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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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26 febbraio 2010

COSTITUITA A PORDENONE L'ASSOCIAZIONE LAICA "GIUSEPPE GARIBALDI"

Dopo mesi di discussioni, strappi, ricuciture, rimpasti, contropasti, dopoipasti, il Partito Repubblicano Italiano della provincia di Pordenone ha costituito l'ASSOCIAZIONE LAICA "GIUSEPPE GARIBALDI".
E' stato nominato referente il sottoscritto e per eventuali contatti inviate pure comunicazione all'indirizzo mail  pripordenone@yahoo.it
Quello che segue è il manifesto costitutivo.

L.B.




MANIFESTO DELL'ASSOCIAZIONE LAICA “GIUSEPPE GARIBALDI”



Mai come negli ultimi anni, in questo nostro Paese, viene messo in discussione il ruolo dello Stato laico e repubblicano quale garante delle libertà civili ed individuali.
Mai come in questi anni sono posti sotto attacco i fondamenti della cultura della tolleranza, della razionalità, della distinzione fra pubblico e privato e del rispetto dell’autonomia, della libertà e della responsabilità individuali.
Mai come in questi anni, nel nome di una malintesa - e spesso in cattiva fede - interpretazione del rapporto fra istituzioni laiche e religiose, è stato vilipeso il senso del sempre valido motto liberale “Libera Chiesa in libero Stato”.
La netta separazione fra religione e morale, fra religione e politica, fra reato e peccato, fra potere temporale e potete statuale, o - meglio ancora – civico, rappresenta l’essenza dello Stato laico che affonda le sue radici nell’Umanesimo, nel Rinascimento, nella Riforma Protestante, nell'Illuminismo e che, nella sua declinazione italiana, è stato affermato e difeso dal Risorgimento e dalla Resistenza, che sono alla base della nostra Repubblica democratica, i cui valori fondanti rappresentano conquiste irrinunciabili.
Ecco dunque, per noi cittadini italiani e nella fattispecie del Partito Repubblicano della provincia di Pordenone, l'esigenza di uscire allo scoperto e costituire un’associazione di Libero Pensiero che faccia propri i valori di laicità e di libertà, ovvero di indipendenza delle Istituzioni da qualsiasi influenza di tipo confessionale, dogmatico o clericale sull'esempio dell'Associazione Nazionale di Libero Pensiero “Giordano Bruno” attiva dal 1906 e delle Consulte per la Laicità delle Istituzioni presenti in ben tre capoluoghi cittadini: Roma, Torino e Trieste.
La laicità ed il libero pensiero non sono un sistema di valori rigido o ideologico. Si fondano invece sul confronto franco e diretto fra idee e valori. Ciò implica che le organizzazioni di ogni tipo rinuncino ad imporre alla sfera collettiva, pubblica e politica, i propri principi religiosi ed i propri valori etici assoluti in quanto limitanti l’autonoma espressione delle individualità.
Lo Stato laico, dunque, è l'esatto opposto dello Stato confessionale o etico. Il laico o liberopensatore che dir si voglia, lungi dall'essere necessariamente un ateo o un agnostico, è un credente in primis nella responsabilità e nella libertà di coscienza del singolo individuo.
Il recente, aspro, confronto sulle terapie di fine vita ed il dibattito parlamentare sul testamento biologico - che vede ancora una volta prevalere assurde ed opportunistiche logiche di parte contro la volontà del singolo individuo-cittadino (il quale dovrebbe invece essere l'unico e solo detentore delle proprie scelte di coscienza) -  è un esempio di come sia sempre più necessario intervenire, anche in forma organizzata, per affermare e difendere i principi di autonomia ed autodeterminazione insiti nel nostro ordinamento. Ecco l’utilità, ovvero la necessità, della costituzione di un’associazione laica, trasversale e che sia punto di riferimento nella nostra provincia per tutti coloro i quali ritengono imprescindibile fra l’altro:

- la libertà di ricerca scientifica;
- l’autodeterminazione dell’individuo nelle scelte di cura e di fine vita;
la tutela delle nuove forme di famiglia indipendentemente dal sesso e dall'orientamento sessuale dei componenti;
- la libertà di procreazione consapevole;
- la garanzia che lo Stato non finanzi né direttamente né indirettamente istituti e scuole confessionali, in un’ottica di rilancio della cultura laica e della scuola pubblica;
- l’affermazione e la difesa del principio liberale della tutela delle minoranze e della libertà di culto;
- il superamento del Concordato e dei vincoli che esso pone alla Chiesa Cattolica ed allo Stato italiano.




26 marzo 2009

Per Antonio Martino il PdL non è un partito liberale


Sono d'accordo con il condirettore de “La Voce Repubblicana” Italico Santoro quando, nel suo articolo di fondo del 18 marzo scorso sul nostro giornale di repubblicani storici, afferma che al convegno di fondazione dell'Associazione Libertiamo – per un'anima libertaria nel PdL – ha avuto ragione Antonio Martino.
Antonio Martino è un liberale della prima ora, figlio del grande ministro del PLI Gaetano Martino.
Antonio Martino è stato fra i fondatori di Forza Italia ed ha tentato in tutti i modi di dare a quel partito un'anima liberale, libertaria e liberista. Con rislutati – invero – sostanzialmente deludenti.
Martino, allo stesso convegno organizzato da Benedetto Della Vedova – come correttamente riportato da Italico Santoro - ha infatti rilevato come il PdL partito unico che sta per nascere: “somiglia al colbertismo, al fascismo, al socialismo, ma non al liberalismo”.
Le prese di posizione del Premier Berlusconi e di suoi Ministri - francamente insospettabili - come Maurizio Sacconi sul “caso Englaro”, e più in generale sui diritti civili sui quali al momento il governo non ha fatto nulla (ancora sulla carta la proposta di Brunetta e Rotondi sulle coppie di fatto ribattezzata “Didore”), ma anche le posizioni di scarsa liberalizzazione del mercato del lavoro e dell'impresa, ci fanno infatti ritenere che la dose di libertà individuali ed economiche del e nel PdL siano scarsissime.
Ci attendiamo, non a caso, più che un Partito Unico, una scissione che porti ad una fuoriuscita dei liberali doc. Lo stesso Della Vedova  dovrebbe cominciare ad aprire gli occhi.
Leader e cervelli liberi e pensanti, in quello che oggi è il PdL, sembrano infatti non mancare. Oltre al critico Gianfranco Fini, oggi si aggiunge anche Antonio Martino.
E chissà che finalmente non ne nasca – nel prossimo futuro - un nuovo, autentico, Partito Liberaldemocratico di massa. Né di destra né di sinistra: semplicemente per le libertà degli individui.

Luca Bagatin



29 settembre 2008

Il ruolo dei Laici e dei Liberali per il futuro dell'Italia



Massimo Teodori, professore di Storia delle istituzioni degli Stati Uniti d'America all'Università di Perugia e già parlamentare del Partito Radicale prima e di Forza Italia poi, con "Storia dei laici nell'Italia clericale e comunista", completa un po' il ciclo di quei libri "clandestini" e "vieti" in quest'Italia, appunto, che ha visto i laici, liberaldemocratici, repubblicani e liberalsocialisti, relegati da sempre in un ruolo marginale. Pur essendo i vincitori della Storia e avendo costruito anche in questo Paese, le fondamenta di uno Stato civile, democratico e liberale.
Altro libro "vieto" è l'ormai quasi introvabile "Il Mondo 1949/66: Ragione ed illusione borghese" di Paolo Bonetti ed edito da Laterza negli anni che furono e che narra l'avventura del liberale Mario Pannunzio, del suo settimanale laico e dei suoi redattori "pazzi malinconici", già provenienti dalle file del Partito d'Azione, del Partito Repubblicano e del Partito Liberale. Nonché i contributi di quei socialisti in dissenso con la linea marxista del Psi di allora.
Massimo Teodori ci regalò anche, non molti anni fa, un volumetto da lui curato dal titolo "L'anticomunismo democratico in Italia: Liberali e Socialisti che non taquero su Stalin e Togliatti", edito dalla Fondazione Liberal ed in cui sono raccolti gli scritti di quei democratici e antifascisti italiani che si opposero con pari forza al comunismo sovietico ed italiano, con le sue violenze ed il suo autoritarismo.
Infine, sempre il Teodori, scrisse un pamphlet di denuncia nei confronti dei cosiddetti "atei devoti" o "laici pentiti", ovvero tutti quei politici e intellettuali che, partendo da posizioni laiche o financo atee, si ritrovano oggi a reggere la veste del Papa dei cattolici e plaudono alle sue ingerenze nella politica dello Stato Italiano.
Con "Storia dei laici", abbiamo ulteriormente modo di approfondire un antico filone storico e culturale che ha le sue radici nel Risorgimento mazziniano, garibaldino e cavouriano e che prosegue nella costituzione delle prime Società Operaie di Mutuo Soccorso da una parte e nell'edificazione dell'Italia Liberale dall'altra.
E così, la lotta al fascismo prima in nome della Repubblica ed al comunismo in nome della Libertà e dei valori occidentali passando per la lotta ai monopoli, ai Poteri Forti, alla speculazione edilizia, per il divorzio e la suola pubblica.
E così si va da Salvemini a Pannunzio, da Ernesto Rossi a Luigi Einaudi e Ugo La Malfa.
Pazzi malinconici, ma mai velleitari. Lucidi sognatori in perenne dialogo ed al governo con la Democrazia Cristiana, ma capaci di offrire un'alternativa ed un'argine laico ed occidentale ad essa ed al suo clericalismo imperante.
I laici di allora sognavano una Terza Forza liberaldemocratica e liberalsocialista che li unificasse. Il progetto fallì miseramente, spesso a causa di divisioni e gelosie dei vari partiti di riferimento.
Una riflessione sulla situazione attuale si impone.
Io sono fra coloro i quali ritengono che non si possa minimamente stare dalla parte dell'attuale opposizione di matrice cattocomunista e inconsistente su tutti i fronti, oltre che alleata ad un partito reazionario come l'Italia dei Valori.
L'attuale governo Berlusconi non è la panacea di tutti i mali, ma ha saputo dimostrare di risolverne taluni con misure liberali e financo socialiste: dalla cosiddetta Robin Tax sui petrolieri, alla lotta ai fannulloni, alla detassazione degli straordinari, all'emergenza rifiuti in Campania, alla recente proposta di Brunetta in favore dei diritti alle coppie di fatto.
Non a caso gli storici partiti laici (dal PLI al PRI al Nuovo PSI ai Riformatori Liberali) hanno, negli anni, preferito sostenere sempre la CdL o il PdL piuttosto che l'Ulivo o il Pd.
Certo, trattasi di un governo a sovranità limitata (Berlusconi non è eterno) e con, ahinoi, forti componenti reazionarie e sfasciste (penso alla fallimentare e proibizionista "guerra alla droga" o alla "guerra alle puttane e relativi cllienti").
E' per questo che oggi si può e si deve costruire l'alternativa per l'alternanza (come diceva Pannella, peccato che lui sia così confusionista da essere finito in pasto ai nipotini di Berlinguer e di Dossetti).
L'alternativa a partire dal sostegno contingente a questo governo, ma per garantire, nell'arco dei prossimi 5-10 anni, un'alternanza alla conservazione del PdL.
Per costruire un vero Partito della Libertà, della Laicità, della Democrazia Liberale. Un partito ancorato all'Internazionale Liberale e all'ELDR e che possa finalmente garantire anche all'Italia un vero bipolarismo o bipartitismo, se è questo che la maggioranza degli italiani vuole.
Ma un vero bipartitismo-bipolarismo, presuppone l'esistenza di culture politiche omogenee e radicate nella Storia dell'Europa e dell'Occidente.
E quindi: Liberali contro Conservatori.
Mi viene in mente la Gran Bretagna, ma anche la Francia, ove i laburisti e i socialisti hanno perso tutto il loro appeal riformatore, mentre i liberali avanzano. Portatori di nuovi diritti, di nuove opportunità individuali e quindi sociali.
In Italia la cosiddetta sinistra ha spazzato via il Partito Socialista prima, osteggia da sempre i Laici e i Liberali e, quando decide di fare opposizione, si appella al parolaio Di Pietro e ai suoi girotondi modaioli.
E' anche per questo che i Laici e quindi i Liberali di cui parla anche Massimo Teodori nel suo saggio, forti della loro Storia e cultura di governo, avrebbero la possibilità di fare un salto di qualità.
Non tanto e non solo per il loro bene, quanto per quello dell'Italia che altrimenti non conoscerà mai più una vera alternanza di governo capace di garantire il futuro a tutti noi ed alle generazioni future.

Luca Bagatin



29 agosto 2008

APPUNTO SULLA PRIMAVERA DI PRAGA


Ecco perché ancora una volta l'On. Walter Veltroni dovrebbe rinfrescare la sua di memoria.
Ecco perché l'On. Walter Veltroni dovrebbe abiurare al suo passato e dire la verità sui suoi "compagni", oggi "amici democratici".
Democratica era anche la Repubblica "Democratica" Tedesca. Peccato che quel "democratico" significasse "sovietico" ovvero "fascista rosso". Così come "democratico" era il Fronte "Democratico" Popolare che vide uniti i comunisti di Togliatti e i socialisti filo-sovietici di Nenni nelle elezioni politiche italiane del 1948 (nelle quali furono fortunatamente sconfitti).
Eh sì, bello essere "democratici" come il confusionista Barack Obama che ancora non ha deciso se andare a braccetto con i terroristi oppure no.
E così l'On. Veltroni inneggi pure a Obama e anche a quel Kennedy che fece piazza pulita dei vietcong. Bell'esempio di "democrazia". Tanto per non dire che il Pci di Berlinguer era amico dell'Urss (dalla quale comunque pigliave i finanziamenti).
All right, mi fermo qui.
Cedo la parola all'amico Lanfranco Palazzolo collaboratore di Radio Radicale e della Voce Repubblicana che, con l'articolo che segue, ci apre nuovamente gli occhi sul Pci e sulla sua bella storia "democratica" di cui, ahilui, anche l'On. Veltroni fa parte.

Luca Bagatin

Appunto sulla Primavera di Praga

20 agosto 1968:
Quel silenzio dei compagni comunisti
di Lanfranco Palazzolo

Diciamo la verità. Questo anniversario dell'irruzione dei carri armati Sovietici a Praga è passato in sordina su alcuni quotidiani. Adesso tutti diranno che la posizione del Pci fu lungimirante perchè il Partito comunista italiano aveva criticato quell'azione militare con la celeberrima formula del "grave dissenso".
Eppure i compagni del Pci furono i primi ad essere informati di quello che stava accadendo a Praga. Perchè non lanciarono l'allarme su quell'attacco e rimasero in silenzio?
Ma vediamo dove si trovavano in quel momento i dirigenti del Pci. Emanuele Macaluso era in vacanza in Urss, il segretario del Pci Luigi Longo si trovava a Dobi, vicino Mosca, Giancarlo Pajetta si trovava tra Odessa e Yalta. Il funzionario di turno del Pci il 20 agosto del 1968 è Armando Cossutta che viene chiamato, insieme a Maurizio Ferrara, dall'ambasciata sovietica che deve dare una comunicazione urgente al Pci. A dare questa comunicazione è l'ambasciatore Nikita Rijov. Sono le 19.30 di quel giorno. L'ambasciatore sovietico riceve Armando Cossutta e gli altri funzionari comunisti e, tra un pasticcino e l'altro, gli spiega che i carri armati sovietici stanno per entrare a Praga. Cossutta gli chiede chi ha dato quell'ordine. L'ambasciatore Rijov non specifica. L'atmosfera è imbarazzante. I funzionari comunisti se ne stanno per andare quando ad un certo punto l'ambasciatore gli corre dietro pregandogli di non dire niente a nessuno. C'è stato un semplice errore di comunicazione. La notizia è coperta da embargo. L'ambasciatore non aveva letto bene il telex da Mosca.
A quel punto Maurizio Ferrara ed Armando Cossutta sono gli unici dirigenti occidentali a sapere quello che nessun altro funzionario di un partito comunista occidentale conosce. Cossutta e Ferrara corrono a l'Unità e si mettono in contatto con i funzionari di partito e i corrispondenti de l'Unità che si trovano a Mosca: "Qualcosa di nuovo?". La risposta è: "No, non è accaduto nulla". Ma alle 02.00 di notte del 21 agosto arriva il primo flash di agenzia: "Truppe corazzate del Patto di Varsavia convergono su Praga". I compagni del Pci hanno rispettato la consegna del silenzio. Spetta alla dirigenza del partito scrivere il comunicato sul "grave dissenso" del Pci. Lo stesso "grave dissenso" del Partito comunista rumeno.
Ma tale dissenso non servirà certo a rompere con Mosca. Anzi, a ribadire che l'Italia - come disse qualche giorno dopo Pietro Ingrao alla Camera - doveva uscire dalla Nato......




20 giugno 2008

GRAZIE LANFRANCO !


Vorrei pubblicamente ringraziare l'ottimo amico Lanfranco Palazzolo, redattore di Radio Radicale e collaboratore della Voce Repubblicana, che ho avuto modo di conoscere meglio avendolo incrociato pochi giorni fa sul blog di Mauro Suttora.
Lo ringrazio immensamente per un gesto di simpatia davvero inaspettato non conoscendoci personalmente: ovvero per l'avermi regalato e inviato direttamenta a casa il volume "Contro i crimini di Regime", la raccolta di discorsi parlamentari di Marco Pannella dal 1980 all''86 da lui curato e pubblicato recentemente dalla Kaos Edizioni.
A Lanfranco, nonostante l'irruenza verbale con cui bacchetta sempre l'ottimo Suttora (anche se certa "irruenza" ci accomuna), voglio molto bene e lo seguo da anni su Radio Radicale e sulla Voce Repubblicana alla quale sono orgogliosamente abbonato da più di qualche anno.
L'ho anche sostenuto per le elezioni amministrative di Roma (mia città natale) del 13 e 14 aprile scorsi, ove si è candidato nelle file del Partito Repubblicano Italiano contro lo sfascismo di Veltroni & so(r)ci.
Che dire, a presto caro Lanfranco, amico e compagno di partito.

Luca Bagatin



31 marzo 2008

Un voto a Lanfranco Palazzolo candidato Repubblicano al Comune di Roma



Roma Caput Mundi.
Roma Capitale d'Italia e città natale di Luca Bagatin che lì vi passò anche qualche Pasqua, da bambino.
E così non potevamo esimerci dal dare un'indicazioncina di voto, sommessamente, per quanto concerne le Comunali di Roma che si disputeranno il 13 e 14 aprile prossimi.
Il nostro sostegno è tutto proteso verso l'ottimo giornalista Lanfranco Palazzolo (http://it.wikipedia.org/wiki/Lanfranco_Palazzolo), redattore di Radio Radicale e della Voce Repubblicana nonché curatore di laicissimi e liberalissimi volumi che raccolgono i discorsi politici di Enzo Tortora, Marco Pannella e Leonardo Sciascia tutti editi dalla Kaos Edizioni.
Lanfranco Palazzolo sarà candidato nelle liste del Partito Repubblicano Italiano e dichiara: "Dopo i primi due mandati di Rutelli al Comune di Roma penso sia un passo indietro ripresentarlo in Campidoglio. L'ex sindaco ha pensato ad una Roma giubilare ritenendo di curare solo gli interessi del Vaticano. Oggi Roma deve pensare a sé stessa e diventare più laica".
Un voto laico e liberale alle amministrative romane.....perché no ?

Luca Bagatin



10 gennaio 2008

Renato Traquandi ed il suo Ideario Repubblicano


Renato Traquandi di Arezzo è militante del Partito Repubblicano Italiano di lungo corso, nonché parente stretto dell'eroe del Partito d'Azione Nello Traquandi, le cui spoglie mortali riposano nel cimitero di Trespiano accanto a quelle di Carlo e Nello Rosselli, Ernesto Rossi e Gaetano Salvemini.
Assieme ad Aldo Chiarle (per quanto riguarda la tradizione socialista), al prof. Nicola Terracciano (per quanto riguarda la tradizione azionista) e a Massimo Teodori (per quanto riguarda il liberalismo radicale), è una delle mie "icone laiche": un "mostro sacro" di passione politica e culturale e per questo non posso fare a meno di conservare ogni suo appassionante articolo che leggo sulla Voce Repubblicana.
Con Renato, sino a che non ha cambiato indirizzo di posta elettronica (non conosco ancora quello nuovo), ci siamo sentiti in più di un'occasione per scambiarci alcune opinioni e debbo dire che mi piacerebbe molto conoscerlo di persona per stringergli fraternamente la mano.
Il suo ultimo articolo, apparso sempre sull'organo ufficiale del PRI il 2 ed il 3 gennaio, è quello che segue: una vera e propria immersione nella cultura mazziniana con gli occhi e l'esperienza di uno la cui scorza è bella coriacea !


Luca Bagatin


Ideario Repubblicano

Ho aspettato due settimane dal convegno di Milano della Voce Repubblicana, egregiamente tenuto alla fine del mese di ottobre del corrente anno, con lusinghieri risultati, prima di mettermi al computer e buttar giù quanto nei miei pensieri si andava arroccando da mesi.
In altri ambienti e in circostanze analoghe, persone alquanto a noi affini sovente si interrogano sui quesiti dell’esistenza, fornendo, ciascuno a suo modo, risposte variegate sul “ chi siamo, da dove veniamo, dove vogliamo andare?”
In questo tempo il Partito Repubblicano Italiano, pur mai stato un partito così detto “ di massa”, è pressoché ridotto ai minimi termini, e non soltanto rispetto al consenso elettorale, ma per le esigue risorse e la scarsa presa che ancora riesce ad ottenere sul fronte della agorà culturale, nazionale e non solo.
Sono passati oltre dodici decadi dai patti di fratellanza, dalla scapigliatura repubblicana, dall’economia associazionista, ed oggi ancora il nostro Partito può fregiarsi, senza peraltro essere smentito da chicchessia, di essere il più antico tra le formazioni politiche italiane.
Certo che si, dal 1885 ad oggi, la società italiana è profondamente mutata, ed anche il P.R.I. non è più quello che aveva posto al primo punto del suo programma la forma repubblicana dello Stato.
Nato come partito formato da piccoli coltivatori, mezzadri, artigiani e piccoli funzionari statali, in alcune regioni particolarmente ostili al potere papale e regio, come la Romagna, le Marche, il Lazio e la Sicilia, presto divenne un partito di respiro nazionale, in cui militavano anche operai, impiegati, imprenditori ed intellettuali, assieme a qualche, se pur minima, presenza di militari di carriera.
La crescita delle attenzioni verso le tematiche mazziniane e risorgimentali è sempre stata vivace e penetrante, nelle variegate categorie che nel corso dei decenni si sono andate formando nella società italiana. Se, dal 1831 al 1848, l’esigenza primaria era l’Italia una, libera, repubblicana, dalla prima guerra di indipendenza alla prima guerra mondiale l’impegno dei molti “progressisti” si incentrò sullo stato sociale delle classi e sulle rivendicazioni operaie, le quali, sì, erano state ben messe in evidenza da Giuseppe Mazzini, ma che non avevano ne il tempo ne la voglia di evolversi attraverso la cultura e le buone azioni prospettate dalla democrazia.
Questo determinò situazioni di autentico disagio tra militanti formatisi al repubblicanesimo per eredità familiare o frequentazioni di ambienti a loro compatibili e i nuovi aderenti, attratti da generica simpatia o solidarietà per gli atteggiamenti di attenzione ai problemi politici, economici e sociali, ma privi di maturazione ideologica.
Durante tutto il periodo dello stato monarchico, pervicacemente tenuto dalla famiglia francese dei Savoia, poco amata dalla quasi totalità degli italiani, capitava spesso di sentire militanti del partito repubblicano che sostenevano tesi classiste o liberiste, alcuni si dichiaravano libertari, incentrando la principale ed accanita loro lotta sul problema dei rapporti stato – chiesa.
E’ in quei decenni che nascono gli antagonismi e le contraddizioni; i sudditi giustamente reclamano diritti, riconoscendo alla dinastia sovrana il tributo dei doveri cui si assoggettano, e quasi non si accorgono di assumere posizioni in netto contrasto con la dottrina storica del P.R.I. , che non ha dogma univoci, come la presa del potere da parte delle masse operaiste predicata dal marxismo, ne la fede necessaria a credere in redenzioni ultraterrene, come il clero asserisce.. Il P.R.I. non ha schemi prefissati, manifesti da divulgare, testi sacri da esporre a laudazione, non presuppone schemi prefissati, regolamentazioni utopistiche, meccanicismi deterministici: sotto questo aspetto il P.R.I. è il vero erede della grande polemica tra Mazzini e Bakunin e prende le distanze dai tanti seguaci di Marx e Engels.
Ovviamente il P.R.I. una sua dottrina ce l’ha, eccome! Non si tratta comunque di utopia solitaria e agguerrita come quella social comunista, ne tanto meno della rassegnata vocazione al martirio di chi crede che la sofferenza terrena sia il viatico per il futuro celestiale della post mortem, bensì del maturato convincimento che una preparazione culturale, impermeata sulla conoscenza ed il progresso scientifico, costituisca la base, in un ambito storico geografico quale quello italiano, per il benessere di una comunità integrata.
E’ divenuto luogo comune tra gli storici definire la prima guerra mondiale combattuta sul fronte del Carso, sull’Isonzo e sul Piave, come “ quarta guerra di indipendenza”, tagliando corto, con questa lapidaria definizione, ai disagi delle popolazioni della Corsica, dell’Istria, e delle altre numerose zone dove forte è l’identità italiana.
I carbonari, gli aderenti alla Giovine Italia, i Martiri di Belfiore, i fratelli Bandiera, Mazzini e il giovane Garibaldi si erano fatti tutti un’idea diversa di come dell’Italia, una, libera e quindi repubblicana e nel 1919 ancora non c’era ne il tempo ne la voglia di prospettare ai più, e quindi raggiungere democraticamente questo obiettivo.
Scrisse Giuseppe Tramarollo, mitico e ineguagliabile presidente, nel periodo tra il 1970 e il 1980 della Associazione Mazziniana Italiana, che per tal motivo era componente d’onore del Consiglio Nazionale del Partito che quella distinzione faceva del partito fondato da Giuseppe Mazzini “… una formazione che può trovare similarità, ma non identità fuori della penisola. Per il P.R.I. non ci sono possibilità di adesioni dottrinarie e disciplinari come la internazionale socialista o quella liberale o quella cristiana, per non parlare del rapporto internazionalista dei partiti comunisti. Al Parlamento Europeo di Strasburgo i deputati repubblicani, dopo aver aderito, per necessità di collocazione, al partito socialista, hanno potuto benissimo aderire a quello liberale, trovandosi, però, parimenti a disagio.
Questo fa del P.R.I. una formazione storica, e non storicista, estremamente diffidente delle ricette universali valide per tutti i tempi e per tutti i paesi; viene da qui la critica mazziniana al socialismo utopistico anglo tedesco francese che è ben sintetizzata nell’avvertimento ai delegati del Congresso di Roma del 1871 delle Società Operaie , da cui uscì il celebre Patto di Fratellanza, che è la prima organizzazione nazionale del lavoro italiano:….. ^^ Se l’emancipazione operaia è universale, le diverse condizioni dei popoli fanno diversi i modi e a ciascun popolo appartiene essenzialmente il segreto della scelta di quei modi^^.
Riconosce però che solo nella fase della trasformazione dei sistemi, utili alla perdita dei poteri monarchici e clericali, con l’avvento della democrazia e della tecnologia, che sono prodotti della cultura e della ricerca scientifica, la pregiudiziale del territorio e della popolazione ivi cresciuta resti valida.
Bisogna diffonderlo a chiare lettere che fu Giuseppe Mazzini ad intuire che solo per un determinato lasso di tempo la storia umana sarebbe stata determinata dal concetto etico politico delle nazionalità., cioè in volontà politiche definite linguisticamente, etnicamente, territorialmente….
“ La Patria sacra, oggi, sparirà forse un giorno, quando ogni individuo rispecchierà in se la coscienza dell’umanità”.
Ancor oggi, in piena globalizzazione, e lo dimostrano le recenti vicende della decolonizzazione e de il sorgere dei paesi denominati “terzo mondo”, la nazionalità dei popoli è ancora viva e vitale, con le sue degenerazioni come nazionalismo, imperialismo, razzismo.
Nella disgregazione dell’imperialismo sovietico forte è stato il ruolo, quasi sempre vincente, della nazionalità, che mai era stata domata dal bolscevismo russo, che in settant’anni di potere assoluto aveva praticato un vero e proprio genocidio linguistico, oltre che umano.
Mazzini, dunque, aveva disconosciuto il potere in mano alla chiesa, senza mai rinnegare Dio, cui soleva coniugare i termini Patria e Famiglia, ed ancora non accettava i fermenti internazionalisti, riconoscendo al contempo con l’intuizione della Terza Roma e La Giovine Europa, i cui postulati già presagivano l’abbattimento dei confini.
Terzo carattere del repubblicanesimo è il “laicismo”, che non significa affatto anti clericalismo, divieto a svolgere e divulgare gli insegnamenti religiosi, ma presa di distanza tra i problemi dello spirito e la gestione della società civile; il Campanile per nutrire l’anima e la Torre Civica per custodire al meglio la persona fisica, secondo la tradizione umanistica classica.
All’opposto della concezione laica dello stato c’è il modello confessionale.
Confessionali sono l’attuale stato italiano, come quello spagnolo, confessionali sono gli stati arabi, che fondano la società civile sul diritto cranico, confessionali sono i paesi marxisti, che hanno una pedagogia, una estetica, una morale, prettamente di stato.
L’ideale repubblicano laico è quello dell’articolo 7 della Costituzione Repubblicana Romana del 1849 che recita: “ Dalla credenza religiosa non dipende l’esercizio dei diritti civili e politici”.
Anche il 1° emendamento della Costituzione U.S.A. è per noi positivo: “ Il Congresso mai potrà fare alcuna legge per il riconoscimento di qualsiasi religione, tanto meno proibirne il libero culto”.
Pertanto ribadiamo con fermezza che il laicismo professato dal P.R.I. non è indifferenza di fronte alla esigenza religiosa dello spirito umano; questo atteggiamento nasce invece da una concezione religiosa della vita umana, che rispetta la personalità nei suoi diritti individuali ( libertà civili) e nelle formazioni sociali ( famiglia, partito, associazione, chiesa).
Dalle cose dette fin qui, allora, il P.R.I. è un partito mazziniano? Solo al Vate si ispirano tutti coloro i quali in questo partito operano?
Certo, nella cultura repubblicana in alta considerazione sono tenuti gli insegnamenti mazziniani, ma come ben sanno i tanti che in questo partito militano, nel P.R.I. è ben presente l’illuminismo di Cattaneo, così come non sono mai stati cestinati i contributi di Bovio con il suo idealismo, il positivismo di Ghisleri e Conti, il patriottismo militaresco di Pacciardi. Se si riconosce la funzione portante del Mazzini per l’unità d’Italia, e si è laici e democraticamente portati al confronto culturale delle idee, oltre che favorevoli alla divulgazione ed allo sviluppo della ricerca scientifica, si può benissimo essere repubblicani.
Non è invece possibile essere repubblicani del P.R.I. e marxisti, repubblicani e anarchici, come invece è possibile essere repubblicani e credenti, facendo fare al cervello un sano lavoro di selezione con il sale del ragionamento.
Un altro concetto respinto dal repubblicanesimo italiano è quello di sovrastruttura: diritto, morale, arte non sono sovrastrutture dell’unica determinazione economica, ma categorie universali e permanenti, anche se i contenuti variano secondo una precisa evoluzione storica. Nell’ambito di questa concezione antimaterialistica, antideterministica, antimeccanicistica c’è ampio spazio per il liberalismo economico di Cattaneo, come per molti postulati del socialismo democratico nord europeo. Contro il concetto totalitario : “Tutto nello stato, tutto per lo stato, nulla contro lo stato”, il repubblicano contrappone il motto mazziniano: “ Tutto per l’associazione nella libertà”.
Secondo l’etica repubblicana non è l’economia la forza trasformatrice del mondo ma l’educazione e la conoscenza, entrambe incentrate nel sistema scolastico prima e nelle forme associative ( circolo, partito, sindacato) e istituzionali ( enti locali, legislazione statale, pubblica e privata gestione delle risorse. L’educazione scolastica resta fondamentale e spetta allo stato, almeno nella fascia dell’obbligo, per formare i futuri cittadini ed abituarli a capire il mondo che li circonda.
Possiamo dunque concludere che il P.R.I. è l’opportunità della cultura laica per il senso dello stato e garanzia primordiale, perché senza repubblica non c’è piena democrazia, non c’è piena libertà, non c’è progresso sociale, non si risolvono i disagi civili e le problematiche di sviluppo del mezzogiorno.
Quale funzione può avere oggi il P.R.I.?
Esiste una continuità di comportamenti dei partiti politici italiani sul proscenio partitico; tuttora il consenso viene ricercato secondo il principio del voto di scambio. Il cittadino elettore domanda soddisfazioni: la promozione nel posto di lavoro, l’aumento di stipendio, la pensione, l’occupazione dei rampolli, la licenza edilizia, la pratica di condono, il posto al ricovero per l’anziano genitore, e le mille e mille altre soluzioni ai problemi di tutti i giorni. E le segreterie politiche si organizzano e promettono l’interesse e la probabile soluzione.
Il P.R.I. offre agli elettori la possibilità del “ voto della ragione” come Giovanni Spadolini definiva il consenso che al P.R.I. arrivò nel primo lustro degli anni “80”, quando venne superata la vetta altissima del 5%.
Già Ghisleri, Conti, Pacciardi e La Malfa avevano identificato per il P.R.I. una funzione illuministica, contro ogni genere di fanatismo e ogni minaccia all’unità nazionale.
Ghisleri diceva che “…il P.R.I. è depositario di una dottrina più culturalmente avanzata perciò liberatrice ed antagonista di quella marxista e di quella cattolica”, ponendolo in prima linea contro il male maggiore di oggi, che è quel modo di agire reso celebre dal principe di Lampedusa e dal recente film Il Vicerè. Ricordate? Cambiare tutto per non cambiare nulla.
Brigare così, parlando di voler procedere a fare riforme, per poi partorire sgangherate soluzioni a vantaggio dei soliti noti, non porterà alcun vantaggio al Paese.
Dall’una e dall’altra parte delle sponde del bipartitismo si continua a parlare e a discutere dell’aria fritta e del sesso degli angeli.
Sta al Partito repubblicano Italiano rompere ogni indugio e porre all’elettorato risoluzioni al modello di società, di economia, di organizzazione dello stato per l’energia, l’ambiente, il sociale, il diritto al lavoro e ad una vecchiaia serena.
Oltre che un patrimonio da salvaguardare abbiamo una reputazione da difendere!

Renato Traquandi



1 dicembre 2007

Da "La Voce Repubblicana" del 27 novembre 2007

NEL MIGLIORE DEI MONDI POSSIBILI by Candide


Sembrerà strano, ma Giuseppe Mazzini sta diventando di moda.
E' spesso citato, celebrato e qualche volta è persino studiato in ambienti e da persone che fino a ieri ne ignoravano anche il nome.
Destino beffardo. Nei centoquarantasette anni che ci separano dalla pubblicazione dei "Doveri dell'uomo", il suo "Dio, Patria e Famiglia" è stato quasi sempre irriso e relegato a credo da una piccola e fastidiosa minoranza, come sanno bene i lettori di questo giornale.
Ma le cose non vanno meglio quando quella massima diventa invece popolare e plebiscitaria. E' accaduto col fascismo che fece di "Dio, Patria e Famiglia" una tragica caricatura, fondando su di essa l'esatto contrario di ciò che Mazzini voleva e sognava. Accade oggi, in forma più tenue, ma non meno irritante, analoga mistificazione.
Confondono Dio col clericalismo, la famiglia con l'assistenzialismo e la patria con la nazionale di calcio.
E in nome di tutto questo, disinvoltamente e serenamente, citano Mazzini.



10 novembre 2007

La necessità dei Laici e dei Liberali di organizzarsi

Vorrei qui di seguito sottoporvi quest'ottimo intervento del prof. Massimo Teodori (il cui sito web è fra l'altro inserito fra i link del mio blog nella colonna alla vostra sinistra), ex parlamentare ed attivista liberale storico, il quale con semplicità di linguaggio delinea una concreta prospettiva politica per i laici, i democratici (quelli veri !) ed i liberali italiani pur in quest'Italia arretrata sotto ogni punto di vista "grazie" agli illiberali della destra e della sinistra nostrane ed alle loro (in)culture politiche (clericali, fasciste, comuniste).

Luca Bagatin


I compiti dei Liberaldemocratici Intervento al recente convegno di Milano

Identità, autonomia, necessità di organizzarsi

Intervento al convegno milanese "Verso la Costituente Liberaldemocratica Europea", 26 ottobre 2007, organizzato dalla Voce Repubblicana.

di Massimo Teodori

Il problema dei membri della famiglia liberale oggi – intendendo con questo termine l'intero arco dei liberali, liberaldemocratici e, più in generale, dei democratici-laici come i repubblicani – non è di sottolineare le differenze che li dividono al loro interno in politica economica e sociale, ma al contrario di accentuare le grandi differenze che li separano dai non-liberali: statalisti, corporativisti, consociativisti, clericali, ecc. Per quanto grandi siano le distanze che dividono i liberisti dai keynesiani, i moderati dai progressisti, i moderati laici dagli accaniti anticlericali, esse sono sempre assai minori dalle distanze che li separano dai non liberali.
Nel dopoguerra la famiglia liberal-democratica ha contato sempre e solo – anche se poco – quando si è affidata alle proprie forze. Nella prima repubblica ha contato un po', quanto ad efficacia politica, e non per testimonianza ideale, allorché operavano i partiti cosiddetti "minori" – Pli, Pri e Psdi – condizionando prima il centrismo di De Gasperi e poi il centrosinistra con il Psi. I radicali, poi, negli anni Sessanta e Settanta fino a metà anni Ottanta hanno aggiunto l'efficacia della leva esterna dei referendum e dei movimenti extraparlamentari che sostenevano l'azione istituzionale fino a quando Pannella non si è avvoltolato sul suo ego ipertrofico.
In realtà, nei quarant'anni della Repubblica i democratici laici hanno contato ancora meno del loro peso elettorale (complessivamente oscillante tra il quarto e il quinto dell'elettorato comprendente anche il Psi da quando è divenuto autonomo dal Pci) a causa della loro frammentazione nella società e nelle istituzioni. Gli azionisti prima, Saragat, La Malfa e Malagodi poi, sono stati più interessati alla loro specifica identità che alla formazione di una grande forza liberaldemocratica europea contrapposta a democristiani e comunisti. Bettino Craxi l'ha tentata ma è andato a finire come tutti sanno. Pannella ha sprecato il credito che aveva acquisito nel paese inseguendo fumisterie e narcisismi.
E' vero che nella seconda Repubblica il bipolarismo con l'alternativa è stato una grande conquista politico-istituzionale che ha completato in qualche modo la democrazia italiana dopo gli anni del sistema bloccato proprio per mancanza di alternativa. Ma, contrariamente a quel che molti di noi speravano con la fine dell'unità politica dei cattolici nella Dc, l'efficacia in pratica della politica liberaldemocratica è spaventosamente diminuita sia quando ha governato il centrodestra che quando ha guidato il paese il centrosinistra.
L'uno è divenuto un coacervo clerico-moderato-corporativo e l'altro un distillato dei peggiori vizi democristiani di sinistra e comunisti. E le presenze individuali dei liberali in entrambe le coalizioni, per quanto rispettabilissime, non hanno dato alcun risultato in termini di politica liberale. Potevamo che sperare che così non fosse, ma non possiamo nascondere che questo è il vero bilancio della stagione del bipolarismo della Seconda Repubblica.
Il nostro problema oggi si può ridurre - schematicamente – a tre concetti: identità, autonomia, autorganizzazione.
L'identità significa che i nostri partiti, gruppi e personalità devono attestarsi su pochi e qualificanti punti da tenere ben fermi, sia in politica istituzionale che in politica economica e sociale e nell'area delle libertà e dei diritti civili.
L'autonomia riguarda l'obiettivo da perseguire: prima di qualsiasi alleanza, intesa e patto in qualsiasi direzione, è indispensabile costituirsi in soggetto politico autonomo ben riconoscibile, pragmatico, non velleitario, fermo non solo sui propri valori ideali - che sono quel che sono – ma anche sui propri obiettivi politici.
Autorganizzazione significa che occorre dare braccia e gambe capaci di agire e camminare in autonomia nella lotta politica e non solo nella battaglia delle idee. Questo non significa splendido isolamento e integralismo ma soltanto che le intese, i patti e le alleanze si fanno dopo e non prima che si sia verificata la possibilità di camminare da soli.
So bene che la questione delle leggi elettorali è l'imbuto attraverso cui deve passare un soggetto politico autonomo. Ma questo aspetto, per quanto essenziale e condizionante, va affrontato dopo che si è verificato se e come deve vivere un autonomo soggetto liberaldemocratico identitario. Altrimenti non saremo altro che dei postulanti presi a calci nel sedere.
Il dramma dell'Italia è sempre stato la mancanza di una forza liberale modernizzatrice europea per cui siamo stati sempre in balia di comunisti e post-comunisti, democristiani e post-democristiani, di fascisti e post-fascisti. Ciò è dipeso anche dall'indole dei leader della famiglia liberaldemocratica, attenti più alle proprie pulsioni esistenzial-individualistiche che non all'interesse generale del paese per efficacia politica.
Anche oggi sono personalmente scettico che si riesca a fare qualcosa. Se tuttavia vi è un certo numero di forze, di gruppi e di persone, per quanto minoritarie, che vogliono fare questa scommessa senza la riserva mentale di andare a bussare individualmente alla porta di questo o di quello, il gioco vale la candela. Come ho fatto per cinquant'anni della mia vita politica, sempre impegnato nell'avventura dell'unità laico-democratica per l'affermazione dei valori liberali, dichiaro che non posso non essere della partita.


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini