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Pierre-Joseph Proudhon: un filosofo-operaio antimarxista fra libertarismo e liberalismo

Tratto dall'articolo di Luciano Pellicani per "Critica Sociale" numero 3-4 2009



Nella "Sacra famiglia" Marx ed Engels avevano definito Proudhon un pensatore proletario, uno sfruttato che parlava a nome degli sfruttati, i cui libri per ciò stesso erano assai significativi e storicamente importanti di tutta la produzione teorica degli intellettuali. Nella "Miseria della filosofia" il giudizio è rovesciato con una disinvoltura a dir poco stupefacente. Proudhon di colpo perde il suo status di membro della classe operaia per trasformarsi in un piccolo borghese. In tal modo si viene a creare questa bizzarra situazione: il piccolo borghese Marx accusa l'operaio Proudhon di essere un piccolo borghese !

.....per Proudhon la cosa più importante del nuovo ordine è il principio della concorrenza, poiché è grazie ad esso che gli uomini hanno potuto liberarsi della tutela dei grandi apparati burocratici (la Chiesa e lo Stato).

Proudhon ha capito, meglio persino dei teorici liberali del suo tempo, che la proprietà è l'argine più solido contro lo Stato e che quest'ultimo può essere limitato e contenuto nel suo fisiologico imperialismo solo a condizione che non abbia il controllo monopolistico dei mezzi di produzione.

Ma anarchismo e liberalismo non sono che i poli estremi fra i quali ha oscillato, come un pendolo, il pensiero proudhoniano, senza comunque mai fermarsi a lungo su uno di essi. Il punto attorno al quale le oscillazioni sono più frequenti e ravvicinate è un altro: è il socialismo di mercato, che egli condensò in due concetti fondamentali: federalismo e mutualismo.

Pubblicato il 2/7/2009 alle 7.9 nella rubrica Diario.

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