto del 1882 l’inaugurazione dell’Esposizione da parte dell’Arciduca Carlo Lodovico d’Austria. Tuttavia già nei giorni precedenti le organizzazioni irredentistiche presenti in Trieste erano decise a non rendere tranquilla la manifestazione, infatti nella note tra il 29 e 30 agosto era stato distrutto il vessillo sociale della società Unione Operaia Triestina, sodalizio fortemente austriacante, inoltre nella città furono distribuiti molti proclami delle associazioni irredentiste. La sera del giorno 2 agosto alle 21 mentre la fiaccolata dell’ Adunata dei veterani austriaci, partita dalla Caserma Grande e si dirigeva verso il Corso per rendere omaggio all’arciduca Carlo Lodovico, fu gettata una bomba in prossimità di via San Spiridione causando la morte di uno spettatore e ferendo dodici persone tra i quali il presidente dell’associazione dei veterani Raeeke ed il direttore del giornale Triester Zeitung dott. Dorn. Tale azione fu preparata dall’Oberdan che riuscì a varcare il confine dopo essersi sbarazzato della bomba all’Orsini non utilizzata buttandola in mare.

Tuttavia il ritorno in Italia di Oberdan fu tempestivo tanto che lasciò presso l’anziana signora Caterina Anagno nata Cerkvenik una valigetta contenete alcune lettere a lui indirizzate. A causa del successivo sfratto per morosità dell’Anagno nel successivo mese di settembre le lettere furono consegnate alla polizia e furono poi oggetto di tre interrogatori dopo l’arresto di Oberdan nel mese successivo.

Logicamente la polizia austriaca indagò con impegno senza riuscire almeno allora ad individuare l’autore o gli autori di quell’episodio. L’unico risultato concreto raggiunto fu un maggiore controllo della stampa irredentistica clandestina che veniva introdotta nella città di Trieste e per tali fatti alcuni marittimi furono denunciati.

Dopo la fuga da Trieste Oberdan per qualche tempo soggiorno in Friuli prima a Udine e poi a San Daniele ove fu ospite di Maria Ongaro superstite di una famiglia di patrioti friulani che avevano partecipato anche all’insurrezione mazziniana del 1864 nonché parente dei Delfino di Trieste. Si narra che Oberdan fu accolto con molto entusiasmo anche dalle figlie della signora Maria e pronunciò la seguente frase:

Beate loro che hanno la patria libera e che hanno avuto un Andreuzzi e tanti altri che seppero lottare e cooperare per la redenzione della patria. Bisognerebbe che anche Trieste avesse tali uomini e sopra a tutto bisognerebbe che anche Trieste avesse un martire.” .

Dopo il soggiorno in San Daniele, partì per Udine per recarsi prima a Napoli poi a Roma e per qualche giorno a Genova per poi ritornare a Roma. Qui verso la fine di agosto, fu presentato agli amici di un giornale repubblicano “il Dovere” a cui espose il suo progetto ideato con Ragosa e già approvato anche dai comitati triestini. Tuttavia si ritenne opportuno richiedere anche il parere dei principali esponenti del partito repubblicano che erano a Forlì questi ultimi disapprovavano il progetto, ma Guglielmo ancor più di Ragosa era fermamente deciso ad attuarlo. Il dodici settembre venne ufficialmente annunciata, con relativo programma, la visita dell’imperatore a Trieste per celebrare degnamente il quinto centenario della presenza austriaca a Trieste, l’arrivo dell’imperatore era previsto per il giorno 17 settembre.

Oberdan e Ragosa, partirono per Udine per vie diverse Ragosa via Orte Firenze Bologna e Oberdan

passando per Pisa Genova Milano Verona giunsero a Udine al mattino del giorno 15 settembre ma in ore diverse. A Udine si incontrarono con il Pontotti su indicazione di Imbriani. Pontotti comunicò ai due che dopo l’attentato del 2 agosto i confini con l’Austria erano presidiati con particolare attenzione inoltre la stessa polizia italiana vigilava costantemente sull’attività delle organizzazioni irredentistiche. A Udine prestava servizio un ispettore di pubblica sicurezza toscano Giamboni già al servizio del granduca e secondo alcuni fu questi ad informare la polizia austriaca della presenza di Oberdan.

Solo così può essere spiegato il sicuro arresto di Oberdan. Anche Cavallotti nel suo discorso a Pistoia parla dell’iscariota indicando Giamboni. Tuttavia il prefetto di Udine Gaetano Brussi, cospiratore e fervente patriota inviò due suoi agenti fidati per fermare Oberdan ma questi giunsero troppo tardi.

Molti storici o meglio la gran maggioranza di essi ritiene che ci fu un vero e proprio caso di delazione da parte di qualcuno che conosceva il piano si dice anche di un telegramma “convenzionale” fu inviato da Roma a da Venezia per segnalare la partenza di Oberdan.

Inoltre è da ricordare che in quel periodo l’azione del governo Depretis provocò lo sdegno della Società Friulana dei Veterani e Reduci delle Patrie Battaglie tanto da emettere un ordine del giorno con il quale si biasimava e si protestava per il controllo da parte della polizia di cittadini che avevano combattuto per la patria. Il 15 settembre Oberdan e Ragosa si recarono a Buttrio ove furono ospitati dal farmacista Giordani e cercarono anche un contrabbandiere per varcare il confine.

(QUANTO SEGUE è negli atti giudiziari dell’epoca poiché esistono diverse versioni sull’arresto di Oberdan ma tutte con scarsa documentazione attendibile anzi molto spesso incompleta)

La persona trovata fu Angelo Tavagnacco che a causa delle pessima condizioni atmosferiche di quella notte rinviò il passaggio del confine al giorno seguente. Il mattino seguente alle cinque partirono per varcare il confine. Oberdan nel lasciare la casa del Giordani lasciò alcuni oggetti oltre al bastone ed una piccola valigia con un libro che furono tutti nascosti dalla moglie del Giordani quando si ebbe notizia dell’arresto di Oberdan.(tali oggetti sono ora custoditi nel museo civico di Udine).

I due patrioti e la guida giunsero a Versa verso le sette del mattino ed ivi Oberdan pagò il contrabbandiere per proseguire il viaggio in vettura condotta dal vetturale Sabbadini che alle ore dieci giunse a Ronchi presso la locanda di Giovanni Berini ove Oberdan si fermò perché stanco e Ragosa proseguì il viaggio per Trieste con altra vettura.

Intanto il contrabbandiere guida Tavagnacco nel suo viaggio di ritorno a Buttrio incontrò l’agricoltore Giorgio Gregoratti e il fattore del conte Agricola di Udine Antonio De Marco

che lo interrogarono su quelli che aveva accompagnato. Il Tavagnacco riferì ai due che uno dei forestieri, Oberdan, lo aveva avvertito che in caso di incontro con la forza pubblica occorreva separarsi e scappare. Successivamente il Gregoratti riferì tutto al ricevitore doganale di Chiopris mentre il De Marco riferì al podestà di Lodovico Serravalle obbligando il Tavagnacco a ripetere quanto detto prima.

Successivamente il De Marco ed il Serravalle, si recarono a Gradisca per denunciare tutto al capitano distrettuale avvertendo anche il podestà di Versa Gian Natale Baldassi. Questi invio un messo comunale ad avvertire il capo dei gendarmi di Versa Tommasini, che era per servizio a Gradisca intanto a Versa veniva fermato il vetturale Sabbadini di ritorno da Trieste.

Il capo dei gendarmi Tommasini ricevuta la notizia si recò a Gradisca ove incontrò tutti i sopra citati per poi farsi accompagnare dal Sabbadini a Ronchi all’osteria dove i due giovani si erano fermati. Tommasini ipotizzando di essere in presenza di disertori dell’esercito italiano,. giunti all’osteria si recò nella stanza di Oberdan, dopo averlo fatto riconoscere dal Sabbadini, chiese le generalità e gli furono mostrati documenti intestati a Giovanni Rossi. Qualche istante dopo Oberdan tirò fuori un revolver senza riuscire a sparare per cui seguì una violenta colluttazione che terminò con l’arresto di Oberdan grazie all’intervento dell’oste e di due avventori dicui uno era il Gregoratti e l’altro un certo Minassi.

Oberdan fu pertanto condotto dal consigliere di Luogotenenza Vintasgau che dispose una immediata perquisizione della stanza in cui era stato Oberdan rinvenendo così le due bombe e le munizioni portate al seguito. Verso le cinque del pomeriggio giunse anche il giudice conte Dandini che iniziò l’istruttoria interrogando l’arrestato che continuò a chiamarsi Giovanni Rossi, senza curarsi in alcun modo di limitare le proprie responsabilità anzi esagerò volutamente i suoi intendimenti e l’italianità di Trieste. Pertanto fu indiziato di alto tradimento e sottoposto a custodia preventiva. Intanto Ragosa giunto a Trieste proseguì per l’Istria ma durante il viaggio seppe dell’arresto di Oberdan si nascose da amici per tre giorni per poi fuggire in barca a Venezia e proseguire poi per Roma. Ancora oggi non si conosce con esattezza quanto Oberdan si fece riconoscere con le proprie generalità, presumibilmente quando fu certo il suo trasferimento a Trieste, il primo verbale di interrogatorio in cui appare il suo vero nome è quello del 27 settembre

I giornali triestini avevano già pubblicato il suo nome il 18 settembre giorno successivo al suo arrivo a Trieste che coincise anche con la visita del sovrano asburgico. Oberdan fu sottoposto ad interrogatorio ancora il 30 settembre dagli organi giudiziari civili. Il 7 ottobre fu consegnato alle autorità militari e solo il 9 ottobre fu interrogato dagli organi giudiziari militari, Quello stesso giorno indirizzò una lettera alla madre per ringraziarla della visita fatta dal padre. Il processo ad Oberdan ancora oggi per l’ Austria rappresenta un processo svolto con molte ombre sul rispetto delle norme penali dell’epoca, esse apparvero già sulla stampa viennese del giorno 19 ottobre ossia il giorno successivo della visita della madre a Guglielmo il 15 ottobre con lo scopo di indurlo a chiedere la grazia. Al termine della visita la madre cadde svenuta e successivamente si recò a Vienna accompagnata da un legale per consegnare una domanda di grazia all’imperatore e al conte Taaffe, il primo era a Budapest per cui la domanda fu spedita ed il secondo ricevette la donna per dichiararle di non essere utile perché trattatasi di questione militare per cui era opportuno sperare nella grazia dell’imperatore. Secondo alcuni organi di stampa dell’epoca la sentenza era già stata pronunciata dal Tribunale Militare supremo di Vienna il 20 ottobre. Inoltre ci fu disparità di giudizio tra i componenti del collegio giudicante. Infatti il comandante militare di Trieste già ex capo di stato maggiore generale Schonfeld si sarebbe rifiutato di firmare la condanna a morte, e un vecchio uditore giudiziario di Innnsbruck, consultato per un parere dichiarò inammissibile la condanna a morte, inoltre il procuratore di stato Schrott sosteneva che la pena massima da concedere era di 20 anni di fortezza. Questi tre esponenti del mondo giudiziario poco tempo dopo dalla sentenza capitale, furono trasferiti ed uno di essi collocato in quiescenza. La sentenza di morte costituiva una evidente forzatura della norma relativa al reato di lesa maestà, ciò soprattutto in considerazioni del fatto che le prove certe erano solo costituite dalla diserzione, dalla resistenza a mano armata a pubblico ufficiale, di possesso illegale di ordigni esplosivi e di aver espresso l’opinione di voler attentare all’imperatore. Occorre anche ricordare che per lungo tempo i giovani triestini erano stati esentati dal servizio militare ed una alterazione di tale “privilegio” fu proprio la mobilitazione per la Bosnia Erzegovina.

A caratterizzare le anomalie del processo fatto ad Oberdan è anche un difetto di competenza giurisdizionale infatti il tribunale competente doveva essere quello di Gorizia poiché Monfalcone dipendeva da esso. Effettivamente il giorno 17 settembre il giudice istruttore di Gorizia avuta notizia dell’arresto si recò con il procuratore di stato si recò a Ronchi per i rilievi del caso anche in accordo con il giudice di Monfacone , ma quello stesso giorno giunse l’ordine non dal tribunale ma dal direttore di polizia in accordo con il procuratore superiore di stato il trasferimento di Oberdan a Trieste. Il procuratore superiore Schrott inoltre elimina di autorità ogni obiezione e invia il processo alla procura di Trieste. Il giorno seguente il tribunale di Gorizia ratifica il trasferimento a Trieste ai sensi dell’articolo 56 del codice di p.p. senza però accertare se la fattispecie del caso Oberdan è tra quelli previsti dal codice per il trasferimento. Inoltre dai documenti relativi all’avvio del processo a Trieste non si fa alcuna menzione al reato di diserzione, ciò fu dovuto al fatto che il tribunale di Trieste voleva accampare meriti presso la corte. Infatti le autorità militari per ben due volte sollecitarono la consegna del prigioniero e solo il 4 ottobre fu consegnato ad essa, in tale circostanza tutti i documenti della consegna furono retrodatati al primo ottobre. Tutte queste irregolarità generano notevoli dubbi sulla correttezza del comportamento delle autorità austriache.

A condannare Oberdan furono sicuramente le sue continue dichiarazioni di ostilità verso il governo e l’imperatore austriaco rese alle autorità inquirenti. Non dimentichiamo che nel 1849 dopo la caduta di Venezia a Udine fu fucilato, con sentenza di un tribunale militare Giacomo Grovic solo perché aveva parlato male dell’Austria mentre vigeva ancora la legge di guerra. Il processo a Oberdan già allora manifestò alcune pesanti ombre tanto che il giornale Allgemeine Zeitung riportò un articolo molto critico che si terminava con la seguente frase: “la situazione di Trieste richiede luce e non misteri”. L’atteggiamento non corretto della autorità giudiziaria fu essenzialmente dovuta al fatto che il ministero della giustizia austriaca già dopo l’episodio del due agosto aveva la ferma intenzione di sottrarre i processi all’ambiente locale, tale comportamento costituiva una palese violazione del diritto dell’imputato ad essere giudicato dal suo giudice naturale. Tale situazione giuridica ebbe ulteriore conferma con il processo al Sabbadini che iniziato tempo dopo e concluso con la pesante condanna a 12 anni di carcere per aver solo trasportato due patrioti di cui ne ignorava le generalità. Il tribunale supremo militare di Vienna emise la sentenza di condanna a morte mediante impiccagione il 4 novembre 1882 fu firmata dal Luogotenente Feld Maresciallo Knebel . In Italia la notizia della condanna a morte provocò numerose manifestazioni antiaustriache soprattutto quelle degli universitari bolognesi. La mattina del 19 dicembre 1882 il tribunale militare si riunì per leggere la sentenza a Oberdan che l’ascoltò scrollando le spalle senza tradire alcuna emozione.

Fu ricondotto in cella e sottoposto alla vigilanza di due sentinelle, durante tutto il giorno fumò più del solito e si divertiva gettando il fumo sulle sentinelle. Inoltre gli furono offerti i conforti religiosi che rifiutò per ben due volte dicendo: “ Sono matematico e Libero Pensatore, né credo nell’immortalità dell’anima” inoltre rifiutò l’incontro con i suoi congiunti. A tal punto è corretto evidenziare che Oberdan aderì alla Libera Muratoria soprattutto per il particolare legame di amicizia e di “cospirazione” che lo legava a Matteo Renato Imbriani Poerio . Trascorse la notte precedente all’esecuzione con tranquillità ma costantemente spiato dalle guardie per prevenire atti di autolesionismo. Oberdan si svegliò alle cinque del mattino e per evitare segni di agitazione lesse un libro almeno fino alle ore sei per poi sorbire una tazza di caffè latte, trascorse il resto del tempo fumando e passeggiando nella cella.

La forca allestita nel carcere non era una forca di forma classica ossia di L rovesciata ma semplicemente un palo di circa quattro metri di altezza sulla cui sommità era fissato un robusto uncino dal quale pendeva un robusto capestro.

Oberdan fu condotto fuori dalla cella nel cortile dove erano gia schierati un battaglione del reggimento Arciduca Alberto e altre due compagnie con bandiera e tamburi (questi listati a lutto)

Guglielmo indossava solo la giubba del reggimento Weber e dopo che il maggiore Fongarolli lesse nuovamente la sentenza fu consegnato al carnefice, in quel momento si avvicinò ancora il cappellano ma Obedan gli disse “Va via prete, non ho bisogno di te” e tolta la giubba gridò al boia

“ fa presto “ mentre il boia con due aiutanti gli legava le braccia pronunciò le seguenti parole (riportate da un soldato ungherese che conosceva bene la nostra lingua) “Muoio esultate, perché spero che la mia morte gioverà in breve a riunire la mia cara Trieste alla madre patria” .

Che Oberdan abbia parlato tutti poterono affermarlo benché il rullo dei tamburi coprisse le sue parole. Alle sette il capestro austriaco strozzava l’ultimo grido del martire “Viva Trieste libera, viva l’Italia, viva l’It “…ma ancora per altri sei minuti il corpo di Oberdan si dibattè nell’agonia e solo dopo che il medico del reggimento accertò la morte il cadavere fu staccato dalla forca e portato nella cella..

Alle 17 la salma fu portata all’ospedale militare ove fu sottoposta a sezione giudiziaria che terminò alle 20 e alle 23 fu rinchiusa in un cassone e condotta con un furgone, sotto scorta, al cimitero militare ove fu sepolta.

Secondo voci dell’epoca pare che al cadavere del patriota durante l’autopsia sia stata troncata la testa da inviare al museo antropologico di Vienna per studiarne il teschio. Tale voce non stupisce se si pensa che secondo alcuni storici la testa di Giacchino Murat (1815) fu inviata a Ferdinando IV di Borbone che la tenne presso di se fino alla sua morte.

Il sacrificio di Oberdan resta dunque sempre, ancora oggi, monito ai popoli, ai governi, ai despoti, ai dittatori. Gli avvenimenti politici successivi non hanno offuscato il valore della sua testimonianza di fede nell’idea mazziniana di libertà.


CARLO A.R. PORCELLA

Bibliografia

Nel 25/mo anniversario dell’impiccagione di Guglielmo Oberdan- appunti biografici e storici a cura del Comitato segreto della Gioventù triestina – Udine premiata Tipografia Tosolini 1907

Guglielmo Oberdan secondo gli atti segreti del processo carteggi diplomatici e altri documenti inediti- Francesco Salata – Bologna – Zanichelli 1924

Guglielmo Oberdan – Numero unico in occasione del centenario della nascita 1858- 1 febbraio 1958- scritti di A. Bandini Butti, G. Bruni, V. Furlani, G. Stuparich – Trieste Associazione Mazziniana sezione di Trieste 1958 – Udine Del Bianco.

In memoria di Antonio Giordani – Comitato onoranze nel 40/mo anniversario dell’ospitalità offerta ad Oberdan, 22 settembre 1922- Udine – Stab. Tip. Gustavo percotto & Figlio 1922

L’ora di Trieste – Giulio Caprin - Firenze- Bemporad& Figlio – Libreria A. Feltrami 1915

XX dicembre – in memoria di Guglielmo Oberdan –s.n. 1883

Quando non si poteva parlare … ed altri discorsi- Ferdinando Pasini – Trieste Libreria Internazionale c.u. Trani 1921



13 settembre 2012

La persecuzione antimassonica in Italia: dal falso scandalo P2 all'inchiesta Cordova


La persecuzione antimassonica, chissà mai perché, non fa gran che notizia.
Sarà perché ci hanno voluto far credere che la Massoneria è un centro di "poteri occulti", centro segreto di chissà quali nefandezze mafiose e criminali. E dunque, pertanto, i massoni meritano di essere perseguitati.
E' antica la persecuzione antimassonica ed è stata costruita ad arte, sin dai tempi più antichi. Pensiamo al Medioevo, ove le varie confraternite gnostiche, catare, esoteriche saranno perseguitate dalla Chiesa cattolica in quanto considerate "eretiche", poiché ritenevano che la Divinità andasse ricercata anche in sé stessi, senza l'ausilio di sacerdoti o di Papi.
Pensiamo al Settecento, ove le prime Logge massoniche, le quali recuperavano proprio le tradizioni delle antiche confraternite, erano guardate con sospetto da Trono ed Altare, ovvero dai Re e dai Papi, i quali ritenevano che in esse potessero annidarsi pericolose sette rivoluzionarie e sarà così per tutto l'Ottocento, al punto che vi saranno anche massoni farlocchi come Léo Taxil che faranno soldi a palate inventandosi di rituali orgiastici in seno alle Logge massoniche e della presenza dello stesso Belzebù a capo dei lavori.
Il Novecento, invece, sarà il secolo delle dittature, le quali non mancheranno di imprigionare i massoni nei lager, nei gulag, di mandarli al confino, come in Italia, ove saranno bruciati gli arredi dei Templi e distrutte le Logge.
Ed anche nella solo formalmente democratica Italia di trent'anni dopo la liberazione dal fascismo, ecco rispuntate pericolose leggi e tendenze antimassoniche. Dal 1975 al 2000, infatti, la Massoneria italiana subirà le più grandi persecuzioni mai avvenute.
Ce lo raccontarono e ce lo raccontano diversi studiosi, fra cui Pier Carpi, il prof. Luigi Pruneti, il prof. Aldo A. Mola, ma c'è un bel libretto, patrocinato dalla Gran Loggia d'Italia degli ALAM ed edito da Arktos nel 1998, che merita particolare attenzione e dal quale ho avuto modo di attingere ulteriori informazioni.
E' scritto da Donatello Viglongo, già Gran Segretario Aggiunto del Grande Oriente d'Italia dal 1976 al 1981 ed ha il titolo significativo di "Roghi di Stato".
Veri e propri roghi, quelli raccontati da Viglongo, che ebbero inizio con il falso scandalo P2, sollevato inizialmente da presunti "massoni democratici", proseguito con la sottrazione e la pubblicazione degli elenchi di gran parte dei massoni d'Italia e di un presunto elenco di affiliati alla Loggia Propaganda nr. 2, gettati così in pasto alla gogna mediatica e conclusosi il tutto con assoluzioni piene con sentenze definitive del 1994 e del 1996.
In effetti che cosa era la Loggia P2, se non una Loggia particolare, fondata alla fine dell'800, al fine di raccogliere personalità importanti del mondo della cultura, della politica, delle forze armate, dell'industria del Paese che, per ragioni di particolare riservatezza avevano necessità di tenere nascosta la loro appartenenza all'Ordine massonico ? Erano costoro dei criminali ? Erano criminali Giosue Carducci, Ernesto Nathan, Menotti Garibaldi (primogenito dell'Eroe dei due Mondi e di Anita), Aurelio Saffi, Agostino Bertani e, in tempi più recenti, il repubblicano Emanuele Terrana, il comico Alighiero Noschese, il cantante Claudio Villa, lo scrittore Roberto Gervaso, il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ? Difficile da credere. Tanto più che, costoro, non si riunirono mai tutti assieme. E, pertanto, ma complottarono contro alcunché, come invece scrissero i media e raccontò la Commissione parlamentare presieduta dall'On. Tina Anselmi e da altri parlamentari, i quali nulla o quasi nulla conoscevano di ritualità massonica.
Fu, ad ogni modo, quella del falso scandalo P2, occasione ghiotta per la politica di allora e per i mass media di gettare un po' di fumo negli occhi nei confronti dei cittadini-elettori. Ricordiamoci che eravamo in pieno fermento terroristico e di lì a poco la gran parte della classe politica di allora avrebbe lasciato morire Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse, in nome di una presunta "fermezza" (sic !). Ed allora, come un tempo Hitler in Germania dette la colpa della crisi economica agli ebrei, ecco che i politici, i magistrati, i "massoni democratici" in odor di potere ed i mass media a caccia di gossip, si inventarono la tesi golpista ordita dai massoni della P2 e, via via, dall'intera Massoneria, visto che anche l'altra grande Obbedienza italiana, la Gran Loggia d'Italia, subì inchieste e controinchieste ignominiose.
Ed a nulla servì il documento conclusivo stilato dalla Federazione Internazionale dei Diritti Umani (FIDH), nel quale fu chiaramente scritto che "La Delegazione ha, infine, ravvisato in tutta la vicenda speciosamente montata, oltre i limiti tollerabili del buon gusto e del buon senso comune, qualcosa che va al di là del fatto specifico in questione. Per motivi occulti, ma facilmente intuibili sia il "Raggruppamento Gelli", sia la Massoneria italiana del GOI, sono stati usati e dati in pasto all'opinione pubblica per galvanizzarla e siarla da altri importanti problemi che da troppo tempo assillano la società italiana".
Di tale documento, infatti, per anni non ne abbiamo mai sentito parlare. Ce lo riporta integralmente Donatello Viglongo, nel suo prezioso saggio.
Curioso poi, che, allorquando i massoni della P2 e tutta la Massoneria italiana sarà assolta con sentenze definitive da ogni capo di imputazione di "complotto ai danni dello Stato" (sic !), il Grande Oriente d'Italia non abbia mai speso una parola, tanto da ritenere tutt'oggi i cosiddetti "piduisti", ancora dei criminali (sic !).
Per carità, le pecore nere sono d'appertutto ed alcune erano annidate anche nella Loggia Propaganda nr. 2, ma per il resto i suoi componenti erano tutti dei galantuomini, fra i quali possiamo annoverare anche il Generale in pensione Umberto Granati, che è un caro amico e che alcuni hanni fa ha raccontato la sua triste vicenda, fortunatamente finita bene, in "Diario di un piduista" (Ipertesto Edizioni) e che, chi scrive, ha avuto il piacere di recensire.
Come se la prima persecuzione antimassonica non avesse danneggiato già abbastanza l'immagine della Massoneria, ecco, negli anni '90, spuntarne subito un'altra.
Pochissimi infatti sanno o ricordano che, negli anni '90, un'inchiesta senza alcun fondamento, introdusse in Italia una nuova Santa Inquisizione.
Una Santa Inquisizione guidata dall'allora magistrato di Palmi Agostino Cordova, il quale scatenò una vera e propria battaglia inquisitoria contro cittadini onesti,
rei unicamente di appartenere alla Massoneria.
Di tutto ciò nessuno ricorda pressochè nulla, oppure si continua ancora a nascondere la verità, nonostante ci siano state sentenze definitive che hanno stabilito che Cordova aveva torto marcio. Ma, oramai, molte famiglie e molte carriere erano state distrutte. Storia di ordinaria ingiustizia in un Paese nel quale il magistrato sembra avere ragione anche quando ha torto.
Ad ogni modo, ancora una volta, questa inchiesta faceva guadagnare fior fior di quattrini a certa stampa scandalistica, con particolare riferimento alle solite "La Repubblica" e l'"L'Unità" che sulla caccia al massone avevano costruito la loro presunta credibilità.
E a poco, anche allora, servirono gli interventi e le aperture di Gran Maestri quali Renzo Canova di Piazza del Gesù, il quale, come il suo predecessore Giovanni Ghinazzi, aveva ben pensato di aprire i Templi massonici e di garantire la massima trasparenza.
Agostino Cordova, magistrato, evidentemente completamente digiuno di Massoneria e con nessuna voglia di informarsi ipotizzò infatti un "teorema" totalmente privo di qualsiasi fondamento e disse:
poichè qui in Calabria c'è la 'ndrangheta ed in Sicilia la mafia che tramano contro la stabilità dello Stato, allora dietro a loro c'è la Massoneria che trama nel segreto.
Ma quale arguzia, per un servitore dello Stato !
Tutto ciò è più che evidente che rimanesse un teorema astratto ed un magistrato non può certo basarsi su congetture, bensì dovrebbe farlo per mezzo di prove concrete, indizi, magari raccolti da Polizia e Carabinieri, prima di lanciare accuse ed inchieste.
Ma il Cordova aveva già stabilito che i massoni italiani erano tutti colpevoli e, dunque, da inquisire. Fu così che si attivò per acquisire tutti gli elenchi dei massoni italiani, alcuni dei quali finiranno anche in pasto ai media, come se fossero una lista di proscrizione, fatta di delinquenti abituali.
Inutile dire che le più colpite furono le due maggiori Obbedienze massoniche italiane: Grande Oriente d'Italia e Gran Loggia d'Italia, con il maggior numero di iscritti.
Persone comuni, liberi professionisti, pensionati, operai. Cittadini italiani paganti le tasse come tanti altri. Con la sola "abitudine" di frequentare Logge massoniche per la loro evoluzione spirituale ed interiore !
Fatto sta che, tutto ciò, dopo aver fatto spendere alle casse dello Stato fior fior di quattrini per l'inchiesta ed aver rovinato numerose famiglie e carriere, non portò a nulla.
Nessun reato era stato commesso. Come volevasi dimostrare: un teorema senza prove, è e rimane una congettura.
E fu così che la Suprema Corte di Cassazione stabilì che Agostino Cordova aveva palesemente violato la Costituzione della Repubblica Italiana agli Articoli 13 e 14, che stabiliscono che la libertà personale ed il domicilio sono inviolabili e non sono ammesse forme di detenzione, ispezione e perquisizione se non per atto motivato. Inoltre il Cordova aveva violato gli articoli 247 e 253 del codice di procedura penale.
Purtroppo, però, il danno economico per le casse dello Stato era ormai stato fatto e così il danno morale per i cittadini ingiustamente coinvolti.
Il 23 settembre del 2003, il magistrato Cordova, sarà peraltro allontanato dal Tribunale di Napoli e giudicato inadeguato.
Ancora in tempi recenti si è tantato, in alcune amministrazioni pubbliche, di reintrodurre la legislazione fascista che impone ai dipendenti statali di dichiarare la propria appartenenza ad associazioni quali la Massoneria, ciò in palese violazione della Costituzione. Fortunatamente gli organismi Internazionali e democratici hanno sempre bocciato tali legislazioni liberticide.
Sarebbe interessante, anziché raccogliare un elenco degli affiliati alle varie Obbedienze massoniche italiane, raccogliere un elenco dei politici, magistrati, giornalisti ed amministratori pubblici che hanno fatto della persecuzione alla Massoneria il loro cavallo di battaglia e la loro principale fonte di guadagno.
Tale elenco andrebbe ricordato e diffuso al fine di avere contezza di chi sono i veri nemici della libertà e della democrazia nel nostro Paese.

Luca Bagatin



13 ottobre 2011

Luca Bagatin ed il prof. Aldo A. Mola rispondono al Segretario nazionale del PRI On. Francesco Nucara, relativamente al suo intervento su Massoneria e P2

L'intervista che realizzai allo storico della Massoneria Aldo A. Mola, pubblicata sul mio blog al link http://lucabagatin.ilcannocchiale.it/post/2672776.html  il 1 settembre scorso e su "La Voce Repubblicana" il giorno seguente, ha alimentato un certo dibattito all'interno del quotidiano del Partito Repubblicano Italiano.
Ne sono felice e mi auguro che tale dibattito non si esaurisca, ma che, più che foriero di sterili polemiche, sia utile all'approfondimento e ad un'autentica e seria discussione storica.
Tale intervista ha peraltro suscitato un'intervento del Segretario nazionale del PRI On. Francesco Nucara, pubblicata il 12 ottobre scorso su "La Voce Repubblicana" e che potete leggere al link: http://www.pri.it/new/11%20Ottobre%202011/NucaraMolaMassoneria.htm
Dico subito che, personalmente, non condivido nulla di quanto ha scritto l'On. Nucara e, pertanto, così come ha fatto il prof. Mola di cui riporto di seguito l'intervento, ho voluto rispondergli con una lettera indirizzata alla nostra "Voce".



Risposta all'On. Nucara
di Luca Bagatin

Desidero sommessamente rispondere al Segretario On. Nucara, che ringrazio per gli apprezzamenti che mi ha fatto nel suo recente articolo relativo alla mia intervista al prof. Mola. 

Non ho condiviso molto del suo articolo debbo dire. 

Ingiuste trovo le sue critiche alla figura di Giordano Gamberini (che sono stato fra i pochissimi, se non l'unico, a ricordare in un articolo sul mio blog e su "La Voce Repubblicana" di due anni fa, ricevendo anche i ringraziamenti di suo figlio Alberto, amico repubblicano), che fu davvero un Grande Maestro e che seppe aprire la Massoneria del GOI all'esterno. Ed ingiuste parimenti trovo le critiche mosse al Gran Maestro Lino Salvini (di cui presto sarà mia cura recensire la storia della sua vita). 

In particolare vorrei però soffermarmi su una inesattezza che scrive l'On. Nucara quando afferma che non vi furono repubblicani nella P2. Fra gli aderenti alla P2 vi fu ad esempio il già segretario del PRI On. Emanuele Terrana, già peraltro Segretario del PRI assieme a Oddo Biasini e Claudio Salmoni. Così come alla P2 aderirono molti anticomunisti ed atlantisti che si vollero opporre al compromesso storico ed alla deriva sovietica del nostro Paese alla metà degli anni '70.

Come ho scritto in un mio recente articolo (dovrebbe essere o sarà pubblicato su La Voce Repubblicana), la P2 fu una Loggia regolare del GOI che, per quanto discostatasi dai Landmark massonici (così come del resto lo stesso GOI sin dalla Gran Maestranza di Ettore Ferrari), non può essere definita né segreta, né complottistica, né ricettacolo di crimini inconfessabili, come volle attribuirle certa vulgata mediatica.

Lo stabilirono, peraltro, sentenze passate in giudicato.


Luca Bagatin

Risposta all'On. Nucara

di Aldo A. Mola

Egregio Onorevole, al suo articolo potrei rispondere parafrasando Giuseppe Giusti: “ Che, fa il nesci, Eccellenza, o non lo ha letto…?”. Infatti lei giudica i miei scritti dichiarando di non averli letti. Però debbo alcune precisazioni in merito al suo articolo Risorgimento e Massoneria. Le stravaganze contenute nei libri del prof. Mola. Il verminaio P2 scoperchiato da Spadolini (12 ottobre 2011). In primo luogo la ringrazio per il tempo che, pur assillato come tutti noi (anche non parlamentari) dalla crisi finanziaria internazionale e di governo, ha ritagliato per commentare l’intervista estiva da me rilasciata a Luca Bagatin e pubblicata nella “Voce”: molto meno, comunque, rispetto a quello che a sua detta risparmiò chiudendo la mia Storia della Massoneria italiana (Bompiani) a pag. 13, perché vi parlo dei “vicoli intorno al Pantheon”. In realtà vi evoco la larga via Giustiniani, sulla quale s’affacciò sino al 1926 la sede del Grande Oriente d’Italia, e la stretta via della Dogana Vecchia ove dal 1944 si insediarono sia esso sia il Supremo Consiglio del Rito Scozzese Antico e Accettato.

Proprio in quei locali, con Gamberini, Salvini, Sciubba, Telaro Campagna, Corona e un lungo eccetera di Alti Dignitari Massonici, ritrovai anche il deputato repubblicano Emanuele Terrana, il cui nome figura tra gli affiliati alla P2, insieme con quelli di Pasquale Bandiera (al quale mi legò lunga amicizia) e del segretario amministrativo regionale del Pri nelle Puglie, avv. Massimo Dell’Acqua. Del resto, che male vi sarebbe? A differenza di quanto lei asserisce, la P2 non era affatto “un verminaio”; né, a ogni modo, la “scoperta” di una minima parte delle sue Carte e di una quota dei suoi affiliati (gli altri sono noti a Gelli, e ben al sicuro sino a quando necessario) non fu per nulla merito dell’allora segretario del PRI, Giovanni Spadolini, il quale, per altro, come è ben noto, chiese a Pier Carpi di metterlo a contatto con Gelli. Niente di cui vergognarsi, del resto, giacché la P2 non cospirava affatto contro lo Stato e le sue istituzioni. O fingiamo non esistano sentenze della Corte d’Assise d’Appello di Roma a tale riguardo passate in giudicato? Quell’accusa, destituita di fondamento, venne invece sbandierata da chi pretese di incriminare il presidente della Repubblica Francesco Cossiga per attentato alla Costituzione, nel clima avvelenato poi degenerato in “Tangentopoli”, che lei, on. Nucara, conosce per esperienza.

Lascio a lei, on. Nucara, la responsabilità di quanto scrive di Gamberini, Salvini e Gelli: dei quali sono studioso, non difensore d’ufficio. Aggiungo solo che in Italia nessun consigliere regionale “giura” alcunché, né su alcunché. Se sia bene o male, è un altro discorso. Il giuramento di fedeltà allo Stato esisteva nell’ordinamento monarchico. Mazzini lo avrebbe condiviso, ma questa repubblica lo ha abolito, anzitutto nella scuola: con le conseguenze che forse anche lei conosce.

Torre San Giorgio, 12 ottobre 2011


Aldo A. Mola

p.s. Non perda tempo prezioso a tagliare le pagine della mia Storia: non è “intonsa”; è nelle librerie dal 1976 con le pagine già rifilate proprio per chi ha fretta.



21 maggio 2011

Fratelli d'Italia: rapporto fra Massoneria e Risorgimento



"Fratelli d'Italia" dei veneziani Maurizio Del Maschio, Stefano Momentè e Claudio Nobbio, edito dalla Bastogi, è certamente il libro del 150enario dell'Unità d'Italia.
Non è solo o tanto un libro di "memorie sul rapporto fra Massoneria e Risorgimento" - come recita il sottotitolo - ma un vero e proprio compendio di Storia patria e risorgimentale.
Gli autori, significativamente, hanno voluto inserire - quale introduzione - un articolo del 1988, scritto dal già Presidente del Consiglio Giovanni Spadolini dal titolo "Dallo Statuto Albertino alla Costituzione repubblicana".
Fine storico, Spadolini, ripropone l'excursus che portò l'Italia dalla forma monarchica costituzionale a quella repubblicana: dall'oligarchia alla democrazia.
Gli autori di "Fratelli d'Italia", conducono dunque il lettore dall'Italia dei Lumi all'Italia napoleonica, divisa ancora in piccoli staterelli, parlando in particolar modo dell'influenza della Massoneria e delle idee massoniche di emancipazione nel processo di unificazione.
Sono dunque illustrate eminenti figure quali: Giuseppe Mazzini (carbonaro sì, massone probabilmente no); Giuseppe Garibaldi (repubblicano, mazziniano, massone, mai socialista, per quanto socio onorario di gran parte delle Società Operaie e di Mutuo Soccorso dell'epoca); Re Carlo Alberto di Savoia, Re Vittorio Emanuele, il Conte di Cavour....sino a Goffredo Mameli, il cui inno nazionale musicato dal massone Michele Novaro - Fratelli d'italia, appunto - è, emblematicamente, di origine libero muratoria. Così come è di origine libero muratoria persino il Tricolore italiano.
L'ottimo libro storico si conclude dunque, in appendice, con gli Articoli di Legge dello Statuto Albertino e della Costituzione della Repubblica italiana.
Come scritto e dimostrato dagli autori, l'Italia fu fatta nel segno di tre simboli inequivocabilmente massonici e - citando lo storico Aldo A. Mola - cagliostriani: il Tricolore, simbolo della libertà; l'Inno nazionale, simbolo della Fratellanza e la Carta Costituzionale, simbolo dell'Uguaglianza.

Luca Bagatin



20 luglio 2010

Tornato !

Scusatemi per l'assenza.
O, meglio, al fine di far ricadere su di essa le mie esclusive responsabilità, scusate l'assenza stessa.
L'assenza dell'assenzio direbbe l'amico Pinketts anche se qui, l'assenzio, è assente per davvero.
Sono mancato dal web e da casa per un mese e qualche cosa.
Mi sono auto-isolato in una città affollata: Roma.
La mia città natale, anche se siamo in piena estate ed il fresco e pulito inverno è ancora lontano.
Sono malinconico, nostalgico, accaldato. E ho mal di schiena.
Straparlo, forse.
Però sono vivo e questo è già qualche cosa.
E pensare che questa assenza poteva essere ancor più prolungata: mi era infatti balenata l'idea di non scrivere mai più e di ritirarmi completamente a vita privata.
I motivi ?
Molti, troppi e non è il caso qui di starne a parlare.
Uno stupido però ve lo posso anche dire: sono poco commentato e quindi - temo - poco letto.
Timore sciocco visto che in questo mese e rotti di assenza le visite a questo blog sono pressoché raddoppiate.
Magra consolazione: sono visitato e/o eventialmente letto solo quando sono assente. Un po' come Lucio Battisti che raggiunse l'apice del successo quando si ritirò dalle scene.
Okay, non voglio sembrare il solito presuntuoso. Cito Battisti solo perché in questo periodo l'ho cantato spesso.
Sì, niente scrittura e molte canzoni: al karaoke.
In questo mese e rotti ho fatto cose che forse non avevo mai fatto in vita mia: mi sono sperimentato, ho vissuto, ho riso, ho pianto, ho amato.
Sto amando.
Amo.
Sto tentando di ricostruirmi una vita, di ricostruire la mia di vita. In un'altra città, in un'altra realtà.
No, non scomparirò, state tranquilli. Anzi.
Mi è venuta voglia di fare un sacco di cose (tranne disfare le valigie perché farlo mi mette ancora troppa tristezza).
Ho fatto diversi incontri e debbo qui da subito ringraziare un sacco di persone che mi sono state vicine in questa mia trasferta romana e che conto di rivedere molto presto: Vittorio Lussana e la sua nenonata Associazione Culturale Phoenix (mai nome fu più azzeccato !) con la quale mi auguro di lavorare fattivamente  (www.phoenixassociazioneculturale.it ); Peter Boom per avermi fatto conoscere l'ottimo editore Carlo Mancosu; Dario De Judicibus che mi citerà nel suo ultimo thriller esoterico per la consulenza in ambito massonico che gli ho fornito; l'immancabile repubblicano incazzato come me Lanfranco Palazzolo di Radio Radicale; Maria Grazia d'Errico che incontrai per caso fra il pubblico di "Chi l'ha visto ?" (non chiedetemi perché mi trovavo lì perché - francamente - avrei preferito non esserci); Andreina ed il suo compagno Aldo per avermi messo in contatto con le Edizioni Mediterranee e soprattutto ringrazio la mia dolce metà e la sua stupenda famiglia che occupa già un ampissimo spazio nel mio cuore.
Molte, troppe, sarebbero le cose da raccontare. E molto, molto intime e personali. Tutte stupendissime come le già citate serate di karaoke, i tuffi in piscina, il cinema, i pranzi, le cene..........
E poi la mia prima visita presso la sede della Gran Loggia d'Italia degli ALAM, in Via de' Cesarini, e le molte riviste che non vedo l'ora di leggere e che ho potuto prendere lì gratuitamente (sto seriamente valutando l'idea di farmi iniziare presso questa Obbedienza, per nulla politica e molto più dedita all'esoterismo, oltre che aperta anche alle donne, come avrebbero voluto i Gran Maestri Garibaldi e Nathan).
E poi la seconda visita presso la Direzione nazionale del Partito Repubblicano Italiano, l'unico partito per il quale ho ancora voglia di impegnarmi pur non andando a votare da anni (e finalmente sono riuscito anche a procurarmi una bandiera !).
Ora basta però, altrimenti il mio stato emotivo non reggerà ancora ed un volto già coperto di sudore non può sopportare a lungo le lacrime.
Ora è il momento di pensare che è a Roma che potrò mettere radici e combinare qualche cosa di buono.
Ed è anche il momento che ricominci a scrivere qualche articolo.........

Luca Bagatin (nella foto con Lanfranco Palazzolo all'ingresso della sede di Radio Radicale)



22 aprile 2010

Costruire con Gianfranco Fini l'alternativa Gollista e Liberaldemocratica per l'Italia



Da oltre un anno Gianfranco Fini si sta muovendo per l'alternativa.
L'alternativa a che cosa ?
Ad una maggioranza di governo capitanata - "ad interim" - da un Silvio Berlusconi che, checchè ne dica, è al traino di una Lega Nord conservatrice e statalista.
Un Silvio Berlusconi neo-filo-sovietico amico di Putin e di Gheddafi in chiave anti-occidentale.
Un Silvio Berlusconi che ha selezionato la sua classe dirigente sulla base più del "sex appeal" che delle reali competenze politiche.
Un Silvio Berlusconi che, da troppo tempo, ha dimostrato di non voler fare alcuna riforma liberale e garantista del mondo del lavoro e della giustizia.
Gianfranco Fini è passato dunque al contrattacco fondando prima un "think-tank", Fare Futuro, ed oggi una corrente interna al PdL.
Ovviamente ci aspettiamo molto, ma molto di più.
Il PdL non è un partito, ma un "comitato d'affari" al pari del suo omologo Pd. Non ha un'ossatura ideale né tantomeno un progetto politico di ampio respiro.
Gianfranco Fini, è vero, proviene dalle file del principale partito della destra italiana. Un partito, il Msi prima e An poi, che certo non ha mai avuto nulla a che spartire con la destra liberale europea.
Purtuttavia, poiché solo i cretini non cambiano mai idea, Fini ha dimostrato di essersi evoluto sia ideologicamente che politicamente.
A differenza dei cattocomunisti, ha abiurato in toto al suo passato postfascista e ha contribuito - già con An - a dare un'impronta gollista al suo partito. Il che, infatti, gli è costata la scissione dei fascisti della destra sociale di Storace e della Santanchè.
Oggi Gianfranco Fini ed i suoi fedelissimi mirano alla costruzione di un partito moderno, laico, gollista e di destra liberale. Che guarda a Sarkozy, a Cameron e persino ai Liberaldemocratici inglesi.
In questo senso, infatti, sarebbe utile una spaccatura costruttiva del PdL, come sostengo da tempo, per la costruzione di un'alternativa liberal-moderata alla conservazione esistente.
Un'alternativa capace di attrarre non solo i voti di quanti non si riconoscono nell'attuale leadership berlusconiana, ma anche di coloro i quali non vanno più a votare o sono delusi dall'attuale centrosinistra.
In questo senso, Fini, potrebbe costruire un suo movimento politico che da subito potrebbe attrarre - approssimativamente - il 10% dell'elettorato. E partire con la costruzione di una nuova coalizione di centro-destra (con il trattino !) in alternativa alla Lega ed a Berlusconi, ma anche, certamente, all'ormai marginalissimo Pd.
Una coalizione che potrebbe contare sul sostegno dell'Udc di Casini e dell'Api di Rutelli e Tabacci, alla quale si sono già aggregati anche i liberali di Zanone.
E a noi laici, repubblicani del PRI, liberali del PLI e - se lo volessero - anche i Radicali, non rimarrebbe che costituire un rassemblement denominabile, preferibilmente, "Unione Liberaldemocratica" a sostegno dello stesso Gianfranco Fini.
Forse corro troppo con la fantasia, ma ritengo che una coalizione a quattro (Movimento di Fini, Udc, Api, Laici-Libdem) di tal fatta potrebbe certamente scompaginare i giochi e puntare a rappresentare quasi un terzo dell'elettorato.
Coalizione unita su pochi ma condivisi punti programmatici: politica estera filo-occidentale senza tentennamenti o connivenze con dittature o presunte tali; politica di integrazione dell'immigrazione con il riconoscimento dei diritti di cittadinanza, ma anche di rigore nei confronti dei clandestini; politica economica di sostegno alle piccole e medie imprese che miri alla detassazione dei redditi ed all'erogazione di congrui ammortizzatori sociali; riforma della giustizia che punti alla separazione delle carriere dei magistrati ed alla responsabilità civile del giudice ed alla spoliticizzazione del CSM; abolizione delle Province, dei consorzi, delle comunità montane ed accorpamento dei piccoli comuni.
Con Gianfranco Fini leader ed una sinergia fra moderati, laici e liberali, tutto ciò, forse, sarà possibile. Diversamente, la stagnazione regnerà sovrana.

Luca Bagatin



8 febbraio 2010

9 febbraio 1849: proclamazione della Repubblica Romana



Anche quest'anno passerà sotto silenzio la commemorazione della Repubblica Romana, proclamata il 9 febbraio del 1849.
Giuseppe Mazzini ne fu il il propugnatore ed ispiratore politico e fu grazie al valore militare ed al sangue versato dai garibaldini (come Goffredo Mameli) e dal popolo romano, che i moti insurrezionali ebbero successo ed il Papa Pio IX si vide costretto a fuggire a Gaeta.
Passerà sotto silenzio in quest'Italia scarsamente democratica e per nulla liberale, che purtuttavia alla Repubblica Romana dovrà le basi della sua stessa libertà di pensiero, parola ed azione.
La Repubblica Romana, guidata dal trimunvirato: Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini, una volta scacciato il Papa, si dotò infatti immediatamente di una Costituzione liberale la quale, agli Articoli I e II, stabiliva che la sovranità spettasse unicamente al Popolo, il quale si dava per regola tre principi fondamentali: l'eguaglianza, la libertà e la fraternità, senza riconoscere alcun privilegio di casta o di titolo nobiliare.
In tutto il Documento si può peraltro notare come essa ricalcasse perfettamente i principi della Costituzione democratica degli Stati Uniti d'America redatta alla fine del '700, ovvero quanto gli USA avevano scacciato il tirannico regime monarchico inglese. Inoltre si può notare quanto fosse liberale e tutt'altro che antireligioso lo spirito di tale Costituzione, la quale, all'Articolo VIII dei Principi Fondamentali stabiliva che al Papa sarebbero comunque state concesse tutte le "guarentigie necessarie per l'esercizio indipendente del potere spirituale" e, all'Articolo precedente, si stabiliva la piena libertà religiosa dei cittadini della Repubblica.
Oggi certa storiografia clericale, leghista e dunque mistificatrice, tende a descrivere i risorgimentali mazziniani di allora come dei "briganti atei ed antireligiosi". Nulla di più falso e calunnioso, al punto che lo stesso Giuseppe Mazzini ha sempre fatto riferimento nei suoi scritti e discorsi a Dio, inteso come Divinità universale antidogmatica, al di sopra di ogni Potere costituito.
Nella fattispecie la bandiera della Repubblica Romana: il tricolore verde, bianco e rosso, recava al centro la scritta "Dio e Popolo" (che per molti versi ricorda l'iscrizione posta sul Dollaro statunitense "In God We Trust", adottato circa un secolo dopo, ovvero nel 1956), per rimarcare la fede mazziniana e repubblicana nel Popolo sovrano e nella Divinità Universale (e ciò ci rimanda per moltissimi versi al teismo illuminista e volteriano), la quale non può ritenersi privilegio esclusivo della Chiesa cattolica e del Vaticano.
La Repubblica Romana, purtroppo, durò solamente cinque mesi: soffocata nel sangue il 3 luglio 1849, dopo un mese di assedio, dai soldati francesi di Napoleone III alleati con il Papa. Purtuttavia essa fu un evento storico fondamentale e di svolta nelle lotte risorgimentali per l'unità d'Italia nonché per gettare il seme della speranza verso la creazione di uno Stato laico, civile e repubblicano.
Uno Stato libero dall'influenza della Chiesa e di Casa Savoia, entrambe ree di aver gettato gli italiani, specie i popolani e le classi sociali meno abbienti in generale, nel più nero sottosviluppo.
Oggi, a scuola, di tutto ciò si insegna poco o nulla ed è normale che, raggiunta l'età adulta, si sia poco consapevoli non solo della propria storia e quindi delle proprie origini, ma anche dei propri diritti e doveri.
Se, quantomeno nella scuola pubblica, ovvero in quelll'istituzione per la quale i mazziniani si batterono con maggiore tenacia per garantire a tutti l'elevazione intellettuale, morale e spirituale, si studiasse la Costituzione della Repubblica Romana e i "Doveri dell'Uomo" di Giuseppe Mazzini, sono certo che molti giovani comincerebbero a diventare veramente consapevoli del ruolo politico attivo che ricoprono nella società.
Oggi, invece, si preferisce dimenticare o mistificare.
Denigrare la democrazia e la libertà per erigersi a custodi del nuovo dogma: presunte radici cristiane (in realtà greco-romane), recupero del dialetto (pur non conoscendo bene l'italiano), lotta senza quartiere al "diverso" (in quanto frustrati e annoiati da sè stessi).
Un dogma che si fonda sull'ignoranza, sul pecorume, su una massificazione di cervelli assai poco inclini all'approfondimendo.
Anche per questo - a quasi 150 anni dall'Unità d'Italia - non va dimenticato lo spirito della Repubblica Romana ed i principi mazziniani che in essa trionfarono.
Principi ancor più attuali oggi di ieri: democrazia, emancipazione, comprensione del "diverso", fratellanza in quanto riconoscimento del principio universale del "siamo tutti nella stessa barca" e fonte di un'unica origine: il ventre di Madre Natura.

Luca Bagatin

PS: ringrazio di vero cuore l'On. Paolo Guzzanti - già conduttore televisivo e vicedirettore de "Il Giornale", oggi vicesegretario del Partito Liberale Italiano - che stimo da sempre per le sue scelte "eretiche" e controcorrente, per aver, di sua spontanea volontà e con tanto di presentazione, pubblicato - in anteprima il 1 febbraio scorso - questo mio "solitario" articolo sul suo prevegole blog "Rivoluzione Italiana": www.paologuzzanti.it
Quella che segue è la risposta che mi ha fatto pervenire

Carissimo Bagatin

Sono io che la ringrazio, anche per non essersi dispiaciuto di veder pubblicato il suo bell’articolo senza una previa richiesta e autorizzazione. Ma leggendolo non ho saputo resistere: veramente vivo, vero, autentico.
Dunque spero proprio di avere nuove occasioni di leggerla e, se non le dispiace, di pubblicarla.
Inutile dire che tutte le volte che avrà voglia di scrivere sul mio blog io ne sarò semplicemente onorato.
Grazie di nuovo e a presto.

Paolo Guzzanti



27 dicembre 2009

Romeo Battistig: irredentista, mazziniano, massone ed anticlericale friulano


La Sezione "Luciano Bolis" dell'Associazione Mazziniana Italiana di Udine ha orgnizzato - venerdì 18 dicembre 2009 presso l'Hotel Ramandolo di Udine - una conferenza a ricordo di Romeo Battistig: irredentista, patriota repubblicano, mazziniano e massone friulano.
La conferenza è stata tenuta dall'amico, nonché storico, Carlo A.R. Porcella, dopo una breve nota introduttiva del Presidente dell'AMI friulana Edi Daniele Moroso.
Carlo Porcella ha introdotto l'argomento raccontando brevemente la storia del movimento irredentista friulano, risalente al 1882, animato - fra gli altri - dal garbaldino Giusto Muratti.
Successivamente ha descritto la vita, le gesta e le opere di Romeo Battistig, nato a Venezia nel 1866 da nobile famiglia goriziana successivamente trasferita a Udine, il cui padre fu cospiratore con i fratelli Bandiera.
Il Battistig manifestò sin da giovanissimo simpatie irredentiste ed a 18 anni si arruolò volontario nei bersaglieri partecipando alla spedizione in Eritrea.
Politicamente fu repubblicano mazziniano, anche se riconobbe l'importanza della monarchia sabauda al fine di giungere al compimento dell'unità nazionale con l'annessione di Trento e Trieste.
In tutta la sua vita fu generoso e prodigo verso gli indigenti e gli afflitti e si fece iniziare anche alla Massoneria.
Il suo primo apporto alla causa irredentista lo diede nel 1903, rimanendo in fitto collegamento con il condottiero Ricciotti Garibaldi, figlio di Anita e Giuseppe Garibaldi. E sino al 1915 animò il Comitato Irredentista Orientale.
Nel 1915 partì dunque volontario nelle file dell'esercito italiano e combattè durante il primo conflitto mondiale contro l'Impero Austro-Ungarico, rimanendo ucciso dal fuoco nemico il 16 giugno di quell'anno, guidando un servizio di esplorazione sul ponte di Sagrado. Come ci ha ricordato infine Porcella, Romeo Battistig fu fra i promotori del Museo del Risorgimento, nonché fra i più attivi soci della sezione di Udine della Dante Alighieri (nel 1905 fu sede del Congresso con la partecipazione dell'indimenticato sindaco Repubblicano di Roma e Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia Ernesto Nathan). Fondò inoltre il ricreatorio Carlo Facci (garibaldino dei nove di Porta San Paolo del 1867) e diede vita a diverse Associazioni di Libero Pensiero come la XX Settembre e la Giordano Bruno, tutte entità che ebbero una lunga durata, nonché un ruolo importante per educare la gioventù ed i cittadini ai principi di libertà, laicità, giustizia ed emancipazione. Il Battistig, oltre all'aver fondato - nel 1914 - il primo organo di stampa irredentista, scrisse un'opera letteraria in lingua friulana in versi, il cui titolo è “Une Visite ai Piombi”, in cui descrive tutti i personaggi del tempo che frequentavano il noto locale. Una figura storica, dunque, quella del Battistig, da non dimenticare. Una figura di Libero Pensatore ed anticlericale che il "pretume romano" - come amava lui stesso definirlo - non impedì di cancellare al punto che diversi comuni della Regione Friuli Venezia Giulia gli dedicarono numerose strade, piazze e lapidi alla memoria.
Le ceneri di Romeo Battistig riposano oggi nel cimitero monumentale di Udine.


Luca Bagatin


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini