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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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2 febbraio 2016

"La vera famiglia è quella che nasce dall'amore. Ed è libera dalla fame". Riflessioni di Luca Bagatin

La più alta forma di democrazia per me è e rimarrà il populismo, ovvero la politica in favore del popolo, contro politici, imprenditori, edonisti e ricchi borghesi.


Lo spauracchio della "famiglia tradizionale" serve solo a preti, imam e rabbini per far credere ad una società di persone pensanti che il loro ruolo conti ancora qualche cosa.


Anche un uomo di colore, Andrea Aguyar, combattè e morì in difesa della Repubblica Romana del 1849, a fianco di Garibaldi.
Sarebbe bene ricordarlo a Matteo Salvini e ai politicanti mantenuti e parolai come lui, che per le loro idee non sarebbero affatto disposti a combattere, armi in pugno, e a morire.


Penso che il mio punto di forza sia l'essere un cinico sognatore.



L'unico politico che potrei sostenere oggi dovrebbe rinunciare ad ogni stipendio, ad ogni comodità ed essere disposto a combattere e morire per un ideale.
Dovrebbe essere, in sostanza, un mio pari.
Non un essere inferiore.


Un bambino necessita di vivere in una casa dignitosa e di avere di che vivere per tutta la vita, senza preoccupazioni.
Il resto del padre e della madre sono balle inventate dai ricchi per difendere il loro diritto ad essere compassionevoli e continuare così a fottere i poveri.


Alla fine la Storia riconoscerà il ruolo politico e culturale di Moana Pozzi, così come ha riconosciuto, e purtroppo ancora solo in parte, quello di Anita Garibaldi e di Evita Peron.



Penso che Jean-Claude Michéa e Eduard Limonov, intellettuali trasgressivi, il primo francese e il secondo russo, siano quanto più interessante vi possa essere nel panorama politico-culturale odierno.
Pur avendone già accennato in altri articoli, in questo periodo sto preparando diversi articoli su di loro, critici nei confronti della sinistra e del "progressismo", ovvero tendenti a spiegare il perché la sinistra europea e occidentale abbia abbracciato il capitalismo e la società di mercato, diventando, di fatto, uguale alla destra, ovvero a difesa dei ricchi e dei borghesi.
Chi ancora oggi, dunque, crede in una società libera, egualitaria, dalla parte dei poveri, ovvero in una società socialista, libertaria e anti-edonista ovvero anti-modernista, non può che ritrovarsi nelle tesi di Michéa (oltre che di Alain De Benoist) e di Limonov.

Non confondete mai il socialismo e l'anarchismo (anche nella versione comunista anarchica) con la sinistra e il progressismo.
Sinistra e progressismo sono, assieme al liberalismo classico, all'origine del capitalismo borghese.




30 gennaio 2016

Anita Garibaldi: Eroina dei Due Mondi

Anita Garibaldi (1821 - 1849) è un'eroina dimenticata.

Forse perché donna, forse perché straniera, forse perché la fama di suo marito Giuseppe, del quale fu sempre innamorata ed al quale diede quattro figli, ne oscurò la fama. Forse perché la sua vita fu breve e durò solo 28 anni.

Ana Maria de Jesus Ribeiro de Silva, questo il suo vero nome. Aninha per i suoi affetti più cari. Anita per la Storia che la consacrò a Eroina dei Due Mondi, per aver combattuto, a fianco al marito, sia in Brasile, contro l'oppressione imperiale, che in Italia, contro l'oppressione pontificia e clericale.

Ragazza ribelle sin da bambina e amazzone senza pari, mal sopportò il matrimonio che la famiglia le impose con il calzolaio Miguel Duarte, che lei mai amò e che morirà pochi anni dopo, combattendo nell'esercito imperiale contro i rivoluzionari.

Si innamorerà subito di Giuseppe Garibaldi, il rivoluzionario, il democratico, il repubblicano venuto dall'Italia, amante della causa degli oppressi, che sposerà e con lui intraprenderà la lotta per l'indipendenza del Rio Grande dall'Impero del Brasile e, successivamente, dopo aver dato alla luce Menotti, Rosita (che morirà di scarlattina a soli 2 anni), Teresita e Ricciotti, si trasferisce a Genova dalla madre di Garibaldi ed il marito la raggiungerà qualche mese dopo, assieme ad Andrea Aguyar, ex schiavo di colore, originario dell'Angola ed ormai divenuto fedelissimo Tenente del Generale in camicia rossa, sino alla morte avvenuta nel corso della battaglia in difesa della Repubblica Romana del 1849, contro le truppe franco-pontificie.

Anche in Italia, Anita, seguirà le imprese del marito, sino alla morte prematura causata dalla malaria e che la colpirà proprio allorquando la Repubblica Romana sarà ormai perduta., con Garibaldi in fuga e lei che viene trasportata dal marito e dai compagni su un vecchio materasso, nei pressi di Mandriole di Ravenna.

Una grande perdita per un grande uomo. Una grande perdita per l'Italia che, da tempo, l'ha dimenticata e da tempo tende a voler dimenticare Garibaldi o a sminuirne l'opera di eroe senza macchia e che, a sprezzo del pericolo – cosa che oggi pressoché nessuno avrebbe il coraggo di fare - combattè, armi in pugno, per un'Italia libera e sovrana, oltre che per un'Europa di nazioni sorelle e unite dall'ideale repubblicano e socialista umanitario. Pochi infatti sanno o ricordano che, Garibaldi, assieme a Mazzini, a Bakunin, a Marx e ad Engels, fu fra i fondatori della Prima Internazionale dei Lavoratori, nel 1864.

Oggi l'Italia, schiava dei tecnocati di Bruxelles e l'Europa, schiava del Grande Mercato Transatlantico e del Fondo Monetario Internazionale, necessiterebbero di una nuova Anita e di un nuovo Giuseppe Garibaldi in grado di liberare ancora una volta i popoli dai nuovi oppressori: politici, imprenditoriali e finanziari.

Oggi, l'Italia e l'Europa, necessiterebbero di un nuovo moto d'orgoglio e di riscatto nazionale e morale, sull'esempio seguito dall'America Latina degli ultimi quindici anni, con particolare riferimento all'Uruguay dell'ex Presidente José “Pepe” Mujica, garibaldino dei giorni nostri.

Studiamo e diffondiamo la Storia, per quel che ci riguarda e compete. Evitando soprattutto di scadere in sciocchi e stupidi revisionismi neoborbonici e neoclericali, che certo non onorano la memoria dei combattenti di ogni epoca, ideale e Paese d'origine.


Luca Bagatin




8 ottobre 2015

"Fuck-Tory": aforismi e riflessioni by Luca Bagatin

Uccidere l'amore col tradimento è omicidio
(Gabriele D'Annunzio)



Photo-Art del sottoscritto e della modella Maria José Peon Marquez

Da troppi anni sento parlare in Italia di rinascita del Socialismo, del Repubblicanesimo e così via.
Tutti i soggetti in questione - elettoralistici per la maggior parte - o si rifanno alla cosiddetta "sinistra" a alla cosiddetta "area liberaldemocratica".
Il limite è proprio questo: occorre tornare alle origini. OLTRE SINISTRA, DESTRA E LIBERALISMO. Ed essere ANTI-ELETTORALISTICI.
Perché Proudhon e Mazzini, non solo non erano di sinistra e non erano nemmeno liberaldemocratici, ma non si sarebbero nemmeno MAI sognati di fondare uno stupido partito elettoralistico per imbrogliare le persone.


Solo un pazzo, un artista o un creativo non si lascerebbe corrompere dal Potere. E quindi meriterebbe di governare un Paese.


Meglio populista e rivoluzionario che parlamentarista e mantenuto dai contribuenti !


I preti la pensino come vogliono.
Per me sono persone completamente fuori di testa, che hanno accettato di riconoscere dogmi al limite della paranoia.


Preferisco assumere una posizione sessuale rispetto ad avere una posizione sociale.


Il primo a sdoganare la stupidità pubblicitaria e commerciale odierna ed il trash televisivo ed "artistico" fu quella mammoletta di Andy Warhol, con la sua FUCKtory.
Come poter dare torto al gesto di Valerie Solanas, femminista dimenticata ?


Non penso di avere molto in comune con il nazbolscevismo, purtuttavia in Russia, forse, l'unica alternativa al (figlio)putinismo puttaniere di Putin sono le e i NazBol.
Così come sosteneva Anna Politovskaja, che era una loro sostenitrice.
Da un po' di tempo sto leggendo i romanzi di Eduard Limonov e di Zachar Prilepin e li trovo davvero interessanti.
L'underground NazBol che mescola, sincreticamente, comunismo, libertarismo, anarchia, nazionalismo, controcultura punk e vitalismo sessuale è davvero illuminante.
Prossimamente conto di scriverne degli articoli.




18 agosto 2015

"Società informatica VS Civiltà formata": aforismi by Luca Bagatin



La nostra società informatica è, nei fatti, una società disinformata e disinformatrice. Progresso è regresso. Amore è civiltà.

Non smetterò mai di essere uguale a me stesso. Ovvero originale.

Meglio pornodivo che fascista !

Meglio una tessera P2 che una tessera Pd !

Ogni qual volta sento associare la parola "economia" ad "incremento" penso sempre che ci sia un errore. L'economia è escremento !

Sembro un tipo bellicoso.
In realtà sono solo bello e focoso.

L'unica vera droga è la vita.
Liberiamo la vita.
Liberiamo il sesso.
Fisicamente parlando.
 
Benché io sia un conservatore dei sentimenti, politicamente non mi definirei affatto un conservatore.
Sono un regressista. Sono per un ritorno allo stato di Natura.
Sono un naturista.



28 dicembre 2014

Il Socialismo non è né di destra né di sinistra ed il perché la sinistra USA ed europea hanno abbracciato le politiche neo-capitalistiche e "liberal". Un articolo di Alain De Benoist

Desideriamo pubblicare qui di seguito il pur lungo ma interessante articolo dell'intellettuale francese Alain De Benoist apparso oggi sulla rivista socialista "Critica Sociale".
Articolo che reputiamo interessante per due ragioni fondamentali: la prima è lo sfatare il falso mito che vorrebbe il Socialismo un'ideale di sinistra, allorquando esso - sia sotto il profilo storico, culturale e politico - trascende tanto la destra quanto la sinistra. In secondo luogo l'articolo di De Benoist pone l'accento sull'ideologia "progressista" e "liberal", dimostrando come essa abbia sostituito al socialismo classico l''individualismo radical chic" ed all'internazionalismo il "cosmopolitismo" e l'"immigrazionismo", ovvero tutti quei fattori che hanno alimentato il profitto, lo sradicamento e lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo in nome di presunti "diritti umani".
In ultima analisi il saggio di De Benoist dimostra il perché la sinistra "liberal" statuintense e quella europea abbiano, in sostanza, abbracciato con grande eutusiasmo le politiche neo-capitalistiche ed imperialiste della Federal Reserve, del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Centrale Europea.

L.B.




LA CRISI DEL SOCIALISMO E' L'IDEOLOGIA PROGRESSISTA
UN SAGGIO DI ALAIN DE BENOIST SUL LIBRO DI MICHEA'
(tratto da: http://www.criticasociale.net/index.php?vftid=10ec336200e53a9f6266b5f985e1ad97&vfuh=ef9a398277f9a6e306b7bb7983a8d7bf&&function=editoriale_page&id=0000403)


Sposando l'ideologia "progressista-illuministica", il socialismo si è subordinato al pensiero liberista e moralmete ha perso la sua radice umanistico-cristiana, né di destra, né di sinistra ma universale.

Data: 2014-12-28

Alain De Benoist

Il gennaio 1905, il «regolamento» della Sezione francese dell’Internazionale operaia (SFIO) – il partito socialista dell’epoca – indicava ancora quest’ultima come un «partito della classe operaia che si prefigge di socializzare i mezzi di produzione e scambio, ossia di trasformare la società capitalistica in società collettivista o comunista, attraverso l’organizzazione economica e politica del proletariato». Beninteso, nessun partito «socialista» oserebbe oggi dire una cosa del genere, essendo i socialisti diventati socialdemocratici o social-liberali. 

Che oggi la «sinistra», nella sua quasi totalità, sia divenuta riformista, che abbia aderito all’economia di mercato, che si sia progressivamente separata dai lavoratori e dalle classi popolari, non è certo una rivelazione. Lo spettacolo della vita politica ne è una ininterrotta dimostrazione. Per questo, ad esempio, le grida della sinistra sono così deboli nella grande tormenta finanziaria mondiale attuale: semplicemente, essa non è disposta più della destra a prendere le misure che permetterebbero di intraprendere una vera guerra contro l’influenza planetaria della Forma-Capitale. Come osserva Serge Salimi, «la sinistra riformista si distingue dai conservatori per il tempo di una campagna elettorale grazie a un effetto ottico. Poi, quando le è data l’occasione, si adopera a governare come i suoi avversari, a non disturbare l’ordine economico, a proteggere l’argenteria della gente del castello» . 

La domanda che si pone è: perché? Quali sono le cause di questa deriva? La si può spiegare unicamente con l’opportunismo dei singoli, ex rivoluzionari divenuti notabili? Bisogna vedervi una lontana conseguenza dell’avvento del sistema fordista? Un effetto della congiuntura storica, cioè del crollo del blocco sovietico che ha annientato l’idea di una credibile alternativa al sistema di mercato? 
Ne Le complexe d’Orphée, il suo ultimo libro pubblicato, Jean-Claude Michéa dà una risposta più originale e anche più profonda: la sinistra si è separata dal popolo perché ha aderito molto presto all’ideologia del progresso, che contraddice nettamente tutti i valori popolari . 
Fondamentalmente orientata verso l’avvenire, la filosofia dei Lumi, come si sa, demonizza le nozioni di «tradizione», «consuetudine», «radicamento», vedendovi solo superstizioni superate e ostacoli alla trionfale marcia in avanti del progresso. Tendendo all’unificazione del genere umano e contemporaneamente all’avvento di un universo «liquido» (Zygmunt Bauman), la teoria del progresso implica il ripudio di ogni forma di appartenenza «arcaica», ossia anteriore, e la distruzione sistematica della base organica e simbolica delle solidarietà tradizionali (come fece in Inghilterra il celebre movimento delle enclosures, che costrinse all’esodo migliaia di contadini privati dei loro diritti consuetudinari, per convertirli in manodopera proletaria sradicata e dunque sfruttabile a volontà nelle manifatture e nelle fabbriche ). In un’ottica «progressista», ogni giudizio positivo sul mondo così com’era una volta rientra dunque necessariamente nell’ambito di un passatismo «nostalgico»: «Tutti coloro i quali – ontologicamente incapaci di ammettere che i tempi cambiano – manifesteranno, in qualunque campo, un qualsiasi attaccamento (o una qualsiasi nostalgia) per ciò che esisteva ancora ieri tradiranno così un inquietante “conservatorismo” o addirittura, per i più empi tra loro, una natura irrimediabilmente “reazionaria”» . Il mondo nuovo deve essere necessariamente edificato sulle rovine del mondo di prima. Poiché la liquidazione delle radici forma la base del programma, se ne deduce che «solo gli sradicati possono accedere alla libertà intellettuale e politica» (Christopher Lasch). 
Questa è la rappresentazione del mondo che, nel XVIII secolo, ha accompagnato l’ascesa sociale della borghesia e, con essa, la diffusione dei valori mercantili. Atteggiamento moderno corrispondente a un universalismo astratto nel quale Friedrich Engels vedeva, a giusta ragione, il «regno idealizzato della borghesia». (Anche Sorel, a suo tempo, aveva sottolineato il carattere profondamente borghese dell’ideologia del progresso). Ma anche antico comportamento monoteista che scaglia l’anatema contro le realtà particolari in nome dell’iconoclastia del concetto, vecchio atteggiamento platonico che discredita il mondo sensibile in nome delle idee pure . 
La teoria del progresso è direttamente associata all’ideologia liberale. Il progetto liberale nasce, nel XVII secolo, dal desiderio di farla finita con le guerre civili e di religione, rifiutando al contempo l’assolutismo, ritenuto incompatibile con la libertà individuale. Dopo le guerre di religione, i liberali hanno creduto che si potesse evitare la guerra civile solo smettendo di appellarsi a valori morali condivisi. Erano favorevoli a uno Stato che, per quanto riguardava la «vita buona», fosse neutro. 
Poiché la società non poteva più essere fondata sulla virtù, il buon senso o il bene comune, la morale doveva restare un affare privato (principio di neutralità assiologia). L’idea generale era che si poteva fondare la società civile solo sull’esclusione di principio di ogni riferimento a valori comuni – il che equivaleva, in compenso, a legittimare qualunque desiderio o capriccio che fosse oggetto di una scelta «privata». 
Il progetto liberale, spiega Jean-Claude Michéa, ha prodotto due cose: «Da un lato, lo Stato di diritto, ufficialmente neutro sul piano dei valori morali e “ideologici”, e la cui unica funzione è di badare che la libertà degli uni non nuoccia a quella degli altri (una Costituzione liberale ha la stessa struttura metafisica del codice della strada). Dall’altro, il mercato auto-regolatore, che si presume permetta a ciascuno di accordarsi pacificamente con i suoi simili sull’unica base dell’interesse ben compreso delle parti interessate» . 
Lo Stato di diritto «assiologicamente neutro» è in effetti una doppia illusione. In primo luogo, la sua neutralità è completamente relativa: nella vita reale, i liberali affermano i loro principi e i loro valori con altrettanta forza degli antiliberali. Inoltre, la neutralità in materia di valori (la teoria secondo la quale lo Stato non deve pronunciarsi sulla questione della «vita buona», perché ciò lo indurrebbe a discriminare tra i cittadini) sfocia in pratica in contraddizioni insolubili, come dimostra la teoria dei diritti dell’uomo, che proclama diritti contraddittori, dato che alcuni di essi possono essere applicati solo a condizione di ignorarne o violarne altri. Queste contraddizioni sono costantemente sottoposte a procedure giudiziarie, ma non possono essere risolte in maniera puramente tecnica o procedurale. 
La dicotomia destra-sinistra viene spesso fatta risalire alla Rivoluzione francese, dimenticando in tal modo che essa è davvero pienamente entrata nel discorso pubblico solo alla fine del XIX secolo. Alla vigilia della Rivoluzione, lo spartiacque principale non oppone la «destra» e la «sinistra», ma un’aristocrazia fondiaria dotata di potere politico e una borghesia mercantile acquisita alle idee liberali. Nessuno, in quell’epoca, difende veramente il popolo. Retrospettivamente, il libro di Michéa spiega d’altronde anche l’ambiguità della Rivoluzione francese: rivoluzione borghese, ma fatta in nome del «terzo stato» (e soprattutto della «nazione»), ispirata al contempo alle idee di Rousseau e del liberalismo dei Lumi, «progressista» con Condorcet, m affascinata dal’Antichità con Robespierre o Saint-Just. 
Durante tutta la prima parte del XIX secolo, sono appunto i liberali a formare il cuore della «sinistra» parlamentare dell’epoca (il che spiega il senso che ha conservato oggi negli Stati Uniti la parola liberal). I liberali riprendono quell’idea fondamentalmente moderna consistente nel vedere nello «sradicamento dalla natura e dalla tradizione il gesto emancipatore per eccellenza e l’unica via d’accesso a una società “universale” e “cosmopolita» . Benjamin Constant, per citare solo lui, è il primo a celebrare quella disposizione della «natura umana» che induce a «immolare il presente all’avvenire». 
Mentre la III Repubblica vede la borghesia assumere a poco a poco l’eredità della rivoluzione del 1789, il movimento socialista si struttura in associazioni e partiti. Ricordiamo che la parola «socialismo» appare solo verso il 1830, in particolare in Pierre Leroux e Robert Owen, nel momento in cui il capitalismo si afferma come forza dominante. Il diritto di sciopero è riconosciuto nel 1864, lo stesso anno della fondazione della I Internazionale. Orbene, i primi socialisti, la cui base sociale si torva soprattutto tra gli operai di mestiere, non si presentano affatto come uomini «di sinistra». Michéa ricorda, d’altronde, che «il socialismo non era, in origine, né di sinistra né di destra»  e che non sarebbe mai venuto in mente a Sorel o a Proudhon, a Marx o a Bakunin di definirsi come uomini «di sinistra». A parte i «radicali», la «sinistra», all’epoca, non designa niente. 
In origine, il movimento socialista si pone, in effetti, come forza indipendente, sia nei confronti della borghesia conservatrice e dei «reazionari» che dei «repubblicani» e di altre forze di «sinistra». Ovviamente, si oppone ai privilegi di caste legate alle gerarchie dell’Ancien Régime – privilegi conservati in altra forma dalla borghesia liberale – ma si oppone ugualmente all’individualismo dei Lumi, ereditato dall’economia politica inglese, con la sua apologia dei valori mercantili, già così ben criticati da Rousseau. Esso, dunque, non abbraccia le idee della sinistra «progressista» e comprende bene che i valori di «progresso» esaltati dalla sinistra sono anche quelli cui si richiama la borghesia liberale che sfrutta i lavoratori. In realtà, lotta, al contempo, contro la destra monarchica e clericale, contro il capitalismo borghese, sfruttatore del lavoro vivo, e contro la «sinistra» progressista erede dei Lumi. Si è così in un gioco a tre, molto differente dallo spartiacque destra-sinistra che si imporrà all’indomani della Prima Guerra mondiale. 
È, d’altronde, contro il riformismo e il parlamentarismo della «sinistra» che il socialismo proudhoniano o il sindacalismo rivoluzionario soreliano oppongono allora l’ideale del mutualismo o dell’autonomia dei sindacati e la volontà rivoluzionaria all’opera nell’«azione diretta» – ideale che si cristallizzerà nel 1906 nella celebre Carta di Amiens della CGT. 
I primi socialisti non erano nemmeno avversari del passato. Più esattamente, distinguevano molto bene ciò che, nell’Ancien Régime, rientrava nell’ambito del principio di dominazione gerarchica, da essi rifiutato, e ciò che dipendeva dal principio «comunitario» (la Gemeinwesen di Marx) e dai valori tradizionali, morali e culturali che lo sottendevano. «Per i primi socialisti, era chiaro che una società nella quale gli individui non avessero avuto più niente altro in comune che la loro attitudine razionale a concludere accordi interessati non poteva costituire una comunità degna di questo nome» . Proprio per questo, Pierre Leroux, uno dei primissimi teorici socialisti, affermava non soltanto che «la società non è il risultato di un contratto», ma che, «lungi dall’essere indipendente da ogni società e da ogni tradizione, l’uomo trae la sua vita dalla tradizione e dalla società». 
Per il popolo, il passato non era soltanto ciò che gli permetteva di inscriversi in una filiazione e in una continuità storiche particolari, ma ciò che gli permetteva di giudicare il valore delle innovazioni che gli venivano proposte. Da questo punto di vista, la «tradizione» era più una protezione che una costrizione. In passato, molte rivolte popolari avevano già trovato la loro origine in una volontà chiaramente manifestata di difendere le consuetudini e le tradizioni popolari contro la Chiesa, la borghesia o i principi. Il motivo di ciò è che sono le consuetudini, le tradizioni, le forme particolari della vita locale, ossia le comunità radicate, a permettere da sempre l’emersione di un mondo comune e a costituire, ugualmente da sempre, il quadro nel quale «possono dispiegarsi le strutture elementari della reciprocità e dunque, ugualmente, le condizioni antropologiche dei differenti processi etici e politici che permetteranno eventualmente di estenderne il principio fondamentale ad altri gruppi umani, se non addirittura all’intera umanità» . 
Questo sguardo sul passato non contraddiceva affatto l’internazionalismo o il senso dell’universale. I primi socialisti erano perfettamente coscienti che è «sempre a partire da una tradizione culturale particolare che appare possibile accedere a valori veramente universali»  e che «in pratica, l’universale non può mai essere costruito sulla rovina dei radicamenti particolari» . Per dirla con lo scrittore portoghese Miguel Torga, essi pensavano che «l’universale è il locale, meno le mura». «Dal momento che solo chi è effettivamente legato alla sua comunità d’origine – alla sua geografia, alla sua storia, alla sua cultura, ai suoi modi di vivere – è realmente in grado di comprendere coloro che provano un sentimento paragonabile nei confronti della propria comunità», scrive ancora Michéa, «possiamo concluderne che il vero sentimento nazionale (di cui l’amore della lingua è una componente essenziale) non soltanto non contraddice ma, al contrario, tende generalmente a favorire quello sviluppo dello spirito internazionalista che è sempre stato uno dei motori principali del progetto socialista» . 
Come il patriottismo non deve essere confuso con il nazionalismo (di destra»), così l’internazionalismo non deve essere confuso con il cosmopolitismo (di «sinistra»). Poiché l’abbandono o l’oblio della propria cultura rendono incapaci di comprendere l’attaccamento degli altri alla loro, il risultato dell’universalismo astratto non è il regno del Bene universale, ma la realizzazione di un «universo ipnotico, glaciale e uniformato» il cui soggetto è quell’essere narcisistico pre-edipico, immaturo e capriccioso che è il consumatore contemporaneo. 
In Francia, l’alleanza storica tra il socialismo (influenzato prima dalla socialdemocrazia tedesca e poi dal marxismo) e la «sinistra» progressista si instaura all’epoca dell’affare Dreyfus (1894). Svolta profondamente negativa. Nato dalla preoccupazione di una «difesa repubblicana» contro la destra monarchica, clericale o nazionalista, si delinea un compromesso che partorirà in primo luogo i cosiddetti «repubblicani progressisti». Si crea allora una confusione tra ciò che è emancipatore e ciò che è moderno, i due termini essendo a torto ritenuti sinonimi. 
È in questo momento, scrive Michéa, che il movimento socialista è stato «progressivamente indotto a sostituire alla lotta iniziale dei lavoratori contro il dominio borghese e capitalista quella che avrebbe presto opposto – in nome del “progresso” e della “modernità – un “popolo di sinistra” e un “popolo di destra” (e, in questa nuova ottica, era evidentemente scontato che un operaio di “sinistra” sarebbe stato sempre infinitamente più vicino a un banchiere di sinistra o a un dirigente di sinistra del FMI che a un operaio, a un contadino o a un impiegato che dava i suoi voti alla destra)» . Questo compromesso ha assunto due aspetti: «Da un lato, ha portato ad ancorare il liberalismo – motore principale della filosofia del Lumi – nel campo delle “forze di progresso” […] Dall’altro, ha contribuito a rendere in anticipo illeggibile l’originaria critica socialista, poiché quest’ultima sarebbe nata appunto da una rivolta contro la disumanità dell’industrializzazione liberale e l’ingiustizia del suo diritto astratto» . 
Allora – e soltanto allora – la causa del popolo ha cominciato a divenire sinonimo di quella di progresso, all’insegna di una «sinistra» che voleva essere anzitutto il «partito dell’avvenire» (contro il passato) e l’annunciatrice dei «domani che cantano», ossia della modernità in marcia. Soltanto allora si è reso necessario, quando ci si voleva situare «a sinistra», ostentare un «disprezzo di principio per tutto ciò che aveva ancora il marchio infamante di “ieri” (il mondo tenebroso del paese d’origine, delle tradizioni, dei “pregiudizi”, del “ripiegamento su se stessi” o degli attaccamenti “irrazionali” a esseri e luoghi)» . Il movimento socialista, e poi comunista, riprenderà dunque per proprio conto l’ideale «progressista» del produttivismo ad oltranza, di quel progetto industriale e iperurbano che ha completato lo sradicamento delle classi popolari, rendendole ancora più vulnerabili all’influenza della Forma-Capitale. (Il che spiega anche che quell’ideale abbia ricevuto una migliore accoglienza tra gli operai già sradicati che tra i contadini). 
D’ora innanzi, per difendere il socialismo, bisognava credere alla promessa di una marcia in avanti dell’umanità verso un universo radicalmente nuovo, governato soltanto dalle leggi universali della ragione. Per essere «di sinistra», bisognava classificarsi tra coloro che, per principio, rifiutano di guardare indietro, così come fu intimato a Orfeo. (Di qui il titolo del libro di Jean-Claude Michéa: disceso nel regno dei morti con la speranza di ritrovare Euridice e di riportarla nel mondo dei vivi, Orfeo si vede proibire da Ade di voltarsi indietro, altrimenti perderà per sempre la sua bella. Beninteso, egli violerà all’ultimo momento questa proibizione). A questa deriva, in cui vede a giusta ragione un’impostura, si oppone Michéa con una fermezza pari al suo talento. 
Separato dalle sue radici, il movimento operaio è stato nello stesso tempo privato delle condizioni e dei mezzi della sua autonomia. Come aveva ben visto George Orwell, la religione del progresso priva infatti l’uomo della sua autonomia nel momento stesso in cui pretende di garantirla emancipandolo dal passato. Orbene, sottolinea Michéa, «dal momento in cui un individuo (o una collettività) è stato spossessato dei mezzi della sua autonomia, non può più perseverare nel suo essere se non ricorrendo a protesi artificiali. Ed è appunto questa vita artificiale (o “alienata”) che il consumo, la moda e lo spettacolo hanno il compito di offrire a titolo di compensazione illusoria a tutti coloro la cui esistenza è stata così mutilata» . 
Poiché la sinistra si considera innovatrice, il capitalismo sarà nello stesso tempo denunciato come «conservatore». Altra deriva fatale, perché la Forma-Capitale è tutto tranne che conservatrice! Marx aveva già mostrato bene il carattere intrinsecamente «progressista» del capitalismo, cui riconosceva il merito di aver soppresso il feudalesimo e annegato tutti gli antichi valori nelle «gelide acque del calcolo egoistico». A questo tratto fondante se ne aggiunge un altro, tipico delle forme moderne di questo stesso capitalismo. «Una economia di mercato integrale», spiega Michéa, «può funzionare durevolmente solo se la maggior parte degli individui ha interiorizzato una cultura della moda, del consumo e della crescita illimitata, cultura necessariamente fondata sulla perpetua celebrazione della giovinezza, del capriccio individuale e del godimento immediato […] Dunque, è proprio il liberalismo culturale (e non il rigorismo morale o l’austerità religiosa) a costituire il complemento psicologico e morale più efficace di un capitalismo di consumo» . Ora, diventando «di sinistra», il socialismo ha fatto suoi anche i principi del liberalismo culturale. La sinistra «permissiva» è così divenuta il naturale humus di espansione della Forma-Capitale. È il capitalismo che permette meglio di «godere senza ostacoli»! 
Per decenni, sotto l’etichetta di «sinistra», si troveranno dunque associate, in una permanente ambiguità, due cose totalmente differenti: da una parte, la giusta protesta morale della classe operaia contro la borghesia capitalista, e, dall’altra, la credenza liberale borghese in una teoria del progresso la quale afferma, in linea di massima, che «prima» non ha potuto che essere peggiore e che «domani» sarà necessariamente migliore. In effetti, il movimento socialista è veramente degenerato dal momento in cui è divenuto «progressista», ossia a partire dal momento in cui ha aderito alla teoria (o alla religione) del progresso – cioè alla metafisica dell’illimitato – che costituisce il cuore della filosofia dei Lumi, e dunque della filosofia liberale. Essendo la teoria del progresso intrinsecamente legata al liberalismo, la «sinistra», diventando «progressista», si condannava a confluire un giorno o l’altro nel campo liberale. Il verme era nel frutto. Il liberalismo culturale annunciava già il capovolgimento nel liberalismo economico. L’ultimo bastione a cedere è stato il partito comunista, che ha progressivamente smesso di svolgere il ruolo che in passato ne aveva decretato il successo: fornire «alla classe operaia e alle altre categorie popolari un linguaggio politico che permettesse loro di vivere la loro condizione con una certa fierezza e di dare un senso al mondo che avevano sotto gli occhi» . 
Ciò che Michéa dice della sinistra potrebbe, beninteso, essere detto della destra, con una dimostrazione inversa: la sinistra ha aderito al liberalismo economico perché era già acquisita all’idea di progresso e al liberalismo «societale», mentre la destra ha aderito al liberalismo dei costumi perché ha prima adottato il liberalismo economico. È, infatti, completamente illusorio credere che si possa essere durevolmente liberali sul piano politico o «societale» senza finire col diventarlo anche sul piano economico (come crede la maggioranza delle persone di sinistra) o che si possa essere durevolmente liberali sul piano economico senza finire col diventarlo anche sul piano politico o «societale» (come crede la maggioranza delle persone di destra). In altri termini, c’è un’unità profonda del liberalismo. Il liberalismo forma un tutto. Alla stupidità delle persone di sinistra che ritengono possibile combattere il capitalismo in nome del «progresso», corrisponde l’imbecillità delle persone di destra che ritengono possibile difendere al contempo i «valori tradizionali» e un’economia di mercato che non smette di distruggerli: «Il liberalismo economico integrale (ufficialmente difeso dalla destra) reca in sé la rivoluzione permanente dei costumi (ufficialmente difesa dalla sinistra), proprio come quest’ultima esige, a sua volta, la liberazione totale del mercato» . Ciò spiega che destra e sinistra confluiscano oggi nell’ideologia dei diritti dell’uomo, il culto della crescita infinita, la venerazione dello scambio mercantile e il desiderio sfrenato di profitti. Il che ha almeno il merito di chiarire le cose. 
La sinistra si è molto presto convinta che la globalizzazione del capitale rappresentava una evoluzione ineluttabile e un avvenire insuperabile, con la politica che, nello stesso tempo, si adattava alla globalizzazione economica e finanziaria. Il grande divorzio tra il popolo e la sinistra ne è stata la conseguenza più clamorosa. 
Il Club Jean Moulin aveva aperto la strada negli anni sessanta. La «seconda sinistra» rocardiana negli anni settanta, la Fondazione Saint-Simon negli anni ottanta hanno approfondito la breccia attraverso la quale la sinistra ha cominciato a puntare sulla «società civile» contro lo Stato e a confluire nel modello del mercato. Nella stessa epoca, il liberalismo culturale trionfa, il che si traduce in uno spostamento dei dibattiti politici verso le poste in gioco della società e verso nuovi gruppi sociali in via di autonomizzazione (donne, immigrati, omosessuali, ecc.). Infine, il denaro si impone come equivalente universale nell’ambito dei valori. «Il vincitore», ha osservato Jacques Julliard, «fu Alain Minc […] il quale aveva compreso che, assumendo le idee della seconda sinistra, si poteva fare un buonissimo deal con il neocapitalismo che si stava imponendo» . 
È emersa così una sinistra «i cui dogmi sono l’antirazzismo, l’odio dei limiti, il disprezzo del popolo e l’elogio obbligatorio dello sradicamento» . È così che l’immaginario della «sinistra moderna» – simboleggiata in Francia da Le Monde, Libération, Les Inrockuptibles e altri insigni rappresentanti del «circolo della ragione» ideologicamente dominante – è arrivato a confondersi con quelli dei padroni della BCE e del Fondo monetario internazionale. Ed è altresì per questo che «dietro la convinzione un tempo emancipatrice che non si arresta il progresso, [è diventato] sempre più difficile ascoltare qualcosa di diverso dall’idea, attualmente dominante, secondo la quale non si arrestano il capitalismo e la globalizzazione» . Ormai, la sinistra celebra la crescita, ossia la produzione di merci all’infinito, negli stessi termini dei liberali. Là dove gli uni parlano di «deterritorializzazione» (alla maniera di Deleuze-Guattari o di Antonio Negri), gli altri parlano di «delocalizzazioni». Per quanto concerne l’immigrazione, esercito di riserva del capitale, la sinistra «moderna» usa lo stesso linguaggio di Laurence Parisot («meticciato» e «nomadismo» trasformati in norme). Influenzata da coloro che hanno «distrutto il socialismo convertendolo nell’individualismo dei diritti universali e del liberalismo integrale» (Hervé Juvin), il nemico non è più il capitalismo che sfrutta il lavoro vivo degli uomini, ma il «reazionario» che ha il torto di rimpiangere il passato. 
«È dunque normale», prosegue Michéa, «che la sinistra “civica” (quella che ha rotto con ogni sensibilità popolare e socialista) appaia oggi come il luogo politico privilegiato dove sono elaborate tutte le trasformazioni giuridiche e di civiltà richieste dal mercato mondiale. Insomma, essa non è altro che il pesce-pilota del capitalismo senza frontiere o, se si preferisce, l’avanguardia culturale militante della destra liberale» . 
I «valori» della sinistra non sono più valori socialisti, ma valori «progressisti»: immigrazionismo, apertura o soppressione delle frontiere, difesa del matrimonio omosessuale, depenalizzazione di certe droghe, ecc., tutte opzioni con le quali la classe operaia è in completo disaccordo o di cui si disinteressa totalmente. Per la sinistra «moderna», che realizza l’alleanza dei funzionari, delle classi borghesi superiori, degli immigrati e dei radical chic, «rifiutare l’oscura eredità del passato (che, a priori, non può non richiamare atteggiamenti di “pentimento”), combattere tutti i sintomi della febbre “identitaria” (ossia, in altri termini, tutti i segni di una vita collettiva radicata in una cultura particolare) e celebrare all’infinito la trasgressione di tutti i limiti morali e culturali tramandati dalle precedenti generazioni (il regno compiuto dell’universale liberale-paolino dovendo coincidere, per definizione, con quello dell’indifferenziazione e dell’illimitatezza assolute) è tutt’uno» . Non si parla più del capitalismo o della lotta di classe, e ovviamente di quella anticaglia della rivoluzione. Persino il partito comunista ha quasi soppresso la parola «socialismo» dal suo vocabolario. Avendo perduto la sua identità ideologica, non è più in grado di influenzare la corrente socialdemocratica da cui dipende elettoralmente . 
Poiché l’obiettivo non è più lottare contro il capitalismo, ma combattere tutte le forme di preoccupazione identitaria, regolarmente descritte come il risorgere di una mentalità reazionaria e arretrata, «ciò spiega», constata Jean-Claude Michéa, «che il “migrante” sia progressivamente divenuto la figura redentrice centrale di tutte le costruzioni ideologiche della nuova sinistra liberale, sostituendo l’arcaico proletario, sempre sospetto di non essere abbastanza indifferente alla sua comunità originaria o, a più forte ragione, il contadino, che il suo legame costitutivo con la terra destinava a diventare la figura più disprezzata – e più derisa – della cultura capitalistica» . La sinistra cerca dunque un «popolo di ricambio». La fondazione Terra Nova, fondata nel 2008 da persone vicine a Dominique Strauss-Kahn e presieduta dal socialista Olivier Ferrand, si è resa celebre pubblicando, nel maggio 2011, un rapporto che suggerisce al partito socialista di rifondare la sua base elettorale su un’alleanza tra le classi agiate e le «minoranze» delle periferie, abbandonando operai e impiegati ai loro «valori di destra» (critica dell’immigrazione, protezionismo economico e sociale, promozione di norme forti e di valori morali, lotta contro l’assistenzialismo, ecc.). Il testo del rapporto è molto chiaro: «Contrariamente all’elettorato storico della sinistra, coalizzato dalle poste in gioco socio-economiche, questa Francia di domani è unificata anzitutto dai suoi valori culturali progressisti». «Tra i due perdenti della globalizzazione – gli immigrati ghettizzati e i modesti salariati minacciati – la sinistra in stile Terra Nova sostiene ormai i primi a scapito dei secondi» . 
Non è quindi sorprendente che il popolo si distolga da una sinistra affascinata più dal people e dalla «plebaglia» che dai lavoratori, che si dichiara per la globalizzazione, sebbene quest’ultima sia anzitutto quella del capitale, si interessa più alle iniziative «civiche» che alle trasformazioni strutturali, alla società protettiva del care più che alla giustizia sociale, alla vita associativa più che alla politica, allo spettacolo mediatico più che alla sovranità del popolo, al consenso sociale più che alla lotta di classe – e, come i liberali, concepisce l’interesse generale solo come semplice somma degli interessi particolari. Il popolo non si riconosce più in una sinistra che ha sostituito l’anticapitalismo con un simulacro di «antifascismo», il socialismo con l’individualismo radical chic e l’internazionalismo con il cosmopolitismo o l’«immigrazionismo», prova solo disprezzo per i valori autenticamente popolari, cade nel ridicolo celebrando al contempo il «meticciato» e la «diversità» , si sfinisce in pratiche «civiche» e in lotte «contro tutte le discriminazioni» (con la notevole eccezione, beninteso, delle discriminazioni di classe) a solo vantaggio delle banche, del Lumpenproletariat e di tutta una serie di marginali. 
Non è sorprendente nemmeno che il popolo, così deluso, si volga frequentemente verso movimenti descritti con disprezzo come «populisti» (uso peggiorativo che manifesta un evidente odio di classe). Citiamo ancora Michéa: «Tra la rappresentazione colpevolizzante della società ormai imposta dalla sociologia ufficiale (una minoranza di esclusi, relegati nei “ghetti etnici”, sottomessi a tutte le persecuzioni possibili e accerchiati da una Francia “di villette” che si presume appartenere alle classi medie) e l’oscura realtà vissuta da queste categorie popolari, al contempo maggioritarie e dimenticate, la distanza è divenuta assolutamente surreale. Il risultato è che le principali vittime degli aspetti nocivi della globalizzazione non trovano più nel linguaggio politicamente corretto della sinistra moderna la minima possibilità di tradurre la loro esperienza vissuta» . «Minando alla base ogni possibilità di legittimare un qualunque giudizio morale (e, di conseguenza, rifiutando simultaneamente di comprendere l’uso popolare delle nozioni di merito e responsabilità individuale), la sinistra progressista si condanna inesorabilmente a consegnare ai suoi nemici di destra interi pezzi di quelle classi popolari che, a modo loro, non domandano altro che di vivere onestamente in una società decente […] In realtà, è proprio la stessa sinistra ad aver scelto, verso la fine degli anni settanta, di abbandonare al loro destino le categorie sociali più modeste e sfruttate, volendo ormai essere “realista” e “moderna”, ossia rinunciando in anticipo a ogni critica radicale del movimento storico che, da oltre trent’anni, seppellisce l’umanità sotto un “immenso accumulo di merci” (Marx) e trasforma la natura in deserto di cemento e acciaio» . 
Georges Sorel diceva che «il sublime è morto nella borghesia, che è dunque condannata a non avere più una morale». Anche Michéa parla di morale. Ma qui non si tratta del «sublime», bensì della decenza comune (common decency) tanto spesso celebrata da Orwell. 
«È morale», diceva Emile Durkheim, «tutto ciò che è fonte di solidarietà, tutto ciò che costringe l’uomo a tenere conto dell’altro, a regolare i propri movimenti su qualcosa di diverso dagli impulsi del proprio egoismo». «Ciò spiega», aggiunge Michéa, «che la rivolta dei primi socialisti contro un mondo fondato sul solo calcolo egoistico sia stata così spesso sostenuta da una esperienza morale» . Si pensi alla «virtù» celebrata da Jaurès, alla «morale sociale» di cui parlava Benoît Malon. La «decenza comune», che è mille miglia lontana da ogni forma di ordine morale o di puritanesimo moralizzatore, è infatti uno dei tratti principali della «gente normale» ed è nel popolo che la si trova più comunemente diffusa. Essa implica la generosità, il senso dell’onore, la solidarietà ed è all’opera nella triplice obbligazione di «dare, ricevere e restituire» che per Marcel Mauss era il fondamento del dono e del controdono. A partire da essa, si è espressa in passato la protesta contro l’ingiustizia sociale, perché permetteva di percepire l’immoralità di un mondo fondato esclusivamente sul calcolo interessato e la trasgressione permanente di tutti i limiti. Ma è altresì essa che, oggi, protesta con tutta la sua forza contro quella sinistra «moderna» di cui un Dominique Strass-Kahn è il simbolo e nella quale non si riconosce più. «Da questo punto di vista», scrive Michéa, «il progetto socialista (o, se si preferisce l’altro termine utilizzato da Orwell, quello di una società decente) appare proprio come una continuazione della morale con altri mezzi» . 
Come si è capito, Michéa non critica la sinistra da un punto di vista di destra – e ce ne rallegriamo – bensì in nome dei valori fondanti del socialismo delle origini e del movimento operaio. Tutta la sua opera si presenta, d’altronde, come uno sforzo per ritrovare lo spirito di questo socialismo delle origini e porre le basi del suo rinnovamento nel mondo di oggi. Assumendo la difesa della «gente normale», egli rifiuta anzitutto che si screditino valori di radicamento e strutture organiche che, in passato, sono stati spesso l’unica protezione di cui disponevano i più poveri e i più sfruttati. 
Non è un punto di vista isolato. Il percorso di Jean-Claude Michéa si inscrive piuttosto in una vasta galassia, dove troviamo, in primo luogo, ovviamente, il grande George Orwell, al quale Michéa ha dedicato un libro notevole (Orwell, anarchiste tory), come pure Christopher Lasch, teorico di un «populismo» socialista e comunitario, grande avversario dell’ideologia del progresso , di cui ha contribuito più di chiunque altro a far conoscere il pensiero in Francia. Vi troviamo anche, per citare solo pochi nomi, il giovane Marx critico dei «diritti dell’uomo», i primi socialisti francesi, William Morris, Charles Péguy e Chesterton, l’Antonio Gramsci che sottolinea l’importanza delle culture popolari, il Pasolini degli Scritti corsari (colui che diceva: «Ciò che ci spinge a tornare indietro è umano e necessario tanto quanto ciò che ci spinge ad andare avanti»), Clouscard e la sua critica dei liberali-libertari, Jean Baudrillard e la sua denuncia della «sinistra divina», i films di Ken Loach e di Guédiguian, la canzoni di Brassens, senza dimenticare Walter Benjamin, Cornelius Castoriadis, Jaime Semprun, Anselm Jappe, Serge Latouche , ecc. 
Michéa paragona il liberalismo a un nastro di Möbius, che presenta una «faccia destra» e una «faccia sinistra», ma senza alcuna soluzione di continuità. Ciò significa che tra borghesia di destra e borghesia di sinistra, entrambe eredi della filosofia liberale dei Lumi, ci saranno sempre più affinità oggettive che tra ciascuna di queste borghesie e gli antiborghesi del loro campo. E viceversa, che esiste una complementarità altrettanto naturale tra coloro che difendono il popolo contro la borghesia sfruttatrice, si situino essi ancora a sinistra o provengano da destra. È ciò che constata Michéa quando scrive: «Poco importa, in verità, sapere da quale tradizione storica ciascuno ha tratto le particolari ragioni che lo inducono a rispettare i principi della decenza comune e a indignarsi per la loro permanente violazione ad opera del sistema capitalistico» . In un’epoca in cui la sinistra intende più che mai raccogliere le «forze di progresso», egli non esita a ad aggiungere che è «la patetica incapacità di assumere [la] dimensione conservatrice della critica anticapitalistica a spiegare, in larga parte, il profondo smarrimento ideologico (per non dire il coma intellettuale irreversibile) nel quale l’insieme della sinistra moderna è oggi immersa» . 
Non avete ancora letto Michéa? Soprattutto, non dite che un giorno lo leggerete. Leggetelo subito. Immediatamente! 

(traduzione di Giuseppe Giaccio)       



18 novembre 2014

Il socialismo libertario e umanitario di Giuseppe Garibaldi, Juan Domingo Peron, Bettino Craxi, Hugo Chavez

Giuseppe Garibaldi, Juan Domingo Peron, Bettino Craxi, Hugo Chavez.

Quattro combattenti, quattro patrioti, quattro leaders socialisti libertari, nazionali ed umanitari.

Ad accomunarli, oltre a ciò, l'essersi trovati alla guida – in periodi diversi della Storia – dei loro rispettivi popoli e Paesi.

Giuseppe Garibaldi (1807 - 1882), condottiero che – esiliato dall'Italia per aver aderito agli ideali mazziniani della Giovine Itala - si fece le ossa nell'America Latina oppressa in particolare dall'Impero del Brasile, contro il quale il Generale uscirà vittorioso, contribuendo così all'indipendenza dell'Uruguay.

Giuseppe Garibaldi che, con l'Impresa dei Mille contribuì alla liberazione del Mezzogiorno dal giogo borbonico ed il cui unico errore fu non istituire una Repubblica del Sud, di ispirazione socialista, con sé stesso a capo, come da lui stesso vagheggiato.

Giuseppe Garibaldi, il Gran Maestro dell'Umanità, animato dalla fede massonica, cristiana e teosofica che, con Mazzini ed altri repubblicani, contribuì all'istituzione della Prima Internazionale dei Lavoratori (1864) ed all'istituzione delle prime Società Operaie di Mutuo Soccorso e che, infine, deluso dalla politica burocratica ed arruffona dei politicanti della sua epoca, si dimise da Parlamentare per ritirarsi nella sua Caprera, a fare il lavoro che sempre gli diede maggiori soddisfazioni, ovvero l'agricoltore.

Juan Domingo Peron (1895 - 1974), Presidente della Repubblica Argentina dal 1946 al 1955 eletto democraticamente, alla guida dei descamisados, ovvero dei più poveri dei poveri argentini fondò, poco tempo dopo, il Partito Giustizialista, ovvero un partito socialista, nazionale e cristiano, ma di matrice anticlericale, che fondava la sua politica in una chiara ed inequivocabile terza posizione: alternativa al capitalismo borghese ed al marxismo comunista. Ovvero alternativa ai due imperialismi: quello statunitense e quello sovietico.

Il suo governo – che mai accettò aiuti, prestiti o investimenti stranieri - fu caratterizzato sin da subito da politiche in favore del popolo, dell'alfabetizzazione dello stesso e dello sviluppo del lavoro e riuscì, attraverso la nazionalizzazione delle imprese pubbliche, in pochi anni, a ripianare la totalità del debito pubblico che i governi dittatoriali precedenti avevano accumulato, ottenendo una bilancia dei pagamenti in attivo e riuscendo ad accumulare un'ampia riserva aurea. Sotto il profilo della laicità, inoltre, il governo Peron fu avanzatissimo per l'epoca, al punto che introdusse la legge sul divorzio, soppresse l'educazione religiosa nelle scuole e legalizzò la prostituzione e ciò gli costò peraltro la scomunica da parte del Papa dei cattolici Pio XII.

Un'alleanza fra clero, militari e servizi segreti statunitensi, ad ogni modo, bloccò ogni nuova riforma peronista: un Colpo di Stato guidato dal generale Pedro Eugenio Aramburu, infatti, destituì il Presidente Juan Peron da ogni carica e lo costrinse all'esilio sino al 1973, per giungere, pochi anni dopo, all'avvento di dittature militari che spazzeranno via il peronismo sino almeno agli Anni '80.

Bettino Craxi (1934 - 2000), socialista della prima ora, come il padre Vittorio. Figlio politico di Pietro Nenni e figlio ideale di quel Pierre-Joseph Proudhon, socialista anarchico che Craxi inviterà a studiare ed approfondire, allorquando lo contrappose al conservatorismo marxista, offrendo così alla sinistra italiana una visione al contempo nazionale ed internazionalista, ispirata al patriottismo di Garibaldi ed al contempo al suo internazionalismo al punto che il Partito Socialista Italiano sarà il primo partito a fornire sostegno economico alla rivoluzione democratica e socialista di Salvador Allende in Cile ed ai molti Paesi opporessi dalle dittature, specie nell'Est europeo.

Bettino Craxi che, dalla metà degli Anni '70, dialogherà con le avanguardie della sinistra extraparlamentare, con i demoproletari, con i radicali e con i laici, vagheggiando l'idea di un partito di sinistra unitario, di matrice socialista libertaria. Sogno che sarà infranto da quei cattocomunisti che gli scaglieranno contro i media e le procure, ovvero dagli antenati di quel Partito Democratico che oggi, raggiunto il potere, stanno distruggendo il mondo del lavoro e dell'impresa, sostenuti da quei poteri forti politici, bancari e mediatici, nazionali ed internazionali, che volutamente misero fuori gioco Bettino Craxi, costringendolo ad un lungo esilio, che lo porterà alla morte.

Infine Hugo Chavez (1954 - 2013), Presidente del Venezuela sino alla prematura morte, avvenuta nel 2013, il quale quando era ancora un semplice militare sconosciuto, nel 1992, si ribellò alla corruzione che dilagava nel suo Paese, ovvero alla corruzione dei partiti e dei politicanti dei suo Paese e progettò un golpe, non già autoritario, bensì basato su prospettive bolivariane. La figura e gli ideai di Simon Bolivar – il Garibaldi latinoamericano – sono il cardine del progetto anti-autoritario di Chavez e del Movimento Bolivariano Rivoluzionario. Un golpe che purtuttavia fallirà, ma che consacrerà Chavez quale nuovo eroe libertario dell'America Latina.

Hugo Chavez lancerà successivamente, fra il 1994 ed il 1995, una campagna astensionista contro la corruzione della classe politica venezuelana, compiendo un atto eminentemente politico e di rottura con il sistema. Ma sarà solo nel 1998 che Chavez, con il Movimento Quinta Republica, diventerà Presidente del Venezuela con il 56% dei voti.

E ciò gli permetterà di redigere una nuova Costituzione, sempre secondo gli insegnamenti di Bolivar, ponendo attenzione ai diritti umani e via via introducendo norme per la lotta alla povertà ed all'analfabetismo, uscendo poi dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, promuovendo leggi sulle unioni civili e contro l'omofobia, ottendendo spesso risultati soddisfacenti al punto che, anche dopo la sua morte - avvenuta lo scorso anno - il Partito Socialista Unito del Venezuela ha nuovamente la maggioranza dei seggi.

Garibaldi, Peron, Craxi e Chavez, uniti tutti e quattro dalla “rottura con il sistema”, animati da una fede di matrice socialista, umanitaria e spirituale (tutti e quattro si opporranno sempre ad una visione materialista della politica e dell'umanità, non ultimo Chavez con i suoi discorsi sull'umanesimo cristiano) ed animati da un profondo senso di laicità dello Stato, testimoniato dai loro scritti, discorsi ed atti compiuti durante la loro esistenza.

Oggi si sente profondamente la mancanza di leaders di questo tipo. Leders con un entroterra politico-culturale, capaci di ascoltare il proprio popolo in quanto figli del popolo loro stessi. Leders senza compromessi al punto da poter risultare addirittura invisi alle “elite” per la loro rudezza, per il loro spirito da combattenti, da Caudillos, per dirla alla sudamericana.

Leaders che, non a caso, talvolta se non spesso saranno destituiti dai loro incarichi, finiranno in esilio, subiranno Colpi di Stato di varia natura.

Oggi di loro rimane purtroppo poco ed in pochi ne hanno davvero saputo coglierne l'eredità.

L'eredità di Garibaldi è oggi raccolta dalla sola Associazione Nazionale Volontari e Reduci Garibaldini (www.garibaldini.it) che, pur con grande fatica, riesca ancora oggi a portare avanti i principi e gli ideali del Nostro.

L'eredità di Peron è portata avanti dall'attuale Presidentessa della Repubblica Argentina Cristina Fernandez de Kirchner e da associazioni volontaristiche quali il Movimiento Peronista Terecia Posicion (www.movimientoperonista3posicion.blogspot.it).

L'eredità di Bettino Craxi invece, se togliamo la Fondazione a lui intitolata (www.fondazionecraxi.org), è facile notare come non esista alcun partito italiano che davvero possa dirsi ispirato al suo socialismo.

Infine, pur fra alterne vicende ed alterni successi, almeno il Venezuela ha confermato alla guida del Paese un degno erede di Chavez in Nicolas Maduro, di cui pur nella nostra Penisola arrivano poche e spesso fuorvianti notizie, ma fortunatamente è consultabile in rete il sito del Partito Socialista Unito del Venezuela (www.psuv.org.ve) e le sue attività.

Più ci guardiamo indietro, in sostanza, più osserviamo come oggi – nell'era degli smartphone, ma anche della pesante crisi economica – il presente sia tutt'altro che roseo proprio per la mancanza di autentici combattenti politici e di autentici ideali popolari per i quali lottare.

Ad oggi - almeno nella nostra Europa - sembra che a vincere siano state le elite, i tecnocrati, i burocrati e quei politicanti arruffoni che Garibaldi, Peron, Craxi e Chavez combattevano ogni giorno.


Luca Bagatin



15 ottobre 2014

José "Pepe" Mujica: un Presidente che ha saputo incarnare i principi umanitari d'Amore e di Libertà

Un anno e mezzo fa, nel maggio 2013, dopo quasi vent'anni di attività politica nell'area laica e libertaria, decisi di fondare “Amore e Libertà” (www.amoreeliberta.altervista.orgwww.amoreeliberta.blogspot.it), un pensatoio (anti)politico e (contro)culturale alternativo alla partitocrazia ed al malaffare politico italiano, europeo e non solo.

Un pensatoio che nasceva in antitesi al sistema dei partiti, al potere politico, alla globalizzazione che ingloba, che, ispirato ad Anita Garibaldi, ma anche a suo marito Giuseppe ed a Mazzini, proponesse un elenco di punti concreti: dall'autogestione delle imprese sino alla legalizzazione della cannabis; dal riconoscimento del matrimonio omosessuale sino alla legalizzazione del suicidio e dell'eutanasia; dall'abolizione degli enti pubblici inutili sino ad un sistema elettorale ricalcato sull'esempio dell'Agorà greca.

Nel corso di quest'anno e mezzo, il mio attivismo nell'ambito di “Amore e Libertà”, mi ha portato a studiare e ad approfondire diverse figure storico-politiche che, eredi di Garibaldi e di Mazzini, ma anche di Simon Bolivar, si sono ispirate, nella loro azione politica ed istituzionale, ai principi di amore e libertà. Ovvero ad una visione umanitaria e sentimentale dell'esistenza.

Ho osservato che, pressoché tutte queste figure, provenivano da quell'America Latina vilipesa e sfruttata dagli opposti imperialismi: sovietico (sino alla caduta del Muro di Berlino) e statunitense.

Fra costoro Juan Domingo Peron e sua moglie Evita, Hugo Chavez, Evo Morales (rieletto di recente a Presidente della Bolivia), Nestor Kirchner e...José Mujica, detto affettuosamente “Pepe”.

Quest'ultimo, attuale Presidente dell'Uruguay (terra che peraltro ospitò i coniugi Garibaldi per ben sette anni ove, peraltro, si sposarono nel 1842) dal 2009 ha, assieme alla moglie Lucia Topolansky, deciso di continuare a vivere in povertà, come agricoltore, in una modesta casa di campagna.

La cosa che più mi ha colpito di Mujica, assieme alla sua coerente scelta di vita, sono anche i risultati ottenuti dal suo governo ed il fatto che il programma portato avanti dalla sua compagine governativa – il Fronte Ampio – è esattamente il programma del movimento che ho fondato nel 2013, ovvero “Amore e Libertà”. E lui, "Pepe" Mujica, è anche riuscito ad attuarlo concretamente.

Penso al progetto di autogestione delle imprese da parte dei lavoratori; alla legalizzazione della marjiuana; agli investimenti nella scuola e nell'educazione, triplicati in pochi anni; alla legalizzazione del matrimonio omosessuale e l'adozione di bambini da parte di coppie gay. Tutte riforme che, dal 2005 ad oggi, sono state attuate e non sono affatto state imposte ai cittadini, bensì sono nate - come ama ricordare lo stesso Mujica - anche e proprio su ispirazione dei suoi stessi concittadini.

La grandezza del Presidente Mujica, infatti, è anche questa: dare al Parlamento ed ai cittadini la più ampia centralità possibile della vita politica del Paese, al punto che il suo governo non ha mai attuato nulla per decreto.

I risultati, del resto, si sono visti e sono anche stati ottimi: in Uruguay l'indice di disoccupazione è sceso al 6%; i salari sono in aumento; il PIL è cresciuto del 6% in dieci anni ed il tasso di povertà è diminuito dal 39% al 6%.

Ma chi è José Alberto “Pepe” Mujica Cordano ? Questo Presidente che incarna così bene gli ideali tipici di una possibile Civiltà dell'Amore, ove al governo vi sono solo persone di cuore, lontane anni luce dalla gestione del Potere ? Quale la sua vicenda umana e politica ?

José Mujica Cordano nasce a Montevideo nel 1935, da padre di origine basca e da madre di origine genovese e, giovanissimo, fu influenzato dalla idee peroniste dello zio materno, Angel Cordano. Terminato il liceo, il govane Pepe, inizierà a frequentare gruppi studenteschi di orientamento anarchico e, negli anni, approfondirà il pensiero di Proudhon, Bakunin, Kropotkin e Marx, oltre che si interesserà alla letteratura ed alla biologia, dimostrando anche particolare interesse per la professione agricola dei genitori.

Nella seconda parte degli Anni '50, Mujica, si avvicinerà e collaborerà a lungo con Enrique Erro, un deputato del Partito Nazionale - Ministro dell'Industria nel 1959 - il quale si era presentato come candidato a tutela della classe lavoratrice e meno abbiente.

Alle elezioni del 1962, Erro, sostenuto sempre dal giovane Mujica, si presentò nella coalizione formata da Unione Popolare e Partito Socialista, ma ottenne solo il 2,3% dei consensi.

Fu così che, ben presto, Pepe Mujica si rese sempre più conto che l'Uruguay - uscito da quelle ultime elezioni - si stava progressivamente avviando verso una deriva autoritaria.

Fu così dunque che, poco tempo dopo, Mujica aderirà al Movimento di Liberazione Nazionale (MLN) Tupamaros, fondato da Raul Sendic, già militante del Partito Socialista, il quale ispirò il suo movimento a Tupac Amaru, ovvero all'ultimo sovrano dell'Impero inca, eroe dei popoli andini in lotta contro gli spagnoli.

Il MLN Tupamaros, in sostanza, attraverso l'attività di guerriglia e di assalto ad istituti bancari, mirava a combattere la deriva autoritaria e dittatoriale dei regimi neo-militaristi dell'Uruguay e a ridistribuire la terra ai contadini ed ai meno abbienti.

La violenze commesse dai guerriglieri Tupamaros, va detto, non furono mai gratuite, ma sempre dettate dalla necessità politica di liberare il Paese dall'autoritarismo al pari di quanto fecero, in quegli anni, i Montoneros peronisti, per liberare l'Argentina dalla dittatura militare.

Fra i Tupamaros, dunque, anche il nostro Mujica e Lucia Topolansky, che successivamente diverrà sua moglie, i quali purtuttavia ribadiranno sempre la loro contrarietà ad una deriva militarista del Movimento.

Nel 1972, Pepe Mujica, fu catturato dai militari e spedito in carcere, ove rimarrà sino al 1985, subendo umiliazioni e torture, sino allo stremo delle forze fisiche e psicologiche, assieme ad altri compagni del suo Movimento.

Nel 1985, con la fine della dittatura, Mujica ed i suoi compagni furono amnistiati e, pur ritornato alla sua attività di agricoltore e di fioraio, non smise mai di fare politica.

Assieme ad altri suoi compagni Tupamaros, infatti, creò il Movimento di Partecipazione Popolare che, alle elezioni del 1994, si presentò all'interno del Fronte Ampio, ovvero una coalizione eterogenea di forze di sinistra e di centro, di ispirazione socialista, cristiana e libertaria e fu eletto quale primo tupamaros in Parlamento ed il suo stile semplice e sobrio - con jeans e senza cravatta - lo caratterizzeranno subito quale politico “diverso” rispetto agli altri.

Saranno proprio la sobrietà e la ricerca della felicità per tutti, fatta anche della ricerca del tempo libero, in luogo di una vita di lavoro e di sfruttamento del lavoro attraverso la ricerca di una ricchezza effimera, i punti cardine degli ideali di Pepe Mujica. Ideali agli antipodi rispetto alla realpolitik ed alla politica tradizionale – che inizierà ad attuare già come Ministro dell'Agricoltura nel 2005, facendo abbassare il costo della carne per i meno abbienti - e saranno proprio tali ideali, assieme al suo linguaggio diretto, a renderlo popolarissimo, anche all'estero. Oltre che, come abbiamo già scritto, la sua scelta di vivere semplicemente, continuando a coltivare la terra - anche oggi che ricopre la carica di Presidente dell'Uruguay - assieme a sua moglie ed a Manuela, la sua cagnetta zoppa, permettendo ai senzatetto di utilizzare i palazzi presidenziali.

Interessante anche la sua concezione libertaria della rappresentanza popolare alle elezioni, molto vicina all'idea dell'Agorà greca. In un'intervista, infatti, egli affermò: “La gente prende molto sul serio il tema della rappresentanza e finisce per credere di rappresentare qualcuno. Per me è un'idea assurda, anche se la Costituzione dice varie cose, e in questo credo di continuare ad essere un libertario. Nessuno rappresenta gli altri”.

Nell'ottobre 2009, José Mujica è dunque candidato del Fronte Ampio alle elezioni nazionali e ne esce vincitore con il 52% dei consensi. Dei risultati soddisfacenti del suo governo abbiamo già parlato. Rimane solo da aggiungere la sua critica al consumismo ed al capitalismo, oltre che all'austerità. Lo fa in più occasioni, anche di fronte a Capi di Stato e di Governo distratti, in video che, purtuttavia, faranno il giro del mondo attraverso il web.

A proposito dell'austerità praticata anche dalla nostra Europa, Pepe Mujica afferma:

La sobrietà è concetto ben diverso da austerità, termine che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro. Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L'alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui che però ti tolgono il tempo per vivere... Lo spreco è invece funzionale all'accumulazione capitalista che implica che si compri di continuo, magari indebitandosi sino alla morte”.

Concetti semplici, ma gli unici davvero in grado di farci riflettere relativamente alla crisi mondiale che ci sta attanagliando e dalla quale possiamo uscire solo attraverso persone animate da due soli valori: l'Amore e la Libertà. Ovvero la ricerca di quella Civiltà dell'Amore che, leader come José "Pepe" Mujica, hanno già attuato, concretamente, nel loro Paese.


Luca Bagatin



2 luglio 2009

Pierre-Joseph Proudhon: un filosofo-operaio antimarxista fra libertarismo e liberalismo

Tratto dall'articolo di Luciano Pellicani per "Critica Sociale" numero 3-4 2009



Nella "Sacra famiglia" Marx ed Engels avevano definito Proudhon un pensatore proletario, uno sfruttato che parlava a nome degli sfruttati, i cui libri per ciò stesso erano assai significativi e storicamente importanti di tutta la produzione teorica degli intellettuali. Nella "Miseria della filosofia" il giudizio è rovesciato con una disinvoltura a dir poco stupefacente. Proudhon di colpo perde il suo status di membro della classe operaia per trasformarsi in un piccolo borghese. In tal modo si viene a creare questa bizzarra situazione: il piccolo borghese Marx accusa l'operaio Proudhon di essere un piccolo borghese !

.....per Proudhon la cosa più importante del nuovo ordine è il principio della concorrenza, poiché è grazie ad esso che gli uomini hanno potuto liberarsi della tutela dei grandi apparati burocratici (la Chiesa e lo Stato).

Proudhon ha capito, meglio persino dei teorici liberali del suo tempo, che la proprietà è l'argine più solido contro lo Stato e che quest'ultimo può essere limitato e contenuto nel suo fisiologico imperialismo solo a condizione che non abbia il controllo monopolistico dei mezzi di produzione.

Ma anarchismo e liberalismo non sono che i poli estremi fra i quali ha oscillato, come un pendolo, il pensiero proudhoniano, senza comunque mai fermarsi a lungo su uno di essi. Il punto attorno al quale le oscillazioni sono più frequenti e ravvicinate è un altro: è il socialismo di mercato, che egli condensò in due concetti fondamentali: federalismo e mutualismo.


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini