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"La mia vita è un Caos Calmo": La solitudine dei secondi non ti fa scordare i primi": monologo by Baglu



C'è una cosa che mi piace fare più di tutte ed è quella di vagare per le città, magari d'estate, quando in giro non c'è pressochè anima viva.
Da ragazzo mi piaceva muovermi in bicicletta, respirare l'aria e poi fermarmi in un qualsiasi campo di grano, lasciare a terra la bicicletta e mettermi a correre a perdifiato, a braccia aperte, quasi fossi un aereo.
Muoversi a piedi, per le città, è un piacere che non ha eguali. Osservi le vie, le vetrine, i palazzi. La cosa più bella è perdersi per poi, dopo diverse ore, ritrovarsi.
Muoversi a piedi, per le città, è un po' come vivere: perdersi e ritrovarsi. Muoversi, ma senza troppa gente attorno, così, solo per il piacere di muoversi, senza necessariamente una meta.
Una volta mi ricordo che Lei mi ha detto che a volte sono una persona eccezionale, a volte un ragazzino capriccioso. La seconda è vera la prima no. Però c'è una cosa che mi ha sempre fatto riflettere.
Se una donna ti chiama "persona" e non "uomo" allora vuol dire che non le piaci come uomo, al massimo come amico.
A me il concetto di amicizia, in generale, non piace. Non ho mai voluto avere amici nella vita nè ho voglia certo di cominciare ad averne ora.
I dettagli, specie nel linguaggio sono importanti, sono rivelatori, sono fondamentali.
Le parole sono fondamentali ed è per questo che considero questi social... vabè, cose come facebook o twitter, agli antipodi della comunicazione.
Sono utili in linguaggi poveri di parole. Ecco è vero, io ho una vera e propria idiosincrasia per l'inglese: è povero di vocaboli, semplicistico, toglie ogni tipo di atmosfera, banalizza.
Poi c'è un'altra cosa che non mi piace, cioè le semplificazioni linguistiche che si utlizzano nella comunicazione via web o negli sms (che, fra parentesi, non invio mai).
Da ragazzo mi hanno insegnato a non parlare mai in dialetto che pure era parlato da tutti nella mia famiglia. Mi hanno insegnato che altrimenti non avrei saputo scrivere bene, non avrei saputo esprimermi bene e debbo dire che sono grato a chi, in famiglia, mi ha insegnato questo.
Lo so, si dirà che sono contro la "tradizione", ma, francamente, non me ne importa niente.
E' importante farsi capire dagli altri, avere un linguaggio ricco di parole, privo di semplificazioni.
Chi parla male pensa male ed è vero. Ed a pensare male, in giro per il mondo, c'è già troppa gente.
Mi ricordo quando scrissi il mio primo romanzo. Avevo quattordici anni e lo dedicai ad una ragazzina che mi piaceva molto. Era una sciocchezza, ma io, allora, ci credevo molto.
E' stato un bell'esercizio di scrittura.
A undici anni fui obbligato dalla scuola e da mia madre a fare basket. A me il basket non è che piacesse poi molto, ma mi dicevano che mi avrebbe aiutato a socializzare.
Ero anche bravo, quasi l'unico che riuscisse quasi sempre a fare canestro, ma la cosa non è che mi importasse molto. Mi ricordo anche che più volte mi inventavo di avere la febbre o di stare male per evitare di andare ai tornei o agli allenamenti.
Non si può tornare indietro nel tempo. Per fortuna.
Muoversi a piedi, per le città, significa annusare l'odore dell'asfalto mentre ci cammini e mentre percorri strade nuove per poi magari ritrovarsi in Piazza XXIV Maggio a Milano, oppure in Piazza di Spagna a Roma.
Avevo venticinque anni quando sono stato la prima volta a Milano e lì, anni dopo, conobbi una ragazza. Mi piacevano molto i locali per studenti universitari lungo i Navigli.
Ho sempre amato i Navigli al tramonto, sorseggiare un aperitivo mangiando un tramezzino, oppure polipi e patate. Lo so, magari non staranno bene assieme però era l'atmosfera che te li faceva percepire come ottimi ed indivisibili. Polipi e patate.
A me la primavera non piace. Però la primavera, la sera, lungo i Navigli è tutta un'altra cosa.
Anche a Torvajanica mi è successa la stessa cosa, pur in assenza di aperitivo, polipi e patate.
A Roma mi piace molto l'Eur, la zona del laghetto.
Poi mi piaceva anche quel ristorantino western...Strano, a me i locali all'americana non piacciono molto (ma sempre meglio dei locali giapponesi o à la page) però lì l'atmosfera era simpatica e poi c'erano delle cipolle fritte buonissime. Poi sì, lo so, c'era Lei.
Il tempo è passato e a me non è che la cosa spaventi nel senso che diventare vecchio non spaventa. Però il passare del tempo mi intristisce. Mi fa pensare al passato e questa è forse la cosa che più mi intriga.
Il passato è intrigante, altrimenti non si capirebbe perché così tante persone siano incuriosite dalla professione dell'archeologo, dello storico o comunque del ricercatore antropologico.
Se tornassi indietro forse deciderei di studiare antropologia. L'antropologia mi ha sempre appassionato molto e non posso negare che nella mia biblioteca personale ho numerosi trattati sull'argomento.
Non penso sia un caso se, sin da ragazzo, ho iniziato ad interessarmi di religioni, tradizioni esoteriche, psicologia, criminologia, storia, sociologia. Mi sono talmente immerso in questi argomenti da aver completamente trascurato persino i miei studi canonici il che me li ha fatti detestare e, pertanto, ho rinunciato ad intraprendere la carriera universitaria.
No, l'Università non avrebbe fatto per me. Decisamente.
Muoversi a piedi, per le città, è un modo per osservare la gente che passa e sapere come vive. Dove vive. E chiedersi anche perché vive. Perché, ad esempio, uno ragazzo indiano dovrebbe decidere di andare a vivere a Pordenone ?
Me lo sono sempre chiesto e l'ho anche chiesto, ma, a dire il vero, lo stesso ragazzo indiano non ha saputo darmi una vera risposta.
Si dice che le risposte sono spesso dentro noi stessi e, lo scopo della vita, dovrebbe essere quello di riuscire ad estrapolarle. Però si dice anche che sono le domande ad essere più importanti delle risposte stesse.
Ora devo uscire a fare la spesa e sicuramente mi porrò un sacco di domande che rimarranno senza risposta.
Muoversi a piedi, per le città, è un modo per porsi domande, senza preoccuparsi troppo delle risposte.

Pubblicato il 7/3/2012 alle 7.39 nella rubrica RACCONTI.

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