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"Una battaglia contro l'handicap e la pietà assistenzialistica" di Rita Bernardini

Sono articoli come questo che riescono ancora a commuovermi ed a smuovermi. Politicamente e umanamente (L. B.)


Una battaglia contro l'handicap e la pietà assistenzialistica

di Rita Bernardini

Lo rivedo come se fosse oggi: Bruno che entra per la prima volta nella mia classe. E’ il nuovo professore di tecnica bancaria. Il chiasso diviene improvvisamente silenzio. Bruno guadagna a fatica la cattedra aiutato dal suo bastone, su di essa quasi si piega e con non poco sforzo sale sulla pedana e inizia a parlare. Ci sa fare con ragazzi e ragazze poco più che adolescenti. Identifica subito il più esuberante, quello che gli piace fare casino portandosi dietro tutti gli altri… a suo modo un leader. Lo chiama presso di sé e gli chiede di copiare alla lavagna un grafico con tanto di spiegazioni e didascalie. Stefano ricopia diligentemente, anche se ogni tanto si gira verso di noi facendo risatine a presa in giro. Nel frattempo Bruno spiega alla classe come intende impostare il suo corso di insegnamento. Ci dice che vuole improntarlo sull’attualità, propone che in classe circolino i quotidiani, ci vuole critici, curiosi, contestatori. Alla fine, chiede a Stefano di spiegare alla classe il grafico che aveva riprodotto sulla lavagna. “Boh, non c’ho capito niente…”, risponde. “Ecco, caro Stefano, non devi mai accettare di fare cose che non comprendi solo perché te le chiede un adulto, un professore”.
Un capolavoro: in un quarto d’ora aveva conquistato la classe, messo in riga ma senza umiliarlo il più scalmanato e fatto quello che nessun professore aveva mai provato a fare prima: spiegare la prestazione che era chiamato ad offrire a noi studenti rendendoci partecipi di quel lavoro che necessariamente doveva essere fatto assieme per essere utile, fruttuoso, costruttivo.
Mi ricordo che dissi alla mia compagna di banco, Alessandra, “ecco, io uno così me lo sposerei subito”. Non potevo immaginare neppure lontanamente che, qualche tempo dopo il conseguimento della maturità, io e Bruno ci saremmo messi assieme condividendo per ben undici anni il percorso delle nostre vite. Undici anni che rivendico tutti come bellissimi persino negli ultimi giorni quando abbiamo compreso, tra le lacrime, che la nostra storia insieme era finita – direi “compiuta” - e che sarebbe stato un delitto trascinarla seppure ancora per poco tempo.
Ci ha unito il Partito Radicale. Le lotte per i diritti civili dalla metà degli anni ‘70, divorzio, aborto, obiezione di coscienza sono state il nostro pane quotidiano per anni. Insieme abbiamo fatto centinaia di tavoli referendari; nel 1977 a Piazza Venezia per 90 giorni consecutivi con il nostro tavolo del Fronte Radicale Invalidi (F.R.I.) abbiamo raccolto oltre diecimila firme per gli “8 referendum contro il regime”. Costituimmo il F.R.I. dopo aver frequentato un’associazione che si occupava di invalidi civili. Fondamentalmente non ci piaceva né l’assistenzialismo né il piangersi addosso dei suoi aderenti. Dai radicali avevamo subito imparato che i problemi dovevamo affrontarli dal punto di vista della legalità. Legalità da affermare, nel caso di leggi vigenti ma disattese; legalità da conquistare, nel caso di leggi ingiuste che non corrispondano ai principi costituzionali e alla Dichiarazione Universale dei diritti umani. Altre cose avevamo appreso frequentando Marco Pannella e i radicali, scoprendo che corrispondevano al nostro sentire profondo: la prima “il personale è politico”, la seconda “la politica è cultura o non è politica, e la cultura è politica o non è nemmeno cultura”. I corpi, i sentimenti, le vite, le contraddizioni, i problemi fino ad allora tenuti a debita distanza dalla politica, vi entravano a piè pari coinvolgendola e facendosi coinvolgere nell’unico luogo in cui ciò fosse possibile: il Partito Radicale.
La nonviolenza nella sua espressione della disobbedienza civile ci apparve immediatamente il metodo adeguato, per esempio, per rendere vigente l’ottima ma inapplicata legge (L. 118/71) nella parte in cui prevedeva il superamento delle barriere architettoniche. Le incriminazioni che ci arrivano per aver realizzato uno scivolo davanti ad un ufficio pubblico come l’Anagrafe di Roma erano le stesse che sarebbero dovute arrivare (ma arrivavano di rado) ai palazzinari romani: “costruzione abusiva su suolo pubblico”. Certo, i processi non venivano celebrati a nostro dispetto: sarebbe stato bellissimo per uno come Bruno Tescari poter dimostrare in un’aula di Tribunale che a fare carta straccia della legge era lo Stato stesso che avrebbe dovuto farla rispettare e non i militanti radicali che, invece, rendevano viva la parola in essa contenuta.
Se questa lezione di vita è arrivata fino ai nostri giorni – e penso all’Associazione Luca Coscioni e alla testardaggine e bravura del suo attuale co-presidente Gustavo Fraticelli - sono convinta che lo si debba anche alla straordinarietà umana, civile e politica di Bruno Tescari. Non si può ricordare Bruno senza immaginarselo assieme a qualcuno, sia che questo qualcuno ne condividesse le idee o le contrastasse. Tutto nella sua vita Bruno lo ha fatto “con” e “per”.

Pubblicato il 26/5/2012 alle 7.28 nella rubrica Diario.

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