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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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18 dicembre 2010

CHE "SCHIFEZZA" QUEL LIBRO ! articolo di Peter Boom

CHE "SCHIFEZZA" QUEL LIBRO !
di Peter Boom



Eppure “La Mama Calle” è un libro da segnalare anche se è un po' sgrammaticato e con qualche errore.
E' un libro “reality”, buttato giù da un giovane volontario della provincia di Viterbo Gianluca Uda, un ragazzo che non ha peli sulla lingua e descrive le reali condizioni di vita di giovani drogati, alcoolizzati, malati e allo sbando sulla strada di La Paz in Bolivia. Ragazze e ragazzi che vengono assistiti da Gianluca nel limite delle possibilità.
“La Mama Calle” (La Mamma Strada) raccoglie gli avanzi dell'umanità che spesso rivelano doti di una sorprendente umanità e solidarietà malgrado la loro perversa emarginazione tollerata. La nostra cosiddetta società moderna non sembra sentire il bisogno ed il dovere di migliorare e diventare più equa. Lo sfruttamento delle diverse droghe forse rende troppo bene ai potenti trafficanti.
Gianluca è anche un bravissimo fotografo e ora vorrebbe pubblicare un altro libro con le fotografie che ha potuto scattare durante il suo volontariato.
Ultimamente ha servito nel poverissimo Bangladesh, ma presto tornerà in Bolivia.
Per essere un libro valido, non prodotto da un grande editore ma in proprio con “Il mio libro” del gruppo ESPRESSO in poche copie e senza una distribuzione nelle librerie, non c'è bisogno che sia scritto bene o in modo corretto.
Bisogna invece considerare il contenuto che in questo volume di 225 pagine racconta di vite disperate in modo diretto, graffiante ed impietoso, seppure con un'immensa pietà e la consapevolezza di poter poco con i limitati mezzi a disposizione.
La Mama Calle un libro da leggere, pieno di esperienze umane “schifose”, eccezionale, bellissimo, scritto col cuore da un giovane sognatore che nonostante tutto riesce a vedere la poesia, il sentire vero delle vittime, nei reietti di questa nostra società “normale”.
Non saprei dare consigli per l'acquisto di questo libro, ma vorrei che qualche editore si svegliasse per prendere in considerazione un libro “schifoso” come questo.

Peter Boom

Alcune pagine si possono leggere sul seguente sito:
http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=555010

Sempre su ILMIOLIBRO, anche un libro fotografico sulla Bolivia:
http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=349992



24 aprile 2010

La parola fine di Roberta Tatafiore



E' passato un anno dalla tragica morte di Roberta Tatafiore, la militante dei diritti civili delle donne e delle prostitute, la libertaria, la sociologa, la scrittirice, la giornalista eclettica.
Una morte che lei stessa ha cercato, voluto, pianificato.
E così, alla fine, Roberta ci ha lasciato un diario, pubblicato nei giorni scorsi dalla Rizzoli: "La parola fine - diario di un suicidio".
Un diario profondissimo nel quale parla, senza pudori, della "composizione della sua morte".
Toccante è anche l'introduzione-biografia dello scrittore e giornalista Daniele Scalise, già militante dei diritti civili degli omosessuali e contro le discriminazioni razziali.
Scalise traccia i primi anni della Tatafiore, nata a Foggia nel 1943, in piena Seconda Guerra mondiale, sotto i bombardamenti degli Alleati.
Racconta dei rapporti con la madre, con le sorelle e con il padre che sarà poi - nel 1960 - ucciso da un operaio uscito di senno della fabbrica nella quale lavorava.
Sarà questo che, forse, segnerà la vita di Roberta. Ma sarà anche la sua profonda sensibilità a tratti "mortifera" e "suicidaria", come afferma lei stessa nel suo diario.
E via via, gli anni '70 di Roberta Tatafiore, come giornalista femminista per il giornale "noidonne", di ispirazione social-comunista e la sua militanza nell'Unione Donne Italiane.
Roberta Tatafiore, come ricorda Scalise, studierà successivamente il tedesco e sarà la curatrice e traduttrice italiana del celebre best-seller "Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino" di Christiane F., che racconta la storia di questa ragazza dalla vita difficile fra tossicodipendenza e prostituzione.
Negli Anni '80, sarà la stessa Tatafiore ad occuparsi di prostituzione, con l'incontro - a Pordenone - di Pia Covre e Carla Corso, fondatrici del Comitato per i Diritti Civili delle Prostutite (con il quale, ironia della sorte, collaborai io stesso una decina d'anni fa).
Con Carla e Pia fonderà dunque il periodico "Lucciola" e, come sociologa, studierà a fondo il fenomeno, ponendosi sempre dalla parte delle prostitute, dei loro diritti ed affermando sempre: "E Dio non voglia che arrivi anche da noi una legislazione come quella svedese, contro il "cliente" e per la rieducazione delle prostitute !".
Arriverà dunque a collaborare, come consulente, con il Ministro della Solidarietà Sociale Livia Turco per la stesura di una legge per la depenalizzazione della prostutizione. Legge che purtuttavia non arriverà mai.
L'impegno militante di Roberta Tatafiore nell'ambito dei diritti civili proseguirà negli anni '90 con la vicinanza ai Radicali che, nel 1994, si stavano avvicinando al nascente movimento di Silvio Berlusconi e nel 2000 sarà fra i fondatori di Polo Laico, assieme a Taradash, Giovanni Negri, Arturo Diaconale ed altri: per un centro-destra laico, liberale e libertario.
Il progetto, purtuttavia, naufragherà presto per l'indisponibilità di Berlusconi a candidare in Parlamento rappresentanti dell'area laico-liberale.
Roberta inizierà dunque a collaborare a testate quali l'"Indipendente", diretto da Giordano Bruno Guerri, "Il Foglio", "Il Giornale" ed infine per "Il Secolo d'Italia" - quotidiano di Alleanza Nazionale -  curando la rubrica "Thelma & Louise", assieme a Isabella Rauti e affermando - nel suo stesso diario - "....mi piacciono la direttrice (Flavia Perina n.d.r.) e il vicedirettore di questo stravagante foglio di fronda e di governo, perché scrivere per l'unico quotidiano di destra che opera un'intelligente rivisitazione della cultura fascista mi interessa, perché Gianfranco Fini è il politico più laico e sagace del momento".
Sarà profetica.
E proprio alle pagine de "Il Secolo d'Italia" affiderà la sua difesa estrema del diritto all'eutanasia, con particolare riferimento al "caso Eglaro" che sarà l'ultimo ad appassionarla politicamente.
"La parola fine - diario di un suicidio" è dunque un documento toccante. Nel leggerlo non si può non riflettere sulla vita, sulla morte....sul....."a chi appartiene la vita ?". E non si può non commuoversi, non rimenerne rapiti.
Roberta Tatafiore programmò di scriverlo il 1 gennaio del 2009 e di concluderlo il 31 marzo. Poi, si sarebbe tolta la vita in un'albergo dell'Esquilino, poco lontano da casa sua, con l'assunzione di barbiturici.
La sua sarà dunque una scelta meditata. Una scelta consapevole.
"La parola fine" è l'unico ed ultimo documento che ci rimane di una donna che ha voluto presentarci il suo suicidio come "gesto politico", ovvero, come lei afferma, libertariamente: "il salto nel vuoto di chi non sa adeguarsi alla norma".
"A chi appartiene la vita ? Alla società ? A Dio ? A noi stessi ? Credo che la vita appartenga ad ogni individuo libero di affidarla a chi vuole in base a ciò che gli suggerisce la coscienza".
E' la frase che conclude, nel retro-copertina, il diario di Roberta Tatafiore. Una donna coerente sino alla sua ultima, estrema, scelta.

Luca Bagatin



19 dicembre 2007

"HENRY, ECSTASY. AMORE". Racconto by Massimiliano Santarossa



PREFAZIONE

Max Santarossa è un mio vecchio amico.
Lo conobbi facendo attività politica una decina d'anni fa circa.
Benché di idee politiche differenti (lui di sinistra, io liberale) abbiamo trovato subito un minimo comun denominatore nelle battaglie civili, specie in quelle legate all'emarginazione ed alla tossicodipendenza: entrambi ben conoscendo direttamente singoli casi legati a tali spinose questioni.
Oggi, abbandonata pressoché entrambi l'attività politica attiva, non avendo trovato sponde soddisfacenti nei partiti e negli schieramenti attuali, ci occupiamo d'altro. Io ho questo blog e collaboro con diverse testate d'area laica e liberale. Ma questo magari già lo sapete.
Max, invece, ha scritto e pubblicato da poco un libro sull'emarginazione a Pordenone dal titolo "Storie dal fondo", che ho avuto l'onore di recensire per l'Opinione delle Libertà e per il presente blog.
Quello che vi propongo di seguito è un racconto in forma "poetica" (come mi suggerisce l'autore stesso) che Max mi ha proposto in questi giorni in esclusiva per il mio blog (e che fra l'altro uscirà prossimamente in forma narrativa nel seguito di "Storie dal fondo" che pare sia in fase di ultimazione e di prossima pubblicazione.)
Non è certo un racconto per "mammolette", né è "roba da ridere": è un immersione in un "universo di scottante attualità" e soprattutto di "scottante umanità".
Perché l'umanità non ha nulla a che vedere con la "bellezza" in sé, ma essa è la vita stessa: nei suoi "up" e nei suoi "down".


Luca Bagatin


«La mia generazione
è nata nel mondo contadino,
è cresciuta nel mondo operaio,
oggi vive nel mondo tecnologico.
Uno su dieci ce l'ha fatta,
io racconto gli altri nove».

Massimiliano Santarossa





HENRY, ECSTASY. AMORE


Universo.
Guardo giù.
Ecco il pianeta Terra.
Guardo più giù.
Il continente Europa.
Mi sforzo e guardo giù giù.
Paese Italia.
Tiro gli occhi e guardo giù giù giù.
La regione Friuli.
Adesso strizzo le cornee come il limone.
Compare la città Pordenone.
Forte tiro di brutto la vista.
E vedo il quartiere Villanova. Un fiume. Campi. Un ufficio. Una sedia. Un tizio che scrive.
Sono io. Bummmm, mi sveglio di soprassalto.  Aaaaaaaah!
Il solito incubo. Per fortuna, è solo il solito incubo.

Vuoi tu Henry prendere la qui presente Ecstasy come tua sposa?
Si, lo voglio!
E vuoi tu Ecstasy prendere il qui presente Henry come tuo sposo?
Silenzio. Le pastiglie non parlano.
Allora, non osi l'uomo separare quello che Dio ha unito.

Quella notte, in riva al Meduna, arrivò Henry.
Era affezionato ai rave party e conosceva benissimo chi li organizzava e dove si tenevano.
Henry, quella notte, sposò Ecstasy.
Amore vero. Amore cercato e costruito.
Notte dopo notte.
Ma quella era una notte speciale. Un matrimonio. Per sempre.
Non c'era posto migliore del rave party per festeggiare l'avvenimento.
Alla grande!
Decise di strafare. Cercava lo sballo e voleva esagerare.
Nella sua testa una voce si fece spazio, e come un tamburo ripeteva «Brucia Henry, brucia. Non preoccuparti, prendi con te Ecstasy. Prendila una, due, tre, quattro volte. E brucia felice Henry».
Tempie che scoppiavano, pulsazioni nel cranio, vene grosse. Sangue che pompava nel cervello. Dolore.
Dolore e basta.
Si prese a pugni la testa per farla smettere, ma nulla.
La voce era lì, continuava quella stramaledetta cantilena metallica, «Brucia Henry, prendi Ecstasy e brucia, brucia felice».
Vuoi tu Henry prendere la qui presente Ecstasy come tua sposa?
Si, lo voglio!
Era più forte di lui e non riuscì a resistere.
La voce lo chiamava. E lui cominciò a scendere i gradini della scala che porta agli inferi. Uno alla volta, gradino per gradino, Ecstasy dopo Ecstasy, scendeva sempre più giù seguendo la voce.
Ogni quaranta minuti la baciava, con la lingua, per poi annegarla di tequila. La guardava come si guardano i miracoli, stava sul palmo della sua mano e un secondo dopo la mordeva, fino in fondo allo stomaco.
Sballo, e amore, e sballo. Era tutto per lei.
«Bravo, prendi Ecstasy e brucia felice Henry. Brucia felice».
Sentì il fuoco dentro, come le fiamme dell'inferno.
Si faceva spazio in lui. Lei entrava, entrava dentro, in fondo.
Dalla bocca allo stomaco. Dallo stomaco al sangue. Dal sangue all'anima.
Il cuore iniziò a battere che pareva spaccargli il petto.
Gli mancò il respiro.
Volò a terra.
Cadeva, cadeva di sotto. E volando giù vide tra gli alberi nascere un¹alba stupenda. Poi, buio.

Gente attorno.
Quanta gente attorno!
Guardavano Henry, che sudava un liquido puzzolente.
Guardavano Henry, che tremava.
Guardavano Henry, che non rispondeva più.
E tanti ballavano, come niente. Lo sballo comandava. E non si accorsero di nulla.
Da diverse ore, tutti dentro una realtà loro.
Ma il samaritano era sveglio. E forte, e con due braccia di buona volontà.
Le mani strinsero Henry e lo tirarono nella quattroruote.
L'ospedale passò veloce a lato, senza entrare.
Lo scarico avvenne davanti casa, come per la spazzatura.
Un dito sul campanello e via.
Il sole era bello tondo in cielo.
La mamma sentì il clinn clonn.
«Quel disgraziato di Henry che rientra sempre col sole alto».
La tenda si aprì, ecco due occhi di madre sopra il figlio disteso. Davanti al cancello del giardino. Spazzatura!
La paura. Il presentimento. Le gambe di madre corsero verso il corpo immobile. Spazzatura d'oro! Nove mesi per crearla. Un amore per finirla.
L'urlo, a pieni polmoni. Un urlo che non si dimentica più. Dolore profondo. Madre disperata.
Prese il suo oro, lo strinse forte, a sé.
Iniziò a sbattere. Continuò a scuotere. Poi sberle, tante sberle, ma niente, la testa del figlio morta sulla spalla.
Occhi vitrei, luce andata.  Per sempre.

Due medici. Un bisturi affilato per tagliare la pelle bianca, che non regala più sangue.
«Eccolo lì, povera bestia, è il blocco del cuore, la colpa».
Aveva ceduto all'amore di Ecstasy. Troppo amore.
Davvero troppo amore.

Che mondo, ragazzi!
E' meglio tornare nell'incubo.
Una sedia. Un ufficio. Campi. Un fiume. Il quartiere Villanova.
E salgo su.
Pordenone, che piccola.
E salgo più su.
Il Friuli intero.
E vado in alto.
L'Italia a forma di stivale.
E vado su su su. Tanto su.
Ecco il pianeta Terra. Tondo. Celeste.
Mi guardo attorno.
Solo stelle. Silenzio.
Universo.
Pace.



Massimiliano Santarossa



24 settembre 2007

STORIE DAL FONDO di Massimiliano Santarossa ovvero le storie degli "ultimi" del Nordest


La copertina del libro, l'autore e, a destra, veduta delle cosiddette "case rosse" dei quartiere Villanova di Pordenone

"Storie dal fondo", ovvero storie di periferia di una ricca città del Nordest italiano: Pordenone.

Il quartiere Villanova è quello in cui è nato e vissuto Massimiliano Santarossa, giovane
scrittore in erba che ha curato per le Edizioni Biblioteca dell'Immagine questa "antologia
di storie", "Storie dal fondo", appunto.
Il quartiere Villanova non è propriamente un quartiere tranquillo. E' lì che a cavallo fra
gli anni '70 e '90 si concentrava il maggior numero di tossicomani e relativi spacciatori.
Banditi di strada, emarginati, ma anche individui dotati di grande umanità e sensibilità
proprio in quanto hanno toccato con mano le innumerevoli difficoltà della vita. Nonché l'immancabile "male di vivere"
narrato anche dal poeta Eugenio Montale.
Massimiliano Santarossa, nel suo libro, ha voluto dare voce non solo agli ultimi di
Pordenone e più in generale delle periferie urbane di ogni città ("la periferia di Pordenone
non è diversa da quella di Torino, Milano..." mi ha raccontato lo stesso Santarossa),
ma anche dar voce alla sua generazione, quella dei trentenni che è nata alla fine del
mondo contadino e si è trovata ad affrontare in pochi anni una nuova dimensione
ipertecnologica, scandita dai mass media, i quali spesso hanno dato e danno un'immagine
a tratti distorta e lontana dalla realtà quotidiana.
Una realtà, quella del Nordest d'Italia, ricco ma di una ricchezza materiale tutt'altro che
diffusa.
Massimiliano mi ha fra l'altro raccontato che: "Raramente ho trovato veri maestri di vita
fra i ricchi pordenonesi. Quasi sempre l'ho trovata fra gli ultimi, gli emarginati, i drogati,
gli alcolizzati". Non a caso mi ha riportato quest' esempio: "Era un sabato mattina e
dovevo andare a Treviso per lavoro (Massimiliano lavora per una casa editrice e spesso
si trova ad organizzare mostre di libri fuori provincia. N.d.A.). Mi sono fermato in un bar,
qui nel quartiere, ed un signore che conoscevo, alcolista da tempo, mi ha apostrofato
dicendomi che - il sabato non si lavora, si sta a casa con la famiglia -. La qual cosa
mi ha colpito e fatto riflettere molto. Quel tizio mi aveva dato un gran bell'insegnamento
di vita ".
Poiché conoscevo Massimiliano quale attivista politico (fu Segretario provinciale della
Sinistra Giovanile pordenonese) negli anni a cavallo fra il '97 ed il 2003, gli ho chiesto
il motivo per cui ha abbandonato la politica e lui, con un velo di tristezza, ha risposto
che mentre sperava di cambiare le cose, si è reso conto che in realtà stava cambiando
solo sé stesso. E a fare il burocrate di partito, per garantire la poltrona a qualcun altro
che non ha mai fatto nulla di concreto per "gli ultimi" salvo riempirsi la bocca di parole
vuote quali "sviluppo", "crescita"...lui non ci sarebbe stato.
E così, eccolo qui, a 33 anni, felice con sua moglie ed il piccolo Giacomo a presentare
il suo primo libro con queste toccanti parole: "La mia generazione è nata nel mondo
contadino, è cresciuta nel mondo operaio, oggi vive nel mondo tecnologico. Uno su
dieci ce l'ha fatta: io racconto gli altri nove".


Luca Bagatin
 
PS: conosco Max Santarossa dal '97 e, benché di opinioni politiche diverse, abbiamo
più volte lavorato a campagne politiche comuni.
Assieme a lui e altri amici fondammo il Comitato In/Coscienza per l'uso legale della
Cannabis che, fra le altre cose, trattava anche il tema dell'emarginazione dei
tossicodipendenti.


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini