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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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30 ottobre 2012

L'INTERVENTO del prof. Aldo A. Mola

INDIMENTICABILE PASCOLI

di Aldo A. Mola


Furono il toscano Giosue Carducci e il romagnolo Giovanni Pascoli a scrivere i versi più memorabili sul Vecchio Piemonte, quello che “fece l’Italia” con i suoi re, i cospiratori e gli esuli, mazziniani e garibaldini, giovani e meno giovani dalla vita un po’ disordinata ma che, al momento giusto, accettarono le redini e le staffe della monarchia: il siciliano Francesco Crispi e gli emiliani e romagnoli Luigi Carlo Farini, Manfredo Fanti, Enrico Cialdini. Malgrado sorrisi ironici, l’ode Piemonte sopravvive al crepuscolo della scuola.

Ma chi è “Zvanì” Pascoli? Poeta sommo della Nuova Italia, forse tra i più sublimi del Novecento. Vittima, con tutta la sua famiglia, dell’assassinio di suo padre Ruggero, amministratore della tenuta dei principi Torlonia a San Mauro, il 10 agosto 1867. Venne ammazzato da chi voleva prenderne il posto e allo scopo usò due manutengoli, drappeggiati da repubblicani. Liberate dal giogo del Legato pontificio, le Romagne ne subivano un altro: la guerra sociale strisciante contro proprietari e uomini d’ordine. Quelle plaghe rimasero teatro di delitti e infamie. Profondo Nord. Non per caso, il primo maxiprocesso della storia d’Italia non fu celebrato in Sicilia ma a Bologna contro la “associazione di malfattori”, iceberg della “setta degli accoltellatori: un mondo che arrivava e sarebbe andato lontano drappeggiando come anticlericalismo l’ odio contro la borghesia e la ricerca di profitto personale a soddisfazione di istinti inferiori.

Giovanni Pascoli rimase schiacciato dall’assassinio del padre, che quasi portò Oltretomba sua moglie e molti dei dieci figli. Una tragedia. Sopravvissero lui, Ida, Maria (Mariù) e Raffaele (Falino), che ebbe vita disordinata. Nel collegio dei padri Scolopi a Savignano sul Rubicone e all’Università di Bologna, ove studiò lettere grazie alla meritata borsa di studio Giovanni bevve calici amari. Come ad Andrea Costa, internazionalista ma dal 1882 primo deputato “rivoluzionario”, fu folgorato dal socialismo, il “sol dell’avvenire”: insegna dieci anni prima ideata da Giuseppe Garibaldi. Socialismo per Pascoli significava libero pensiero, progresso civile, soccorso ai bisognosi e “dimenticati”, come egli si sentì’ per tutta la vita. Allievo a Bologna di Giosue Carducci, che in pochi anni ridestò l’Università e ne fece faro della Terza Italia, con altri giovani Pascoli cercò di spiegare le radici dell’attentato al re compiuto dal cuoco Giovanni Passannante con un innocuo coltellino. Arrestato, detenuto tre mesi e processato, Zvani fu assolto. Riprese gli studi e divenne…Pascoli. Dalle cattedre liceali di Matera, Massa e Livorno passò alle universitarie e nel 1905 ereditò a Bologna quella di Carducci, alla cui morte prese sulle spalle la “canzone dell’Italia”, altrimenti monopolio di Gabriele d’Annunzio. Lavorò ai Poemi del Risorgimento, un’opera dimenticata nel 150° dell’unificazione italiana, forse perché prova che il socialismo umanitario otto-novecentesco non è antinazionale ma capace di patriottismo, come già avevano insegnato Garibaldi e Carducci. Pascoli non ebbe nessuna tessera se non quella di Poeta, cioè la tessera dell’Universo, contemplato a Livorno, a Castelvecchio di Barga, nel breve ritorno a San Mauro, nella sua “Romagna solatia”. Anziché subire la tessera di partiti-chiese (cioè vincolanti), Pascoli cinse i fianchi con il grembiale di massone, nella loggia “Rizzoli” di Bologna. Venne iniziato con procedura speciale (settembre 1882, un anno prima dell’ingresso di Andrea Costa nella “Rienzi di Roma) perché in partenza pe Matera, da operaio della parola. Libero pensatore portò sempre con sé quel breve passaggio tra le colonne: da un luogo qualsiasi all’Universo, un “pavimento” bianco e nero e la volta stellata. Come ricorda Adele Cencetti in Giovanni Pascoli: una biografia critica (Le Lettere), tante volte Zvanì lasciò trapelare la conoscenza del cifrario massonico. Lo dicono i versi sull’incontro tra Garibaldi e Mazzini: “Tre colpi all’uscio. Era un fratello. Avanti…”.

Carducci scrisse che le “sette” erano state necessarie all’unificazione. Pascoli andò oltre. Celebrò Carlo Alberto di Savoia come“re dei Carbonari”. Cercò documenti. Colse bene la dimensione europea del liberalismo. E capì che esso doveva fondersi con il socialismo umanitario. Lo disse nel discorso sulla guerra per la sovranità dell’Italia su Libia e Cirenaica: “La grande proletaria si è mossa…”. Era il 1911, l’anno in cui scrisse in latino l’ Inno a Roma.

Pascoli solo “fanciullino”? In quale senso? Le sue grandiose visioni della storia, l’identificazione di Napoleone con Pan, la Natura, la Vita vanno molto oltre la piccola Belle Epoque che mescolò egoismi con esordio della finanza internazionale, la prima crisi borsistica con ricadute sulla produzione industriale, conflitti sociali esasperati, lo sciopero generale del 1904, la rivoluzione russa del 1905…. Esse additano mete, grondanti di sangue e di duri sacrifici, come era stata la sua vita. Malgrado lo sforzo linguistico talora affatichi l’efficacia poetica dei suoi componimenti “storici” (è il caso dei Poemi italini e canzoni di Re Enzio) Pascoli rimane voce vivida. Perciò è davvero singolare che, appena insediato al ministero dei Beni Culturali, Ornaghi, già rettore dell’università Cattolica, si sia affrettato ad azzerare il progettato Comitato nazionale per il centenario della morte di Pascoli, un omaggio che poteva essere a costo zero per un gigante che non ebbe il Nobel ma vinse tredici medaglie d’oro ai concorsi di poesia in latino banditi dall’Accademia di Amsterdam. Ne vendette alcune per acquistare la casetta nel verde di Castelvecchio per sé e la sorella Mariù, due passi dalla cappella ove i due infelici riposano: cattolicissima lei, libero pensatore lui, passato all’Oriente Eterno senza bisogno di speciale viatico. L’aveva avuto dalla vita.

Malgrado l’oblio del ministero (che poi vuol dire del governo, dello Stato!), non tutti dimenticano il grande poeta della memoria individuale e collettiva , dei popoli e dell’umanità. Chissà se vorrà ricordarsene il Vecchio Piemonte che gli ispirò Ciapin, commossa evocazione del maggiore monregalese Giuseppe Galliano, eroe di Macallè, morto ad Adua come i generali Giuseppe Arimondi, di Savigliano, e Giuseppe Ellena, saluzzese? (*)

Aldo A. Mola



4 giugno 2009

Uno Yankee del Connecticut......



Mark Twain scrittore ed umorista sorprendente.
Per anni è stato relegato ad autore di storie per ragazzi, e talvolta è persino raro trovare nelle librerie edizioni per adulti dei suoi meravigliosi romanzi !
Romanzi filosofici, per lo più. Romanzi del sapore pungente, caustico, persino anticlericale.
Romanzi che si fanno beffe della stupidità di quella che Mark Twain stesso definisce sarcasticamente Razza Umana.
Romanzi di profonda umanità, come Il Principe e il povero, ma anche Uno Yankee del Connecticut alla Corte di Re Artù.
Romanzo pubblicato nel 1889, che si fa letteralmente beffe del Medioevo, dell'aria dogmatica e superstiziosa respirata allora, delle inique leggi dei Sovrani e della Chiesa cattolica.
Ecco che, inventandosi una sorta di viaggio nel passato - il protagonista - uno Yankee del Connecticut appunto, si ritrova catapultato nel VI secolo, alla corte del mitologico Artù.
Qui è considerato una sorta di Mago, più potente dello stesso Merlino (che defenestrerà ben presto, con l'utilizzo della ragione e della scienza, ai tempi arturiani completamente sconosciute) e pertanto avrà il privilegio di divenire primo ministro del Re con l'appellativo da egli stesso scelto: Il Principale !
Il Principale – con l'aiuto di un giovane paggio di corte, il fido Clarence - inizierà ben presto a prendersi gioco della cavalleria di Lancillotto, trasformando i cavalieri in cartelloni pubblicitari ambulanti, ma anche a rendere più progredita e prospera quella società avviando ogni sorta di industrie moderne e persino......avviando una rete telefonica ed un giornale dell'epoca !
Nel corso delle sua avventure lo Yankee, dimostrerà come il diritto divino dei Re non sia che una stupidaggine inventata dalla Chiesa al fine di soggiogare i fedeli-sudditi, costretti a vivere in condizioni più che miserevoli. E dimostereà anche come il Re non sia che un individuo pari a tutti gli altri, solamente con degli atteggiamenti diversi dovuti all'educazione ricevuta.
E così, il Nostro, avrà in mente solo di trasformare quella società medievale in una società pienamente democratica e progredita.....nonostante l'onnipresente Chiesa farà di tutto affinché ciò possa essere ostacolato. Innescando una vera e propria una battaglia all'ultimo sangue contro lo Yankee (è così anche oggi...figuriamoci nel VI secolo...sic) !
Unicamente il genio di Mark Twain può essere giunto a tanto, descrivendo peraltro ottimamente scene strazianti, fatte di torture assai verosimili compiute proprio nel VI secolo d.C.. A dimostrazione di quanto l'umanità possa essere crudele qualora chini la testa di fronte ai soprusi del Potere e del dogma.
Samuel Langhorne Clemens, in arte Mark Twain, è senza dubbio lo scrittore più spassoso dell'800 ed anche il più umano. Eterno Peter Pan, anche in età avanzata, fece della sua vita un'eterna lotta contro la stupidità, l'ignoranza, lo schiavismo, il militarismo. E fu anche grande fautore della scienza (fra l'altro fu molto amico dello scienziato Nikola Tesla, il cui laboratorio frequentò spesso).
Non nascose mai il suo carattere a tratti iracondo, per il quale era noto. Ma la sua indole fu caratterizzata dalla più spassionata bontà (specie con i figli, morti purtroppo in giovane età) e candore al punto che ad un certo punto della sua vita decise di vestire esclusivamente di bianco, quale segno distintivo.
Nacque con l'avvento della cometa di Halley nel 1835 e se ne andò con essa nel 1910, come egli stesso aveva profetizzato.
E profeta fu per tutta la vita. Altro che semplice raccontastorie per ragazzi !

Luca Bagatin (nella foto con il suo fratellino Boris Price Webster, per gli aMici Mirtillo)


sfoglia     settembre        novembre






"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini