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"Le armonie dei quadrati": commento alla poesia di Luca Bagatin by Marica Bonaiuti


Poesia di Luca Bagatin

Al chiaro di luna

ho scritto per te questo messaggio

affinché il tuo cuore si apra

alla gioia delle Feste.

Luci, colori, profumi di caldi fiori appena colti

iluminano il tuo viso riflesso in un sorriso

di un bimbo che suona la sua arpa d’oro

e ti dona l’armonia di una nuova Alba.

Alba di loto,

fiore di loto,

sulla tua bocca, sul tuo cuore, sul tuo corpo,

sul tuo sorriso riflesso nel tuo viso.


LE ARMONIE DEI QUADRATI

Commento alla poesia di Luca Bagatin

di Marica Bonaiuti


Nonostante, come si sa, la mia inclinazione poetica sia piuttosto inesistente, apprezzare e saper cogliere i tratti distintivi dei testi poetici è attività di prosatori. E pertanto m’accingo.

Si noti la poeticità della formulazione delle intenzioni prima ancora della breve analisi di cui sotto presentiamo.

La poesia, che si apre come un allegro e invitante augurio per le feste, raccoglie, a uno sguardo non viziato dalla banalità di un complimento, notevoli immagini evocative.

Di particolare interesse è, per iniziare, il verso sei.

In questo compare l’espressione centrale, per posizione ma anche per contenuto, “il tuo viso riflesso in un sorriso”. E’ un’espressione giocata in aperta opposizione col verso finale ed esprime, in una brevità di non facile realizzazione, il concetto articolato dell’espressività di certi tratti specifici piuttosto che del tutto. Ci sono alcuni sorrisi, sembra volerci comunicare l’autore, che fanno cogliere l’interezza delle “efficacia” visiva, che fanno cogliere quello che solo un intero volto potrebbe mostrare. Sono sorrisi particolari, non banali e nemmeno di facile realizzazione: si ha l’impressione che arrivino, senza annunci, pretese e sforzi, in particolarissime occasioni.

Ed è forse l’occasione che fa, come parlassimo di un romanzo in versi, da ambientazione alla poesia ad offrirci quello che l’autore descrive.

E l’occasione è non un banale Natale di panettoni e bambinelli ma una festa di luce: è il sole il divino di cui festeggiamo la nascita.

L’autore fornisce una semplicità estetica notevole a un concetto, nelle sue intenzioni, almeno secondo la mia interpretazione, molto più raffinato. Infatti il termine “Alba”, che compare al verso ottavo, ha, come si sa, grande eco popolare: l’alba è qualcosa che rumorosamente “i più” conoscono e ricercano nelle romanticherie banali. Nelle intenzioni dell’autore invece Alba è usato come richiamo alla vera festività, occasione del sorriso, a cui l’autore di rivolge: la festività del Sol Invictus. E il maiscolo è volutamente usato per sottolineare come il termine popolare abbia in realtà grandi risvolti mistici.

Non è, pertanto, affatto marginale il riferimento al fiore di loto presente nei versi successivi. E’ un riferimento di tutta una tradizione che già nell’antico Egitto fa la sua prima comparsa: il fiore di loto è un fiore di luce, simbolo di luce, immagine di luce; infatti, secondo l’antica cosmologia egizia, Ra (divenuto poi Aton –disco solare) nacque proprio dal bocciolo di un fiore di loto.

E tutto ciò è, a mio avviso, ben reso, nella espressione “Alba di loto”. Espressione che mi ha particolarmente colpita e che perfettizza il termina Alba già incontrato.

E’ un’espressione particolarmente ben resa: innovativa, inusuale, incisiva e sembra il perno dell’intera poesia.

Al verso undici compare un malcelato (volutamente) riferimento al sesso. Forse, inconsciamente o meno, per quanto l’amore, il sesso, le nascite siano, indissolubilmente, anche morte, l’autore non sa abbandonare l’idea, che fa trapelare un genuino ottimismo, di una vita completa e che “si illumina” (mantenendo l’idea centrale) solo con l’Amore.

E’ un amore fisico e carnale, quello a cui il poeta accenna, e che offre, proprio per questa fisicità, un bell'equilibrio al testo. Così come la festa della luce è, per stessa ammissione fisica (la luce ha prevalentemente effetti ondulatori, non materiali), intoccabile, così il corpo e le labbra della donna, illuminata dai fiori di loto (e questa è una bella improprietà mia, lo so), sono tangibili, reali, visibili, toccabili.

Meno convincente appare invece il verso sette in cui vi è l’immagine del bimbo che suona l’arpa. Infatti nonostante l’arpa dorata dia ancora il senso di questa festa della luce, tema centrale della poesia, l’immagine del bambino, molto popolare forse, suona, agli occhi di noi cinici commentatori, piuttosto stonata.

I bambini nell’immagine collettiva sono il bene, l’innocenza e la giocosità mentre in alcuni autori, filosofi soprattutto, e nella personalissima visione di chi scrive il commento, sono esseri umani con il potenziale al bene (se educati a questo) ma non con l’inclinazione naturale a farlo o pensarlo.

Non ci sembra fuori luogo, a questo punto, citare De Andrè “c’è un bambino che sale un cancello/ ruba ciliegie e piume di uccello/ tira sassate, non ha dolori”.

In poche parole, e a gusto personale, quel bambino con l’arpa, richiamo di qualche angioletto da fontanella, sarebbe preferibile lasciasse il posto a una simbologia forse più complessa.

Non vogliamo, noi poveri prosatori andati in fissa col plurale maiestatis di questi “noi”, suggerire di che entità popolare le sue poesie al poeta, ma ci permettiamo, in occasione di questo commento, una “fuga fantasiosa”: il bambino e il suono della sua arpa possono diventare il rumore del fuoco in cui una fenice si è appena accesa per ritornare, dalla cenere, alla vita.

Abbiamo scelto l’immagine di una fenice e il rumore del suo fuoco perché questo sembra offrirci la vera armonia. L’arpa offre un’armonia facile a morire, fatta di accordi e sinonimi mentre solo qualcosa di meno addomesticato, come il rumore, magari di un fuoco, offre l’armonia articolata e durevole di contrasto e opposizione.

Un’armonia, se così vogliamo sintetizzare, di quadrati e non di facili tondi.

Pubblicato il 27/12/2011 alle 7.45 nella rubrica ARTICOLI.

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