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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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29 aprile 2010

Le scorrettezze giornalistiche de "Il Secolo d'Italia" (non sarà pensiero unico ?)



Domenica scorsa ho pensato di inviare a "Il Secolo d'Italia" - organo ufficiale di Alleanza Nazionale - l'articolo che ho scritto e pubblicato sul mio blog del 22 aprile scorso, dal titolo: "Costruire con Gianfranco Fini l'alternativa Gollista e Liberaldemocratica per l'Italia".
Ho deciso di inviarlo senza pensare peraltro che l'avrebbero pubblicato, ma mi sembrava doveroso alimentare il dibattito nel principale organo di riferimento del Presidente della Camera.
Il mio pezzo è stato pubblicato martedì 27 aprile, ma, con mia somma amarezza, oltre ad essere stato tagliato nelle sue parti fondamentali (ove proponevo un'alleanza fra finiani, laici, liberali, repubblicani, Udc ed Api), è stato anche completamente stravolto per quanto concerne i contenuti.
Piuttosto che incorrere in certe scorrettezze, infatti, sarebbe stato preferibile che il pezzo in questione non fosse pubblicato.
Ad ogni modo, passo ad evidenziarvi le frasi/concetti "incriminati".
La redazione de "Il Secolo d'Italia" ha modificato - stravolgendola - la mia frase: "Gianfranco Fini, è vero, proviene dalle file del principale partito della destra italiana. Un partito, il Msi prima e An poi, che certo non ha mai avuto nulla a che spartire con la destra liberale europea" con la frase: "Fini, è vero, proviene dalle file del principale partito della destra italiana. Un partito, il Msi prime e An poi, che certo non ha mai avuto nulla a che vedere con la gestione del potere".
Ma quando mai ? Il Msi, partito neo-fascista, non si sarà mai spartito poltrone, ma era un partito di picchiatori che i liberali li schifava alquanto. Ed An non è certo partito che non ha gestito o che non gestisce il potere. Anzi.
In seconda battuta, quelli de "Il Secolo d'Italia", hanno pensato bene di "annacquare" la mia frase: "Il che, infatti, gli (riferito a Fini) è costata la scissione dei fascisti della destra sociale di Storace e della Santanchè", con la frase "Il che gli è costata la scissione dei populisti ed estremisti alla Storace e alla Santanché".
Populisti ? A me risulta che Storace e la Santanché siano storicamente dei fascisti della destra sociale e ne vadano anche fieri. Non è certo un insulto, ma un dato di fatto. Dato di fatto che, chissà mai perché, a quelli del "Secolo" non piace. E così si passa alla mistificazione delle lettere altrui ! Sic !
Proseguendo nelle modifiche che quelli del "Secolo d'Italia" hanno apportato al mio articolo - ormai ridotto a letterina a loro stesso uso e consumo quasi fossi un loro collaboratore prezzolato - il mio "destra liberale" si è trasformato in "destra innovatrice" (evidentemente la parola "liberale" è ritenuta proppo "progressive" per chi si sta avvicinando ai valori liberali solo da un anno e solo grazie al suo leader) ed il mio auspicare una coalizione di centro-trattino-destra si è trasformato in "coalizione di centrodestra" a guida finiana.
"Il Secolo d'Italia" ha dunque ben pensato di rimuovere ogni mio riferimento ad una auspicabile spaccatura del PdL, alla creazione di un Movimento di Fini e alla costituzione di una coalizione a quattro con Laico-Liberali; Udc ed Api.
Martedì 27 stesso, ho pensato bene di inviare una mail di rettifica auspicandone la pubblicazione. Ad oggi non solo non è stato pubblicato nulla, ma quelli del "Secolo" non si sono nemmeno pregiati di scrivere due righe di scuse.
Confesso che un simile trattamento non me lo sarei mai aspettato da un foglio - "Il Secolo d'Italia", appunto - che negli ultimi tempi sembrava essersi evoluto, aver fatto autocritica ed essere passato dal corporativismo fascista alla scoperta dei diritti civili, della cultura libertaria e beatnik, con tanto di recensioni ai libri di Thoreau sulla disobbedienza civile.
Evidentemente tale evoluzione è ancora lunga e le recenti "ragioni di Stato" hanno forse messo il freno anche allo stesso Gianfranco Fini.
Ad ogni modo ciò non giustifica certa mancanza di rispetto nei confronti dei lettori e certe palesi mistificazioni ed arbitrarie modifiche.

Luca Bagatin



27 aprile 2010

LEZIONI DI PENSIERO ILLIBERALE

IL NUOVO EURO-COMUNISMO




Da www.ilsole24ore.com (le note in grassetto sono del sottoscritto):

Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha annunciato che Vladimir Putin (già agente del KGB e noto estimatore del dittatore sovietico Josef Stalin, oltre che oppositore di ogni forma di dissenso nei confronti della sua politica autoritaria n.d.r.) sarà il primo docente dell'Università del pensiero Liberale (dottrina economica e sociale insompatibile con il comunismo n.d.r.) che sarà aperta a Villa Gernetto, la villa settecentesca acquistata dal premier dove oggi si è tenuto il vertice Italia-Russia.
«Questa villa - ha detto Berlusconi (amico di Putin e sostenitore della sua politica estera neo-sovietica n.d.r.) concludendo la conferenza stampa - sarà la sede dell'Università del pensiero liberale dove verranno personalità da tutto il mondo che nei loro paesi hanno ricoperto ruoli di prestigio. Ho detto a Putin di mandare anche giovani russi e l'ho invitato ad essere il primo professore a tenere una lezione in questa università. Da come ha accolto questa mia proposta ho capito che sarebbe contento di farlo»



26 aprile 2010

Facebook e le domande pruriginose di certe applicazioni del cavolo......


Penso che ai lettori di questo blog siano abbastanza note le mie perplessità relative al social network Facebook.
Sono iscritto da un anno e rotti circa (se consideriamo che mi hanno già - ingiustamente - cancellato una volta, a luglio dello scorso anno), ma ancora non riesce ad entusiasmarmi troppo e riesco a capirlo ancor meno.
Mi sono imbattuto, alcuni giorni fa, in una cosiddetta "applicazione" di Facebook che oggi - misteriosamente - risulta cancellata (cose che capitano, su Facebook. Basta che qualche "buontempone" si metta a segnalare l'applicazione tale o il tizio tale che per qualche motivo "da fastidio" e allora....zac ! sei cassato. Questo è un altro degli aspetti che odio profondamente del social network in questione, visto che nella maggior parte dei casi i "segnalati" non danno fastidio a nessuno, mentre i "gruppi violenti, razzisti e quant'altro" continuano beatamente a rimanere attivi).
L'applicazione in questione proponeva di rispondere ad alcune domande sui tuoi "amici di Facebook" con un SI o con un NO.
Ogni cinquanta risposte (50 bonus !) avevi la possibilità di visualizzare i "tuoi risultati", ovvero che cosa i tuoi "amici di Facebook" avessero chiesto su di te e risposto.
Su di me, curiosamente, le domande erano tutte a carattere sessuale:

Andresti a letto con Luca Bagatin ?
Hai mai avuto una cotta per Luca Bagatin ?
Hai mai sognato Luca Bagatin ?
Secondo te Luca Bagatin è vergine ?


La risposta alle prime tre domande è stata SI. La quarta NO.
Ammetto di essermi, forse anche stupidamente, imbarazzato.
Non perché io sia un pudico o un moralista, ma mi sono chiesto chi cavolo avesse interesse a fare domande di questo tipo....visto anche e considerato che non conosco nemmeno la maggior parte dei miei "amici su Facebook".
Poi c'è il fatto, per nulla trascurabile per un fedelissimo come me (strano ma vero ?), che sono sentimentalmente impegnato.
Che fossa stata Lei a rispondere a queste domande ?
Va beh, per scoprirlo rispondiamo subito a un bel po' di domande "altrui".
Arrivato a cinquanta ho diritto a visualizzare uno dei "miei risultati".
Non ho molto tempo né voglia di rispondere, ma la curiosità è troppa.
Alla fine clikko sulla risposta al primo quesito che mi riguarda: 
Andresti a letto con Luca Bagatin ?
A rispondere sono stati i Cavalieri di Malta.
Scoppio a ridere e mi chiedo - innanzitutto - quanti siano e se, anche a letto, siano bardati con mantello con tanto di Croce di Malta stampata sopra :-)
Rido ancora, poi rinuncio a vedere il risultato delle altre risposte.
Facebook è una vera ciofeca. E non ho alcun interesse a farmi insignire Cavaliere di Malta.




24 aprile 2010

La parola fine di Roberta Tatafiore



E' passato un anno dalla tragica morte di Roberta Tatafiore, la militante dei diritti civili delle donne e delle prostitute, la libertaria, la sociologa, la scrittirice, la giornalista eclettica.
Una morte che lei stessa ha cercato, voluto, pianificato.
E così, alla fine, Roberta ci ha lasciato un diario, pubblicato nei giorni scorsi dalla Rizzoli: "La parola fine - diario di un suicidio".
Un diario profondissimo nel quale parla, senza pudori, della "composizione della sua morte".
Toccante è anche l'introduzione-biografia dello scrittore e giornalista Daniele Scalise, già militante dei diritti civili degli omosessuali e contro le discriminazioni razziali.
Scalise traccia i primi anni della Tatafiore, nata a Foggia nel 1943, in piena Seconda Guerra mondiale, sotto i bombardamenti degli Alleati.
Racconta dei rapporti con la madre, con le sorelle e con il padre che sarà poi - nel 1960 - ucciso da un operaio uscito di senno della fabbrica nella quale lavorava.
Sarà questo che, forse, segnerà la vita di Roberta. Ma sarà anche la sua profonda sensibilità a tratti "mortifera" e "suicidaria", come afferma lei stessa nel suo diario.
E via via, gli anni '70 di Roberta Tatafiore, come giornalista femminista per il giornale "noidonne", di ispirazione social-comunista e la sua militanza nell'Unione Donne Italiane.
Roberta Tatafiore, come ricorda Scalise, studierà successivamente il tedesco e sarà la curatrice e traduttrice italiana del celebre best-seller "Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino" di Christiane F., che racconta la storia di questa ragazza dalla vita difficile fra tossicodipendenza e prostituzione.
Negli Anni '80, sarà la stessa Tatafiore ad occuparsi di prostituzione, con l'incontro - a Pordenone - di Pia Covre e Carla Corso, fondatrici del Comitato per i Diritti Civili delle Prostutite (con il quale, ironia della sorte, collaborai io stesso una decina d'anni fa).
Con Carla e Pia fonderà dunque il periodico "Lucciola" e, come sociologa, studierà a fondo il fenomeno, ponendosi sempre dalla parte delle prostitute, dei loro diritti ed affermando sempre: "E Dio non voglia che arrivi anche da noi una legislazione come quella svedese, contro il "cliente" e per la rieducazione delle prostitute !".
Arriverà dunque a collaborare, come consulente, con il Ministro della Solidarietà Sociale Livia Turco per la stesura di una legge per la depenalizzazione della prostutizione. Legge che purtuttavia non arriverà mai.
L'impegno militante di Roberta Tatafiore nell'ambito dei diritti civili proseguirà negli anni '90 con la vicinanza ai Radicali che, nel 1994, si stavano avvicinando al nascente movimento di Silvio Berlusconi e nel 2000 sarà fra i fondatori di Polo Laico, assieme a Taradash, Giovanni Negri, Arturo Diaconale ed altri: per un centro-destra laico, liberale e libertario.
Il progetto, purtuttavia, naufragherà presto per l'indisponibilità di Berlusconi a candidare in Parlamento rappresentanti dell'area laico-liberale.
Roberta inizierà dunque a collaborare a testate quali l'"Indipendente", diretto da Giordano Bruno Guerri, "Il Foglio", "Il Giornale" ed infine per "Il Secolo d'Italia" - quotidiano di Alleanza Nazionale -  curando la rubrica "Thelma & Louise", assieme a Isabella Rauti e affermando - nel suo stesso diario - "....mi piacciono la direttrice (Flavia Perina n.d.r.) e il vicedirettore di questo stravagante foglio di fronda e di governo, perché scrivere per l'unico quotidiano di destra che opera un'intelligente rivisitazione della cultura fascista mi interessa, perché Gianfranco Fini è il politico più laico e sagace del momento".
Sarà profetica.
E proprio alle pagine de "Il Secolo d'Italia" affiderà la sua difesa estrema del diritto all'eutanasia, con particolare riferimento al "caso Eglaro" che sarà l'ultimo ad appassionarla politicamente.
"La parola fine - diario di un suicidio" è dunque un documento toccante. Nel leggerlo non si può non riflettere sulla vita, sulla morte....sul....."a chi appartiene la vita ?". E non si può non commuoversi, non rimenerne rapiti.
Roberta Tatafiore programmò di scriverlo il 1 gennaio del 2009 e di concluderlo il 31 marzo. Poi, si sarebbe tolta la vita in un'albergo dell'Esquilino, poco lontano da casa sua, con l'assunzione di barbiturici.
La sua sarà dunque una scelta meditata. Una scelta consapevole.
"La parola fine" è l'unico ed ultimo documento che ci rimane di una donna che ha voluto presentarci il suo suicidio come "gesto politico", ovvero, come lei afferma, libertariamente: "il salto nel vuoto di chi non sa adeguarsi alla norma".
"A chi appartiene la vita ? Alla società ? A Dio ? A noi stessi ? Credo che la vita appartenga ad ogni individuo libero di affidarla a chi vuole in base a ciò che gli suggerisce la coscienza".
E' la frase che conclude, nel retro-copertina, il diario di Roberta Tatafiore. Una donna coerente sino alla sua ultima, estrema, scelta.

Luca Bagatin



22 aprile 2010

Costruire con Gianfranco Fini l'alternativa Gollista e Liberaldemocratica per l'Italia



Da oltre un anno Gianfranco Fini si sta muovendo per l'alternativa.
L'alternativa a che cosa ?
Ad una maggioranza di governo capitanata - "ad interim" - da un Silvio Berlusconi che, checchè ne dica, è al traino di una Lega Nord conservatrice e statalista.
Un Silvio Berlusconi neo-filo-sovietico amico di Putin e di Gheddafi in chiave anti-occidentale.
Un Silvio Berlusconi che ha selezionato la sua classe dirigente sulla base più del "sex appeal" che delle reali competenze politiche.
Un Silvio Berlusconi che, da troppo tempo, ha dimostrato di non voler fare alcuna riforma liberale e garantista del mondo del lavoro e della giustizia.
Gianfranco Fini è passato dunque al contrattacco fondando prima un "think-tank", Fare Futuro, ed oggi una corrente interna al PdL.
Ovviamente ci aspettiamo molto, ma molto di più.
Il PdL non è un partito, ma un "comitato d'affari" al pari del suo omologo Pd. Non ha un'ossatura ideale né tantomeno un progetto politico di ampio respiro.
Gianfranco Fini, è vero, proviene dalle file del principale partito della destra italiana. Un partito, il Msi prima e An poi, che certo non ha mai avuto nulla a che spartire con la destra liberale europea.
Purtuttavia, poiché solo i cretini non cambiano mai idea, Fini ha dimostrato di essersi evoluto sia ideologicamente che politicamente.
A differenza dei cattocomunisti, ha abiurato in toto al suo passato postfascista e ha contribuito - già con An - a dare un'impronta gollista al suo partito. Il che, infatti, gli è costata la scissione dei fascisti della destra sociale di Storace e della Santanchè.
Oggi Gianfranco Fini ed i suoi fedelissimi mirano alla costruzione di un partito moderno, laico, gollista e di destra liberale. Che guarda a Sarkozy, a Cameron e persino ai Liberaldemocratici inglesi.
In questo senso, infatti, sarebbe utile una spaccatura costruttiva del PdL, come sostengo da tempo, per la costruzione di un'alternativa liberal-moderata alla conservazione esistente.
Un'alternativa capace di attrarre non solo i voti di quanti non si riconoscono nell'attuale leadership berlusconiana, ma anche di coloro i quali non vanno più a votare o sono delusi dall'attuale centrosinistra.
In questo senso, Fini, potrebbe costruire un suo movimento politico che da subito potrebbe attrarre - approssimativamente - il 10% dell'elettorato. E partire con la costruzione di una nuova coalizione di centro-destra (con il trattino !) in alternativa alla Lega ed a Berlusconi, ma anche, certamente, all'ormai marginalissimo Pd.
Una coalizione che potrebbe contare sul sostegno dell'Udc di Casini e dell'Api di Rutelli e Tabacci, alla quale si sono già aggregati anche i liberali di Zanone.
E a noi laici, repubblicani del PRI, liberali del PLI e - se lo volessero - anche i Radicali, non rimarrebbe che costituire un rassemblement denominabile, preferibilmente, "Unione Liberaldemocratica" a sostegno dello stesso Gianfranco Fini.
Forse corro troppo con la fantasia, ma ritengo che una coalizione a quattro (Movimento di Fini, Udc, Api, Laici-Libdem) di tal fatta potrebbe certamente scompaginare i giochi e puntare a rappresentare quasi un terzo dell'elettorato.
Coalizione unita su pochi ma condivisi punti programmatici: politica estera filo-occidentale senza tentennamenti o connivenze con dittature o presunte tali; politica di integrazione dell'immigrazione con il riconoscimento dei diritti di cittadinanza, ma anche di rigore nei confronti dei clandestini; politica economica di sostegno alle piccole e medie imprese che miri alla detassazione dei redditi ed all'erogazione di congrui ammortizzatori sociali; riforma della giustizia che punti alla separazione delle carriere dei magistrati ed alla responsabilità civile del giudice ed alla spoliticizzazione del CSM; abolizione delle Province, dei consorzi, delle comunità montane ed accorpamento dei piccoli comuni.
Con Gianfranco Fini leader ed una sinergia fra moderati, laici e liberali, tutto ciò, forse, sarà possibile. Diversamente, la stagnazione regnerà sovrana.

Luca Bagatin



20 aprile 2010

PADRI



Sono tornato.
Tornato dalla mia città natale: la Città Eterna.
Sono tornato, ma spero per poco. Vorrei ritornarci e per sempre, per ritrovare le mie radici.
Le radici sono tutto e non è affatto vero che il passato passa.
Il passato resta. Ci resta dentro e si compenetra nel presente.
Un presente ed un futuro dalle radici antiche, come antica è la nostra nascita.
Il padre e la madre sono le radici dell'individuo. Volenti o nolenti è da loro che riceviamo tutto. Anche chi non li ha mai conosciuti - i genitori -  sa già, dentro di sé, che ci sono stati, che li ha comunque avuti.
In questi giorni ho vissuto la perdita di un padre. Un padre che sentivo di amare già, anche se non conoscevo ancora.
Era il padre di Lei. E per me è stato straziante come se a morire fosse stata mia madre.
Ho voluto esserle vicino e non mi perdonerò mai di non esserle stato, forse, abbastanza vicino.

Una mano ne stringe un'altra.
E' la mano di un padre che sorride alla figlia.
"Ciao bella !"
"Ti voglio bene papà".

...uno (pausa) due (pausa) tre (pausa) quattro (pausa) cinque...


dissolvenza

La morte è brutta e triste solo per chi rimane in vita.


Il mio di padre forse c'era....chissà.
In Via Ravenna 11 ci sono passato. Fermata della metro di Piazza Bologna.
Stavo per salire le scale del suo palazzo. Poi sono tornato sui miei passi.
La portinaia filippina mi chiede se sto cercando qualcuno.
Le sorrido imbarazzato e mento: "No, grazie, devo aver sbagliato stabile".
Infondo, mio padre, sono trent'anni che non mi vuole conoscere.


In questi giorni ho conosciuto una bambina e le ho insegnato il "gioco dell'impiccato".
Poi, a sua volta, mi ha insegnato altri giochi con frasi e parole da costruire.
Mi ha anche ritratto: versione hip hop e con barba e occhiali. Ama disegnare, come molti bambini della sua età.
Ha detto che le ho fatto tornare l'allegria e che sono un simpaticone.
La sua situazione famigliare non è delle migliori, ma non ve ne rendereste mai conto.
Le ho voluto bene subito.


Ho sempre pensato sarei stato un pessimo padre.
Sostiene Lei che non è vero. Non Le ho creduto subito, forse.
Ho un brutto carattere, persino autoritario.
Lei dice che non è vero e probabilmente ha ragione.
Le voglio bene, sempre di più.
E mi fa sentire una persona migliore.
Sarò anche un padre migliore di quanto il mio pessimismo comico mi faccia pensare ?




16 aprile 2010

"Inseminando Zizzania": monologo surRenale by Luca Bagatin



Che cosa resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani ?
Niente, neppure una riminescenza.
A Rimini ci andai alcuni anni fa.
Odio il mare. Amo Rimini.
A Rimini si possono ammirare molte cose.
Le bellezze locali in primis.
A Rimini si può ammirare o rimirare ?
Amo le rime. Odio le rane.
Amo la rena di Rimini.
Ricordo quel dì a Montefiore Conca che, però, non è situato in zona marina.
Ricordo il Montefeltro, perché a "Montefeltro" è necessario aggiungere l'articolo.
Non ricordo a quale articolo di codice penale a giurispurdenza arrivammo a rimirare il mare.
Che cosa resta di tutto il dolore che ?
Cosa resta, ecco, appunto.
Poiché in base alle tue parole sarai giustificato in base alle tue parole sarai condannato.
Parole di condanna piovevano, che è forma decisamente più corretta di "piovvero".
Piovvero parole sulla città, che è come dire....una metafora, ecco, appunto.
Duepunti e acCapo.
Dopo il "post scriptum" non ci vogliono i duepunti. Io CE li metto da sempre.
Detesto il singolo puntino - solitario, appunto - apposto dopo la pi e la esse.
Piesseduepunti. La forma che preferisco.
E la forma è anche sostanza.
Sostanzialmente penso che abbia davvero, in questo senso, ragione Aldo Busi.
La forma è anche sostanza.
Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto ?
Abbiamo creduto di provare dolore.
Abbiamo. Creduto.
Creduto di obbedire, ma non di combattere.
Forse, di controbattere.
Abbiamo forse creduto di soffrire da giovani ?
E da vecchi, allora ?
Da vecchi non si soffre forse più ?
Che cosa resta ancora da approfondire di una vita che ha creduto - da giovane - di soffrire ?
Il peggio si riduce a un risolino......di stupore.
E le angoscie di un tempo ci appaiono così lontane da............
Da ritenere Rimini, il Montefeltro, quale metafora di un seminario sulla gioventù e oltre.




13 aprile 2010

Le riforme liberali di cui l'Italia avrebbe bisogno



Si fa un gran parlare - in questo periodo post-elezioni regionali - di riforme istituzionali come ad esempio l'introduzione di un nuovo sistema elettorale che preveda il semipresidenzialismo alla francese.
Verrebbe da chiedersi che senso abbia.
O, meglio, avrebbe sicuramente senso cambiare il sistema elettorale, ma di certo il "semipresidenzialismo alla francese" non risolverebbe alcun problema.
Il sistema elettorale andrebbe innanzitutto cambiato, ma per garantire la massima rappresentanza elettorale. In particolare di quell'elettorato che - al 40 % - oggi si astiene.
Rappresentanza che, da quando sono stati introdotti antidemocratici sbarramenti e sono state negate le preferenze, è di fatto non più garantita in alcuna competizione elettorale.
In secondo luogo le riforme di cui si dovrebbe parlare sono ben altre.
Le riassumerò qui.
Per tentare di uscire un tantino dalla crisi nella quale anche l'Italia è inesorabilmente incappata, occorrerebbe liberalizzare il mercato del lavoro da una parte e fornire congrui ammortizzatori sociali a chi un lavoro non ce l’ha. Seguendo però il modello della Gran Bretagna e non quello dell’assistenzialista Svezia.
Le piccole e medie imprese dovrebbero essere le prime ad essere favorite (e non già la grande industria), arrivando finalmente a proporre una radicale riforma fiscale che preveda l’aliquota unica al 20 % per tutti. Stop ad altre imposte, dunque.
E i lavoratori potrebbero essere aiutati abolendo una volta per tutte le trattenute in busta paga.
Via Irap e Irpef, ordunque: aliquota unica per tutti e innalzamento della no tax area.
Ciò, ovviamente, comporterebbe una drastica riduzione della spesa pubblica a partire dal taglio immediato di enti inutli quali le Province, i consorzi e le comunità montale e l'accorpamento dei Comuni.
E si dovrebbe pensare anche ad una riforma delle pensioni che preveda un sistema a capitalizzazione.
Veniamo poi alla giustizia.
E' necessario separare le carriere dei magistrati e stabilire che, quando un giudice sbaglia, paga di tasca sua e non deve essere la collettività a dover risarcire per le colpe dello stesso.
Ciò avviene in tutti i Paesi civili e democratici, non si comprende perché in Italia le cose vadano diversamente.
Sui diritti civili, poi, si comprenda, una volta per tutte, che la vita appartiene al singolo: che può decidere di vivere o meno, a sua discrezione.
Lo Stato non è una “balia-mamma” che ha la potestà sui suoi cittadini, come crede certo confessionalismo di casa nostra.
L'anticlericalismo, dunque, a destra come a sinistra, non dovrebbe essere visto come un qualche cosa di "ideologico", ma sinonimo di laicità, democrazia e libertà contro la prevaricazione di chi ritiene che la sua fede o il suo “dio” possano essere anteposti alle leggi di uno Stato laico, liberale e dunque leggero.
Le vere riforme di cui questo Paese avrebbe dunque bisogno sono inevitabilmente estreme, ma non estremiste.
Riforme moderate in quanto liberali, ma estreme in quanto necessarie a rivoltare "la casta" come un calzino per garantire finalmente chi non è mai stato garantito e per togliere - una volta per tutte - i privilegi di coloro i quali si riempiono la bocca di "riforme" inutili o mai attuate sulla carta.

Luca Bagatin



11 aprile 2010

"Pannunzio, quella lapide negata nel centro storico di Roma": da Il Velino del 9 aprile 2010

 
Pannunzio, quella lapide negata nel centro storico di RomaPannunzio, quella lapide negata nel centro storico di Roma

Roma, 9 apr (Il Velino) - È considerato tra i più fini intellettuali del Novecento italiano. A Roma, dove visse per quasi mezzo secolo e dove rischiò di finire alle Fosse Ardeatine, fondò la sua “creatura” più illustre: il giornale “Il Mondo”. Oggi, a Mario Pannunzio, mentre si celebra il centenario della nascita, la Capitale non trova modo di dedicare una targa commemorativa. È la paradossale vicenda denunciata da Pier Franco Quaglieni, presidente del Centro Pannunzio da lui fondato a Torino assieme ad Arrigo Olivetti nel 1968. “Lo scorso anno proponemmo al sindaco di Roma l'apposizione di una lapide per ricordare Pannunzio nel centenario della nascita – racconta Quaglieni al VELINO -. La Sovrintendenza ai Beni culturali, con grande rapidità e spirito di collaborazione, accolse la proposta e definì un testo bipartisan che avesse un valore eminentemente storico, come è giusto che sia per una lapide da apporre su un edificio nel centro storico di Roma”. Come luogo si pensò alla facciata di via Campo Marzio 24, angolo via dei Prefetti, dove Pannunzio nel 1949 fondò “Il Mondo” e dove il settimanale ebbe la sua prima redazione. La Sovraintendenza richiese il necessario nulla osta all’amministrazione condominiale del palazzo. Ma il via libera, dopo parecchio tempo di attesa, non è arrivato. Lo scorso 22 marzo il Pio Sodalizio dei Piceni, proprietario dell’edificio in questione, ha espresso parere negativo all’affissione della lapide motivando che in nessuno dei suoi palazzi “sono state apposte targhe commemorative di eventi che possano essere ricollegati alle attività degli inquilini occupanti”.

È la considerazione di Pannunzio come un “inquilino” qualsiasi ad amareggiare profondamente Quaglieni. “Non è colpa assolutamente della Sovrintendenza e non è neanche colpa del Pio Sodalizio dei Piceni che è proprietario dell'edificio e quindi titolare di diritti indiscutibili – osserva il presidente del Centro torinese -. Ma il problema sorge nel momento in cui si considera Pannunzio uno dei tanti inquilini e ‘Il Mondo’ non viene considerato come la rivista storica italiana più importante del secolo scorso”. E pensare che solo un mese fa Poste italiane ha dedicato a Pannunzio un francobollo commemorativo per il centenario riconoscendone la “storicità” del personaggio. Un valore che i dirigenti del Pio Sodalizio non hanno ritenuto di considerare. “A Roma Pannunzio visse ed operò a partire dagli anni Venti fino alla morte – ricorda Quaglieni -. Nella Capitale fondò due giornali importanti, venne arrestato, rischiò di finire alle Fosse Ardeatine ed è ricordato come uno dei padri fondatori della democrazia repubblicana”. Il presidente del Centro Pannunzio si chiede: “Può considerarsi la facciata di un edificio nel centro storico di Roma proprietà esclusiva del padrone dell'edificio? Il centro capitolino è un bene culturale e storico di per sé che appartiene ai romani e a tutti coloro che vedono Roma come capitale d'Italia e come concentrato di una storia unica e importante per l’intera l'umanità”.

Che la Sovraintendenza ai Beni culturali del Comune di Roma abbia le mani legate sulla vicenda, dal momento che il parere dei proprietari dell’edificio è vincolante, lo ribadisce Umberto Broccoli. “La legge è questa e non si può modificare – spiega al VELINO il sovraintendente -. Di mezzo ci sono innanzitutto il Codice civile e poi quello penale che vieta le affissioni sugli edifici. Nel caso specifico del palazzo di via Campo Marzio, si tratta di un edificio privato, non di un luogo pubblico e di conseguenza non possiamo attaccare targhe e lapidi senza il consenso dei proprietari, cioè del Pio Sodalizio dei Piceni”. Aggiunge Broccoli: “Purtroppo la regola è questa. Dico purtroppo perché Pannunzio è uno dei capisaldi del Novecento italiano assieme a Longanesi e Flaiano. Ho fatto spesso trasmissioni radio-televisive con materiali di Pannunzio e in passato ho pure vinto il premio a lui intestato. Figurarsi se avrei potuto essere contrario all’iniziativa pensata da Quaglieni. Anzi, mi piace ricordare che quando in commissione discutemmo la proposta, questa passò all’unanimità”.

Riguardo le considerazioni di Quaglieni sulla peculiarità di alcuni edifici del centro di Roma che per la loro storia dovrebbero appartenere a tutti, Broccoli commenta: “Sono d’accordo che a Roma tutto è storico. Però c’è anche da considerare l’altra faccia della medaglia. Perché ad esempio il proprietario di una casa a Trastevere, che già ora è quotata a prezzi stratosferici, nel momento in cui questa venisse qualificata come bene storico potrebbe vendersela come un pezzo di Colosseo. Lo stesso potrebbe accadere anche nel caso l’affittasse. Insomma ci sono mille sfumature da tenere in considerazione. Capisco, quindi, l’amarezza di Quaglieni che è la stessa che provo io. Però bisogna fare attenzione perché di ogni situazione bisogna vedere anche l’altra metà del cielo”. Broccoli lascia comunque una porta aperta. “La questione non finisce qui e vorrei risolverla – dichiara il sovraintendente -. Sicuramente eserciterò almeno un minimo di moral suasion sul Pio Sodalizio. Già ho dato disposizione ai funzionari della Sovraintendenza in questo senso. L’augurio è che si possa trovare una soluzione bonaria”.

Pannunzio, quella lapide negata nel centro storico di RomaPannunzio, quella lapide negata nel centro storico di RomaPannunzio, quella lapide negata nel centro storico di RomaPannunzio, quella lapide negata nel centro storico di RomaPannunzio, quella lapide negata nel centro storico di Roma



9 aprile 2010

ALESSANDRO CAGLIOSTRO contro GIUSEPPE BALSAMO

ALESSANDRO CAGLIOSTRO CONTRO GIUSEPPE BALSAMO

articolo di Luca Bagatin tratto da

YR MAGAZINE NR. 4

RIVISTA UFFICIALE DELL'ARCO REALE IN ITALIA - RITO DI YORK

Un Grande Iniziato, contro un vile ciarlatano prezzolato ad hoc per screditare il primo, interpretando la sua parte.

La rilettura della vita e dell'insegnamento del Gran Cofto a partire dalle opere di Pier Carpi, Marc Haven, Carlo Gentile e Giuseppe Abramo: studiosi di esoterismo e misteriosofia



Esponente della Tradizione esoterica e della Gnosi, il conte Alessandro Cagliostro, di origini portoghesi, coniò il trinomio Fratellanza, Uguaglianza, Libertà, poi mutuato dalle Logge Massoniche d'Europa e finanche dalla Rivoluzione Francese, con la quale non ebbe purtuttavia nulla a che spartire. Salvo prevedere l'ineluttabilità dei fatti storici che seguiranno.

Questo è l'autentico Cagliostro: magistralmente descritto in particolar modo da Pier Carpi, studioso di misteriosofia, regista, romanziere e fumettista italiano, che ne realizzò anche un film del '74, tratto dall'omonimo saggio “Cagliostro il Taumaturgo” (rieditato dalle Edizioni Mediterranee, nel '97, con il titolo “Cagliostro il Maestro sconosciuto”) e la cui sceneggiatura fu scritta in collaborazione con un'insospettabile Enrica Bonaccorti e l'allora compagno Daniele Pettinari.

Giuseppe Balsamo, palermitano e di umilissime origini, fu invece un pretesto dei nemici di Cagliostro per incastrarlo e farlo passare per ciarlatano, imbroglione, imbonitore. E lo stesso Balsamo rimase egli stesso vittima peraltro giungendo ad autoconvincersi di possedere poteri taumaturgici !

E di nemici, fra i potenti del Secolo dei Lumi, Cagliostro ne ebbe molti.

La Chiesa in primis, che mal sopportava la nascita e diffusione della Massoneria, specialmente di quella gnostica ed egizia fondata dal Cagliostro stesso con la Loggia “La Saggezza Trionfante” all'Oriente di Lione, ed il suo rifarsi al templarismo di Jaques de Molay ed al Rosacrocianesimo delle origini di Christian Rosenkreutz. Dottrine tutte ritenute in contrasto con il dogma cattolico.

Si pensi, per contro, che Cagliostro fu amico e confidente di Papa Clemente XIII, successivamente assassinato per aver sciolto l'Ordine dei Gesuiti.

Fra i nemici dell'Iniziato abbiamo poi la Regina Maria Antonietta di Francia, alla quale aveva predetto la triste fine se non avesse posto rimedio alle sofferenze del popolo francese e così tutti i nobili europei che temevano la grande popolarità di cui godeva Cagliostro fra gli umili ed i semplici, che curava grazie alle sue mistiche facoltà.

Da non dimenticare la graziosissima figura di Serafina (che i nemici di Cagliostro faranno passare per la sgualdrina Lorenza Feliciani, moglie di Giuseppe Balsamo), sua fedelissima compagna, il cui incontro, Pier Carpi, descrive in un capitolo ricchissimo di suggestioni e dall'emblematico titolo “La Via Iniziatica”.

Un capitolo nel quale è presente l'Iniziazione di Cagliostro agli Antichi Misteri della Tradizione per mezzo del mistico Althotas, suo Maestro Spirituale, che lo introdurrà nell'universo dell'Alchimia e della Teurgia: spiegandogli il significato simbolico della Tradizione Egizia, Rosacrociana e Templare.

La sua Serafina è, invece, Iniziata Gran Sacerdotessa, come indica questo bellissimo passo del capitolo che vorrei riportare: La giovane era come quel giorno nella grotta delle rocce rosse, teneva in mano un calice fumante di verde, presiedeva i lavori sacerdotali del Tempio. Le sue parole erano incomprensibili, mentre il verde fumoso del suo calice saliva verso la statua incarnata di Iside.

[….] Serafina depose il calice, avvolgendosi nel verde a spirale.

- A me il pugnale allora, perché non dovranno avermi ed il segreto del Tempio dovrà perire con me - .

Il volto della Sfinge si rischiarava, il sole dentro di esso ora aveva meno luce, era meno rosso, e la scena che Cagliostro sentiva di vivere si svolgeva nel volto freddo e impenetrabile della Sfinge.

Serafina prese il pugnale che la sacerdotessa gli porse, senza un grido lo portò al petto, dove lo affondò dolcemente. Serafina crollò a terra e la scena disparve. Cagliostro chiuse gli occhi. Era tranquillo, perché sapeva che l'avrebbe ancora incontrata.

Chi muore nel segreto del Tempio, con nel cuore il segreto del Tempio, vive.

E così, terminata l'onirica iniziazione, i due si rincontreranno nel mondo fisico allorquando Cagliostro scorgerà, a Roma, ad un funerale, un carro trainante una bara. Nella bara vi era proprio Serafina, che riconobbe come la compagna iniziata con lui nel Tempio e la risvegliò con un bacio sugli occhi. La fece uscire dalla bara e da allora rimasero alchemicamente uniti sino alla morte.

Pochi altri testi trattano con congizione di causa e documenti alla mano la realtà storica ed esoterica del conte Alessandro Cagliostro.

Penso al volume del martinista ottocentesco Marc Haven (pseudonimo di Emmanuel Lalande), amico di Papus, che scrisse “Cagliostro il Maestro sconosciuto – Studio storico e critico sull'Alta Magia”) ed al ben più recente “Il mistero di Cagliostro ed il sistema egiziano” (Bastogi Editrice) di Carlo Gentile, già Gran Maestro Onorario del Grande Oriente d'Italia e che ricoprì anche importanti incarichi nell'Ordine Martinista.

Per concludere, vorrei segnalare la bellissima ed approfondita analisi curata sul numero 1 del 2009 della rivista ufficiale del GOI, “Hiram”, dal Gran Segretario Giuseppe Abramo.

Nel suo articolo “Cagliostro” (la cui bibliografia si rifà in toto ai volumi precedentemente citati, più altri testi minori), Abramo, oltre a confutare la tesi Balsamo uguale a Cagliostro, ne analizza la dottrina ed il credo, riassumento la dotta analisi che ne fece il Fratello massone Arturo Righini nella rivista di Studi Iniziatici “Ignis” nel 1925.

Il tutto a partire dagli scritti e dalle affermazioni che lo stesso Cagliostro ci ha lasciato a partire da quella che ritengo la più significativa: Non sono di alcun epoca, né di alcun luogo; al di fuori del tempo e dello spazio il mio essere spirituale vive la sua eterna esistenza, e se immergendomi nel mio pensiero risalgo il corso delle età, se distendo il mio spirito verso un modo di esistenza lontano da quello che voi percepite, divengo colui che desidero. Partecipando coscientemente all'essere assoluto, regolo la mia azione secondo l'ambiente che mi circonda. Il mio nome è quello della mia funzione, perché sono libero; il mio paese è quello in cui fìsso momentaneamente i passi.
Datatevi, se lo volete, da ieri, rialzandovi con l'aiuto degli anni vissuti da antenati che vi furono estranei; o da domani, per l'orgoglio illusorio di una grandezza che non sarà mai la vostra.

Spiace che la notissima e clikkatissima enciclopedia multimediale on-line Wikipedia non citi minimamente né l'opera di Pier Carpi né quella di Haven e sposi invece la tesi dei nemici di Cagliostro, non permettendo così al vasto pubblico di internet di approfondire l'autentica versione.

Ad ogni modo, l'emblematica figura del Gran Cofto Alessandro Cagliostro, dimostra, assieme a quella dell'altrettanto misterioso Conte di Saint Germain e dei fondatori del Martinismo Martinez de Pasqually e Louis Claude de Saint-Martin, come il Secolo dei Lumi non fu solamente mera ragione e mero materialismo, bensì diede l'impulso per una rinnovata apertura verso gli antichi concetti Ellenistici, Ermetici e dunque Gnostici del Vero, del Bello e del Buono.

Che sono anche alla base di ogni Civiltà degna di questo nome.




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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini