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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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2 ottobre 2015

Quando Facebook censura la Storia

La Storia non può essere censurata. Va raccontata, in tutto il suo orrore. E a raccontarla, nel corso dei secoli, appunto, sono stati gli storici, ma anche le immagini.

Le immagini parlano e ci parlano, meglio di ogni testo scritto.

E proprio nell'era dell'immagine, le immagini, per quanto crude, non dovrebbero essere censurate.

Perché ci aiutano a ricordare.

Così come le immagini dei campi di sterminio nazisti ci aiutano a ricordare l'orrore compiuto dall'uomo contro altri esseri umani, così anche le immagini dei gulag sovietici ed anche quelle del colonialismo europeo in Africa, oppure le barbarie statunitensi compiute a Guantanamo.

Curioso che alla “comunità di Facebook” tutto ciò non interessi e preferisca, implacabilmente, censurare, segnalare account e/o persino minacciare di chiuderli solo perché, magari, contengono immagini storiche, per quanto esplicite possano essere.

E' accaduto anche a me e ad altri come me, solo per aver postato una foto tratta dal sito Rotten.com, in cui dei colonialisti francesi hanno in mano delle teste mozzate di indipendentisti algerini. Due delle quali con in bocca i loro organi genitali mozzati.

Facebook le considera come foto di “nudo esplicito” e pertanto da rimuovere.

Siamo certi avrebbero fatto la medesima cosa se avessimo postato delle foto di persone nude condannate alla camera a gas in un lager nazista.

Ecco come l'internato nei lager, la persona con la testa mozzata e vilipesa, viene paragonata ad un'immagine pornografica. Il massimo dell'insulto, anche per la memoria di quei martiri. Oltre che per la nostra.

Ed ecco che vengono censurate anche le immagini delle attiviste di Femen, solo perché a seno nudo. Poco importa, a quelli di Facebook, se la loro è una battaglia per i diritti umani e civili. A loro, dei diritti delle persone, se non portano dollari freschi nelle tasche del loro fondatore, non interessano.

Evidentemente il caravanserraglio zuckerbergiano, figlio della società edonista e dei consumi, preferisce che in rete, su Facebook, appaiano foto di ragazzine minorenni in atteggiamenti spinti. Quelle no, non vengono censurate. Così come non vengono censurate, spesso, offese ed insulti espliciti.

La società dell'immagine, rissosa, trash, arricchita, modaiola e cazzeggiona deve essere salvaguardata e deve passare sopra a tutto e a tutti.

Parola di un suo degno rappresentante: Mark Zuckerberg.


Luca Bagatin



27 febbraio 2014

"Templari oggi ? Settecento anni dopo il rogo": articolo del prof. Aldo A. Mola

L'Italia è un immenso giacimento di reliquie dei Templari. Perciò i Milites Christi meritano una mappa aggiornata della loro diffusione nel Bel Paese (*). Sono un Mito al di sopra del tempo. Molti dicono che proprio oggi v'è bisogno di Cavalieri-monaci, di un Ordine iniziatico militare, per superare le crisi più difficili. Ma secondo altri i Templari sono più o meno stregoni collusi col Baphomet. Chi furono davvero? E ve ne sono ancora? Domande destinate a rimanere senza risposte precise, anche perché la forza del mito sta nella sua vaghezza, che non è vacuità ma sconfina nel sogno e conduce all “Incontro tra i due Mari”, dove la cronaca sfuma in leggenda e questa diviene Storia. Epoca dopo epoca anche la favola (rosea o nera che sia all'origine) può divenire buona novella.

Il 18 marzo del 1314, sette secoli fa, Jacques de Molay, Gran Maestro dell'Ordine dei Templari, e Geoffroy de Charnay, Gran Precettore di Normandia, furono arsi vivi nell'Ile de Paris. Poche ore prima erano stati tradotti ad assistere alla loro condanna al carcere perpetuo: si erano confessati colpevoli delle terribili imputazioni contro il loro Ordine: blasfemia, sodomia, eresia. Ma proprio lì, in faccia ai giudici, d'improvviso de Molay proclamò l'innocenza propria e dei Templari: aveva ammesso solo perché sottoposto ad atroci lunghissime torture. Il processo era falsato dai metodi con i quali era stato condotto. Quella pubblica denuncia avrebbe dovuto imporne un altro, regolare. Il Gran Maestro chiese clemenza per i confratelli. Da anni centinaia di Templari erano stati sottoposti a strazianti torture come peggio non avrebbero saputo fare gli islamici, murati per il resto dei loro giorni, arsi vivi. I più fortunati migrarono in terre remote. Ma invece di ottenere giustizia, quando denunciò la falsità del processo de Molay divenne “relapso”, cioè “ricaduto nella colpa”, irredimibile, e quindi fu immediatamente messo sul rogo: sinistro viatico alle fiamme eterne che lo attendevano, secondo la credulità del tempo. Chi aveva titolo per giudicarlo in terra e in cielo? Papa Clemente V, francese e succubo del re di Francia, il 3 aprile 1312 con la bolla “Vox in excelso” abolì l'Ordine dei Templari su pressione di Filippo IV, detto il Bello, lo stesso che aveva mandato Guglielmo di Nogaret a incarcerare Bonifacio VIII. Secondo la tradizione, Nogaret alzò la mano sul Pontefice: una profanazione applaudita dagli anticlericali fatui, deprecata da chiunque abbia senso del Sacro e dell'Ordine e sa bene che chi semina vento raccoglie tempesta. Ieri, oggi. Sempre.

Chi erano dunque i Templari? Perché la persecuzione? Perché la condanna? E quale fu la loro sorte dopo il rogo del Gran Maestro?

Costituiti nel 1118 per tutelare le vie dei pellegrini in Terra Santa, nel 1099 sottratta con la prima Crociata agli islamici, essi ebbero stanza in un locale prospiciente la Moschea di al-Aqsa, edificata sulle rovine del Tempio di Salomone. Di lì il nome. La loro regola fu dettata da San Bernardo di Chiaravalle, che ne scrisse anche l'Elogio. I Templari capirono che non bastava fronteggiare nei pochi chilometri della Palestina le ondate di popoli avanzanti dall'Asia. Per consolidare la loro libertà nei Luoghi Santi o, se preferisce, il loro dominio sul Vicino Oriente (dall'attuale Turchia a Siria e Palestina), i cattolici dovevano anzitutto organizzarsi in Europa. Facile da dire, impossibile da fare. In primo luogo il Patriarcato di Costantinopoli non riconosceva il primato del papa come vicario di Cristo, esattamente come ancora fanno il Patriarcato di Mosca, cioè la Terza Roma, gli evangelici e i protestanti. Inoltre il Sacro Romano Impero aveva perduto autorevolezza morale e politica. Gli imperatori erano stati ripetutamente scomunicati dai papi, combattuti e vinti da sovrani e Comuni. Per l'eterogenesi dei fini, a quel modo anche i papi indirettamente minarono il Vaticano. Bonifacio VIII, che pretendeva la sovranità spirituale e temporale, perse; l'imperatore Enrico VII non vinse. L'Europa si sgretolò. Svaniti i sogni dilagarono gl'incubi.

Nel 1187 Saladino conquistò Gerusalemme. Nel 1244 i cristiani furono sconfitti a Gaza. Nel 1270 Luigi IX di Francia “il Santo” morì a Tunisi mentre intraprendeva l'ultima crociata. Nel 1291 cadde anche San Giovanni d'Acri. Nel frattempo i Templari avevano esteso una immensa rete di Opere in tutta la cristianità occidentale, dal Baltico alla Scozia, dalla penisola iberica alla Puglia. Vi erano molti altri Ordini: i Cavalieri di San Giovanni, Ospitalieri, poi passati a Cipro, Rodi e infine a Malta; i Teutonici, l'Ordine di Calatrava... Ma essi erano e rimasero i migliori. I più valorosi e i più ricchi, i più generosi e i più potenti. Proprio perciò finirono vittime dell' invidia degli dei”, quella malasorte che (osservò già Erodoto) perseguita i popoli più felici e ne causa la rovina. Avido dei loro beni, il 13 ottobre 1307 Filippo il Bello ordinò l'arresto di tutti i Templari tacciandoli dei peggiori peccati e di idolatria. I Cavalieri si votavano alla morte in combattimento sul campo e sapevano che, alla peggio, sarebbero stati suppliziati dal nemico con atroci sofferenze: impalati vivi o scorticati. Non immaginavano di finire torturati per mano dei cristiani. Avevano creato la prima Banca euro-mediterranea, inventato la cambiale, lo sconto. Erano la prima grande organizzazione transnazionale. Pensavano in europeo. Avevano anche capito la favola dei tre anelli...: tutte le religioni contengono una verità, possono coesistere pacificamente. I Templari erano troppo avanti rispetto alla rapace cecità di Filippo il Bello e alla pochezza di papa Clemente V. Furono sterminati.

“Spesso gli uomini credono quello che vogliono”, scrisse Tacito: non la verità, ma il pregiudizio, le chiacchiere. Lo sanno bene i manipolatori dell'informazione: “al popolo, questo eterno fanciullone, bisogna proprio contarle grosse perché le beva più facilmente” osservò Gaetano Salvemini. Soprattutto bisogna contarle “all'ingrosso”.

E' quanto è avvenuto anche in Italia dal 1981 in poi con la demonizzazione degli avversari scomodi: un lungo rosario di accuse e di condanne, confutate cammin facendo, o in giudizi di secondo o terzo grado, quando però irreparabili danni erano già stati fatti e le vittime non potevano più reagire. Come dal 1307 al supplizio di Jacques de Molay, si susseguirono scandali artificiosi e la condanna alla pubblica gogna di persone poi risultate innocenti.

Leggenda vuole che tra le fiamme de Molay abbia chiamato a sé il papa e il re, subito dopo morti tragicamente. Comunque sia, il suo rogo invita a riflettere sull'amministrazione della giustizia nei tempi moderni. Come insegnò Giosue Carducci, “Quando porge la man Cesare a Piero,/ da quella stretta sangue umano stilla:/ quando il bacio si dan Chiesa ed Impero/ un astro di martirio in ciel sfavilla”.

V'è bisogno di Templari? Anzitutto v'è bisogno di conoscenza del passato, di cognizione del mondo d'oggi. Rasate o capellute, occorrono teste di uomini liberi, senza retorica, capaci di ideali, com'erano i Milites Christi: stole disadorne, calzari semplici, un cavallo per due, il Beaussant in una mano, la spada nell'altra e la divisa: “Non a me, Signore, ma a Te dài gloria”, anticipatrice di quella dei Gesuiti, “Ad maiorem Dei gloriam”.


Aldo A. Mola


La dedica a cui sono più legato è quella che mi scrisse in un suo saggio il prof. Aldo A. Mola, massimo storico contemporaneo del Risorgimento e della Massoneria il 28 novembre 2012:

"A Luca Bagatin capitano coraggioso in un mondo di anime morte. Con i fraterni saluti. Aldo A. Mola"



27 ottobre 2013

Addio a Luigi Magni, cantore del nostro Risorgimento di popolo

E così ci ha lasciati anche Luigi Magni, cantore cinematografico del Risorgimento italiano.

L'unico a raccontarci, con profonda ironia e leggerezza, il periodo storico meno ricordato nella nostra Penisola, attraverso bellissimi affreschi quali “Nell'anno del Signore”, “In nome del Papa Re”, “In nome del popolo sovrano”, "Il generale", “La notte di Pasquino”, “O' Re”, “La Tosca” ed altri.

L'unico a mettere assieme cast d'eccezione ove il capostipite era pressoché sempre l'intramontabile Nino Manfredi, a volte nei panni del cardinale illuminato, altre volte nei panni del Ciceruacchio rivoluzionario.

Con Luigi Magni se ne va lo sceneggiatore ed il regista che meglio di altri riuscì a raccontare la Storia non tanto dei Grandi del Risorgimento (Mazzini e Garibaldi in primis), quanto piuttosto la storia dei tanti patrioti, spesso dimenticati. Dei tanti mazziniani, garibaldini, carbonari e massoni morti per gli ideali di Fratellanza, Uguaglianza, Libertà, Emancipazione dal giogo papalino, austriaco, borbonico e napoleonico.

La storia degli Angelo Targhini e dei Leonida Montanari, dei Ciceruacchio e di suo figlio Lorenzo Brunetti, dei Righetto (il più giovane martire del Risorgimento), degli Andrea Aguyar, del bersagliere Luciano Manara, del condottiero Giovanni Livraghi, del sacerdote mazziniano Ugo Bassi, dei patrioti Monti e Tognetti.

Storie di persone semplici, giovanissimi cittadini romani ed italiani, giovanissimi patrioti amanti della libertà di cui attualmente nessuno o quasi rammenta i nomi e di cui, invece, Luigi Magni solo recò memoria e restituì loro nuova vita in un'Italia ove oggi va tanto di moda quel revisionismo leghista e neoborbonico ove si dice – a torto – che la Storia la scrivono i vincitori, senza però ricordare che quei patrioti, carbonari, massoni, mazziniani e garibaldini, furono sconfitti dalla Storia e relegati nell'oblìo di un'Italia fondata sull'imbroglio dei Cavour, dei Crispi, dei Savoia già imparentati con i Borbone e dei Mussolini di ieri...e non solo di ieri.

Luigi Magni, con i suoi affreschi cinematografici, era lì a ricordarci come fosse arretrata e schiavista la Roma del Papa Re e così il Regno delle due Sicilie dei Borbone. E ci rammentava i principi della Costituzione della Repubblica Romana del 1849, unica Costituzione che potremmo definire davvero “la più bella del mondo”, altro che quella della Repubblica italiana del 1948, fondata sul compromesso cattocomunista e clericofascista dei partiti a maggioranza traditori dei principi del Risorgimento (democristiani e comunisti, che, sino a qualche anno prima, militavano nelle file del Partito Nazionale Fascista o nella Repubblica di Salò, o comunque non vi si erano opposti, se non tardivamente).

Questa l'opera di educazione civile laica di Luigi Magni, già membro d'onore del Comitato del “Premio Righetto”, dedicato al dodicenne popolano trasteverino, garzone in una bottega di fornaio, il quale si assunse il compito di spegnere le micce delle bombe papaline prima che scoppiassero e che divenne martire del Risorgimento e della Repubblica Romana allorquando una bomba gli scoppiò fra le mani.

A Magni va l'onore di averci fatto scoprire i tanti Righetto e Ciceruacchio, ovvero i tanti popolani che contribuirono all'Unità d'Italia ed alla Repubblica, quella vera, fondata sul e con il cuore e non sul potere o sui partiti.

E sarà attraverso le sue opere che potremo raccontare alle generazioni presenti e future come il Risorgimento fu una lotta di popolo e per il popolo.

Un popolo sovrano che, ancora oggi, fa fatica a prendere coscienza di sé e che è immemore della sua stessa Storia.


Luca Bagatin

Le recensioni di www.lucabagatin.ilcannocchiale.it ad alcuni celebri film di Luigi Magni sono leggibili ai seguenti link:

In nome del Papa Re


In nome del popolo sovrano



25 luglio 2013

Un'intervista del 2009 cancellata...per colpa delle pornostar ! (mah)




Alcuni giorni fa mi è accaduta una cosa non poco assurda.

Una persona alla quale avevo fatto un'intervista, nel 2009, mi chiede di cancellare la medesima dall'archivio del mio blog e me lo chiede con una strana motivazione, ovvero che, allorquando si digita il suo nome nel motore di ricerca Google, compaiono foto di fantomatiche “pornostar”.

Ora, posto che la cosa non risulta né risultava, le faccio notare che, anche cancellando l'intervista la cosa non sarebbe cambiata. Google associa le immagini con particolari algoritmi e, tutto quanto è stato postato in rete, è comunque irrimovibile o, quantomeno, alcune “tracce” permangono.

Ad ogni modo la richiesta era comunque assurda visto che chissà che cosa viene fuori se ciascuno di noi digitasse il suo nome su Google o su qualsiasi motore di ricerca sul web.

Una volta ricordo che, digitando il mio nome e cognome, su Google, compariva – fra le altre cose (e non c'erano “pornostar” di mezzo !) - un'immaginetta di Palmiro Togliatti. La cosa, per me libertario e antitotalitario, poteva farmi piacere ? Certo che no ! Ma che potevo fare ?

Ma, ad ogni modo, le rispondo a mia volta che l'intervista fatta era molto bella ed informo la persona in questione che era - fra le altre cose - mia intenzione pubblicarla in un mio libro-raccolta di mie interviste a personalità di un certo rilievo, di prossima uscita.

L'avessi mai detto ! L'intervistata mi nega persino questo piccolo “piacere” (che poi sarebbe stata cosa utile anche e soprattutto per lei...).

Cancellare e mai più pubblicare !

Ne traggo un'amara conclusione: codesta persona non vuole accostare il suo nome al mio.

Glielo faccio presente, un tantino offeso e, questa persona, per tutta risposta, mi da del “maleducato di cattivo gusto”. Per inciso vi faccio notare che il mio tono era del tutto educato, solo profondamente deluso e offeso.

Accidenti ! Guarda un po' che cosa ci si ricava a dire la verità e a cogliere in fallo le persone ! E anche ad intervistare persone disinteressatamente, solo perché ritieni che abbiano del talento (cosa che continuerò comunque a fare, beninteso) !

Ad ogni modo avevo già rimosso l'intervista e persino il link al sito web della persona in questione. A quel punto ero e sono io a non voler accostare il suo nome al mio ! E ritengo di avere tutte le ragioni del mondo, che vi ho anche qui sommariamente illustrato.

Che poi, almeno mi avesse spiegato – la persona in questione – il motivo di cotanta riprovevolezza nei miei riguardi. C'entreranno per caso le “pornostar” di cui sopra ? Che poi, ma di quali “pornostar” stiamo parlando ? E che avranno mai fatto, poi, le pornostar a codesta persona che intervistai nel 2009 ? Le avranno tolto visibilità ?

Penso davvero che ci siano persone che non hanno la bontà di andare oltre il proprio naso e la cosa mi stupisce molto se penso che, la persona in questione, pur giovane, è una persona di cultura medio alta.

Ora, comprendo la calura estiva, il fatto che il mondo è pazzo e così i suoi abitanti, ma questo piccolo aneddoto rimarrà scolpito nella mia memoria al punto che ve l'ho persino voluto narrare.

E, purtroppo, una volta di più, mi rende sfiducioso sul presente che stiamo vivendo.


Luca Bagatin (nella foto con Ilona Staller in arte Cicciolina, alla faccia di coloro i quali non conoscono la Storia né la cultura. In tutte le loro forme. E, pertanto, non meritano la mia ri-conoscenza)



14 luglio 2013

Una riflessione sulle recenti forme di violenza ed il senso politico-culturale di "Amore e Libertà"




Saranno questioni diverse fra loro, ma personalmente non lo credo più di tanto.

Le minacce sul web contro Mara Carfagna, gli insulti razzisti del leghista Roberto Calderoli (sic !) all'indirizzo del Ministro dell'Integrazione Cécilie Kyenge e l'attentato contro il liceo antiomofobo "Socrate" alla Garbatella, a Roma, mi fanno pensare ad un propagarsi di ingiustificata, sciocca e becera violenza gratuita, ovvero l'esatto opposto di ciò che un Paese ed un Mondo in crisi dovrebbero attendersi.

Da tempo, ritengo che la vera crisi che stiamo vivendo non sia tanto economica, quanto piuttosto di cultura e di personalità.

Nel primo caso l'Italia ha perduto ogni tipo di memoria storica, non conosce il suo passato o, peggio ancora, se ne frega del medesimo.

Nel secondo caso l'italiano medio ha perduto e sta perdendo in stile e personalità e ciò lo spiegavo recentemente anche in un articolo ove parlavo dei modelli televisivi imbarbariti degli ultimi vent'anni, che poi sono i medesimi modelli che ritroviamo in politica e nella società senza idee né prospettive nel suo complesso.

Quando alla fine di maggio ideai il movimento-non movimento "Amore e Libertà" (www.amoreeliberta.blogspot.it), pensai anche e proprio a questa perdita di valori, di sentimenti e di prospettive degli italiani e non solo.

Occorre recuperare assolutamente memoria storica, approfondire chi siamo e da dove veniamo. Solo così possiamo comprendere gli altri ed aprirci al presunto "diverso", che comprenderemo non essere per nulla diverso da noi, ma componente di un Mondo pazzo quanto volete, ma ove c'è posto per tutti.

In secondo luogo occorre riprendere un po' di fiducia ed entusiasmo nelle proprie intrinseche capacità. E' facile invocare l'"uomo forte" in politica, ma la Storia - appunto – ha insegnato che gli "uomini forti" sono sempre stati degli emeriti imbecilli che hanno traghettato il Paese in imprese folli e fallimentari.

E' più difficile, sebbene sia più utile, pensare con la propria testa e pensare che, ciascuno di noi, potrebbe essere la classe dirigente del Paese. Se solo lo desiderasse, se solo lavorasse, studiasse, approfondisse affinché ciò possa essere effettivamente possibile.

Raggiungere un obiettivo costa fatica. I giovani di oggi non vogliono più fare fatica e preferiscono delegare. E lo fanno spesso anche le loro madri e i loro padri. E così, in una spirale senza fine, si è giunti alla crisi di memoria storica e di personalità ed abbiamo dunque permesso che a governarci ed amministrarci fossero incompetenti bramosi di Potere.

Anche questo, e non solo, ciò che vorrei dire attraverso "Amore e Libertà" che, significativamente, ha per icona-simbolo Anita Garibaldi, ovvero l'Eroina dei due Mondi, morta a soli 28 anni per l'unica vera Repubblica che l'Italia abbia mai conosciuto, ovvero la Repubblica Romana del 1849.

Quante eroine e quanti eroi esistono oggi nel nostro Paese ?

Oggi nessuno, ma sta a ciascuno di noi diventare Eroina ed Eroe d'Italia, d'Europa, del Mondo, pena il mantenimento e l'aggravamento della crisi.

Crisi che permette tutt'ora ai governi, all'euro-burocrazia ed al sistema bancario di fare il bello ed il cattivo tempo alle nostre spalle.

Ma chi glielo ha permesso se non noi cittadini inconsapevoli, svogliati e disinteressati ?

Queste le premesse di "Amore e Libertà" che, oltre a ciò, presenta una serie di punti programmatici concreti, che qui desidero riportare per intero:


- vogliamo piena trasparenza delle Istituzioni (anche attraverso l'Anagrafe pubblica degli eletti);

- vogliamo che ogni carica pubblica/istituzionale torni ad essere al servizio del cittadino, ovvero percepisca uno stipendio onesto, in linea con la professione svolta prima del precedente incarico e non eccedente;

- vogliamo che la meritocrazia, l'onestà intellettuale e l'amore universale diventino non solo o non tanto "termini di moda", ma siano praticati quotidianamente;

- vogliamo lottare contro ogni forma di discriminazione, ovvero lottare contro il razzismo, l'omofobia, la massonofobia e l'odio religioso;

- vogliamo l'attuazione di politiche in favore della disabilità, con accesso delle strutture pubbliche e private da parte dei disabili, anche per quanto concerne l'aspetto ludico e sessuale;

- vogliamo l'introduzione di una legislazione che consenta il matrimonio omosessuale e che garantisca a tutte le coppie i medesimi diritti delle coppie sposate. Adozioni comprese;

- vogliamo l'introduzione di una legislazione che consenta l'eutanasia legale ed il suicidio assistito, in apposite strutture e con personale medico specializzato, anche sotto il profilo psicologico, sull'esempio svizzero;

- vogliamo l'introduzione di una legislazione che legalizzi cannabis e derivati, con tutti i benefici che ne possono derivare anche sotto il profilo industriale e ambientale;

- vogliamo l'istituzione dei parchi dell'amore;

- vogliamo lottare contro la vivisezione, ovvero proponiamo il rispetto di ogni forma di vita e difesa dell'ambiente;

- vogliamo la legalizzazione della prostituzione;

- vogliamo l'introduzione, nelle scuole, dell'ora di educazione sessuale;

- vogliamo l'introduzione, nelle scuole, in luogo dell'”ora di religione”, l'”ora di Storia delle religioni”;

      - vogliamo che siano aboliti gli enti inutili quali Province, consorzi, comunità montane.


Punti posti sul tappeto che, ciascuno di voi/noi, può sviluppare, propagandare e/o approfondire a suo piacimento.

Senza professioni di fede, come purtroppo accade nelle chiese, nelle conventicole e nei partiti.


Luca Bagatin (nella foto con Ilona Staller e Ursula Davis)



19 aprile 2013

In nome del popolo sovrano

"In nome del popolo sovrano" è un bellissimo affresco storico che la Rai ha recentemente ritrasmesso sul piccolo schermo.
Film di Luigi Magni e dello storico Arrigo Petacco del 1990, ambientato ai tempi della Repubblica Romana di mazziniana e garibaldina memoria, ovvero fra il 1848 ed il 1849.
E' la storia del frate barnabita Ugo Bassi (Jacques Perrin) che, in nome di Cristo e di Mazzini, si immola alla causa dell'Unità d'Italia e della cacciata del Papa Re da Roma, affinché questi rinunci al "demoiniaco" potere temporale, per riaffermare unicamente quello spirituale, di pastore di anime, di rappresentante del Verbo sulla terra.
E' la storia del condottiero garibaldino Giovanni Livraghi (Luca Barbareschi), innamorato della nobile Cristina Arquati (Elena Sofia Ricci).
E' la storia dell'oste romano Ciceruacchio (Nino Manfredi) - al secolo Angelo Brunetti - e di suo figlio Lorenzo, immolati entrambi alla causa della Repubblica.
Ma è anche la storia del marchesino Eufemio Arquati (Massimo Wertmuller) che, per riconquistare sua moglie, divenuta l'amante del Livraghi, si unirà alla causa degli insorti e, successivamente, dei Piemontesi.
Una storia vera, autentica, tenerissima, appassionata ed a tratti irriverente, quella raccontata da Luigi Magni, autentico interprete cinematografico del Risorgimento italiano.
Un insieme di storie nella Storia. Di vite di patrioti, idealisti romantici che, con sprezzo del pericolo, volevano una Roma laica, civile, democratica, nel rispetto della religione e dell'essere umano (la Repubblica Romana, infatti, pur nella sua breve durata, abolì definitivamente la pena di morte).
Una storia, quella della Repubblica Romana, spazzata via dalle criminali truppe di Napoleone III giudate dal temibile generale Oudinot, al servizio del Papa Re Pio IX.
Una storia, quella di una Repubblica democratica in Italia come mai più vi fu e che, raccontata oggi, oscura completamente la "Repubblica dei partiti" del 1948 che, nei fatti, fu ed è ancor oggi se non peggio, una sorta di Monarchia partitocratico-burocratica, con a capo un Presidente che, ieri come oggi, non rappresenta - invero - alcun Popolo, ma solo gli interessi dell'Elite al Potere.
Nel nome di Mazzini e Garibaldi, morirono, assieme – trucidati dagli Austriaci - il frate Ugo Bassi ed il condottiero Giovanni Livraghi, come assieme morirono Ciceruacchio e suo figlio Lorenzo, nemmeno maggiorenne, ancora oggi figure rimaste nel cuore del popolo romano. E, a difesa della Repubblica Romana - sotto i colpi dei Francesi - morirono l'aiutante di campo di Garibaldi - l'uruguaiano Andrea Aguyar - il bersagliere Luciano Manara ed il piccolo e leggendario Righetto.
Martiri di una Resistenza liberale e repubblicana, tradita un secolo dopo ed oggi pressoché del tutto dimenticata.
Solo quest'affresco di Luigi Magni, con la collaborazione del grande storico Arrigo Petacco, ci restituisce e restituisce all'Italia la dignità della sua Storia.
Una Storia che, ancora oggi, vorremmo vedere attuale, nel nome di un Popolo Sovrano stanco di mediaticità grillesca e partitocrazia Pd-Pidiellina.

Luca Bagatin




11 marzo 2013

BREVI NOTE SU GUGLIELMO OBERDAN di Carlo A.R. Porcella

Riceviamo e pubblichiamo volentieri l'articolo "Brevi note su Guglielmo Oberdan" - patriota mazziniano ed irredentista - inviatoci, in esclusiva, dallo storico Carlo A.R. Porcella.

L.B.

BREVI NOTE SU GUGLIELMO OBERDAN

di Carlo A.R. Porcella


Ricorre in questo anno il 130/mo anniversario della morte di Oberdan, parlare oggi del processo che lo condannò a morte è ancora per l’Austria molto imbarazzante poiché riapre una delle pagine di cattiva giustizia che purtroppo molte volte caratterizzano la storia delle nazioni anche europee. Tuttavia per completare l’informazione occorre precisare che il comportamento di Oberdan, durante la fase processuale, fu tale, voluto da lui stesso, per peggiorare le condizioni giudiziarie.

Guglielmo Oberdan o forse più esattamente come fu realmente registrato alla nascita Oberdank ma al di là della rappresentazione grafica nelle lingua nazionale del suo cognome egli resta sempre un patriota per cui due popoli, come disse Carducci, allora chiamavano giustizia a Dio.

Personalmente, per rispetto del volere dell’eroe in quanto segue parlerò sempre di Oberdan perché un giorno egli affermò che scrivere il cognome con la k finale era d’austriaco.

Egli nacque a Trieste il primo febbraio del 1858 e fu battezzato il giorno sette dello stesso mese nella parrocchiale di S. Antonio Nuovo, .con i nomi di Dionisio, Guglielmo e Carlo.

Il primo nome in ricordo del nonno paterno il secondo in ricordo del padrino, Guglielmo Rossi, mercante triestino. La madre era Gioseffa Oberdank, nata a Gorizia nel 1830 residente nella borgata di Sampasso da moltissimi anni con cittadinanza italiana. Cittadinanza confermata dall’ufficio anagrafico di Gorizia, infatti nei “ censimenti “ dell’impero la famiglia aveva sempre dichiarato di essere di nazionalità italiana. Il padre naturale era Falcier Valentino (o Falzier) era veneto di professione panettiere e allora prestava servizio nell’armata austriaca.

Poiché il matrimonio tra i genitori non fu contratto, Guglielmo assunse il cognome della madre, quando aveva già quattro anni, la madre si sposò regolarmente con Francesco Ferencich da cui nacquero altre figli che ebbero sempre un ottimo rapporto con Guglielmo.

Occorre anche evidenziare che nel censimento del 1865 il Ferencich inserì Guglielmo nel foglio di famiglia, atto questo che lascia ampiamente ipotizzare anche la volontà di legittimarlo, presumibilmente ostacolato da difficoltà di carattere legale dell’epoca. Pertanto è possibile affermare che ombre o dubbi sulla nazionalità di Guglielmo sostanzialmente non sono tali da attribuirgli nazionalità diversa da quella Italiana. Per completezza delle informazioni è doveroso ricordare che spesso il cognome della madre Oberdank è stato scritto anche con la ck finale e qualche volta anche con ch finale ma ciò non contrasta con il fatto che la famiglia d’origine della madre da diverse generazioni era iscritta fra quelle di nazionalità italiana. Certo tale “discussione” spesso anche con toni accesi non scalfì mai l’amore di Guglielmo per l’Italia. –

Le modeste condizioni economiche della famiglia non impedirono ai genitori di avviare Guglielmo agli studi anche se l’inizio non fu incoraggiante, tuttavia egli concluse i suoi studi il 20 luglio del 1877 con il massimo dei voti e fu proclamato maturo con distinzione per l’ammissione ad un Politecnico. Dai documenti scolastici e dalle testimonianze dei compagni di studio si evidenzia un carattere generoso con fermezza d’animo esemplare, l’amore per il bello e l’ardore per le idealità civili. Fu sempre amato ed apprezzato dai suoi maestri e benché di condizioni economiche modeste fu ammesso ai salotti letterati e politici della città, ove le sue doti umane e culturali furono sempre apprezzate. Ricordi relativi a quel periodo sono in gran parte della pittrice Argelia Butti e di Piero Vendrame, ma tale periodo nella sua formazione spirituale assume notevole importanza poiché allora si realizzò la coscienza politica di Guglielmo, grazie anche ad una profonda conoscenza degli scritti di Mazzini che con notevoli difficoltà riuscivano ad evitare i sequestri della polizia austriaca o a passare quasi indenni tra la corrispondenza privata. Dagli scritti di Mazzini Oberdan apprese la religione del sacrificio inoltre apprezzò molto l’opera del Guerrazzi ricordando anche che questi nell’opera Lo Assedio di Roma aveva voluto rendere omaggio ai triestini che avevano difeso Roma ed in particolare a Giacomo Venezian deceduto per le ferite riportate nello scontro del Vascello. Benché giovanissimo Oberdan non poteva avere un concetto ed un criterio politico completo e ben definito

Riuscì a perseguire un ideale che era quello della patria irredenta che con impegno costante si dedicò ad esso. Tuttavia nell’autunno del 1877 (il 12 ottobre) a soli diciannove anni Oberdan per proseguire gli studi presso il Politecnico si recò a Vienna ove seguì con regolarità gli studi almeno fino al luglio dell’anno successivo. Gli studenti italiani a Vienna erano numerosi ed in quel periodo molti avevano legami di amicizia con i polacchi presenti nella capitale austriaca, e tutti speravano che il trattato di Berlino in corso di definizione decretasse l’unità politica e l’indipendenza della Polonia. Quando il 1 luglio 1878 fu comunicato ufficialmente che il Congresso di Berlino aveva dato mandato all’Austria di invadere la Bosnia Erzegovina per sedare le agitazioni interne a tale regione, l’Austria proclamò una mobilitazione ridotta per poter adempiere al mandato ricevuto (era stato concordato con Germania ed Inghilterra). Inoltre il giorno 16 dello stesso mese fu vietato alla stampa austriaca di pubblicare qualsiasi notizia in merito ai preparativi militari in corso.

A Trieste tale circostanza provocò notevole disagio tra i giovani poiché vedevano abolito il diritto a non prestare l’obbligo del servizio militare che era stato in vigore per Trieste fino ad alcuni decenni prima, inoltre i giovani istriani e dalmati non gradivano indossare l’uniforme austriaca..

Sempre il 16 luglio 1878 un proclama di Garibaldi ed Avezzana unitamente ad un appello del Comitato Triestino per le Alpi Giulie con parole forti invitava i giovani trentini, triestini ed istriani ad insorgere. Tali appelli produssero numerose diserzioni nell’esercito austriaco tanto che l’Imperatore chiese al presidente del consiglio di essere costantemente informato in merito.

A tal punto è necessario evidenziare quali erano gli obblighi militari di Guglielmo verso il governo austriaco. Al compimento del ventesimo anno i giovani residenti nelle terre irredente avevano l’obbligo di sottoporsi all’esame personale per la leva ed Oberdan adempì a tale obbligo il 26 marzo 1878. Pertanto fu arruolato nel reggimento di fanteria Maresciallo Giuseppe barone Weber . Reparto questo a cui erano assoggettati tutti i giovani delle province meridionali dell’impero asburgico. Inoltre ad Oberdan fu riconosciuto il diritto di un anno di volontariato e fu iscritto fra i volontari a proprie spese. La chiamata alle armi, era prevista per l’ottobre 1880 ed era possibile anche ottenere una dilazione per il completamento degli studi, ma la mobilitazione parziale indetta dall’Austria anticipò la chiamata alle armi al luglio del 1878. Sul ritorno di Oberdan da Vienna a Trieste e la successiva fuga in Italia sono state riportate diverse narrazioni pertanto ritengo più corretto considerare la narrazione fatta dal patrigno di Oberdan alle autorità austriache anche perché essa è quella più documentata. La deposizione resa dal patrigno il 13 settembre 1878 al Tribunale provinciale di Trieste riporta che il foglio di chiamata fu inviato dal padre a Vienna preavvisandolo a mezzo telegrafo. Pertanto Oberdan ritornò a Trieste e si presento subito in caserma. Inoltre gli fu concessa la possibilità di dormire a casa ove aveva una sua cameretta. Una sera ritornando tardi da Sesana il patrigno, notata l’assenza di Guglielmo, chiese notizie a sua moglie che rispose dicendo che Guglielmo verso le 19 era arrivato a casa aveva indossato gli abiti borghesi per recarsi con amici alla trattoria Wastl, dopo tale comunicazione andò a letto tranquillo, ma al mattino successivo notò che Guglielmo non era ritornato a casa. Dopo qualche ora un caposquadra venne a chiedere di Guglielmo ma non essendoci, andò via per ritornare dopo circa due ore e ritirare l’uniforme e per invitarmi a presentarmi in caserma, cosa che fu fatta regolarmente.

Quella notte Guglielmo con altri due compagni fuggì in barca e dopo tre notti di viaggio fortunoso sbarcarono su una spiaggia tra Fano e Senigaglia successivamente proseguirono per Ancona.

In questa città furono accolti calorosamente dal direttore del “Lucifero” Domenico Basilari (tale giornale repubblicano è ancora in vita ed io lo ricevo regolarmente) unitamente al conte Bosdari ed all’avvocato Aurelio Salmona per il quale Oberdan aveva una lettera di presentazione. In Ancona era presente una numerosa comunità di profughi istriani giunta in quei giorni per gli stessi motivi.

In occasione di un comizio conobbe Matteo Renato Imbriani Poerio che il 21 maggio del 1877

Aveva fondato a Napoli l’Associazione “Pro Patria Irredenta” da allora i due non solo furono amici ma l’amicizia divenne quasi una venerazione per entrambi tanto che ogni azione progettata o attuata da Oberdan fu sempre concordata e preparata con Imbriani.

Imbriani è anche colui che per primo nel 1872 utilizzo il termine “irredentismo” per esporre le aspirazioni dei cittadini istriani e dalmati dell’impero asburgico.

Un amico di Oberdan residente in Roma, appreso del suo arrivo lo invitò a raggiungerlo, ma egli preferì restare in Ancona fino all’autunno. Giunse poi a Roma si unì ai numerosi esuli triestini ed istriani e con alcuni abitò in una cameretta di una casa tra Montecitorio e Piazza Navona.

Presto fu noto fuori della cerchia degli esuli tanto da partecipare con un proprio discorso alla commemorazione dei fatti di Villa Glori del 1867 .

Inoltre cercò di continuare i suoi studi e per vivere si procurò lezioni e lavori di disegnatore ebbe anche un sussidio di emigrazione erogato tramite il Comitato Triestino Istriano per le Alpi Giulie in Roma . Tale associazione nel gennaio del 1879 si costituì in Società assumendo la denominazione Associazione per le Alpi Giulie, Unione di Roma e per raccogliere fondi pubblicò anche una strenna a cui Oberdan partecipò attivamente. L’ingegno di Guglielmo fu ben presto apprezzato, tanto che durante l’ultimo anno ricoprì l’incarico di assistente di chimica presso il Regio Istituto Tecnico di Panisperna, fece alcuni lavori per la Direzione di statistica e fu anche disegnatore presso il ministero dell’agricoltura e commercio. Chi lo vide in Roma dal 1878 al 1882 narra che egli era sempre raggiante di entusiasmo, e che i suoi occhi cerulei si figgevano sempre in un punto ignoto e lontano, quasi a cercarvi un ideale irraggiungibile. Oberdan non pensava, non viveva che per la sua Trieste. Era quello l’ideale purissimo per cui egli non si lagnava della miseria, non sentiva tutta la sua sventura, per cui trovava di poter vivere. La vita esemplare, l’ingegno pronto, la seria tempra di studioso, la franca collegialità, i sentimenti magnanimi, gli entusiasmi patriottici, il complesso carattere insomma di giovane virtuoso che era in lui fecero si che non solo tra i suoi compaesani e compagni di lotta , ma anche fra la gioventù universitaria romana Guglielmo fosse ben voluto e stimato, tanto che negli ultimi tempi, quale socio del Circolo Universitario Democratico ne divenne rapidamente un esponente di primo piano. Le sue parole vibravano come dardi, parlava di rado ma con senno e spesso della sua Trieste, era uno dei migliori studenti. Condannò l’alleanza italo austriaca poiché provava uno sdegno profondo, come davanti ad un crimine di lesa patria. Negli anni romani lo spirito di sacrificio si radicò in Guglielmo per cui ritenne necessario che per la causa di Trieste fosse necessario un martire, allora nel suo animo restò ferma la risoluzione suprema, come da vero matematico la definì Cavallotti, per cui quando gli eventi furono per lui maturi passò all’azione.

Oberdan partecipò anche ai funerali di Garibaldi in Roma, portava la bandiera di Trieste abbrunata gli era stato accordato un posto d’onore dietro al feretro, subito dopo la rappresentanza della municipalità parigina. Quando il corteo passò davanti piazza Colonna egli notò che ai balconi di palazzo Fiano sede dell’ambasciata austriaca vi erano l’ambasciatore e gli impiegati, alzò lo stendardo minacciosamente in atto di sfida tanto che i poggioli si spopolarono immediatamente.

Nel maggio dell’anno precedente a Trieste su iniziativa del barone de (von) Pretis Cagnodo si preparavano i festeggiamenti per il quinto centenario dell’appartenenza all’Austria di Trieste mediante l’allestimento di una esposizione, logicamente la parte democratica dei cittadini ed una buona parte del Consiglio Comunale fu contraria ma le pressioni da Vienna nonché i contributi dei ministeri resero possibile il primo agosto del 1882 l’inaugurazione dell’Esposizione da parte dell’Arciduca Carlo Lodovico d’Austria. Tuttavia già nei giorni precedenti le organizzazioni irredentistiche presenti in Trieste erano decise a non rendere tranquilla la manifestazione, infatti nella note tra il 29 e 30 agosto era stato distrutto il vessillo sociale della società Unione Operaia Triestina, sodalizio fortemente austriacante, inoltre nella città furono distribuiti molti proclami delle associazioni irredentiste. La sera del giorno 2 agosto alle 21 mentre la fiaccolata dell’ Adunata dei veterani austriaci, partita dalla Caserma Grande e si dirigeva verso il Corso per rendere omaggio all’arciduca Carlo Lodovico, fu gettata una bomba in prossimità di via San Spiridione causando la morte di uno spettatore e ferendo dodici persone tra i quali il presidente dell’associazione dei veterani Raeeke ed il direttore del giornale Triester Zeitung dott. Dorn. Tale azione fu preparata dall’Oberdan che riuscì a varcare il confine dopo essersi sbarazzato della bomba all’Orsini non utilizzata buttandola in mare.

Tuttavia il ritorno in Italia di Oberdan fu tempestivo tanto che lasciò presso l’anziana signora Caterina Anagno nata Cerkvenik una valigetta contenete alcune lettere a lui indirizzate. A causa del successivo sfratto per morosità dell’Anagno nel successivo mese di settembre le lettere furono consegnate alla polizia e furono poi oggetto di tre interrogatori dopo l’arresto di Oberdan nel mese successivo.

Logicamente la polizia austriaca indagò con impegno senza riuscire almeno allora ad individuare l’autore o gli autori di quell’episodio. L’unico risultato concreto raggiunto fu un maggiore controllo della stampa irredentistica clandestina che veniva introdotta nella città di Trieste e per tali fatti alcuni marittimi furono denunciati.

Dopo la fuga da Trieste Oberdan per qualche tempo soggiorno in Friuli prima a Udine e poi a San Daniele ove fu ospite di Maria Ongaro superstite di una famiglia di patrioti friulani che avevano partecipato anche all’insurrezione mazziniana del 1864 nonché parente dei Delfino di Trieste. Si narra che Oberdan fu accolto con molto entusiasmo anche dalle figlie della signora Maria e pronunciò la seguente frase:

Beate loro che hanno la patria libera e che hanno avuto un Andreuzzi e tanti altri che seppero lottare e cooperare per la redenzione della patria. Bisognerebbe che anche Trieste avesse tali uomini e sopra a tutto bisognerebbe che anche Trieste avesse un martire.” .

Dopo il soggiorno in San Daniele, partì per Udine per recarsi prima a Napoli poi a Roma e per qualche giorno a Genova per poi ritornare a Roma. Qui verso la fine di agosto, fu presentato agli amici di un giornale repubblicano “il Dovere” a cui espose il suo progetto ideato con Ragosa e già approvato anche dai comitati triestini. Tuttavia si ritenne opportuno richiedere anche il parere dei principali esponenti del partito repubblicano che erano a Forlì questi ultimi disapprovavano il progetto, ma Guglielmo ancor più di Ragosa era fermamente deciso ad attuarlo. Il dodici settembre venne ufficialmente annunciata, con relativo programma, la visita dell’imperatore a Trieste per celebrare degnamente il quinto centenario della presenza austriaca a Trieste, l’arrivo dell’imperatore era previsto per il giorno 17 settembre.

Oberdan e Ragosa, partirono per Udine per vie diverse Ragosa via Orte Firenze Bologna e Oberdan

passando per Pisa Genova Milano Verona giunsero a Udine al mattino del giorno 15 settembre ma in ore diverse. A Udine si incontrarono con il Pontotti su indicazione di Imbriani. Pontotti comunicò ai due che dopo l’attentato del 2 agosto i confini con l’Austria erano presidiati con particolare attenzione inoltre la stessa polizia italiana vigilava costantemente sull’attività delle organizzazioni irredentistiche. A Udine prestava servizio un ispettore di pubblica sicurezza toscano Giamboni già al servizio del granduca e secondo alcuni fu questi ad informare la polizia austriaca della presenza di Oberdan.

Solo così può essere spiegato il sicuro arresto di Oberdan. Anche Cavallotti nel suo discorso a Pistoia parla dell’iscariota indicando Giamboni. Tuttavia il prefetto di Udine Gaetano Brussi, cospiratore e fervente patriota inviò due suoi agenti fidati per fermare Oberdan ma questi giunsero troppo tardi.

Molti storici o meglio la gran maggioranza di essi ritiene che ci fu un vero e proprio caso di delazione da parte di qualcuno che conosceva il piano si dice anche di un telegramma “convenzionale” fu inviato da Roma a da Venezia per segnalare la partenza di Oberdan.

Inoltre è da ricordare che in quel periodo l’azione del governo Depretis provocò lo sdegno della Società Friulana dei Veterani e Reduci delle Patrie Battaglie tanto da emettere un ordine del giorno con il quale si biasimava e si protestava per il controllo da parte della polizia di cittadini che avevano combattuto per la patria. Il 15 settembre Oberdan e Ragosa si recarono a Buttrio ove furono ospitati dal farmacista Giordani e cercarono anche un contrabbandiere per varcare il confine.

(QUANTO SEGUE è negli atti giudiziari dell’epoca poiché esistono diverse versioni sull’arresto di Oberdan ma tutte con scarsa documentazione attendibile anzi molto spesso incompleta)

La persona trovata fu Angelo Tavagnacco che a causa delle pessima condizioni atmosferiche di quella notte rinviò il passaggio del confine al giorno seguente. Il mattino seguente alle cinque partirono per varcare il confine. Oberdan nel lasciare la casa del Giordani lasciò alcuni oggetti oltre al bastone ed una piccola valigia con un libro che furono tutti nascosti dalla moglie del Giordani quando si ebbe notizia dell’arresto di Oberdan.(tali oggetti sono ora custoditi nel museo civico di Udine).

I due patrioti e la guida giunsero a Versa verso le sette del mattino ed ivi Oberdan pagò il contrabbandiere per proseguire il viaggio in vettura condotta dal vetturale Sabbadini che alle ore dieci giunse a Ronchi presso la locanda di Giovanni Berini ove Oberdan si fermò perché stanco e Ragosa proseguì il viaggio per Trieste con altra vettura.

Intanto il contrabbandiere guida Tavagnacco nel suo viaggio di ritorno a Buttrio incontrò l’agricoltore Giorgio Gregoratti e il fattore del conte Agricola di Udine Antonio De Marco

che lo interrogarono su quelli che aveva accompagnato. Il Tavagnacco riferì ai due che uno dei forestieri, Oberdan, lo aveva avvertito che in caso di incontro con la forza pubblica occorreva separarsi e scappare. Successivamente il Gregoratti riferì tutto al ricevitore doganale di Chiopris mentre il De Marco riferì al podestà di Lodovico Serravalle obbligando il Tavagnacco a ripetere quanto detto prima.

Successivamente il De Marco ed il Serravalle, si recarono a Gradisca per denunciare tutto al capitano distrettuale avvertendo anche il podestà di Versa Gian Natale Baldassi. Questi invio un messo comunale ad avvertire il capo dei gendarmi di Versa Tommasini, che era per servizio a Gradisca intanto a Versa veniva fermato il vetturale Sabbadini di ritorno da Trieste.

Il capo dei gendarmi Tommasini ricevuta la notizia si recò a Gradisca ove incontrò tutti i sopra citati per poi farsi accompagnare dal Sabbadini a Ronchi all’osteria dove i due giovani si erano fermati. Tommasini ipotizzando di essere in presenza di disertori dell’esercito italiano,. giunti all’osteria si recò nella stanza di Oberdan, dopo averlo fatto riconoscere dal Sabbadini, chiese le generalità e gli furono mostrati documenti intestati a Giovanni Rossi. Qualche istante dopo Oberdan tirò fuori un revolver senza riuscire a sparare per cui seguì una violenta colluttazione che terminò con l’arresto di Oberdan grazie all’intervento dell’oste e di due avventori dicui uno era il Gregoratti e l’altro un certo Minassi.

Oberdan fu pertanto condotto dal consigliere di Luogotenenza Vintasgau che dispose una immediata perquisizione della stanza in cui era stato Oberdan rinvenendo così le due bombe e le munizioni portate al seguito. Verso le cinque del pomeriggio giunse anche il giudice conte Dandini che iniziò l’istruttoria interrogando l’arrestato che continuò a chiamarsi Giovanni Rossi, senza curarsi in alcun modo di limitare le proprie responsabilità anzi esagerò volutamente i suoi intendimenti e l’italianità di Trieste. Pertanto fu indiziato di alto tradimento e sottoposto a custodia preventiva. Intanto Ragosa giunto a Trieste proseguì per l’Istria ma durante il viaggio seppe dell’arresto di Oberdan si nascose da amici per tre giorni per poi fuggire in barca a Venezia e proseguire poi per Roma. Ancora oggi non si conosce con esattezza quanto Oberdan si fece riconoscere con le proprie generalità, presumibilmente quando fu certo il suo trasferimento a Trieste, il primo verbale di interrogatorio in cui appare il suo vero nome è quello del 27 settembre

I giornali triestini avevano già pubblicato il suo nome il 18 settembre giorno successivo al suo arrivo a Trieste che coincise anche con la visita del sovrano asburgico. Oberdan fu sottoposto ad interrogatorio ancora il 30 settembre dagli organi giudiziari civili. Il 7 ottobre fu consegnato alle autorità militari e solo il 9 ottobre fu interrogato dagli organi giudiziari militari, Quello stesso giorno indirizzò una lettera alla madre per ringraziarla della visita fatta dal padre. Il processo ad Oberdan ancora oggi per l’ Austria rappresenta un processo svolto con molte ombre sul rispetto delle norme penali dell’epoca, esse apparvero già sulla stampa viennese del giorno 19 ottobre ossia il giorno successivo della visita della madre a Guglielmo il 15 ottobre con lo scopo di indurlo a chiedere la grazia. Al termine della visita la madre cadde svenuta e successivamente si recò a Vienna accompagnata da un legale per consegnare una domanda di grazia all’imperatore e al conte Taaffe, il primo era a Budapest per cui la domanda fu spedita ed il secondo ricevette la donna per dichiararle di non essere utile perché trattatasi di questione militare per cui era opportuno sperare nella grazia dell’imperatore. Secondo alcuni organi di stampa dell’epoca la sentenza era già stata pronunciata dal Tribunale Militare supremo di Vienna il 20 ottobre. Inoltre ci fu disparità di giudizio tra i componenti del collegio giudicante. Infatti il comandante militare di Trieste già ex capo di stato maggiore generale Schonfeld si sarebbe rifiutato di firmare la condanna a morte, e un vecchio uditore giudiziario di Innnsbruck, consultato per un parere dichiarò inammissibile la condanna a morte, inoltre il procuratore di stato Schrott sosteneva che la pena massima da concedere era di 20 anni di fortezza. Questi tre esponenti del mondo giudiziario poco tempo dopo dalla sentenza capitale, furono trasferiti ed uno di essi collocato in quiescenza. La sentenza di morte costituiva una evidente forzatura della norma relativa al reato di lesa maestà, ciò soprattutto in considerazioni del fatto che le prove certe erano solo costituite dalla diserzione, dalla resistenza a mano armata a pubblico ufficiale, di possesso illegale di ordigni esplosivi e di aver espresso l’opinione di voler attentare all’imperatore. Occorre anche ricordare che per lungo tempo i giovani triestini erano stati esentati dal servizio militare ed una alterazione di tale “privilegio” fu proprio la mobilitazione per la Bosnia Erzegovina.

A caratterizzare le anomalie del processo fatto ad Oberdan è anche un difetto di competenza giurisdizionale infatti il tribunale competente doveva essere quello di Gorizia poiché Monfalcone dipendeva da esso. Effettivamente il giorno 17 settembre il giudice istruttore di Gorizia avuta notizia dell’arresto si recò con il procuratore di stato si recò a Ronchi per i rilievi del caso anche in accordo con il giudice di Monfacone , ma quello stesso giorno giunse l’ordine non dal tribunale ma dal direttore di polizia in accordo con il procuratore superiore di stato il trasferimento di Oberdan a Trieste. Il procuratore superiore Schrott inoltre elimina di autorità ogni obiezione e invia il processo alla procura di Trieste. Il giorno seguente il tribunale di Gorizia ratifica il trasferimento a Trieste ai sensi dell’articolo 56 del codice di p.p. senza però accertare se la fattispecie del caso Oberdan è tra quelli previsti dal codice per il trasferimento. Inoltre dai documenti relativi all’avvio del processo a Trieste non si fa alcuna menzione al reato di diserzione, ciò fu dovuto al fatto che il tribunale di Trieste voleva accampare meriti presso la corte. Infatti le autorità militari per ben due volte sollecitarono la consegna del prigioniero e solo il 4 ottobre fu consegnato ad essa, in tale circostanza tutti i documenti della consegna furono retrodatati al primo ottobre. Tutte queste irregolarità generano notevoli dubbi sulla correttezza del comportamento delle autorità austriache.

A condannare Oberdan furono sicuramente le sue continue dichiarazioni di ostilità verso il governo e l’imperatore austriaco rese alle autorità inquirenti. Non dimentichiamo che nel 1849 dopo la caduta di Venezia a Udine fu fucilato, con sentenza di un tribunale militare Giacomo Grovic solo perché aveva parlato male dell’Austria mentre vigeva ancora la legge di guerra. Il processo a Oberdan già allora manifestò alcune pesanti ombre tanto che il giornale Allgemeine Zeitung riportò un articolo molto critico che si terminava con la seguente frase: “la situazione di Trieste richiede luce e non misteri”. L’atteggiamento non corretto della autorità giudiziaria fu essenzialmente dovuta al fatto che il ministero della giustizia austriaca già dopo l’episodio del due agosto aveva la ferma intenzione di sottrarre i processi all’ambiente locale, tale comportamento costituiva una palese violazione del diritto dell’imputato ad essere giudicato dal suo giudice naturale. Tale situazione giuridica ebbe ulteriore conferma con il processo al Sabbadini che iniziato tempo dopo e concluso con la pesante condanna a 12 anni di carcere per aver solo trasportato due patrioti di cui ne ignorava le generalità. Il tribunale supremo militare di Vienna emise la sentenza di condanna a morte mediante impiccagione il 4 novembre 1882 fu firmata dal Luogotenente Feld Maresciallo Knebel . In Italia la notizia della condanna a morte provocò numerose manifestazioni antiaustriache soprattutto quelle degli universitari bolognesi. La mattina del 19 dicembre 1882 il tribunale militare si riunì per leggere la sentenza a Oberdan che l’ascoltò scrollando le spalle senza tradire alcuna emozione.

Fu ricondotto in cella e sottoposto alla vigilanza di due sentinelle, durante tutto il giorno fumò più del solito e si divertiva gettando il fumo sulle sentinelle. Inoltre gli furono offerti i conforti religiosi che rifiutò per ben due volte dicendo: “ Sono matematico e Libero Pensatore, né credo nell’immortalità dell’anima” inoltre rifiutò l’incontro con i suoi congiunti. A tal punto è corretto evidenziare che Oberdan aderì alla Libera Muratoria soprattutto per il particolare legame di amicizia e di “cospirazione” che lo legava a Matteo Renato Imbriani Poerio . Trascorse la notte precedente all’esecuzione con tranquillità ma costantemente spiato dalle guardie per prevenire atti di autolesionismo. Oberdan si svegliò alle cinque del mattino e per evitare segni di agitazione lesse un libro almeno fino alle ore sei per poi sorbire una tazza di caffè latte, trascorse il resto del tempo fumando e passeggiando nella cella.

La forca allestita nel carcere non era una forca di forma classica ossia di L rovesciata ma semplicemente un palo di circa quattro metri di altezza sulla cui sommità era fissato un robusto uncino dal quale pendeva un robusto capestro.

Oberdan fu condotto fuori dalla cella nel cortile dove erano gia schierati un battaglione del reggimento Arciduca Alberto e altre due compagnie con bandiera e tamburi (questi listati a lutto)

Guglielmo indossava solo la giubba del reggimento Weber e dopo che il maggiore Fongarolli lesse nuovamente la sentenza fu consegnato al carnefice, in quel momento si avvicinò ancora il cappellano ma Obedan gli disse “Va via prete, non ho bisogno di te” e tolta la giubba gridò al boia

“ fa presto “ mentre il boia con due aiutanti gli legava le braccia pronunciò le seguenti parole (riportate da un soldato ungherese che conosceva bene la nostra lingua) “Muoio esultate, perché spero che la mia morte gioverà in breve a riunire la mia cara Trieste alla madre patria” .

Che Oberdan abbia parlato tutti poterono affermarlo benché il rullo dei tamburi coprisse le sue parole. Alle sette il capestro austriaco strozzava l’ultimo grido del martire “Viva Trieste libera, viva l’Italia, viva l’It “…ma ancora per altri sei minuti il corpo di Oberdan si dibattè nell’agonia e solo dopo che il medico del reggimento accertò la morte il cadavere fu staccato dalla forca e portato nella cella..

Alle 17 la salma fu portata all’ospedale militare ove fu sottoposta a sezione giudiziaria che terminò alle 20 e alle 23 fu rinchiusa in un cassone e condotta con un furgone, sotto scorta, al cimitero militare ove fu sepolta.

Secondo voci dell’epoca pare che al cadavere del patriota durante l’autopsia sia stata troncata la testa da inviare al museo antropologico di Vienna per studiarne il teschio. Tale voce non stupisce se si pensa che secondo alcuni storici la testa di Giacchino Murat (1815) fu inviata a Ferdinando IV di Borbone che la tenne presso di se fino alla sua morte.

Il sacrificio di Oberdan resta dunque sempre, ancora oggi, monito ai popoli, ai governi, ai despoti, ai dittatori. Gli avvenimenti politici successivi non hanno offuscato il valore della sua testimonianza di fede nell’idea mazziniana di libertà.


CARLO A.R. PORCELLA

Bibliografia

Nel 25/mo anniversario dell’impiccagione di Guglielmo Oberdan- appunti biografici e storici a cura del Comitato segreto della Gioventù triestina – Udine premiata Tipografia Tosolini 1907

Guglielmo Oberdan secondo gli atti segreti del processo carteggi diplomatici e altri documenti inediti- Francesco Salata – Bologna – Zanichelli 1924

Guglielmo Oberdan – Numero unico in occasione del centenario della nascita 1858- 1 febbraio 1958- scritti di A. Bandini Butti, G. Bruni, V. Furlani, G. Stuparich – Trieste Associazione Mazziniana sezione di Trieste 1958 – Udine Del Bianco.

In memoria di Antonio Giordani – Comitato onoranze nel 40/mo anniversario dell’ospitalità offerta ad Oberdan, 22 settembre 1922- Udine – Stab. Tip. Gustavo percotto & Figlio 1922

L’ora di Trieste – Giulio Caprin - Firenze- Bemporad& Figlio – Libreria A. Feltrami 1915

XX dicembre – in memoria di Guglielmo Oberdan –s.n. 1883

Quando non si poteva parlare … ed altri discorsi- Ferdinando Pasini – Trieste Libreria Internazionale c.u. Trani 1921



21 febbraio 2013

Elezioni del 24 e 25 febbraio 2013: l'appello all'EX VOTO di www.lucabagatin.ilcannocchiale.it (sposando così l'appello del Partito dell'Amore)


L'immagine è tratta dal sito (amico) del Partito dell'Amore

Mancano pochi giorni, ore, minuti, all'esercizio mediatico e mediocre di massa: il voto elettorale.
Un esercizio a proposito del quale, il celebre scrittore ed umorista ottocentesco Mark Twain, affermava: "Se le elezioni cambiassero qualcosa non ce le lascerebbero fare".
Ecco, beh, diciamo che noi alle elezioni, in tempi non sospetti, credevamo. Credevamo e militavamo e, per molti versi, militiamo anche oggi.
Ma non ci stracciamo più le vesti per nessuno.
La vicenda che ha visto coinvolto Oscar Giannino è triste, ma lo è ancor più a causa del "fuoco amico tafazziano" presente in FARE per Fermare il Declino.
A proposito di questo, proprio ieri, scrivemmo un'email indirizzata alla Segreteria nazionale del movimento stesso, ad Oscar Giannino ed alla Segreteria di FARE del Friuli.
Riportiamo, qui di seguito, il testo:

Buongiorno a tutti,

relativamente alla decisione presa dal candidato Premier di FARE, Oscar Giannino, mi sento di esprimere, brevemente, quanto segue.
La vicenda è spiacevole, in sé, ma non tanto per quel "master" che è sfuggito a Giannino nell'intervista che ben tutti conosciamo ed abbiamo ascoltato. Quanto per l'uscita del prof. Zingales, il quale, a pochi giorni dal voto, poteva risparmiarsela, onde evitare di danneggiare non tanto o solo Giannino, quanto piuttosto l'intero movimento FARE ed i suoi militanti.
Questa storia del "master", in sé, diciamocela, non è poi così grave. Possiamo intenderla come una parola sfuggita a Giannino ? Oppure come un lapsus ? Oppure come una innocente menzogna ?
Ci sta tutto, ma, per favore, non prendiamola così sul serio perché ciò significa e significherebbe vanificare il lavoro svolto da luglio ad oggi, oltre che dai fondatori del movimento, anche dei militanti di FARE sparsi per l'Italia.
Ora, posso esprimere solo la mia opinione personale, in qualità di collaboratore di testate giornalistiche, osservatore, studioso, scrittore, blogger e simpatizzante di FARE (oltre che militante per qualche giorno): se Oscar Giannino rinuncerà al suo seggio, non ha alcun senso votare.
E non ha senso andare a votare, perché significherebbe dare ragione ai Tafazzi che, a pochi giorni dal voto, hanno danneggiato FARE. E significherebbe peraltro e pergiunta avvalorare questo sistema corrotto e partitocratico.
In questo senso: O GIANNINO IN PARLAMENTO O NIENTE.
Con viva cordialità,

Luca Bagatin
www.lucabagatin.ilcannocchiale.it


Per completezza, riportiamo anche la pur laconica risposta:

Salve,

grazie per il sostegno morale.
Se voi elettori ce ne darete la possibilità faremo del nostro meglio per portare a buon fine Il nostro programma.

Le auguro buona giornata.

Team Fermare il declino

Ora, al di là delle cose che dice o millanta dadaisticamente Oscar Giannino, la mia personale stima nei suoi confronti non viene né verrà meno.
In un mondo ed in un'Italia marcia - anche nel privato di ciascuno, oltre che nel pubblico (aspetto che non va affatto sottovalutato, tutt'altro) - e dunque in una politica che segue il suo putrido corso, queste facezie gianniniane, fanno quantomeno sorridere.
Oscar Giannino è e rimane persona competente in campo economico e sociale, anche da autodidatta (in effetti personalmente non avevo mai sentito di titoli a lui attribuiti o auto-attribuiti). Autodidatta come chi scrive, peraltro, aspetto rivendicato con orgoglio in un Paese ove tutti hanno la laurea ma nessuno conosce né la Storia, né la politica e/o altri aspetti dello scibile umano.
Detto ciò, è notizia di ieri, Giannino ha dichiarato che, se eletto, rinuncierà al seggio parlamentare.
Ha fatto bene ? Ha fatto male ? Non sta a me dirlo e/o giudicare tale decisione.
La decisione di questo blog è, di conseguenza, EX VOTO, in accordo - peraltro -  con l'invito del Partito dell'Amore, guidato dall'amico Mauro Biuzzi, che intervistammo solo quache giorno fa.
EX VOTO, ovvero obiezione di coscienza al voto, in quanto, se proprio dovevamo votare, lo avremmo fatto per mandare Oscar Giannino - e non altri, magari cravattoni - in Parlamento. Di cravattoni non abbiamo bisogno. Di lucidi folli di cultura pannunziana e pazzi melanconici - per citare Gaetano Salvemini - sì, invece.

EX VOTO dunque perché:

Ci rifiutamo di avvalorare questo sistema partitocratico ed autoreferenziale, delle leggi elettorali incostitizuonali, con sbarramenti, con liste elettorali bloccate.

Ci rifiutiamo di avvalorare una politica-spettacolo mediatica e mediocre, che ha fatto strage dei valori repubblicani e risorgimentali sui quali fu fondata la Repubblica Romana del 1849 (e non già la Repubblica Partitocratica e Cattocomunista del 1948, nella quale non ci riconosciamo).

Ci rifiutiamo di prendere parte all'indecoroso spettacolo eversivo che danno, da oltre un anno, Berlusconi-Bersani-Monti, con l'avallo dei media, tutti pronti a dare la parola a loro e solo a loro, in primis.

Ci rifiutiamo di dare l'avallo a chi ha mal governato l'Italia negli ultimi vent'anni, dando vita al Partito Unico Pd-PdL, oggi con il concorso montian-casinista.

Auspichiamo una Repubblica fondata su valori di Democrazia Laica, Libertarismo, Liberalsocialismo, Liberalismo, Amore Universale e senza distinzioni.

Auspichiamo un sistema elettorale coerente, con il ritorno delle preferenze: o maggioritario purissimo, ove il primo partito governa, senza compromessi, oppure proporzionale purissimo, senza sbarramenti.

Auspichiamo l'elezione diretta del Presidente della Repubblica, con funzioni di governo ed al di fuori del sistema dei partiti.

Auspichiamo la liberazione del mercato del lavoro (senza oppressioni stataliste-classiste-bancarie), che è diretta emanazione delle lotte di liberazione sessuale e sociale degli Anni '60 e '70, delle Generazioni Beatnik, Hippie e Cyberpunk, pur nelle loro diversità e peculiarità.

Auspichiamo la liberazione civile del nostro Paese: una legge per legalizzare droghe e non droghe; introduca il matrimonio omosessuale; introduca il diritto all'eutanasia ed al suicidio assistito, in pieno accordo con il rispetto della volontà della singola persona umana.

Auspichiamo tutto ciò e, forse, molto altro.
In tutto ciò, chi scrive, ha proposto la sua candidatura come consigliere comunale al Partito Liberale Italiano, come indipendente, per le elezioni amministrative di Roma del 26 e 27 maggio. Con quattro punti concreti e senza fronzoli: recupero del verde pubblico; riduzione della spesa pubblica improduttiva; costituzione dei Parchi dell'Amore; lotta alla corruzione ad ogni livello.
Crediamo ancora nel valore civico, in particolare in aree metropolitane come quella di Roma, ove peraltro fu costituita la già citata Repubblica Romana, il 9 febbraio 1849.
Non crediamo più nei partiti - in particolare quelli storici riteniamo debbano diventare delle Fondazioni culturali - ma a livello locale, piccole realtà ideali, possono ancora emergere dalla cloaca dell'indistinzione mediatica.

Detto ciò, buon EX VOTO a tutti.

Luca Bagatin


Tratto da www.partitodellamore.it/attivita/index.html#interviste
- 21 febbraio - s. Eleonora
La nostra campagna dell'Ex Voto.


  Il blogger Luca Bagatin, dopo l’incidente di percorso di Oscar Giannino che lo priva di un riferimento parlamentare, ha deciso di sostenere la ns campagna Ex Voto da un punto di vista certamente repubblicano e che, come tale, non possiamo che apprezzare.
   Ha addirittura pubblicato il ns quadro programmatico qui a sinistra.
  
   Anche lui festeggia con Moana, con il PdA e con gli italiani che non vogliono più dare a nessuno la propria delega in bianco, una scommessa che abbiamo già vinto!




17 febbraio 2013

Presentazione del nuovo saggio del prof. Luigi Pruneti "Aquile e Corone" (Editrice Le Lettere)



L. PRUNETI, Aquile e Corone, L’Italia il Montenegro e la massoneria dalle nozze di Vittorio IIII ed Elena al governo Mussolini,  con introduzione di A. A. Mola, Le Lettere, Firenze 2012, pp. 170, €. 16,00.

Aquile e Corone è un libro nato da un’approfondita ricerca che si è avvalsa non solo di vaste letture ma anche dall’esame di numerosi documenti, spesso inediti, dell’Archivio dello Stato Maggiore dell’Esercito e di vari fondi massonici.

Il periodo preso in esame ha inizio con il matrimonio di Vittorio Emanuele III e di Elena di Montenegro. Le vicende della coppia reale, definita da Denis Mack Smith la “più felice dell’età moderna”, è il file rouge  della narrazione che esamina la politica estera italiana e le sue ambizioni egemoniche nello scacchiere adriatico, prima durante e dopo il primo conflitto mondiale.

Sullo sfondo di momenti drammatici, di scelte e di non scelte spesso epocali, si proietta sempre l’ombra della massoneria italiana e internazionale capace d’incidere sul corso della storia di quegli anni.

Ne fuoriesce un volume che, pur nella sua sinteticità, formula prospettive di ricerca nuove, ipotesi diverse da quelle comunemente accettate e che per di più, senza rinunciare alla prova documentata e al valore scientifico della ricerca, si legge come un romanzo. 

(Tratto da www.granloggia.it)



18 luglio 2012

"Al prelievo del sangue": cortometraggio by Baglu



Ci sono molte cose che si possono osservare facendo la fila al prelievo del sangue.
Baglu ne osservava molte, di facce. Quasi tutte bruttine, tristi, alcune anche simpatiche. C'erano anche ragazze carine, questo sì.
C'era un ragazzo di colore molto nervoso che continuava a grattarsi le caviglie mentre chiacchierava con una ragazza.
Baglu li osservava, insistentemente. Poi fu la volta di un signore con la barbetta ma...Baglu non riusciva a credere ai suoi occhi: si trattava di Baldi. Com'era invecchiato dall'ultima volta che si erano visti.
"Speriamo che non mi veda", pensò fra sè Baglu. "Non mi va. Che poi finisce che ci facciamo sempre i soliti discorsi...No, non mi va. E' troppo invecchiato".
Accanto a Baglu una ragazza con gli occhiali intenta a leggere una rivista, e per lui fu istintivo allungare lo sguardo verso i fogli che questa teneva in mano, ovvero i foglietti della ricetta medica. Baglu, sui foglietti, scorse il nome della ragazza. Si chiama Germana.
"E lei, Germana, che dice ? Vedo che legge, bene, bene. E' una rivista di moda ? Ma si parla di crisi industriale....".
La ragazza lo guardò, perplessa, ritirò il giornale e indignata: "Ma che dice, è matto ?". Si alzò e si allontanò da lui che, senza scomporsi, rimase seduto sulla sedia della sala d'attesa, sorridendo cordialmente.
Una ragazza mora, con i capelli lunghi ed il camice da infermiera lo chiamò: "Signor Baglu, è il suo turno, venga !"
"La ringrazio, buongiorno. Dove mi metto, lì ?"
"Sì, prego, si sieda e allunghi il braccio qui sul lettino"
"Non devo mica togliere l'orologio ?"
"No, non serve"
"Ma, mi dica...Alessandra vero ? Lo vedo qui, sul suo tesserino. E' un po' una mia fissa quella di leggere i tesserini, di conoscere i nomi di chi mi sta di fronte..."
Alessandra gli sorrise: "Guardi, però, non abbiamo molto tempo...Devo farle il prelievo e c'è altra gente"
"Sì lo so. La gente è piena di impegni, di problemi...Ma lei pensa che non ne abbia anch'io ?"
"Di impegni ?"
"No, di problemi"
"Non so..."
"Ecco, no, le dicevo. Mi piacciono molto le sue scarpe, con il tacco, verdi, eleganti, proprio adatte a lei. Le osservavo già appena sono entrato. Verdi...però è curioso per una ragazza giovane come lei, forse, no ?"
"Veramente...beh, oggi è il mio compleanno"
"Auguri allora ! Ma che c'entra ? Vuole dire che lei non è giovane ?"
"Beh"
"Mannò, dai, lasci stare. Non mi interessa la sua età, ma per me lei è giovane. Che poi cosa vuol dire oggi essere giovani ? Prendiamo me, anzi, no, prendiamo lei, che avrà più o meno la mia età. Lei lavora qui come infermiera, ma là fuori ? Là fuori che fanno i ragazzi della nostra generazione ?"
"Eh, soccazzi...scusi la volgarità"
"No, infatti, infatti, ha detto bene: soccazzi ! Ma lo sa che a me già lo dicevano a sei anni ? Già quando avevo sei anni mi prospettavano il futuro della mia generazione. Che poi noi siamo anche giovani, però dopo i trent'anni chi è più giovane, in verità ? Nessuno. Solo a noi, della nostra generazione, ci chiamano ancora giovani ! E lo sa chi ci chiama così ? Quelli che oggi hanno il culo al caldo ! E ora scusi lei, la mia volgarità."
"Signor Baglu, lei è molto simpatico però...devo farle il prelievo, fuori c'è la fila"
"No, vabè, io la ringrazio, anzi, ti ringrazio, permettimi, Alessandra. Arrivederci, ciao, lasciamo perdere, oggi no, il prelievo proprio no".
Baglu le sorride, la ragazza risponde al sorriso.
Stranamente, lei, non pensa proprio che lui sia matto. Anzi. Lo si nota dallo sguardo sul quale, la telecamera, fa un primissimo piano, prima dei titoli di coda e della colonna sonora di chiusura.


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