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Un viaggio felliniano nel Pianeta Donna


Ammetto che è il mio film onirico preferito.
Adoro il Fellini grottesco e a tratti clownesco. Con “La città delle donne”, il regista romagnolo, è riuscito addirittura ad essere politico - nel periodo post-femminista - muovendo non tanto una critica al femminismo in sé, quanto piuttosto raccontando con sarcasmo una sorta di follia collettiva. Una follia che fu violenta nei gesti e negli slogan.
La follia di certe femministe scalmanate dell'epoca, fortemente sessiste, e l'ipocrisia di certi uomini fallocratici e sessualmente allupati, ma quasi sempre fondamentalmente impotenti. Anche nel senso lato del termine.
Ed ecco che, per mezzo di Snaporaz-Mastroianni, ovvero del protagonista incontrastato di questo affresco felliniano, riusciamo ad esplorare - con divertimento e giocosità - l'universo-pianeta donna in tutte le sue sfaccettature.
Dalla donna-moglie alla donna-amante; dalla donna-femminista alla donna-materna; dalla donna-castrante alla donna-lesbo-autosufficiente e così via in un crescendo di surrealismo e comicità.
Rivedendo questo ottimo film, ho potuto anche riscontrare una certa similitudine con quanto proposto televisivamente da Gianni Boncompagni fra la fine degli anni '80 ed i primi anni '90. Si pensi alla scena dell'inno “La donna senza uomo è.....”, cantato in coro dalle donne-femminist-felliniane sedute per terra, che ricordano moltissimo le ragazze di "Non è la Rai" o dei primi “Domenica In” di Boncompagni, appunto.
Le donne-giocose-soubrette senza ammiccamenti, magari piene di contraddizioni (come quella magistralmente interpretata da Donatella Damiani), divertenti, che prendono in giro e sanno prendersi in giro. Giocando allegramente fra loro (penso anche alla scena delle pattinatrici scalmanate che si tengono per mano e circondano Snaporaz-Mastroianni tenuto per mano dalla Damiani), con una complicità raramente immaginabile in anni in cui la competizione femminile pare aver superato di molto quella fra maschi per la conquista-del-territorio.
Le soubrette, per così dire, precedenti alle Veline di oggi, ma che in realtà fanno parte del loro stesso back-ground (e sbaglia in pieno chi considera le Veline una categoria assimilabile alle vallette vuote degli anni che furono).
Donne forse idealizzate dall'immaginario collettivo maschile ? Forse, ma anche no. Anzi, decisamente direi di no.
Perché talvolta l'universo maschile non va oltre il modello tette-culo driveiniano o tintobrassiano, rilanciato oggi dal modello trash Belen Rodriguez per intenderci, che, artisticamente, diciamolo pure, non rappresenta nulla se non il nulla della televisione d'oggi.
Perché non si capisce perché una donna bella, magari sensuale, ma anche una ragazza acqua e sapone particolarmente accattivante e simpatica, non possa anche avere la capacità di far sorridere oltremodo, anziché mostrare il culo. Appunto.
Attenzione però miei cari maschietti ! “La città delle donne” è un vero e proprio viaggio onirico di un uomo incerto (ed anche maturo), che si lascia attrarre con facilità dal bel sesso giungendo finanche a trascurare o tradire la moglie, anche se solo idealmente. E tutto sommato non facendoci nemmeno una gran bella figura.
Finzione ? Realtà ? Gioco ?
Tutto si mischia nel film di Federico Fellini, che ci regala come sempre nuovi spunti di ricerca interiore ed esteriore.
In questo caso nell'ambito dell'immarcescibile lotta-scontro-gioco fra i sessi. All'inizio degli edonisti anni '80, così come anche oggi, nei confusi e a tratti fumosi anni '00.

Luca Bagatin

Pubblicato il 27/7/2009 alle 7.24 nella rubrica ARTICOLI.

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