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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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18 aprile 2014

Intervista esclusiva di Luca Bagatin al ritrattista Daniele Pacchiarotti: fra Andy Warhol e Tamara de Lempicka

Daniele Pacchiarotti è un giovane artista romano formatosi all'Accademia delle Belle Arti e, da oltre dieci anni, lavora come ritrattista. Note sono le sue apparizioni televisive a “Scommettiamo che ?” - nel 2003 - ove realizza dipinti in diretta ed alla trasmissione di spiritualità condotta da Gabriele La Porta - “Anima Guarire” - all'interno della quale è una vera e propria presenza fissa, esponendo e spiegando alcune sue opere.

Il curriculim di Daniele (che potete comunque scaricare nel suo blog www.danielepacchiarotti.blogspot.it), è decisamente corposo, ma, qui, non mi interessa tanto fornirne una sommaria descrizione, quanto piuttosto analizzarne l'opera e comprenderla, attraverso le sue stesse parole.

Ammetto che non conoscevo Daniele sino a che un'amica comune non me l'ha fatto conoscere. E subito i suoi ritratti mi hanno piacevolmente coinvolto, per la tecnica che utilizza e per i soggetti che ritrae.

Daniele Pacchiarotti ritrae, in particolare, volti di dive e di divi del cinema del passato, ma anche del presente. In particolare ama ritrarre i volti di Marylin Monroe (il che gli è valso l'apprezzamento del sito ufficiale italiano dedicato alla celebre attrice statunitense), Audrey Hepburn, Vivien Leigh, Madonna, Elvis Presley e numerosi altri soggetti, alcuni di fantasia quali Valentina Crepax e le Principesse della Disney.

Le sue opere ricordano molto lo stile Anni '70 tipico di Andy Warhol, ma lo stile di Pacchiarotti è decisamente meno kitsch e spesso i suoi dipinti sono ispirati alle opere di Tamara De Lempicka.

Osservando le opere di Daniele, da profano, direi che egli ricrea il volto degli artisti ritratti, dandone un'interpretazione personale. Non trovo, infatti, che essi siano dei veri e propri ritratti, ma una rielaborazione che ne cattura le peculiarità, i tratti somatici più evidenti, fornendo così un'immagine simile all'originale, ma al contempo diversa, rinnovata.

In tal senso ho deciso di intervistarlo, per approfondire meglio la sua arte e darne contezza ai nostri lettori.


Luca Bagatin: Come nasce la tua passione per la pittura ?

Daniele Pacchiarotti: La pittura, a mio avviso, è qualcosa di insito in noi. Nasce con noi, vive con noi, muore con noi. E' un dono - come qualsiasi altra forma d’arte - che se si ha la fortuna di possedere dev'essere portata avanti con passione, perché non tutti, appunto, nascono uguali. Ovviamente dico ciò senza alcuna presunzione (Daniele sorride).


Luca Bagatin: Quando e come inizi a muovere i tuoi primi passi nel mondo dell'arte ?

Daniele Pacchiarotti: In realtà i miei primi passi li muovo da sempre. Sin da piccolo scarabocchiavo tutto ciò che vedevo con tanta meraviglia attorno a me. Su un’agenda che mio padre portava con sé in macchina - mentre pescava o nei viaggi - nella maggior parte delle volte ritraevo chiunque fosse vicino a me. E avevo quattro o cinque anni !


Luca Bagatin: Da quando e perché ami ritrarre dive e divi ? Puoi raccontarci, più in dettaglio, in cosa consiste la tua arte ?

Daniele Pacchiarotti: Ho iniziato a ritrarre dive o divi perché sono sempre stato attratto da volti cinematografici, quelli che hanno fatto la storia del cinema. Più tardi ho scoperto che la maggior parte delle persone si rivede nei propri miti. Quale donna, infatti, non ha sognato di indossare il famoso tubino di Coco Chanel di Audrey Hepbourn in “Colazione da Tiffany”, oppure farsi alzare la gonna dal vento attraverso una grata del “metrò”, come la biondissima Marilyn Monroe; e chi non ha mai sognato quell’amore struggente tipico di Rossella O’Hara e Rett Butler in “Via col vento”? Vorrei aggiungere che il termine con cui la critica mi definisce è “ritrattista delle dive”. Certo, ciò non mi dispiace, ma tengo a precisare che il significato vero e proprio dei miei ritratti è totalmente diverso. Inutile negarlo: in ciascuno di noi c’è una parte vanesia e me ne sono sempre reso conto. Sin da bambino amavo osservare le donne al trucco e...ho notato che c’è qualcosa di meraviglioso in quei gesti così “intimi”. Crescendo e avendo, chiamiamolo così, il “dono di natura”, tutti chiedevano di essere ritratti da me. E tieni conto che il ritratto è una delle cose più difficili in pittura ! E dunque ho capito che, attraverso uno shooting fotografico, la persona viene messa a proprio agio, si scioglie e si sente amata. Poi si sceglie una foto da cui farne un ritratto, un vero e proprio quadro. È mio solito bendare le persone, alla consegna dell’opera, per poi metterli davanti a loro stessi sulla tela e...beh, le reazioni non hanno prezzo ! In tutto questo passaggio “la diva” o “il divo” è colei o colui che per un giorno valorizza sé stesso. Amo rendere felici le persone, in questo senso.


Luca Bagatin; Tu affermi che ami ritrarre le dive – in particolare Marylin - andando oltre la loro bellezza da star system. Che cosa intendi quando affermi ciò ?

Daniele Pacchiarotti: Ho iniziato a ritrarre ad esempio la divina Marilyn Monroe per ciò che il suo volto mi trasmetteva, ovvero nel vedere i suoi occhi emergere dalla tela. Occhi che mi fissavano e, in quel momento, mi sono sentito piccolo come una formica: era lì che mi guardava ed era uscita esattamente dalle mie mani ! La bellezza di Marilyn è così struggente che nessuno può rimanerne indifferente. Ogni qual volta ritraggo il suo volto mi immergo in una gran pace interiore, armonia, eccitazione e contemplazione artistica sino all’ultima pennellata. Molti critici e siti web, fra cui il più importante che ne cura la parte italiana - quello del manager Giannandrea Colombo, che ringrazierò per sempre - affermano che ogni qual volta dipingo questa giovane donna - che ha saputo conquistare il mondo sino ai giorni nostri ed è stata barbaramente uccisa dallo stesso sistema che l’aveva precedentemente attratta - è come se la riportassi in vita in un ulteriore nuovo scatto da me creato. In sintesi, vedo in lei tutte le sfaccettature umane: dal voler essere amata, sino all’impossibilità di farlo; dalla dolcezza, sino al capriccio dei vizi; dal successo, sino alla delusione. Come dico sempre: “in ciascuno di noi c’è, in fondo, una Marilyn”.


Luca Bagatin: Il tuo stile è assolutamente particolare. Sembra ispirarsi a Warhol, ma al contempo è molto diverso. Sembra talvolta avvicinarsi, infatti, allo stile di Tamara De Lempicka. Che cosa puoi dirci del tuo stile, in questo senso ?

Daniele Pacchiarotti: Ho avuto l’onore di conoscere fotografi e galleristi che lavorarono per la Factory di Andy Warhol ed è una decina d’anni che mi paragonano a lui, ma non nel modo di dipingere, perché lui - con la sua Pop Art – posso dire essere stato il mio opposto. Nella serie di serigrafie su Marilyn, ad esempio, Warhol ha voluto svuotarla del suo intrinseco contenuto umano e renderla il simbolo del commercio, come fosse solo un'attrazione per il mondo del “business”. Mi paragonano spesso a lui perché a casa mia, fra foto e dipinti è un concentrato di arte in cui vanno e vengono artisti di ogni genere, ma non certo per il modo di dipingere. Il mio stile, in realtà , si rifà al cosiddetto“nuovo realismo”. Diversamente da Warhol, considero Tamara De Lempicka la ragazza dell’art déco, ovvero la mia musa ispiratrice. Due anni fa c’è stata una mostra delle sue opere a Roma e, ben diciassette fra riviste e giornali, hanno confuso le mie riproduzioni con i suoi dipinti ! La soddisfazione più grande è stata che al Vittoriano mi hanno invitato gratuitamente e molti giornalisti si sono interessati a questo strano caso. Un giornalista in particolare mi disse che, essendo deceduta nel 1980, anno peraltro della mia nascita, potevo averne preso il “karma”… Magari !


Luca Bagatin: Che cos'è il divismo secondo te ? E' un fenomeno positivo o negativo ? Oppure è un cosiddetto segno dei tempi ?

Daniele Pacchiarotti: Penso che ciascuno abbia il diritto di esprimersi come vuole. Non trovo sia un fenomeno negativo in sé, tranne quando si giunge all’eccesso.




Luca Bagatin



4 novembre 2013

La mia scelta laica eretica-erotica

Confesso, che poi non è nemmeno una confessione per chi mi conosce bene, di essere sempre stato un eretico.

Eretico in politica, nella vita privata ed in ambito culturale.

Ho fatto parte, sin da quando avevo sedici anni, di molti partiti politici ad esempio. Ne sono stato iscritto e talvolta ho ricoperto anche diverse cariche pubbliche, per così dire. Purtuttavia ho sempre e solo pensato con la mia testa e sono sempre rifuggito dalle ideologie e dai feticismi-fanatismi di partito.

Per me concetti quali “centralismo democratico”, oppure “disciplina di partito” sono sempre stati estranei ed astrusi.

Ho sempre avuto di fronte e per scelta personale, invece, poche ma chiare idee: libertà individuale spasmodica, laicità, onestà intellettuale e morale, arte e bellezza.

Allorquando queste prospettive collimavano con il tal partito, solo allora mi inscrivevo e iniziavo a lavorare...per portare avanti questi e solo ed unicamente questi princìpi.

Entrai così nei Verdi (salvo un rapidissimo passaggio nei giovani comunisti di Rifondazione, ma solo perché a sedici anni avevo letto quasi tutto Marx e ne rimasi affascinato...pur per un brevissimo lasso di tempo), successivamente bazzicai fra i Radicali, poi mi iscrissi ai partiti della galassia liberalsocialista ed infine approdai al Partito Repubblicano Italiano e, più recentemente, prima dando una mano al movimento di Oscar Giannino e poi riproponendo Ilona Staller in politica - ideandone la candidatura - mi candidai con lei nel Partito Liberale Italiano alle Amministrative romane, sperendo così di “erotizzare” gli “sclerotizzati” laico-liberali (che, fu subito evidente, preferirono rimanere "sclerotizzati").

Frequentai così, e per bene, le varie anime della sinistra, almeno quella autentica, libertaria e laica. Pur discostandomi sempre dalla ideologia e dalle visioni ideologiche, feticistiche e voyeuristiche del partitismo.

Invero, alla fine della fiera, nell'ambito di tali partiti non riuscii a soddisfare appieno i miei princìpi e così, in quasi vent'anni di militanza, me ne discostai totalmente, preferendo non avere più tessere di partito.

Del resto nell'ambito dei medesimi partiti feci sempre di testa mia: prima teorizzando (anticipando i tempi su quella che sarebbe diventata la Rosa nel Pugno) un'unificazione fra Verdi-Radicali e Socialisti e, successivamente, puntando ad un polo laico che si battesse per le libertà civili, sessuali, sociali ed economiche, contro il Potere Pd-PdL (anticipando per molti versi le denunce del Movimento Cinque Stelle). Ciò non avvenne né, credo ormai, in ambito politico-partitico, potrà mai avvenire.

I partiti ragionano secondo regole fisse, alchimie stantìe e di Potere, senza alcuna onestà morale ed intellettuale, mentre il sottoscritto crede nell'eresia, nell'erotismo e dunque anche nell'erezione, che è aspetto condannato e combattuto dalla “cultura” dominante del Potere-Prepotente-Impotente (PPI).

I Radicali, almeno per ciò che attiene al periodo dei mitici Anni '60 e '70 (e per certi versi '80), furono gli unici a comprendere la necessità di un linguaggio diverso. Un approccio nuovo alla politica-partitica-sclerotica. Introdussero l'arte, l'erotismo, la goliardia nelle loro battaglie di libera-Azione, ovvero di liberazione. Il Partito Radicale fu, per decenni, il partito delle donne, degli ecologisti, degli omosessuali, dei transessuali, delle prostitute, dei libertari, liberisti, libertini, anarcosocialisti, degli spiritualisti e delle pornostar.

Fu il partito del sincretismo fra Sacro e Profano. Dell'intelligenza controculturale che, negli USA, affondava le sue radici nella cultura beatnik, mai approdata davvero (nonostante i contributi di Nanda Pivano) nelle coste della buonista, bigotta, conformista, clericofascista e cattocomunista Italia.

Purtroppo anche i Radicali, con gli anni, si sono mutati e globalizzati. Ovvero inglobalizzati in un sistema conformista-consumista e di Potere al punto che – e non è un caso – oggi Emma Bonino siede al governo della Famiglia Letta-Berlusconi.

Quanto ai verdi, socialisti, liberali e repubblicani, si sono divisi equamente le poltrone elargite loro dal Potere dei Prodi, dei D'Alema e dei Berlusconi, dimenticando totalmente le loro antiche battaglie e oggi rimanendo addirittura con il cerino in mano, visto che non esistono più né verdi, né socialisti, né liberali, né tantomeno repubblicani-mazziniani.

E' anche per questo che ho smesso di andare a votare e farmi prendere per il deretano. La libertà, l'eresia non hanno prezzo.

Mai rinunciare al pensare con la propria testa, attraverso un constante studio ed approfondimento della realtà.

Mai rinunciare a ciò per il Potere, ovvero per quella che chiamano “politica” che, nei fatti, ne è la sua più becera espressione e che da secoli danneggia l'intelligenza umana.


Luca Bagatin



10 ottobre 2013

Radicali sul viale del tramonto e FEMEN in pole position: fotografie lampo by Baglu

Proprio ieri sera (fra un disgusto di "Radio Belva" e l'altro, la peggiore trasmissione pseudo-giornalistica degli ultimi anni) parlavo con un amico di Marco Pannella.
Ne parlavo con grande nostalgia, pensando alle battaglie libertarie degli Anni '60-'70 e '80. A come un partito trasgressivo ed irriverente si sia trasformato in partito ministerialista e governativo, ovvero inutile all'evoluzione umana, prima ancora che politca.
Oggi ricevo una mail dei Radicali che parlano di questa loro nuova "lista democratica, cristiana, socialista e liberale", che avrebbe come simbolo ancora una volta la Rosa nel Pugno.
E, una volta di più, rimpiango il vecchio partito radicale, quello di Pannunzio con la Minerva dal Berretto Frigio e quello con la Rosa nel Pugno listata a lutto.
Un'altra epoca.
Del resto erano ancora viventi, allora, Adele Faccio, Adelaide Aglietta e Roberta Tatafiore.


...e un messaggio ai naviganti
Anche questa volta ci schieriamo dalla parte di FEMEN.
Eroine moderne in un mondo di codardi e pagliacci da Circo Barnum (come Mariano Rajoy e tutti i capi di stato e di governo del mondo)




23 luglio 2013

Solidarietà all'On. Ottaviano Del Turco (forse uno dei pochi politici intellettualmente onesti)


Mi dispiace molto per la condanna a 9 anni e sei mesi di carcere per l'On. Ottaviano Del Turco, che oggi peraltro rivela di avere un tumore da tre mesi e di essere in chemioterapia.
Sono convinto sia innocente e che le accuse che gli hanno attribuito siano del tutto infondate e frutto di una macchinazione.

Dieci anni fa - nel settembre del 2003 - scrissi un articolo per la rivista socialista Mondoperaio ove invitavo all'unità delle forze laiche e libertarie e lo feci per mezzo di un appello che peraltro fu diffuso anche dai Radicali.  In quegli anni, progetti come la "Casa Laica" (di Diaconale, Sgarbi e Barbareschi) e la "Rosa nel Pugno" (di Pannella e Boselli) erano al di là da venire ed anni dopo - fra il 2006 ed il 2008 - proprio al mio progetto si ispirarono (si vedano i numerosi articoli che scrissi, prima e dopo).
L'On. Ottaviano Del Turco fu l'unico che, appena pubblicato il mio pezzo, mi rispose privatamente con questa missiva, che di seguito riporto:

Molte delle sue riflessioni mi trovano d'accordo sig. Bagatin. Altre meno. Alla mancanza di un'area laico-liberal-socialista attribuisco anche un certo inaridimento del clima culturale, in particolare nei piccoli centri di provincia. Sono anche persuaso che le sue considerazioni sui Poli siano pertinenti e per nulla settarie. Mi convince meno l'attribuire ad una "lotta per le poltrone" le nostre divisioni. Le ragioni (parlo per me) sono più profonde e più nobili. Almeno spero. D'altro canto non c'è settarismo nel mio giudizio. Quando si litiga e ci si divide per ragioni nobili, questo aggettivo va diviso per ciascuno dei contendenti. Scriva ogni volta che ha da fare osservazioni acute come quella di oggi. Un saluto cordiale riformista e socialista.
Ottaviano Del Turco


E' possibile leggere il mio vecchio articolo a questo link:

http://lucabagatin.ilcannocchiale.it/print/242499.html



21 luglio 2013

Elogio del gioco d'azzardo




La vita potrebbe essere vista come un gioco.

E ogni gioco, si sa, ha la sua dose di rischio, casualità, fortuna, sfortuna, abilità.

“Il gioco insegna a saper vincere e a saper perdere”, scrive Cesare Lanza nel suo “Elogio del gioco d'azzardo”, pubblicato in edizione limitata per la sua casa editrice “L'Attimo fuggente”.

Un libro apparentemente provocatorio in questo momento di “crisi” e di profonda critica alle sale da gioco, alle slot machines o ai grattaevinci. Un libro che, ad ogni modo, vuole abbattere quell'assurdo pregiudizio sociale, ma anche politico e religioso, che vorrebbe demonizzare il gioco ed in particolare il gioco d'azzardo, quale fosse la causa di tutti i nostri mali.

“La demonizzazione del gioco d'azzardo è sintomo di ignoranza”, scrive Lanza e non a torto, visto che le case da gioco e persino il gioco online proliferano e sono fonte di lavoro, attrazione turistica, nonché di introiti per l'erario.

Piuttosto che pagare una tassa diretta allo Stato, infatti, è molto meglio pagarla indirettamente e volontariamente, per mezzo dell'acquisto di un grattaevinci, oppure attraverso il gioco del Lotto. Allo Stato, infatti, dovrebbe spettare unicamente il compito di evitare che tali giochi finissero nelle mani della criminalità organizzata. Questa, in sintesi, l'analisi di fondo dell'ottimo Lanza il quale si definisce e non a torto “un liberale assoluto” e, personalmente lo condivido in toto.

Cesare Lanza, nel suo saggio, analizza praltro il fatto che il gioco esiste da sempre e da sempre è presente nella Storia dell'uomo, sin dai tempi precedenti alla nascita di Cristo; che il gioco esiste in tutte le società occidentali e che è bandito, invece, nei regimi illiberali e sottosviluppati, ove, peraltro, esiste comunque ma in forma illegale e criminale.

Lanza, peraltro, fa presente quanto nella società italiana il gioco d'azzardo sia diventato motivo di sciocco pregiudizio, al punto che, anche mediaticamente, persino all'attentatore Luigi Preiti (quello che sparò ad alcuni carabinieri di fronte a Palazzo Chigi durante il giuramento del Governo Letta), si affibbino ben due etichette: il fatto di essere “calabrese” ed il fatto di essere “giocatore d'azzardo compulsivo e schiavo delle macchinette”, cosa poi rivelatasi non vera, in quanto il Preiti era un semplice appassionato del gioco del biliardo.

A rincarare la dose del pregiudizio contro il goco d'azzardo anche l'onnipresente Chiesa cattolica e, per questo, il libero pensatore Lanza, pubblica nel suo saggio interi stralci tratti dai discorsi del Cardinale Bagnasco relativi a ciò. Discorsi moralistici ed a questo punto Lanza si chiede perché la Chiesa non dedichi, invece, maggiore attenzione a ben più “raccapriccianti egoismi”, come ad esempio le guerre o la pedofilia, vera piaga che investe la Chiesa cattolica da decenni.

Cesare Lanza, tornando a parlare degli immensi benefici del gioco d'azzardo in termini di posti di lavoro ed economici, per l'erario, fa notare come ad esempio il Governatore dell'Illinois Pat Quinn, abbia introdutto una tassa di scopo sulle licenze dei concessionari di giochi d'azzardo, la quale andrà a favore dei progetti di pubblica utilità, eventi culturali ed investimenti relativi a scuola ed istruzione. La medesima cosa, peraltro, sta avvenendo via via nel nostro Paese, anche se non in maniera ancora così incisiva. Così come, a favore di interventi di pubblica utilità, sono destinati i proventi del gioco d'azzardo nel Regno Unito (28%) ed in molti Stati USA.

Ordunque, senza gioco d'azzardo, si avrebbero minori entrate per l'erario pubblico e, dunque, occorrerebbero maggiori manovre finanziarie e maggiori tasse per i contribuenti. In questo senso sono totalmente fuori luogo le demonizzazioni provenienti dagli ambienti politici ed ecclesiastici del nostro Paese.

L'”Elogio del gioco d'azzardo”, lungi dall'essere un trattato economico relativo al gioco, è un saggio interessante anche per le sue divagazioni in fatto di cultura, arte, letteratura e cinema, relative al gioco d'azzardo e non solo. Da Caravaggio a Cezanne, da Dostoevskij a Scorsese, l'Arte – in tutte le sue forme - è zeppa di riferimenti al gioco ed al piacere umano per il rischio. Rischio che è fonte di piacere e godimento per l'anima, ma solo evitando gli eccessi.

E, a tal proposito, un intero capitolo è dedicato di “Dieci comandamenti” che Lanza, da giocatore consumato, riporta a beneficio del giocatore e che qui riassumiamo:

  1. Stabilire quanto danaro, al massimo, si vuole rischiare.

  2. Non insistere mai, nel gioco, se si inizia a perdere. Nemmeno per tentare di “rifarsi”.

  3. Se si sta vincendo, non temere di osare e rischiare: se si perde non si rischia di rimpiangere la vincita buttata via, in quanto il danaro perduto non era vostro, ma del banco o dei vostri avversari. Viversa, non si vincerà mai, in maniera significativa, se non si avrà mai il coraggio di rischiare.

  4. Non giocare mai se si è stanchi, ubriachi, con i nervi a pezzi o pensando ad altro.

  5. Non fare mai debiti per procurarsi danaro per continuare a giocare.

  6. Essere sempre precisi e gentili con gli impiegati delle case da gioco.

  7. Sino a che non si sta vincendo, puntare sempre la stessa (piccola) somma.

  8. Mettere sempre da parte una piccola vincita.

  9. Mai contabilizzare il danaro vinto o perduto nelle partite precedenti.

  10. Inventarsi un proprio “personale” metodo di gioco.

Questi, in sostanza, i dieci comandamenti che il giocatore Cesare Lanza dà ai suoi lettori, ovviamente dettati dall'esperienza e spesso dal non aver egli stesso rispettato questi punti, pentendosene amaramente.

“Elogio alla follia”, oltre ad essere impreziosito, al centro del volume, da belle fotografie e riproduzioni di opere pittoriche e cinematografiche dedicate al gioco d'azzarzo, presenta un interessante racconto narrativo, già pubblicato dal settimanale “Panorama” quando era diretto da Giuliano Ferrara, ove Lanza racconta di una memorabile partita alla quale ha assistito presso il casinò di Saint-Vincent. Una partita di chemin de fer nella quale è possibile immedesimarsi negli attori, ovvero nei giocatori, nelle loro emozioni, nelle loro frustrazioni, nel loro godimento. Posso garantire che, anche un non appassionato di giochi di carte come me, è rimasto rapito dalla narrazione e dal “brivido” del gioco narrato.

Il volume termina con una carrellata di film con trame incentrate sul gioco d'azzardo e con interessanti Allegati relativi alla lotta alla criminalità in fatto di giochi d'azzardo, oltre che un Allegato relativo ad aneddoti storici scovati nel web, sempre relativi al gioco.

Cesare Lanza è un caro amico di cui condivido profondamente e totalmente lo spirito libertario e fuori dagli schemi. Ho assistito molto volentieri alla presentazione di questo volume, il mese scorso, presso il Palazzo Santa Chiara a Roma, alla presenza, come relatori, del cantautore Pupo, dello psicanalista Domenico Mazzullo, di Vittorio Sgarbi e Paola Binetti. Ho ascoltato la conferenza con grande piacere e, con il medesimo piacere, ho recensito questo agile ed intelligente volumetto.

Penso che, allo stesso modo dell'opera prima cinematografica di Lanza, “La Perfezionista”, andato in onda in seconda serata su Canale 5 esattamente un anno fa, che trattava il tema dell'eutanasia e del suicidio, anche “Elogio del gioco d'azzardo” meriti diffusione, persino nelle scuole.

La lotta al pregiudizio, all'ignoranza, al bigottismo ed alla stupidità parte anche e soprattutto dalla diffusione della cultura e della conoscenza.


Luca Bagatin

*ELOGIO DEL GIOCO D'AZZARDO (tratto da www.cesarelanza.com)

Diego Gabutti su "Sette" e Luca Bagatin sul suo blog http://lucabagatin.ilcannocchiale.it  hanno dedicato al mio pamphlet "Elogio del gioco d'azzardo" due recensioni molto interessanti: potete leggerle, qualora lo vogliate, su www.lamescolanza.com. Desidero ringraziarli (insieme con i recensori del Foglio, del Corriere della Sera e del Giornale) anche perché appartengono alla ristretta categoria di liberi pensatori. Mentre, forse, ipermoralisti e demonizzatori (lo scrivo, credetemi, senza acidità, se no che liberale sarei?) si stanno dimostrando altri colleghi, da cui mi aspettavo qualche riflessione, finora non pervenuta.


Cesare Lanza


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini