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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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21 settembre 2013

Il crollo del comunismo e dell'Occidente nei romanzi di Aleksei Nikitin e Arturo Perez Reverte


C'è forse un sottile filo rosso che lega “Istemi” di Aleksej Nikitin, celebre romanziere ucraino e Arturo Perez Reverte, autore spagnolo dell'ultimo “Il tango della vecchia guardia”. Li abbiamo incontrati entrambi, in questi giorni, a Pordenonelegge, la fiera del libro che ogni anno si tiene in settembre nella città di Pordenone.

Entrambi – Nikitin e Reverte - autori di romanzi di successo che fotografano la realtà attuale, partendo dal passato.

Il primo presenta la storia di una generazione di amici, passati dal comunismo al capitalismo, ovvero dall'Impero Sovietico all'attuale realtà dell'Ucraina. Un'Ucraina che, come tutti i Paesi dell'Est, fa fatica ad abituarsi al cambiamento ed affronta problematiche del tutto nuove: dallo Stato autoritario-paternalista che provvedeva ai bisogni collettivi, ad una libertà economica e sociale che disorienta coloro i quali si trovano ad affrontare la nuova realtà, ovvero la ricerca di nuove opportunità economiche che loro si presentano.

Il secondo, ovvero il Perez Reverte de “Il tango della vecchia guardia”, racconta la fine di un mondo, dell'Europa, dell'Occidente, attraverso la storia di un uomo semplice che cerca di farsi strada nel mondo e che ricerca in particolare una cosa: l'approvazione della sua donna, incarnazione della Donna per antonomasia, eterna giudice di un uomo che voglia definirsi tale.

Una storia d'amore, quella di Reverte, ma dai risvolti sociologici e politici, se vogliamo. Dal glamour della Nizza Anni Venti alla mondanità degli Anni Sessanta, si avvicendano le avventure dell'ennesimo Eroe Stanco dei romanzi classici di Reverte. Eroe che ha perduto tutto, nel suo incedere dalla giovinezza sino alla maturità, tutto tranne la dignità personale che si riscatta attraverso il giudizio e lo sguardo amorevole della sua donna.

Reverte, come Nikitin, racconta della fine di un tempo. Nikitin racconta il finire del'epoca comunista ad Est, mentre Reverte racconta la fine dell'Occidente per come la sua generazione e quelle precedenti lo hanno conosciuto. Un Occidente ed un'Europa di grandi statisti, propugnatori dei diritti e delle libertà come Churchill e De Gaulle. Un'Europa culla di cultura millenaria, depositaria del sapere di Aristotele, Platone e Voltaire e di uno stile con le sue regole di comportamento, ove l'intellettuale era realmente riconosciuto per ciò che era.

Oggi – afferma Reverte, grande appassionato e lettore di Storia – tutto è mutato. Assistiamo all'avvento di nuovi barbari, ove più che lo stile conta il danaro dei “nuovi ricchi” siano essi russi o di altra nazionalità. Assistiamo ad un'Europa ove i grandi ideali sono scomparsi ed ove a farla da padrone sono degli “analfabeti privi di morale” che siedono a Bruxelles, a politici incapaci di leggere la Storia ed i suoi continui cicli.

La vecchia Europa, secondo Reverte, dunque, non potrà mai più risorgere. Egli stesso si sente come quell'antico romano del IV Secolo che sta alla finestra, ad osservare i barbari che saccheggiano Roma, avendo profetizzato il loro avvento. Egli ritiene, ad ogni modo, che la salvezza sociale e politica sia possibile solo individualmente. Non crede alle rivoluzioni o agli sconvolgimenti collettivi. Purtroppo, oggi, aggiunge Reverte, ai giovani europei non sono stati dati gli strumenti per affrontare questo nuovo ciclo che l'Occidente, oltre che l'Europa, stanno vivendo, in quanto oggi i giovani si trovano privi di quel “rifugio intellettuale” che hanno avuto le generazioni precedenti. E tutti noi, purtroppo, chiosa Arturo Perez Reverte, ne siamo colpevoli.

E' questa, in sostanza, la realtà storica che ci troviamo a vivere, ad Ovest come ad Est, ove la globalizzazione ha mutato tutto quanto, sia nel bene – con nuove opportunità tecnologiche e sociali – che nel male, livellando un po' tutto e aprendo le porte alla mera ricerca della ricchezza materiale, fine a sé stessa.

Ancora una volta Reverte (che ha annunciato anche l'uscita del suo prossimo libro, in Spagna, il mese prossimo, dal titolo "Il cecchino paziente", che racconta l'arte dei murales e dei graffiti) ci ha piacevolmente colpiti quando ha affermato, come a voler dare una chiave di lettura risolutiva dei problemi che ha evidenziato, che egli è privo di qualsiasi tipo di ideologia, ma possiede un'ampia biblioteca. E' questo, forse, ciò che manca alla gran parte dei Popoli, ormai del tutto inconsapevoli del loro stesso incedere. La riscoperta della cultura del sapere.


Luca Bagatin



27 settembre 2012

Corrado Augias e l'italiano ambiguo



Corrado Augias e i "Segreti d'Italia", titolo enfatico che lui stesso definisce tale.
A Pordenonelegge abbiamo incontrato anche lui che, attraverso una raccolta di storie note e meno note, ha presentato il suo ultimo libro che racchiude, a suo dire, un segreto: gli italiani vengono percepiti, in Europa, come "ambigui", ovvero "eccellenza" e "sottosviluppo". Eccellenza nella moda e nel cibo, sottosviluppo nella burocrazia e nella presenza della mafia.
Giudizio forse un po' sommario, veritiero per quanto concerne la burocrazia e l'eccessiva presenza dello Stato in ogni settore (ma in Svezia le cose non sono troppo diverse, anche se magari funzionano un tantino meglio), ma la criminalità organizzata esiste un po' ovunque (ed i black bloc non sono certo fenomeno italiano, almeno questo).
Gli italiani, a parere di Augias sono visti con "antipatia" dai nostri fratelli europei in quanto "non decifrabili". Curioso, nevvero, visto che, se pensiamo agli statunitensi ed ai ritratti buffi che ne fa lo stesso scrittore statunitense Mark Twain, non è che nemmeno loro siano così troppo decifrabili: democratici sì, ma eccessivi al limite del trash in ogni campo.
Ovviamente generalizzando (!) ed è qui la nota dolente e che non rivela alcun segreto. La generalizzazione genera diffidenza, pregiudizio e deformazione della realtà e, in un mondo globalizzato, sarebbe bene evitarla in quanto del tutto fuori luogo e, da una mente brillante come quella di Augias, in effetti, non ce l'aspettavamo.
Lo scrittore e giornalista, per dimostrare questa "divaricazione" culturale degli italiani, dell'Italia, pone ad esempio il "Cuore" di De Amicis, ove è presentato l'italiano perbene e rispettoso delle leggi ed il celebre romanzo di D'Annunzio "Il piacere", ritratto dell'italiano ribaldo e mascalzone, che ignora e trascura le leggi.
Anche questo esempio non ci pare poi così calzante, visto che la letteratura italiana è così vasta che di "tipi italici" ne esistono a bizeffe, tanti quanto forse sono gli italiani stessi.
Corrado Augias parla poi di un "familismo amorale" ed in questo, a onor del vero, non possiamo dargli torto. In Italia vige il culto della famiglia, della famiglia "classica", per così dire, fondata sul matrimonio, salvo poi tradire moglie o marito, salvo poi raccomandare il figlio e questa è una vera piaga sociale troppo spesso poco studiata e sottovalutata sotto il profilo sociologico.
Lo scrittore conclude la conferenza stampa chiedendosi il motivo per il quale gli italiani (ancora una generalizzazione, sic !) non riescano a capire il senso della Tragedia e la cultura italiana sia invece zeppa di melodrammi e di commedie all'italiana.
Un'immagine dell'italiano godereccio, insomma, un po' troppo macchiettistica che, ci auguriamo, non sia così tanto presente nella lettura del suo saggio edito da Rizzoli.
Altrimenti sarebbe una vera delusione.

Luca Bagatin



24 settembre 2012

Luigi Zingales spiega il Manifesto capitalista: contro un'economia corrotta



Luigi Zingales, economista liberale, autore del "Manifesto capitalista contro un'economia corrotta" (Rizzoli), è stato da noi intervistato nei giorni scorsi nel corso della conferenza stampa tenutasi a Pordenone, nell'ambito della fiera del libro Pordenonelegge.
"E' evidente" - ha affermato il prof. Zingales - "che le regole sono state violate e che la rabbia delle persone, relativamente a questa crisi, per molti versi esagerata, siano fondate. Gli Stati Uniti d'America stanno per molti versi diventando come l'Italia, ovvero degenerando verso un capitalismo clientelare, ove le lobby stanno diventando simili a quelle di casa nostra".
"Gli ex dipendenti delle aziende" - prosegue Luigi Zingales - "diventano Ministri, un po' come accadeva da noi nell'era di Berlusconi, e questi fanno unicamente l'interesse della loro azienda-lobby di riferimento". Il capitalismo, spiega il prof. Zingales, sta dunque degenerando e perdendo la sua natura originaria. Occorre, pertanto, riformarlo.
Negli USA il libertario repubblicano Ron Paul, per molti versi, è stato fra i pochi a denunciare tale degenerazione e, per quanto il prof. Zingales lo ritenga per molti versi troppo "estremista", ha confermato che il fatto stesso che Ron Paul, di elezione primaria in elezione primaria del Partito Repubblicano USA, continui ad aumentare i suoi consensi, è indice di come i cittadini statunitensi stiano iniziando a prendere consapevolezza di tale degenerazione e, dunque, di tale necessità di riforma del capitalismo.
"Nel Nord Est italiano le aziende famigliari hanno avuto grande successo in quanto hanno avuto manager capaci ed all'altezza del loro ruolo. Pensiamo ad esempio ad un'azienda come la Luxottica. Purtroppo in Italia non c'è, come altrove, la concezione del conflitto di interessi, per cui accade spesso che gli imprenditori tendano a delegare la funzione di manager a loro famigliari e/o a persone che non hanno alcuna competenza specifica o contezza del loro ruolo aziendale". Ciò ha determinato quella che Luigi Zingales definisce "peggiografia", con conseguente crisi dell'azienda stessa.
"Le imprese italiane" - ha proseguito il prof. Zingales - "hanno un altro tipo di problema da affrontare, ovvero un'eccessiva presenza dello Stato che in Italia è da sempre più o meno stato di impostazione socialista e, proprio per far vivere l'impresa, l'imprenditore ha dovuto spesso eludere le numerose imposizioni statali".
Ad ogni modo il prof. Luigi Zingales intravede uno spiraglio di speranza, dovuto proprio a questo stato di disperazione generato dalla crisi.
I giovani, ovvero la categoria più colpita in Italia dalla crisi, si stanno rendendo conto che il sistema dei piccoli privilegi dati a tutti non funziona più e si rendono ancor più conto che loro stessi non avranno più una tutela previdenziale. Ciò è e sarà, a parere del prof. Zingales, la molla per il cambiamento radicale.
Già in alcune aziende, ha spiegato l'economista, vi è chi, per combattere ad esempio il fenomeno dell'assenteismo e del privilegio - ovvero quella che potremmo definire l'"incultura della furbizia" - ha iniziato a svergognare pubblicamente sia gli assenteisti sia i medici compiacenti, attraverso apposite circolari.
Per concludere al prof. Zingales abbiamo chiesto, visto che è fra i promotori del Manifesto Liberale promosso da Oscar Giannino "Fermare il declino", se questo si tradurrà o potrebbe tradursi in un progetto politico-elettorale e lui ci ha risposto che, pur non avendo alcuna intenzione di candidarsi, ritiene che tale progetto sia funzionale a cambiare l'offerta politica nel nostro Paese, introducendo una sana competitività elettorale che già inizia ad affacciarsi anche in altri partiti, con primarie vere.
Quello di "Fermare il declino" è un tentativo che può avere successo o meno, a parere di Zingales, ma, ad ogni modo, potrà essere utile al fine di permettere ai cittadini di partecipare finalmente ad un progetto politico dal basso.

Luca Bagatin



11 aprile 2012

Con "I custodi delle pergamena proibita", Aldo Gritti svela il mistero del Manoscritto Voynich, l'omicidio premeditato di Pierre Curie, l'affondamento del Titanic e molto altro ancora...(articolo-intervista in esclusiva di Luca Bagatin all'Autore)

Il Manoscritto Voynich è indubbiamente il documento più misterioso al mondo, in quanto nessuno studioso e ricercatore pareva essere ancora riuscito a decifrarlo.  Attribuito all'alchimista Roger Bacon, ma risalente, apparentemente, al XV secolo, è attualmente conservato presso l'Università di Yale, negli Stati Uniti d'America.
Aldo Gritti (www.aldogritti.com), pseudonimo di un giovane sacerdote italiano, è probabilmente riuscito nell'impresa, tanto da redigere un avvincente e particolarissimo thriller-verità: "I custodi della pergamena proibita", edito da Rizzoli ed in libreria da nemmeno un mese.
"Un thriller geniale", afferma il noto scrittore horror e fantasy italiano Valerio Evangelisti e prosegue: "un libro brillante e di rara intelligenza. Aldo Gritti, sotto le parvenze del romanzo, è riuscito a risolvere in via penso definitiva uno dei più impenetrabili enigmi del passato".
Tre efferati delitti. Uno a Firenze, uno a Londra ed il terzo a New Haven, nel Connecticut. Tre martiri innocenti, alla ricerca della verità nascosta dietro al Manoscritto Voynich.
Ma, chi era Wilfrid Michael Voynich ? Ufficialmente un ricco antiquario di origine polacca, già, in passato rivoluzionario bolscevico ed appartenente al movimento sovversivo Proletariat, accanto alla pasionaria marxista Rosa Luxemburg. Ma...non ufficialmente chi era in realtà costui?
Una spia al servizio dell'Impero germanico ? Un doppiogiochista traditore dei suoi ideali ? Il capo di una Confraternita segreta, oppure solo la pedina di una scacchiera incommensurabilmente più grande di lui e del suo stesso ego, coperta da ragioni di Stato inconfessabili ?
Nel romanzo di Gritti, a seguire la pista del Manoscritto, Elda Novelli, ispettrice della Polizia Postale, coadiuvata dal commissario Andrea Corsi, in un'incessante ricerca fra documenti ammuffiti, registrazioni criptiche e rete web.
Come sono coinvolte le vite, ma soprattutto le morti di Pierre Curie, noto fisico francese scopritore della radioattività (e delle sue pericolose implicazioni), della già citata Rosa Luxemburg e l'affondamento dell'apparentemente "inaffondabile" Titanic ?
L'inabissamento del Titanic, di cui proprio quest'anno ricorre il centenario, fu un tragico incidente oppure...dietro ad esso ci fu una mano nascosta fra le righe del misterioso Manoscritto Voynich ?
Aldo Gritti ce lo racconta e spiega, con tanto di immagini, documenti e bibliografia ragionata, conducendo per mano il lettore, in un viaggio fra passato e presente, alla ricerca di una verità misconosciuta e volutamente celata.

Per la prima volta dal 1921, è dunque affrontato l’affaire Voynich in modo globale, in quanto l’autore parte proprio dal proprietario del manoscritto stesso, ovvero il libraio antiquario Wilfrid Michael Voynich. Ne effettua una sorta di scavo di archeologia umana, mettendone a nudo la sua vera attività di “spia pura” al servizio di Potenze straniere, per mero interesse personale.

Il thriller di Aldo Gritti è dunque un prodotto letterario rivoluzionario, per la puntigliosa opera di decrittazione del celebre manoscritto Voynich, la cui tragica e vergognosa verità è messa a nudo.

E’ un thriller controcorrente. L’Autore ha la capacità di leggere oltre la selva d’informazioni - ovvero centinaia di link in internet e numerosa documentazione bibliografica - che non rispondono a domande logiche, proprio perché è sbagliata la domanda di partenza. Tutti si chiedono, infatti, che cosa nasconde il Manoscritto Voynich, ma non si chiedono mai chi fosse, in realta, Mr. Voynich.

Aldo Gritti si tramuta dunque in cacciatore di menzogne, denunciando al mondo il marcio celato nelle pergamene redatte nel XX secolo proprio dallo stesso Mr. Voynich, traditore della sua Patria (la Polonia), filo-germanico, nonché servitore degli USA, unicamente per tornaconto personale. Pertanto si apprende - dal romanzo di Aldo Gritti - che quel Manoscritto era una vera e propria arma di distruzione.

“I custodi della pergamena proibita” – distaccandosi da tutte le fantasiose teorie sinora supposte attorno all'ambiguo manoscritto – racconta, con rigore, una realtà storica ben diversa: dagli omicidi di Pierre Curie e Rosa Luxemburg, sino al sabotaggio del Titanic per la costituzione della Federal National Reserve.

Tale differente realtà è inserita in una cornice attuale di fiction, ove gli omicidi di oggi – raccontati nel romanzo - s’intersecano con quelli eccellenti di ieri.

Una trama intessuta con abilità di Aracne, ove agiscono - come in una lanterna magica - personaggi fittizi tratteggiati con un vigore tale da balzar fuori dalle pagine del romanzo, alternandosi a figure del passato, in cui l'Autore penetra empaticamente.

La “suspance intelligente”, fil rouge dell’intera narrazione, accompagna il lettore dall’inizio alla fine, anche nei cadenzati flash-back. Aldo Gritti, infatti, dà vita a Voynich ed alla sua consorte, trasmettendo ai lettori spavento ed indignazione.

"I custodi della pergamena proibita" è certamente il libro dell'anno. Un libro ove la verità rivelata è più importante dell'identità dell'autore stesso che, ad ogni modo, abbiamo la possibilità, qui, di intervistare in anteprima, al fine di rivelarci ulteriori dettagli della sua opera.

Voynich ed il suo Manoscritto

Luca Bagatin: Aldo Gritti, dunque...preferisce che la chiami Signor Gritti oppure Padre ?

Aldo Gritti: Sacerdote lo sono, ma per motivi legati al mio incarico, utilizzo uno pseudonimo.


Luca Bagatin: Le pongo subito una domanda a bruciapelo: quanto c'è di reale nel suo romanzo ?

Aldo Gritti: Tutte le sezioni storiche, riportate nei flash-back, sono frutto di ricerche e anche di dichiarazioni scritte dallo stesso Voynich.


Luca Bagatin: Che cosa ha portato lei, sacerdote cattolico, ad occuparsi del Manoscritto Voynich ?

Aldo Gritti: La ricerca del lume della verità. E’ un secolo che studiosi di tutto il mondo compulsano quella pergamena, azzardando le ipotesi più svariate, fino a tirare in ballo persino gli…alieni, senza offrire alcuna decrittazione. C’è un tempo per ogni cosa. Adesso è giunto il momento di togliere il velo alla “sfinge” muta, come da molti definita la pergamena Voynich.

Luca Bagatin: Come è riuscito a collegare le vicende inerenti a Pierre Curie, Rosa Luxemburg, Voynich e l'affondamento del Titanic ?

Aldo Gritti: E’ dal manoscritto che emergono questi tragici eventi. Ma non hanno collegamento fra loro. Essi sono il risultato delle informazioni fornite – tramite alcune pagine del manoscritto - dalla spia-Voynich alle Potenze straniere cui si era venduto.


Luca Bagatin
: Possiamo dunque dire che si sono finalmente svelate le ragioni della tragica morte di Pierre Curie, investito da un carro, ed il ritrovamento del corpo di Rosa Luxemburg, novant'anni dopo, negli scantinati dell'ospedale Charité di Berlino ?

Aldo Gritti: Circa la morte di Curie ritengo di sì. Per la Luxemburg è una mia ipotesi che il corpo della Charité sia il suo, considerato che il Governo tedesco ha voluto chiudere l’affaire con una rapida autopsia “di Stato” lasciando quel cadavere senza nome. Il Manoscritto Voynich non può far cenno al ritrovamento di un corpo avvenuto nel 2007 !


Luca Bagatin: Nemmeno l'affondamento del Titanic, dunque, fu davvero casuale ?

Aldo Gritti: Assolutamente no. D’altronde è sempre stato ipotizzato che fosse un incidente programmato. La decrittazione del foglio 46 verso del Manoscritto lo conferma.


Luca Bagatin: Qual è il polveroso volume che ha permesso di decifrare gli incomprensibili glifi della pergamena ?

Aldo Gritti: Il “De Furtivis” (edizione 1602) del crittologo partenopeo Della Porta. A ogni glifo corrisponde una “parola variabile”, secondo lo schema prefissato e da Voynich adattato in base alle sue esigenze. Questo particolare è fondamentale. Finora gli studiosi ritenevano che ad ogni glifo corrispondesse una lettera e ciò li ha portati fuori strada.


Luca Bagatin: Nel suo romanzo, alla pag. 381 è l’immagine che riporta la “voce” di quest’opera, tratta da uno dei cataloghi di Voynich...

Aldo Gritti: Appunto. Era sotto gli occhi degli esperti che si sono arrovellati a cercare altrove il sistema di criptazione. Avrebbero dovuto cercare molto più vicino...

Luca Bagatin: Con il suo thriller-verità, possiamo davvero scrivere la parola "the end" sul Manoscritto Voynich ?

Aldo Gritti: Per chi vuole credere, dovrebbe chiudersi il “capitolo Voynich”. Ma i miti sono duri a morire e, anche se la verità stenta a trionfare, i suoi nemici prima o poi finiscono col “perire”.

Luca Bagatin: Può dirci come è riuscito a trovare la chiave di decrittazione del Manoscritto Voynich ?

Aldo Gritti: Il caso ha voluto che entrassi in possesso della documentazione, consegnata dallo stesso Voynich a un confratello e poi giungesse a me. Tutto ciò, affinché – a 80 anni dalla sua morte - fosse divulgata la verità.


Luca Bagatin: Un ripensamento di Wilfrid Michael Voynich ?

Aldo Gritti: Un esame di coscienza direi, una confessione, anche se rivelabile ottant'anni dopo la sua dipartita. Confessarsi è il fuoco interiore dell’anima.


Luca Bagatin: Il salmo 129 col quale si apre il libro è il De profundis, vero?

Aldo Gritti: Corretto ed è per Voynich. Lo sa che lei è l’unica persona ad avermelo chiesto ?



16 dicembre 2011

Intervista esclusiva di Luca Bagatin al giornalista d'inchiesta Lanfranco Palazzolo


Lanfranco Palazzolo, romano, classe 1965, è militante repubblicano di lungo corso, nonchè giornalista di Radio Radicale ed autore di numerosi saggi e libri-inchiesta.

Ricordiamo qui il libro su Leonardo Sciascia deputato radicale; i discorsi parlamentari di Marco Pannella; il libro relativo agli scritti ed ai discorsi di Enzo Tortora sulla giustizia giusta; il libro-inchiesta sull'ex Presidente degli Stati Uniti d'America John F. Kennedy e le sue simpatie fasciste; quello sulla Banca Nazionale del Lavoro e “Fumus persecutionis”, che mette a nudo le regalie di assoluzioni ed impunità dei parlamentari durante la XVI legislatura. Tutti editi da Kaos Edizioni.

Oggi Lanfranco ha dato alle stampe “Il compagno Napolitano” (Kaos Edizioni), un dossier sul Capo dello Stato Giorgio Napolitano ed “Allarme Rosso – 5 anni di governo Togliatti”, ovvero una riedizione di un romanzo di fantapolitica degli anni '50. Entrambi con introduzione del politologo Giorgio Galli.

Ma vediamo di approfondire, assieme a Lanfranco, le tematiche relative ai suoi libri e di parlare un po', con lui, di attualità politica.

Luca Bagatin: Sei il primo giornalista che, obiettivamente, ha scritto un libro che racconta dell'imbarazzante passato comunista del Presidente della Repubblica. Com'è nata quest'idea ?

Lanfranco Palazzolo: L’idea non è mia. Alla fine dello scorso luglio, l’editore Kaos mi aveva proposto di fare una ricerca su Napolitano. Invece di fare questa ricerca ho scritto il ‘Compagno Napolitano’. Alla fine di agosto, quando l’editore è tornato dalle vacanze si è ritrovato il libro sul tavolo. Nei mesi di settembre ed ottobre abbiamo curato i particolari del libro. Sapevamo che questa raccolta di interventi non avrebbe aumentato la nostra popolarità. Da parte nostra non c’era nessuna intenzione di toccare la figura del Capo dello Stato, ma solo di mettere i puntini sulle i per far capire agli italiani come si forma un “grande” politico.


Luca Bagatin: Che cosa "svela", di nuovo "Il compagno Napolitano" ?

Lanfranco Palazzolo: “Il libro è utile per le giovani generazioni e per chi si è formato un’idea sbagliata su Giorgio Napolitano. Molti immaginano questo personaggio come un moderato del PCI. Invece, per molti anni non lo fu. Si è creato il mito del comunista moderno e aperto all’Occidente. Invece Napolitano rimase ancorato all’orbita del mondo comunista fino agli sgoccioli chiedendo che non fosse sciolto il Patto di Varsavia, non fosse riunificata la Germania e impedendo il passaggio dei parlamentari comunisti, nell’estate del 1989, nel gruppo parlamentare del socialismo europeo. Il libro è tutto un programma. La serie degli interventi del ‘Compagno Napolitano’ si apre con un durissimo intervento contro la Nato a Napoli. Napolitano è stato il più conformista dei comunisti. Ha fatto carriera politica lavorando, ma anche evitando di guardare in faccia i compagni. Del resto, la sua carriera spiccò il volo all’indomani del discusso intervento a favore dei carri armati sovietici in Ungheria. Napolitano svolse quell’intervento per distruggere Antonio Giolitti con uno scopo ben preciso: farsi strada nel PCI. In quel caso fu bravissimo.


Luca Bagatin: Il tuo spirito intransigentemente anticomunista, oltre che informativo, peraltro, non si è fermato ed hai riesumato addirittura un romanzo di fantapolitica risalente agli anni '50, pubblicato dalla DC per contrapporsi al Fronte socialcomunista...

Lanfranco Palazzolo: Non sono anticomunista. Non mi piacciono le semplificazioni dell’ideologismo. Queste manipolazioni portano solo a perseguire una linea politica di rigido realismo politico. Quando i comunisti vanno al potere diventano come i loro predecessori, anzi peggio di loro. Il governo in carica è lo specchio di questa tattica. Purtroppo si tratta di una logica aberrante. Quando ho deciso di pubblicare ‘5 anni di Governo Togliatti’ l’ho fatto perché pensavo che il comunismo di ieri fosse come quello di oggi. Il fatto stesso che una delegazione del PD si reca ancora sulla tomba di Togliatti è a dir poco illuminante.


Luca Bagatin: Puoi raccontarci qualcosa, in anteprima, di "Allarme Rosso - 5 anni di governo Togliatti" ?

Lanfranco Palazzolo: Il libro riporta alla luce un opuscolo della Dc realizzato durante le elezioni politiche del 1953 per dimostrare cosa sarebbe successo all’Italia se il 18 aprile del 1948 avessero vinto i comunisti. Da repubblicano ho visto la sorte che, nella finzione del racconto fantapolitico, tocca a Randolfo Pacciardi. Il nostro amato leader repubblicano, pur di non essere fucilato dai comunisti, si uccide in carcere. Credo che se lo avessero preso per farlo fuori, Pacciardi avrebbe fatto proprio così per non dare ai comunisti la soddisfazione di impallinarlo.


Luca Bagatin: Kaos Edizioni e Stampa Alternativa. Due case editrici di controcultura con le quali sei riuscito a pubblicare i tuoi saggi...

Lanfranco Palazzolo: Averli pubblicati con queste due case editrici è una fortuna. Non le cambierei mai con una grande casa editrice. La Rizzoli, tanto per non fare nomi, due libri così non me li farebbe fare.


Luca Bagatin: C'è spazio, secondo te, oggi, per la saggistica "scomoda", non convenzionale, o, meglio ancora, lontana dalla cosiddetta "egemonia culturale" della sinistra cattocomunista ?

Lanfranco Palazzolo: No, i cattocomunisti sono troppo potenti.


Luca Bagatin: Sei un repubblicano di lungo corso, già giovanissimo nella Federazione Giovanile Repubblicana. Che cosa ti ha spinto, sin da ragazzo, ad iscriverti al partito di Giuseppe Mazzini ?

Lanfranco Palazzolo: Credevo che ci fosse una sinistra diversa da quella comunista. Con gli anni mi sono reso conto che quel tipo di cultura ha divorato e cannibalizzato i nostri ideali per riutilizzarli nel peggior modo possibile. E’ la storia di Mazzini che sposa Marx. Mi sembra che la storia sia andata diversamente. Purtroppo questa è l’altra faccia del cattocomunismo: mi riferisco al Laico-comunismo.


Luca Bagatin: Che ne pensi, obiettivamente, della politica di oggi?

Lanfranco Palazzolo: Mi sembra che tutti siano schifati della politica. Non sono d’accordo con questo schifo per due ragioni: io ci vivo tutti i giorni e non voglio fare la figura del masochista; negli anni ’70 la gente moriva per la politica. Oggi mi sembra che la politica non produca morte, ma solo disgrazie. Direi che è un passo avanti.


Luca Bagatin: C'è spazio, a tuo parere, per un'alternativa laica e repubblicana ?

Lanfranco Palazzolo: Dovrei dire di sì. Ho l’impressione che molti, soprattutto coloro che non si sono formati con la cultura mazziniana e democratica, abbiano operato una sorta di furto e di saccheggio nei confronti di questo patrimonio. Mi riferisco alla Chiesa, che ha partecipato in pompa magna alle celebrazioni del 150 anniversario della nascita dello Stato Unitario e alle forze di sinistra, le quali hanno sempre disprezzato gli ideali del Risorgimento associandoli al fascismo. Di fronte a questa sorta di trasformismo culturale i veri repubblicani sono rimasti pochi. Dovrebbero avere più coraggio e impedire certe appropriazioni indebite. Tuttavia, devo constatare che sono stati proprio molti di loro ad incoraggiare questa pessima operazione di furto culturale. Il fatto che il PRI sia andato nel centrodestra è stata la conseguenza estrema di questa situazione.


Luca Bagatin (nella foto con Lanfranco Palazzolo)



6 aprile 2010

Ciao Roberta !

«La scelta del suicidio non è pura e semplice volontà di morire. Ci si può uccidere per eccesso di voglia di vivere»
Giorgio Antonucci, psichiatra



L'8 aprile dell'anno scorso moriva suicida la giornalista femminista e militante dei diritti civili Roberta Tatafiore.
La volli ricordare su questo blog con un articolo che - con profondo dispiacere - feci già allora difficoltà a scrivere e che fu poi pubblicato anche da "La Voce Repubblicana".
Feci difficoltà a scriverlo, come faccio ora a scrivere queste poche righe di presentazione.
Roberta Tatafiore, poco conosciuta ai più, fu per molti di noi irriducibili libertari (a cui della "destra" e della "sinistra" non è mai importato nulla), un mito.
Un mito di libertà individuale, di coscienza civile all'anglosassone, di liberazione che personalmente non esito a definire "psicosessuale" (consapevolezza dell'utilizzo della propria mente e del proprio corpo, senza costrizioni, condizionamenti o gabbie mentali).
Una donna che ha sempre, del resto, vissuto con coerenza la sua esistenza giungendo financo a decidere il giorno ed il modo in cui morire.
Da mercoledì 7 aprile prossimo, uscirà in libreria il suo diario "La parola fine - diario di un suicidio", edito da Rizzoli con il contribito del quotidiano "Il Foglio", che la Tatafiore iniziò a scrivere a gennaio del 2009 proprio per documentare la sua scelta estrema con riflessioni, paure, dubbi, ma anche con la certezza che la sua scelta di morire sarebbe stata ineluttabile.
Vorrei qui riprodurre l'articolo che scrissi all'indomani della sua morte, aggiungendo una piccola riflessione che Roberta Tatafiore riprodusse nel suo diario: «A chi appartiene la vita? Credo che la vita appartenga a ogni individuo libero di affidarla a chi vuole in base a ciò che gli suggerisce la coscienza».

Luca Bagatin

UN ATTO DI ESTREMA COERENZA
di Luca Bagatin
da "La Voce Repubblicana" del 28 aprile 2009




Ricordo che la prima volta che ho sentito parlare di lei è stato......
Avevo 17 anni ed allora ero un verde militante. Fu così che conobbi i primi radicali storici, quelli che avevano vissuto i mitici anni Sessanta, Settanta ed Ottanta con le loro lotte per i diritti civili (divorzio, aborto, obiezione di coscienza alla leva militare, voto ai diciottenni, liberazione sessuale, omosessuale, transessuale, antiproibizionismo su droghe, non droghe, ricerca scientifica, ambientalismo laico, autogestione del proprio corpo e della propria mente....).
Frequentavo la sede dei Verdi di Pordenone, allora sita in Via Rovereto, ove oggi c'è un call center per immigrati. Mi avevano lasciato una copia delle chiavi ed allora mi dilettavo a riordinare il polverosissimo archivio fatto di vecchi numeri di Quaderni Radicali (ne conservo a casa ancora un sacco di copie), di Frigidaire (con un poster di Ilona Staller, al secolo Cicciolina), di Radicalchic (una rivistina radicale di satira che usciva nei primi anni '80), de Il Male, dei vecchissimi numeri di Lotta Continua e.....Lucciola, il giornale dei diritti delle prostitute diretto da lei: Roberta Tatafiore.
Non so perché, ma sono sempre stato attratto dai diritti degli “sconciati”, dei “diversi”, degli “emarginati”. Forse perché, sin da ragazzino, sono sempre stato un tipino abbastanza stravagante, poco incline al conformismo (nei comportamenti, nel modo di vestire, nelle abitudini, nel modo di pensare....), ontologicamente controcorrente.
Per me l'amore per tossici, puttane, disabili, froci e lesbiche e chi più ne ha più ne metta è stato dunque naturale. Più che amore è stata empatia, comprensione. Fra anticonformisti ci si riconosce a pelle.
E' così che ho iniziato a leggere quel vecchio numero di Lucciola, gli articoli della Tatafiore e ricordo persino un buffissimo quanto emblematico fotoromanzo a tema prostituzione con protagonisti la stessa Tatafiore ed un giovanissimo Chicco Testa.
Ma chi era Roberta Tafafiore ? Una femminista, proveniente dal quotidiano “Il Manifesto” e poi una militante radicale in prima linea per i diritti civili delle prostitute e dunque per la loro autogestione.
Ironia della sorte, nel 1999, collaborerò io stesso – lavorativamente parlando, pur per un breve periodo – con il Comitato dei Diritti Civili delle Prostitute, fondato anche con il contributo di quelle battaglie libertarie e con sede nazionale proprio a Pordenone.
Ormai abbandonata la militanza sinistrorsa nei Verdi (che stava diventando sin troppo sinistrorsa ed ideologizzata per un individialista liberale e libertario come me) e anche quella nella Lista Emma Bonino per la quale avevo comunque condotto – con nessun mezzo ed assieme alla radicale storica Paola Scaramuzza – la campagna elettorale per le europee in città (secondo partito a Pordenone con il 14% dei voti: ci dedicarono anche la prima pagina de “Il Gazzettino"), mi sono per molti versi avvicinato al progetto del Polo Laico e poi della Casa Laica. Per un'area libertaria nel centrodestra.
Il Polo Laico era animato da persone che culturalmente e politicamente stimavo molto: Givanni Negri, Arturo Diaconale, Luca Barbareschi e.....Roberta Tatafiore appunto !
Eccola che ritorna. Ascoltai su Radio Radicale anche il suo intervento di fondazione di quel progetto che pur ebbe vita breve.
Come poteva una femminista ex di sinistra avvicinarsi ad un progetto nell'alveo del centrodestra ? Poteva eccome, se era sufficientemente laica e libertaria da rendersi conto che dall'altra parte – nei salotti buoni della gauche au caviar - i “diversi” sono sempre stati trattati come degli appestati (personalmente ricordo che allora, solo con i giovani di Alleanza Nazionale riuscivo a parlare apertamente, in dibattiti pubblici e televisivi, di legalizzazione della cannabis e di somministrazione controllata di eroina ai tossicomani. Io a favore e loro contro. Con i “sinistri” era impensabile, tanto erano attenti a mantenere buoni rapporti con i loro amici cattolici).
Non a caso, lo storico leader del Partito Repubblicano Italiano, Randolfo Pacciardi, preferendo l'alleanza con i clericali piuttosto che quella con i comunisti, affermava: “Meglio una messa al giorno che una messa al muro”. Come non dargli torto !
Ma ecco che comunque, anche lì, fra quegli ingenui clericaloni e parrucconi del centrodestra berlusconiano, i laici, liberali e libertari duri e puri davano fastidio. Solo qualcuno si è salvato quà e là. Mi pare che la stessa Tatafiore abbia aderito ai Riformatori Liberali di Della Vedova e Taradash, ma, ad ogni modo.....non c'è stata trippa pè gatti !
Negli ultimi anni Roberta Tatafiore curava una rubrica  - Thelma e Louise - su “Il Secolo d'Italia”, in cui continuava a parlare libertariamente di femminismo con Isabella Rauti.
In un recente articolo su “La Voce Repubblicana” l'ho persino citata come rappresentante di quei radicali dalla mente libera (come anche Adele Faccio, Angelo Pezzana, Giovanni Negri....), che non hanno chinato la testa di fronte ai deliri pannelliani che hanno portato quella tradizione alla totale distruzione politica e culturale.
In questi giorni, per mezzo di un bellissimo articolo dell'amico Vittorio Lussana su “L'Opinione delle Libertà” (che con la Tatafiore per un periodo ha anche convissuto), vengo a sapere che ella si è tolta la vita all'età di 66 anni. Mi scende una lacrima, poi comprendo e rispetto.
Rispetto una scelta consapevole e rifletto. Rifletto sul fatto che – come andiamo ripetendo da anni - solo noi siamo i padroni della nostra esistenza, solo noi siamo in grado di gestirci ed autogestirci, perché noi siamo “il pilota” della nostra vita, della nostra mente, della nostra coscienza. E' un discorso filosofico, ma anche eminentemente politico. E forse Roberta Tatafiore ha così compiuto il suo ultimo, estremo, atto politico di un'esistenza profondamente coerente, liberale e libertaria.
Penso quindi ad Alex Langer. Poi a Piero Welby ed infine a Beppino Englaro ed a Eluana.
Esperienze che non c'entrano assolutamente nulla fra loro. Non le giudico, sorrido, e penso a quanto sia fortunato ad aver potuto comprendere ed apprendere – nel mio piccolo – qualche cosa dalle loro esistenze.



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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini