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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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23 settembre 2015

"Fuga all'inferno e altre storie": la raccolta di racconti e parabole di Mu'Ammar Gheddafi

“Sono il leader dei leader arabi, il re dei re dell'Africa e l'imam del musulmani”, così si presentava il colonnello e Raìs libico Mu'Ammar Gheddafi ad Angelo Del Boca, massimo storico del colonialismo italiano.

Gheddafi il leader, il rivoluzionario capace – attraverso una rivolta incruenta e senza alcun spargimento di sangue – di abbattere, nel 1969, la monarchia nel suo Paese - asservita a statunitensi ed inglesi - e a far riappropriare il popolo libico delle sue risorse naturali ed energetiche.

L'autore del “Libro Verde”, pamphlet ideologico sulla Terza Via Universale oltre capitalismo e socialismo reale, per la democrazia diretta dei cittadini nella vita pubblica e l'autogestione delle imprese, fu anche autore, nel 1990, di “Fuga all'inferno e altre storie”, pubblicata per celebrare la vittoria delle truppe libiche su quelle italiane nel 1915, guidate dal colonnello Miani.

“Fuga all'inferno” è una raccolta di dodici racconti, che furono ripubblicati in Francia nel 1996 e successivamente, nel 1998, in Canada e Stati Uniti d'America. Curiosamente, in Italia, sono stati pubblicati solo nel 2006 e ad opera della piccola casa editrice del quotidiano “il manifesto”, la “manifestolibri”, con introduzione di Valentino Parlato il quale, non a caso, ne denuncia il ritardo di avvenuta pubblicazione in un Paese come il nostro, così vicino geograficamente alla Libia e per molto tempo in sintonia con il governo di Tripoli.

In questo testo il Raìs libico si propone nella veste di “re filosofo” o, come amava egli dire, di “pastore del deserto”. Si tratta infatti di una raccolta di riflessioni e parabole, scritte con linguaggio semplice e didattico, dal contenuto sociale, politico, antropologico, laico e spirituale al contempo.

Si parte da una critica serrata alle città, all'urbanizzazione, alla città come “tomba delle relazioni sociali”, alla necessità del contadino e del povero a trasferirsi in città per trovare un lavoro, sradicato dalla campagna, dalla vita semplice ed armoniosa del villaggio, travolto da una modernità senz'anima, spintonato a destra e a manca da altri poveri diavoli come lui, stipati nei mezzi pubblici o travolti dalla strada, dal traffico, dalla velocità imposta dall'urbanizzazione.

Gheddafi, diversamente, esalta la vita del villaggio, semplice, quella vita che egli stesso, figlio di beduini di Sirte ha vissuto sin da bambino. Una vita più solidale, non legata al superfluo ed all'accumulo della ricchezza.

Gheddafi esalta poi la ricchezza della terra e dell'ambiente, che va preservato dall'uomo e dal sistema capitalistico. Egli, dunque, rifugge il progresso, l'urbanizzazione e la tirannia della maggioranza per rifugiarsi in quello che definisce l'inferno, ovvero l'utopia. Egli ama le masse, ma al contempo le teme e teme che queste possano essere influenzate tanto dal progresso scientifico quanto dalla superstizione religiosa.

In alcune sue parabole, non a caso, critica le superstizioni religiose di alcuni gruppi musulmani e arabi, i quali preferiscono seguire e interpretare a loro modo le sacre scritture dell'Islam, finendo per generare fra loro guerre di religione senza fine, anziché ricercare l'unità dei popoli arabi ed islamici, contro i nemici colonialisti ed imperialisti.

Interessante è il racconto di Gheddafi sulla morte. La riflessione su di essa è un racconto intimistico, che ricorda le vicende di suo padre, soldato libico contro le truppe fasciste durante la Seconda Guerra Mondiale. Gheddafi si chiede se la morte sia maschio o femmina, ovvero se essa è maschio è necessario combatterla, mentre se è femmina è necessario abbandonarvisi, sino all'ultimo respiro. E dunque protagonista del suo racconto è il padre, il quale considera la morte come principio maschile e quindi lotta contro di essa sul campo di battaglia, sfuggendo alle pallottole fasciste ed ai bombardamenti. Ma è costretto ad abbandonarsi ad essa nel momento in cui si ammala, esalando il suo ultimo respiro l'8 maggio 1985. Gheddafi a tal proposito scrive: “Dovete combattere contro la morte per prolungare la vostra esistenza (…). L'atteggiamento più giusto è la resistenza, perché la fuga, anche all'estero, non sottrae alla morte (…). Ma quando la morte si indebolisce, e si cambia in una femmina, né rivoluzionaria né occidentale, diventando una donna arrendevole (…), si deve solamente soccomberle, fino all'ultimo respiro.

Emblematico quanto scrive Valentino Parlato nell'introduzione al testo, che, come dicevamo, fu pubblicato nel 2006, a proposito di una possibile morte violenta del Raìs: “...se un giorno Gheddafi fosse travolto da una protesta popolare sono sicuro che non si stupirebbe. Il beduino del deserto sa più cose dell'intellettuale di città: sa che la politica non è solo, non può essere, calcolo politico dei politicanti, ma è fatta di passioni e di pulsioni di massa, che difficilmente un regista politico può orientare”.

Mu'Ammar Gheddafi fu barbaramente ucciso non già dalla protesta popolare, ma dal calcolo politico di francesi, statunitensi e dai loro alleati. Il leader e teorico della Jamahiriya, ovvero del governo delle masse, è stato ucciso dalla realpolitik e dai nemici del suo stesso popolo.

Oggi è bene ricordarlo non solo come leader, ma anche come autore di parabole e di racconti che possono illuminare le menti di un Occidente decadente e di un mondo islamico preda del fondamentalismo che si sta allontanando sempre più dalle sue antiche radici spirituali.


Luca Bagatin



8 marzo 2008

MUGHINIPENSIERO


Giampiero Mughini è certamente un "intellettuale contro" ma, forse, neanche poi tanto. Egli è, in verità, un "intellettuale pro-sé-stesso", ovvero "pro-libero pensiero": specie se si tratta del suo.
Mughiniano sino al midollo, Giampiero Mughini, più che un fenomeno giornalistico è fenomenale in sé, tanto che il 7 marzo scorso, presso l'"Auditorium della Regione" di Pordenone, è stato un vero e proprio fiume in piena condensando in neanche due ore di tutto e di più: dalla politica allo spettacolo, dal cinema alle donne, dal giornalismo alla massmediologia.
Invitato dall'Associazione Culturale "Eureka", il Nostro, ha esordito raccontando la sua carriera di ex giornalista (oggi, teoricamente, non lo è più): da fondatore del quotidiano comunista "il Manifesto" con Valentino Parlato e Rossana Rossanda ad opinionista libertario di "Libero" di Vittorio Feltri.
"Un percorso coerentissimo" afferma egli stesso: dagli "eretici del comunismo" che volevano collocarsi alla sinistra del più grande partito comunista d'Occidente agli "eretici e basta".
E così, Mughini, il quale si vanta di non aver avuto altra tessera se non quella dell'autobus, è orgoglioso di dirsi completamente "al di fuori del sistema politico, dei partiti e delle lobby".
"Scrivo quello che voglio e mi faccio, se possibile, anche pagare bene perché il mio curriculum culturale e professionale non è affatto da buttar via. E poi non sono certo nato ricco !" risponde agli interivstatori dell'"Eureka" con la sicurezza che lo contraddistingue in televisione. Del resto egli è uno che "aborrisce gli schemi".
Catanese, di padre toscano e madre siciliana, Mughini non può che essere carattere fumantino e bizzoso (per quanto, lasciatemelo dire, anche un romano di madre friulana come me non è certo da meno) e la sua mimica eccentrica tutt'altro che costruita è lì a sottolinearlo (nell'ora e mezza di conversazione si è più volte sbracciato, ha appoggiato più volte le ginocchia sulla scrivania e, se avesse continuato per un'altra oretta sono certo che avrebbe accavallato bellamente le gambe sopra al tavolo della conferenza come a dire: "non c'è niente di più bello al mondo che essere sé stessi nella propria intima spontaneità !").
Ma, veniamo alla politica: "E' prioritario abolire il valore legale della laurea: non serve a nulla. Guardate me che sono laureato in lingue e letteratura moderna e mi occupo di tutt'altro !" e scoppia una risata ed un fragoroso applauso della platea. E, poi, sull'odiato Ordine dei Giornalisti racconta la sua personale vicenda di radiato: "Unicamente per aver recitato in uno spot televisivo di una nota marca di telefonini (e pure malpagato !)". "L'Ordine dei giornalisti va abolito. Con la loro espulsione mi ci sono pulito le scarpe e ho continuato a scrivere articoli. Scrivere articoli è, sino a prova contraria, un diritto costituzionale !". Come non essere d'accordo con questo spirito genuino che, come spiega, non ha mai avuto bisogno o voglia di essere raccomandato da nessuno.
Poi prosegue attaccando il Berlusconi politico: "Berlusconi mi è umanamente simpaticissimo e ho il piacere di conoscerlo da anni, ma è inconcepibile che un editore di giornali e televisioni si candidi alla carica di Premier o abbia fatto il Premier !", sentenzia. E, ancora, la butta sul gossip definendo Fabrizio Corona "Semplicemente un pagliaccio !".
Provocato dagli intervistatori, Mughini svela che, assieme ai libri ed al calcio, l'altra sua grande passione sono le donne e qui, tuttavia, si definisce un "vero maschilista" nel senso che è orgogliosissimo della sua identità di maschio che comunque si "mette a confronto con l'identità femminile, con l'altra metà del cielo". Cita quindi il suo penultimo libro "Sex Revolution" in cui racconta gli anni '60 ed in particolare la liberazione sessuale di cui le donne sono state protagoniste incontrastate e pare quasi avere nostalgia per quegli anni al punto che definisce molte delle soubrette ventenni che si vedono oggi in televisione come la loro esatta antitesi in quanto "prive di qualsiasi profondità: aspettano solo il calciatore di turno".
E, a questo punto, sbotta sul cosiddetto ruolo dell'"opinionista televisivo" nel quale rifiuta totalmente di riconoscersi: "L'opinionista televisivo è colui che apre la bocca e fa rumore", "Nel circolo massmediatico funziona unicamente ciò che è "rapido" e "facile"", "Manca completamente l'approfondimento, la profondità di pensiero". Del resto, Mughini, va in televisione certo, ma con un ruolo del tutto particolare e, quando parla di calcio, è veramente ferrato in materia (non posso dire altrettanto per cui preferisco tralasciare del tutto l'argomento).
Torna poi a parlare di politica, la sua antica passione di giornalista da "il Manifesto" a "Lotta Continua, a "Paese Sera" sino a "Mondoperaio" ovvero dalla stampa comunista a quella socialista pur senza mai aderire né all'extraparlamentarismo di sinistra al né al Psi, ma sapendo cogliere i tratti libertari di entrambe le culture. Specie negli anni del divorzio, una battaglia che diede finalmente alle coppie la possibilità di ricostruirsi un futuro sentimentale.
Un po' diversa, forse, la questione dell'aborto che lo stesso Mughini visse come un dramma allorquando accompagnò la fidanzata di allora da una mammana, non sentendosi entrambi in gradi di assumersi la responsabilità di crescere un figlio non desiderato. "L'aborto andrebbe assolutamente evitato, meglio certamente la prevenzione" afferma con un filo di amarezza e tristezza per quanto anch'egli ritenga che  l'attuale legislazione sull'aborto abbia arginato un fenomeno incontrollato e bestiale come l'aborto clandestino.
Sulla politica d'oggi pensa che siano sicuramente meglio "le facce collaudate" rispetto a quelle cosiddette "nuove".
"Giuliano Amato è certamente un grande professionista e mi spiace moltissimo che non si sia ricandidato" e, nonostante uno spettatore in platea gli faccia notare che Amato in questi ultimi anni si è legato allo schieramento che "ha ucciso il Psi e Bettino Craxi", Mughini è irremovibile: "Non sono assolutamente d'accordo. Certo, Amato non è mai stato un leader ma è stato il miglior consigliere di Craxi ed è oggi uomo di grande levatura politica ed intellettuale".
Conclude parlando degli anni in cui ha collaborato al Foglio ed in particolare di Giuliano Ferrara (che "conosco meglio delle mie tasche", assicura), e della sua pessima idea di mettersi in politica con una lista antiabortista: "Ferrara butta sempre il suo peso fisico in tutto ciò che ha fatto e fa: dai tempi in cui era comunista sino a quando divenne craxiano ed oggi ateo devoto che incontra Ratzinger guardandolo come se fosse la Madonna", "La vita è una cosa troppo complessa per essere utilizzata in campagna elettorale".
Con un colpo di teatro si alza, aglita le spalle con la sua consueta mimica e saluta il pubblico in visibilio che, forse, pensava che in un'Italia così conformista e medievale, uno spirito libertario capace di far sorridere e al contempo pensare fosse ormai più raro della neve a ferragosto.

Luca Bagatin


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini