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Intervista esclusiva di Luca Bagatin a Gabriele Maestri, giornalista e autore del saggio di imminente uscita "Per un pugno di simboli", relativo alla storia dei simboli di partiti e movimenti politici in Italia

Ma quanti e quali sono i simboli politici di partiti e movimenti presenti in Italia dal 1948 – ovvero da quanto fu fondata la Repubblica dei Partiti, appunto – ad oggi ?

La risposta ce la fornirà a breve l'ottimo giornalista e assegnista di diritto pubblico comparato all’Università di Roma Tre, ovvero Gabriele Maestri, 31enne emiliano.

Con il suo “Per un pugno di simboli. Storie e mattane di una democrazia andata a male” (Aracne Editrice), con prefazione del giornalista e scrittore Filippo Ceccarelli – nota firma di Panorama, La Stampa e La Repubblica – infatti, Maestri descrive per filo e per segno vita, morte e miracoli (soprattutto quest'ultimi !) di partiti, partitini e movimenti vari, che da decenni popolano la vastissima galassia politica dello Stivale.

Una raccolta, pensate, di ben oltre 700 simboli politici - varianti comprese - che, nel volume, saranno tutti riprodotti a colori, con tanto di cronistoria.

Non posso non ricordare qui, brevemente, che Gabriele Maestri ha dedicato un capitolo anche alla mia avventura politica con l’ex parlamentare radicale Ilona Staller in arte Cicciolina alle amministrative romane dello scorso anno ed alcune note le ha dedicate anche al mio movimento-non-movimento “Amore e Libertà” (www.amoreeliberta.altervista.org) che, per la prima volta, viene presentato al grande pubblico attraverso la frizzante penna di questo giovane collega.

E' pertanto mio grande piacere intervistare amichevolmente qui Gabriele Maestri, per conoscere, in anteprima, i retroscena relativi alla sua opera d'inchiesta attorno ad uno degli aspetti più curiosi della politica nostrana.



Gabriele Maestri

Luca Bagatin: La domanda è d'obbligo. Com'è nata l'idea di un libro sulla storia dei simboli politici e/o di partito?


Gabriele Maestri:
L’idea certamente viene da lontano. L’interesse è arrivato quando ero bambino, coi simboli dei partiti che m’incuriosivano, per i colori e le figure, durante le lunghe dirette televisive post-elezioni; quando sono cresciuto la passione è cresciuta, proprio mentre la politica si complicava. Il libro che esce ora, in realtà, arriva dopo che nel 2012 avevo pubblicato la versione accademica di questa stessa ricerca, ovvero “I simboli della discordia “, che studiava per la prima volta sul piano giuridico gli emblemi dei partiti, a partire dalle regole da applicare in caso di scissioni o disaccordi. Avevo già l’idea di giungere a raccontare la storia dei simboli con venature pop, facendosi strada tra dichiarazioni, contraddizioni, liti, spinte, insulti, che non sono mancati in questi anni, furbizie e altri episodi che hanno caratterizzato queste vicende. Da giurista, però, avevo bisogno prima di raccontare una storia “seria” per tecnici, per poi farne una versione rivolta a tutti e, magari, divertente.


Luca Bagatin: Quanto tempo hai dedicato alla raccolta di informazioni relative ai simboli politici italiani ?


Gabriele Maestri:
Tanto tempo. Più di quanto sarebbe stato sano dedicare a questa ricerca: effetti della passione, anche se bisognerebbe controllarsi meglio. Comunque, nel 2010 è nata l’idea del libro “serio” e, per trovare i cumuli di documenti necessari - dagli atti notarili alle sentenze - ci è voluto un anno e mezzo, durante il quale ho cercato e scritto. Altri tre mesi sono stati solo di scrittura e limatura. Dopo il primo libro, per alleggerire i contenuti, c’è stato bisogno di infinite giornate di ricerca negli archivi online dei quotidiani, su libri e altre fonti, le informazioni che servivano, per non parlare delle testimonianze che ho raccolto - a volte macinandomi centinaia di chilometri - perché servivano o potevano completare il quadro. Tra ricerca e scrittura, quella che sembrava una semplice operazione di riscrittura ha richiesto almeno un altro anno. Il lavoro di ricerca dei simboli, tra vecchi e nuovi, invece non finisce mai.


Luca Bagatin: Nel tuo libro ci sono simboli e simboletti, spesso curiosi e coloriti, anche e soprattutto sotto il profilo linguistico. Quali sono i simboli che più ti hanno incuriosito e qual è la storia o il retroscena che ti ha incuriosito di più nell'ambito di questa tua ricerca/inchiesta ?

Gabriele Maestri: Da un certo punto di vista non si poteva non essere incuriositi - pur mettendosi le mani nei capelli - di fronte a quella pletora di emblemi che, a partire dagli anni ’90, sembrava avere trasformato la politica italiana in una dependance di Cartoonia: asinelli, elefantini, coccinelle, leoncini, mucchine col fiore in bocca, parevano davvero essere state tratte dai fumetti o dai cartoni animati e, acuti osservatori come Maria Laura Rodotà e Filippo Ceccarelli, avevano denunciato per tempo il livello preoccupante di regressione cui era arrivata la politica. Ora, in compenso, con una marea di simboli tinti del tricolore e magari anche di azzurro, non si comunica quasi più niente. Dovessi attenermi ai retroscena, citerei necessariamente gli episodi in cui certi simboli sono stati presentati non tanto per partecipare alle elezioni, ma per mettere i bastoni tra le ruote a qualcuno, o almeno per provarci. È capitato nel 2013 con i “cloni” di Grillo, Monti e Ingroia. Era capitato nel 1995 con Lamberto Dini - un caso che ebbe davvero del clamoroso - e con altri. Non posso però fare a meno di dire che, in certi casi, più ancora dei simboli prodotti, è interessante la storia del personaggio che li ha fatti nascere, spesso ricca di particolari imperdibili. L’ultimo capitolo, non a caso, è tutto dedicato agli “eroi simbolici” che meritano di essere narrati a fondo.


Luca Bagatin: Per quanto lo stile che utilizzi nel raccontare la storia dei simboli di cui sopra sia leggero, possiamo dire che il tuo è essenzialmente un libro divulgativo, storico per molti versi e assolutamente non satirico. Quale pensi possa essere il tuo pubblico di riferimento ? I proprietari dei simboli come hanno reagito o come pensi reagiranno allorquando leggeranno il tuo libro ?

Gabriele Maestri: Il taglio è volutamente leggero, per evitare di rendere immasticabile un argomento complesso, che potrebbe risultare pesante. Certamente però la leggerezza non intacca la correttezza dei contenuti - completi non si può essere, corretti sì - e spero che possano trovarsi a proprio agio su queste pagine coloro i quali conoscono gli eventi, magari per averli vissuti, oltre ovviamente a coloro i quali vogliano saperne di più. Il libro è rivolto a tutti gli appassionati della politica e della comunicazione, ma anche solo ai curiosi che vogliano leggere, da un punto di vista particolare, gli ultimi decenni di storia italiana. Generalmente i creatori degli emblemi hanno reagito bene al mio progetto, anche perché troppo spesso il loro ruolo è poco riconosciuto. Quanto ai partiti, nuovi o vecchi, credo che molto dipenderà da come sono stati trattati nelle pagine: forse chi ha ricevuto qualche stoccata gradirà meno, ma io qui parlo da osservatore e da tecnico e non voglio certo offendere qualcuno.


Luca Bagatin: Il tuo libro sarà edito poco prima della data ufficiale delle elezioni europee del 2014. E' una scelta voluta, oppure casuale ?

Gabriele Maestri: Speravo che i miei tempi mi permettessero di anticipare ancora di più l’uscita, arrivando addirittura prima dei giorni per il deposito dei simboli, ovvero domenica 6 e lunedì 7 aprile. Chiaramente la scelta non ha nulla di casuale: in questo periodo, infatti, gli italiani sembrano riscoprire l’importanza degli emblemi, così come alcune persone o alcuni gruppi dimostrano la loro “esistenza in vita” proprio in occasione del deposito del simbolo. Chiaramente quei segni di identificazione e distinzione sono importanti tutto l’anno, ma è indubbio che nel periodo elettorale ci sia più attenzione.


Luca Bagatin: Il fenomeno della proliferazione dei simboli politici e di partito è solo un fenomeno italiano ? Come spieghi questo particolare fenomeno, per molti versi anche di costume, oltre che politico ?

Gabriele Maestri: Più che altro bisognerebbe dire che quello dei simboli partitici è un fenomeno molto italiano. Sono moltissimi, all’estero, i Paesi che non fanno uso di contrassegni per le liste e spesso non si ricorda che anche negli Stati Uniti - in cui si parla di asinelli ed elefanti - quegli stessi animali sono frutto di un’operazione satirica, non certo politica. La frammentazione, nvece, c’è anche all’estero. Persino Paesi che noi consideriamo bipartitici o quasi sono molto più complessi. In Italia però ci si divide su tutto, per cui in fatto di schegge più o meno impazzite siamo decentemente esperti. Sul piano del costume, probabilmente, si può invocare la massima di Ennio Flaiano in base alla quale «L’Italia è una collezione di casi unici». Ci si spacca anche su ragioni microscopiche che sembrano insormontabili e ognuno pretende di continuare a dire la sua. Poi ci sono i burloni e i buontemponi, che nel mezzo riescono a infilare una “Lista Bunga Bunga, o “Noi meridionali” con la croce prestampata. Di fronte ai loro colpi di genio o ci si indigna o si leva il cappello. A ognuno la sua scelta.


Luca Bagatin

Pubblicato il 5/4/2014 alle 14.2 nella rubrica ARTICOLI.

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