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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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13 dicembre 2013

Spadolini contro Pannella. Al Drive In

In questo bellissimo e raro video d'annata (1986) del "Drive In", il repubbliCHINO Giovanni Spadolini - imitato egregiamente da Gianfranco D'Angelo - se la vede direttamente con il nonviolento libertario Marco Pannella (quello vero !).

Uno sketch-spaccato politico degli Anni '80 che merita di essere ricordato, dopo quasi trent'anni.

Ci manca una trasmissione irriverente e a tratti surreale come il "Drive In", oggi. E ci manca il Marco Pannella libertario e nonviolento di allora.

Con la Seconda (quasi Terza) Repubblica è morta una grande epoca. E solo oggi, con l'avvento di una crisi che è prima di tutto esistenziale, ce ne stiamo rendendo conto.



19 novembre 2013

"Ricordati di vivere": l'autobiografia civile e politica di Claudio Martelli

Non si tratta della solita autobiografia, bensì della storia di un'epoca, di una stagione.

Una stagione laica, liberale, libertaria, liberalsocialista. Una stagione che, molto probabilmente, in Italia non tornerà mai più.

La stagione di sapeva forse poche cose, ma le ricorda benissimo. La stagione di chi si ricorda di vivere e che del “Primum vivere” di nenniana memoria, ha fatto la sua bandiera.

“Ricordati di vivere” è l'autobiografia di Claudio Martelli edita in questi giorni da Bompiani.

Esponente di spicco del Partito Socialista Italiano, Martelli ne diventerà Vicesegretario Nazionale e ricoprirà anche importanti cariche istituzionali quali la Vicepresidenza del Consiglio dei Ministri, nel 1989 e diverrà Ministro di Grazia e Giustizia nel 1991.

Un uomo tutt'altro che di potere, Claudio Martelli, e lo dimosterà sia la sua vita personale e politica, sia il fatto di essersi ritirato da tempo dalla vita pubblica.

Giovane militante, a soli tredici anni, del Partito Repubblicano Italiano e dunque della Federazione Giovanile Repubblicana, come il fratello Antonio, sarà ispirato per tutta la vita dalla figura di Giuseppe Mazzini e dai suoi “Doveri dell'Uomo”, saggio che invita gli operai italiani all'emancipazione ed alla ricerca dell'unità fra capitale e lavoro, in antitesi rispetto al materialismo marxista.

Lascierà il PRI di Ugo La Malfa ai tempi dell'Università, una volta stretta l'amicizia con Ugo Finetti, giovane studente come lui, che aveva lasciato da poco il PCI in quanto mal sopportava il “centralismo democratico”. Con Ugo Finetti – oggi fine storico e giornalista – lo studente Martelli e molti altri giovani repubblicani mazziniani e comunisti di ispirazione riformatrice, approderà al PSI di Pietro Nenni, con un obiettivo preciso: quello di unificare le forze laiche e riformatrici della sinistra italiana.

Si sposerà giovane il Nostro, a soli vent'anni, con Daniela Maffezzoli di soli sedici anni, ma il loro matrimonio durerà poco. Anni dopo intraprenderà la carriera di studente e poi professore di Filosofia e qui incontrerà l'altro amore della sua vita, Annarosa, sua allieva con la quale si sposerà e dalla quale avrà Giacomo, il primo figlio tanto amato.

Amore e passione politica saranno il binomio che condurrà Claudio Martelli durante tutto il corso della sua vita e che sono racchiuse nella sua autobiografia. Amore per le donne, per la filosofia laica, libertaria e libertina, per il teatro e la politica, intesa come servizio e modernizzazione della società.

Di qui il sodalizio con i radicali di Marco Pannella, oltre che con i repubblicani, i liberali e, negli Anni '80, anche con i socialdemocratici con i quali costituirà una sorta di federazione laica che vide uniti, in alcuni collegi al Senato, PSI, PSDI e Radicali.

Il sodalizio con Pietro Nenni, colonna portante del socialismo italiano e con Bettino Craxi, nacque subito, negli Anni '60. Li legava la volontà di modernizzare il Paese, smarcarsi dalla Democrazia Cristiana con la quale pur erano al governo, cercare un'intesa con gli altri partiti laici e contrastre l'avanzata di un Partito Comunista sorretto dalla dittatura sovietica.

Con Craxi, infatti, Martelli aderì subito alla corrente riformista ed autonomista di Nenni, in contrapposizione alla sinistra lombardiana che voleva mantenere un rapporto privilegiato con il PCI. Sin da ragazzo fu, infatti, intransigentemente anticomunista in quanto non poteva sopportare le angherie dell'URSS nei confronti di ungheresi e cecolsovacchi, aspetti che denunciò immediatamente nei congressi dell'Internazionale Giovanile Socialista (IUSY).

Oltre a partecipare con Bettino Craxi, agli incontri con i più grandi esponenti del Socialismo europeo quali Willy Brandt e François Mitterrand, farà in modo di costruire una piattaforma interna al PSI che da una parte recuperava il liberalsocialismo di Turati e dei Rosselli e dall'altra guardasse al futuro, auspicando un Partito Socialista moderno, alleato ai partiti laici e, in questo senso, tentò di ammodernarlo, promuovendo la democrazia interna e tentando di combattere il carrierismo ed il malcostume delle “tessere fittizzie”. Purtuttavia, per sua stessa ammissione, non vi riuscì.

Claudio Martelli, in “Ricordati di vivere”, ripercorre la sua battaglia politica assieme a Craxi nel 1976, ai tempi del Midas, ovvero allorquando la corrente autonomista conquistò il Partito e lo rinnovò nei contenuti e nelle proposte politiche.

Racconta di come Craxi fu il primo a proporre una riforma dei partiti e del sistema politico in senso “americano”, proponendo di introdurre l'elezione diretta del Presidente della Repubblica con funzioni di governo e di un Parlamento forte ma più snello, con meno esponenti, ed eletto con il sistema uninominale.

In questo senso Martelli elaborò quella che egli definirà la vera “terza via”, lontana e diversa dalle prospettive di Berlinguer e dei comunisti, ovvero la piattaforma per una sinistra di governo socialista e liberale al contempo, che parlasse soprattutto di meriti e di meritocrazia, oltre che di bisogni. In questo senso riuscì a costruire ottime sinergie anche con esponenti dell'ex sinistra extraparlamentare, libertaria e verde-ecologista quali Franco Piro (poi deputato PSI), Adriano Sofri, Alex Langer e Michele Boato (che diverranno, successivamente, deputati Verdi).

Una piattaforma che, del resto, lo porterà a sostenere i referendum Radicali, Verdi e Socialisti sulla giustizia giusta per la separazione delle carriere dei magistrati e la responsabilità civile del giudice ed il referendum sul nucleare.

Martelli elaborò dunque, prima del crollo della Prima Repubblica, l'idea di un Partito Democratico all'americana che nelle sue intenzioni poteva nascere dalla sinergia fra Socialisti, Repubblicani, Liberali, Socialdemocratici, Radicali, Verdi e post-comunisti di estrazione migliorista e riformista.

Un'idea che, sotto la spinta della clava giustizialista di Tangentopoli, soccomberà e condurrà l'Italia nella sua prima svolta a destra, con Berlusconi al governo e con la nascita di un PD conservatore, ondivago, inciucista (non a caso oggi al governo con la destra). Ovvero l'esatto opposto di quello che avrebbe potuto diventare il partito democratico di ispitazione liberalsocialista ideato da Martelli.

“Ricordati di vivere” racconta anche delle lotte di potere fra Craxi e De Mita, ovvero fra visioni contrapposte della società: fra un socialismo democratico ed un conservatorismo vecchia maniera.

E racconta degli ottimi risultati ottenuti dal Governo Craxi in soli quattro anni: pareggio di bilancio, riduzione a due cifre dell'inflazione, avvio delle prime liberalizzazioni e credibilità internazionale.

Ed il saggio di Martelli restituisce nuova luce – semmai ve ne fosse bisogno – alla figura del giudice Giovanni Falcone, grande amico del Nostro e grande collaboratore del Ministero di Grazia e Giustizia ai tempi del dicastero Martelli. Falcone, eroe dell'antimafia ingiustamente attaccato (e solo successivamente e tardivamente beatificato) da Leoloca Orlando e dai comunisti. Falcone che, attaccato da una certa sinistra, finirà trucidato, come il giudice Borsellino, in un tragico attentato mafioso.

Claudio Martelli, inoltre, ricorda l'introduzione della legge che porterà il suo nome, ovvero la prima che regolerà l'immigrazione, garantendo da una parte i diritti umani degli immigrati e dall'altra una certa sicurezza, poi del tutto disattesa dalle successive leggi Turco-Napolitano e Bossi-Fini.

Senza contare il racconto del sistema delle tangenti, da sempre esistente, nel bene o nel male, che purtuttavia oggi, in assenza della democrazia dei partiti ed in presenza, invece – parole di Martelli – di un'oligarchia al potere, si è triplicato, come i fenomeni di spreco di danaro pubblico e di clientelismo.

Un racconto franco, quello di Martelli, raccolto in “Ricordati di vivere”. Un documento storico prezioso per ricordare, non dimenticare e tramandare ai giovani un'epoca ormai lontana dalla nostra. Fatta di passione civile e politica autentica.


Luca Bagatin



19 febbraio 2011

"La storia, la politica, le istituzioni": gli scritti e i discorsi di Edgardo Sogno editi da Rubbettino



Edgardo Sogno fu un un combattente per la libertà. Un partigiano, un Eroe nazionale dimenticato.
Un liberale intransigentemente antitotalitario, ovvero antifascista ed anticomunista che, solo per aver denunciato - alla metà degli anni '70 - il clerico-marxismo e teorizzato, con l'altro Eroe della Resistenza, Randolfo Pacciardi, una "Seconda Repubblica" fondata sul presidenzialismo e su un governo forte, sull'esempio di De Gaulle in Francia, fu ingiustamente fatto incarcerare dal magistrato comunista Luciano Violante con l'accusa di cospirazione politica.
E' dell'anno scorso la ripubblicazione - per la Sperling & Kupfer - della lunga intervista che gli fece il giornalista Aldo Cazzullo e raccolta nel volume "Testamento di un anticomunista", nella quale Sogno racconta la sua storia politica e la triste vicenda che lo vide ingiustamente coinvolto.
La casa editrice Rubbettino aveva già, nel 1999, ovvero un anno prima della morte di Edgardo Sogno, pubblicato un ottimo volume: "La storia, la politica, le istituzioni: scritti sull'antifascismo, sulla storiografia contemporanea e sulle riforme costituzionali".
Un volume raro e prezioso, che raccoglie gli scritti più importanti e significativi di Sogno.
Il partigiano liberale Edgardo Sogno, medaglia d'oro al valor militare, in questo volume, dimostra - per averlo vissuto in prima persona – come, durante la Resistenza, vi fossero due diversi e contrapposti antifascismi.
Uno di ispirazione liberal-democratica e dunque che si batteva contro il nazifascismo allo scopo ultimo di costruire un'Italia con libere istituzioni, ove tutti potessero concorrere alla vita democratica del Paese; ed uno di ispirazione social-comunista e giacobina, che si batteva contro i fascisti allo scopo di istituire, una volta terminata la guerra, un totalitarismo fondato sulla lotta di classe.
Sogno ed il già citato Randolfo Pacciardi, repubblicano mazziniano, appartenevano alla prima schiera di partigiani.
Via via, nel corso del volume, Edgardo Sogno, afferma cose mai scritte nel libri di Storia in Italia, in quanto fortemente condizionati dall'ideologia clerico-marxista. Egli denuncia l'influenza sovietica nel nostro Paese ed esalta la filosofia di Benedetto Croce, fondatore del Partito Liberale Italiano e, dunque, l'etica delle libertà e del liberalismo da contrapporre persino alla democrazia, se questa può finire per portare al governo dei partiti totalitari (come avvenne in Germania con Hitler, eletto, purtroppo, democraticamente dal popolo).
Edgardo Sogno, poi, esalta il ruolo dei governi del primo dopoguerra, sostenuti dalle forze risorgimentali laiche e cattoliche di ispirazione liberale e dunque da De Gasperi, Einaudi, La Malfa, Pacciardi, Sforza e Saragat, i quali sono anche riusciti ad arginare il clerico-marxismo più reazionario dei Dossetti e dei Togliatti.
Nella seconda parte del volume, Edgardo Sogno, parla delle riforme costituzionali, ovvero della necessità di rivedere profondamente la Costituzione italiana, in quanto fondata nel '47 su principi clerico-marxisti a partire dal primo articolo che fonda la Repubblica sul lavoro e non già sulle libertà ed i diritti individuali.
La Costituzione italiana, spiega Sogno, si fonda su principi anti-risorgimentali, anti-liberali ed anti-occidentali, propri delle forze che a maggioranza l'hanno influenzata: la Dc dossettiana ed il Pci.
Occorre, secondo Sogno, snellire la Costituzione ed eliminare in particolare quegli articoli in pieno contrasto con la libera iniziativa economica (come gli articoli 41 e 42) e che prevedono gli espropri di Stato.
E, in accordo con l'amico Pacciardi, Sogno teorizza una nuova Costituzione nella quale sia inserita una nuova legge elettorale: maggioritaria, a turno unico, con collegi uninominali all'anglosassone e che preveda l'elezione diretta del Presidente della Repubblica con funzioni di governo.
Nell'ultima parte del volume, Edgardo Sogno, ricorda l'amico di sempre: Randolfo Pacciardi. Il repubblicano che aveva due soli modelli ispiratori: Giuseppe Mazzini con il suo “Doveri dell'Uomo” - compendio di emancipazione dei lavoratori e delle donne e di rispetto per la proprietà individuale – e Charles De Gaulle, il Presidente francese che aveva dato al suo popolo una Costituzione pienamente liberaldemocratica, con un esecutivo forte e con un parlamento al quale era affidato il potere legislativo.
Randolfo Pacciardi fu bollato, dalla vulgata clerico-marxista, come un “fascista” e solamente il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, nel 1991, proporrà per lui i funerali di Stato.
Tutto questo e molto altro è contenuto nella raccolta di scritti di Edgardo Sogno edita da Rubettino e relativa alla storia della Resistenza liberaldemocratica e sulla necessità di nuove Istituzioni di ispirazione occidentale.
Un testo da leggere e diffondere: perché un pezzo di Storia, attualissimo, non sia cancellato per sempre.

Luca Bagatin



24 febbraio 2010

La corruzione è aumentata all'indomani della falsa rivoluzione di Tangentopoli. Come previsto.



La corruzione è aumentata.
Abbiamo scoperto l'acqua calda.
In realtà non è mai diminuita, come invece certi media averebbero voluto farci credere all'indomani della falsa rivoluzione di Tangentopoli.
Ieri, i partiti - tutti i partiti - in realazione al loro peso elettorale ed alla loro penetrazione nelle amministrazioni locali, "estorcevano" tangenti.
Nei sistemi più vari e a tutti noti. Noti allora come oggi. Anzi, più di oggi: sia alla magistratura, sia agli imprenditori dell'epoca.
Fu un sistema costruito all'indomani della ricostruzione postbellica, nel 1946, e possibile solo in un Paese ad economia dirigista ed anti-liberale come il nostro.
Un Paese che mise in piedi le Partecipazioni Statali, una tv di Stato con ben tre reti televisive, un apparato sindacatocratico e burocratico pesantissimo e che permeava tutta la società italiana.
La corruzione nacque così, per volontà in particolare dei due partiti più forti: Dc e Pci. L'uno finanziato dagli USA, dal sistema delle Partecipazioni Statali e dal sottogoverno; l'altro dalla dittatura sovietica, dal sottogoverno locale e dalle cooperative rosse.
Il sistema radiotelevisivo, poi, fu letteralmente "lottizzato", come si diceva allora: un pezzo alla Dc, uno al Psi e l'altro al Pci.
L'egemonia culturale, editorale e cinematografica - come voleva Gramsci, del resto - fu occupata poi dal Partito Comunista Italiano, con il beneplacito della Dc.
E gran parte dei magistrati che si formarono negli anni '70, provenivano dalle file dello stesso Pci.
I partiti laici più piccoli, Psi in testa - certo - si industriarono a loro volta e a loro volta si insinuarono in quel sistema "corrotto".
Corrotto quanto si vuole, ma che riuscì a garantire la democrazia nel nostro Paese, una certa stabilità economica (persino un boom economico negli anni '50 e '60) e via via l'abbattimento dell'inflazione e il riconoscimento del Made in Italy nel mondo.
Un sistema abbattuto da inchieste a senso unico: molte delle quali finite in assoluzione (sono recenti le assoluzioni con formula piena dell'allora democristiano Calogero Mannino e del compianto Segretario socialdemocratico Antonio Cariglia).
Abbattuti così i partiti democratici: Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli; modificata la legge elettorale in senso maggioritario (andando contro la Costituziuone che prevede tutt'ora un sistema unicamente proporzionale con preferenze); abolita l'immunità parlamentare (anche qui, andando contro la Costituzione), ecco morta la democrazia in Italia.
L'Armata Brancaleone messa a punto da Achille Occhetto - sicura di vincere le elezioni del 1994 - si trovò invece sbaragliata da Silvio Berlusconi - un imprenditore capace ma estraneo alla Storia ed alla cultura politica italiana - che legittimerà l'avvento dei postfascisti (solo di recente ripuliti da Gianfranco Fini) e dei leghisti di Bossi.
Da un sedicennio viviamo l'alternarsi governativo di berluscones, leghisti, giustizialisti e cattocomunisti riuniti in calderoni - non già più partiti - che sono dei veri e propri comitati d'affari senza peraltro alcuna "magistratura interna" come invece prevedevano gli statuti dei vecchi partiti della Prima Repubblica.
Ecco dunque la penatrazione, a livello nazionale e locale, di personalità dalla dubbia moralità - senza storia né cultura politica - a destra come a sinistra. Con l'unico interesse di arraffare e lucrare: a livello locale, forse ancor più che a livello nazionale.
Il tutto reso possibile dal fatto che non esiste più alcuna mediazione dei partiti (visto che non esistono più) o dei leader, che nei fatti sono investiti del loro ruolo unicamente "a furor di popolo" e non più dalla democrazia interna dei partiti.
Lo stesso sistema delle Primarie non è che una bufala che non fa che slegare i leader eletti (a "furor di popolo") dalla democrazia interna del partito. Un sistema che rende dunque questi leader ricattabili da qualsiasi lobby economica del territorio capace di garantir loro l'elezione (un po' come il "televoto" dei reality ottenuto per mezzo del pagamento dei call-center).
Nel 1993, paradossalmente, chi smascherò quel sistema di corruzione, fu Bettino Craxi (ma già negli anni '70 lo andavano denunciando i Radicali di Marco Pannella). E fu egli stesso che propose una riforma radicale che mettesse a nudo "chi finanziava chi", sul modello della democrazia americana. Lo proponevano anche i Repubblicani di La Malfa ed i Liberali di Altissimo.
Non se ne fece nulla. Nelle file cattocomuniste si preferì utilizzare l'arma giudiziaria.
E ci si ritrova oggi in una situazione peggiore, che solo un ritorno all'etica pubblica ed alla democrazia dei partiti potrebbe sanare.
Dubito ciò sarà purtittavia possibile in tempi brevi e con gli attuali leader politici. Nazionali e locali.

Luca Bagatin



15 febbraio 2010

Edgardo Sogno: partigiano liberale ingiustamente vilipeso

Edgardo Sogno fu partigiano liberale, antifascista ed anticomunista al contempo.
Nacque a Torino, il 29 dicembre del 1915, e negli anni '40 iniziò a frequentare i circoli liberali vicini a Benedetto Croce e dell'antifascismo clandestino.
Dopo l'8 settembre del 1943 prese parte alla Resistenza in rappresentanza del Partito Liberale Italiano e tale sua militanza gli valse la Medaglia d'Oro al Valor Militare.
Come molti liberali del tempo, fu acceso sostenitore della Monarchia e si spese attivamente nella campagna elettorale del referendum del 1946 che portò comunque alla vittoria della Repubblica.
Negli anni '50 fu diplomatico a Buenos Aires, Parigi e Londra e negli anni successivi tornò all'impegno politico nel PLI con i Comitati di Resistenza Democratica in funzione anticomunista.
Sarà proprio questo acceso anticomunismo che, nel 1974, lo porterà - assieme all'anticomunista e Repubblicano Randolfo Pacciardi (altro insigne partigiano ed eroe della Guerra civile Spagnola), all'incriminazione per cospirazione politica (quello che sarà poi definito "Golpe Bianco" dall'allora magistrato Luciano Violante, che li accusò).
Fu un'accusa totalmente assurda ed infondata che si basava unicamente sulle opinioni politiche dei due partigiani di ispirazione liberaldemocratica, i quali teorizzavano una "Seconda Repubblica" sull'esempio di De Gaulle in Francia: presidenzialista e con un governo forte e capace di arginare una volta per tutte il pericolo sovietico.
Edgardo Sogno venne dunque arrestato nel 1976, ma assolto da ogni accusa due anni dopo.
Nel frattempo aveva già pubblicato il libro "La seconda repubblica", ove raccolse le sue idee liberali e presidenzialiste e successivamente, nonostante gli fosse precluso l'accesso alle grandi case editrici, "Il Golpe Bianco", nel quale raccontò che il suo preteso "golpe" non fu che una rivoluzione liberale condotta con l'arma democratica delle modifiche istituzionali, nel particolare momento di crisi politica che l'Italia stava vivendo (egli fu fra coloro i quali, peraltro, denunciarono il rischio dell'entrata del Pci - legato alla dittatura sovietica - nell'area di governo).
Gli avversari di Sogno, come accadde per Pacciardi, rimarranno da quel momento i cattocomunisti ed i giacobini, che osteggeranno sempre le sue idee liberali e che non sopporteranno che un liberale, pergiunta monarchico, potesse aver combattuto con valore durante la Resistenza antifascista. Una Resistenza che si voleva unicamente "comunista" a tutti i costi.
Sogno, da liberista, punterà il dito contro l'economia statalista figlia del compromesso storico Dc-Pci e si avvicinerà persino al nuovo corso socialista di Bettino Craxi, arrivando persino a pubblicare un libro - "La grande utopia" - presso la casa editrice Sugarco, espressione dell'allora Psi, ove riprenderà ed attualizzerà il pensiero del filosofo John Stuart Mill.
Dal 1988 al 1992, Edgardo Sogno, pur rimanendo liberale, inizierà la collaborazione con l'organo del Psi "L'Avanti" e finanche con la rivista socialista "Mondo Operaio". Successivamente approderà a "L'Indipendente" di Vittorio Feltri e ad "Il Giornale".
Nel 1996 - da gollista convinto - si candiderà alle elezioni per la Camera dei Deputati come indipendente nelle liste di Alleanza Nazionale.
Non avrà successo, in quanto silenziato dai media e senza mezzi finanziari per far conoscere la propria candidatura. Quella di un liberale storico ed antifascista che accettò comunque di candidarsi in un partito la cui storia era assai diversa dalla sua, ma il cui schieramento ritenne più vicino alla sua prospettiva.
Di Edgardo Sogno, morto tristemente dimenticato da tutti all'età di 85 anni, oggi, ci rimane molto poco.
Quasi tutte le sue pubblicazioni sono ormai fuori catalogo. Citiamo qui, oltre a quelle già citate: "Testamento di un anticomunista": libro intervista a cura di Aldo Cazzullo e "La storia, la politica e le istituzioni" della casa editrice Rubbettino.
Sono invece lieto, da qualche giorno, di aver scoperto in rete un sito a lui dedicato www.edgardosogno.org, ovvero quello del "Comitato per le Libertà Edgardo Sogno", presieduto dal Senatore Francesco Forte ed il cui Presidente onorario è la moglie Anna Sogno.
Un Comitato che a livello internazionale fa capo ai Comitati per le Libertà presieduti dal dissidente russo Vladimir Bukowskij. Uno strumento per far conoscere la vita, le opere e l'azione di un grande liberale, antifascista ed anticomunista, ingiustamente vilipeso in questo nostro Paese che - a livello politico - ha una strana e pericolosa propensione ad osteggiare i paladini delle libertà individuali, civili ed economiche.

Luca Bagatin



29 gennaio 2010

MARIO PANNUNZIO: GRANDE LIBERALE DEL NOVECENTO. Intervista di Luca Bagatin al prof. Pier Franco Quaglieni


da sinistra: Mario Pannunzio, Arrigo Olivetti, Nicolò Carandini

Quest'anno ricorre il centenario della nascita di Mario Pannunzio, grande giornalista rigoroso e liberale che fondò due storiche testate: "Risorgimento Liberale" ed "Il Mondo".
"Risorgimento Liberale", fondato nel 1944, fu organo del Partito Liberale Italiano e fu il primo giornale in Italia a schierarsi apertamente - oltre che contro il totalitarismo fascista e nazista -  anche contro quello comunista e stalinista e a denunciare la tragedia delle foibe.
Quanto a "Il Mondo", fondato nel 1949, mai testata giornalistica fu più laica e liberale di questa, nonostante tale esperienza durò solo diciassette anni.
Diciassette anni di battaglie libertarie e riformatrici in un’Italia da sempre (oggi ancor più di ieri, peraltro) pasticciona, burocratica, clericale, socialcomunista e socialfascista.
Diciassette anni di denunce di un "sistema" corrotto e corruttore fatto di sottogoverno delle maggioranze (che videro protagonisti Dc e Pci in primis); di ingerenza vaticana (per quanto allora fosse in qualche modo arginata dalla Dc alla quale va dato comunque il merito di essere un partito di gran lunga più laico degli attuali Pd e PdL) e di connubio fra mondo politico e mondo economico (aspetto che oggi ha raggiunto l’apice al punto che è l’economia – guidata da un capitalismo straccione, antiliberista ed antiliberale -  a governare la politica !).
E così a "Il Mondo", collaborò la créme del giornalismo liberaldemocratico e liberalsocialista italiano. Pensiamo ai padri del liberalismo italiano Benedetto Croce e Luigi Einaudi, agli azionisti Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini e Aldo Garosci; al liberista Panfilo Gentile, ai repubblicani Ugo La Malfa ed Adolfo Battaglia. E tutti contribuirono a creare le basi per una cultura "alternativa" e "dell’alternativa" al monolitismo conservatore democristiano e marxista che permeava la società italiana da poco uscita dal fascismo, di cui proprio democristiani e marxisti furono i diretti continuatori sotto il profilo ideologico, politico e culturale.
E così "Il Mondo" ospitò fra le sue colonne intellettuali del calibro di Orwell, Thomas Mann, Ennio Flaiano e Alberto Arbasino, nonché, dal 1955, organizzò i "Convegni del Mondo" come risposta laica ai problemi che attanagliavano l’Italia di quegli anni (ed, è il caso di dirlo, l’Italia di questi anni):  dal rapporto fra Stato e Chiesa al nucleare; dalla lotta ai monopoli alla questione della scuola sino all’unificazione europea di cui "Il Mondo" fu tra i più accesi sostenitori.
Mario Pannunzio, padre de "Il Mondo", fu rarissimo esempio di professionismo giornalistico: egli leggeva personalmente ogni singolo articolo, si occupava personalmente della stesura dei titoli e delle didascalie nonché della scelta delle foto e dell’impaginazione. Ogni settimana ne uscive così un giornale, a detta anche dei maggiori critici dell’epoca, "elegante", "raffinato" ed "europeo".
Certo l’indipendenza dal potere economico e politico del giornale costò cara al punto che esso dovette chiudere prematuramente nel  ‘66 con grande felicità di tutti i suoi denigratori (missini e comunisti in primo luogo).
Certo "Il Mondo" lasciò il solco nel mondo laico. Esso fu il primo a teorizzare la costituzione di una Terza Forza comprendente liberali, repubblicani, socialisti e socialdemocratici capace di contrapporsi alla Dc ed al Pci (ricordiamo in questo senso l’articolo "Qualche sasso in capponaia" di Gaetano Salvemini, pubblicato nel dicembre del 1949).
Grazie al contributo ideale di questo piccolo-grande settimanale liberale e attraverso una scissione del Partito Liberale Italiano, nacque il  Partito Radicale dei Liberali e dei Democratici, il cui simbolo era la Minerva con il berretto frigio, e che recuperò la tradizione risorgimentale di Felice Cavallotti e prima ancora quella di Giuseppe Mazzini e le cui battaglie politiche si concretizzarono nella lotta alla speculazione edilizia, nella lotta ai Poteri Forti (in particolare negli intrecci fra la Dc e la Federconsorzi) e nelle battaglie per uno Stato ed una scuola laica e pubblica.
La battaglia radicale, rarissimo esempio di volontà di modernizzazione e di occidentalizzazione del nostro Paese, rimase tuttavia puro velleitarismo ed "Il Mondo" si trovò costretto a ripiegare nella teorizzazione del Centro-Sinistra (l’unico vero Centro-Sinistra che l’Italia conobbe mai) attraverso la proposta di far entrare il Psi nella coalizione di Governo, all’indomani della Rivoluzione d’Ungheria del ‘56 in cui esso aveva condannato lo stalinismo e si avviava verso l’abiura del marxismo).
Il resto, è Storia più recente. Con la falsa rivoluzione giustizialista di Tangentopoli che ha spazzato via i partiti laici, la Dc, quell'unico vero Centro-Sinistra.
Mario Pannunzio appare dunque da quasi tutti dimenticato, anche nel suo centenario.
Ma perché mai ?
Forse per la scomodità delle posizioni affrontate dagli organi di stampa da lui diretti.
Forse per il rigore delle proposte politiche che egli stesso lanciava, anche per mezzo dei suoi ottimi collaboratori.
Vediamo di approfondire la figura di Pannunzio attraverso l'intervista amichevole che ho voluto fare al prof. Pier Franco Quaglieni, docente e saggista di storia contemporanea e fondatore, assieme ad Arrigo Olivetti ed a Mario Soldati - amici e collaboratori di Mario Pannunzio - del "Centro Pannunzio" (www.centropannunzio.it) di cui è anche attuale Presidente e che oggi è l'unica istituzione che tiene vivo il ricordo di questo grande del giornalismo e della cultura laica in Italia.


Il prof. Pier Franco Quaglieni e una prima pagina del settimanale "Il Mondo"

Luca Bagatin: Il Centro Pannunzio si definisce, fra le altre cose, una libera associazione anticonformista.
Che cosa intendete per cultura anticonformista oggi ?

Pier Franco Quaglieni: Per anticonformista si intende libera da pregiudiziali ideologiche e confessionali. Una cultura laica, diceva  Pannunzio, è una cultura senza aggettivi. Anzi, noi andiamo oltre: ad un certo livello, la cultura è solo cultura e basta. La sottocultura è quella invece che, per giustificarsi, deve suonare il piffero per la rivoluzione per dirla con Vittorini, e trasformarsi in guardia svizzera del Papa…
Negli della devastazione sessantottina  c’è stato poi il conformismo dell’anticonformismo, cioè il rovesciamento sistematico anche di alcuni valori condivisi che sono fondanti di una società, che, come diceva Croce a De Gasperi, potrebbe essere “laica non laica che sia”.



Luca Bagatin: Quanto ha pesato la cultura clericale e comunista nella chiusura definitiva di un settimanale come "Il Mondo" ?

Pier Franco Quaglieni:
Ha pesato certo il disprezzo clericale  verso la cultura laico-liberale del “Mondo” da parte dei cattolici integralisti: Scelba parlava di “culturame laico”;così come ha pesato l’attacco forsennato contro i “visi pallidi” del “Mondo” dei comunisti, dei loro compagni di strada, degli “utili idioti” che, spiace doverlo ricordare, dopo un periodo trascorso al “Mondo” hanno trovato più comodo trasmigrare sotto le bandiere del Pci.
Ma Pannunzio nel ’66 sentì l’aria dell’irrazionalismo,del sociologismo, dell’ideologismo che stava per arrivare e che scoppiò già nel 1967 in alcune università e si evidenziò in tutta la sua portata negativa nel 1968,l’anno in cui Pannunzio morì ,volendo - lui laico-  come compagno dell’ultimo viaggio il grande libro di Alessandro Manzoni che i contestatori avrebbero voluto bruciare in piazza senza leggerlo perché catto-borghese e moderato.



Luca Bagatin: Qual è – secondo te – il modo migliore per ricordare Mario Pannunzio ?

Pier Franco Quaglieni: Scrissi sulla “Nuova  antologia” di Spadolini  nel 1978 un lungo saggio  in cui esaminai il silenzio dei libri di testo su Pannunzio ed anche sul “Mondo”. Quel saggio, per l’autorevolezza della rivista, ebbe qualche effetto: in “Guida al Novecento”, Salvatore Guglielmino corresse il tiro. Persino Asor Rosa scrisse del “Mondo”, ma lo attribuì, sbagliando, alla cultura azionista.
Oggi siamo tornati alla quasi totale  ignoranza . Un noto critico letterario - sorvolo sul nome - in una monumentale storia della letteratura i venti tomi ha citato “Il Mondo” (non di Pannunzio, ma quello che ne riprese la testata negli anni '70, senza neppure lontanamente riprenderne la tradizione civile e culturale) per citare un articolo ivi pubblicato da Pier Paolo Pisolini, uno scrittore lontanissimo, anzi estraneo totalmente alla cultura di Pannunzio.
Speriamo che il centenario della nascita di Pannunzio smuova le acque anche se sono dubbioso. Temo che la proposta avanzata dal Centro Pannunzio di digitalizzare “Risorgimento liberale “ e  “Il Mondo” e di mandarlo in rete al fine di consentire a tutti di poterlo leggere senza intermediazioni interessate ed oracolari di Scalfari e nuovi  altri “scalfarini” alla Teodori, dicevo temo che la proposta  avrà difficoltà a passare perché ci sono persone che vogliono cogliere il centenario per farsi belli a spese di Pannunzio con passerelle mediatico-convegnistiche destinate a durare lo spazio di un mattino.
Chi ama Pannunzio per davvero, dovrebbe  usare il centenario per incentivare la conoscenza della sua opera e l’avvio di studi seri in merito.



Luca Bagatin: Che cosa ci rimane, oggi, dell'eredità di Mario Pannunzio e delle battaglie politiche, economiche ed ideologiche degli "Amici del Mondo" ?

Pier Franco Quaglieni: Non rimane quasi nulla.Pannunzio ha vinto sul terreno culturale, su quello politico è stato un vinto. E’ inutile nasconderlo in modo ipocrita. Il Paese forse era immaturo,ma il disegno della Terza forza non era praticabile. E Malagodi, Segretario del PLI negli anni '50 e '60, dobbiamo aggiungere, non era il mostro che alcuni dipingevano. Rimane un grande magistero etico-culturale a cui ci siamo richiamati nel 1968 noi del Centro Pannunzio  rispetto di pannunzini da centenario che per quarant'anni anni hanno ignorato o tradito Pannunzio.


Luca Bagatin: A tuo parere, vi è lo spazio - oggi - per un'esperienza politico-editoriale come quella de "Il Mondo" di Pannunzio ?

Pier Franco Quaglieni: Assolutamente no. Oggi il giornalismo si è involgarito anche perché i lettori si sono involgariti.
La televisione ha delle grosse responsabilità in merito a questo processo degenerativo. Un giornale elegante, ben scritto come quello di Pannunzio avrebbe oggi un numero di lettori inferiore a quello degli anni ’50. Spiace doverlo dire, ma è così. Una scuola post- sessantottina che ha cresciuto generazioni di ignoranti è la seconda o forse la prima responsabile insieme alla Tv. L’Italiano usato nelle pagine del “Mondo” sarebbe incomprensibile ai più. Oggi sarebbe un giornale ancora più elitario.



Luca Bagatin: E' nota la tua polemica con Eugenio Sclafari, fondatore del quotidiano "La Repubblica", il quale si ritiene erede della tradizione pannunziana e così il suo giornale. Che cosa pensi di lui e del gruppo editoriale del quotidiano che ha fondato ?

Pier Franco Quaglieni: Io ritengo Scalfari un epigono abusivo del “Mondo” per dirla con Battista, ma riconosco in lui il grande giornalista-manager che non fu Pannunzio. Scalfari riuscì a costruire una carriera brillante ed altamente remunerativa sul piano economico. Pannunzio- si può dire – morì povero perché non badò mai al successo ed agli agi materiali, ma alla sua indipendenza di giudizio.



Luca Bagatin: Mario Pannunzio, a tuo parere, avrebbe previsto un fenomeno così antidemocratico e forcaiolo come la presunta "rivoluzione di Tangentopoli" ?

Pier Franco Quaglieni: Pannunzio era un garantista: lo dimostra lo scandalo che riguardò il laeder democristiano Attilio Piccioni a causa del figlio accusato si essere coinvolto nella vicenda Montesi. Me lo ricordava spesso Saragat durante i nostri colloqui. Pannunzio rifiutò sempre di fare dello scandalismo su Piccioni come invece fecero i comunisti ed i fascisti. Pannunzio io penso che si sarebbe schierato  negli anni di Tangentopoli contro i vari Pool che architettarono un vero colpo di Stato per via giudiziaria. Pannunzio era un uomo della Prima Repubblica di cui denunciò il marcio con coraggio in anni difficili, ma di cui si sarebbe eretto a difensore perché la Prima Repubblica aveva ricostruito l’Italia dopo la sconfitta nella Seconda  Guerra Mondiale.


Luca Bagatin: E' possibile, a tuo parere, una rinascita dell'area laica e liberaldemcoratica, nella Prima Repubblica  rappresentata da PRI, PLI, PSI, PSDI e Radicali ?

Pier Franco Quaglieni: Io auspico la rinascita (o meglio la nascita) di un’area laico-liberale, ma la ritengo molto difficile.
Fino a poco tempo fa tutti si dicevano liberali a destra ed a sinistra. Oggi non c’è più nessuno che si dica liberale e la contesa tra liberali veri o falsi è finita. Non è un buon segno. La prospettiva storico-politica è all’insegna di due blocchi di potere ,espressione di un’era post-ideologica e pasticciata. Il passaggio ad una Terza Repubblica è difficile e problematico. I laici ed i liberali dovrebbero impegnarsi in questa direzione. Laici e liberali minoritari ci sono in tutti gli schieramenti, anche nel PD bisogna andarli a cercare con il lanternino.



Luca Bagatin: Quali sono, secondo te - oggi - i partiti che maggiormente si richiamano all'esperienza de "Il Mondo" e che potrebbero essere davvero credibili nella ricostruzione di una forte area laica e liberaldemocratica ?

Pier Franco Quaglieni: Credo il PRI  di Nucara e il PLI  di De Luca. Ma io ritengo che la battaglia da fare sia prima una battaglia culturale, anche se la stessa battaglia culturale è resa difficile dai personalismi. Pensa a Piero Craveri che non è uno storico del Risorgimento che prima rifiuta e il giorno dopo accetta la presidenza del comitato nazionale per le celebrazioni a  Cavour, fomentando polemiche che un nipote di Croce non dovrebbe neppure pensare. E’ anche questo un segno dei tempi. Neppure sul nome di Cavour si riesce a trovare un’intesa perché ci sono personaggi ormai paleo –politici che si scannano persino su Cavour. E non farmi aggiungere altro.
Sicuramente è estranea alla tradizione pannunziana la Bonino che ha perso ogni connotato radical-liberale per convertirsi  ad un trasformismo  di stampo Doroteo, pur di mantenere il potere. epilogo davvero curioso per una donna che si battè per la 194. Nel guazzabuglio della sua coalizione  elettorale laziale  consiglierei alla Bonino di  imbarcare anche Marrazzo: qualche voto potrebbe ancora portarlo.       





Ringrazio di vero cuore l'amico Pier Franco Quaglieni, del quale condivido peraltro pressoché totalmente il pensiero..
Un pensiero libero ed indipendente come questo blog. E tale rimarrà negli anni a venire.
In alternativa alla mediocrità ed alla mediaticità. Anche a costo di essere letto da pochi, pensanti, non rassegnati liberali ed anticonformisti che non hanno nulla da perdere, ma un futuro più civile da conquistare.

Luca Bagatin



23 novembre 2009

GELLI E LA P2 FRA CRONACA E STORIA: una recensione al saggio del prof. Alessandro A. Mola



Di Licio Gelli e della Loggia Propaganda 2 sono state scritte un sacco di cose.
Quasi tutte pressoché a sproposito a cominciare dal fatto che fu una "Loggia segreta".
La P2, Loggia all'Ordine del Grande Oriente d'Italia, fu - diversamente - una Loggia "coperta" di diretta pertinenza del Gran Maestro dell'Obbedienza.
"Coperta" in quanto al suo interno vi erano personalità di spicco (del panorama culturale, politico, artistico ecc...) che - per la loro particolare posizione professionale - preferivano non rivelare l'appartenenza alla Massoneria e dunque figurare unicamente "all'orecchio" del Gran Maestro, come si dice in gergo massonico.
Si pensi solo al fatto che la Loggia Propaganda Massonica (poi P2) fu fondata nel 1877 e di essa vi faceva parte anche il Vate della letteratura risorgimentale Giosue Carducci e l'ottimo ed indimenticato Sindaco di Roma Ernesto Nathan.
Tutto ciò e molto altro ancora è spiegato dettagliatamente e con una ricchissima documentazione e bibliografia dallo storico Alessandro Aldo Mola - Medaglia d'Oro per la Cultura dal 1980 - nel suo ultimo saggio "Gelli e la P2 fra cronaca e storia" edito dalla Bastogi.
Mola, senza faziosità alcuna, racconta di come il "presunto scandalo" P2 non fu che il pretesto per una lotta senza quartiere contro i massoni e la Massoneria italiana, da sempre vista con sospetto da settori clericali, fascisti e comunisti.
Mola ripercorre così - come già fece lo scrittore Pier Carpi nel suo "Il Venerabile" nei primi anni '90 - la vita di Licio Gelli sin dai tempi della Guerra di Spagna quando combattè a fianco dei franchisti e successivamente in Italia a Capo del Fascio di Pistoia. Sino a quando salvò da morte certa 62 prigionieri fra ebrei e partigiani, evitando così la loro deportazione nei campi di sterminio in Germania.
Ciò gli vantò un attestato da parte del Comitato di Liberazione Nazionale di Pistoia e gli consentì, a guerra finita, di rifarsi una vita. Prima come commerciante di prodotti di cancelleria e via via, negli anni '50, nell'ambito della Permaflex ove divenne direttore dello stabilimento di Frosinone.
E così, successivamente, come racconta Mola, Gelli decise di farsi iniziare massone negli anni '60 con l'obiettivo di rendere la Massoneria un organismo in grado di risolvere le controversie internazionali e nazionali. Un po' come durante il Risorgimento italiano o con la fondazione della Società delle Nazioni e dell'ONU.
Nulla, insomma, di oscuro e di occulto. Anzi.
Un capitolo molto denso del saggio di Mola, oltre a quello dell'amicizia fra Gelli ed il generale Peron, è infatti dedicato alla fondazione dell'OMPAM da parte di Licio Gelli, ovvero dell'Organizzazione Mondiale Per l'Assistenza Massonica.
Un organismo sovranazionale, appunto, in grado di "contribuire a soccorrere ed ad elevare le condizioni morali, spirituali e materiali dell'Uomo e della Famiglia umana, operando secondo i principi etici propri dell'insegnamento massonico", come dichiarato dal promotore stesso.
Un organismo che faceva leva proprio sulla fratellanza massonica che era l'unico principio in grado di superare tutte le divisioni in fatto di politica, razza, religione....
Un organismo "alla luce del sole", che fu riconosciuto anche in sede ONU alla stregua della Fao e dell'Unesco e che si proponeva di integrare l'opera umanitaria laddove le giurisdizioni massoniche non disponessero di strutture economicamente  e giuridicamente idonee per operare sia all'interno dei singoli Stati che a livello internazionale.
Operazione ambiziosa che purtroppo la stampa nostrana omise di far conoscere al grande pubblico. E che si arenò con l'avvento del presunto scandalo P2, nel 1981.
L'OMPAM fu tuttavia un'operazione autonoma di Gelli e per nulla legata al Grande Oriente d'Italia, anche se egli stesso propose all'allora Gran Maestro del GOI, Lino Salvini, di nominare il suo predecessore - Giordano Gamberini - alla carica di Ambasciatore del GOI presso l'OMPAM.
Licio Gelli, sia detto per inciso, allora non era ancora Venerabile della Loggia P2, anche se la P2 era attiva e nota ai Gran Maestri sopra citati ed ai loro predecessori senza scandalo alcuno come spiegato all'inizio di questo articolo.
Gelli fu solamente un personaggio particolarmente attivo sia all'interno che all'esterno della Massoneria. Il che lo porterà ad occuparsi di cose estranee alla stessa Istituzione come ad esempio  di politica (si noti bene che le Costituzioni di Anderson del 1723, vietano espressamente ai massoni di occuparsi di politica e religione in Loggia).
Ma ad ogni modo anche qui nessuno scandalo "profano", come rilevato dall'ottimo Alessandro Mola nel capitolo dal titolo "Gelli per la Seconda Repubblica".
Alla metà degli anni '70  - vista l'estrema fragilità e litigiosità della coalizione di Pentapartito e l'incalzante terrorismo rosso e nero - l'Italia si trovò ad un bivio: o una dittatura clericale di estrema destra, oppure un ancor meno auspicabile regime di estrema sinistra.
Licio Gelli stilò così il famigerato "Schema R" (Rinascita), all'indomani dell'avanzata del Pci alle elezioni amministrative del 1975.
Lo "Schema R", come documentato dal saggio di Mola, non fu altro che un piano riformatore, che elaborava la strategia politica per arginare la dilagante avanzata dei comunisti - alleati alla dittatura sovietica - in Italia, per mezzo di un rafforzamento della coalizione di Pentapartito (Dc, Psi, Psdi, Pri, Pli) a partire dalla Democrazia Cristiana, a patto che essa si depurasse da correnti ed alchimie che la rendevano inefficiente ed inefficace.
L'obiettivo finale di Gelli non era altro che un ritorno ai "fasti ed al prestigio della Segreteria De Gasperi".
Un rafforzamento, dunque, della democrazia centrista e moderata. Altro che autoritarismo filo-fascista tanto sbandierato dalla grande stampa dell'epoca !
Gelli delineò nel suo "Schema", anche un elenco molto preciso di riforme che - peraltro - erano condivise dalla gran parte degli italiani di allora e di oggi e che proprio oggi  - trent'anni dopo - sono di scottantissima attualità e dibattito.
Dalla riforma presidenziale all'abrogazione dell'immunità parlamentare; dalla riduzione ad una Camera dei Deputati sino all'abolizione dei ministeri e degli enti inutili quali le Province; dall'introduzione di pene severissime per i reati di corruzione perpetrati da politici, funzionari e pubblici ufficiali sino alla privatizzazione del carrozzone Rai-Tv. Riforme allora necessarie come lo sono oggi.
Al punto che lo stesso Gelli precisò subito che tutto ciò "non preludeva ad un colpo di Stato", bensì intendeva "scongiurare l'irreparabile jattura di una guerra civile e allontanare dall'Italia il pericolo di un governo dittatoriale di ispirazione comunista o fascista".
Chi accusò Gelli di cospirazione politica sulla base dello "Schema R" o fu in mala fede oppure quello "Schema" non lo lesse punto. Come i fatti - documentati dal Mola - si sono incaricati di dimostrare.
Che poi, forse, il Gran Maestro di allora - Lino Salvini – avesse concesso troppo "potere massonico" a Licio Gelli, siamo d'accordo.
Licio Gelli fu elevato al grado di Maestro Venerabile della P2 il 9 maggio 1975 e ciò fu un po' un'anomalia visto che la P2 era storicamente di pertinenza del Gran Maestro in carica.
Come un'anomalia massonica fu che Gelli iniziasse gli aspiranti Fratelli "in punta della spada", ovvero senza alcun rituale massonico, come ricordò anche il prof. Claudio Bonvecchio in un recente convegno sulla Massoneria tenutosi a Pordenone. Ma, come il Bonvecchio ed il Mola ricordano: la P2 divenne il capro espiatorio del malaffare di gran parte delle forze politiche di allora, le quali montarono ad arte la famosa "teoria cospirazionista ai danni dello Stato", istituendo addirittura una costosissima ed inutile Commissione Parlamentare d'Inchiesta presieduta da Tina Anselmi e che si concluse con nulla di fatto. Mettendo a nudo unicamente l'ignoranza di gran parte dei politici e dei magistrati di allora in fatto di Massoneria ed Esoterismo.
La P2, dunque, non era affatto una organizzazione segreta, bensì una "Loggia coperta" come ve ne sono moltissime anche all'estero e per i motivi già sopra spiegati.
Il saggio di Alessandro Mola lo chiarisce, citando anche le sentenze della Corte d'Assise di Roma che fra il '94 ed il '96, assolsero sia la P2 dalle accuse di "complotto ai danni dello Stato" che lo stesso Gelli per le innumerevoli accuse attribuitegli.
Il tutto documenti alla mano, come peraltro - un vent'ennio fa - fece anche lo scrittore e regista Pier Carpi con il suo "Il caso Gelli" (1982) ed il romanzo "Il Venerabile" (1993). Scritti che gli costarono l'esilio da parte del panorama culturale dell'epoca....sic !
Rimane solo una domanda di fondo, che emerge dalla conclusione stessa del saggio di Mola: perché i mass-media tacquero in merito a queste sentenze al punto che ancora oggi Gelli e la P2 sono bollati con marchio d'infamia ?
Quella di "Gelli e la P2 fra cronaca e storia" è senza dubbio una lettura appassionante, dunque, che permette al lettore di addentrarsi in una vicenda mai del tutto trattata per com'è stata nei fatti, con un'analisi dell'Italia degli ultimi trent'anni.
Un'Italia ancora incapace di scrollarsi di dosso il suo pesante passato.

Luca Bagatin



5 dicembre 2007

RIFLESSIONI POLITICHE


Da diverso tempo sto riflettendo sulla relazione fra la politica italiana di oggi e quella di ieri e sulla relazione fra la politica di ieri, quella di oggi e l'attuale società italiana.
Perché, infatti, mentre nel 1892 ci fu l'esigenza di costituire un grande partito dei lavoratori denominato Partito Socialista e nel 1895 si costituì un'altro grande partito della democrazia e del lavoro che prese il nome di Partito Repubblicano, con moltitudini di iscritti e simpatizzanti disposti financo a morire per il proprio ideale, oggi abbiamo solo dei contenitori mediocri fatti di parole vuote, composti da molti generali e da poco esercito e soprattutto fondati sullo slogan e su mirate campagne di marketing fini a sé stesse ?
Per carità, non ho nulla contro il marketing: figuriamoci, ne sono un sostenitore. Ma, nel momento in cui, per avere "appeal" si fa un uso pressoché unico di tale strumento di comunicazione allora significa non avere, nei fatti, alcun contenuto.
Ora, sappiamo tutti che le idologie sono crollate, e che per varie vicissitudini si è passati da una Prima ad una Seconda Repubblica.
Non voglio però qui entrare nello specifico, in quanto rischierei di andare anche troppo fuori tema.
Ritorno quindi a bomba: mentre alla fine dell'800 sono sorti dei partiti che miravano all'emancipazione dell'individuo e che sorgevano spesso dalla base dei lavoratori, dei cooperatori, dei piccoli produttori, di intellettuali borghesi....dagli anni '90 ad oggi abbiamo assistito alla nascita di "partiti di plastica", con pochi militanti e molti generali. Partiti basati spesso su figure carismatiche e appoggiati da grandi gruppi industriali, bancari e della comunicazione mediatica.
Questo tanto a "destra" quanto a "sinistra".
Peraltro bisognerebbe aprire una parentesi: dagli anni '90 ad oggi l'Italia conobbe e conosce una strana "destra", tutt'altro che liberale, costituita dagli eredi del fascismo, dai leghisti e da un partito non meglio definito ideologicamente guidato da un imprenditore estraneo alla politica. Allo stesso identico modo il nostro Paese conobbe e conosce una strana "sinistra" capitanata ed egemonizzata da ex comunisti ed ex democristiani.
Le forze della democrazia laica e liberale (Liberali, Socialisti, Repubblicani) erano completamente stati spazzati via, come nel fascismo e tutt'ora faticano a riemergere.
Ecco che oggi assistiamo ad un'ulteriore "mutazione genetica" nei cosiddetti "partiti di massa", ulteriormente svuotati da qualsiasi radice storica e culturale italiana ed europea: da una parte abbiamo un Partito Democratico (fusione fra post comunisti e post democristiani) e dall'altra un Partito delle Libertà.
Curiosa mutazione davvero se pensiamo che questi due "supermercati" di "libertà" e "democrazia" si trovano ad operare in  un Paese a scarsa vocazione democratica e liberale: si pensi specialmente alla sua storia recente e relativamente recente fatta anche di divieti a particolari settori della ricerca scientifica, di regole non certe per quanto concerne la giustizia, di impossibilità per le coppie non sposate di vedersi riconosciuti diritti naturali, di mantenimento di aziende di Stato tutt'altro che in ottima salute, di scarso rispetto ed applicazione della Costituzione Repubblicana e si potrebbe continuare.
Ho cercato così di fotografare la situazione attuale che potrei allargare anche alle varie Costituenti socialiste e liberaldemocratico-repubblicane.
Che senso ha continuare ad affannarsi senza una base militante solida ?
La base militante si forma o si dovrebbe di norma formare su esigenze concrete.
Oggi la base militante è scarsa. In compenso abbiamo moltissimi individui che inseguono facili slogan, promesse di futuri radiosi, e tutto quanto si fa loro bere per mezzo dei mass media.
Un tempo ci si aggregava attorno ad un'idea, ad un progetto, ad un 'iniziativa.
Oggi ci si disgrega di fronte al telegiornale, alla partita di calcio, e nei vari centri commerciali: ciascuno alla ricerca dell'ultimo modello di telefonino.
Ed i prezzi, intanto, sono in aumento. E nessuno si chiede il perché o il percome e ciascuno continua a votare il suo Partito Democratico del Popolo Libero di Bananas.
Mi chiedo quante persone riflettano su queste semplici questioni.
E mi chiedo quante persone abbiano veramente la volontà di studiare ed approfondire la storia e la cultura financo politica del nostro Paese: dal glorioso Risorgimento sino all'Involuzione della Seconda Repubblica. Già sarebbe qualcosa, credetemi.
In questi giorni sul mio blog, non a caso, ho postato un brano tratto da "Lo straniero misterioso" di Mark Twain. In esso si spiega chiaramente come in generale la "maggioranza" sia facilmente preda di una  "minoranza" di individui che fanno più baccano e di come proprio in questo modo le monarchie, le oligarchie politiche e le religioni istituzionalizzate abbiano preso tanto piede nella Storia al punto di soggiogare il popolo bue.
Mi chiedo quanto ancora dovremo vedere ripetersi questa emblematica scena specie un un Paese medievale come il nostro ove si preferisce lanciare il sasso e nascondere la mano e soprattutto tenersi saldo il prosciutto sugli occhi per evitare, spesso, di pensare.



Luca Bagatin


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini