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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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18 settembre 2015

XX Settembre: ricorrenza tradita dai liberal-giolittiani ed affossata prima dai fascisti e poi dalla partitocrazia

Con il 20 Settembre 1870, l'entrata dei bersaglieri a Porta Pia e la conseguente caduta del potere temporale del Papa dei cattolici, si compie l'Unità d'Italia.

Data storica che, prima dell'avvento dei fascismo - sceso a patti con la Chiesa cattolica – era anche considerata festa nazionale.

Festa nazionale ormai cancellata e la data pressoché dimenticata da tutti, salvo da noi anticlericali, repubblicani, mazziniani e massoni.

Non va dimenticato che il 20 Settembre vide per la prima vola uniti repubblicani mazziniani, socialisti e persino liberali che, con Cavour, dichiararono “Libera Chiesa in libero Stato”. Salvo tradire lo stesso Cavour, nel 1913, con il patto Gentiloni voluto da quello che Gaetano Salvemini definì il “Ministro della malavita”, Giovanni Giolitti.

Il patto, infatti, previde un accordo fra liberali e cattolici dell'Unione Elettorale Cattolica Italiana, che prevedeva una nutrita quantità di seggi cattolici in seno al partito liberale. E ciò per contrastare l'avanzare dei repubblicani e dei socialisti. Un patto che permise ai liberal-cattolici di ottenere il 51% dei voti. Ovviamente le elezioni erano a suffragio universale ristretto !

Ecco che lo spirito del 20 Settembre fu tradito dai liberal-giolittiani prima e affossato dal fascismo mussoliniano nel 1929 e dalla sedicente Repubblica italiana del 1948, la quale, fondata sul tacito accordo fra cattolici e comunisti, rimarrà in mano alla partitocrazia ed agli umori del Papa dei cattolici, non più Re, ma pur sempre condizionante l'attività del Parlamento, salvo essere contrastato dallo spirito libertario dei radicali, repubblicani, socialisti e liberali del dopoguerra, i quali riusciranno quantomeno ad ottenere la legge sul divorzio e sull'aborto, confermate dal voto popolare referendario.

Di questo oggi rimane ben poco. La Repubblica italiana rimane una non-Repubblica delle banane, ovvero un'oligarchia di politicanti senza arte né parte. La stessa legge sulle unioni civili che dovrebbe essere approvata è imposta da Bruxelles e sarà sicuramente all'acqua di rose. I diritti delle persone, come sempre da noi, calpestati in nome della stupidità dogmatico-religiosa, che di spirituale e di umanitario non ha mai avuto nulla.

A parte queste facili e desolanti constatazioni, desideriamo segnalare un interessante saggio, appena uscito per le ezioni Ibiskos, realizzato da Renato Traquandi, repubblicano mazziniano della prima ora, che con “Le strategie vaticane” racconta proprio le alterne vicende e rapporti fra il nascente Stato unitario e la Chiesa cattolica. Una lettura storica e politica interessante, che andrebbe suggerita anche al Papa dei cattolici Francesco o Sig, Bergoglio che dir si voglia, che ci appare piuttosto l'ennesimo burattino nelle mani di un potere che rappresenta tutto salvo che gli insegnamenti di fratellanza, povertà e uguaglianza dettati dal Cristo.


Luca Bagatin



10 maggio 2014

I moti mazziniani e garibaldini raccontati alle scuole medie

Era la prima volta che, dopo i miei trascorsi scolastici, entravo in una scuola media.

In particolare era la prima volta che intervenivo come relatore per parlare, ai ragazzi, di Risorgimento, moti mazziniani e garibaldini.

E' accaduto sabato 10 maggio – oggi per i lettori del mio blog – presso le scuole medie “Enrico Fermi” di Casarsa della Delizia (Pordenone), patria che peraltro fu di Pier Paolo Pasolini, cantore degli oppressi.

Accanto a me il componente dell'Associazione Mazziniana Italiana, sezione friulana, Sergio Cristante, che è un carissimo amico da molti anni e Loris Artuso, ex Presidente dell'Associazione Amici della Montagna.

Il pretesto era presentare ai ragazzi della terza classe di scuola media un video-documentario storico-naturalistico dal titolo “L'edera ed il maggiociondolo”, che, oltre a presentare la montagna friulana, ripercorre i moti mazziniani e garibaldini di Navarons di Meduno, piccolissimo ma importante Comune montano della provincia di Pordenone.

L'amico Cristante, infatti, fra gli applausi dei ragazzi, dopo un excursus storico relativo al periodo risorgimentale, ha così presentato l'impresa guidata dal medico affiliato alla Giovine Italia e amico intimo di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe Garibaldi, Antonio Andreuzzi (1804 – 1874), il quale, nel 1864 guidò appunto i cosiddetti “Moti di Navarons” contro gli Imperiali austro-ungarici.

I Moti, come ricordato dal buon Cristante, fallirono, purtuttavia furono da stimolo per le genti friulane nel ribellarsi al dominio Asburgico e concorrere all'unificazione d'Italia..

Cristante, inoltre, ha presentato, con dovizia di particolari, il pensiero di Giuseppe Mazzini, che fu il primo a parlare di unificazione europea, di democrazia in Europa, di emancipazione dei lavoratori e dei fanciulli (allora costretti a lavorare, sfruttati nelle officine), giungendo persino a fare un parallelismo fra l'Italia e l'Europa dei tempi di Mazzini e quelle attuali.

L'intervento del sottoscritto, invitato in qualità di giornalista e studioso di Storia risorgimentale, è stato invece incentrato sull'attualità del pensiero e dell'azione mazziniana e garibaldina. Ho voluto infatti ricordare ai ragazzi della scuola media che, alla metà dell'Ottocento, era negata ai cittadini la libertà di parola, di associazione, di stampa e di culto e, chi si permetteva di esprimere le proprie idee, era condannato o alla prigione o addirittura alla forca !

Ho voluto in particolare soffermarmi sul più importante libro scritto da Mazzini - “Doveri dell'Uomo” - che si rivolge, non a caso, agli operai, ovvero agli oppressi e sulla successiva istituzione, da parte di mazziniani e garibaldini, delle prime Società Operaie di Mutuo Soccorso, ovvero le prime cooperative di lavoro, guidate unicamente da operai autogestiti, che non dovevano sottostare ad alcun padrone o potente di turno.

Ho colto altresì l'occasione per parlare di Garibaldi, ma, in particolare, della figura di Anita Garibaldi: una giovane brasiliana, di umili origini che già nell'America del Sud si era battuta per l'emancipazione degli oppressi. Una giovane brasiliana che, giunta con il marito in Italia, morirà sotto i colpi di fucile dei soldati francesi (venuti in aiuto del Papa), a soli 28 anni, per la libertà e la Repubblica Romana, nel 1849, ovvero la prima repubblica democratica che l'Italia abbia mai conosciuto.

Nel mio intervento ho in particolare voluto esortare i ragazzi a non abbassare mai la testa di fronte all'oppressione ed alle ingiustizie, di continuare a studiare, ad approfondire, ad emanciparsi sotto ogni punto di vista, ovvero seguire gli insegnamenti che hanno voluto lasciarci Mazzini e Garibaldi, con le loro lotte, che tanto mi appassionarono sin dall'età di tredici anni.

Le nostre relazioni si sono concluse con la visione del documentario storico-naturalistico ed una breve introduzione del sig. Artuso, utile anche a presentare i luoghi paesaggistici e naturalistici nei quali si svolsero le battaglie fra garibaldini e austriaci. Luoghi che, peraltro, gli stessi ragazzi visiteranno per la prima volta la settimana prossima, nell'ambito di una visita guidata organizzata dalla scuola stessa.

Una domanda di fondo, ad ogni modo, è rimasta. Perché mai dei Moti di Navarons nessuno parla mai nei libri di Storia ? Forse perché finirono male ed i “buoni” furono sconfitti.

Personalmente, come ho voluto ricordare anche ai ragazzi, ritengo che una, due o tre sconfitte, sui campi di battaglia, nelle idee, nella scuola o nella vita, non facciano testo.

L'importante è la perseveranza, ma, soprattutto, l'ideale per il quale ci si batte. Che, come fu per Mazzini e Garibaldi, fu prima di tutto un ideale di amore per l'umanità. Per gli oppressi, per coloro i quali, allora, non sapevano nemmeno di avere dei diritti e non conoscevano i loro propri doveri verso l'umanità medesima.

Il bilancio della giornata è stato assolutamente positivo. Contro ogni nostra possibile previsione i ragazzi della scuola media ci hanno ascoltati con passione ed attenzione, al punto che alla fine siamo stati sommersi dai loro applausi.

Magari in ogni scuola d'Italia e, perché no, d'Europa, si spiegasse ed attualizzasse il Risorgimento come abbiamo, umilmente, tentato di fare noi. Quando andavo a scuola io, francamente, questo non accadeva.


Luca Bagatin



27 ottobre 2013

Addio a Luigi Magni, cantore del nostro Risorgimento di popolo

E così ci ha lasciati anche Luigi Magni, cantore cinematografico del Risorgimento italiano.

L'unico a raccontarci, con profonda ironia e leggerezza, il periodo storico meno ricordato nella nostra Penisola, attraverso bellissimi affreschi quali “Nell'anno del Signore”, “In nome del Papa Re”, “In nome del popolo sovrano”, "Il generale", “La notte di Pasquino”, “O' Re”, “La Tosca” ed altri.

L'unico a mettere assieme cast d'eccezione ove il capostipite era pressoché sempre l'intramontabile Nino Manfredi, a volte nei panni del cardinale illuminato, altre volte nei panni del Ciceruacchio rivoluzionario.

Con Luigi Magni se ne va lo sceneggiatore ed il regista che meglio di altri riuscì a raccontare la Storia non tanto dei Grandi del Risorgimento (Mazzini e Garibaldi in primis), quanto piuttosto la storia dei tanti patrioti, spesso dimenticati. Dei tanti mazziniani, garibaldini, carbonari e massoni morti per gli ideali di Fratellanza, Uguaglianza, Libertà, Emancipazione dal giogo papalino, austriaco, borbonico e napoleonico.

La storia degli Angelo Targhini e dei Leonida Montanari, dei Ciceruacchio e di suo figlio Lorenzo Brunetti, dei Righetto (il più giovane martire del Risorgimento), degli Andrea Aguyar, del bersagliere Luciano Manara, del condottiero Giovanni Livraghi, del sacerdote mazziniano Ugo Bassi, dei patrioti Monti e Tognetti.

Storie di persone semplici, giovanissimi cittadini romani ed italiani, giovanissimi patrioti amanti della libertà di cui attualmente nessuno o quasi rammenta i nomi e di cui, invece, Luigi Magni solo recò memoria e restituì loro nuova vita in un'Italia ove oggi va tanto di moda quel revisionismo leghista e neoborbonico ove si dice – a torto – che la Storia la scrivono i vincitori, senza però ricordare che quei patrioti, carbonari, massoni, mazziniani e garibaldini, furono sconfitti dalla Storia e relegati nell'oblìo di un'Italia fondata sull'imbroglio dei Cavour, dei Crispi, dei Savoia già imparentati con i Borbone e dei Mussolini di ieri...e non solo di ieri.

Luigi Magni, con i suoi affreschi cinematografici, era lì a ricordarci come fosse arretrata e schiavista la Roma del Papa Re e così il Regno delle due Sicilie dei Borbone. E ci rammentava i principi della Costituzione della Repubblica Romana del 1849, unica Costituzione che potremmo definire davvero “la più bella del mondo”, altro che quella della Repubblica italiana del 1948, fondata sul compromesso cattocomunista e clericofascista dei partiti a maggioranza traditori dei principi del Risorgimento (democristiani e comunisti, che, sino a qualche anno prima, militavano nelle file del Partito Nazionale Fascista o nella Repubblica di Salò, o comunque non vi si erano opposti, se non tardivamente).

Questa l'opera di educazione civile laica di Luigi Magni, già membro d'onore del Comitato del “Premio Righetto”, dedicato al dodicenne popolano trasteverino, garzone in una bottega di fornaio, il quale si assunse il compito di spegnere le micce delle bombe papaline prima che scoppiassero e che divenne martire del Risorgimento e della Repubblica Romana allorquando una bomba gli scoppiò fra le mani.

A Magni va l'onore di averci fatto scoprire i tanti Righetto e Ciceruacchio, ovvero i tanti popolani che contribuirono all'Unità d'Italia ed alla Repubblica, quella vera, fondata sul e con il cuore e non sul potere o sui partiti.

E sarà attraverso le sue opere che potremo raccontare alle generazioni presenti e future come il Risorgimento fu una lotta di popolo e per il popolo.

Un popolo sovrano che, ancora oggi, fa fatica a prendere coscienza di sé e che è immemore della sua stessa Storia.


Luca Bagatin

Le recensioni di www.lucabagatin.ilcannocchiale.it ad alcuni celebri film di Luigi Magni sono leggibili ai seguenti link:

In nome del Papa Re


In nome del popolo sovrano



16 dicembre 2011

Intervista esclusiva di Luca Bagatin al giornalista d'inchiesta Lanfranco Palazzolo


Lanfranco Palazzolo, romano, classe 1965, è militante repubblicano di lungo corso, nonchè giornalista di Radio Radicale ed autore di numerosi saggi e libri-inchiesta.

Ricordiamo qui il libro su Leonardo Sciascia deputato radicale; i discorsi parlamentari di Marco Pannella; il libro relativo agli scritti ed ai discorsi di Enzo Tortora sulla giustizia giusta; il libro-inchiesta sull'ex Presidente degli Stati Uniti d'America John F. Kennedy e le sue simpatie fasciste; quello sulla Banca Nazionale del Lavoro e “Fumus persecutionis”, che mette a nudo le regalie di assoluzioni ed impunità dei parlamentari durante la XVI legislatura. Tutti editi da Kaos Edizioni.

Oggi Lanfranco ha dato alle stampe “Il compagno Napolitano” (Kaos Edizioni), un dossier sul Capo dello Stato Giorgio Napolitano ed “Allarme Rosso – 5 anni di governo Togliatti”, ovvero una riedizione di un romanzo di fantapolitica degli anni '50. Entrambi con introduzione del politologo Giorgio Galli.

Ma vediamo di approfondire, assieme a Lanfranco, le tematiche relative ai suoi libri e di parlare un po', con lui, di attualità politica.

Luca Bagatin: Sei il primo giornalista che, obiettivamente, ha scritto un libro che racconta dell'imbarazzante passato comunista del Presidente della Repubblica. Com'è nata quest'idea ?

Lanfranco Palazzolo: L’idea non è mia. Alla fine dello scorso luglio, l’editore Kaos mi aveva proposto di fare una ricerca su Napolitano. Invece di fare questa ricerca ho scritto il ‘Compagno Napolitano’. Alla fine di agosto, quando l’editore è tornato dalle vacanze si è ritrovato il libro sul tavolo. Nei mesi di settembre ed ottobre abbiamo curato i particolari del libro. Sapevamo che questa raccolta di interventi non avrebbe aumentato la nostra popolarità. Da parte nostra non c’era nessuna intenzione di toccare la figura del Capo dello Stato, ma solo di mettere i puntini sulle i per far capire agli italiani come si forma un “grande” politico.


Luca Bagatin: Che cosa "svela", di nuovo "Il compagno Napolitano" ?

Lanfranco Palazzolo: “Il libro è utile per le giovani generazioni e per chi si è formato un’idea sbagliata su Giorgio Napolitano. Molti immaginano questo personaggio come un moderato del PCI. Invece, per molti anni non lo fu. Si è creato il mito del comunista moderno e aperto all’Occidente. Invece Napolitano rimase ancorato all’orbita del mondo comunista fino agli sgoccioli chiedendo che non fosse sciolto il Patto di Varsavia, non fosse riunificata la Germania e impedendo il passaggio dei parlamentari comunisti, nell’estate del 1989, nel gruppo parlamentare del socialismo europeo. Il libro è tutto un programma. La serie degli interventi del ‘Compagno Napolitano’ si apre con un durissimo intervento contro la Nato a Napoli. Napolitano è stato il più conformista dei comunisti. Ha fatto carriera politica lavorando, ma anche evitando di guardare in faccia i compagni. Del resto, la sua carriera spiccò il volo all’indomani del discusso intervento a favore dei carri armati sovietici in Ungheria. Napolitano svolse quell’intervento per distruggere Antonio Giolitti con uno scopo ben preciso: farsi strada nel PCI. In quel caso fu bravissimo.


Luca Bagatin: Il tuo spirito intransigentemente anticomunista, oltre che informativo, peraltro, non si è fermato ed hai riesumato addirittura un romanzo di fantapolitica risalente agli anni '50, pubblicato dalla DC per contrapporsi al Fronte socialcomunista...

Lanfranco Palazzolo: Non sono anticomunista. Non mi piacciono le semplificazioni dell’ideologismo. Queste manipolazioni portano solo a perseguire una linea politica di rigido realismo politico. Quando i comunisti vanno al potere diventano come i loro predecessori, anzi peggio di loro. Il governo in carica è lo specchio di questa tattica. Purtroppo si tratta di una logica aberrante. Quando ho deciso di pubblicare ‘5 anni di Governo Togliatti’ l’ho fatto perché pensavo che il comunismo di ieri fosse come quello di oggi. Il fatto stesso che una delegazione del PD si reca ancora sulla tomba di Togliatti è a dir poco illuminante.


Luca Bagatin: Puoi raccontarci qualcosa, in anteprima, di "Allarme Rosso - 5 anni di governo Togliatti" ?

Lanfranco Palazzolo: Il libro riporta alla luce un opuscolo della Dc realizzato durante le elezioni politiche del 1953 per dimostrare cosa sarebbe successo all’Italia se il 18 aprile del 1948 avessero vinto i comunisti. Da repubblicano ho visto la sorte che, nella finzione del racconto fantapolitico, tocca a Randolfo Pacciardi. Il nostro amato leader repubblicano, pur di non essere fucilato dai comunisti, si uccide in carcere. Credo che se lo avessero preso per farlo fuori, Pacciardi avrebbe fatto proprio così per non dare ai comunisti la soddisfazione di impallinarlo.


Luca Bagatin: Kaos Edizioni e Stampa Alternativa. Due case editrici di controcultura con le quali sei riuscito a pubblicare i tuoi saggi...

Lanfranco Palazzolo: Averli pubblicati con queste due case editrici è una fortuna. Non le cambierei mai con una grande casa editrice. La Rizzoli, tanto per non fare nomi, due libri così non me li farebbe fare.


Luca Bagatin: C'è spazio, secondo te, oggi, per la saggistica "scomoda", non convenzionale, o, meglio ancora, lontana dalla cosiddetta "egemonia culturale" della sinistra cattocomunista ?

Lanfranco Palazzolo: No, i cattocomunisti sono troppo potenti.


Luca Bagatin: Sei un repubblicano di lungo corso, già giovanissimo nella Federazione Giovanile Repubblicana. Che cosa ti ha spinto, sin da ragazzo, ad iscriverti al partito di Giuseppe Mazzini ?

Lanfranco Palazzolo: Credevo che ci fosse una sinistra diversa da quella comunista. Con gli anni mi sono reso conto che quel tipo di cultura ha divorato e cannibalizzato i nostri ideali per riutilizzarli nel peggior modo possibile. E’ la storia di Mazzini che sposa Marx. Mi sembra che la storia sia andata diversamente. Purtroppo questa è l’altra faccia del cattocomunismo: mi riferisco al Laico-comunismo.


Luca Bagatin: Che ne pensi, obiettivamente, della politica di oggi?

Lanfranco Palazzolo: Mi sembra che tutti siano schifati della politica. Non sono d’accordo con questo schifo per due ragioni: io ci vivo tutti i giorni e non voglio fare la figura del masochista; negli anni ’70 la gente moriva per la politica. Oggi mi sembra che la politica non produca morte, ma solo disgrazie. Direi che è un passo avanti.


Luca Bagatin: C'è spazio, a tuo parere, per un'alternativa laica e repubblicana ?

Lanfranco Palazzolo: Dovrei dire di sì. Ho l’impressione che molti, soprattutto coloro che non si sono formati con la cultura mazziniana e democratica, abbiano operato una sorta di furto e di saccheggio nei confronti di questo patrimonio. Mi riferisco alla Chiesa, che ha partecipato in pompa magna alle celebrazioni del 150 anniversario della nascita dello Stato Unitario e alle forze di sinistra, le quali hanno sempre disprezzato gli ideali del Risorgimento associandoli al fascismo. Di fronte a questa sorta di trasformismo culturale i veri repubblicani sono rimasti pochi. Dovrebbero avere più coraggio e impedire certe appropriazioni indebite. Tuttavia, devo constatare che sono stati proprio molti di loro ad incoraggiare questa pessima operazione di furto culturale. Il fatto che il PRI sia andato nel centrodestra è stata la conseguenza estrema di questa situazione.


Luca Bagatin (nella foto con Lanfranco Palazzolo)



3 ottobre 2011

La Rossa e il Garibaldino

Maria la Rossa ed Emanuele, anzi, Manue.
Lei una contadina ligure dai capelli rossi, lui un garibaldino che combettè - assieme al Generale Giuseppe Garibaldi - nella battaglia di Mentana.
Maria, grande lavoratrice ed "iniziata" alla medicina popolare, con la quale cura misticamente i malati del paese.
Manue, cittadino fiero ed appassionato. Colto ed amante dei circoli massonici risorti dopo l'Unità d'Italia e nei quali si riunisce periodicamente a Genova. Poco dedito al lavoro, Manue, ma sicuramente fedele a Maria la quale, purtuttavia, in campagna ha un gran da fare fra mungitura e raccolta delle olive.
Sarà proprio per queste ragioni che caccerà di casa Manue e frequenterà un altro uomo, Angelo, contadino e fervente cattolico, anche se non sempre fedele alla moglie.
Tale l'affresco risorgimentale e post-unitario del piccolo romanzo di Agostino Pendola, quasi un racconto lungo “La Rossa e il Garibaldino”, edito da De Ferrari di Genova, in un'elegante edizione che reca in copertina la foto storica del garibaldino Luigi Canessa, eroe di Mentana.
Agostino Pendola, classe 1953, di Rapallo, già collaboratore de "La Voce Repubblicana" e de "Il Pensiero Mazziniano", ha, in passato, già dato alle stampe importanti saggi quali: "Anticlericali e mazziniani nella Rapallo di fine Ottocento" e "L'Eccidio del Muraglione e altre storie della Resistenza Rapallese".
In questa sua ultima opera ci presenta, senza troppe pretese, alcuni piccoli protagonisti dell'Unità d'Italia: siano semplici contadini o reduci garibaldini. Una società innocente, in sostanza, anch'essa protagonista - a pieno titolo, al pari dei Grandi del Risorgimento - della Storia d'Italia.

Luca Bagatin



25 settembre 2011

"Italia. Un Paese speciale": presentazione dei volumi del prof. Aldo A. Mola




Mercoledì 28 settembre 2011, ore 9.30, sala della Protomoteca del Comune di Roma
(piazza del Campidoglio)
Presentazione dell’opera in quattro volumi di Aldo A. Mola

Italia. Un Paese speciale.
Storia del Risorgimento e dell’Unità.


Interverranno:
l’Assessore alla Famiglia, all’Educazione e ai Giovani di Roma Capitale, Gianluigi De Palo

il collaboratore del Sindaco per la valorizzazione della Memoria Storica, prof. Aldo G. Ricci

il prof. Tito Lucrezio Rizzo (Consigliere Capo Servizio Quirinale)

il prof. Marcello Veneziani, saggista

il colonnello Antonino Zarcone, Capo dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito

che risponderanno alle domande del pubblico con l’Autore, direttore del Centro europeo Giovanni Giolitti per lo studio dello Stato.

Il Signor Sindaco di Roma Capitale, on. Gianni Alemanno, concluderà l’incontro alle ore 12.00.

N.B. Nella sala si accede sino a disponibilità dei posti a sedere.



17 settembre 2011

XX Settembre: la festa di tutti gli italiani

Quest'anno si sono festeggiati i 150 anni dell'Unità d'Italia.
Ad essere precisi, purtuttavia, dovremmo dire che si sono festeggiati i 150 anni che sono intercorsi dalla proclamazione del Regno d'Italia (17 marzo 1861) ad oggi.
L'Unità d'Italia si ottenne infatti il 20 settembre del 1870, allorquando i bersaglieri entrarono a Porta Pia, mettendo fine al potere temporale dei Papi e Roma fu proclamata Capitale d'Italia.
Il 20 settembre non è più festa nazionale dall'avvento del fascismo e questa è la più grande vergogna della nostra Repubblica che, dal 1946 ad oggi, non l'ha più ripristinata.
Il 20 settembre è e dovrebbe essere la festività laica più importante, poichè vide uniti - per la prima volta nella Storia d'Europa - repubblicani e monarchici, massoni e cattolici, nobili e popolani, ebrei e protestanti, donne e uomini, in nome dell'Italia e della libertà religiosa.
Il 20 settembre di ogni anno a Porta Pia si recano, in onore di quelle antiche gesta, solamente i radicali ed i massoni del Grande Oriente d'Italia. Quasi che tale festività fosse una manifestazione "di parte", per pochi intimi.
Così non è e non dovrebbe essere e sarebbe ora che il Popolo sovrano chiedesse a questa putrescente classe politica (senza più speranze) ciò che loro spetta: il ripristino del 20 settembre quale festa nazionale di riconciliazione fra le fedi e le ideologie, sotto la bandiera dell'Unità nazionale e della laicità dello Stato.
"Libera Chiesa in libero Stato", diceva il conte Camillo Benso di Cavour e, finalmente, nel 1871, fu approvata la "Legge delle Guarentigie", che stabiliva precise garanzie per il Papa dei cattolici, il quale diventava suddito dello Stato italiano.
Sarà successivamente il fascismo a spazzare via tale liberale norma e ad introdurre il fascistissimo Concordato, inserito poi in Costituzione con i voti dei cattocomunisti e rinnovato nel 1984 da Craxi.
Triste destino, quello dell'Italia laica e liberale e, dunque, quello della libertà e della pace religiosa.
E' per tutto ciò che, dal prossimo 20 settembre, vorrei vedere sfilare a Porta Pia, non solo i soliti radicali ed i soliti esponenti del GOI, ma i repubblicani del PRI e dell'Associazione Mazziniana Italiana assieme ai monarchici dell'Unione Monarchica Italiana; i massoni del GOI e quelli della Gran Loggia d'Italia degli ALAM (che, nel 1910, fu la prima, per mezzo di Saverio Fera, a comprendere la necessità di un dialogo con la Chiesa cattolica); l'Unione delle Comunità Ebraiche assieme agli esponenti della Conferenza Episcopale Italiana; musulmani assieme a buddhisti, induisti e valdesi; donne e uomini; omosessuali ed eterosessuali.
Vorrei dunque che, a Porta Pia, ogni 20 settembre, ci fosse tutto il popolo italiano unito: in nome dell'amore per l'Italia, la libertà e la laicità.
Sarebbe la festa più bella. La più importante ed affratellata d'Italia.


Luca Bagatin



7 settembre 2011

Intervista esclusiva alla modella Erica Melargo firmata da Luca Bagatin



Erica Melargo, modella, sarda d'origine, simpaticissima ed acqua e sapone. E' un volto nuovo della televisione.
Un curriculum decisamente corposo il suo: laureanda in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università La Sapienza di Roma; ha seguito il corso di formazione politica della Scuola 2010 di Liberalismo vincendo la Borsa di Studio della Fondazione Luigi Einaudi per Studi di Politica ed Economia di Roma. Ha lavorato presso la Camera dei Deputati come assistente parlamentare e ha collaborato inoltre, con la Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa per la traduzione italiana ufficiale del Codice di soft law internazionale di Buona Condotta in materia elettorale. Conosce, oltre all'italiano, ben quattro lingue.
Il grande pubblico se la ricorderà per aver interpretato il ruolo di Sally, l'insegnante d'inglese perfezionista di Gigi D'Alessio in uno spot andato in onda sulle reti Rai.


Luca Bagatin: Ma, facciamoci dire da lei, chi è, veramente Erica Melargo?

Erica Melargo: Da questa tua splendida premessa non può che trasparire con chiarezza una prima “anima” di Erica Melargo, quella che non riesce a staccarsi dai libri, “i libri godono di eternità” - dice lo scrittore israeliano Amos Oz – e di questo ne sono fermamente convinta anche io. In ogni libro c’è sempre un po’di noi e poi, attraverso la penna dei più diversi scrittori scorre tutto un mondo, tutta una vita che altrimenti non potremmo interamente sperimentare, né conoscere, né avvicinare, se non altro, non in poche ore, o giorni. Ho una passione per i viaggi e per le lingue straniere (è da un po’ che mi gira per la testa e penso che quest’anno inizierò a studiare anche un po’di lingua araba). Adoro il mio percorso di studi per il suo carattere interdisciplinare e sempre aperto al fermento del mondo in ogni suo aspetto e poi ho appreso tantissimo dalle diverse esperienze che ho portato avanti nel corso di questi anni.

C’è poi una seconda anima ed è quella artistica che è parte di me: Erica che a 15 anni ha iniziato a muovere i primi passi sulla passerella. Quella parte di Erica che ama fortemente il teatro e l’arte in tutte le sue forme. Per oltre 8 anni ho studiato danza modern-jazz, classica e - con particolare passione - latino-americana. Ho lasciato da 3 anni e non nascondo che mi manca moltissimo. Nel frattempo ho studiato recitazione teatrale, televisiva e cinematografica. Fin dai miei primi spettacoli di danza e Musical con Alex La Rosa, ho sempre avuto una passione per il teatro. Passione anche in parte trasmessa dal mio bisnonno che fino all’età di 90 anni scriveva copioni teatrali. Il teatro ha il potere di catapultarmi virtualmente in un’altra dimensione, è un crocevia di emozioni per l’attore che deve riuscire a trasmetterle al meglio e genuinamente e per il pubblico che spente le luci deve “riceverle” ed emozionarsi. Ciò che a parole non si spiega, perciò consiglio sempre di andare a teatro.

Nel complesso Erica è forse…veramente un turbine di passione, impegno per qualsiasi cosa faccia e tanto, tanto entusiasmo e voglia di imparare, conoscere, “divorare la vita” in ogni suo aspetto e cercando sempre, sempre e ripeto sempre di regalare e lasciare un’emozione, un sorriso alle persone che fanno parte della mia vita e a tutte quelle che non ne fanno parte in prima persona ma che posso incontrare in tante occasioni.


Luca Bagatin: Preferisci il mondo della televisione o quello della moda?

Erica Melargo: Sono due mondi diversi, due modi diversi di esprimere me stessa.

Ho iniziato da piccola con la moda e certamente è un mondo che mi piace per il maggior grado di creatività che riesce a trasmettere e per la possibilità di girare il mondo. Sulle passerelle, così come sulla cartellonistica e sulle pubblicità di ogni tipo si vede il prodotto finito. Dietro tutto, oltre a noi modelle, c’è il lavoro di altre migliaia di persone, teste pensanti e intellettualmente vivaci – direi - che non smettono mai di stupirci. Dietro ciascun abito, ciascuna campagna c’è sempre una lunga storia: viaggi, libri, vita, arte ecc. ecc. ecc.

Però, se dovessi scegliere, ti direi che preferisco il mondo della televisione per la maggiore possibilità che da di veicolare informazioni, stati d’animo, messaggi, parole in positivo e in negativo, la tv ha mille volti e a me piacerebbe poter regalare sempre qualcosa di bello e positivo.


Luca Bagatin: La tua collega Metis Di Meo mi disse che nel cast della trasmissione "Un giorno in divisa" - dedicata alle Forze Armate ed al 150esimo dell'Unità d'Italia - che andrà in onda sulle reti nazionali, ci saresti dovuta essere anche tu, come intervistatrice. Ma quando andrà in onda "Un giorno in divisa"?

Erica Melargo: Colgo l’occasione per salutare Metis, una carissima amica, oltreché donna meravigliosa e vera professionista con una carica vitale inesauribile. Per quanto riguarda il programma “Un giorno in divisa”- che andrà in onda nella prossima stagione - sì, ci sono anche io come intervistatrice per la parte istituzionale. In quello che sarà un “viaggio” teso ad avvicinare l’intenso quotidiano delle forze armate ai cittadini grandi e piccini, io mi occuperò di strappare alcune curiosità a coloro che di solito vediamo solo in contesti cerimoniali o comunque sempre circondati da quella formalità che richiede il protocollo. I più alti esponenti delle rispettive forze armate nonché alcuni Ministri e Sindaci delle città che le ospitano potranno raccontarsi e raccontarci come si svolge un’intera giornata in divisa.


Luca Bagatin: Nel tuo curriculum è evidente il tuo interesse per la politica e per gli ideali liberali. Che ne pensi della politica oggi? C'è spazio, in Italia, per un'area liberale?

Erica Melargo: Ho sempre avuto un forte interesse per gli affari correnti. Al punto in cui siamo, penso sia sotto gli occhi di tutti un colore dei tempi abbastanza confuso e frammentato. La politica, in senso lato e non ideologico, deve ritrovare il suo senso originario, deve essere in grado di avere una più alta funzione pedagogica, etica e di arricchimento della consapevolezza delle persone circa i problemi collettivi. Su temi di così grande rilevanza quali quelli che riguardano noi uomini, tutti, nessuno escluso, è un vero peccato perdere la bussola. Credo che si perda sempre troppo tempo a recriminarsi a vicenda, fare e disfare in un continuo gioco distruttivo, oltreché competitivo. Sarebbe necessario un po’ più di rispetto reciproco, complementarietà, lungimiranza e attenzione a superiori valori umani.

Lo spazio c’è per le diverse aree che compongono l’Italia politica. In questo momento credo sia importante comprendere che i problemi si possono risolvere anche attraverso l’integrazione e la proposizione di soluzioni diverse e senza mai scordarsi di cooperare ognuno con il proprio ruolo.


Luca Bagatin: Erica Melargo, Metis Di Meo...due volti nuovi della televisione italiana.
Due "rosse" rampanti, verrebbe da dire.
E' superata, a tuo parere, l'epoca delle "more" e delle "bionde"?

Erica Melargo: Credo di sì o almeno lo spero. Mi sembra di avvertire che per quanto riguarda il mondo della tv e della moda in generale, si stia superando gradualmente l’epoca delle classificazioni “per forza” e questo mi rende felice. La bellezza di una donna è tale per una molteplicità di aspetti che vanno ben oltre il solo colore dei capelli che a mio parere è accompagnato – se non dalla personalità che si scopre in un secondo momento – quantomeno da una certa dose di fascino, naturalezza e poi la singolarità che appartiene ad ognuna di noi. Quindi, preferenze personali e maschili a parte, a mio parere, spazio alle more, alle bionde e finalmente anche a noi rosse.


Luca Bagatin: Che cosa vorrebbe fare "da grande" Erica Melargo?

Erica Melargo: “Da grande” ti racconterò.


Luca Bagatin



6 luglio 2011

28 anni dopo: diario di un Piduista


"28 anni dopo: diario di un Piduista" e, a destra, l'autore, il Gen. Umberto Granati

Il Colonnello Umberto Granati fu il primo che, allo scoccare del presunto "scandalo P2", nel maggio 1981, dichiarò di essere affiliato a tale Loggia massonica del Grande Oriente d'Italia.
La P2 era infatti una Loggia regolare e per nulla segreta - come invece millantò certa stampa - ideata, come rivela lo stesso Granati, dall'Eroe dei due Mondi Giuseppe Garibaldi e fondata ufficialmente dal Gran Maestro garibaldino Giuseppe Mazzoni nel 1877 al fine di raccogliere personalità di prestigio del mondo della cultura, della politica, della magistratura, delle forze armate, che desideravano mantenere riservata la loro appartenenza all'Ordine liberomuratorio.
Dov'era lo scandalo ? Lo volle sapere lo stesso Col. Granati, il quale non solo informò i suoi superiori della sua appartenenza alla P2, ma persino i Carabinieri.
Fu un fesso ? No, semplicemente un uomo onesto, un Servitore dello Stato, che si rifiutava di dichiarare il falso, come invece furono invitati molto suoi Fratelli di Loggia a fare.
Tutto questo e molto altro è raccontato dallo stesso Umberto Granati -  oggi ottantaduenne e Generale di Corpo d'Armata in pensione - nel suo libro: "28 anni dopo: diario di un Piduista", edito dalla casa edittrice indipendente Ipertesto Edizioni (www.iperedizioni.it).
Granati era animato da ideali massonici, spirituali e filosofici e si iscrisse alla P2 e dunque alla Massoneria. Non ne poteva trarre vantaggi per il semplice fatto che, nel 1977, data della sua iscrizione, aveva una carriera già ben avviata che si sarebbe conclusa comunque con una promozione pochi anni dopo.
Che cosa ne ricavò, invece ? Nulla, solo guai personali e giudiziari che lo porteranno, come i pochi suoi Fratelli che avevano dichiarato l'appartenenza alla P2 (fra questi lo scrittore e regista Pier Carpi, che sarà emarginato dal mondo letterario ed artistico sino a morire in miseria) all'emarginazione. Per quanto nessuno gli abbia mai attribuito alcun reato.
La P2, come documentato dallo stesso Umberto Granati nel suo libro - ma già anni prima dai saggi di Pier Carpi ("Il caso Gelli: la verità sulla Loggia P2" del 1988 e "Il Venerabile" del 1993) e del prof. Aldo A. Mola ("Gelli e la P2 fra cronaca a storia" del 2008) - divenne il capro espiatorio del malaffare di gran parte delle forze politiche di allora (in particolare le due forze del "compromesso storico"), le quali montarono ad arte la famosa "teoria cospirazionista ai danni dello Stato", istituendo addirittura una costosissima ed inutile Commissione Parlamentare d'Inchiesta presieduta da Tina Anselmi e che si concluse con nulla di fatto e con l'assoluzione piena di tutti i cosiddetti "piduisti" per mezzo delle sentenze della Corte d'Assise di Roma che fra il '94 ed il '96, assolsero sia la P2 dalle accuse di "complotto ai danni dello Stato" che lo stesso Venerabile della Loggia, Licio Gelli, per le innumerevoli accuse attribuitegli.
Umberto Granati racconterà la sua vicenda pubblicamente sul Corriere di Siena nel 1987 con degli articoli a puntate dal titolo: "Storia di un piduista". Una vicenda che nel suo recente saggio-documento riprende per intero e non risparmia accuse, non solo al mondo politico di allora, a certi mass media ed a certi settori della magistratura, ma anche allo stesso Licio Gelli, il quale non fece nulla per difendere gli affiliati alla sua Loggia, ma scappò all'estero.
Umberto Granati è infatti convinto che, se tutti i membri della Loggia fossero usciti allo scoperto come aveva subito fatto lui, il caso si sarebbe sgonfiato da solo.
Come potevano, infatti, personalità diverissime fra loro e che non si erano nemmeno mai riunite (fra cui il cantante Claudio Villa e l'eroe della lotta al terrorismo ed alla mafia Carlo Alberto Dalla Chiesa), complottare contro lo Stato ?
Altra cosa di cui il Granati è convinto è che il famoso elenco dei "piduisti", diffuso dalla stampa e da internet sia incompleto. Non solo molti dei nomi degli affiliati mancherebbero all'appello, ma persino molti di quelli contenuti nell'elenco sarebbero persone completamente estranee alla vicenda. Persone estranee che, ad ogni modo, ancora oggi vengono ingiustamente additate come "delinquenti e stragisti".
Umberto Granati parla senza reticenze e raccontando una vicenda senza aver nulla nè da perdere nè da guadagnare, anzi.
Racconta ad esempio di quando fu oggetto di insulti e minacce telefoniche da parte di uno sconosciuto che, solo perché componente della P2, lo riteneva un criminale.
Il Colonnello Granati fu insignito nel 1985 dell'Onoreficenza dell'Ordine di Giordano Bruno da parte del Grande Oriente d'Italia ed è oggi Generale di Corpo d'Armata in pensione. Da diversi anni è dedito al giornalismo ed alla redazione di guide turistiche. Nel suo libro racconta di come fu emarginato nel suo ambiente di militare, senza capirne il perché e di come fu ostacolato, assieme a sua moglie, persino nella sua umile attività di giornalista di riviste turistiche.
Di che cosa era infatti accusato lui, che non aveva mai mentito in vita sua e la cui carriera era immacolata ?
Come mai ancora oggi la P2 ed i "piduisti" fra i quali, come dice lo stesso Granati, ci saranno anche state delle pecore nere, ma per il resto erano galantuomini, sono considerati il male assoluto ?
A chi giova tutto ciò ?
Possibile che il Generale Granati, uscitone completamente pulito come molti suoi pari, debba ancora vedere diffuso il suo nome sulla stampa e sul web, come se fosse un pericoloso criminale ?
"28 anni dopo: diario di un Piduista" è un documento prezioso e che getta nuova luce sul caso P2, forse ponendo finalmente la parola fine alla questione e riabilitando degli uomini onesti che hanno pagato la loro appartenenza ad una Loggia massonica regolare.

Luca Bagatin



27 giugno 2011

Massoneria e Risorgimento italiano


La Massoneria è la più grande confraternita spirituale esistente al mondo.

Essa non si occupa nè di religione nè di politica, purtuttavia, nel corso della Storia, molti massoni, animati dai principi di emancipazione spirituale ed individuale da essa insegnati, hanno contribuito a cambiare il corso degli eventi.

E' il caso del nostro Risorgimento italiano, che, senza l'apporto di numerosi Liberi Muratori e di società segrete come la Carboneria, non avrebbe avuto pieno compimento.

La Carboneria è infatti una società segreta di derivazione massonica. Il suo rituale, che si ispira al simbolismo dei boschi ed all'iconografia cristiana, è in parte mutuato a quello della Libera Muratoria.

La Carboneria, libera associazione segreta sorta unicamente in Italia, fu la prima società segreta che direttamente si attivò al fine di liberare il nostro Paese dal giogo straniero con i celebri moti carbonari del 1820 – 21.

Come mai Carboneria e Massoneria offriranno l'humus necessario agli italiani di ogni ceto e classe sociale per sollevarsi contro l'Impero Asburgico, l'Impero di Napoleone III, lo Stato della Chiesa ed il Regno delle due Sicile ?

Perché queste due associazioni iniziatiche, proprio per il loro carattere adogmatico e di libero pensiero, permisero a persone diversissime fra loro di incontrarsi.

Come tutt'oggi in Massoneria dialogano pacificamente, come veri e propri Fratelli, il cattolico ed il musulmano, l'ebreo e l'induista, nell'Ottocento italiano dialogavano liberali, democratici, radicali, moderati, monarchici e repubblicani. Tutti animati da un'unica fede: quella verso il Grande Architetto dell'Universo e gli ideali di Fratellanza, Libertà ed Uguaglianza che la Libera Muratoria mutuò non già dalla Rivoluzione Francese, bensì dal celebre motto del conte Alessandro di Cagliostro.

Come ci ricorda lo studioso Aldo A. Mola, il conte di Cagliostro, peraltro, utilizzava - nell'ambito delle sue Logge di Rito Egizio - nastri verdi, bianchi e rossi. Pochi sanno, infatti, che il Tricolore italiano fu coniato proprio dal celebre Mago massone e successivamente fu scopiazzato, anni dopo, dal Segretario Generale della Repubblica Cispadana, ovvero il prete spretato Giuseppe Compagnoni.

Molti studiosi, tutt'oggi, si interrogano ancora sull'appartenenza o meno alla Libera Muratoria dell'Apostolo dell'Unità d'Italia, ovvero di Giuseppe Mazzini.

Il Mazzini, infatti, aveva una concezione spirituale gnostica e teosofica non dissimile dall'insegnamento massonico e, oltre al fatto che molte sue lettere iniziano con il celebre “Fratelli...”, rivolegendosi ai patrioti massoni, c'è chi assicura che fu iniziato “sulla spada” - ovvero senza alcun rituale regolare - dal massone Francesco Antonio da Passano nel carcere del Priamar a Savona.

Ad ogni modo, non vi sono prove della sua appartenenza alla Massoneria. Per quanto si può affermare con certezza che egli, nonostante non lesinasse critiche a tale istituzione in quanto da lui considerata troppo elitaria, fu un Grande Iniziato che insegnò moltissimo, in termini filosofici e morali, ai massoni del suo tempo ed a quelli d'oggi (si pensi ad esempio ai suoi studi su Dante, ma anche alla sua celebre opera politica e spirituale “Doveri dell'Uomo”).

Chi massone fu, con orgoglio e ricoprì persino la carica di Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia e, caso unico al mondo, Gran Maestro dell'Umanità, fu il Generale Giuseppe Garibaldi.

Iniziato in una Loggia massonica irregolare a Montevideo, in Uruguay, Garibaldi conobbe una rapidissima ascesa nella comunione massonica. Egli fu colui il quale definì la Massoneria “la Grande Umanitaria” e si adoperò, da Gran Maestro, per renderla sempre meno elitaria e sempre più aperta alla società ed alle opere umanitarie.

Dobbiamo peraltro al Gran Maestro Garibaldi le prime iniziazioni femminili - stabilite con un suo decreto nel 1864 - e dunque il decadimento (purtroppo durato solamente il tempo della sua gran maestranza e quella del Gran Maestro Ernesto Nathan, alla fine dell'800, sempre di ideali repubblicani mazziniani) di quegli astrusi dogmi barocchi imposti in Inghilterra dal Reverendo James Anderson nel 1723.

Il dogma della non iniziazione delle donne in Massoneria è assolutamente smentito, peraltro, dal grande massone, esoterista ed alchimista moderno Paolo Lucarelli, purtroppo recentemente scomparso, nella pefazione italiana a "Simbolica Massonica per il terzo millennio" di Irène Mainguy (edito in Italia dalle prestigiose Edizioni Mediterranee), il quale ricorda che nei cantieri operativi dei muratori medievali - ai quali si rifanno gli odierni Libero Muratori - vi erano anche donne. Ed inoltre, sempre il Lucarelli, ricorda che vi erano culti solari - come ad esempio quello di Apollo e Dioniso - che erano officiati soprattutto da sacerdotesse.
Ciò fu peraltro confermato già nei primi del '900 anche dal reverendo Cherles W. Leadbeater, trentatreesimo grado del Rito Scozzese Antico ed Accettato ed autore del volume "La Massoneria e gli Antichi Misteri" (edito in Italia dalla Athanor).

La professoressa Francesca Vigni, autrice del testo “Donne e Massoneria in Italia”, dedica ampi capitoli alla presenza di Logge massoniche femminili durante il Risorgimento. Donne massone e carbonare, come ad esempio Enrichetta Caracciolo: nobile napoletana, prima obbligata a farsi monaca e successivamente ardente patriota, massona ed esponente della Chiesa evangelica.

Il rapporto fra massoni, patrioti, ovvero fra Massoneria e Risorgimento è così stretto che noi italiani dobbiamo persino il nostro Inno nazionale agli ideali della Libera Muratoria.

Colui che lo scrisse, ovvero il giovane patriota della Repubblica Romana, Goffredo Mameli, era massone e quel “Fratelli d'Italia” è un chiarissimo e palese riferimento agli ideali di Fratellanza, Uguaglianza e Libertà, che accomunava i massoni durante le lotte mazziniane e garibaldine per la liberazione dal giogo straniero e clericale.

Il “Canto degli Italiani” o “Inno di Mameli” sarà successivamente musicato da un altro massone: Michele Novaro, ligure anch'egli, il quale, dopo una vita di stenti nella quale destinò molti dei suoi proventi di musicista alle imprese garibaldine, morì in completa povertà.

L'Italia diventerà unita, dunque, nel 1861 e lo divenne completamente, con Roma Capitale, nel 1870.

Diventerà unita, dunque, e libera dal giogo straniero e clericale, ma non repubblicana e non, dunque, un Paese completamente civile.

Gli ideali mazziniani, garibaldini, carbonari e massonici, non avevano dunque trionfato nella politica politicante, bensì nel cuore del popolo italiano.

Quel popolo italiano che non avrà ancora diritto ad eleggere i propri rappresentanti a suffragio universale diretto.

Quel popolo italiano che mal sopporterà, al Nord come al Sud, il giogo monarchico dei Savoia.

Quel popolo italiano che, a Roma, eleggerà con grande entusiasmo l'indimenticato Sindaco Ernesto Nathan, erede di Mazzini e Garibaldi: repubblicano, massone, ebreo, laico ed anticlericale.

Nel 1896, Ernesto Nathan, venne eletto Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, succedendo ad Adriano Lemmi, ed inizierà un processo di rinnovamento dell'Istituzione massonica, rafforzandola e mettendola al servizio dell'etica laica e dell'emancipazione delle classi popolari.
Quale Sindaco della Città Eterna, Nathan, istituì le municipalizzate tutt'ora funzionanti: l'Atac e l'Acea; promuoverà l'istituto dei referendum per permettere alla cittadinanza di partecipare direttamente alla gestione della cosa pubblica; ostacolerà gli speculatori ed i proprietari terrieri che si opponevano al nuovo piano regolatore; aumenterà il numero delle scuole e promuoverà la cultura laica.
Celebre il suo discorso - a Porta Pia - del 20 Settembre 1910, ove denunciò l'oscurantismo della Chiesa cattolica e la sua scarsissima sensibilità nei confronti del ceti meno abbienti.
Nel 1914, il "Blocco popolare" guidato da Nathan, prese il nome di "Unione liberale democratica", riconfermando per le amministrative di Roma l'alleanza fra repubblicani, radicali e socialisti. E nello stesso anno, in Nostro, prese posizione a favore dell'entrata in guerra dell'Italia contro gli Imperi centrali, necessaria a completare il processo di Unità nazionale e di emancipazione dagli Asburgo.
Il suo irredentismo fu così acceso che decise, nel 1915, di arruolarsi volontario nell'esercito, nonostante i suoi settant'anni e sarà assegnato ai reparti di Croce Rossa.
Infine, nel 1919, si dimise dalla carica di Gran Maestro del GOI per dedicarsi alla cura dell'Edizione Nazionale delle opere di Giuseppe Mazzini.
Morì nel 1921 e gli fu così risparmiata la sciagura del fascismo che spazzò via, tristemente, ogni residuo di cultura laica e risorgimentale, mettendo all'indice gli ideali mazziniani (arrivando persino a distorcerli e ad utilizzarli ad uso e consumo del fascismo), radicali, socialisti e mettendo fuori legge la Massoneria.
Con questo breve cenno ad Ernesto Nathan, possiamo dire che si chiude il ciclo risorgimentale che va dai moti carbonari del 1820 sino alla Prima Guerra Mondiale.

Se l'Italia è dunque oggi un Paese un po' più libero rispetto a duecento anni fa, lo dobbiamo dunque ai mazziniani, ai garibaldini e dunque ai massoni di ogni colore politico e fede religiosa.

Ciò - come ci ricordano anche gli autori del bel libro storico di recente pubblicazione per la casa editrice Bastogi “Fratelli d'Italia” (ovvero Maurizio Del Maschio, Stefano Momentè e Claudio Nobbio) - è incarnato da tre simboli fondamentali e nazionali: il Tricolore che rappresenta la Libertà; l'Inno di Mameli che rappresenta la Fratellanza e la nostra Carta Costituzionale che, per quanto andrebbe profondamente riformata, incarna comunque l'Ugliaglianza del nostro popolo sovrano.


Luca Bagatin


Bibliografia:

  • Giuseppe Schiavone: “Massoneria Risorgimento Democrazia” Editrice Bastogi

  • Giuseppe Schiavone: “Scritti massonici di Ernesto Nathan” Editrice Bastogi

  • Francesca e Pier Domenico Vigni: “Donne e Massoneria in Italia” Editrice Bastogi

  • Del Maschio, Momentè, Nobbio: “Fratelli d'Italia” Editrice Bastogi

  • Officinae” numero 4 e 1 Dicembre 2010 e Marzo 2011: organo ufficiale della Gran Loggia d'Italia degli ALAM


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini