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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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2 novembre 2015

"REBEL !": aforismi e riflessioni by Luca Bagatin

Tutta questa modernità triste, questa globalizzazione e questa politica che uccide l'amore e il pensiero, Pier Paolo Pasolini, l'aveva già vista e prevista.


"Politico" e "onesto" sono due parole che difficilmente possono stare assieme". O sei un politico, oppure sei una persona onesta.


Una manovra che piace agli industriali e povertà estrema in aumento”. Ecco le conseguenze del governo capital fascista italiano.


Al ceto alto e a quello medio io mostro sempre il dito medio !


La globalizzazione ha portato solo squallore e povertà diffusa in Occidente, imposto un confuso rimescolamento delle culture - ovvero il loro annullamento/sradicamento - e ha portato benessere solo a taluni oligarchi stranieri.
Probabilmente solo chi non ha mai vissuto nell'agio e ha sempre goduto del poco che ha avuto, se ne rende davvero conto.
Ed è per questo che, forse, una vera rivoluzione (contro)culturale può arrivare solo dalle periferie.


Ho da sempre seria difficoltà a vivere nell'epoca odierna.
Ho nostalgia per le epoche in cui si amava davvero, anche in modo epistolare. Per le epoche in cui, per risolvere una contesa o conquistare il cuore di qualcuna si usava la spada, si duellava, si combatteva per ottenere qualcosa.
Le epoche dei salotti letterari e filosofici, dei libertinaggi, della musica colta.
Non della stupidità, della beotaggine, della cafonaggine d'oggi.
Sono un conservatore e ne vado fiero.


La difesa è sempre legittima. Talvolta lo è anche l'attacco.



La produttività si è evoluta al punto da diventare l'unica ragione di tutto. Il mondo sembra muoversi attorno ad essa e per me è una cosa aberrante. E' il trionfo del libero commercio, ovvero della libera schiavitù delle persone (a partire dal lavoro, che è imposto e non scelto liberamente) e del sistema competitivo-maschilista-patriarcale che, peraltro, ha mascolinizzato le donne, le ha rese competitive in ogni settore. Se il modello egualitario si contrappone al modello capitalista-produttivista ben venga. Il termine femminista non mi piace. Preferisco "matriarcale".


Molti anni fa ero innamorato. Oggi, anche se lo fossi, mi guarderei bene dal dichiararmi.


Oggi ho terminato di leggere una biografia. Poco importa di chi sia.
Ad un certo punto, verso la fine, a pagina 330, mi imbatto in una scena che mi ha davvero commosso come non mi succedeva da tempo.
Lui è in prigione, accusato ingiustamente di terrorismo. Ha 60 anni. Lei ne ha 20, è una ragazza punk e fa parte del suo movimento politico. Sono fidanzati.
Si incontrano in prigione. Lui le chiede: "Per quanto tempo pensi di potermi aspettare ?".
Lei lo guarda stupita. Nessuno lo ha mai guardato così. Nessuno lo ha mai amato così.
Lei risponde: "Ti aspetterò sempre".

E qui, il sottoscritto, ha iniziato a sciogliersi in lacrime.
Dubito che, nella vita, mi capiterà mai di conoscere una donna così.



16 maggio 2015

Chi cazzo è Renzi ?

"Cari Pannella, caro Spadaccia, cari amici radicali […] voi non dovete fare altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare"

(Pier Paolo Pasolini, Lettera al Congresso del Partito Radicale del 2 novembre 1975)




11 maggio 2015

In ricordo di Mario Appignani: un ragazzo all'inferno

Molti si ricorderanno di Mario Appignani detto “Cavallo Pazzo” per le sue incursioni televisive al Festival di Sanremo o a quello di Venezia, tentando di arraffare il microfono ed interrompere un compassato Pippo Baudo. Oppure le sue incursioni allo stadio le domeniche pomeriggio degli Anni '90.

Mario è morto di AIDS nel 1996 ed allora Pippo Baudo, che non conosceva la storia di Appignani, disse che era affetto da “una complessa forma di esibizionismo” che “non aveva niente da dire”.

In realtà Mario Appignani, romano, classe 1954, sin dal 1975, ebbe molto da dire, forse anche più di quanto l'emblema della mediaticità nazional-popolare baudiana, intrisa, questa sì, di esibizionismo catodico, abbia mai avuto da dire dal dopoguerra sino ad oggi.

Quando aveva appena 19 anni, Mario Appignani, scrisse infatti un bellissimo libro autobiografico che non è più distribuito da tempo: “Un ragazzo all'inferno”. Il saggio è edito da Roberto Napoleone, con l'introduzione di Lamberto Antonelli e con prefazione di Marco Pannella, l'unico politico che diede voce a questo ragazzo emarginato, senza famiglia, che visse sin dall'età di 6 anni fra brefotrofi, orfanotrofi, manicomi, case di cura e di “rieducazione”.

Il piccolo Mario, infatti, è figlio di Tina, una prostituta - avviata a sua volta alla prostituzione dalla madre - che non lo può mantenere e così lo lascia sui gradini di una chiesa. E' così che passerà sotto la “tutela” dello Stato, con i suoi istituti che fanno parte dell'Opera Nazionale Maternità ed Infanzia (OMNI), istituita dal fascismo e gestite materialmente dalla Chiesa cattolica, ricevendo sovvenzioni statali.

Istituti che, in realtà, sono dei veri e propri lager che, proprio grazie alle denunce di Mario Appignani ed all'intervento di Pannella e dei radicali, sono state chiuse definitivamente nel 1975.

“Un ragazzo all'inferno” è un libro toccante e brutale, a tratti tenero come tenero è il cuore di Mario, ragazzo che è diventato uno “scapestrato” (bisognerebbe poi capire se lo è stato per davvero però !) dopo anni di abusi e sevizie da parte delle suore, dei suoi compagni, dei direttori, delle forze di polizia e della politica dell'epoca - dalla clerico-fascista Dc sino all'indifferente e connivente sinistra - sorda di fronte all'esistenza di bambini e ragazzi poveri e senza famiglia.

E' agghiacciante pensare che, quanto accaduto a Mario ed ai suoi compagni, accadeva nell'Italia “repubblicana” di solo quarant'anni fa ! E' agghiacciante pensare che anche l'Italia “repubblicana” e “antifascista” abbia avuto i suoi lager e che in essi ci finissero i “reietti” della società, ancorché bambini (sarebbe da chiedersi se questo i vari Pippo Baudo ed i vari Bruno Vespa, sostenitori strenui della DC lo sapessero !).

Mario ci racconta di quando entrò per la prima volta in un brefotrofio, all'età di soli sei anni. E' gestito da suore tutt'altro che buone cristiane, che fra le altre cose somministrano ai bambini dei pasti scarsissimi – al limite della denutrizione – e spesso pieni di insetti. Le punizioni, poi, sono da lager nazista: i bambini sono spesso costretti a rimanere sul balcone, all'esterno, in pieno inverno, con le sole mutandine addosso.

E' in una situazione come questa che Mario conosce Francesco, un bambino di 8 anni. Francesco e Mario si incontrano sul balcone dell'istituto e si riscaldano abbracciandosi vicendevolmente. La punizione di Mario termina prima di quella di Francesco e così quest'ultimo è costretto a rimanere da solo al freddo. Da allora di Francesco non se ne saprà più nulla sino a che, un anno dopo, il giardiniere ne troverà il cadavere nell'orto, putrefatto ed irriconoscibile. Un caso che sarà insabbiato per sempre anche dai carabinieri, per non far ricadere lo scandalo sull'intero istituto, sovvenzionato dall'OMNI (sic !).

Mario, sarà successivamente trasferito in un altro istituto, diretto da quella suor Diletta Pagliuca che finirà in carcere proprio grazie alle denunce di Mario, anni dopo. Qui i bambini sono spesso legati ai loro letti con dei lucchetti, costretti a defecarsi ed urinarsi addosso, privi di lenzuola e coperte.

Con il passare degli anni Mario, da un'istituto all'altro, da una punizione all'altra come le docce fredde ed i sassolini sotto alle ginocchia, impara a non fare la spia e spesso è costretto anche a soccombere agli appetiti sessuali dei suoi compagni, a mentire, a rubare gli indumenti degli altri come gli altri rubano i suoi: a prevalere è la legge del più forte, la legge della giungla.

E' così che tenterà il suicidio all'età di dodici anni e sarà trasferito alla Neuro, ovvero l'anticamera del manicomio.

Isolandosi sempre di più, Mario, ad ogni modo, scoprirà l'interesse per la lettura: dai fumetti passa a letture impegnate come Balzac, Kafka, Proust, Flaubert, Boudelaire, Dumas, Stevenson, Jack London, Palazzeschi, Moravia e Marinetti. E poi alla passione per l'ascolto della musica classica, in particolare di Beethoven.

Il suo è un modo per emanciparsi, per elevarsi da quella vita di dolore e vessazioni. Ma ci sarà spazio anche per l'amore. Amore omosessuale per un suo compagno, Cesare, che Mario descrive teneramente nel suo libro e che deve essere “nascosto” perché i costumi ipocriti dell'epoca – impregnati di bigotto cattolicesimo - impongono che sia così, sia per gli omosessuali, ma anche per gli eterosessuali.

Mario trova tutto ciò assurdo, così come è assurdo il comportamento delle suore e dei preti degli orfanotrofi. E' un comportamento che stride con il messaggio di Cristo, che Mario ama moltissimo ed infatti egli scrive: “L'idea del Cristo che è morto per noi, nella sua infinita bontà, mi esalta, mi affascina, mi turba. Ma tutto viene spazzato via (…) da questa cerimonia stucchevole, da questa finzione”. Ed ancora Mario ricorda che il Cristo diceva “Amatevi come fratelli”. Cosa che di rado accade negli orfanotrofi...

Mario ritiene poi – come sostenevano anche gli intellettuali omosessuali Dario Bellezza e Massimo Consoli - che l'omosessualità negli orfanotrofi sia spesso una conseguenza della natura sessuofoba della nostra società, che rende estremamente difficili i rapporti fra un ragazzo ed una ragazza. Aspetto appunto tipico delle comunità ristrette come gli orfanotrofi, che sono delle comunità omosessuali per eccellenza in quanto composte da persone dello stesso sesso.

Nel momento in cui avrà modo di prestare servizio volontario presso la Croce Rossa, Mario avrà quindi anche la possibilità di uscire dall'istituto nel quale è recluso. E si innamorerà di Katia, che purtuttavia scoprirà essere una prostituta e ciò lo deluderà moltissimo.

Nel frattempo finirà anche in galera, accusato di un furto che non aveva mai commesso in realtà e, una volta uscito, per mantenersi, assieme ad un suo ex compagno di collegio, inizierà a prostituirsi, ma finirà in galera ancora allorquando deciderà di tenersi una tessera appartenente ad un componente della Guardia di Finanza che aveva trovato a terra, solo per non pagare il cinema e che la polizia gli troverà addosso.

Curioso a dirsi, ma Mario scoprirà persino di avere un fratellastro, Giulio, il quale tenterà di metterlo in contatto con il patrigno, che purtuttavia lo rifiuterà e con la madre, Tina, che per la prima volta Mario incontrerà al Policlinico, al capezzale della sorellastra quattordicenne, la quale aveva appena tentato il suicidio. Ma, fondamentalmente, rimarrà deluso nell'apprendere che lei l'aveva abbandonato e che lo Stato italiano, anziché fornire un assegno mensile alla madre per il suo mantenimento, ha preferito affidarlo agli istituti dell'OMNI.

Solo l'incontro con Don Mario Picchi, che dirige il Centro Italiano di Solidarietà, gli permetterà di avere una sistemazione degna di questo nome e sarà proprio questo buon prete che lo esorterà a scrivere, appunto, la sua storia.

Mario, come scrive all'inizio ed alla fine di “Un ragazzo all'inferno”, è disilluso. Non pensa che il racconto della sua storia serva a qualcuno ed invece... Ed invece, grazie a Marco Pannella ed al Partito Radicale nel quale il giovane Mario militerà per alcuni anni, le cose inizieranno presto a cambiare, per quanto concerne gli istituti, gli orfanotrofi, i brefotrofi e parecchie persone saranno portate alla sbarra, fra cui la terribile suor Diletta Pagliuca.

Mario Appignani, nel corso degli Anni '70, grazie alla sua “cultura stramba”, come amava definirla, fu anche rappresentante degli Indiani Metropolitani, un gruppo libertario che, in Italia, si ispirò alla Beat Generation di Kerouac e Ginsberg e la sua vicenda politica e controculturale è raccontata da un suo compagno di militanza – Marco Erler – nel saggio “Assalto alla diligenza. Quando Appignani rinacque Cavallo Pazzo” edito da Memori alcuni anni fa.

Come Marco Erler, penso anch'io che la vicenda di Mario Appignani non vada dimenticata.

E penso che anche le sue scorribande televisive, negli Anni '90, pochi anni prima di morire, siano emblematiche. Era il suo modo goliardico ed irriverente per denunciare la società dello spettacolo e dei media, retti dall'uomo simbolo di una DC che pur stava tramontando per lasciare spazio alla sua continuità inculturale, ovvero al berlusconismo: Pippo Baudo.

Oggi i tempi sono per molti versi cambiati, ma penso che “Un ragazzo all'inferno”, di cui saranno anche scaduti i diritti editoriale da tempo, dovrebbe essere ripubblicato, a beneficio dei più e dei meno giovani. Affinché sappiano che cosa accadeva agli emarginati, appena quarant'anni fa in Italia. Affinché ciò non accada mai più, perché non c'è peggior olocausto, non c'è peggior genocidio di quello compiuto da uno Stato che si autoproclama “democratico” o “repubblicano” e nei fatti non lo è.

Uno Stato, quello italiano che, ad ogni modo, i poveri e gli emarginati – tanto cari a Pasolini ma non alle destre ed alle sinistre - non li ha mai potuti sopportare.

E che, grazie ad Appignani, intellettuale e politico autodidatta che sulla sua pelle e sulla sua anima ha pagato un prezzo altissimo, hanno avuto, per una volta, una pur timida voce.


Luca Bagatin



Mario Appignani ad una manifestazione, alle spalle di Pier Paolo Pasolini.
Mario Appignani al Festival di San Remo del 1992.



12 novembre 2014

La tv dei Vescovi, Vladimir Luxuria e l'indecoroso linguaggio mediatico

Si fa un gran parlare, in questi giorni, dell'invito da parte della “tv dei Vescovi” - ovvero di TV2000 – a Vladimir Luxuria di partecipare ad una loro trasmissione per discutere di tematiche cosiddette “etiche” riguardanti la comunità omosessuale e transessuale.

Partecipazione, peraltro, successivamente negata in quanto - come spiegato dal direttore del tg di TV2000 - la trasmissione sarebbe andata in onda in concomitanza con l'assemblea della CEI, che avrebbe dovuto discutere ancora una volta sui temi legati alla famiglia.

Ora, per carità, ciascuno è libero di esprimersi sulle tematiche che desidera, ed in questo senso anche i Vescovi della CEI lo sono. Per quanto dovrebbe essere ben chiaro a tutti che i giudizi dei Vescovi non dovrebbero essere vincolanti per nessuno, visto che, sino a prova contraria, l'Italia dovrebbe essere uno Stato laico. E ciò anche in presenza di una classe politica conservatrice, autoritaria e clericale, oggi anche al governo del Paese.

Al di là di questo la mia riflessione verte piuttosto sull'idea di invitare – a rappresentanza della cosiddetta comunità LGBT, ovvero del mondo omoessuale, bisessuale e transessuale – Vladimir Luxuria, volto noto della tv, “maitre à penser” catodico in sostanza, di cui si è tornati a parlare grazie al suo recente incontro con Silvio Berlusconi e con la sua compagna Francesca Pascale.

Un'idea, quella dell'invito di TV2000 a Luxuria, che segue – ancora una volta – logiche meramente mediatiche, anziché tendenti a rappresentare una realtà umana, un'orientamento sessuale, che certo non può dirsi rappresentato dal solo Luxuria.

Mi sono sempre chiesto perché, nelle varie trasmissioni televisive, in sostanza, poco si invitino cittadini qualsiasi, siano questi omosessuali, transessuali o eterosessuali (infondo siamo tutti esseri umani !), bensì si tendi ad invitare sempre ed unicamente i soliti “maitre à penser” catodici, i soliti giornalisti catodici, i soliti politicanti catodico-imbonitori. Quelli che, in sostanza, siamo abituati a vedere a Ballarò, a Porta a Porta e così via.

Costoro non rappresentano la realtà delle persone, dei cittadini (omosessuali, transessuali, eterosessuali, operai, impiegati, imprenditori, infermieri, insegnanti ecc...), bensì l'indecoroso spettacolo del linguaggio mediatico che filtra una realtà a suo uso e consumo. Uno spettacolo indecoroso già denunciato peraltro da Pier Paolo Pasolini, che lo paragonò al “nuovo fascismo”. Sul “Corriere della Sera” del 9 dicembre 1973, Pasolini scriveva infatti, fra le altre cose: È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere. Non c'è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l'aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l'anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l'ha scalfita, ma l'ha lacerata, violata, bruttata per sempre.

Il mondo dei media, in sostanza, grancassa della società dei consumi e del pensiero unico imposto dalla trimurti "politica-religione-showbusiness", finisce - come ci ricordava già Pasolini - per annientare ogni realtà umana, ogni sentimento umano, ogni orientamento sessual-sentimentale. Oltre che presentarci una realtà falsata, fuorviante, imposta.


Luca Bagatin



6 maggio 2014

3 aprile 1992: un ricordo del Partito dell'Amore di Moana Pozzi


Riccardo Schicchi, Moana Pozzi e Eva Orlowsky ad un comizio del PdA; manifesto del PdA; Moana Pozzi e Mauro Biuzzi
Foto tratte dal sito del Partito dell'Amore (www.partitodellamore.it)


Desidero suggerire ai lettori l'ascolto di una interessantissima conferenza - moderata da Arturo Diaconale e tratta dall'archivio di Radio Radicale - datata 3 aprile 1992, nella quale sono intervistati gli esponenti del Partito dell'Amore: Moana Pozzi, Riccardo Schicchi e Mauro Biuzzi (allora nemmeno quarant'enni).

Nella conferenza è interessante notare alcuni aspetti fondamentali: Riccardo Schicchi ricorda l'esperienza politica e umana di Ilona Staller - bistrattata dai Radicali - e la fondazione del partito dei Verdi, negli Anni '70, da parte dello stesso Schicchi e di Cicciolina, oltre che l'esperienza politico-erotica portata avanti da Diva Futura; Moana Pozzi parla del diritto all'amore ed alla felicità, contro il malaffare politico. Mauro Biuzzi ricorda Pier Paolo Pasolini e presenta il Partito dell'Amore come un partito di centro, dionisiaco, filosofico, amante della bellezza e dell'affettività, anche in senso cristiano.

Gran parte di questa storia è raccontata anche dal saggio di recente pubblicazione "Per un pugno di simboli" (Aracne Editore) di Gabriele Maestri, attraverso il contributo dello stesso Biuzzi, oltre che del sottoscritto e se ne parla, per molti versi, anche nel mio recente saggio "Ritratti di Donna" (Ipertesto Edizioni).

Alle soglie dell'ennesimo spettacolo pornocratico delle elezioni europee, possiamo notare come il Partito dell'Amore di Moana Pozzi sia stata un'esperenza unica ed alternativa nella storia italiana. Un'esperienza dirompente, trasgressiva ed al contempo profondamente colta (come si può notare dall'ascolto della conferenza medesima), ovvero l'esatto opposto di come la vulgata ha voluto dipingerla. Per pregiudizio, miopia ed interesse di bassa lega.

L. B.


3 aprile 1992: confenerenza organizzata dall'Associazione Stampa Romana a cura di Arturo Diaconale. Intervista agli esponenti del Partito dell'Amore: Moana Pozzi, Riccardo Schicchi, Mauro Biuzzi (clikka per accedere al file ed ascoltare la conferenza)



21 settembre 2013

Erotismo e pornografia nella cultura e nell'arte



Nell'edizione 2013 di Pordenonelegge si è finalmente sdoganato uno di quei temi giudicati – dai più – alquanto “pruriginoso”, per quanto ormai entrato nel vocabolario e nella comune fruizione, ovvero l'erotismo, la pornografia e tutto ciò che ne consegue.

Abbiamo pertanto avuto occasione di incontrare Luca Beatrice, critico d'arte torinese il quale, con il saggio “SEX. Erotismi nell'arte da Courbet a Youporn”, propone un excursus ricco di aneddoti che, dal 1866 ai giorni nostri, dimostra come l'erotismo e la pornografia siano parte integrante dell'Arte universale.

Nel 1866, come spiega Beatrice, l'artista Gustave Courbet, fu il primo a sdoganare il nudo femminile, con il suo dipinto “L'origine du mond” oggi esposto al Museo d'Orsay di Parigi. Allora, ad ogni modo, Courbet lo dipinse unicamente su commissione di un collezionista turco, che, successivamente lo vendette e finì, nei primi del '900, persino nello studio dello psicanalista Lacan, il quale lo custodì proteggendolo alla vista dei più con un apposito pannello e si dice lo mostrasse unicamente agli amici più intimi.

Ci volle, dunque, almeno un secolo affinché il dipinto di Courbet divenisse patrimonio dell'arte francese e la nudità femminile perdesse quell'aspetto di “oscenità” nel quale era stata relegata.

Che cosa, ad ogni modo, differenzia “L'origine du mond”, che ritrae, in tutta la sua bellezza ed evidenza, un pube femminile, da un'immagine pornografica ? Luca Beatrice lo spiega semplicemente così: il dipinto di Courbet non è sprovvisto di cornice ! E sarà proprio questo che, nel corso del '900, incoraggerà gli artisti di tutto il mondo a sdoganare il sesso nell'arte, a partire da artisti come il celebre Picasso.

Sarà ad ogni modo nel '68 che le donne diventeranno vere e proprie protagoniste dell'arte erotica, non più modelle, ma utilizzatrici loro stesse del proprio corpo in maniera esplicita al punto che negli Anni '70, il film “Gola Profonda” interpretato da Linda Lovelace, darà vita alla vera e propria Body-Art femminista e dunque alla filmografia erotica, pornosoft e successivamente pornografica, prima negli USA e successivamente in Italia, ove saranno censurati film come “Ultimo tango a Parigi” di Bertolucci e “Salò” di Pier Paolo Pasolini, che sarà reso visibile integralmente solo alla metà degli Anni '80.

In Italia Tinto Brass sarà, dopo i suoi western all'italiana, il primo capostipite del cinema pornosoft e, negli Anni '80, fotografi come Robert Mapplethorpe racconteranno aspetti della cultura omosessuale ed omoerotica che, sino ad allora, erano rimasti sconosciuti in quanto “vietati” dalla cultura perbenista.

Veri protagonisti degli Anni '80 in chiave erotica e pornografica – come ricorda anche Luca Beatrice nel suo saggio - saranno ad ogni modo Riccardo Schicchi ed Ilona Staller che inventeranno un nuovo modo di fare pornografia, ovvero la renderanno popolare, facendo cadere il cosiddetto “senso del pudore” allora ancora molto diffuso. Ilona Staller e Moana Pozzi, infatti, saranno le prime pornostar ad andare nei talk show più popolari e a dialogare con il pubblico. Aggiungiamo, anche se Luca Beatrice se ne è purtroppo dimenticato, che Ilona e Moana saranno anche le prime pornostar del mondo a fare politica, candidandosi in prima persona e, aspetto fondamentale, a porre l'erotismo, la sessualità e la libertà sessuale al centro del dibattito socio-politico.

Luca Beatrice inserisce fra gli artisti dell'eros anche Jeff Koons, ex marito di Ilona, il quale negli Anni '90 scandalizzò il pubblico della Biennale di Venezia con l'esposizione di “Made in Heaven”, ovvero foto nel quale era ritratto mentre faceva sesso esplicito con la pornodiva ungherese. Per quanto le foto, ricordiamolo, siano state scattate da quel gran geniaccio che era Riccardo Schicchi, recentemente scomparso nel silenzio più totale di quell'intellighenzia culturale e politica che, proprio per la sua intelligenza trasgressiva, mai lo aveva amato.

Negli Anni '90, come ricorda Beatrice, nascono anche le primi correnti artistiche che fanno del sensazionalismo la loro prima ragione d'essere ed anche qui il sesso è uno dei motori cardine di tale forma d'arte. Dagli Anni '90 all'avvento del web il passo è breve al punto che oggi la pornografia non è più un tabù ed è fruibile da tutti attraverso canali tematici quali ad esempio Youporn.

L'asticella dell'osceno - conclude Luca Beatrice - si è dunque alzata.

Ciò è un bene ? Ciò è un male ? E' un segno dei tempi diremmo noi che, pur ben felici del fatto che siano venuti a cadere molti tabù, riteniamo, a differenza di Luca Beatrice, che la strada sia ancora tutta in salita.

Oggi è facile, molto facile, accedere ai contenuti pornografici, ma da qui ad avere una sana idea della sessualità e dell'affettività ce ne corre. E' molto facile clikkare su un filmato pornografico in rete oppure leggere l'ultimo romanzo di Erika Leonard, più difficile è stimolare la propria fantasia, nel proprio intimo privato, coinvolgendo la o il possibile partner. Avere il coraggio, insomma, di stimolare i propri sensi più profondi che, inevitabilmente, devono coinvolgere due o, eventualmente, più persone in una comunione, appunto, di amorosi sensi.

In questo senso il dipinto di Courbet o le foto artistiche di Ilona Staller, Ursula Davis e Moana Pozzi, ci sembrano stimolare molto più l'immaginario erotico e spirituale, rispetto all'ultimo filmino di Sasha Gray che, all'immaginazione ed al coinvolgimento, lascia francamente ben poco.


Luca Bagatin (nella foto con Ilona Staller, Ursula Davis ed il celebre cagnolino di Riccardo Schicchi, Bijou)



7 gennaio 2013

Alle elezioni politiche del 24 febbraio occorre abbattere la partitocrazia. Ovvero contrastare l'"Agenda Monti-Berlusconi-Bersani-Vendola-Grillo-Ingroia-Di Pietro-Maroni"



Che faccia tosta !
Che faccia tosta Silvio Berlusconi criticare oggi Mario Monti, dopo averlo sostenuto per oltre un anno al governo e, recentemente, avergli proposto di guidare il PdL, quale candidato Premier di centrodestra.
Che faccia tosta Mario Monti, che prima non pensa nemmeno lontanamente di candidarsi e poi fonda una lista di centro tutta sua.
Che faccia tosta Pierluigi Bersani, anche lui sostenitore di Monti della prima ora e poi a lui contrario, che organizza anche delle primarie "di popolo", ma riservandosi un "listino di candidati" da piazzare nelle liste bloccate di questo porcellum di legge elettorale.
Che faccia tosta, questa partitocrazia, sostenitrice del sistema delle banche centrali e della Fed, stampatrici di cartamoneta e foriere di inflazione, a tutto danno dei cittadini onesti, dei lavoratori e del mercato.
Che faccia tosta, questa partitocrazia sostenuta dal Vaticano, con la sua potente banca, lo IOR ed i suoi traffici.
Che faccia tosta, questa partitocrazia che, con Monti - sostenuto praticamente da tutti - ci aumenta l'IVA, comprimendo i consumi e danneggiando le famiglie con asprissime imposte sulla casa e sul reddito.
Che faccia tosta, Giuseppe Piero Grillo, in arte "Beppe l'urlatore", che sbraita a destra e a manca, denuncia il malaffare, salvo poi espellere chiunque la pensi diversamente da lui.
Che faccia tosta quei magistrati che, anziché essere indipendenti come il loro alto ufficio e professione richiederebbero, si candidano in politica, magari come Ingroia che sul suo simbolo inserisce, "rubandolo", il bellissimo quadro di ispirazione socialista di Giuseppe Pelizza da Volpedo, "Il Quarto Stato", forse per non dire che la casta dei magistrati in politica rappresenta un "Quinto Potere", l'ennesimo sulla testa dei cittadini inermi.
L'Agenda sul tappeto di queste elezioni è unica e non si chiama solo "Agenda Monti". Bensì "Agenda Monti-Berlusconi-Bersani-Vendola-Grillo-Ingroia-Di Pietro-Maroni". E' l'agenda della conservazione partitocratica ai danni degli elettori.
A contrastare tutto ciò solo due, piccoli movimenti che, anche loro, hanno la faccia tosta di presentarsi pur con una legge elettorale antidemocratica.
Stiamo parlando di "Fermare il Declino" di Oscar Giannino e Luigi Zingales e dei Radicali con la loro lista "Amnistia Giustizia Libertà".
Liste coraggiose guidate da amici e compagni liberali, repubblicani e libertari. Per le libertà economiche, i diritti civili ed i diritti sociali. Di tutti, anche di coloro i quali, come diceva Pier Paolo Pasolini, "non sanno di avere diritti".
L'alternativa, insomma, è fra la massa delle barbarie che hanno martoriato questo Paese, e le minoranze sveglie, oneste e consapevoli, di questa nostra Italia. Che merita, finalmente, civiltà e onestà intellettuale.

Luca Bagatin



6 agosto 2012

"Un uomo nuovo" di Salvatore Alessi: film-spaccato della politica siciliana ed italiana. Con un'intervista all'attore protagonista Andrea Galatà a cura di Luca Bagatin


Ho avuto l'onore ed il privilegio di vedere in anteprima il film non ancora uscito nelle sale - ma che mi auguro troverà presto un distributore - "Un uomo nuovo", di Salvatore Alessi e tratto dal romanzo di Adriano Nicosia "Cogli la rosa, evita le spine", interpretato dall'amico Andrea Galatà, giovane attore catanese, la cui interpretazione ha ricevuto il premio come miglior attore alla prima edizione del Catania Film Festival.
Andrea è Rosario Roccese, candidato a Sindaco di Monsalso, paese siciliano inventato, che è uno spaccato della realtà siciliana, ma anche quella del nostro intero Paese.
Nel corso del film vediamo un Rosario prima bambino, legatissimo alla sorella maggirore, la quattordicenne Anna (interpretata da una struggente Veronica Cusimano), la quale rimarrà presto incinta del suo ragazzo.
L'amore fra i due giovani, ad ogni modo, sarà ostacolato in particolare dal padre del ragazzo, l'Ingegner Grassi (Roberto Burgio), proprietario della fabbrica di grano di Monsalso, presso la quale lavora il padre di Rosario e di Anna.
L'Ingegner Grassi obbliga il padre di Rosario, Salvatore (Orio Scaduto), a far abortire la figlia, la quale ne rimarrà presto sconvolta, al punto di suicidarsi.
Tempo dopo, Rosario, ormai adulto, diventerà il figlioccio dell'Ingegnere Grassi, il quale, assieme al Sindaco uscente di Monsalso, gli procurerà i voti necessari ad essere eletto, tessendo rapporti con la Chiesa (rappresentata da Don Giuseppe, interpretato da Nino Frassica, per la prima volta sullo schermo in un ruolo drammatico), con le banche e con la criminalità organizzata, facendone affiliare Rosario stesso.
Rosario è, dunque, un "uomo di paglia" nelle mani dei potenti, il quale pur è convinto di poter cambiare le cose. In cuor suo è un idealista, ma è anche un debole che si lascia usare.
Affranto dal rimpianto di non aver potuto salvare la sorella maggiore, finisce per uccidere, in Chiesa, l'Ingegner Grassi, con un coltello e lavandosi le mani nell'acquasantiera. Sarà, io credo, l'ennesimo gesto vile.
Rosario adulto non è certo migliore delle mani che lo guidano, tessendone e plasmandone il presente ed il futuro. Un futuro che sarà segnato dal potere, ma, a quale prezzo ?
A prezzo di una vita da codardo che, vilmente, ha lasciato corrompere la sua mente, perdendo quell'innocenza che possedeva, intrinsecamente, da bambino. Quando amava la sorella, perché quell'amore si è spezzato per sempre.
La vendetta di Rosario nei confronti dell'Ingegnere, non è che l'estremo atto di viltà.
Perché la vendetta non è che la peggior forma di corruzione della mente. Essa è strumento facile, immediato, apparentemente e vilmente risolutivo, in quanto essa è radicata da secoli nell'individuo, sua dannata compagna ancestrale con la quale l'uomo pensa di poter risolvere tutto, scacciare i fantasmi di un passato che non passa. Mentre in realtà è la vendetta stessa che lo fa precipitare nel vortice dei suoi più bassi istinti, facendogli perdere ogni briciola di umanità che gli è rimasta.
Rosario Roccese non può, dunque, essere perdonato e non può, a mio giudizio, essere considerato "un uomo nuovo". Egli non è più uomo, in quanto ha venduto la sua umanità prima al potere e poi alla vendetta. Egli non si è rinnovato, bensì si è totalmente corrotto.
Corrotto come quella politica che, l'anima innocente di Rosario, avrebbe voluto/creduto di poter cambiare.
E mi ritorna alla mente uno scritto di Pier Paolo Pasolini, cantore dell'innocenza, del 1975, il quale scrisse:
"Andreotti, Fanfani, Rumor, e almeno una dozzina di altri potenti democristiani, dovrebbero essere trascinati sul banco degli imputati. E quivi accusati di una quantità sterminata di reati: indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, collaborazione con la Cia, uso illegale di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di colpire gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell'Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani, responsabilità dell'esplosione selvaggia della cultura di massa e dei mass-media, corresponsabilità della stupidità delittuosa della televisione. Senza un simile processo penale, è inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per il nostro paese.
Uno scritto, quello di Pasolini, che inchioda certa politica di ieri ed ancor più di oggi (cambiano i nomi, non certo i ruoli), alle proprie dirette responsabilità.
Una politica che ha corrotto e corrompe, sempre di più, i giovani di oggi (e mi viene in mente quel giovane Vicepresidente del Consiglio comunale di Roma, recentemente arrestato per associazione a delinquere, appropriazione indebita e finanziamento illecito ai partiti), perché figlia del potere e della menzogna.
Rosario Roccese, pur tendendo al rinnovamento e dunque rimanendo legato alla sua anima bambina, finisce per perdersi nel buio di una società corrotta. Perché questa politica, ce lo dimentichiamo troppo spesso, è figlia di questa società.
Solo l'innocenza, il ritorno alla fanciullezza nella quale provava sincero amore per la sorella, avrebbe potuto restituirci un uomo pienamente nuovo perché in grado di battersi a viso aperto contro il malaffare, la corruzione e la violenza dell'universo che lo circonda e che lo condannerà, invece, ad essere un uomo di potere manovrato e manovrabile, come ce ne sono purtroppo tanti, troppi, in quest'Italia malata.
Il mio giudizio sul protagonista di "Un uomo nuovo" è dunque severo e non so se, effettivamente, sia questo ciò che ci ha voluto trasmettere il film di Alessi, che mi ha commosso e toccato molto.
Perché è uno spaccato della Sicilia e dell'Italia politica e sociale di oggi, che merita di tornare alle sue radici più pure, autentiche, sane, quelle che sognava, appunto, Pier Paolo Pasolini, ucciso non già da un marchettaro, bensì dal Potere e da una società che a questo Potere ha fornito alimento ed alibi. E continua, purtroppo, a fornirlo ed a fornirne.


Luca Bagatin





Andrea Galatà, trentaquattrenne di Catania, protagonista de “Un uomo nuovo”, ha esordito nel mondo dello spettacolo a quindici anni, come danzatore classico e moderno in una compagnia nazionale di giro. A teatro ha ricoperto e ricopre numerosi ruoli, interpretando Romeo, Mercuzio, Prometeo e molti altri. Ha lavorato con artisti quali Irene Papas, Judith Malina, Romano Bernardi, Roberto Laganà e Wendell Wells; nonché in televisione in fiction quali “Quo vadis baby ?”, “Il capo dei capi”, “La vita rubata” e “Due imbroglioni e mezzo”.  Laureato in giurisprudenza, è uno dei principali occupanti del Teatro Valle di Roma, nonché referente del Movimento per la Cultura per il Lazio.  Oggi ho il piacere di intervistarlo e di ringraziarlo per avermi fatto conoscere questo suo ultimo lavoro.


Luca Bagatin: Dunque, Andrea, la domanda è d'obbligo. Visto che esordisci come danzatore, come nasce la tua passione per la danza?

Andrea Galatà: Mi ha sempre attratto la possibilità di esprimermi attraverso il gesto fisico. L’energia che si smuove in maniera potente e divertente. Ho sempre praticato molti sport e sentito la necessità di superare i miei limiti, ma non mi sono mai accontentato di sudare e basta. Ho bisogno anche di incanalare queste forti energie verso uno scopo comunicativo, di condividerle. Questo rappresenta la danza per me.


Luca Bagatin: Preferisci danzare, recitare in teatro o, piuttosto, davanti alla macchina da presa?

Andrea Galatà: Non riesco, per fortuna, a percepire differenze particolari. Vedo un palcoscenico, o un set, come luoghi nei quali è possibile esprimersi. Come lo facciamo riguarda piuttosto l’efficacia del linguaggio che scegliamo per esprimere determinati contenuti. Ad esempio il linguaggio cinematografico è diverso da quello teatrale e non bisogna sottovalutare questo punto; altrimenti si rischia di peccare di presunzione e di non riuscire a comunicare con il pubblico in maniera consapevole ed efficace. Non è sufficiente essere ottimi attori in teatro per esserlo anche al cinema, così come non è sufficiente essere ottimi musicisti classici per essere automaticamente brillanti jazzisti. Approfondire i diversi linguaggi è invece un atto d’amore e di umiltà che può aprire la mente e rendere un palcoscenico un luogo in cui esprimersi senza limiti. E questo è davvero stimolante.


Luca Bagatin: Dalla laurea in giurisprudenza alla recitazione. Da Catania a Roma. Percorso certamente impegnativo. Puoi parlarcene?

Andrea Galatà: Sono sempre stato un curiosone e la vita, così come la famiglia, mi hanno spinto a percorrere strade apparentemente contraddittorie. Per anni non ho saputo gestire questo conflitto, temendo di non essere capace di riconoscere la mia strada; di essere dispersivo. Poi ho capito che forse la mia specificità stava proprio nel mio essere eclettico, nel mio rifiuto per dogmi e percorsi predeterminati, nel piacere di mettere in comunicazione tra loro mondi apparentemente inconciliabili. Forse è questo il mio talento. Mi piace tentare strade nuove e rompere gli schemi. Per quanto riguarda i miei viaggi, in realtà lasciare la mia terra non è stato facile. Il “richiamo” di cui è capace una terra come la Sicilia può comprenderlo solo chi in Sicilia ha vissuto, anche solo per un breve periodo; chi ne ha sentito gli odori, osservato la natura e spiato le tradizioni. Oggi però è difficile per un attore radicarsi in un posto, perché la grande concorrenza e la scarsa offerta ci costringono ad inseguire il lavoro superando ogni confine geografico. Sono molto legato alla mia terra, infatti lavoro spesso in Sicilia e ci torno ogni volta che posso.


Luca Bagatin: Che cosa significa, per un ragazzo giovane, oggi, lavorare in un mondo precario come quello della cultura e dello spettacolo?

Andrea Galatà: Per la nostra generazione purtroppo quasi tutti i lavori sono precari. Condividiamo tutti questa faticosa esperienza, nella quale ogni giorno bisogna difendersi dagli attacchi al nostro futuro, alla nostra dignità sociale. Quello che davvero mi stupisce è l’incapacità della classe politica di percepire l’arte come un investimento e non come una voce di spesa. In una nazione come l’Italia l’arte e la cultura rappresentano la principale fonte di ricchezza spirituale e... materiale! Con l’arte e la cultura si può diventare più ricchi. Più ricchi nel cuore, più ricchi intellettualmente e più ricchi economicamente! Spero che la crisi economica ci aiuti presto a reinventare almeno la nostra scala di valori e riscoprire l’immenso valore dell’arte come strumento primario di evoluzione intellettuale e spirituale di un popolo.


Luca Bagatin: Mi hai confessato di essere un appassionato di esoterismo e di universi spirituali. Come nascono queste tue curiosità ?

Andrea Galatà: Fin da bambino sono sempre stato affascinato dal simbolismo e dai rituali. E’ proprio questo che mi ha condotto verso uno dei riti magici collettivi più antichi: il teatro. Se si ama l'arte, si ama l'essere umano, si ama la vita, così come la necessità di narrarla e investigarla. Secondo me non è possibile scollegare questi aspetti. Le storie che raccontiamo, attraverso i simboli e le analogie, cercano di confrontarsi con le passioni umane, con gli archetipi, cercano di svelare la vita, il visibile e l’invisibile. Le storie migliori narrano le grandi trasformazioni dei personaggi, per stimolare quelle del pubblico. L'arte è da sempre uno strumento “alchemico”.


Luca Bagatin



28 gennaio 2012

Marco Pannella. Biografia di un irregolare



Sarà anche sin troppo elogiativa, ma, la biografia di Marco Pannella scritta dal giornalista Valter Vecellio, "Marco Pannella. Biografia di un irregolare", edito dalla Rubbettino, è indubbiamente il primo ed unico documento che racconta per filo e per segno chi è e chi fu il leader radicale.
Potrebbe apparire strano che una biografia sia scritta prima della dipartita dell'attore principale, ma ciò non fa che renderla contemporanea, attuale.
Come attuali sono le battaglie che conduce il Partito Radicale o come cavolo si chiama di volta in volta (Lista Pannella, Lista Bonino, Rosa nel Pugno...).
Il Partito Radicale di Pannella, come ci racconta lo stesso Vecellio, può dirsi continuatore, per molti versi, di quel Partito Radicale dei Liberali e dei Democratici che fu messo in piedi gli intellettuali laici che, negli anni '50, si raccolsero attorno al settimanale liberale "Il Mondo": Mario Pannunzio, Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini, Niccolò Carandini, Leopoldo Piccardi, Ugo La Malfa e molti altri.
Il "primo" Partito Radicale, era forse un po' più "austero", ma aveva gli stessi caratteri di lotta ai privilegi ed alle corporazioni del partito radicale pannelliano.
L'avventura degli Amici del Mondo si concluderà presto e quei radicali finiranno chi nel Partito Repubblicano (la maggioranza), chi nel Partito Socialista, chi fonderà il Partito Radicale che erediterà Pannella.
La biografia di Vecellio parte dalle origini del Nostro: abruzzese di Teramo nato il 2 maggio 1930, battezzato Giacinto in ricordo dello zio ma chiamato dalla madre, Andrea Estechon, di famiglia svizzera francese, Marco. Sarà dunque la madre ad iscrivere il figlio in una delle tre scuole Montessori d'Italia, prima che siano bandite dal fascismo, assieme alla sua fondatrice.
Nel 1938, il bambino Pannella, seguirà corsi di scherma e violino, sotto l'insegnamento del professor Righetti, antifascista e repubblicano, e sarà proprio da lui che inizierà a respirare la prima aria liberaldemocratica.
Pannella, di quegli anni, come racconta a Vecellio, ricorda ancora la sua prima fidanzatina, Adria, che un giorno però non incontrò più e scoprì in seguito che se ne era dovuta andare con la famiglia perché ebrea: erano gli anni delle leggi razziali e quell'episodio fu decisivo per Pannella e per le battaglie per i diritti umani che intraprenderà negli anni a venire.
Un altro episodio segnerà la sua futura connotazione politica, ovvero quando fu ospite di una coppia, nell'alta Savoia, ove era stato spedito dalla famiglia per studiare. La coppia era così mal assortita che litigava tutte le sere e fu allora che iniziò a sentir parlare di divorzio e poi persino di obiezione di coscienza perché, in quegli anni, il figlio della coppia era partiti militare e temava lo scoppio della Guerra.
E' così che, durante la Seconda Guerra Mondiale, il giovane Marco inizia a leggere "Risorgimento Liberale", il foglio clandestino antifascista del Partito Liberale Italiano, fondato e diretto da Mario Pannunzio.
Marco Pannella si sente dunque un liberale, in particolare ricordando che l'Unità d'Italia l'hanno fatta i liberali, mentre l'altro punto di riferimento dell'epoca, ovvero il comunismo, non lo attira a causa della dittatura bolscevica.
Il giovane Pannella matura anche l'idea di andare a parlare con il filosofo Benedetto Croce, per convincerlo ad appoggiare la marcia per Trieste italiana e liberale e ci riesce. A Napoli, a casa di Croce, scopre persino di essere legato a lui da lontana parentela.
Da allora, Pannella, inizierà la militanza nel PLI, ovvero nella Giovane Sinistra Liberale e nell'Unione Goliardica Italiana, che allora raccoglieva laici, liberali, socialisti e repubblicani nelle Università.
Sono gli anni '50 e di qui all'incontro con gli Amici del Mondo e dunque alla fondazione del Partito Radicale dei Liberali e dei Democratici (che comprenderà liberali di sinistra ed ex del Partito d'Azione), il passo è breve.
Non manca, nella biografia di Vecellio su Pannella, un capitolo dedicato agli amori del Nostro.
Pannella ne ha avuti molti, vista anche la sua prestanza fisica ed i suoi occhi azzurri. Affascina, con il suo sguardo, persino Paola Fallaci, sorella di Oriana, la giornalista Natalia Aspesi e Sabina Ciuffini, allora valletta di Mike Bongiorno. Ma l'amore della sua vita è e rimane Mirella Parachini, di ventisei anni più giovane di lui, con la quale ha vissuto sempre un rapporto franco ed aperto.
E poi, ma chi l'avrebbe mai detto che Marco Pannella, abituato agli scioperi della fame, fosse in realtà un abile cuoco ? Fra i radicali sono ancora molti, come documenta Vecellio, che ricordano i suoi conditissimi ed abbondanti piatti di spaghetti. Cucinati anche quando lui faceva i digiuni.
Digiuni di dialogo, a sentire Pannella. Mai ricattatori. Digiuni che hanno origine con i famosi Sathyagraha di Gandhi, per lottare in maniera nonviolenta contro gli inglesi oppressori.
Il primo digiuno Pannella lo portò avanti a Parigi, negli anni '60, quando era corrispondente del quotidiano "Il Giorno", per la libertà dell'Algeria.
In Francia diverrà così popolare che persino il celebre scrittore e drammaturno Eugnène Ionesco ne diverrà amico e si iscriverà al Partito Radicale.
Saranno, del resto, moltissimi gli intellettuali che daranno fiducia a Pannella ed al PR: Leonardo Sciascia, Elio Vittorini, Pier Paolo Pasolini, Vladimir Bukowskij e numerosi altri. Sciascia sarà persino eletto deputato radicale in Parlamento ed a lui, così come ad Enzo Tortora, Pasolini, Pannunzio e Rossi sarà dedicato un capitolo a parte.
Pannella non è dunque solo il paladino dei diritti civili, del divorzio, dell'aborto, del voto ai diciottenni, delle primissime lotte per gli omosessuali con il FUORI! e quelle femministe, ma anche colui il quale, attraverso il determinante contributo di Luca Coscioni, negli anni 2000, porrà al centro della politica la libertà di cura per i malati. Malati di sclerosi laterale amiotrofica come Luca, e non solo.
Luca Coscioni, ricordano Pannella e Vecellio, fu censurato dalla classe politica italiana: a sinistra non vorranno candidare Liste Luca Coscioni, mentre a destra, non vorranno parlare di libertà di cura.
Però quella battaglia, quelle battaglie, non sono mai morte, al punto che oggi, in Parlamento, siede la vedova di Luca: Maria Antonietta Farina Coscioni, una fra le parlamentari più presenti e produttive.
Nelle biografia scritta da Vecellio, di Pannella c'è molto, molto altro: c'è il rapporto con i socialisti di Craxi, ma anche quello con i comunisti.
L'utopia pannelliana era e forse sarebbe quella di rinnovare la sinistra, o, meglio, di democratizzarla. Ci provò persino con Berlusconi, nel '94, quando sembrava l'erede di quella destra storica, che in realtà è la sinistra liberale. Ci ha provato con Bersani, tentando di democratizzare il Pd, anche qui, fallendo.
Il Partito Radicale sopravviverà a Pannella, si chiede l'ultimo capitolo della biografia ? Mah, chissà.
La cosa fondamentale e prioritaria è, ad ogni modo, quella di conoscere la storia, le storie radicali, così vilipese e nascoste dalla vulgata partitocratica e mediatica.
Storie di un'Italia libera e democratica, che, purtroppo, è inconsapevole di sè stessa.

Luca Bagatin


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini