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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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22 ottobre 2014

Luca Bagatin - autore di “Universo Massonico” - racconta la Massoneria che in pochi conoscono e il perché del “falso scandalo P2”: intervista della giornalista Marzia Pomponio (tratta da www.notiziebucate.blogspot.it)

Intervista al sottoscritto della giornalista Marzia Pomponio per Notizie Bucate www.notiziebucate.blogspot.it
Marzia Pomponio

Il giornalista, blogger e scrittore Luca Bagatin
Blogger da dieci anni – con circa cinque milioni di visualizzazioni – firma del quotidiano nazionale “L’Opinione”  diretto da Arturo Diaconale, ha collaborato e collabora con diverse importanti testate e riviste, tra cui “La Voce Repubblicana”, “Politicamagazine.info”, “Terza Repubblica” diretta dall'editorialista Enrico Cisnetto, “Camicia Rossa”, “Il Pensiero Mazziniano”, “YR Magazine” organo ufficiale del Rito di York del Grande Oriente d'Italia e “Officinae”, la rivista ufficiale della Gran Loggia d'Italia degli ALAM, diretta da Luigi Pruneti.

"Universo massonico" edito dalla Bastogi
Gli studi risorgimentali sui banchi di scuola e l’ammirazione per il Generale Giuseppe Garibaldi lo avvicinano agli ideali e ai propositi della cultura repubblicana, laica e liberalsocialista. Simpatizzante della politica libertaria di Riccardo Schicchi, Moana Pozzi e Ilona “Cicciolina” Staller – sua grande amica nella vita con la quale ha di recente collaborato in progetti politici e culturali – entra in politica a soli 17 anni, prima nei Verdi  e successivamente come sostenitore di alcune battaglie dei Radicali (ad appena  20 anni, nel 1999, ha condotto la campagna Emma for President per Emma Bonino al Quirinale, partecipando anche, nella primavera dello stesso anno, alla campagna elettorale della Lista Bonino). Approdato al Partito Repubblicano Italiano per poi abbandonarlo, ha fondato alcuni anni dopo “Amore e Libertà”, un movimento che definisce “(anti)politico e (contro)culturale”, che al di fuori dei partiti e delle ideologie si propone di gettare le basi per una possibile “Civiltà dell'Amore”.
Luca Bagatin presenta "Ritratti di Donna" con Debdeashakti che ne ha curato la prefazione
Lui è Luca Bagatin, autore del recente “Ritratti di Donna”, Ipertesto Edizioni, e di “Universo Massonico”, il suo primo saggio, edito dalla Bastogi nel 2012 con prefazione del prof. Luigi Pruneti, ex Gran Maestro della Gran Loggia d’Italia – anche lui suo grande amico. Bagatin è, infatti, un grande appassionato e studioso di massoneria ed esoterismo, tanto che diversi suoi articoli sono stati pubblicati nelle maggiori riviste e pubblicazioni massoniche italiane e citati sulle pagine di Wikipedia, dell’Enciclopedia on line più consultata al mondo.
Un cultore della materia che capita di conoscere proprio nel periodo in cui si è tornati a parlare di massoneria e massoni, identificazione sufficiente a far nascere diffidenza se non addirittura timore nell’opinione pubblica. Sfatiamo dunque alcuni falsi miti che ci aiutano a capire cosa c’è dietro quella che sembra essere una nuova “caccia alle streghe”.
D. Chi sono i massoni oggi? E cos’è la Massoneria?
R. La Massoneria è un'Istituzione di elevazione morale e spirituale che si fonda su tre principi: Fratellanza, Libertà e Uguaglianza, così come ci ricorda il conte Alessandro Cagliostro, Grande Iniziato. La Massoneria, oltre a praticare e predicare gli ideali di fratellanza e di emancipazione sociale, è un'istituzione essenzialmente spirituale in quanto studia e approfondisce il simbolismo arcaico e archetipico presente in noi da sempre. Lo psicanalista Carl Gustav Jung parla, infatti, di archetipi, che non sono altro che il bagaglio di simboli e allegorie insite nel nostro inconscio. È dunque un’Istituzione spirituale e culturale che ha fra i suoi scopi lo studio e l'interiorizzazione dei simboli arcaici, oltre che la fratellanza universale.
D. Universo Massonico” è il tuo primo saggio. Mi ha stupito la corposa bibliografia. 
R.  È essenzialmente una raccolta di articoli che ho scritto dal 2004 ad oggi. La bibliografia che ho raccolto è relativa ai saggi consultati in questi anni.
 D. Leggevo in questi giorni che la Massoneria sta per compiere tre secoli di vita…
R. Ufficialmente è nata a Londra nel 1717. Parliamo almeno della Massoneria cosiddetta speculativa, quella filosofica. Le prime logge massoniche operative, invece, sono precedenti e risalgono al Medioevo. Le logge operative erano formate da muratori, quindi da operai, maestri d'arte, ai quali dobbiamo la costruzione delle cattedrali gotiche. Attraverso le loro conoscenze gnostiche – che si rifacevano alla Geometria Sacra dell’Antica Grecia e dell’Antico Egitto – i massoni operativi hanno costruito le cattedrali gotiche con uno specifico simbolismo che ha precisi significati spirituali ed esoterici. Nel 1717, grazie all'interesse delle classi nobiliari per la Geometria Sacra e l'esoterismo, è stata costituita quella che adesso si chiama la Gran Loggia Unita d’Inghilterra.
D.   Cosa rende così longeva, immortale, questa istituzione? Qual è il motivo per cui dopo tre secoli di vita è ancora ben salda, tanto che proprio di recente si è tornato molto a parlare di Massoneria e massoni?
R. Perché l'uomo, fondamentalmente, ricerca la spiritualità. Le persone che non trovano la pace interiore nelle religioni, non riescono cioè a colmare le lacune spirituali,o a trovare risposte nella politica, trovano nella Massoneria il posto ideale, in quanto si tratta di un’istituzione che non impone nulla, è priva di dogmi. Questo è il motivo per cui moltissimi giovani si stanno avvicinando alla Massoneria. Diciamo che la Massoneria crede nel Grande Architetto dell’Universo che sarebbe il Dio universale. Però, di fatto, chi è questo Dio universale? Non è altro che l’anima umana, la ricerca del Divino che è in noi, come spiego diffusamente anche nel mio libro.
D. Ciò che non cambia nel corso dei secoli è l’attribuzione alla Massoneria di connotati negativi...
R. Diciamo che nel corso dei secoli c’è stata una sistematica operazione denigratoria nei confronti della Massoneria, in particolare da parte della Chiesa cattolica, la quale ha visto nella Massoneria – proprio per la sua incessante ricerca spirituale e gnostica – una potenziale concorrente. Il simbolismo che sottende tutte le religioni, in realtà, è un simbolismo che esiste da millenni. In Massoneria tale simbolismo è pane quotidiano, mentre la Chiesa cattolica se ne è appropriata, spesso per ragioni “politiche” e “mediatiche”. La Santa Inquisizione, nel XVIII secolo, ha quindi deciso di perseguitare i massoni, costringendoli a riunirsi segretamente. Si trattava solo di un pregiudizio della Chiesa cattolica nei confronti di chi ricercava una spiritualità gnostica, neopagana si direbbe oggi. Il primo martire della Massoneria è stato Tommaso Crudeli, poeta fiorentino. Altro martire da ricordare è il conte Alessandro Cagliostro, che tanti erroneamente o volutamente associano a Giuseppe Balsamo. In realtà Balsamo era un impostore che la Chiesa cattolica aveva assoldato apposta per denigrare il conte di Cagliostro, che invece era un vero Grande Iniziato. A lui si deve la fondazione della Massoneria di Rito Egizio, con lo scopo di riunificare tutte le Obbedienze massoniche del mondo. Non esiste, infatti, una sola Massoneria: purtroppo c'è ancora una certa acredine fra la Massoneria di matrice “tradizionale” e anglosassone e la Massoneria di matrice liberale o francese.
Un’altra ragione per la quale la Massoneria è stata guardata con un certo sospetto è data dall'entrata in gioco del potere politico di re e regine, in particolare cattolici, che si sono accaniti contro i massoni temendo volessero sovvertire l’ordine costituito, perché i massoni parlavano di uguaglianza e in ambiente aristocratico era impensabile poter frequentare un borghese o un operaio.
In tempi recenti, con il falso scandalo P2, i partiti politici italiani, già compromessi –  e parlo in particolare delle forze del cosiddetto “compromesso storico” –  hanno fatto di tutto per dare la colpa ai massoni della crisi politica che attanagliava il nostro Paese. In realtà il malaffare era unicamente politico. Tuttavia, attraverso un’operazione mediatica, si è preferito incolpare Licio Gelli e tanti altri cosiddetti “piduisti”, che poi sono stati tutti assolti perché non complottavano contro nessuno. La medesima cosa è successivamente accaduta nell'ambito dell'inchiesta condotta dal giudice Agostino Cordova,  nella quale si è voluto ingiustamente equiparare la Massoneria alla mafia. Altra inchiesta finita con assoluzioni. In realtà, personalmente, non conosco neanche un massone che occupi un posto di potere. Conosco invece molti disoccupati che sono massoni. In tempi di crisi, in effetti...
D. Cosa ti fa essere così certo che lo scandalo P2 sia stato un po’ tutto gonfiato e che Gelli non abbia fatto alcun complotto o nulla di quanto fu accusato? Hai avuto accesso ai documenti giudiziari dell’inchiesta?
R. L'inchiesta relativa alla P2 si è conclusa con le sentenze di assoluzione di tutti i componenti della Loggia Propaganda numero 2. Le sentenze emesse dalla Corte d'Assise di Roma risalgono al 1994 e al 1996 e sono pubbliche. L' “affaire” P2 fu un falso scandalo e a dirlo sono le sentenze stesse.
Se poi vogliamo parlare del cosiddetto “programma” di Gelli, ovvero il famoso Piano di Rinascita Democratica – che altro non era che una lista di buoni propositi, purtroppo mai attuati – possiamo dire che fu un programma di riforme liberali, fatto passare dai media e dai soliti politicanti come un piano golpista. Gelli servì come perfetto capro espiatorio di tutto il malaffare politico dell'epoca, in particolare della Democrazia Cristiana e anche in qualche modo del Partito Comunista, che non poteva sopportare i programmi e i propositi di matrice liberaldemocratica, proposti, peraltro, da un massone. In quegli anni – parliamo della fine anni ’70 inizi anni ’80 –  stava evidentemente per scoppiare Tangentopoli e, per evitare tale scandalo, la DC e  il PCI in particolare, decisero di fare ricadere la responsabilità sui soliti massoni, approfittando del fatto che tanto sono sempre stati odiati da tutti: dai fascisti, dai comunisti e dalla Chiesa cattolica. Ecco come è nato il falso scandalo P2.
Che poi Gelli avesse in piedi eventuali affari dal punto di vista profano è un altro discorso, ma che esula completamente da ciò che è stata la Loggia Propaganda numero 2 e la Massoneria in particolare. La cosa curiosa di tutto ciò è che di queste cose ne ha parlato solo il giornalista Pier Carpi, ed è stato oscurato da tutti i media.
Pier Carpi –  giornalista, scrittore, regista e fumettista, molto amico di Licio Gelli –   faccio notare è morto povero, per cui non ha ricevuto alcun aiuto da Gelli. Non si poteva dire fosse pertanto un “raccomandato”. In “Universo Massonico” parlo diffusamente di Pier Carpi e dei suoi saggi in cui racconta la vita di Gelli, del falso scandalo P2 e quindi cosa è realmente accaduto. Sono stato l'unico ad aver recensito tali libri, assieme al saggio del prof. Aldo A. Mola, che, con tanto di documenti, dimostra che anche la cosiddetta Commissione Anselmi fu una grande bolla di sapone.
Personalmente poi, sono un caro amico del Generale in pensione Umberto Granati, che peraltro era iscritto alla Loggia Propaganda 2. Sono l'unico, anche qui, ad aver recensito il suo libro, “Diario di un piduista”, ove racconta tutta la vicenda.
D. Mi citi testimonianze di persone che o facevano parte della P2 o erano legate da amicizia a Gelli. Non credi che questi legami sottraggano credibilità alla loro tesi?
R. Il prof. Aldo A. Mola è uno studioso accreditato in tutto il mondo, che certo non fece parte della Loggia Propaganda 2.Ne fecero parte invece il cantante Claudio Villa, il comico Alighiero Noschese, addirittura l'eroe dell'antiterrorismo e della lotta alla mafia Carlo Alberto Dalla Chiesa (mandato a morire in Sicilia, senza scorta, dal Governo Spadolini). Tutti criminali, costoro? Ma siamo seri, per favore.
D. Come hai accennato, la Massoneria è fatta spesso passare come un gruppo dove conviene entrare per essere tutelati e agevolati con reciproci scambi. Nel definire la Massoneria invece parli di un’adesione legata “solo” ad una condivisione di ideali. Di questo rimarranno delusi in molti che si chiederanno dov’è allora l’utile di entrare in Massoneria. In fondo per sentirsi appartenere a degli ideali non serve la Massoneria…
R. Chi entra in Massoneria per ricavarne vantaggi personali farebbe meglio a rivolgersi altrove. È al massimo fra i politici che ci si spartisce il potere, spesso, non certo fra massoni. L’ideale di base della Massoneria è costituito, è vero, dal reciproco aiuto, ma nel senso che tutti i massoni si considerano fratelli e mirano alla fratellanza universale. I massoni aiutano, attraverso il loro percorso spirituale e attività di beneficenza anche il prossimo, ovvero anche persone al di fuori della Massoneria. Come dicevo prima, la Massoneria è un’istituzione spirituale e filosofica. Chiaramente non è indispensabile entrare in Massoneria per portare avanti un certo tipo di principi e di valori. Voltaire, grande filosofo, entrò in Massoneria solo un anno prima di morire, infatti, rimanendo Apprendista per tutta la vita. Penso che il suo esempio dovrebbe essere d'insegnamento per molti. Profani e massoni.
Con questo non voglio dire che non ci sono state persone corrotte in Massoneria, purtroppo ci sono e ci sono state, come in qualsiasi altra associazione culturale, partito politico o sindacato. Ad ogni modo, se si entra in Massoneria per interessi privati, perché attraverso la conoscenza di persone importanti ci si aspetta una certa “convenienza”, allora credo che si sia sbagliato posto. In Massoneria si trovano persone di tutti i ceti sociali, per cui essendo un posto sociale,  un po’ come facebook, puoi stringere amicizia con persone importanti ed entrare in un certo giro importante. Può accadere in Massoneria, così come in qualsiasi altra associazione. Relativamente alla corruzione posso solo dire che è un aspetto purtroppo connaturato all'essere umano. In Massoneria, almeno, ti insegnano a trascendere l'umano per raggiungere il divino. Sta a te scegliere se elevarti e quindi “levigare la tua pietra grezza” –  come si dice in gergo massonico – oppure rimanere, nei fatti, un semplice profano corrotto.
D. Mi hai parlato di più Obbedienze massoniche. Quante esistono oggi in Italia?
R. Moltissime perché è sufficiente recarsi da un notaio per costituire, con regolare atto, un'Obbedienza massonica. Tuttavia ritengo che la regolarità massonica vada analizzata sotto il profilo storico-esoterico, oltre che spirituale e iniziatico. Da questo punto di vista le uniche Obbedienze massoniche storiche e accreditate sono il Grande Oriente d’Italia, fondato nel 1805, e la Gran Loggia d’Italia degli ALAM, fondata da Saverio Fera nel 1908 e originata da una scissione del GOI. Attualmente è peraltro l’unica Obbedienza massonica che permette anche alle donne di entrare.
D. Mi anticipi una domanda: tra le varie interviste riportate verso la fine del tuo “Universo massonico” citi un unico libro che ha trattato l’argomento donne e Massoneria (l’autrice è Francesca Vigni). Che ruolo hanno le donne? Possono entrare in Massoneria però non fare un certo percorso di carriera o vi è parità con gli uomini?
R. Nella Gran Loggia d’Italia possono entrare tranquillamente e intraprendere il normale percorso iniziatico. Per quanto riguarda il Grande Oriente d’Italia invece, purtroppo ancora oggi non è possibile. Il GOI ritiene, infatti, che il  simbolismo massonico sia solamente solare – e quindi maschile – e non lunare. Tuttavia se si osservano gli antichi culti solari, quello di Iside ad esempio, erano officiati da sacerdotesse, quindi da donne. Mi auguro che il GOI, pertanto, sani presto tale contraddizione massonica.
Nel mio secondo libro, “Ritratti di Donna”, all’ultimo capitolo parlo del mito della Donna Selvaggia, di cui racconta la dott.ssa Clarissa Pinkola Estés, psicanalista junghiana. Lei parla proprio degli archetipi simbolici che si rifanno per molti versi anche al simbolismo massonico, di matrice femminile. Per cui è veramente antistorico e assurdo che vi siano Obbedienze massoniche ove permangono ancora tali pregiudizi. In Francia, nel Grande Oriente di Francia, gemellato peraltro con la Gran Loggia d’Italia, è solo dal 2010 che fanno entrare anche le donne.
Nella Gran Loggia d’Italia le donne hanno iniziato ad entrare durante la gran maestranza di Giovanni Ghinazzi. Ad ogni modo ci sono dei precedenti storici che risalgono al Gran Maestro Giuseppe Garibaldi, allora Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, il quale iniziava le donne. Ha iniziato per esempio Madame Blavatsky, un’occultista russa di cui parlo molto anche in “Universo Massonico”, che ha combattuto con lui nella battaglia di Mentana. E poi c’è stato Ernesto Nathan, grande sindaco di Roma, mazziniano  e garibaldino, anche lui assolutamente favorevole all’entrata delle donne.
Sia nel primo sia nel secondo mio libro ho inserito l’intervista realizzata all’ex Gran Maestra della Gran Loggia Femminile d’Italia, Gabriella Bagnolesi – Obbedienza fondata, fra l’altro, da Franca Bettoja, moglie di Ugo Tognazzi.
D. Soffermiamoci su queste due Obbedienze massoniche storiche. C’è una prassi da seguire per entrarci, immagino.
R. La domanda di adesione può essere presentata anche via internet, oppure attraverso la conoscenza di un amico che fa già parte di un'Obbedienza massonica. Successivamente l'aspirante iniziato è chiamato ad un colloquio, ove si indagano le motivazioni che spingono il candidato ad entrare in Massoneria. Se al termine del colloquio permane l’intenzione dell'aspirante iniziato ad entrare nell'Istituzione, sono fissati successivi colloqui sino ad arrivare all’iniziazione. Tutto ciò è una sorta di pre-selezione legata semplicemente all’intenzione di capire chi si ha davanti, se le sue motivazioni sono mosse da effettivo interesse per il percorso massonico, se si hanno eventuali pendenze penali, ecc. A tal proposito si chiede, infatti, il certificato penale, che deve essere assolutamente pulito pena il rigetto della domanda.
D. Superati questi scalini selettivi si arriva all’iniziazione. Come avviene la cerimonia dell’iniziazione? Quali i particolari rituali?
R. Il rito d'iniziazione è molto particolare e ovviamente non può essere pubblico, così come anche le varie tornate di loggia, al fine di garantire il giusto raccoglimento meditativo da parte dei partecipanti. Non possono essere presenti persone estranee anche per evitare derisioni da parte di esterni nel vedere magari qualche massone anziano camminare facendo particolari rituali che rientrano nel cerimoniale. Per chi, infatti, non ha conoscenza della Massoneria, presenziare ad un rito di  iniziazione potrebbe far sorridere. In realtà, studiando e approfondendo il significato dei simboli, si comprendono le ragioni per cui vengono fatti in un determinato modo. I rituali d'iniziazione si trovano in numerose pubblicazioni massoniche reperibili in qualsiasi libreria. È chiaro che è sconsigliato all'aspirante iniziando di leggerlo prima, ma ciò solo in quanto, conoscendolo già, si perderebbe, per così dire, tutta la “magia” dell'iniziazione rituale”.
D. Si parla di carriera nella Massoneria. Come avviene la scalata?
R. Più che di carriera e di “scalata”, parlerei di percorso iniziatico, spirituale. La carriera ha senso se hai posizioni di potere, ma in Massoneria tutti sono liberi ed eguali. Vi sono solo gradi diversi, perché diversa è la profondità della meditazione che in ambito massonico si pratica. Ci sono quindi, in questo senso, diversi gradi che potremmo definire di “apprendimento”. Il primo grado è quello di Apprendista, che consente di assistere alle cerimonie senza però poter intervenire. Poi c’è il grado di Compagno e infine quello di Maestro. Questa è la cosiddetta Massoneria Azzurra. Poi ci sono, eventualmente, gli Alti Gradi, contenuti in vari Riti. La Gran Loggia d’Italia riconosce, dopo il grado di Maestro Massone, solo il Rito Scozzese Antico ed Accettato, che si rifà anche ad un certo simbolismo dei Templari nel periodo in cui si rifugiarono in Scozia per sfuggire alle persecuzioni di Filippo il Bello e dell'Inquisizione. Nel Grande Oriente d’Italia, invece, vi sono vari Riti oltre quello Scozzese: c’è il Rito di York, il Rito Simbolico Italiano, il Rito Noachita e il Rito Egizio di Memphis e Misraim.
Il funzionamento è un po’ come l’università: una scuola dove approfondisci sempre di più gli studi.  L’unico divieto in Massoneria è parlare di religione o di politica, perché sono due argomenti che creano divisione e, dovendo essere preservata l’unità tra fratelli e sorelle, si evitano. Non parlare di religione tuttavia non vuol dire essere ateo, perché per entrare in Massoneria è necessario avere una visione spirituale della vita.
D. Se non si può parlare di politica perché ritenuto un argomento fonte di conflitti e divisioni tra fratelli e sorelle, non è un controsenso poi accettare l’ingresso di politici?
R. I politici sono pur sempre persone  e come tali hanno la possibilità di entrare in qualsiasi tipo di associazione, purché ne rispettino le regole. Regole che in Massoneria sono chiare: in loggia non si parla né di politica né di religione. Puoi parlare di spiritualità e di questioni sociali, ma è un altro tipo di discorso.
D. La parlamentare del M5S Tiziana Ciprini agli inizi di giugno ha scatenato un nuovo chiacchiericcio sui massoni, perché durante un intervento in aula a Montecitorio, ha fatto il gesto di infilare la mano nella giacca, e lo stesso ha fatto il suo collega di partito seduto accanto. I media hanno parlato di gesto massonico, facendo notare che anche Grillo lo fece durante la trasmissione di Bruno Vespa nella quale fu ospitato, e sono state comparate foto di personaggi storici, dichiarati massoni, nell’atto dello stesso gesto, da Napoleone a Karl Marx, George Washington, Mozart, Cavour, Giuseppe Mazzini, fino ad arrivare a Berlusconi. Casualità o un reale linguaggio in codice della massoneria?
R. Veramente, fra i personaggi storici che citi, vi sono anche non massoni, a onor del vero. Penso a Mazzini, ad esempio, ma non solo. A parte questo, non mi risulta che il gesto della signora Ciprini sia, ad ogni modo, un gesto – per così dire –  “massonico”. Anche se lo fosse sarebbe assurdo, visto che i cosiddetti gesti rituali si fanno solo in loggia, se non altro perché è li che hanno un significato.
D. Se i simboli massonici hanno significato solo in loggia, perché allora, come dichiari anche nel tuo libro “Universo Massonico”, esistono numerosi simboli massonici disseminati nella letteratura e in alcune opere musicali contemporanee? E perché questa esigenza di lasciare simboli nelle opere, di utilizzare cioè un linguaggio in fin dei conti decodificabile solo da una nicchia di persone?
R. La letteratura e la musica sono forme di espressione artistiche e la Massoneria è chiamata anche Arte Reale, ovvero l'arte di coloro i quali costruiscono il proprio Tempio interiore. Quali arti migliori della letteratura e della musica per trasmettere, dunque, ideali e principi così alti e profondi, anche e proprio attraverso l'emozione di un romanzo o di una composizione musicale? È pratica antichissima che gli artisti nascondano nelle loro opere messaggi di tipo esoterico, anche non strettamente massonici. Fra i musicisti contemporanei che, attraverso le loro opere, trasmettono messaggi esoterici posso citarti un caro amico: Fabio Mengozzi, giovane astigiano la cui musica è riconosciuta e suonata a livello internazionale. E, oltre ad averlo intervistato di recente, gli ho dedicato un'intera sezione del mio “Universo Massonico”. Lui, fra l'altro, a sua volta, mi dedicò la composizione “Segreta Luce”, come si può osservare anche nel frontespizio dello spartito musicale – presente anche in un video su Youtube – che reca il mio nome.
 
Il blog di Luca Bagatin è http://lucabagatin.ilcannocchiale.it/

Sono stati citati i seguenti saggi di Luca Bagatin:
Universo massonico, Bastogi Edizioni, Foggia, 2012, pagg. 156, Euro 15,00
Ritratti di Donna, Ipertesto Edizioni, Verona, 2014, pagg. 146, Euro 9,50


Luca Bagatin e sulla sinistra l'ex Gran Maestro della Loggia d'Italia degli ALAM, Luigi Pruneti
Luca Bagatin con a sin. l'ex Gran Maestro della Loggia d'Italia degli ALAM, Luigi Danesin
Luca Bagatin con a sin. l'attuale Gran Maestro Antonio Binni - giugno 2014
Luca Bagatin con a destra un collaboratore d'eccezione del suo blog, l'attore Peter Boom, scomparso nel 2011
Luca Bagatin ospite di Radio Radicale

Luca Bagatin con Ilona Staller e  l'artista Ursula Davis

"Per me la Massoneria è come una bella donna: merita d'essere conosciuta, approfondita, intimamente amata e difesa sempre e comunque. Perché la sua essenza è Divina. Quanto alle eventuali deviazioni degli uomini, degli individui in genere...è cosa che francamente non mi interessa"

(Luca Bagatin)



12 maggio 2013

Gesù il maestro muratore

Non sappiamo quali e quanti viaggi abbia compiuto Gesù prima dei trent'anni.
Se sia stato, come sostengono alcuni, in India, nel Tibet oppure finanche in Britannia.
Ciò che è certo è che la sua erudizione e preparazione spirituale non erano comuni e di certo non erano comuni per un semplice falegname, figlio di falegname.
Gesù conosceva, ad esempio, gli Antichi Misteri degli Egizi, dei Caldei, degli Indù, dei Pitagorici in particolare.
Quali, poi, le corrispondenze fra la geometria pitagorica ed il druidismo e fra i Druidi e Gesù stesso, è il tema centrale di "Gesù il maestro muratore" di Gordon Strachan - professore di Architettura presso l'Università di Edimburgo - edito in Italia dalle Edizioni Arkeios.
Nel volume sono riscontrate non poche similitudini fra i misteri druidici e l'insegnamento diffuso da Gesù. Entrambi i culti erano monoteisti e fondati sulla Trinità; entrambi erano affini alla Legge di Mosè; entrambi erano culti trasmessi inizialmente per via orale, come oggi avviene per il moderno culto massonico; entrambi fondavano la loro dottrina sulla Redenzione e su un Salvatore...di nome Yesu, guarda caso.
Strachan fa risalire alla scuola pitagorica tali dottrine, giungendo a identificare la figura di Gesù con Pitagora stesso.
Secondo la scuola pitagorica, tutte le cose sono ritenute numeri e le conoscenze relative alla geometria pitagorica sono state attinte dall'arte della costruzione degli Egizi, dei Caldei e dei Fenici. In questo senso, l'autore del volume, si sofferma nello studio del simbolismo numerico pitagorico contenuto nella Bibbia, con l'ausilio di studiosi e filosofi quali ad esempio la francese di origini ebraiche ma di fede cattolica Simone Weil.
Uno studio affascinante e complesso al contempo, fatto di calcoli matematici, geometria, simbolismo occulto e celato agli occhi dei profani.
Un simbolismo conosciuto da Gesù il quale, nel libro, si ipotizza essere o Pitagora stesso, o comunque un appartenente alla scuola pitagorica. Una sorta di Libero Muratore ante litteram, capace di realizzare Templi e teatri sulla base della Geometria Sacra, ovvero detentore di quelle conoscenze spirituali alle quali potevano attingere solo i Massoni Operativi, ovvero coloro i quali diverranno i costruttori delle cattedrali gotiche durante il Medioevo e, successivamente, nel XVII e XVIII secolo, i Massoni Speculativi, fondatori della moderna Massoneria.
Quello di Gordon Strachan è uno studio completo, che condurrà lo studioso ed il lettore in un percorso fatto principalmente di studi relativi all'architettura ed alla geometria. Un percorso che, dalla Palestina di Gesù e dall'Antica Grecia pitagorica, lo condurrà sino alla Britannia, per scoprire le corrispondenze fra i culti degli esseni, quelli degli antichi greci e quelli druidici. Delle corrispondenze che trovano il loro cuore centrale e pulsante nella figura di Gesù, il Messia detto "Il Cristo".
Il primo, forse, fra i Liberi Muratori che la Storia - e la Storia della Massoneria in particolare - abbia mai conosciuto.

Luca Bagatin



11 marzo 2013

BREVI NOTE SU GUGLIELMO OBERDAN di Carlo A.R. Porcella

Riceviamo e pubblichiamo volentieri l'articolo "Brevi note su Guglielmo Oberdan" - patriota mazziniano ed irredentista - inviatoci, in esclusiva, dallo storico Carlo A.R. Porcella.

L.B.

BREVI NOTE SU GUGLIELMO OBERDAN

di Carlo A.R. Porcella


Ricorre in questo anno il 130/mo anniversario della morte di Oberdan, parlare oggi del processo che lo condannò a morte è ancora per l’Austria molto imbarazzante poiché riapre una delle pagine di cattiva giustizia che purtroppo molte volte caratterizzano la storia delle nazioni anche europee. Tuttavia per completare l’informazione occorre precisare che il comportamento di Oberdan, durante la fase processuale, fu tale, voluto da lui stesso, per peggiorare le condizioni giudiziarie.

Guglielmo Oberdan o forse più esattamente come fu realmente registrato alla nascita Oberdank ma al di là della rappresentazione grafica nelle lingua nazionale del suo cognome egli resta sempre un patriota per cui due popoli, come disse Carducci, allora chiamavano giustizia a Dio.

Personalmente, per rispetto del volere dell’eroe in quanto segue parlerò sempre di Oberdan perché un giorno egli affermò che scrivere il cognome con la k finale era d’austriaco.

Egli nacque a Trieste il primo febbraio del 1858 e fu battezzato il giorno sette dello stesso mese nella parrocchiale di S. Antonio Nuovo, .con i nomi di Dionisio, Guglielmo e Carlo.

Il primo nome in ricordo del nonno paterno il secondo in ricordo del padrino, Guglielmo Rossi, mercante triestino. La madre era Gioseffa Oberdank, nata a Gorizia nel 1830 residente nella borgata di Sampasso da moltissimi anni con cittadinanza italiana. Cittadinanza confermata dall’ufficio anagrafico di Gorizia, infatti nei “ censimenti “ dell’impero la famiglia aveva sempre dichiarato di essere di nazionalità italiana. Il padre naturale era Falcier Valentino (o Falzier) era veneto di professione panettiere e allora prestava servizio nell’armata austriaca.

Poiché il matrimonio tra i genitori non fu contratto, Guglielmo assunse il cognome della madre, quando aveva già quattro anni, la madre si sposò regolarmente con Francesco Ferencich da cui nacquero altre figli che ebbero sempre un ottimo rapporto con Guglielmo.

Occorre anche evidenziare che nel censimento del 1865 il Ferencich inserì Guglielmo nel foglio di famiglia, atto questo che lascia ampiamente ipotizzare anche la volontà di legittimarlo, presumibilmente ostacolato da difficoltà di carattere legale dell’epoca. Pertanto è possibile affermare che ombre o dubbi sulla nazionalità di Guglielmo sostanzialmente non sono tali da attribuirgli nazionalità diversa da quella Italiana. Per completezza delle informazioni è doveroso ricordare che spesso il cognome della madre Oberdank è stato scritto anche con la ck finale e qualche volta anche con ch finale ma ciò non contrasta con il fatto che la famiglia d’origine della madre da diverse generazioni era iscritta fra quelle di nazionalità italiana. Certo tale “discussione” spesso anche con toni accesi non scalfì mai l’amore di Guglielmo per l’Italia. –

Le modeste condizioni economiche della famiglia non impedirono ai genitori di avviare Guglielmo agli studi anche se l’inizio non fu incoraggiante, tuttavia egli concluse i suoi studi il 20 luglio del 1877 con il massimo dei voti e fu proclamato maturo con distinzione per l’ammissione ad un Politecnico. Dai documenti scolastici e dalle testimonianze dei compagni di studio si evidenzia un carattere generoso con fermezza d’animo esemplare, l’amore per il bello e l’ardore per le idealità civili. Fu sempre amato ed apprezzato dai suoi maestri e benché di condizioni economiche modeste fu ammesso ai salotti letterati e politici della città, ove le sue doti umane e culturali furono sempre apprezzate. Ricordi relativi a quel periodo sono in gran parte della pittrice Argelia Butti e di Piero Vendrame, ma tale periodo nella sua formazione spirituale assume notevole importanza poiché allora si realizzò la coscienza politica di Guglielmo, grazie anche ad una profonda conoscenza degli scritti di Mazzini che con notevoli difficoltà riuscivano ad evitare i sequestri della polizia austriaca o a passare quasi indenni tra la corrispondenza privata. Dagli scritti di Mazzini Oberdan apprese la religione del sacrificio inoltre apprezzò molto l’opera del Guerrazzi ricordando anche che questi nell’opera Lo Assedio di Roma aveva voluto rendere omaggio ai triestini che avevano difeso Roma ed in particolare a Giacomo Venezian deceduto per le ferite riportate nello scontro del Vascello. Benché giovanissimo Oberdan non poteva avere un concetto ed un criterio politico completo e ben definito

Riuscì a perseguire un ideale che era quello della patria irredenta che con impegno costante si dedicò ad esso. Tuttavia nell’autunno del 1877 (il 12 ottobre) a soli diciannove anni Oberdan per proseguire gli studi presso il Politecnico si recò a Vienna ove seguì con regolarità gli studi almeno fino al luglio dell’anno successivo. Gli studenti italiani a Vienna erano numerosi ed in quel periodo molti avevano legami di amicizia con i polacchi presenti nella capitale austriaca, e tutti speravano che il trattato di Berlino in corso di definizione decretasse l’unità politica e l’indipendenza della Polonia. Quando il 1 luglio 1878 fu comunicato ufficialmente che il Congresso di Berlino aveva dato mandato all’Austria di invadere la Bosnia Erzegovina per sedare le agitazioni interne a tale regione, l’Austria proclamò una mobilitazione ridotta per poter adempiere al mandato ricevuto (era stato concordato con Germania ed Inghilterra). Inoltre il giorno 16 dello stesso mese fu vietato alla stampa austriaca di pubblicare qualsiasi notizia in merito ai preparativi militari in corso.

A Trieste tale circostanza provocò notevole disagio tra i giovani poiché vedevano abolito il diritto a non prestare l’obbligo del servizio militare che era stato in vigore per Trieste fino ad alcuni decenni prima, inoltre i giovani istriani e dalmati non gradivano indossare l’uniforme austriaca..

Sempre il 16 luglio 1878 un proclama di Garibaldi ed Avezzana unitamente ad un appello del Comitato Triestino per le Alpi Giulie con parole forti invitava i giovani trentini, triestini ed istriani ad insorgere. Tali appelli produssero numerose diserzioni nell’esercito austriaco tanto che l’Imperatore chiese al presidente del consiglio di essere costantemente informato in merito.

A tal punto è necessario evidenziare quali erano gli obblighi militari di Guglielmo verso il governo austriaco. Al compimento del ventesimo anno i giovani residenti nelle terre irredente avevano l’obbligo di sottoporsi all’esame personale per la leva ed Oberdan adempì a tale obbligo il 26 marzo 1878. Pertanto fu arruolato nel reggimento di fanteria Maresciallo Giuseppe barone Weber . Reparto questo a cui erano assoggettati tutti i giovani delle province meridionali dell’impero asburgico. Inoltre ad Oberdan fu riconosciuto il diritto di un anno di volontariato e fu iscritto fra i volontari a proprie spese. La chiamata alle armi, era prevista per l’ottobre 1880 ed era possibile anche ottenere una dilazione per il completamento degli studi, ma la mobilitazione parziale indetta dall’Austria anticipò la chiamata alle armi al luglio del 1878. Sul ritorno di Oberdan da Vienna a Trieste e la successiva fuga in Italia sono state riportate diverse narrazioni pertanto ritengo più corretto considerare la narrazione fatta dal patrigno di Oberdan alle autorità austriache anche perché essa è quella più documentata. La deposizione resa dal patrigno il 13 settembre 1878 al Tribunale provinciale di Trieste riporta che il foglio di chiamata fu inviato dal padre a Vienna preavvisandolo a mezzo telegrafo. Pertanto Oberdan ritornò a Trieste e si presento subito in caserma. Inoltre gli fu concessa la possibilità di dormire a casa ove aveva una sua cameretta. Una sera ritornando tardi da Sesana il patrigno, notata l’assenza di Guglielmo, chiese notizie a sua moglie che rispose dicendo che Guglielmo verso le 19 era arrivato a casa aveva indossato gli abiti borghesi per recarsi con amici alla trattoria Wastl, dopo tale comunicazione andò a letto tranquillo, ma al mattino successivo notò che Guglielmo non era ritornato a casa. Dopo qualche ora un caposquadra venne a chiedere di Guglielmo ma non essendoci, andò via per ritornare dopo circa due ore e ritirare l’uniforme e per invitarmi a presentarmi in caserma, cosa che fu fatta regolarmente.

Quella notte Guglielmo con altri due compagni fuggì in barca e dopo tre notti di viaggio fortunoso sbarcarono su una spiaggia tra Fano e Senigaglia successivamente proseguirono per Ancona.

In questa città furono accolti calorosamente dal direttore del “Lucifero” Domenico Basilari (tale giornale repubblicano è ancora in vita ed io lo ricevo regolarmente) unitamente al conte Bosdari ed all’avvocato Aurelio Salmona per il quale Oberdan aveva una lettera di presentazione. In Ancona era presente una numerosa comunità di profughi istriani giunta in quei giorni per gli stessi motivi.

In occasione di un comizio conobbe Matteo Renato Imbriani Poerio che il 21 maggio del 1877

Aveva fondato a Napoli l’Associazione “Pro Patria Irredenta” da allora i due non solo furono amici ma l’amicizia divenne quasi una venerazione per entrambi tanto che ogni azione progettata o attuata da Oberdan fu sempre concordata e preparata con Imbriani.

Imbriani è anche colui che per primo nel 1872 utilizzo il termine “irredentismo” per esporre le aspirazioni dei cittadini istriani e dalmati dell’impero asburgico.

Un amico di Oberdan residente in Roma, appreso del suo arrivo lo invitò a raggiungerlo, ma egli preferì restare in Ancona fino all’autunno. Giunse poi a Roma si unì ai numerosi esuli triestini ed istriani e con alcuni abitò in una cameretta di una casa tra Montecitorio e Piazza Navona.

Presto fu noto fuori della cerchia degli esuli tanto da partecipare con un proprio discorso alla commemorazione dei fatti di Villa Glori del 1867 .

Inoltre cercò di continuare i suoi studi e per vivere si procurò lezioni e lavori di disegnatore ebbe anche un sussidio di emigrazione erogato tramite il Comitato Triestino Istriano per le Alpi Giulie in Roma . Tale associazione nel gennaio del 1879 si costituì in Società assumendo la denominazione Associazione per le Alpi Giulie, Unione di Roma e per raccogliere fondi pubblicò anche una strenna a cui Oberdan partecipò attivamente. L’ingegno di Guglielmo fu ben presto apprezzato, tanto che durante l’ultimo anno ricoprì l’incarico di assistente di chimica presso il Regio Istituto Tecnico di Panisperna, fece alcuni lavori per la Direzione di statistica e fu anche disegnatore presso il ministero dell’agricoltura e commercio. Chi lo vide in Roma dal 1878 al 1882 narra che egli era sempre raggiante di entusiasmo, e che i suoi occhi cerulei si figgevano sempre in un punto ignoto e lontano, quasi a cercarvi un ideale irraggiungibile. Oberdan non pensava, non viveva che per la sua Trieste. Era quello l’ideale purissimo per cui egli non si lagnava della miseria, non sentiva tutta la sua sventura, per cui trovava di poter vivere. La vita esemplare, l’ingegno pronto, la seria tempra di studioso, la franca collegialità, i sentimenti magnanimi, gli entusiasmi patriottici, il complesso carattere insomma di giovane virtuoso che era in lui fecero si che non solo tra i suoi compaesani e compagni di lotta , ma anche fra la gioventù universitaria romana Guglielmo fosse ben voluto e stimato, tanto che negli ultimi tempi, quale socio del Circolo Universitario Democratico ne divenne rapidamente un esponente di primo piano. Le sue parole vibravano come dardi, parlava di rado ma con senno e spesso della sua Trieste, era uno dei migliori studenti. Condannò l’alleanza italo austriaca poiché provava uno sdegno profondo, come davanti ad un crimine di lesa patria. Negli anni romani lo spirito di sacrificio si radicò in Guglielmo per cui ritenne necessario che per la causa di Trieste fosse necessario un martire, allora nel suo animo restò ferma la risoluzione suprema, come da vero matematico la definì Cavallotti, per cui quando gli eventi furono per lui maturi passò all’azione.

Oberdan partecipò anche ai funerali di Garibaldi in Roma, portava la bandiera di Trieste abbrunata gli era stato accordato un posto d’onore dietro al feretro, subito dopo la rappresentanza della municipalità parigina. Quando il corteo passò davanti piazza Colonna egli notò che ai balconi di palazzo Fiano sede dell’ambasciata austriaca vi erano l’ambasciatore e gli impiegati, alzò lo stendardo minacciosamente in atto di sfida tanto che i poggioli si spopolarono immediatamente.

Nel maggio dell’anno precedente a Trieste su iniziativa del barone de (von) Pretis Cagnodo si preparavano i festeggiamenti per il quinto centenario dell’appartenenza all’Austria di Trieste mediante l’allestimento di una esposizione, logicamente la parte democratica dei cittadini ed una buona parte del Consiglio Comunale fu contraria ma le pressioni da Vienna nonché i contributi dei ministeri resero possibile il primo agosto del 1882 l’inaugurazione dell’Esposizione da parte dell’Arciduca Carlo Lodovico d’Austria. Tuttavia già nei giorni precedenti le organizzazioni irredentistiche presenti in Trieste erano decise a non rendere tranquilla la manifestazione, infatti nella note tra il 29 e 30 agosto era stato distrutto il vessillo sociale della società Unione Operaia Triestina, sodalizio fortemente austriacante, inoltre nella città furono distribuiti molti proclami delle associazioni irredentiste. La sera del giorno 2 agosto alle 21 mentre la fiaccolata dell’ Adunata dei veterani austriaci, partita dalla Caserma Grande e si dirigeva verso il Corso per rendere omaggio all’arciduca Carlo Lodovico, fu gettata una bomba in prossimità di via San Spiridione causando la morte di uno spettatore e ferendo dodici persone tra i quali il presidente dell’associazione dei veterani Raeeke ed il direttore del giornale Triester Zeitung dott. Dorn. Tale azione fu preparata dall’Oberdan che riuscì a varcare il confine dopo essersi sbarazzato della bomba all’Orsini non utilizzata buttandola in mare.

Tuttavia il ritorno in Italia di Oberdan fu tempestivo tanto che lasciò presso l’anziana signora Caterina Anagno nata Cerkvenik una valigetta contenete alcune lettere a lui indirizzate. A causa del successivo sfratto per morosità dell’Anagno nel successivo mese di settembre le lettere furono consegnate alla polizia e furono poi oggetto di tre interrogatori dopo l’arresto di Oberdan nel mese successivo.

Logicamente la polizia austriaca indagò con impegno senza riuscire almeno allora ad individuare l’autore o gli autori di quell’episodio. L’unico risultato concreto raggiunto fu un maggiore controllo della stampa irredentistica clandestina che veniva introdotta nella città di Trieste e per tali fatti alcuni marittimi furono denunciati.

Dopo la fuga da Trieste Oberdan per qualche tempo soggiorno in Friuli prima a Udine e poi a San Daniele ove fu ospite di Maria Ongaro superstite di una famiglia di patrioti friulani che avevano partecipato anche all’insurrezione mazziniana del 1864 nonché parente dei Delfino di Trieste. Si narra che Oberdan fu accolto con molto entusiasmo anche dalle figlie della signora Maria e pronunciò la seguente frase:

Beate loro che hanno la patria libera e che hanno avuto un Andreuzzi e tanti altri che seppero lottare e cooperare per la redenzione della patria. Bisognerebbe che anche Trieste avesse tali uomini e sopra a tutto bisognerebbe che anche Trieste avesse un martire.” .

Dopo il soggiorno in San Daniele, partì per Udine per recarsi prima a Napoli poi a Roma e per qualche giorno a Genova per poi ritornare a Roma. Qui verso la fine di agosto, fu presentato agli amici di un giornale repubblicano “il Dovere” a cui espose il suo progetto ideato con Ragosa e già approvato anche dai comitati triestini. Tuttavia si ritenne opportuno richiedere anche il parere dei principali esponenti del partito repubblicano che erano a Forlì questi ultimi disapprovavano il progetto, ma Guglielmo ancor più di Ragosa era fermamente deciso ad attuarlo. Il dodici settembre venne ufficialmente annunciata, con relativo programma, la visita dell’imperatore a Trieste per celebrare degnamente il quinto centenario della presenza austriaca a Trieste, l’arrivo dell’imperatore era previsto per il giorno 17 settembre.

Oberdan e Ragosa, partirono per Udine per vie diverse Ragosa via Orte Firenze Bologna e Oberdan

passando per Pisa Genova Milano Verona giunsero a Udine al mattino del giorno 15 settembre ma in ore diverse. A Udine si incontrarono con il Pontotti su indicazione di Imbriani. Pontotti comunicò ai due che dopo l’attentato del 2 agosto i confini con l’Austria erano presidiati con particolare attenzione inoltre la stessa polizia italiana vigilava costantemente sull’attività delle organizzazioni irredentistiche. A Udine prestava servizio un ispettore di pubblica sicurezza toscano Giamboni già al servizio del granduca e secondo alcuni fu questi ad informare la polizia austriaca della presenza di Oberdan.

Solo così può essere spiegato il sicuro arresto di Oberdan. Anche Cavallotti nel suo discorso a Pistoia parla dell’iscariota indicando Giamboni. Tuttavia il prefetto di Udine Gaetano Brussi, cospiratore e fervente patriota inviò due suoi agenti fidati per fermare Oberdan ma questi giunsero troppo tardi.

Molti storici o meglio la gran maggioranza di essi ritiene che ci fu un vero e proprio caso di delazione da parte di qualcuno che conosceva il piano si dice anche di un telegramma “convenzionale” fu inviato da Roma a da Venezia per segnalare la partenza di Oberdan.

Inoltre è da ricordare che in quel periodo l’azione del governo Depretis provocò lo sdegno della Società Friulana dei Veterani e Reduci delle Patrie Battaglie tanto da emettere un ordine del giorno con il quale si biasimava e si protestava per il controllo da parte della polizia di cittadini che avevano combattuto per la patria. Il 15 settembre Oberdan e Ragosa si recarono a Buttrio ove furono ospitati dal farmacista Giordani e cercarono anche un contrabbandiere per varcare il confine.

(QUANTO SEGUE è negli atti giudiziari dell’epoca poiché esistono diverse versioni sull’arresto di Oberdan ma tutte con scarsa documentazione attendibile anzi molto spesso incompleta)

La persona trovata fu Angelo Tavagnacco che a causa delle pessima condizioni atmosferiche di quella notte rinviò il passaggio del confine al giorno seguente. Il mattino seguente alle cinque partirono per varcare il confine. Oberdan nel lasciare la casa del Giordani lasciò alcuni oggetti oltre al bastone ed una piccola valigia con un libro che furono tutti nascosti dalla moglie del Giordani quando si ebbe notizia dell’arresto di Oberdan.(tali oggetti sono ora custoditi nel museo civico di Udine).

I due patrioti e la guida giunsero a Versa verso le sette del mattino ed ivi Oberdan pagò il contrabbandiere per proseguire il viaggio in vettura condotta dal vetturale Sabbadini che alle ore dieci giunse a Ronchi presso la locanda di Giovanni Berini ove Oberdan si fermò perché stanco e Ragosa proseguì il viaggio per Trieste con altra vettura.

Intanto il contrabbandiere guida Tavagnacco nel suo viaggio di ritorno a Buttrio incontrò l’agricoltore Giorgio Gregoratti e il fattore del conte Agricola di Udine Antonio De Marco

che lo interrogarono su quelli che aveva accompagnato. Il Tavagnacco riferì ai due che uno dei forestieri, Oberdan, lo aveva avvertito che in caso di incontro con la forza pubblica occorreva separarsi e scappare. Successivamente il Gregoratti riferì tutto al ricevitore doganale di Chiopris mentre il De Marco riferì al podestà di Lodovico Serravalle obbligando il Tavagnacco a ripetere quanto detto prima.

Successivamente il De Marco ed il Serravalle, si recarono a Gradisca per denunciare tutto al capitano distrettuale avvertendo anche il podestà di Versa Gian Natale Baldassi. Questi invio un messo comunale ad avvertire il capo dei gendarmi di Versa Tommasini, che era per servizio a Gradisca intanto a Versa veniva fermato il vetturale Sabbadini di ritorno da Trieste.

Il capo dei gendarmi Tommasini ricevuta la notizia si recò a Gradisca ove incontrò tutti i sopra citati per poi farsi accompagnare dal Sabbadini a Ronchi all’osteria dove i due giovani si erano fermati. Tommasini ipotizzando di essere in presenza di disertori dell’esercito italiano,. giunti all’osteria si recò nella stanza di Oberdan, dopo averlo fatto riconoscere dal Sabbadini, chiese le generalità e gli furono mostrati documenti intestati a Giovanni Rossi. Qualche istante dopo Oberdan tirò fuori un revolver senza riuscire a sparare per cui seguì una violenta colluttazione che terminò con l’arresto di Oberdan grazie all’intervento dell’oste e di due avventori dicui uno era il Gregoratti e l’altro un certo Minassi.

Oberdan fu pertanto condotto dal consigliere di Luogotenenza Vintasgau che dispose una immediata perquisizione della stanza in cui era stato Oberdan rinvenendo così le due bombe e le munizioni portate al seguito. Verso le cinque del pomeriggio giunse anche il giudice conte Dandini che iniziò l’istruttoria interrogando l’arrestato che continuò a chiamarsi Giovanni Rossi, senza curarsi in alcun modo di limitare le proprie responsabilità anzi esagerò volutamente i suoi intendimenti e l’italianità di Trieste. Pertanto fu indiziato di alto tradimento e sottoposto a custodia preventiva. Intanto Ragosa giunto a Trieste proseguì per l’Istria ma durante il viaggio seppe dell’arresto di Oberdan si nascose da amici per tre giorni per poi fuggire in barca a Venezia e proseguire poi per Roma. Ancora oggi non si conosce con esattezza quanto Oberdan si fece riconoscere con le proprie generalità, presumibilmente quando fu certo il suo trasferimento a Trieste, il primo verbale di interrogatorio in cui appare il suo vero nome è quello del 27 settembre

I giornali triestini avevano già pubblicato il suo nome il 18 settembre giorno successivo al suo arrivo a Trieste che coincise anche con la visita del sovrano asburgico. Oberdan fu sottoposto ad interrogatorio ancora il 30 settembre dagli organi giudiziari civili. Il 7 ottobre fu consegnato alle autorità militari e solo il 9 ottobre fu interrogato dagli organi giudiziari militari, Quello stesso giorno indirizzò una lettera alla madre per ringraziarla della visita fatta dal padre. Il processo ad Oberdan ancora oggi per l’ Austria rappresenta un processo svolto con molte ombre sul rispetto delle norme penali dell’epoca, esse apparvero già sulla stampa viennese del giorno 19 ottobre ossia il giorno successivo della visita della madre a Guglielmo il 15 ottobre con lo scopo di indurlo a chiedere la grazia. Al termine della visita la madre cadde svenuta e successivamente si recò a Vienna accompagnata da un legale per consegnare una domanda di grazia all’imperatore e al conte Taaffe, il primo era a Budapest per cui la domanda fu spedita ed il secondo ricevette la donna per dichiararle di non essere utile perché trattatasi di questione militare per cui era opportuno sperare nella grazia dell’imperatore. Secondo alcuni organi di stampa dell’epoca la sentenza era già stata pronunciata dal Tribunale Militare supremo di Vienna il 20 ottobre. Inoltre ci fu disparità di giudizio tra i componenti del collegio giudicante. Infatti il comandante militare di Trieste già ex capo di stato maggiore generale Schonfeld si sarebbe rifiutato di firmare la condanna a morte, e un vecchio uditore giudiziario di Innnsbruck, consultato per un parere dichiarò inammissibile la condanna a morte, inoltre il procuratore di stato Schrott sosteneva che la pena massima da concedere era di 20 anni di fortezza. Questi tre esponenti del mondo giudiziario poco tempo dopo dalla sentenza capitale, furono trasferiti ed uno di essi collocato in quiescenza. La sentenza di morte costituiva una evidente forzatura della norma relativa al reato di lesa maestà, ciò soprattutto in considerazioni del fatto che le prove certe erano solo costituite dalla diserzione, dalla resistenza a mano armata a pubblico ufficiale, di possesso illegale di ordigni esplosivi e di aver espresso l’opinione di voler attentare all’imperatore. Occorre anche ricordare che per lungo tempo i giovani triestini erano stati esentati dal servizio militare ed una alterazione di tale “privilegio” fu proprio la mobilitazione per la Bosnia Erzegovina.

A caratterizzare le anomalie del processo fatto ad Oberdan è anche un difetto di competenza giurisdizionale infatti il tribunale competente doveva essere quello di Gorizia poiché Monfalcone dipendeva da esso. Effettivamente il giorno 17 settembre il giudice istruttore di Gorizia avuta notizia dell’arresto si recò con il procuratore di stato si recò a Ronchi per i rilievi del caso anche in accordo con il giudice di Monfacone , ma quello stesso giorno giunse l’ordine non dal tribunale ma dal direttore di polizia in accordo con il procuratore superiore di stato il trasferimento di Oberdan a Trieste. Il procuratore superiore Schrott inoltre elimina di autorità ogni obiezione e invia il processo alla procura di Trieste. Il giorno seguente il tribunale di Gorizia ratifica il trasferimento a Trieste ai sensi dell’articolo 56 del codice di p.p. senza però accertare se la fattispecie del caso Oberdan è tra quelli previsti dal codice per il trasferimento. Inoltre dai documenti relativi all’avvio del processo a Trieste non si fa alcuna menzione al reato di diserzione, ciò fu dovuto al fatto che il tribunale di Trieste voleva accampare meriti presso la corte. Infatti le autorità militari per ben due volte sollecitarono la consegna del prigioniero e solo il 4 ottobre fu consegnato ad essa, in tale circostanza tutti i documenti della consegna furono retrodatati al primo ottobre. Tutte queste irregolarità generano notevoli dubbi sulla correttezza del comportamento delle autorità austriache.

A condannare Oberdan furono sicuramente le sue continue dichiarazioni di ostilità verso il governo e l’imperatore austriaco rese alle autorità inquirenti. Non dimentichiamo che nel 1849 dopo la caduta di Venezia a Udine fu fucilato, con sentenza di un tribunale militare Giacomo Grovic solo perché aveva parlato male dell’Austria mentre vigeva ancora la legge di guerra. Il processo a Oberdan già allora manifestò alcune pesanti ombre tanto che il giornale Allgemeine Zeitung riportò un articolo molto critico che si terminava con la seguente frase: “la situazione di Trieste richiede luce e non misteri”. L’atteggiamento non corretto della autorità giudiziaria fu essenzialmente dovuta al fatto che il ministero della giustizia austriaca già dopo l’episodio del due agosto aveva la ferma intenzione di sottrarre i processi all’ambiente locale, tale comportamento costituiva una palese violazione del diritto dell’imputato ad essere giudicato dal suo giudice naturale. Tale situazione giuridica ebbe ulteriore conferma con il processo al Sabbadini che iniziato tempo dopo e concluso con la pesante condanna a 12 anni di carcere per aver solo trasportato due patrioti di cui ne ignorava le generalità. Il tribunale supremo militare di Vienna emise la sentenza di condanna a morte mediante impiccagione il 4 novembre 1882 fu firmata dal Luogotenente Feld Maresciallo Knebel . In Italia la notizia della condanna a morte provocò numerose manifestazioni antiaustriache soprattutto quelle degli universitari bolognesi. La mattina del 19 dicembre 1882 il tribunale militare si riunì per leggere la sentenza a Oberdan che l’ascoltò scrollando le spalle senza tradire alcuna emozione.

Fu ricondotto in cella e sottoposto alla vigilanza di due sentinelle, durante tutto il giorno fumò più del solito e si divertiva gettando il fumo sulle sentinelle. Inoltre gli furono offerti i conforti religiosi che rifiutò per ben due volte dicendo: “ Sono matematico e Libero Pensatore, né credo nell’immortalità dell’anima” inoltre rifiutò l’incontro con i suoi congiunti. A tal punto è corretto evidenziare che Oberdan aderì alla Libera Muratoria soprattutto per il particolare legame di amicizia e di “cospirazione” che lo legava a Matteo Renato Imbriani Poerio . Trascorse la notte precedente all’esecuzione con tranquillità ma costantemente spiato dalle guardie per prevenire atti di autolesionismo. Oberdan si svegliò alle cinque del mattino e per evitare segni di agitazione lesse un libro almeno fino alle ore sei per poi sorbire una tazza di caffè latte, trascorse il resto del tempo fumando e passeggiando nella cella.

La forca allestita nel carcere non era una forca di forma classica ossia di L rovesciata ma semplicemente un palo di circa quattro metri di altezza sulla cui sommità era fissato un robusto uncino dal quale pendeva un robusto capestro.

Oberdan fu condotto fuori dalla cella nel cortile dove erano gia schierati un battaglione del reggimento Arciduca Alberto e altre due compagnie con bandiera e tamburi (questi listati a lutto)

Guglielmo indossava solo la giubba del reggimento Weber e dopo che il maggiore Fongarolli lesse nuovamente la sentenza fu consegnato al carnefice, in quel momento si avvicinò ancora il cappellano ma Obedan gli disse “Va via prete, non ho bisogno di te” e tolta la giubba gridò al boia

“ fa presto “ mentre il boia con due aiutanti gli legava le braccia pronunciò le seguenti parole (riportate da un soldato ungherese che conosceva bene la nostra lingua) “Muoio esultate, perché spero che la mia morte gioverà in breve a riunire la mia cara Trieste alla madre patria” .

Che Oberdan abbia parlato tutti poterono affermarlo benché il rullo dei tamburi coprisse le sue parole. Alle sette il capestro austriaco strozzava l’ultimo grido del martire “Viva Trieste libera, viva l’Italia, viva l’It “…ma ancora per altri sei minuti il corpo di Oberdan si dibattè nell’agonia e solo dopo che il medico del reggimento accertò la morte il cadavere fu staccato dalla forca e portato nella cella..

Alle 17 la salma fu portata all’ospedale militare ove fu sottoposta a sezione giudiziaria che terminò alle 20 e alle 23 fu rinchiusa in un cassone e condotta con un furgone, sotto scorta, al cimitero militare ove fu sepolta.

Secondo voci dell’epoca pare che al cadavere del patriota durante l’autopsia sia stata troncata la testa da inviare al museo antropologico di Vienna per studiarne il teschio. Tale voce non stupisce se si pensa che secondo alcuni storici la testa di Giacchino Murat (1815) fu inviata a Ferdinando IV di Borbone che la tenne presso di se fino alla sua morte.

Il sacrificio di Oberdan resta dunque sempre, ancora oggi, monito ai popoli, ai governi, ai despoti, ai dittatori. Gli avvenimenti politici successivi non hanno offuscato il valore della sua testimonianza di fede nell’idea mazziniana di libertà.


CARLO A.R. PORCELLA

Bibliografia

Nel 25/mo anniversario dell’impiccagione di Guglielmo Oberdan- appunti biografici e storici a cura del Comitato segreto della Gioventù triestina – Udine premiata Tipografia Tosolini 1907

Guglielmo Oberdan secondo gli atti segreti del processo carteggi diplomatici e altri documenti inediti- Francesco Salata – Bologna – Zanichelli 1924

Guglielmo Oberdan – Numero unico in occasione del centenario della nascita 1858- 1 febbraio 1958- scritti di A. Bandini Butti, G. Bruni, V. Furlani, G. Stuparich – Trieste Associazione Mazziniana sezione di Trieste 1958 – Udine Del Bianco.

In memoria di Antonio Giordani – Comitato onoranze nel 40/mo anniversario dell’ospitalità offerta ad Oberdan, 22 settembre 1922- Udine – Stab. Tip. Gustavo percotto & Figlio 1922

L’ora di Trieste – Giulio Caprin - Firenze- Bemporad& Figlio – Libreria A. Feltrami 1915

XX dicembre – in memoria di Guglielmo Oberdan –s.n. 1883

Quando non si poteva parlare … ed altri discorsi- Ferdinando Pasini – Trieste Libreria Internazionale c.u. Trani 1921



15 febbraio 2013

Il testamento massonico di Peter Boom. All'insegna della pace e dell'amore universali.



Peter Boom, carissimo amico fraterno purtroppo scomparso, nonché collaboratore di questo blog, già attivista per i diritti civili degli omosessuali ed in favore delle libertà sessuali in genere, attore olandese, scrittore, cantante, artista poliedrico e ideatore della Teoria della Pansessualità, oltre a tutto ciò, era anche un Iniziato alla Massoneria.
Lui stesso non ne faceva mistero, anche se non lo sbandierava. Era un "massone in sonno" da diversi anni, quando lo conobbi io, ma mi raccontò della sua iniziazione - negli Anni '50 - in una Loggia olandese e, successivamente della sua affiliazione, una volta giunto in Italia, al Grande Oriente d'Italia e della sua amicizia con l'eminente dignitario del GOI Elvio Sciubba.
Peter era prima di tutto un libero pensatore e la sua idea di Massoneria era essenzialmente pratica. I suoi ideali di fratellanza universale ed amore incondizionato, mal gli facevano comprendere e sopportare le varie divisioni interne ed esterne all'Istituzione, per cui aveva, da anni, scelto la strada dell'attivismo libertario.
Peter, la cui presenza mi manca davvero molto, mi aveva affidato questo suo "testamento massonico", pronunciato in Loggia quando ancora il mondo viveva in piena Guerra Fredda.
E' stato per me un piacere trascriverlo e trasmetterlo, qui, di seguito, integralmente, sia in forma cartacea che scritta (l'italiano è un po' incerto, a causa del fatto che - quando Peter lo scrisse - era da poco giunto del nostro Paese).

L.B.






Quando sono entrato per la prima volta bendato nel tempio per l'iniziazione, sono stato in grado di lasciarmi guidare con molta fiducia dal Maestro esperto, specialmente perché sapevo di essere cieco; come siamo ciechi tutti perché non sappiamo finora vedere completamente la via di portare le responsabilità dateci dal Grande Architetto.
Poi perché avevo simbolicamente lasciato dietro di me i metalli (oro, argento, danaro ecc...), che spesso fanno deboli gli uomini.
*************** cioè "conosci te stesso" c'era scritto sul tempio di Apollo a Delfi, ed è la massima che Socrate fece propria.
Anche noi dobbiamo sempre tener presente che siamo deboli ed aperti a tante influenze, buone e cattive, che non sappiamo ancora ben conoscere.
Perché un nostro grandissimo Maestro, Gesù Cristo, scacciò fuori dal tempio con la frusta quelli che facevano affari là dentro e cambiavano moneta ?
Perché sapeva bene cosa è il denaro e come dannosamente influisce su noi esseri umani.
Egli desiderava vedere nel tempio un'atmosfera di purezza umana senza nulla che potesse richiamare alla mente la corruzione.
A che cosa servirebbero nei templi i simboli significativi e le profonde parole che ci indirizzano sempre di nuovo verso un buon lavoro e verso nobili pensieri ? Questi simboli che influenzano l'uomo più spesso attraverso l'inconscio sono stati usati anche purtroppo, da tante forze religiose per soggiogare intere popolazioni, invece di far uso di questo simbolismo misterico per allargare la mente umana e indirizzarla verso il bene.
Hanno creato così fra l'altro con un regime di paura ed assolutismo un falso cristianesimo il più delle volte per il proprio interesse; non avendo compreso che il proprio interesse dev'essere allargato tanto da abbracciare l'interesse comune, l'interesse di tutti.
L'egoismo dev'essere sviluppato tanto da diventare egosimo comune; io come uomo voglio star bene, ma so di non star bene se tutti non stanno bene, per la semplice ragione che possono scoppiare dei conflitti come per esempio: guerre, scioperi, rivolte, scandali, liti ecc. ecc.
Questa è socialità nata da una visione più larga del proprio interesse, ecco perché "Conosci te stesso".
Se conoscessimo noi stessi sapremo come praticare la vita, potremo anche portare le nostre responsabilità. Non è forse un'onta per l'umanità che non sia possibile nemmeno porre termine alle guerre ?
I popoli si dividono per motivi irrazionali di nazionalismo, fanaticamente inteso, e si lasciano entusiasmare per una guerra in pochi giorni dalla propaganda.
Nemmeno noi Massoni di tutto il mondo siamo stati capaci di riunirci veramente e viviamo ancora divisi dentro la nostra organizzazione stessa. Perché non ci sappiamo riunire sotto gli auspici del Grande Architetto dell'Universo con quel senso di religiosità cosmica (come lo chiamava Einstein) ? La quale è quel profondo meravigliarci della vita e delle cose, e che renderci conto che noi siamo qui in mezzo all'Universo semplicemente per vivere, e per imparare a vivere bene, senza gettare la colpa delle nostre sfortune su qualche povero Dio per sbrigarci così delle nostre responsabilità.
Non per niente un uomo come Einstein, che fu un essere umano molto libero di pensiero, ha potuto scoprire la "relatività".
Perché per concepire l'idea della relatività bisogna essere dei veri liberi pensatori, se no è facile che ci si perda nel vuoto e che non si sappia più dov'è il posto dell'uomo e perché si vive.
Negli ultimi anni grandi uomini fra i quali, appunto, Einstein, e poi Gandhi, Russell ed altri, hanno lottato per la pace in tutto il mondo, ma i governi restavano sordi.
Si diceva: sì ! è buono questo tentativo, ma cosa può fare un solo uomo, o che cosa può fare un solo governo ?
E' così che non si è potuto fare completamente nulla, e stiamo tutti qui come bambini senza far niente.
Ci si domanda talvolta: perché vivere ancora a questo mondo se non si può cambiare nulla ?
Per quale motivo facciamo ancora quel poco lavoro che facciamo, sapendo che andando avanti così esso non ha più alcuna importanza ? Ma noi non vogliamo continuare così.
E proprio adesso è il tempo di cominciare a cambiare le cose, e di riunirci tutti per aprire quella porta chiusa, che noi stessi teniamo serrata.
Noi uomini di buona volontà di tutto il mondo abbiamo in mano la chiave di quella porta che ci apre la via della pace.
Ma, abbiamo detto, che cosa può fare un solo uomo, un solo governo, una sola metà libera del mondo ?
A guardare bene, ciascun uomo può fare molto nel proprio ambiente, dando un buon esempio nella pratica della vita (morale etc.) e portando un po' di luce nelle menti più ristrette, che sanno pensare soltanto in termini di nazionalismo fanatico ed intollerantamente.
Ciascun governo può fare molto associandosi in alleanze o, meglio, in federazioni con altri governi, scambiando liberamente punti di vista con altri Paesi e lottando contro il ristretto sentimento nazionale e contro i monopoli, dannosi per la libertà dei popoli.
Una sola metà del mondo potrebbe fare tutto, se lavorasse positivamente e onestamente all'evoluzione progressiva; perché credo che l'altra metà a poco a poco si libererebbe e seguirebbe vedendo il lavoro positivo e le buone conseguenze di una tale attività.
Tutto questo è nel nostro stesso interesse !
In ciò secondo me noi Massoni abbiamo un compiato da svolgere: aprire le porte dei pregiudizi ristretti e locali, che ci hanno tenuto finora nella terribile schiavitù delle guerre, delle miserie e delle paure non necessarie, e affratellare le nazioni con la progressiva abolizione delle frontiere e l'istituzione di governi comuni, per realizzare questo ideale di quasi tutta l'umanità: la pace.


Peter Boom



9 luglio 2012

"Novità storiche nel museo della Gran Loggia d'Italia" di Aldo A. Mola

NOVITA’STORICHE NEL MUSEO DELLA GRAN LOGGIA D’ITALIA

di Aldo A. Mola

Nella foto, a sinistra, il Sovrano Gran Commendatore Gran Maestro della Gran Loggia d'Italia prof. Luigi Pruneti e, a destra, particolare della sala del Tempio della GLDI


Paolo Thaon di Revel, ministro della Marina nei primi anni del governo Mussolini e Duca del Mare, cinse ai fianchi il grembiulino di massone e, col 33° grado, fu membro del Supremo Consiglio del Rito scozzese antico e accettato. E’ una delle rivelazioni offerte dal Museo della Massoneria, aperto da martedì 10 luglio in Roma, a Palazzo Vitelleschi (via S. Nicola de’ Cesarini 3), sede della Gran Loggia d’Italia, che in questi giorni ospita l’Associazione internazionale dei musei massonici. Oltre a cimeli, libri rari, diplomi, un ritratto autografato da “Joseph Mazzini” e molti gioielli di loggia, il Museo anticipa alcuni dei ventimila e più nomi elencati in registri matricolari tra il 1915 e il 1925. Il Piemonte vi ha parte di spicco. Tra gli affiliati alla Gran Loggia figurano infatti Vittorio Valletta, che per decenni fu lo stratega della Fiat e rimase al suo comando anche quando, su istigazione di Giorgio Amendola, i “partigiani” volevano ammazzare sia lui sia Giovanni Agnelli, “epurato” dal rango di senatore ed estromesso dall’impresa da lui stesso fondata. Era un’Italia difficile quella: va ricordato in tempi nei quali si rischiano risparmi e proprietà, ma almeno la vita pare ancora al sicuro.

Tra altri massoni iniziati o regolarizzati nelle file della Gran Loggia, di orientamento monarchico e “istituzionale”, figura il poi Maresciallo d’Italia Ugo Cavallero, di Casale Monferrato: una terra che dette molti militari, da Tancredi Saletta a Pietro Badoglio (massone secondo Dunstano Cancellieri, ma senza prova documentaria) e Angelo Gatti (iniziato alla “Propaganda massonica”). In una loggia di Torino entrò Italo Balbo, che poi passò alla “Savonarola” di Ferrara, alla quale aderì Edmondo Rossoni, massimo sindacalista mussoliniano, massone all’indomani della dichiarazione di incompatibilità tra Logge e Partito nazionale fascista. Della “Cavalieri di Scozia” di Torino fece parte Matteo Ceirano, pioniere dell’industria automobilistica, come suo fratello Giovanni Battista (che invece fu membro della “Giordano Bruno”). Tante storie diverse, perché così è degli uomini: puntini nello Spazio.

Fortemente voluto da Luigi Pruneti, gran maestro della Gran Loggia, e arricchito con la sciarpa massonica di Ernesto Nathan, sindaco di Roma, lettere di Pietro Nenni, Filippo Turati, Carlo Rosselli e una miriade di documenti, il Museo della Gran Loggia non ha certo la dotazione dell’Archivio Segreto Vaticano, però, grazie ad Annalisa Santini, presenta tutte le bolle di scomunica della massoneria, da Clemente XII a Benedetto XIV, da Pio VIII a Leone XIII: umori antichi, lontanissimi dalla serenità espressa da papa Benedetto XVI all’ascolto della Nona Sinfonia di Ludwig van Beethoven, la “più massonica” tra le opere del grande compositore.

Questi cimeli illustrano quasi tre secoli di massoneria in Italia, un Paese su questa frontiera un po’ attardato rispetto a Gran Bretagna, Francia e alla stessa Spagna che conta una banca dati perfettamente ordinata, un Museo virtuale e un corso di laurea in storia della massoneria presso l’Uned (Università nazionale di educazione a distanza).

Iniziative culturali di questo taglio diffondono tolleranza in un Paese nel quale qualcuno ancora sospetta che i massoni abbiano volto di capro e coda di Belzebù. L’antimassonismo – ricorda Daniel Pipes in Il Lato oscuro della storia (Lindau) - è sempre stato il balsamo di chi crede al “grande complotto” quale motore della storia. Quando le cose vanno male si cerca un capro espiatorio anziché domandarsi chi dove come e quando ha sbagliato. Credere nel Maligno è più comodo che capire e fare con senso di responsabilità. E’ quanto insegna questo Museo. Esso non impone, propone. Non detta ma dialoga e auspica il concorso di chi serba documenti e voglia valorizzarli. La storia d’Italia è fatta anche di queste carte, di simboli, gioielli indossati da persone che dettero via alla grande Italia, dal Settecento di Vittorio Alfieri all’Ottocento di De Sanctis Carducci e Pascoli, al Novecento di Quasimodo, Totò, Claudio Villa ( affiliato alla P2 di Licio Gelli!) e tanti altri come il saluzzese Nino Bolla, scrittore e sceneggiatore, monarchico tutto d’un pezzo, affiliato alla Loggia Nazionale, o Curzio Malaparte. Quanto ne traluce, anche da una visita sommaria, dice che questo Museo non è sepolcreto di anticaglie ma vita.


Aldo A. Mola



15 febbraio 2012

33



33 trentini andarono a Trento tutti e 33 trotterellando, proferisce la celebre filastrocca.
Dica 33, dice il medico per auscultare il paziente.
33 è l'età in cui si dice che morì il Maestro Gesù, detto "Il Cristo".
33 sono i gradi del Rito Scozzese Antico ed Accettato della Massoneria.
33 sono le vertebre della colonna vertebrale, alla cui base giace l'energia Kundalini.
33, da oggi, è anche la mia età anagrafica e, ordunque, visti i precedenti usi e significati del numero 33, potrei anche ritenere il 2012 un'annata perfetta. Forse anche a causa dell'imminente fine del mondo (si tratterà, poi, di comprendere di quale mondo, nello specifico, si intende parlare).
Non c'è 32, infatti, senza 33 e, superati i trent'anni, checchè ne dica certa vulgata "giovanilistica" senza alcun fondamento biologico e psichico, non si è più giovani. Figuriamoci passati i 32 !
Predisponiamoci, dunque, ad una rinnovata maturità.
Nel segno dell'Acquario, ovviamente
 





19 dicembre 2011

Ma Monti è massone ? (intervento del SGCGM Luigi Pruneti tratto da www.affaritaliani.it)

Di Luigi Pruneti, Sovrano Gran Commendatore Gran Maestro della Gran Loggia d'Italia degli Alam


Ma Monti è massone? La notizia sembra credibile, supportata com'è da blog e siti internet, rilanciata dalla stampa nazionale, anche dalla più autorevole, e alimentata da vaniloqui di sconosciuti in cerca di fama, allusioni di marpioni e venditori di fumo. Da un po' di tempo circolano anche foto del Presidente del Consiglio in abiti massonici, che siano poi dei tarocchi evidenti è un altro discorso. Insomma, abbiamo alla guida del paese un Figlio della Vedova DOC?

Credo proprio di no, anzi sono certo che il Senatore Mario Monti, cattolico praticante, con la squadra e il compasso abbia poco a che fare. Questa sgangherata campagna stampa s'avvale di luoghi comuni, di antiche leggende riproposte per l'occasione e in maniera strumentale, sfrutta la confusione e l’ignoranza. Che Monti faccia parte di Lobbie economico - finanziarie è possibile, anzi probabile ma che queste siano imparentate con la massoneria è una bufala colossale.

Per averne una riprova è sufficiente andare oltre il complottismo da avanspettacolo di questi giorni e documentarsi. Sarà allora evidente come lo Spettro dei Protocolli dei Savi di Sion domini ancora oggi l'immaginato collettivo, con il sospetto che vi sia un potere occulto che controlli il pianeta, condizioni le nostre scelte, detti gli eventi, sia “protagonista degli snodi più importanti di settori politici e finanziari”, come ha voluto dichiarare anche un noto banchiere al più autorevole giornale italiano.

Siffatta concezione fantasiosa e perversa assolve ad un'importante funzione catartica: semplifica, offre risposte facilmente compressibili, esorcizza la complessità demoniaca della storia. In altre parole avere certezza che vi sia il grande burattinaio o dei superiori incogniti fa bene alla mente e alla salute. Alla mente perché evita di pensare e pensare è faticoso, specie se si cerca di coinvolgere l'intelligenza; alla salute perché offre un soggetto contro cui riversare tutta la nostra rabbia ed è notorio che sfogarsi allunga la vita ... anche se, senza pensione, sarà dura.



1 settembre 2011

Intervista esclusiva allo Storico della Massoneria Aldo Alessandro Mola firmata da Luca Bagatin

Il prof. Aldo A. Mola in un disegno di Franco Bongiovanni

Il prof. Aldo Alessandro Mola, nato a Cuneo nel 1943, è il maggior storico della Massoneria e del Risorgimento in Italia. Dal 1980 Medaglia d'Oro di benemerito della scuola e della cultura, è direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell'Istituto per la Storia del Risorgimento italiano e della sezione “Urbano Rattazzi” (Alessandria) del Centro “Mario Pannunzio”.

E' stato fondatore del Centro per la Storia della Massoneria e, dalla metà degli anni ’70, collabora con le maggiori Obbedienze massoniche quali il Grande Oriente d'Italia e la Gran Loggia d'Italia degli ALAM. E' infatti componente del Comitato di Redazione delle riviste “Hiram” e “Officinae”, rispettivamente del GOI e della GLDI.

Autore di numerosissimi saggi storici su Giolitti, Garibaldi, Mazzini, il Partito d'Azione, la Monarchia italiana, Silvio Pellico, Giosue Carducci e, recentemente, ha pubblicato un saggio su Licio Gelli e la P2, nonchè – proprio in questi giorni – stanno andando in libreria i suoi ultimi quattro volumi: “Italia. Un Paese speciale. Storia del Risorgimento e dell'Unità” (Edizioni del Capricorno - Torino).

Oggi abbiamo l'amichevole possibilità di intervistarlo.




Luca Bagatin: Prof. Mola, come nasce il suo interesse per la Massoneria ?

Aldo A. Mola: Nacque nel periodo del liceo e degli studi universitari.

Negli anni 1965/1967 scrissi i miei primi libri sul Partito d'Azione (pubblicati con prefazione di Ferruccio Parri) e sulle figure di Mazzini e Garibaldi e la Storia dell’Amministrazione provinciale di Cuneo (1971). Nel loro corso mi imbattei nelle figure di molti massoni e mi resi conto che in Italia non vi era nessuna pubblicazione che parlasse di storia della Massoneria. Mi adoperai, dunque, per colmare questa lacuna. Presi contatti con il Grande Oriente d'Italia; Lino Salvini, Gran Maestro di allora, e il suo predecessore Giordano Gamberini, letti i lavori da me già pubblicati, mi aprirono gli archivi, che confrontai con i fondi dell’Archivio Centrale dello Stato, studiati con la guida della prof. Paola Carucci, ora Sovrintendente all’Archivio Storico della Presidenza della Repubblica. Dopo anni di ricerche scrissi la “Storia della Massoneria italiana”, pubblicata nel novembre 1976, che poi ebbe due edizioni aggiornate, nel 1992 e nel 1994, e molte ristampe .


Luca Bagatin: Giordano Gamberini, già Vescovo della Chiesa Gnostica, fu un Gran Maestro lungimirante sotto il profilo iniziatico ed esoterico. Che cosa può dirci di lui ?

Aldo A. Mola: Giordano Gamberini fu il più lungimirante fra tutti i Gran Maestri del Grande Oriente d’Italia dal 1943 ad oggi, per ben tre motivi: mirò al riconoscimento del GOI da parte della Gran Loggia Unita d'Inghilterra; rese nuovamente protagonista la Massoneria grazie al dialogo con la Chiesa cattolica e tutte le altre confessioni; ottenne il riconoscimento pubblico della Massoneria nella vita istituzionale italiana e l’attenuazione dell’ostilità da parte di partiti che tradizionalmente le erano avversi o addirittura nemici. I frutti dei nove anni della sua gran maestranza vennero raccolti durante quella del suo successore, Salvini (a sua volta di grande merito): lo scambio dei garanti d’amicizia con la GLU d’Inghilterra; la lettera del cardinale Seper, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, che dichiarò compatibili logge e sacramenti cattolici e la presenza del GOI in iniziative pubbliche.


Luca Bagatin: Lei fu, peraltro, negli anni '80, il fondatore del Centro per la Storia della Massoneria, comprendente studiosi sia massoni sia profani. Ci racconti la sua personale esperienza.

Aldo A. Mola: Con il Gran Maestro Armando Corona, fondai il Centro per la Storia della Massoneria (CeSM) che esiste tutt'ora. Il successore di Corona, Giuliano Di Bernardo tentò di estromettermi per farne uno strumento suo perché del resto concepiva lo stesso Grande Oriente come uno strumento al proprio servizio. Il tempo mi dette ragione. Nel 2008 mi venne proposto un colloquio per superare l’impasse; ma le cose sono come erano e debbono essere: se vogliono essere davvero scientifici, gli studi sono e debbono essere liberi.

A prescindere dall’episodio Di Bernardo, molto più devastante di ogni altro per la storia del Grande Oriente come istituzione iniziatica, ho ottimi rapporti con i massoni del Grande Oriente d’Italia.


Luca Bagatin: Che cosa pensa del Gran Maestro attuale del GOI, l'Avvocato Gustavo Raffi ?

Aldo A. Mola: Ha dovuto e deve affrontare gravi difficoltà. Dopo il disconoscimento del GOI da parte della Gran Loggia Unita d'Inghilterra (capolavoro di perfidia ai danni della Massoneria italiana: basta andare a rileggerne le motivazioni: addussero persino le mie lettere di direttore del CeSM a storici del Grande Oriente di Francia), il Grande Oriente d’Italia finì in un tunnel, al di fuori dei circuiti massoni internazionali (la GLU da un canto, le Obbedienze in relazioni fraterne con il Grande Oriente di Francia dall'altro). Il GOI puntò molto sulla GL Nazionale Francese la cui vicende non sono edificanti, tanto che, caso unico nella storia delle massoneria dei Paesi occidentali, è stata “commissariata”. In molti casi il GOI risultò sovraesposto sul terreno partitico, con dichiarazioni poco opportune. Infine venne e viene ostentato un anticlericalismo arcaico, di maniera, come se la Chiesa cattolica fosse ancora ferma al Sillabo e al potere temporale d’antan.

Gli osservatori constatano che il Gran Maestro Raffi non ha avviato un dialogo con l'altra Obbedienza massonica legittima e regolare italiana, cioè la Gran Loggia d'Italia, quasi che i suoi affiliati non siano anch’essi Fratelli massoni ! Il Sovrano e Gran Maestro della Gran Loggia d’Italia, Luigi Pruneti, ha pubblicato gli Annali della Gran Loggia d’Italia, 1908-2010: cinquecento pagine di date, fatti, profili biografici, informazioni statistiche. E’ infantile fingere che la realtà non esista.


Luca Bagatin: La Gran Loggia d'Italia, peraltro, a differenza del Grande Oriente d'Italia, inizia anche le donne alla Massoneria. Che cosa pensa dell'Iniziazione femminile ?

Aldo A. Mola: In origine, è vero, le donne furono escluse dall'accettazione. Sappiamo bene, però, che all’origine le Logge britanniche praticavano molte altre forme di esclusione e che, a lungo preclusi in quelle degli USA i neri organizzarono una loro massoneria di colore. Non è mai stata fornita una motivazione chiara dell’esclusione delle femmine dall’accettazione in loggia, né quindi si comprende per quale motivo la Massoneria debba ancora attenersi a tale vincolo. La Massoneria non conosce dogmi; le sue norme possono essere modificate. Le Costituzioni di Anderson sono documento di un’epoca, ma come tutte le leggi umane sono soggette alle decisioni sovrane di quanti le hanno accettate e che, nella loro sovranità di persone libere, possono modificarle. La Massoneria non si fonda su una Rivelazione ma su una Convenzione, su Regole deliberate e condivise sino a quando non se ne decida la modifica.

Il Grande Oriente di Francia, che abolì l’obbligo della formula iniziatica AGDGADU (un passo molto più audace rispetto alla preclusione dell’iniziazione femminile), sino allo scorso anno escluse l’iniziazione delle donne, ma ora la ammette.


Luca Bagatin: Lei è stato fra i pochissimi, assieme allo scrittore Pier Carpi, a “sdoganare” la figura controversa di Licio Gelli e la P2 e lo ha fatto con tanto di prove documentate pubblicate nel suo ultimo saggio, edito dalla Bastogi: “Gelli e la P2 fra cronaca e Storia”.

Che cosa l'ha portata a parlare, senza pregiudizi, di Gelli e della P2 ?

Aldo A. Mola: Ho scritto quel libro perché, a trent'anni di distanza dal falso scandalo P2, non c'è stato un solo convegno scientifico nel quale si sia discusso criticamente che cosa fu la P2, l’uso (e abuso) che se ne fece. Né si parla delle vite spezzate con l’accusa, in sé inconsistente, di “piduismo”: un modo come un’altro per continuare a diffondere il mito del complotto ai danni dello Stato, della democrazia, tutte fiabe che oggi lasciano indifferenti i cittadini.

Il mio libro, peraltro, venne recensito con molto favore dal periodico “Humanisme” del Grande Oriente di Francia, ora è tradotto in romeno con prefazione di Constantin Savoiu, gran maestro della Gran Loggia Nazionale di Romania“1880”, una Obbedienza legittima e regolare, che continua coraggiosamente la tradizione dei massoni fondatori della moderna Romania.

La P2 non fu un'associazione segreta. Non organizzò complotti militari o politici. Lo stabilirono, sentenze passate in giudicato.

Il falso scandalo P2 fu, invece, il preludio a Tangentopoli: esso consistette nella criminalizzazione da parte del Partito Comunista Italiano delle forze politiche e di governo di ispirazione risorgimentale e atlantica. Tale criminalizzazione colpì, infatti, gli aderenti alla P2 che appartenevano a tali forze politiche (repubblicani, socialdemocratici, socialisti, liberali e la componente “occidentale” della Democrazia cristiana, tollerante, dialogante).

I partiti democratici e di governo, dunque, vennero screditati e, con Tangentopoli, negli anni '90, subirono il colpo finale. Da allora furono elevate agli onori quelle forze politiche ed i politici di ispirazione antiliberale e antiatlantica, come i comunisti ed i democristiani di sinistra, oggi componenti del Partito Democratico. La convivenza tra ex comunisti e sinistra democristiana nel partito democratico è una coabitazione basata su ambiguità e baruffe. I primi tentarono di incriminare persino l'allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga “reo” - così dissero – di non aver mai condannato la P2 e la Massoneria. I cattolici del PD chiesero che venisse formalmente decretata l’incompatibilità tra iscrizione al partito e logge, come già avevano fatto Mussolini e Lenin. Chissà come finirà…


Luca Bagatin: Ma Raffi dice che la Gelli e la P2 stanno alla Massoneria come le Brigate Rosse al Partito comunista….

Aldo A. Mola: Appunto. Il Partito comunista (ex Partito comunista d’Italia, membro della Terza Internazionale di Lenin e Stalin ) ebbe sempre al proprio interno nuclei rivoluzionari. Del pari il Grande Oriente d’Italia ebbe dal 1877 la ”Propaganda Massonica”, una loggia “di élite”, sintesi di un possibile, auspicabile “partito dello Stato” in un Paese nel quale lo Stato rischiò troppe volte di ridursi a zerbino strumento dei partiti.

Così essa venne concepita da Adriano Lemmi e così venne pensata da Gamberini, Lino Salvini e da Licio Gelli, creato Maestro Venerabile della loggia Propaganda Se si legge senza preconcetti il Piano di Rinascita della P2 si deve constatare che esso mirava a consolidare la democrazia e a conciliare i cittadini.


Luca Bagatin: Quale futuro può avere, a suo giudizio, la Massoneria in Italia?

Aldo A. Mola: Per molti aspetti la vera vita della Massoneria in Italia può cominciare ora. Il nostro è un Paese di formazione recente ma ormai è abbastanza solido, Ha retto ai totalitarismi ideologici catto-comunisti e, recentemente, ai borbottii di partiti regionali che addebitano a complotti massonici internazionali la loro incapacità di proporre un discorso filosofico e civile da Terzo Millennio.

La Massoneria ha ottenuto ragione dalla Storia con il riconoscimento dell’Unità come valore da parte della Santa Sede. Perciò ora è libera da quel passato. A cospetto dell’eclissi di partiti e sindacati e mentre le istituzioni attendono interventi restaurativi urgenti, in presenza del tracollo delle Università (parlo delle Facoltà umanistiche), la Massoneria può essere laboratorio di pensiero libero. La maggiori Obbedienze dovrebbero però dare qualche segnale preliminare. Per esempio il riconoscimento della propria storia recente da parte del Grande Oriente (ma qualcuno vanta invece di aver azzerato tutti i grandi maestri da Gamberini a Salvini, da Battelli a Corona) e un incontro pubblico tra le Obbedienze.

Il peggior segnale è invece un’anacronistica adunata a Porta Pia come se a Roma vi fossero ancora Pio IX e il generale Kanzler. In questo modo ci si fa contare e si fa constatare che non si conta nulla. Ma, come dicevano i latini, ognuno è fabbro della propria sorte. Se vuol essere davvero scuola di libertà la Massoneria deve liberarsi dai fantasmi del passato, incluso quello dell’antimassonismo.


Luca Bagatin



20 novembre 2010

Simbolica massonica del Terzo Millennio

"Simbolica Massonica del terzo millennio" – di Irène Mainguy - è sicuramente l'opera più completa oggi in commercio per tutti coloro i quali - Massoni, studiosi o semplici curiosi - desiderano approfondire appieno il cammino iniziatico del Libero Muratore.


La curatrice - bibliotecaria e documentarista in carica presso la prestigiosa obbedienza massonica del Grande Oriente di Francia - Irène Mainguy, con questa sua "Simbolica", ha decisamente aggiornato, rivisto ed ampliato "La simbologia massonica" del massone francese Jules Boucher, che, dal 1948, è stata per decenni la pietra miliare di ogni buon Figlio della Vedova.
Edita dalle Edizioni Mediterranee e curata in Italia dal famoso alchimista e massone Paolo Lucarelli (noto negli ambienti esoterici per i suoi profondi studi sui misteri delle cattedrali, oltre che per quelli alchemico-gnostici), "Simbolica Massonica del terzo millennio" è un agile testo arricchito da preziose allegorie massoniche e diviso in capitoli e brevi sottocapitoli ove è possibile approfondire tutto lo scibile liberomuratorio: dalla simbologia di base passando per l'abbigliamento del massone; dai segni rituali ai toccamenti massonici sino alle parole sacre e "di passo"; dagli strumenti utilizzati dai massoni con il relativo significato simbolico, sino alle funzioni degli Ufficiali in Massoneria, alle virtù etiche ed ai doveri del massone. Un intero capitolo è inoltre dedicato alle Obbedienze presenti in Francia ed ai loro relativi riti; un altro è dedicato al Rito Scozzese Antico ed Accettato ed al Rito inglese di stile Emulation e l'ultimo alle principali Obbedienze massoniche in Italia.
“Simbolica Massonica del terzo millennio” è dunque sicuramente un testo di studio, ma anche e profondamente operativo, ovvero che va all'essenza della ritualità iniziatica senza perdersi troppo in dissertazioni storiche.
Impareggiabile, inoltre, la prefazione all'edizione italiana curata dallo stesso Paolo Lucarelli, il quale, lodando il lavoro di Irène Mainguy, affronta anche con massima apertura e competenza il tema della donna in Massoneria, ovvero esponendo due questioni fondamentali: nei cantieri operativi dei muratori medievali - a differenza di quanto erroneamente si tende a credere - vi erano anche donne ed inoltre i culti solari - come quello liberomuratorio, appunto - erano officiati soprattutto da sacerdotesse (si pensi ad esempio al culto di Apollo e Dioniso).
"Simbolica Massonica del terzo millennio", è infatti manuale che, forse per la prima volta nella Storia della Massoneria, si rivolge equanimemente a Massoni uomini e donne.
Figli e figlie di un unico Essere Supremo alla continua ed incessante ricerca del Buono, del Bello e del Vero, per mezzo della scuola di perfezionamento più antica e prestigiosa al mondo.

Luca Bagatin



14 ottobre 2010

Saverio Fera e la Gran Loggia d'Italia degli ALAM



Saverio Fera fu eminente figura della Massoneria Italiana, mai abbastanza ricordato, per quanto a lui si debba la fondazione della Gran Loggia d'Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori, che, assieme al Grande Oriente d'Italia, è oggi la maggiore Obbedienza massonica italiana.
Saverio Fera, calabrese nato il 6 gennaio 1850, fu Pastore protestante della Chiesa Cristiana Libera, divenuta poi Chiesa Evangelica Italiana nel 1890. Fu fervente anticattolico ed anticlericale in quanto considerava la Chiesa cattolica e la politica vaticana, con tutti i suoi dogmi, contraria al verbo di Cristo, il quale invece predicava l'emancipazione d'ogni tipo d'oppressione.
La Chiesa Cristiana Libera, alla metà dell'800, era peraltro ritrovo di numerosi mazziniani e garibaldini come lo stesso Fera, il quale combattè nelle file delle Camicie Rosse durante la Terza Guerra d'Indipendenza.
In Massoneria ebbe dunque modo di sviluppare appieno i suoi ideali spirituali e morali e ricoprì l'incarico di Sovrano Gran Commendatore del Rito Scozzese Antico ed Accettato.
Saverio Fera avversò, nel Grande Oriente d'Italia, la nuova politica avviata dal Gran Maestro Ettore Ferrari, repubblicano e razionalista, il quale si permise addirittura di mettere in discussione l'acclamazione "Alla Gloria del Grande Architetto dell'Universo", impose una semplificazione dei rituali massonici e propose di implementare l'impegno politico della Massoneria al punto da obbligare i massoni che ricoprivano incarichi pubblici a seguire le direttive dell'Ordine.
Il Fera, in linea con lo spirito originario della Massoneria, non potendo sopportare la politicizzazione dell'Istituzione, ovvero la sua trasformazione in vero e proprio partito politico, ricostituì - nel 1908 - la Massoneria Scozzese con buona parte del Supremo Consiglio di cui faceva parte e, nel 1910, diede vita alla Serenissima Gran Loggia d'Italia, poi Gran Loggia d'Italia degli ALAM.
Tale scissione dal GOI fu assolutamente benefica e necessaria proprio per riportare al suo scopo originario - gnostico ed esoterico, lontano da ogni politicismo - buona parte della Massoneria italiana.
Alla Gran Loggia d'Italia furono affiliati, fra gli altri, personalità quali Gabriele D'Annunzio, il fumettista Hugo Pratt e gli attori comici Totò ed Aldo Fabrizi.
Oggi la Gran Loggia d'Italia degli ALAM, la cui sede nazionale si trova a Roma presso Palazzo Vitelleschi in Largo Argentina, conta circa 8.000 iscritti, di cui un buon 30% donne. E' una Comunione Massonica liberale e adogmatica di Rito Scozzese, che non riconosce l'egemonia massonica esercitata dalla Gran Loggia Unita d'Inghilterra e attualmente è guidata dal giornalista e scrittore Luigi Pruneti che ne è, appunto, Sovrano Gran Commendatore Gran Maestro.

Luca Bagatin


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini