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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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17 gennaio 2016

Eduard Limonov: io, l'intellettuale bolscevico che odia Putin e Gorbaciov (tratto da "La Repubblica" del 13 gennaio 2016)

Lo scrittore maledetto si presenta in versione dimessa. Ma poi riemerge l'agitatore impegnato in una guerra personale contro i leader russi passati e presenti (e Brodskij, Solgenitsyn, Sacharov, Bulgakov...).  Quanto al libro che gli ha dedicato Carrère: «Perché fare precisazioni? Mi ha reso famoso. Va bene così»



MOSCA. Ma con chi stiamo parlando? Che tipo è quest'omino piccolo e magro con la barbetta alla Trotskij che continua a fissare il pavimento di linoleum e le verdastre pareti spoglie di una casa di periferia? Leggendo la storia della sua vita, ricostruita con qualche pennellata romanzesca da Emmanuel Carrère (Limonov, Adelphi), ci aspettavamo un eroe romantico e contraddittorio, una canaglia sfrontata e senza limitazioni piccolo-borghesi, uno scrittore maledetto, un po' sognatore rivoluzionario e un po' fanatico nazifascista. Ed Eduard Limonov deve essere più o meno fatto veramente così. Solo che non si vede. Sarebbe troppo facile. Stupire, spiazzare gli interlocutori, è la prima regola per un personaggio del suo stampo. Per questo si diverte a offrirci una versione dimessa ed eccessivamente senile per i suoi 69 anni. Guarda compiaciuto il libro fresco di stampa con l'aria finto umile del vecchietto che non credeva di meritare tanta notorietà. E ci concede perfino un banale sguardo nostalgico dei bei tempi andati tastando affettuosamente la copertina che lo ritrae giovane e spudorato da qualche parte degli Stati Uniti anni Settanta con un cappotto tutto alamari e spalline dell'Armata Rossa che fu. «Certo che diventare un mito dà un certo piacere. Ma un libro è un libro. C'è del vero e c'è del falso. Lasciamo perdere i dettagli». Avvertimento preciso. In questa chiacchierata non si parlerà di sesso. Nessun commento sugli episodi più scabrosi: lui che sodomizza la sua donna davanti alla tv che trasmette un discorso di Solgenitsyn; il suo concedersi a un giovane nero dietro a un cespuglio di Central Park; le sue avventure con partner di ogni genere e sesso; le sei mogli amate e perdute nel tempo, compresa la tenera sedicenne sposata quando lui aveva già superato i 55. «Perché contraddire o fare precisazioni su Carrère? Mi ha reso famoso. Va bene così».
Tutto bene tranne una cosa. La definizione che di Limonov ha dato lo scrittore francese: «Un genio con una vita di merda».
«Vita di merda lo dice lui. Io sono felice di quello che ho visto e che ho fatto. Quando sono nato, in un paesino sovietico di poveri operai ucraini, non avevo alcuna chance. Sarei morto di vodka e disperazione lavorando in qualche fabbrica».
E invece, una lunga cavalcata sempre controcorrente. I circoli letterari di Mosca, i primi romanzi, la fuga in America e la scoperta che quello non era proprio un mondo ideale.
«Mai avuta tanta simpatia per l'America e per il suo stile di vita. Avessi potuto scegliere sarei andato in Italia, o comunque in Europa. Anche in America mi ritrovai a contestare il sistema. D'altra parte i miei riferimenti, i miei amici, erano tutti legati alla sinistra europea. Che allora era più antiamericana dell'Urss».
E insieme alla insofferenza per il capitalismo americano venne fuori l'avversione per una vasta categoria di dissidenti sovietici che lì avevano trovato denaro e successo.
«Ho parlato spesso molto male di Brodskij. Ho i miei motivi. È stato un buon poeta, ma sopravvalutato. La sua fama mondiale non è dovuta al suo talento ma alle sue capacità imprenditoriali».
Lei invece?
«Non riuscii a pubblicare neanche una mia opera. Non ero bravo come Brodskij a lavorarmi editori e mass media».
Se è per questo ha parlato malissimo anche dell'altra icona dei dissidenti dell'epoca Aleksandr Solgenitsyn.
«Sì, è vero. In quegli anni non potevo soffrire i dissidenti di mestiere come Solgenitsyn e Andrej Sakharov. Li consideravo falsi, costruiti. Adesso però riconosco la loro grandezza».
Limonov pentito?
«Non esageriamo. Ammetto che la loro influenza è stata utile. E mi fanno pena per quello che hanno lasciato. Solo macerie. Solgenitsyn, che vagheggiava l'unione panslava di Russia, Ucraina e Bielorussia, ha visto morire i suoi sogni già nel '91. Mi mette tristezza pensare ad un uomo che vede crollare in diretta il suo sogno filosofico».
E Sakharov?
«Lui almeno non ha potuto vedere come è finita la sua coraggiosa battaglia. Non saprà mai di aver contribuito a fare arricchire i nuovi ladruncoli democratici».
Giudizi duri e sprezzanti anche su altri scrittori molto amati in Occidente e adesso mitizzati anche i Russia. Non ci sarà un po' di invidia?
Per la prima volta Limonov sembra arrabbiarsi: «Ma figuratevi se invidio gente come Bulgakov, per esempio. Il Maestro e Margherita è un'operina banale infarcita di intellettualismi da quattro soldi. Ma il suo capolavoro è Cuore di cane, zeppo di ripugnante razzismo sociale e di un disgustoso disprezzo per la classe operaia».
E non è finita.
«Vogliamo parlare di Venedikt Erofeev e del suo Mosca-Petuski? Una robetta presuntosa senza alcun valore letterario».
Ecco che piano piano affiora il Limonov che ci aspettavamo. L'uomo che ha smesso di scrivere romanzi dopo i successi del periodo francese e che si è dedicato alla sua guerra personale contro Putin tra le fila di un neo partito bolscevico.
Ma che vuol dire bolscevico nella Russia del 2012? Nostalgia di un passato dimenticato?
«In un certo senso sì. Molte cose andavano cambiate, adeguate ai tempi. Ma la distruzione di tutto è stato un errore gravissimo. Un disastro. Per questo non perdonerò mai Gorbaciov e Eltsin».
Gorbaciov in particolare.
«Per lui ci vorrebbe la ghigliottina, lo scriva. Voi occidentali continuate a considerarlo un eroe. Ma qui in Russia non lo sopporta nessuno. Vi siete mai chiesti il perché?».
In effetti sì, ma non ci sono molte risposte ragionevoli.
«Perché ha smantellato il Patto di Varsavia, ci ha fatto perdere tutto quello che controllavamo. Ha fatto riunire la Germania devastando ogni equilibrio in Europa». E la teoria di Limonov diventa elementare e diretta: «La Germania Unita ha per esempio fomentato la guerra in Jugoslavia. Le migliaia di vite perdute nella guerra dei Balcani sono tutte a carico del signor Gorbaciov».
Possibile che Gorbaciov sia un suo nemico più di Putin stesso?
«Certo che sì. Su Putin ho un atteggiamento freddo. Ci ha tolto la libertà, è vero. E lo combatto per questo. Ma con lui almeno si sopravvive. Negli anni del caos di Eltsin invece si faceva fatica pure a trovare il pane».
Dunque Putin meglio di Eltsin.
«Diciamo che la priorità è il pane. Poi viene la libertà. Dunque prima ero contro Eltsin e adesso contro Putin per motivi diversi».
Ma come fa a proporre ancora un modello bolscevico?
«Il partito bolscevico nacque in Germania prima della Rivoluzione. È a quello che mi ispiro. Diciamo che è una via di mezzo tra libertà individuale e giustizia sociale».
Intanto, così per restare controcorrente, il suo manipolo di fedelissimi diserta le grandi manifestazioni e preferisce protestare in disparte. Lui viene arrestato quasi ogni volta. Sconta una settimana o due di carcere. Poi torna fuori. «Non mi fido dei giovanotti piccolo-borghesi che protestano adesso. Sono confusi, velleitari, e sono manipolati da vecchi politicanti come Nemtsov che fanno il gioco del Cremlino. Tra un po' la moda passerà e io e i miei bolscevichi resteremo da soli contro questo regime».
Ma non sarà un po' geloso della popolarità di scrittori come Boris Akunin e Ljudmjla Ulitskaja che contestano in piazza mentre i suoi romanzi in Russia li leggono in pochi?
«Akunin è uno scrittore? Mi giunge nuovo. È un compilatore di gialli dozzinali che ha fatto i soldi e ora cerca altra notorietà. Ha venduto moltissimo da quando voi lo intervistate in piazza. La Ulitskaja poi, una romanziera mediocre che si ostina in un genere letterario ormai superato».
Cioè?
«Il romanzo, appunto. È nato nell'Ottocento, ma adesso non vale più niente. È una forma plebea di letteratura. E lo dico io che ne ho scritto 25 di buon livello. Adesso ho smesso. Mi dedico ai saggi. I romanzi sono ormai roba per adolescenti ignoranti».
E cosa dovrebbe scrivere uno scrittore moderno?
«La verità nuda e cruda. L'altro giorno rileggevo i verbali delle testimonianze nei miei confronti in uno dei tanti processi contro di me. C'erano le voci di decine di personaggi reali. Una densità drammatica che nemmeno Shakespeare sarebbe riuscito a realizzare. E comunque io non mi considero nemmeno uno scrittore».
Altro colpo di scena, come dobbiamo definirla allora?
«Un intellettuale. Che è ben diverso da essere un membro della intelligentsja. Di quelli ce ne sono tanti, in tutte le epoche. Si limitano a propagandare quello che gli intellettuali veri hanno elaborato almeno vent'anni prima».
E lei che cosa ha elaborato per le generazioni future?
Ghigno soddisfatto, gesto teatrale del braccio, voce in leggero falsetto con un pizzico di autoronia: «Rilegga con attenzione il libro di Carrère, qualcosa troverà».


Tratto da: http://www.repubblica.it/venerdi/interviste/2016/01/13/news/eduard_limonov_io_l_intelletuale_bolscevico_che_odia_putin_e_gorbaciov-131341860/



11 marzo 2014

Aforismi bagatiniani sulla contemporaneità e la post-modernità: by Luca Bagatin

"Vi sono uomini capaci di amare diverse donne;

io ne ho amata una sola, ma l'ho amata ardentemente, con cuore puro, senza domandarle chi era e donde veniva"

Pierre-Alexis Ponson du Terrail da "Rocambole"

Ho sempre avuto pochi amici veri. Molti conoscenti. Tutti interessati.

Auspico la pace dei sessi, ma, sin tanto che essa non scoppierà, non fatevi illusioni.
Dopo trent'anni di vita a Pordenone posso davvero dire che l'unica cosa positiva di questa provincia è che qui, negli Anni '80, è stato fondato il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute (con cui peraltro collaborai nel 1999).

Non avrei mai creduto che, dopo quasi vent'anni di attività politica, sarei diventato un militante antipolitico.

Se, secondo il Cancelliere Otto Von Bismark "La politica è l'arte del possibile", secondo me l'antipolitica è l'arte del probabile.
L'antipolitica è opposizione non già alla cattiva politica, bensì al Potere ad essa connaturato.
Sono talmente di sinistra che trovo profondamente fascista ogni forma di "copyright".
Amo la trascendenza, ma non chi trascende.
Non è che la legge elettorale non garantisce parità di genere. Il punto è che si tratta di una legge elettorale degenerata, tanto quanto coloro i quali desidererebbero approvarla. In Italia, del resto, è così da almeno vent'anni.

Detesto il termine gergale "fare sesso". "Fare sesso" mi fa pensare a qualche cosa che fanno due o più persone, o per routine o per noia. Preferisco "fare l'amore" che, purtuttavia, è aspetto che implica la totale assenza di noia e di routine nella propria vita.



27 maggio 2013

Intervista esclusiva di Luca Bagatin alla scrittrice e giornalista Debora Attanasio, già segretaria storica di Riccardo Schicchi


Moana Pozzi, Riccardo Schicchi e Debora Attanasio.
Debora Attanasio con Ilona Staller in arte Cicciolina

Debora Attanasio, romana d'origine e milanese d'adozione.
E' scrittrice e giornalista del mensile al femminile Marie Claire, inoltre ha all'attivo un passato da segretaria del Re dell'eros Riccardo Schicchi, nell'ambito dell'agenzia di casting Diva Futura.
Proprio di questo parla il suo ultimo libro, dall'ironico titolo "Non dite alla mamma che faccio la segretaria - Memorie di una ragazza normale alla corte del re dell'hard" (Sperling & Kupfer), ovvero la sua storia di vent'enne finita alla corte di Cicciolina, Moana Pozzi, Ursula Davis e molte altre simpatiche attrici ed artiste erotiche.
Oggi ho il piacere di intervistarla amichevolmente.


Luca Bagatin: L'ironia del tuo libro traspare sia dal titolo che dalla copertina. Una scelta voluta, immagino.

Debora Attanasio: Certo. Mi ha sempre divertita l'idea che, da fuori, la gente vedesse il porno come un ambiente torbido e perverso, quando invece era un circo quasi demenziale e pieno di relazioni affettuose. Nel mio romanzo ho voluto rendere proprio l'idea dello stupore che ho provato io stessa quando l'ho scoperto, vent'anni fa, decidendo di rimanerci dentro, al sicuro, più a lungo possibile.


Luca Bagatin: Come sei approdata a Diva Futura ?

Debora Attanasio: Nell'estate del '92 ero in vacanza a Rimini, dove ho conosciuto un ragazzo che lavorava con Riccardo Schicchi. Al rientro, a settembre ho iniziato a sostenere un colloquio di lavoro dopo l'altro ed ero in imbarazzo per le proposte lascive dei datori di lavoro. Ricordo uno che mi tirava su la gonna con il righello mentre parlavo. Mi sono lamentata col mio nuovo amico e mi ha detto di venire a fare un colloquio col suo capo che era rimasto senza segretaria, perché non mi avrebbe molestata nessuno.


Luca Bagatin: Per te fu un lavoro imbarazzante ? Avevi pregiudizi o peprplessità relative al mondo del porno e dell'hard ?

Debora Attanasio: Mai nessun imbarazzo. Troverei più disdicevole lavorare per qualche famosa multinazionale che inquina l'ambiente e sfrutta manodopera sottopagata, o per qualche allevamento intensivo, veri lager che, fra cent'anni, saranno considerati dai nostri nipoti una vergogna inconcepibile. Vengo da una buona famiglia in cui si insegnava a guardare oltre le apparenze. E sono buddista, attenta alla causa ed effetto. Mia madre mi ha insegnato a portare rispetto a tutti e ad ascoltare le buone ragioni di tutti. Inoltre, da bambina adoravo Cicciolina, il suo personaggio mi divertiva, a 17 anni avevo cercato di intrufolarmi in un suo spettacolo in discoteca, a Terracina. Pensare che a pochi passi da me, all'ingresso di quel locale, c'era di sicuro anche il mio futuro datore di lavoro, mi fa tanto ridere.


Luca Bagatin: Hai qualche aneddoto relativo al tuo primo lavoro da segretaria ? Qualche aneddoto che riguardi Riccardo Schicchi, Ilona, Moana e le altre ?

Debora Attanasio: Per motivi di lunghezza - il manoscritto iniziale era di quasi 600 cartelle - ho dovuto tagliare via dal libro un bel viaggio con Ilona Staller, a Barcellona. Schicchi non poteva farsi vedere in giro con lei perché era in corso la causa d'affidamento di Ludwig, il figlio che Ilona aveva avuto dal marito americano, e la accompagnai io. Rimasi molto colpita dalle battute così diverse fra quelle volgari degli inservienti all'aeroporto italiano, e quelle dolcissime degli stessi in Spagna, che le mandavano bacini e la chiamavano "guapa!". In Italia non è stata mai compresa in pieno l'ironia e la grandezza di personaggi come lei.


Luca Bagatin: L'anno prossimo ricorrerà il ventennale della morte di Moana Pozzi. Qualcuno sostiene - a parer mio solo per fare gossip spicciolo - che sia ancora viva. Al di là di questi aspetti, che cosa puoi dirci di lei ? Come mai fu così tanto "santificata" dopo la sua morte ?

Debora Attanasio: Rispondo con una citazione del mio libro: quando muore una santa, si pesca nel torbido. Quando muore una peccatrice, si cercano i suoi miracoli. Penso pure che in Italia sia praticato volentieri lo sport di ferire usando un moralismo crudele, per sentirsi migliori di coloro che stiamo attaccando. Se poi la persona che abbiamo attaccato, muore, subentra il senso di colpa e la fretta di ingraziarsela perché ora è vicina al creatore, e magari mette una buona parola. Sono d'accordo con Don Aniello Manganiello, il prete di Scampia impegnato contro la camorra, quando dice che spesso confondiamo la superstizione con la fede.


Luca Bagatin: Se non ricordo male, partecipasti anche all'avventura del Partito dell'Amore, nei primi Anni '90, assieme a Schicchi, Biuzzi, Ilona e Moana. Che cos'era, per te, il Partito dell'Amore di allora ?

Debora Attanasio: Sono arrivata a elezioni concluse. L'ufficio era pieno di volantini e tessere del Partito dell'Amore e nessuno ne parlava piu. Quindi non ne ho un'idea ben precisa. Invece, mi sono candidata con Moana quando si è presentata alle elezioni per il sindaco di Roma. Ho preso solo 10 voti, ma è stata un'esperienza memorabile.


Luca Bagatin: Un progetto di questo tipo alle elezioni politiche, oggi, secondo te, funzionerebbe e sarebbe utile ?

Debora Attanasio: L'Italia ha bisogno di elettori ed eletti onesti e se un'ex diva dell'hard riesce a far capire alla gente comune che tutti devono dare il loro contributo per risalire la china, ben venga. I candidati hanno sempre paura di spiegare agli elettori che per pretendere vertici irreprensibili, devono iniziare ad esserlo anche loro. Quindi, niente evasione fiscale, niente raccomandazioni, niente falsi invalidi, niente mazzette, niente falsi parcheggi invalidi. Dell'impegno politico di Ilona Staller apprezzo molto la lotta al femminicidio e la violenza sulle donne. Anch'io ho avuto un compagno violento e so bene come la società ignori le tue invocazioni d'aiuto, in quelle situazioni.

Luca Bagatin: Come mai hai deciso, a distanza di così tanto tempo, di scrivere solo ora il libro relativo al tuoi primo, importante, impiego ?

Debora Attanasio: Perché i tempi sono cambiati. Vent'anni fa, se dicevo di lavorare nel porno, storcevano tutti il naso. Oggi mi ammirano. E poi, i risultati che ho raggiunto col mio lavoro di giornalista, che amo tanto e cerco di svolgere con il massimo della coerenza, danno più credibilità al mio racconto.

Luca Bagatin: Da segretaria a giornalista. Il passo per te è stato breve o impegnativo ?

Debora Attanasio: Negli ultimi anni guidavo il settore editoriale di Diva Futura, avevo già preso confidenza con la pubblicazione. Poi mi ha presa sotto l'ala Marco Gregoretti, un grande giornalista d'inchiesta che al tempo scriveva per Panorama i pezzi sulle nostre star, e il mio primo articolo su una testata importante l'ho scritto dopo aver pubblicato un manualetto per diventare pornoattori. Quindi, si può dire che aver lavorato per Schicchi mi ha spianato la strada. Certo, ho dovuto studiare anche molto, e lo faccio ancora.


Luca Bagatin: Che cosa ti manca del lavoro di allora ?

Debora Attanasio: Il senso di sicurezza. Non c'era il rischio che Schicchi mi licenziasse, non l'avrebbe mai fatto. Mi pagava anche il giusto e con regolarità, cosa che oggi non è scontata ovunque. E poi, volevo bene a molte persone, come Eva Henger o Francesco Malcom, l'attore. Siamo rimasti amici, ma le occasioni per frequentarsi sono drasticamente diminuite per i troppi impegni di tutti, e mi mancano molto.


Luca Bagatin: Relativamente alla tua pregressa esperienza, pensi che il lavoro compiuto da Diva Futura e le avventure politiche di Ilona e Moana, abbiamo contribuito a far cadere non pochi tabù nella bigotta società italiana ?

Debora Attanasio: Oggi non sono più così convinta che la missione di Riccardo Schicchi, liberare gli italiani dai tabù, sia riuscita. Mi sembra che i suoi ideali siano stati distorti e se ne siano appropriati proprio coloro che voleva colpire. Riccardo sognava un mondo dove non c'è bisogno di dividere sante e puttane, dove una donna che offre il suo corpo liberamente, per ottenere e dare piacere, non debba temere di rovinarsi la reputazione. O dove, addirittura, nessuno debba pagare per fare sesso, e nessuna sia costretta a fare sesso per sbarcare il lunario. Il sesso, per lui, era un rito magico, e amava e rispettava la donne. Invece vedo un paese dove risorge la misoginia, le madri sono bistrattate, le donne lavoratrici firmano lettere di dimissioni in bianco e comunque, prendono salari inferiori agli uomini, a parità di qualifiche. Un abisso tra noi e altri paesi stranieri civili. Qualcosa non è andato per il verso giusto, e non certo per colpa di Schicchi, o delle sue star.


Luca Bagatin



5 aprile 2013

San Giuseppe Garibaldi


E se Garibaldi, anziché unificare l'Italia e poi cederla a Casa Savoia, avesse combattuto per conto del Papa ?
E se Garibaldi, anziché essere stato un acceso anticlericale, avesse ambito ad una Chiesa dei poveri ?
E se Garibaldi, anziché essere diventato icona del mondo laico e risorgimentale, fosse diventato icona sacra del mondo religioso e cattolico ?
Questa, l'ipotesi fantastorica di "San Giuseppe Garibaldi", edito da Editoriale Albero e scritto, nel 1987, da Franca Bigliardi Carpi, che per questo romanzo ricevette il premio L'Espresso da una giuria di altissimo livello composta, fra gli altri, da Alberto Arbasino, Alberto Moravia, Leonardo Sciascia ed Enzo Golino.
Franca Bigliardi Carpi, moglie del compianto scrittore Pier Carpi, dopo aver letto tutto ciò che c'era da leggere sull'Eroe dei due Mondi, immagina Giuseppe Garibaldi esattamente così com'era, con tanto di pregi e difetti: eroe appassionato ed al contempo ingenuo; scrittore per passione ma senza averne le doti; stratega dal grande cuore e di grande fede. Una fede che Garibaldi professerà - nella realtà storica - in seno alla Massoneria, divenendone Gran Maestro ma che, nel romanzo della Bigliardi, troverà vigore nella Chiesa cattolica ed in Pio IX, che la scrittrice immagina come un buon cattolico, animato da principi liberali e purtroppo manovrato dalla Curia vaticana, con in testa il Cardinale Antonelli.
Il Giuseppe Garibaldi del romanzo, postosi, con le sue Camicie Rosse, al servizio volontario del Papa, vorrà unificare l'Italia sotto la bandiera Pontificia e con un sogno nel cuore: una Chiesa fatta di umili e di semplici, come nel desiderio originario di Gesù detto Il Cristo ed unificare l'intera Europa e, perché no, tutto il mondo, attraverso rivoluzioni di popolo, abbattendo monarchie e principati.
Un Garibaldi che, per principi, non sarà poi così dissimile dal Garibaldi che la Storia ci ha donato.
Un Garibaldi allora ostacolato dai Savoia e, nel romanzo, ostacolato dal Cardinale Antonelli, tutto preso nel sostenere i Re "cristiani" e lo status quo.

Un Garibaldi che, alla fine del romanzo...sarà addirittura e meritatamente eletto nuovo Papa !
"San Giuseppe Garibaldi" è un romanzo fantastorico ed umoristico, purtroppo fuori catalogo da molti anni, scritto con un linguaggio elegante, che vuole essere un omaggio all'Eroe dei due Mondi, ma anche di critica a certa politica risorgimentale, animata dall'intrigo e dall'intrallazzo, piuttosto che da sani principi.
La Storia - peraltro - ci insegna che, Garibaldi, una volta unificata l'Italia, si ritirò ben presto a vita privata nella sua Caprera, a fare il contadino. Deluso e sdegnato da una politica di intrallazzi che mai amò e che mai potè fare sua. Esempio per tutti del vero rappresentante - assieme a Cagliostro, Mazzini, Gandhi e pochi altri - del “Cristo Cosmico” sulla terra, ovvero dell'Eroe immortale, che, dopo duecento anni, ancora manca all'Italia ed al mondo intero.

Luca Bagatin



11 dicembre 2012

"Volevo solo essere adorata" di Marcella Andreini: un libro che racconta l'anima inquieta di una studentessa



"Volevo solo essere adorata" (Edizioni L'Autore Libri - Firenze), scritto da Marcella Andreini, cara amica laureata in lingue e letterature straniere nonché blogger (www.orlando-kokoro.blogspot.it), è la storia di due studentesse che abitano nella stessa strada.
Meglio ancora, il libro di Marcella Andreini, è la storia di Emilia, la cui storia è raccontata dall'amica, in prima persona.
Emilia, anima fragile, enigmatica, profondamente riflessiva. Anima fragile non in quanto debole, tutt'altro. Anima fragile in quanto, piuttosto, capace di andare al di là delle apparenze, dei meri rapporti umani, spesso vuoti e fatti di "normalità".
Quella "normalità" che vede nelle sorelle e nella madre. Nella sorella che sta per sposarsi e vuole dei figli. Emilia no. Non li desidera. Lei ama dipingere e vuole andare a Capo Nord.
Lei ama "auto-intervistarsi". E' un modo per riflettere su sé stessa. E' un modo, come il suo dipingere, per far sì che l'artista prevalga sulla persona, altrimenti la realtà prenderà il sopravvento, come lei stessa afferma.
Una realtà, quella che la (ci) circonda, che Emilia non accetta. Dentro di lei si sente profondamente sola, è come ...essere strigliati da una spazzola di metallo sotto la pelle, aghi che ti percorrono le ossa, le vene...tutto il corpo.... Emilia non ama la vita e vuole farla finita. Lo confessa alla sua amica, dicendole che la sua vuole essere una scelta di coerenza con sé stessa, ponderata e preparata da anni.
E così avverrà. Del resto Emilia all'amica diceva cose come: Forse è qui il segreto della mia apparente serenità: sapere che volendo uno può farla finita. Emilia si toglierà la vita, senza che la sua amica abbia potuto fare nulla per lei, se non ascoltarla, in vita, così come Emilia le chiedeva. In verità Emilia non ha mai chiesto niente a nessuno. E' volata via, in punta di piedi. Lucidamente e razionalmente.
"Volevo solo essere adorata", io credo, è un piccolo romanzo per andare al cuore, all'anima della sua protagonista, che può essere anche l'anima di ciascuno di noi. Un'anima spesso inascoltata, tormentata, bombardata e violentata da miriadi di informazioni, personalità, affetti passati che forse non torneranno più. Oppure affetti presenti, che sono lì, silenti, in attesa di riunirsi alla nostra anima, ancora confusa, ancora preda di futili attaccamenti.

Luca Bagatin



27 settembre 2012

Corrado Augias e l'italiano ambiguo



Corrado Augias e i "Segreti d'Italia", titolo enfatico che lui stesso definisce tale.
A Pordenonelegge abbiamo incontrato anche lui che, attraverso una raccolta di storie note e meno note, ha presentato il suo ultimo libro che racchiude, a suo dire, un segreto: gli italiani vengono percepiti, in Europa, come "ambigui", ovvero "eccellenza" e "sottosviluppo". Eccellenza nella moda e nel cibo, sottosviluppo nella burocrazia e nella presenza della mafia.
Giudizio forse un po' sommario, veritiero per quanto concerne la burocrazia e l'eccessiva presenza dello Stato in ogni settore (ma in Svezia le cose non sono troppo diverse, anche se magari funzionano un tantino meglio), ma la criminalità organizzata esiste un po' ovunque (ed i black bloc non sono certo fenomeno italiano, almeno questo).
Gli italiani, a parere di Augias sono visti con "antipatia" dai nostri fratelli europei in quanto "non decifrabili". Curioso, nevvero, visto che, se pensiamo agli statunitensi ed ai ritratti buffi che ne fa lo stesso scrittore statunitense Mark Twain, non è che nemmeno loro siano così troppo decifrabili: democratici sì, ma eccessivi al limite del trash in ogni campo.
Ovviamente generalizzando (!) ed è qui la nota dolente e che non rivela alcun segreto. La generalizzazione genera diffidenza, pregiudizio e deformazione della realtà e, in un mondo globalizzato, sarebbe bene evitarla in quanto del tutto fuori luogo e, da una mente brillante come quella di Augias, in effetti, non ce l'aspettavamo.
Lo scrittore e giornalista, per dimostrare questa "divaricazione" culturale degli italiani, dell'Italia, pone ad esempio il "Cuore" di De Amicis, ove è presentato l'italiano perbene e rispettoso delle leggi ed il celebre romanzo di D'Annunzio "Il piacere", ritratto dell'italiano ribaldo e mascalzone, che ignora e trascura le leggi.
Anche questo esempio non ci pare poi così calzante, visto che la letteratura italiana è così vasta che di "tipi italici" ne esistono a bizeffe, tanti quanto forse sono gli italiani stessi.
Corrado Augias parla poi di un "familismo amorale" ed in questo, a onor del vero, non possiamo dargli torto. In Italia vige il culto della famiglia, della famiglia "classica", per così dire, fondata sul matrimonio, salvo poi tradire moglie o marito, salvo poi raccomandare il figlio e questa è una vera piaga sociale troppo spesso poco studiata e sottovalutata sotto il profilo sociologico.
Lo scrittore conclude la conferenza stampa chiedendosi il motivo per il quale gli italiani (ancora una generalizzazione, sic !) non riescano a capire il senso della Tragedia e la cultura italiana sia invece zeppa di melodrammi e di commedie all'italiana.
Un'immagine dell'italiano godereccio, insomma, un po' troppo macchiettistica che, ci auguriamo, non sia così tanto presente nella lettura del suo saggio edito da Rizzoli.
Altrimenti sarebbe una vera delusione.

Luca Bagatin



25 settembre 2012

"Viaggio nella notte": uno spaccato dell'alienazione vissuta e subita nel Nord Est italiano



"Viaggio nella notte" (Hacca edizioni), è il quinto romanzo dell'amico Massimiliano Santarossa, che è stato presentato in conferenza stampa a Pordenonelegge 2012.
Massimiliano, che peraltro conosco personalmente da almeno quindici anni e che so bene non essere un radical-chic, ma persona che conosce bene ciò di cui racconta, per averlo vissuto sulla sua pelle, ripercorre ancora una volta il rapporto "lavoro di fabbrica-periferia-Nord Est italiano".
Un filone alienante ed angosciante quello raccontato da Massimiliano, che narra di un periodo che va dagli anni '80 sino ai giorni nostri. Di un Nord Est che ha conosciuto un grande sviluppo economico, che però ne è stato anche la principale ragione del suo degrado: urbanistico ed umano in primis.
In nome di questo fantomatico "sviluppo" si sono cementificate le periferie, si è costretto i contadini ad abbandonare montagne e campagne, si è urbanizzato e omologato tutto quanto. In nome della cultura del "lavoro ad ogni costo", tipica della mentalità veneto-friulana, si sono persi i contatti con le tradizioni, si sono persino rifiutate le stesse, si sono ricercati piuttosto i "paradisi artificiali", lo sballo del sabato notte, al fine di dimenticare le dieci/dodici ore di lavoro in fabbrica.
Massimiliano Santarossa è assolutamente convinto che "lo sviluppo fine a sé stesso non basta più". E ricorda un'affermazione dell'ex Presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan, il quale si è letteralmente preso la "colpa generazionele" di aver pensato poco allo sviluppo del territorio in termini turistico-paesaggistici e di aver invece contribuito a cementificarlo.
"Viaggio nella notte" racconta la storia vera delle ultime tredici ore di vita di un ragazzo trent'enne della periferia del Nord Est. Operaio colto, il nostro protagonista, il quale incarna la metafora della perdita: perdita del lavoro inteso come mondo della fabbrica, alinenante, che si sta sgretolando. Perdita della famiglia, in quanto il padre morirà di crepacuore dopo una vita di lavoro e perdita della fede, intesa come visione di un Dio nel quale credere e sperare.
Il romanzo di Massimiliano Santarossa è dunque assente di ogni speranza, crudo come lo è la vita stessa. Vita che il protagonista del racconto deciderà di togliersi in quanto vuole fare "del suo corpo barriera", moderno Cristo, immolato affinché la sua morte sia di avvertimento e monito per la sua generazione e per le persone della sua terra, le quali, ingannate dallo "sviluppo facile" e dal "lavoro ad ogni costo" si sono trovate imbrigliate in una spirale disumanizzante senza fine.
E' forse anche una riflessione sul suicidio, che in Italia è ritenuto tabù, chissà mai perché, forse perché si è incapaci di andare oltre al pensiero della vita o, forse, perché non se ne comprendono taluni stati di alienazione.
Massimiliano Santarossa, ad ogni modo, è ottimista per il futuro e ritiene che le nuove generazioni, a differenza di quelle precedenti, siano molto più consapevoli della loro condizione e possano essere pronte a generare un nuovo cambiamento, con maggiore attenzione per il territorio e per la cultura.

Luca Bagatin (nella foto con Max Santarossa)



3 ottobre 2011

La Rossa e il Garibaldino

Maria la Rossa ed Emanuele, anzi, Manue.
Lei una contadina ligure dai capelli rossi, lui un garibaldino che combettè - assieme al Generale Giuseppe Garibaldi - nella battaglia di Mentana.
Maria, grande lavoratrice ed "iniziata" alla medicina popolare, con la quale cura misticamente i malati del paese.
Manue, cittadino fiero ed appassionato. Colto ed amante dei circoli massonici risorti dopo l'Unità d'Italia e nei quali si riunisce periodicamente a Genova. Poco dedito al lavoro, Manue, ma sicuramente fedele a Maria la quale, purtuttavia, in campagna ha un gran da fare fra mungitura e raccolta delle olive.
Sarà proprio per queste ragioni che caccerà di casa Manue e frequenterà un altro uomo, Angelo, contadino e fervente cattolico, anche se non sempre fedele alla moglie.
Tale l'affresco risorgimentale e post-unitario del piccolo romanzo di Agostino Pendola, quasi un racconto lungo “La Rossa e il Garibaldino”, edito da De Ferrari di Genova, in un'elegante edizione che reca in copertina la foto storica del garibaldino Luigi Canessa, eroe di Mentana.
Agostino Pendola, classe 1953, di Rapallo, già collaboratore de "La Voce Repubblicana" e de "Il Pensiero Mazziniano", ha, in passato, già dato alle stampe importanti saggi quali: "Anticlericali e mazziniani nella Rapallo di fine Ottocento" e "L'Eccidio del Muraglione e altre storie della Resistenza Rapallese".
In questa sua ultima opera ci presenta, senza troppe pretese, alcuni piccoli protagonisti dell'Unità d'Italia: siano semplici contadini o reduci garibaldini. Una società innocente, in sostanza, anch'essa protagonista - a pieno titolo, al pari dei Grandi del Risorgimento - della Storia d'Italia.

Luca Bagatin



29 luglio 2010

Articolo-intervista di Luca Bagatin allo scrittore Nathan Gelb: tratto dal numero 2 di "Secreta Magazine" del luglio 2009

Vi propongo, qui di seguito, l'intervista che ho realizzato per "il numero due di Secreta Magazine" all'amico Nathan Gelb, autore dei romanzi noir che vedono protagonista Raimondo de Sangro, Principe di Sansevero.

L.B.



Imbattersi nella figura di Raimondo de Sangro Principe di Sansevero - se non ti occupi o sei appassionato di Alchmia e/o Esoterismo - non è certo cosa ordinaria.
Personalmente, la prima volta che mi imbattei nelle opere dedicate a codesto alchimista, massone, inventore, letterato ed accademico vissuto nella Napoli del XVIII Secolo, fu alcuni anni fa in una polverosissima e particolarissima libreria di Venezia, bagnata dall'acqua e nota a pochi intimi, nella quale si possono trovare testi specifici che raramente le librerie ordinarie sono solite tenere fra i loro scaffali.
Inutile dire che subito me ne innamorai e la prima cosa a colpirmi fu la poliedricità del personaggio: celebre per le curiose sculture ricche di simbolismo conservate nella Cappella Sansevero - come il “Cristo velato” e il “Disinganno” - e che diede vita ad affascinanti invenzioni talvolta ancora oggi in uso come i primi prototipi di robot meccanici (all'epoca definiti “automi”); una macchina idraulica; una carrozza marittima capace di muoversi sull'acqua e moltissime altre ancora.
Di Raimondo de Sangro parla, nell'introduzione, anche un bellissimo romanzo esoterico uscito l'anno scorso per la A &B editrice e scritto da un amico Maestro Massone di Napoli che vuole essere conosciuto solamente con il suo pseudonimo: Martin Rua. E fu proprio Martin ad incuriosirmi e ad avvicinarmi all'interessante simbolismo celato dentro la città di Napoli stessa ed in molti suoi monumenti. Una città nella quale è peraltro ambientato uno dei più bei romanzi sui Rosa Croce mai scritti: “Zanoni” dell'inglese Bulwer-Lytton.
Ed è così che mi sono imbattuto anche in “Delitti sotto la cenere”, raffinatissimo thriller storico edito di recente dalla Sperling & Kupfer e scritto da Nathan Gelb, scrittore amiricano di Chicago nato da un'antica famiglia ashkenazita di Dresda ed il cui vezzo è di scrivere direttamente in italiano (che conosce alla prefezione peraltro !).
“Delitti sotto la cenere”, la cui verità storica è rispettata sin nei minimi dettagli, ha per protagonista proprio il Principe di Sansevero nelle vesti di detector, il quale si troverà appunto a dover indagare su due misteriore morti avvenute nel suo Tempio massonico..
Raimondo de Sangro è infatti Gran Maestro della Massoneria partenopea e Venerabile della Loggia Rosa d'Ordine Magno. E' malvisto sia dalla Chiesa che dal Re del Regno delle due Sicilie, Carlo di Borbone, il quale ha messo fuorilegge le Logge. Egli ed i suoi Fratelli sono dunque costretti a svolgere i loro lavori esoterici in clandestinità. Il Principe, come se non bastasse, è considerato ufficialmente come una sorta di demonio proprio a causa dei suoi studi ritenuti eretici e delle sue invenzioni.
E' in questo contesto che il suo domestico Leonardo ed una giovane donna vengono trovati morti nel Tempio: posti davanti alle colonne, denominate massonicamente Boaz e Jakin, risultano inceneriti, tranne i volti e le gambe. Accanto a loro un anacronistico granchio fellone. Perché? A quale espediente è ricorso l'assassino?
Nel Settecento era d'uso credere all'autocombusione dei corpi ma..... i sottili ragionamenti del Principe riusciranno ben presto a smontare tale tesi.
E sarà proprio per mezzo del suo nobile e sopraffino intuito e della sua capacità di analisi ch'egli perverrà alla soluzione degli enigmi,  via via sempre più intricati , mentre i morti ammazzati, purtroppo per loro, aumenteranno. Il Nostro, assieme all'inseparabile amante Duchessa Mariangiola Ardinghelli, scienziata dell'epoca (anch'ella realmente esistita), ed al giovane pescatore Nicola detto O'Rancio (in quanto pescatore di granchi !) riuscirà a venire a capo della mente diabolica che muove i fili  celati dietro ai delitti.
La trama è certamente appassionante, ma la lettura lo è ancor di più e trascinerà il lettore in questo affresco d'epoca sino all'ultima pagina. Affresco verosimilissimo peraltro e sono pronto ad affermare che Nathan Gelb ha fotografato il de Sangro come pochi sarebbero riusciti a fare in un romanzo.
Le pagine dei “Delitti”, poi, sono impreziosite da finissime stampe d'epoca che ritraggono ora le invenzioni del Principe, ora il suo Palazzo, ora il Teatro San Carlo di Napoli e molto altro ancora e la sensibilità di Gelb ha fatto sì che l'appendice fosse corredata da note che ci permettono di comprendere meglio il come ed il dove si è potuto documentare per mettere in piedi un'opera letteraria che non esito a definire perfetta. La grande disponibilità di quest'autore mi ha concesso, inoltre, l'intervista che segue, alla quale vi lascio non senza prima segnalarvi l'accattivante sito web di Nathan Gelb www.nathangelb.com ove troverete maggiori ragguagli su questo e sul precedente romanzo che ha sempre per protagonista Raimondo de Sangro Principe di Sansevero.

1) Luca Bagatin: Certo non è facile far “recitare” la parte del detector ad un alchimista di 300 anni fa, considerato purtroppo figura minore del panorama culturale italiano ed europeo. Che cosa ti appassiona ed affascina di più della figura storica di Raimondo de Sangro Principe di Sansevero ?

Nathan Gelb: Le paradossali mistificazioni con cui è stata tramandata la sua figura, sempre in bilico fra l'essere demoniaco e il genio incompreso. Affidandogli il ruolo di detector (detective) ho ritenuto di strappargli la maschera di assassino (creatagli dall'immaginario collettivo), per renderlo un acuto investigatore, volto a combattere proprio il crimine. Una sorta di contrappasso.


 
2) Luca Bagatin: Pensi che il Principe di Sansevero, storicamente, meriti maggiore attenzione ? E, se sì, in che senso ?

Nathan Gelb: Certamente. Molto di lui c'è ancora da verificare. Le sue scoperte ed intuizioni meriterebbero maggior approfondimento da parte di specialisti.


3) Luca Bagatin: Il “tuo” Principe di Sansevero, quando sorpreso e/o infuriato, utilizza la tipica affermazione: “Coda de Cifero !”. Che cosa significa e come ti è venuto in mente di metterla in bocca al Nostro ?
 
Nathan Gelb: L'espressione "coda de Cifero" è spiegata nel mio precedente romanzo "Il quadro dei delitti": si tratta di un semplice intercalare "coda di Lucifero", suggeritomi da un gentile esperto in antico vernacolo napoletano.

 

4) Luca Bagatin: Nella prefazione al tuo romanzo, che nei fatti è un dialogo fra te e la tua editor Edi Vesco, dici di credere nella magia sin da quando eri bambino. Puoi spiegarci meglio che cosa intendi per magia ?

Nathan Gelb: Magia, per me, è tutto ciò che è oscuro e necessita d'essere illuminato.
 

5) Luca Bagatin: Da ciò che scrivi sembri un appassionato di esoterismo ed uno studioso di Massoneria. Qual è il ruolo che secondo te potrebbe ricoprire oggi la Massoneria ?

Nathan Gelb: Rispondo con una metafora: essa è un ponte sospeso fra le acque-superiori e le acque-inferiori, tra l'enigmatica Sfinge e l'inquietante Chimera.
 

6) Luca Bagatin: Da quanto scrivi si evince che ti affascina molto la città di Napoli:  che cosa ti ha spinto a documentarti sulla sua storia e cultura e come sei riuscito a caratterizzare così bene i personaggi tipicamente partenopei del tuo romanzo ?

Nathan Gelb: Il fascino di Napoli consiste nell'essere una città mutante. E' la sirena ammaliatrice, che non può essere mai sepolta; è -in abbinata- un'enorme camera funebre come quella di Tutankhamon, la caverna "trogloditica" spalancata nel tufo, che fa pensare a un'antropologia le cui radici affondano nella preistoria. Queste,dunque, le premesse per creare i miei personaggi.
 


7) Luca Bagatin: Pensi che vedremo ancora il Principe di Sanservero indossare i panni del detector in qualche tuo prossimo romanzo ?

Nathan Gelb: Non amo fare progetti. L'idea mi cattura all'improvviso..


8) Luca Bagatin: Che cosa ne pensi del futuro della cultura ed in particolare della letteratura, oggi ?

Nathan Gelb: E' talmente vasto e variegato il panorama sia europeo sia statunitense, e le logiche del mercato sono così diverse, che non riesco a individuare una prospettiva ben definita.


Nel ringraziare Nathan, non posso concludere senza un ricordo alla sua encomiabile editor, nonché scrittrice: Edi Vesco.

Personalmente mi ha emozionato e mi emoziona molto il dialogo fra lui e lei, riportato quale “prefazione” al romanzo dei “Delitti sotto la cenere”, e soprattutto ciò che Nathan scrive, relativamente alla sua tragica dipartita.

Le sue dolcissime parole la ricordano con profonda tenerezza ed è proprio con esse che vorrei concludere:

"Edi Vesco ha collaborato a questo romanzo. Lei e io non eravamo nuovi a queste scaramucce, e pensavo - anzi volevo - continuassero all’infinito. Poi l’inquietante transitorietà terrena si è rivelata all’improvviso. Non annunciata. Però io, nel pieno rispetto per il suo amore verso gli uccelli, preferisco visualizzarla in questa immagine: Edi, poco tempo fa, ha approfittato di una migrazione delle gru di Ibico.. Esse l'hanno accolta nelle loro schiere, ed è volata via. Il mio primo e più intenso ringraziamento lo rivolgo quindi a lei, come se fosse ancora in vita. Edi vive infatti in questo libro che tanto ha amato e nel quale ha profuso talento, creatività, verve, senza la minima presunzione. Trasmettendomi il suo cristallino entusiasmo. Edi, grazie. Non solo per il tuo aiuto, ma per essere oramai residente nel mio cuore. Ciao"

Luca Bagatin



15 gennaio 2010

UN AMORE SENZA FINE romanzo a puntate by Luca Bagatin (CAPITOLO QUATTORDICESIMO ed ultimo)

Eccoci dunque arrivati al capolinea.
Capolinea del FEUILLETTON "Un amore senza fine", che scrissi nel 1993 all'età di quattordici anni.
Non è un bel romanzo, ma....vi avevo avvertiti. Manca di pathos, ma soprattutto di una vera struttura organica, finanche con personaggi meglio caratterizzati.
Ad ogni modo e comunque, vi ha tenuto "compagnia" per tre mesetti buoni per cui.....se proprio proprio vi venisse in mente di rileggervelo (e/o di leggerlo per la prima volta !) sarà sufficiente che clikkiate sulla rubrica FEUILLETTON di questo blog in alto a destra.
Buon quattordicesimo ed ultimo capitolo, dunque.
Preparate i fazzoletti. Ne avrete bisogno.

Luca Bagatin

Capitolo quattordicesimo


Scontro finale


Il giorno seguente, il Barone Von Grimbukow e l' attendente Franz, giunsero a Francoforte.

I due si diressero verso il fortino austro-prussiano, vi entrarono e vennero informati dal Capitano che il Generale era stato ucciso da un giovane sconosciuto che era poi riuscito a fuggire con una ragazza.

Immediatamente Mark pensò fosse stato Einrich e, insieme a Franz, si apprestò a controllare tutte le locande della città, finchè, dopo una lunga ricerca, Von Breith e la Duchessina vennero scoperti da Franz mentre si baciavano appassionatamente dietro al muretto di una casupola.

Subito l’attrndente avvertì il Barone , il quale corse di gran carriera.

- Questa volta per voi sarà la fine Von Breith. Vi prometto che vi farò rimpiangere il giorno in cui avete messo gli occhi su Verusca! - disse Von Grimbukow sguainando la spada e rivolgendosi ad Einrich, il quale in tutta risposta: - Barone, non sapete far altro che combattere! Non vi importano i sentimenti di questa ragazza? Non vi preme conoscere ciò che pensa? -

- Le donne non pensano, non sono loro a decidere la loro sorte, ma siamo noi uomini a pensare per loro! - disse Mark adiratissimo.

- Questa è la più grande stupidaggine che abbia mai udito, Barone! - ribatté Einrich, che con uno scatto fulmineo estrasse la spada e la incrociò con quella di Von Grimbukow. Iniziò così uno scontro all' ultimo sangue.

Alcuni istanti dopo Mark, continuando sempre a tirar di scherma, ordinò all’attendente e ad un fante prussiano che passava da quelle parti, di legare stretta Verusca all’albero più vicino e di sorvegliarla, in modo che non potesse fuggire.

Franz ed il soldato eseguirono l' ordine: la legarono ad un ciliegio che si trovava nel giardino di una casa abbandonata e la sorvegliarono.

Nel frattempo il sanguinoso duello proseguiva ed entrambi i cavalieri riportavano profonde ferite al torace e alle braccia.

Von Grimbukow, stanco, per terminare il combattimento con la sua vittoria, estrasse la pistola che aveva alla cintura e la puntò verso Einrich, pronto a far fuoco.

Il ragazzo tuttavia gliela fece cadere in terra con la punta della spada e lo trafisse senza alcun rimorso.

Franz, fedele servitore del Barone, vista la scena gridò: - Von Breith! Hai ucciso il Maggiore e per questo la tua amata morirà! -. Subito dopo estrasse la pistola, la puntò verso Verusca, legata, e ordinò al fante prussiano: - Soldato, uccidiamo questa donna, così vendicheremo la morte del Maggiore Von Grimbukow! -

Il soldato non esitò a caricare il fucile e a puntarlo contro la bella Verusca, pronto a far fuoco all' ordine di Franz.

- No, non potete ucciderla, no... - gridò istintivamente Einrich parandosi davanti a Verusca nell’istante in cui i due fecero fuoco. Le pallottole affondarono nel petto di Einrich togliendogli la vita in quella così giovane età.

Allarmati dagli spari, accorsero dei granatieri prussiani guidati dal Principe Federico, i quali videro la Duchessina brutalmente legata al ciliegio e i due assassini dinanzi a lei che la stavano deridendo.

Il Principe ereditario si rivolse ai due brutti ceffi dicendo: - Voi due manigoldi avete ucciso un libero cittadino di Prussia, nonché mio amico; legato e deriso la Duchessina di Brema e per questo sarete fucilati domani all’alba davanti a tutti i vostri camerati! -

I due vennero quindi condotti al fortino dalle guardie e Verusca venne liberata da Federico, il quale si fece raccontare l’accaduto dall' inizio e, avendo un’animo sensibile e delicato, non riuscì a trattenere le lacrime.

Einrich, con quell' eroico gesto, aveva sacrificato la sua stessa vita per la sua amata, simbolo del suo eterno amore per Verusca.

Fine


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini